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Il futuro dell’Italia. Monti non fa più l’interesse del Paese M. Patrone

ottobre 16, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E’ giunto il momento che il Pd si carichi sulle spalle questa nazione. Che cosa trattiene infatti il Partito Democratico, quella forza più onesta e responsabile del nostro paese che – a differenza di tutte le altre! – ha (da sempre!) nella mente e nel cuore il solo desiderio di fare (disinteressatamente) il bene della nazione (e – delle sue persone “più deboli”); che ogni volta in cui è tornato ad essere maggioranza, “anche” in questo ventennio, e ha preso le redini del governo dell’Italia, l’ha rimessa sulla strada del (vero) risanamento e della crescita (perché con Amato, Prodi, Ciampi e Padoa-Schioppa, mentre i conti tornavano in ordine, (ciò avveniva anche perché) si promuovevano contestualmente indispensabili – per la stessa tenuta del bilancio – politiche per lo sviluppo); unica forza che, proprio per la sua Storia, è estranea agli agglomerati di potere (più o meno trasparente) di una terra che i lasciti storici della corruzione e della opacità del potere fascista – è, questa, una delle più grandi responsabilità del regime e di Mussolini: avere affidato le redini di una nazione che il loro “capo” non odiava, alla “carica” di mediocri della marcia su Roma, di cui la lottizzazione del sottopotere capitolino di oggi rappresenta la più chiara riproposizione – costringono a fare i conti con commistioni oscure, oggetto di una attenta, e generosa, azione di indagine parlamentare da parte di Walter Veltroni (e anche, in parte, del romano Adinolfi), che minacciano il regolare, e compiuto, “gioco” (che non è tale) democratico (ne sa qualcosa Pier Paolo Pasolini); e dunque unica forza nelle condizioni di cambiare, di “liberare” e compiere finalmente la democrazia italiana (e con essa la sua – correlativa – unità nazionale); unica forza che – al netto della sua, cristiana, attenzione a chi soffre: ridicolo il dibattito sul “partito dei cattolici”: questo partito c’è già, ed è il Pd – non rappresenta specifici interessi (e quando ha la tentazione di guardare al proprio passato e di farlo, deve ricordare la propria responsabilità) e può costituire quel “partito interclassista” (o “dell’Italia”) che fu, nel secondo dopoguerra, la Dc di Alcide De Gasperi; unica forza i cui esponenti, quando sbagliano, si dimettono: e che per questo può avere il coraggio, e l’onestà, di garantire che – caricandosi sulle spalle il paese – non lo farà più. Perché questo grande, potenziale partito di donne e uomini onesti (fino al midollo), a ormai 23 anni dalla caduta del Muro, deve ancora vivere il complesso di inferiorità che gravava sul Partito Comunista, che non è (da tempo) più, rinfocolato da chi ha – invece – interessi in gioco, e al quale appartengono le donne e gli uomini eredi “diretti” di chi ha fatto il sacrificio di rinunciare ad una possibile vita di (relativo) benessere e di tranquillità, per salire nei boschi e riconquistare la Libertà di cui ancora oggi (variabilmente e la cui più grande eredità è nelle parole di Sandro Pertini: “La libertà va sempre difesa, ogni giorno, perché non è mai conquistata per sempre”) godiamo, perché questa forza che persino un bambino vedrebbe che è lì, invocata dalla Storia, perché faccia finalmente ciò di cui l’Italia ha bisogno, non si decide a prendersi questa responsabilità, e a caricarsi sulle spalle la nostra (potenzialmente, di nuovo, grande) Nazione? Matteo Patrone

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***Il futuro dell’Italia***
VENDOLA E DI PIETRO? ENTRINO NEL PD

luglio 20, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Le elezioni si avvicinano. Nel centro-centrosinistra partono i veti incrociati: “mai con Casini”, dice Vendola; “siamo noi che non vogliamo”, risponde Casini. E i Democratici (o almeno Finocchiaro): “Con chi attacca il Quirinale (Di Pietro) il discorso-alleanze è chiuso”. Ma se la legge elettorale – com’è probabile – resterà la stessa (ma anche in caso contrario), verso altrettanto probabili (a questo punto) elezioni anticipate, e l’alleanza con l’Udc – per quanto mal digerita dalla base Pd – eviterebbe il rischio (che in effetti esiste) di un “ricompattamento” dell’area moderata, con ricadute (nella “ghettizzazione” della sinistra così interpretata da Giuliano Amato) di occhettiana memoria capaci di (ri)mettere in discussione una vittoria data per certa dai sondaggi, perché il primo partito italiano – nato per rappresentare tutta l’area progressista – non propone a Idv e Sel (a condizione di accettare naturalmente da subito il principio “una testa un voto”) di confluire dentro se stesso - attraverso proprio il “rito” delle (a questo punto, pure, eventuali) primarie – allargando tutto ciò anche ad associazioni e società civile, come già fatto da Bersani (nell’indicazione dei candidati Democratici al Cda Rai) nell’unico atto riuscito della sua segreteria? Si riunirebbero così finalmente elettori – quelli del centrosinistra “erede” dell’Unione – che la pensano allo stesso modo su tutto, e che da anni chiedono l’unità dei partiti che li rappresentano (e che se fosse raggiunta per una sincera adesione dei loro protagonisti, e non per mero calcolo elettoralistico, porterebbe un valore aggiunto capace di “compensare” l’eventuale “recupero” di un Berlusconi intenzionato a mettere in campo una creatura nuova – o (apparentemente) rinnovata), puntando a (superare – ?) quel 40% che costituisce la soglia di realizzazione del partito a vocazione maggioritaria tratteggiato da Veltroni (che è il Pd nella sua conformazione originale), e disinnescando ad un tempo – assorbendoli dentro di sé – leadership a (persistente) “rischio” di radicalismo e populismo come quelle di Vendola (ormai, da tempo, meno) e Di Pietro. Un Pd forte – che ha bisogno naturalmente di una guida altrettanto forte – bilancerebbe la (pur necessaria) alleanza con Casini (e magari con l’ala più innovativa e onesta e responsabile dei futuristi di Fini) senza rischiare (ovviamente tutto ciò andrebbe centrato sul programma del “partito dell’Italia” e non ridotto a mera operazione politicista) di subire emorragie a sinistra. Sul tema dell’innovazione, da perseguire con la cultura e con la formazione, più potenti (e finora mai utilizzate fino in fondo) leve di eguaglianza e insieme di crescita, sarebbe probabilmente motivato a confluire anche quell’(“altro” – ?) 40% di italiani che da molti anni non vota, e che non vedrebbe l’ora di aderire e sostenere un progetto di (vero) cambiamento. Unica condizione, la disponibilità-determinazione a votare riforme anti-conservatrici e di rottura (col passato; compreso quello clientelare: capito, Casini?), per accettare confluenze ed alleanze, alla quale il Pd non dovrebbe (mai) rinunciare. O tradirà se stesso (e soprattutto il nostro paese). Ecco come, ormai nel settembre 2011 (un anno fa!), nelle settimane dell’incontro di Vasto (foto), il nostro direttore “anticipava” questa stessa “sfida” lanciata ai leader di Italia dei Valori e Sinistra Ecologia e Libertà.
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Ecco come integrare economie europee Stringendo sinergie (fusioni) tra aziende E rifacendo imprese campioni (mondiali) Rilanciando “insieme” (nostra) economia Così – Politicamente – si fa(rà) la crescita E non agendo su (vuote) sovrastrutture

giugno 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il predominio nelle commissioni. Il blitz di ieri su semipresidenzialismo-federalismo. E la minaccia di una riforma approvata a (vecchia) maggioranza. Che – dopo la porcata di Calderoli nel 2006 – modifica il nostro sistema istituzionale senza prevedere contrappesi e senza la partecipazione delle forze che, oggi, rappresentano la maggioranza (relativa) degli italiani. In nessun altro paese d’Europa (e non solo), il partito di maggioranza relativa (di destra o sinistra non importa), costitutivamente vocato ad assumersi lui – in un sistema bipolare – la responsabilità di caricarsi sulle spalle la propria nazione, potendo andare alle elezioni e vincerle, accetterebbe di regalare alla ex maggioranza – di colore opposto – uscita sconfitta da tutti gli ultimi appuntamenti elettorali, di continuare ad esercitare la propria golden share sul Parlamento. Mentre il governo che costituisce il motivo del sacrificio – fatto in nome della sola “responsabilità nei confronti del paese”!, naturalmente - vende per decisiva per la salvezza dell’Italia e dell’euro una non-riforma del lavoro che il presidente degli industriali definisce “una boiata” – con tanto di condivisione del giudizio da parte di quei partiti che, se con una mano tolgono (ipocritamente e strumentalmente) “consenso” a questo esecutivo, dall’altro (proprio per potere continuare a farlo!) lo tengono in vita – e per il resto è immobile da mesi: se si eccettua un dl sviluppo di fronte al quale le stesse forze politiche stanno cercando ancora oggi di capire quale sia la funzione – districandosi tra le mille e nessuna opzione di questo provvedimento “omnibus e niente” - e la possibile – ? – utilità, e che di certo non sposterà più di uno zero virgola per un paese che ha le potenzialità per crescere in doppia cifra e la necessità, a questo fine, di una svolta – e non più di continuare a vivacchiare (finché ci riesce). Perché in questi sei mesi Monti ha puntato a salvare l’Italia (?) assumendo provvedimenti che, di fatto, l’hanno mandata (o hanno accentuato questa tendenza) in recessione, e questo significa che la nostra economia è “pronta” a generare altro debito, e che ogni sforzo compiuto per risistemare (in questo modo, male) un bilancio che, così, è già tornato a non essere in ordine, verrà vanificato. E tutto questo con l’aggravante di guidare una nazione che ha le potenzialità per essere una delle maggiori economie del mondo, e le cui possibili soluzioni per rigenerare la crescita sono sotto gli occhi di tutti, già praticate – di fatto – da quella parte di paese che la politica, interessata – solo – a se stessa, nemmeno conosce, ma che le altre nazioni ci invidiano e cercano di strappare per farne gli assi portanti delle loro imprese, dei loro centri di ricerca, delle loro università. Noi, motivando (attraverso tutto ciò) al rientro questi nostri ambasciatori (come sta facendo, ad esempio, la Germania! Mentre con un orecchio – non – sente le nostre lagnanze circa un “rigorismo” praticato soltanto da Monti e che la Merkel, nel suo paese, “accompagna” con misure per la crescita) – e consentendo alle migliaia “come” loro che restano invischiate nella ragnatela di interessi particolari che soffoca ogni tentativo di ripartenza del nostro paese di occupare i posti oggi usurpati da vari figli e fratelli dei politicanti e dei loro amici - avvieremmo un sistema produttivo oggi fermo agli anni Settanta, sulla strada, finalmente, della modernità, esercitando un potenziale di crescita da, appunto, doppia cifra. Come Stati Uniti e Cina, abbiamo già scritto, e lo ripetiamo. Tecnicamente, questo si pratica (ri)orientando il nostro sistema – la nostra mentalità – nel senso (non più della conservazione – di noi stessi ma) dell’innovazione (a 360°), rifacendo della terra che ha generato, nel corso della sua Storia, le anticipazioni di futuro di Leonardo, il genio di Dante, la rivoluzione artistica di Michelangelo, il luogo nel quale – superando il provincialismo e il complesso di inferiorità che le umiliazioni a cui ci hanno costretto i politicanti negli ultimi trent’anni ci hanno affibbiato - si torna ad avere – e a praticare – un respiro assoluto, e ad avere l’ambizione di scrivere pezzi della Storia del mondo – e non più, solo – gossipparamente - dei vari scandali a cui ci siamo condannati negli ultimi vent’anni - e del (nostro) futuro. Per preparare tutto questo si tratta di costruire un sistema integrato tra una scuola rinnovata e in cui siano stati iniettati nuovi stimoli (puntando a rifarne il punto più avanzato dell’istruzione nel mondo: attraverso i modelli di insegnamento, attraverso i contenuti, lo studio, e non la regressione – in senso aziendalistico, “poco” importa che avvenga a livello primario o universitario - dell’istituzione del premio dello studente dell’anno), l’università e (una) formazione continua (da introdurre: da parte dello Stato! E non più abbandonata all’iniziativa – non sostenuta e non estesa alle altre – di (poche) virtuose imprese, che a causa dell’arretratezza del sistema – ovvero della Politica – si trovano, invece che a riesplodere, a dover pagare – più del dovuto - questo sforzo compiuto, in ultima analisi, in funzione della crescita di – tutto – il paese), la ricerca e il nostro tessuto imprenditoriale. Un sistema, finalizzato a generare le migliori nuove idee e i migliori (e più avanzati) prodotti (sul mercato), valorizzando risorse umane che, grazie all’educazione, all’istruzione, diventeranno loro stesse motore di una crescita che consisterà, in primo luogo, in una possibile ripresa delle nostre esportazioni, laddove oggi stiamo perdendo – proprio perché gli altri si rinnovano, si modernizzano, si specializzano, e noi, ostacolati e non spinti - in questo senso – da un governo che preferisce disperdere le proprie risorse in mille rivoli, non avendo chiaro il punto attraverso cui è possibile avviare uno sviluppo consistente e duraturo, rimaniamo fermi alla condizione – deficitaria – di…ieri. Perché la domanda cala, in tempo di crisi, ma le esportazioni dell’Italia, “chissà perché”, calano - o non recuperano – più di quelle di altri paesi a noi vicini - quote di mercato. Dove le risorse di ciascuno siano valorizzate in funzione di quelle degli altri. Anche inducendo le nostre imprese a stringere sinergie (quando non direttamente fusioni) tra loro e a livello comunitario, determinando così – e non attraverso inutili organismi e sovrastrutture calati dall’alto – una (reale!) integrazione delle economie europee. In cui il merito è assicurato dalla tensione (comune) verso lo stesso obiettivo, se è vero che è la motivazione a rifare grande (insieme) il proprio paese, così che lo scopo dell’impegno di ciascuno debba essere crescere in funzione (anche) delle esigenze della comunità di appartenenza, acquisendo e praticando quella “responsabilità generale” (o collettiva) che fa la differenza tra mille individualità che agiscono ciascuna per il proprio tornaconto, e facendo solo ciò che è necessario a loro stesse, e un collettivo, in cui ciascuno è decisivo ad un tempo nel colmare le mancanze degli altri e nell’integrare i loro punti di forza, e in cui tutti fanno anche quella parte di lavoro che non servirebbe strettamente a loro, ma serve a mandare in porto l’operazione complessiva: se è vero che è così che le migliori risorse vengono alla luce, e si “ottiene” (veramente) il merito, e non soltanto la (sterile) applicazione della legge del più forte. E, ovviamente, potremmo andare avanti (quasi) all’infinito, nello specificare e nell’arricchire la descrizione di come si esce (Politicamente) dall’attuale situazione, invece di provare ad uscire (tecnicamente. E con l’ausilio di qualche giornale – di nuovo – amico) dall’angolo, di immagine, in cui ci si era – col proprio vuoto di iniziativa durato, fino al flop del dl sviluppo, per ben sei mesi – ficcati. A questo governo, e soprattutto alle sue (mancate) politiche, esiste eccome un’alternativa. Come non potrebbe essere altrimenti, visto che non è possibile immaginare che un grande paese come l’Italia, e la sua democrazia, siano in grado di offrire solo una classe dirigente autoreferenziale e interessata al mantenimento del proprio potere, e un governo privo di alcuna partecipazione alla vita dei cittadini, e incapace, perciò, di generare alcunché. Un’alternativa al fallimento, che consiste nel vedere il nostro paese risorgere e conoscere il proprio nuovo Rinascimento.

Fassina? Dice ciò che in molti pensano
NEL PD COVA LA RIBELLIONE (A MONTI E A BERSANI)
di MASSIMO DONADI*

giugno 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Molti Democratici mi avvicinano e mi dicono: non ce la facciamo più a votare provvedimenti che non condividiamo”. E la ragione è molto semplice: il governo Monti è un governo di destra, fedele (o – a volte, sembra – prono) all’ideologia liberista, che prevede la competizione (sfrenata) come unico mantra a vantaggio di “chi (pochi) ce la fa”; ed è completamente indifferente alle istanze delle persone più “deboli”. E tutto questo è semplicemente il contrario di ciò che – serve per uscire dalla crisi e che – la Sinistra è chiamata a mettere in campo. Perché se nell’anno (più acuto) della crisi, la soluzione (?) adottata è rafforzare le misure assunte nello stesso senso – appunto, utile a fare gli interessi degli speculatori; a cui non importa nulla della salvezza dell’Italia! – che ci ha portati nell’attuale situazione – ovvero il laissez faire gli attori economici – o finanziari – in nome di un predominio della (fredda) economia sulla Politica, attraverso la deregulation – è evidente che questa distonia non può essere fatta propria da chi è chiamato a porre rimedio ai danni arrecati dalle ricette (sbagliate) della destra. E infatti nel Pd, scrive il capogruppo alla Camera di Italia dei Valori, sono in tanti a pensarla come il loro responsabile economico: ma non hanno (per ora) lo stesso coraggio (in pubblico: mentre nei corridori di Montecitorio, confidano di non farcela più a votare provvedimenti di questo governo che non condividono). Serve discontinuità, o non ci salveremo. E quanto all’assenza o meno di una prospettiva (alternativa) nella quale muoversi, il giornale della politica italiana – molto ascoltato da una classe dirigente che però, pur riconoscendo la forza e l’autorevolezza di ogni nostra proposta, preferisce far proprie solo quelle che fatti due conti paiono convenirle (come nel caso dell’art. 18; sul quale, pure, alla fine Pigi è riuscito comunque a sentirsi in colpa – con i suoi alleati di governo, non certo con i lavoratori, che pensavate – e a ringraziare per la concessione che la a e la b – e Monti – gli avevano fatto), nel tentativo (disperato) di salvarsi dalla propria (ormai inevitabile, tanto più quanto più insisterà nell’anteporre i propri – presunti – interessi – particolari – al bene del paese) sparizione – mette in campo da mesi le chiavi di un nuovo pensiero forte per la Sinistra: dalla critica del modello (fallimentare: in senso letterale) mercatista della destra, alla definizione di un progetto per far ripartire la crescita, all’indicazione di un orizzonte nuovo per i lavoratori (e i loro rappresentanti). E siccome l’unico scopo della Politica (italiana) è (oggi) salvare l’Italia, ecco che ogni proposta coincide – essenzialmente – con ciò di cui (pensiamo) abbia bisogno (a prescindere da destra e sinistra!) il paese. Perché come l’inefficacia (anzi, la dannosità) delle misure (di destra) assunte da Monti dimostra, e com’è peraltro sempre stato nel corso della Storia, è (inevitabilmente) da Sinistra – ovvero da una reale e disinteressata partecipazione ai destini delle Persone – che si ha la prospettiva (giusta) per fare gli interessi del proprio paese. Per una ragione molto semplice: che la Sinistra agisce per fare il bene di (tutti!) gli italiani – e (dunque) dell’Italia – la Destra, per difendere i privilegi (che Monti dice di voler eliminare, ma che poi reitera: non toccando nemmeno lontanamente gli organismi nei quali sono annidati i figli e gli amici dei potenti, nonostante l’esorbitante – e del tutto infruttuoso! – dispendio di risorse pubbliche; “parificando” la scuola pubblica a quella – delle élites – privata: per poi, magari, un giorno, scoprire che il nuovo governo – di destra – in carica fino al 2018 che la persistenza dell’esecutivo dei tecnici rischia di propiziare, ha introdotto l’obbligo – anche nella scuola dello Stato! – di pagare una retta per poter accedere alle lezioni. Perché questa, è la “logica” – ?) di quei pochi che ce l’hanno (già) fatta (e continuano a farcela, sì, ma a “discapito” di ciascuno di noi. E quindi dell’Italia). di MASSIMO DONADI*

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Se il Corriere (MTM) liscia il pelo a Pigi/Pd E destra (con Monti) continua governare Interessi (particolari) tengono unito il Pdl A sinistra si punta (solo-propria) salvezza Renzi: ‘Per me (così) nessuna solidarietà’ Ma Pd è nato per essere partito dell’Italia E per salvare (sì, ma) nostri connazionali Formazione per innovazione per ripartire

maggio 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Matteo Renzi, accusato – in modo comunque ambiguo e opportunistico; davanti alla giunta del Senato e non dai magistrati – di avere ricevuto 70 delle migliaia di euro che l’ex tesoriere della Margherita Renzo Lusi distribuiva – a suo dire – ad alcuni esponenti del partito, lamenta di non avere ricevuto “la solidarietà di alcun esponente del Pd”. Fatta salva la necessaria prudenza – e premessa, da parte nostra, la totale fiducia nell’estraneità di Matteo – quello che Renzi pone è un problema che va oltre – ovviamente – il singolo caso, e ha una valenza Politica prima ancora che umana e di stile. Oggi, per chi non se ne fosse accorto, il Pd (più Idv, più Sel) è maggioranza schiacciante nel paese. Di fronte alla stessa situazione, ma a parti invertite, i pidiellini avrebbero già staccato la spina al governo e sarebbero corsi ad incassare la cambiale. I Democratici aspettano che Berlusconi risalga nei sondaggi. Per, ancora una volta tafazzianamente, incassare – piuttosto – l’ennesima sconfitta (autoimposta). “Ma Bersani continua a sostrenere Monti per responsabilità nei confronti del paese ancora sottoposto alle turbolenze finanziarie”, dirà qualcuno. Ma perché quello che è nato per essere il “partito dell’Italia”, non dovrebbe considerare più responsabile – anche alla luce della dimostrata inefficacia dell’esecutivo dei tecnici – caricarsi sulle spalle lui, questa nazione, senza dividere l’(ir)responsabilità con chi fino a…ieri, fa ostruzionismo in Parlamento per favorire un singolo cittadino di fronte alla legge? La risposta è la stessa al problema posto da Renzi: il Pd (ovvero la classe dirigente derivata da Ds e Margherita; ma non solo), annichilito dal Cavaliere, ha perso fiducia in se stesso, e in particolare il senso della propria funzione e della propria “missione”. Mentre il Pdl – sia pure per (il)legittimi interessi (particolari) – è compatto intorno ad “un” obiettivo. E’ questo – oltre alla leadership, ora sulla via del tramonto, dell’ex presidente del Consiglio – che spinge i pidiellini a superare ogni veto, ogni tentazione di contrapposizione, ogni divisione (interna e reciproca), per lanciarsi come un sol uomo verso il traguardo. Nel pd, accade esattamente il contrario: privato – allo stesso modo degli italiani! – di una “ragione più alta”, ciascuno è – invece – lanciato nella difesa del suo strapuntino, nella chiave della quale, evidentemente, le disavventure di Renzi – come quelle di “chiunque” – non rappresentano un motivo di sofferenza (Politico), ma un’occasione per avvantaggiarsi su un pericoloso avversario (interno). Ma mentre “noi” ci diamo la zappa (reciprocamente) sui piedi, la destra, sotterraneamente (ma neanche troppo), continua ad esercitare la sua golden share sul potere (Politico) in Italia: in attesa di vedere la luce (di sondaggi favorevoli) e staccare lei – o comunque favorire – la spina al (il superamento del) governo Monti, per consolidarsi in una nuova maggioranza e in una nuova legislatura. Senza l’ingombro del Pd. E soprattutto della sua (possibile, prossima) vittoria. Ma ora il giornale della politica italiana ha indicato la strada che per troppo tempo è mancata all’orizzonte dei Democratici: Sinistra, nell’era dei mercati e tanto più della crisi, è essere affidabili con gli italiani, e non più con le banche e gli altri potentati. E’ mettere il proprio gigantesco e generoso corpo (intermedio) – quello del più grande, oggi e, auspicabilmente, sempre più domani – partito italiano, tra gli interessi (particolari) dei poteri (forti) e l’interesse (generale) dei cittadini. Il modo di farlo, coniugando – come si dice, inefficacemente perché poco lucidamente, oggi – “equità e rigore”, è darci l’obiettivo dell’innovazione che si persegue attraverso la cultura e la formazione. Come abbiamo scritto più volte, la crescita (culturale, quindi umana, quindi tecnica e professionale) degli italiani come motore della nostra crescita (economica). Solo la Sinistra, oggi, può salvare l’Italia. Perché senza (o, peggio, a discapito dei) suoi connazionali il paese non si salverà. Read more

***L’ultimo rilevamento***
CROLLO PD, IL PDL LO AGGUANTA A (BASSA) QUOTA 25%
di LUIGI CRESPI

aprile 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Quando solo cinque mesi fa le due forze maggioritarie del nostro Paese erano distanziate da un abisso di 10 punti percentuali. E il Pd avrebbe vinto a man basse le elezioni. Potendo assolvere lui – come è suo compito – originale – e come avrebbe acquietato i famelici mercati sapere – alla funzione di salvare e rifare grande l’Italia. Come oggi non sta avvenendo. E ora gli italiani si sono lasciati alle spalle gli scandali che hanno caratterizzato l’ultima fase della carriera politica di Berlusconi (“travolti” da più impellenti esigenze non soddisfatte da una politica piuttosto impegnata a preservare se stessa, legate alla crisi, e dalle ricadute – sul paese – di nuovi scandali), e tornano in sintonia con la (sua) creatura. E se l’attuale esecutivo non riuscirà a tirare fuori l’Italia dalle secche (come ha già secondo noi dimostrato di non saper fare, come suggeriscono i nuovi picchi dello spread ma anche il vuoto pneumatico di spunti e piani per la crescita, con tanto di giornali “amici” costretti – per salvarlo – a paventare “salti nel buio” in caso di nuove elezioni – democratiche: “Monti – mai passato per il voto, ndr – non ha alternative”, ha scritto Dario Di Vico. Ovvero qualcosa che assomiglia molto all’ipotesi, ovviamente molto ipotetica, di sospensione del sistema), il Pdl passerà comunque all’incasso, tornando in corsa (essendo, meglio, appunto già tornato) e scongiurando una sconfitta già certa. A fronte della quale – e del proprio ritorno al potere – i Democratici avrebbero invece potuto compiere la propria vocazione di partito “del” futuro avviando subito il nostro paese nella prospettiva della innovazione, facendo ripartire immediatamente la – stessa – ? – crescita. ”Ma ora i nostri connazionali – scrive il grande sondaggista – si stanno dimenticando di Berlusconi”; mentre gli elettori Pd – tornati ad aumentare quando il Politico.it è intervenuto per preservare la vita di milioni di lavoratori e delle loro famiglie convertendo il segretario di se stesso a più savi consigli che a quelli di calare definitivamente le brache a 150 anni di conquiste dei diritti dei lavoratori e non solo – fuggono verso quella che Pigi chiama “antipolitica”, e che è invece il grido di disperazione di un’area di opinione e di sensibilità – “allargabile” a quel 40% di persone che oggi non votano – che dalla forza più onesta e responsabile di questo paese si aspetta di più: “Tocca solo a noi?”, si domandava retoricamente un Pigi dallo sguardo stanco sabato a Cortona. Se è vero, come noi pensiamo che sia vero, come sostiene il deputato del Pd, che “non tutti – in questa “melma” autoreferenziale: il vero “populismo”, caro Bersani, è questa “maggioranza” artificiosa che si regge solo sugli interessi – convergenti – della Casta – sono uguali”, è il momento di dimostrarlo. Se a questo si aggiunge che l’attuale governo, come intuito per primo da Dino Amenduni – e come ampiamente argomentato, spiegato e criticato da noi – è evidentemente di destra, e che Casini è (da sempre) naturale alleato di un Pdl post-Berlusconi (ma anche, come sappiamo, pre), Bersani rischia di compiere il capolavoro di (ri)consegnare – a conti fatti – il Paese per dieci anni consecutivi nelle mani delle forze conservatrici. Con quanto, specie nel momento di questa crisi, che richiede un completo cambiamento di prospettiva che non può essere assicurato da una destra – (post-)montiana – organica a poteri forti e mercati, ciò rischia di comportare per il paese.
di LUIGI CRESPI Read more

E (così) alla fine Monti ha dovuto cedere Con noi la Sinistra è (già) tornata vincere (Adesso) Bersani è segretario (più) forte E Camusso ci “restituisce” Cgil Cofferati Peraltro 10 anni esatti dal Circo Massimo Ma ora serve completo cambio orizzonte Una economia rifondata sull’innovazione Formazione continua a ‘integrare’ lavoro Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento Torneremo ad essere la culla della civiltà

aprile 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Solo quindici giorni or sono la Sinistra aveva sfiorato il punto più basso della propria parabola storica. Il vertice dell’abc della politica politicante, battezzato da Monti, in cui il segretario Democratico aveva accettato di concedere l’abolizione dell’art. 18, rischiava di segnare un passo indietro di centocinquant’anni nelle conquiste dei lavoratori e non solo. La sconfitta, (che sarebbe stata) “definitiva”, di tutta la tradizione progressista europea, dal Risorgimento ad oggi. Aveva vinto il Marchionne che, in queste ore, vediamo arrancare, con la sua Fiat – sia pure in un momento di crisi per tutto il settore auto – dimostrando di essere il guru solo di se stesso (visto che il suo stipendio, al contrario, è aumentato del 42%). Ciò nonostante, lo stesso principale sindacato confederale, aveva ormai alzato bandiera bianca. Poi il giornale della politica italiana ha cominciato a giocare la (sua) partita: dalla sferzata nei confronti del segretario del Pigi, alla reazione di Camusso, fino alla definizione di un possibile orizzonte nuovo per la Sinistra, che non fosse più quello, della destra, mercatista, e alla specificazione delle modalità concrete attraverso cui realizzare tutto ciò. E in poche ore la situazione si è completamente ribaltata. Se, prima, Alfano gongolava, potendo sostenere che, dieci anni dopo, il Pdl aveva centrato il proprio obiettivo – dopo il fallimento, proprio dei primi mesi del 2002, per l’”invasione” del Circo Massimo da parte di tre milioni di cittadini, del primo tentativo di Berlusconi di cassare l’art. 18 -; se Confindustria fingeva soltanto, di non essere pienamente soddisfatta (oggi vediamo come si mostra quando lo è davvero, arrivando a minacciare di licenziare migliaia di persone per pura ripicca), giocando, con Monti, ad accreditare che la riforma era nell’interesse di tutti e costringeva ciascuno a cedere qualcosa; a distanza di pochi giorni – dopo l’inizio del nostro fuoco di fila di editoriali e commenti con cui risvegliavamo, a suon di contenuti, l’orgoglio delle forze più oneste e responsabili del nostro paese – le tecnocrazie finanziarie (e con loro il presidente del Consiglio) erano costrette, dopo l’offensiva, ad arretrare (fino al cedimento di oggi) difensivamente; Marcegaglia tradiva segni di nervosismo (assumendo toni che non le avevamo mai ascoltato usare: “Ridicolo”), il Pdl subiva palesando “finalmente” il profilo basso a cui la leadership (?) di Alfano lo ha ridotto, e che solo la forza di inerzia di un ventennio in cui Berlusconi aveva annichilito il centrosinistra (preparando però, oggi, con il suo annichilimento, il possibile risveglio “storico”), aveva continuato – per poco, illusoriamente – a mascherare. In buona sostanza il vento era completamente cambiato. E oggi la Sinistra può festeggiare l’inizio del possibile ritorno (?) alla sua egemonia. L’egemonia (naturale, quando esprime compiutamente se stessa) dell’area di opinione e di sensibilità più onesta e responsabile della nostra nazione, che in quanto tale sta (anche) dalla parte delle persone che soffrono, che hanno una maggiore urgenza di essere sostenute, ma lo fa, proprio per la sua onestà e responsabilità, assumendosi la responsabilità di caricarsi sulle spalle l’(intero) paese, puntando a salvarlo e a rifarlo grande (tutto), e quindi a creare le condizioni strutturali affinché anche le persone deboli – ma non solo loro – possano stare (sempre) meglio, essere incluse, e, in ultima analisi, cessare di essere ai margini. Perché questo si compia effettivamente, è necessario – dopo aver salvato, grazie a noi, milioni di lavoratori e le loro famiglie – però, mettere ora in campo un piano per la costruzione del futuro. Ecco progetto e programma che il Pd ha l’opportunità di cominciare ad attuare dalle modifiche (in Parlamento) alla riforma del lavoro – che serva a rielevare – attraverso la formazione – la vita di milioni di operai (dando così un senso ad ammortizzatori altrimenti “buttati” a fondo perduto, e che possono invece rappresentare un investimento, che ci ritroveremo in termini di maggiore crescita e produttività, nel nostro futuro), e con essi a far crescere le nostre aziende, e quindi a ricreare le (prime) condizioni – a cui far seguire l’attuazione dell’intero progetto, dal ripotenziamento della scuola alla costruzione di un nuovo centro (geopolitico) intorno al nostro Sud – per riportare l’Italia, dopo trent’anni di isolamento, al centro del mondo.

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Monti da Oriente: ‘Italia, se tutto va bene’ Ma disoccupazione (in Ue) mai così alta
E riforma non la ridurrà (strutturalmente) Paese si salva se torna crescere (subito) E si cresce se il lavoro aiuta ad innovare Formazione (cultura) ‘leva’ Rinascimento di GINEVRA BAFFIGO

aprile 4, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Tutti gli interventi compiuti finora dal presidente del Consiglio, anche ammesso (e non concesso) che siano stati concepiti nell’interesse di tutti, e non solo (programmaticamente) di una parte, costituiscono la (sola) premessa, di un’azione di governo (Politica) tale da rimobilitare le componenti della nostra società, e avviare – in questo modo – la crescita. La preparazione, appunto, di un terreno sul quale – però – deve avvenire la semina, o rimarrà incolto. E quella semina non può attendere che la preparazione sia stata compiuta pazientemente, centimetro per centimetro, puntigliosamente, per, POI, essere effettuata; questo avviene quando non si hanno semi da spargere nel terreno, o non si sa come fare. Perché l’effetto, in questo caso, è un progressivo deterioramento dello (stesso) terreno preparato per la semina, che a quel punto non sarà più tale, e richiederà una nuova preparazione – ammesso che nel frattempo non si sia inaridito (del tutto). Politicamente, s’intende che lo stesso bilancio, verrà di nuovo posto in una condizione di instabilità, se il paese non genererà ricchezza, avvitandosi nuovamente nella spirale del debito. Peccato che la leva più efficace per generare crescita sia proprio il lavoro, e proprio secondo (anche) i modelli danese e tedesco citati – dopo il nostro spunto – dal segretario del Pd. Evitando, di buttare risorse a fondo perduto in ammortizzatori destinati (comunque) a non durare (oltre ad andare a regime fra cinque – ! – anni), e utilizzandole piuttosto per rivitalizzare – attraverso la formazione – una forza lavoro che, come in Germania, come in Danimarca, può diventare il vero valore aggiunto – auspicabilmente, nel senso dell’innovazione – di aziende che, altrimenti, “dotate” della sola libertà di licenziare, preferiranno tirare i remi in barca e aspettare che cambi il vento (della crisi). Ma intanto migliaia, se non milioni, di lavoratori e di loro famiglie si troveranno in difficoltà (per usare un eufemismo); questo scollerà un paese che proprio nella sua coesione (nonostante tutto), ha fondato, finora, la propria tenuta – oltre che su un capitale di risparmio privato – e di basso indebitamento delle famiglie – che ha rappresentato l’unico vero argine all’ondata speculativa dei mercati, e che fa – ancora – ? Perché naturalmente la “stretta” dei licenziamenti costringerà molti a mettervi mano – della nostra economia – insieme al nostro tessuto di piccole e medie imprese – una economia comunque dotata di “buoni fondamentali”, come ripetono spesso i tecnocrati di Francoforte e Bruxelles – Ridurrà i consumi (già “uccisi” comunque dagli aumenti delle imposte). E questo, tanto più in piena (non a caso) recessione, non aiuterà (per usare un altro eufemismo). Ma il giornale della politica italiana ha a cuore soltanto il bene del Paese; e così, dopo l’introduzione critica, ancora una volta, nei confronti di questo governo, affida a Ginevra Baffigo un affresco (comunque impietoso) dei dati dell’Istat sulla disoccupazione (che questa riforma del lavoro non promette – strutturalmente – di ridurre, che semmai rischia – all’inizio – di aumentare e che per quanto riguarda i giovani, renderà – l’occupazione – (progressivamente) instabile – e non, flessibile! In mancanza di un impegno programmatico per la formazione e l’innovazione – a vita), sullo sfondo di un premier che, da Oriente, dice che “tutto va bene, l’Italia è uscita dalla crisi” (ricordando il suo predecessore e, oggi, principale sostenitore e mentore: vedi cravatte di Marinella in-debitamente raccontate da Elsa Monti su Chi); ma al quale concediamo “diritto di replica” e, comunque, il riconoscimento dei possibili punti di merito. Solo le (generose, e a volte al prezzo di sacrifici – per sé) onestà e responsabilità – e quindi la Politica – possono salvare l’Italia. Prima ce ne (ri)appropriamo (tutti), meglio sarà (per tutti). di GINEVRA BAFFIGO Read more

Ma in tre mosse Monti getta la maschera ‘Sinistra critica visione ‘arida/finanziaria” “La Fiat ha il diritto di fare ciò che vuole” “Parti sociali, fidatevi: sì a prescindere” Sì, il presidente è proprio uomo di destra Pd/Pigi, perché mai lo sostieni – ancora? La Politica ritrovi ora respiro (culturale)

marzo 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il villaggio di cartone di Olmi. Sconcerto, di Toni Servillo. La Cultura, (così) chiave del nostro possibile Rinascimento, ci offre una lettura spietata ma, finalmente, realistica della nostra condizione (sociale). La con-petizione (anche solo all’acquisto, status-symbol – in tutti i sensi – dell’era dei mercati) porta all’omologazione (per la legge – del mercato – che la “concorrenza” – sociale – si batte innanzitutto pareggiandone le caratteristiche) e, così, alla sterilità (di pensiero). Come in Fahrenheit 451, di Bradbury e soprattutto di Truffaut, ciò è foriero di tre conseguenze: la (nostra) “falsità” (e quindi delle nostre relazioni); la perdita della capacità critica e quindi della libertà; la caduta (per – tutto – questo!) in uno stato (velato) di (profonda) disperazione che solo una mancata presa di coscienza ci consente – illusoriamente – di sopportare (?). E che – ad esempio – in Cina, dove tutto ciò è spinto alle (piu’) estreme conseguenze, non stanno (infatti. E tragicamente) sopportando piu’. In realtà questo è il momento in cui rinunciamo al – scegliete voi la percentuale – della Bellezza (possibile) delle nostre vite, oggi ridotte a (squallidi) consumi (di – anche attraverso l’incultura del gossip totalizzante – e come noi stessi, ri-definiti – in tutti i sensi – “consumatori”) e in cui – “come” (?) una persona depressa – non crediamo (pensiamo) piu’ in (a) niente, e tanto meno in (a) noi stessi, e finiamo per concludere (svuotati e sconfitti) che niente è possibile fare (individualmente e collettivamente) per cambiare (nemmeno Politicamente) questo stato di cose e restituirci dignità. E invece no. Olmi, Servillo, gli uomini-libro di Fahrenheit ci dicono che la cultura è la chiave per ritrovare il (nostro) orizzonte, e quindi Noi (in – prima – persona). Cultura non, come altro ramo – morto – della (sola) nostra economia. (Nella – stessa – competizione – e non il contrario -/,) fine (oggi) a se stessa. E quindi – come denunciava (all’opposto) Pierluigi Battista giovedì sul Corriere – fonte (come tutti gli altri comparti della nostra attuale “vita” – ? Sarebbe “meglio” dire mercato – comune) di corruzione e di sprechi. Cultura come rigeneratore della (nostra) umanità. Della nostra Libertà. Che si ottiene esattamente nel modo opposto a quello “liberista” e (finto)liberale: riproduttore di una falsa condizione di libertà che in realtà è quella dei poteri forti di tenerci schiacciati – in quella condizione – sotto i propri interessi. Ecco che cosa distingue la destra dalla sinistra in questo tempo. Proprio quella Libertà in nome della quale i “conservatori” ci hanno ridotti in un nuovo stato di “schiavitu’”, (im)Morale e quindi esistenziale. La Politica non è l’economia. Ha il compito di offrire un orizzonte a noi e alle nostre vite e non soltanto agli interessi di qualche banca o potentato. Sarà proprio in quel modo, che l’Italia tornerà a crescere e che renderà sostenibili e futuribili gli interessi economici. Riportandoli nel loro alveo: quelli di strumenti. E non di fini a cui piegare (in tutti i sensi) noi stessi.
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***Il ritorno del grande sondaggista***
CARI PIGI, VENDOLA, DI PIETRO: LA VOSTRA STAGIONE E’ FINITA
di LUIGI CRESPI

marzo 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E comincia il tempo in cui le persone tornano a scegliere in base all’”offerta politica”, ai contenuti; perché nell’Italia in cui finisce (anche, “così”), oggi, ciò che era cominciato nel dopoguerra, gli italiani chiedono alla Politica di tornare ad indicare loro un orizzonte, e il modo in cui, concretamente, lo si possa perseguire. Per ritrovare la motivazione che consentì ai nostri nonni – forgiati dalle guerre e dalla dittatura – di compiere il boom e di lasciarci un’eredità tale da vivere di rendita fino, appunto, ad oggi. Quando però quell’esplosione di capacità, di genio, di creatività ha terminato la propria spinta propulsiva, la propria onda lunga, ed è necessaria – ora! – una classe dirigente che sappia – perché ne sente l’esigenza (morale) avviarne una nuova. Ora, prima che sia troppo tardi. Tutto questo è perfetta- mente (?) “certificato” (speriamo non sia proprio il caso di dirlo), scrive l’ex spin doctor di Berlusconi, dal volto (al contrario) e dalla vittoria (sia pure ora rimessa in discussione), nelle primarie del centrosinistra a Palermo, di Ferrandelli – ma anche dal buon risultato di Davide Faraone – 31enne ex Idv che proponeva – perché aveva, da dire – qualcosa per la città. E, comunque, una visione, una – in tutti i sensi – prospettiva. quella che l’attuale classe dirigente autoreferenziale non è più in grado di offrire. Perché non (ne) sente più (la) necessità. E quindi sì, caro Pigi, è ora di “toglierci dai c…”. Ma non tutti (noi), ma voi che siete al potere da (ben più di) vent’anni, i trenta del nostro declino, e di certo – è ormai comprovato – non avete le risorse (morali, e – quindi – Politiche) per farci rialzare in piedi e ripartire. Come – sia pure in modo diverso – non le ha il presidente del Consiglio e il suo governo, Politico nel momento in cui sarebbe meglio si limitasse ad essere tecnico (quando minaccia di – non – riformare il lavoro abolendo l’art. 18, configurando una concezione – Politica – liberista e legata – in tutti i sensi? – al mondo dei mercati), e tecnico quando dovrebbe essere Politico (se è vero che sia necessario offrire un punto di riferimento al Paese non solo nei termini, meritori, di un buon esempio – di sobrietà, direbbe Papaleo – ma anche come leadership e capacità di indicare un orizzonte e suscitare il necessario entusiasmo. Necessario ad un Paese che ha bisogno di rialzarsi, e ritrovare se stesso, e non solo di vedersi cambiare regole che non ha la forza – di fare – per “rispettare” – in senso – anche – alto). Il commento del capo di Crespi Ricerche. di LUIGI CRESPI Read more

Siamo salvi (? Per un po’), ma pure fermi Governo non sa come generare crescita Tocca al Pd caricarsi sulle spalle il Paese Bersani, l’Udc ritornerà presto con Silvio Pd ‘torni’ ad essere (lui) partito dell’Italia (Ri)facendone (ora!) la culla innovazione

marzo 4, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Stiamo perdendo altro tempo. L’azione di pura amministrazione dell’esistente – di reiterazione del modello “attuale” (?) – messa in campo dal governo Monti è retrodatata, e/o priva di progettualità. L’affidamento delle sorti del Paese ai tecnici ha rappresentato una soluzione necessaria per affrontare l’emergenza, e nella sua capacità di far rientrare la crisi del debito offrendo rassicurazioni ai mercati anche rispetto alla serietà della nuova stagione di governo, l’esecutivo dei professori ha assolto alla propria funzione e reso un servigio all’Italia. Ma questo vale per un mandato di poche settimane/ mesi: il tempo di far rientrare la crisi nella sua fase più acuta, appunto, e di ripartire. Ecco: per ripartire il governo Monti è invece – spiace rilevarlo, proprio per il rispetto e la riconoscenza che gli dobbiamo – inadeguato. Il governo Monti ci sta spingendo a (ri)adeguarci ad un modello che è ormai superato: perché sta mostrando tutti i suoi limiti (come se non lo facesse, peraltro, da tempo) anche laddove è (in)compiuto – come negli Stati Uniti, la cui soluzione-tampone di alzare, ogni volta, il tetto del debito per potervi rientrare ed evitare il default, non può nascondere il fallimento di una politica economica in declino e che ha vissuto, fin’oggi, sui limiti delle altre e, per il resto, su un dominio di tipo – quasi – coloniale – e perché la stessa “soluzione”(? -)proposta di/ da Marchionne, altro non rappresenta che la certificazione di tutto questo, nel suo costituire un passo indietro rispetto alle conquiste (non solo per il diritto dei lavoratori) raggiunte (in Europa). Modernità – almeno per l’Italia che è già stata, e può tornare ad essere, la culla della civiltà; e non soltanto un Paese qualunque, più o meno “affidabile” e integrato, (ma) come (pezzo di) mercato, nel capitalismo mondiale – non è (necessariamente, soltanto) recepire (quindi) la piattaforma dell’ad Fiat, fatta (solo) di (sempre) meno diritti. E’ dirci, al contrario, che il lavoro non può (più) essere un “mercato”, perché le persone non sono merce e scambiarle semplicemente come se fossero prodotti – senza dare loro garanzie circa la libertà di costruirsi la propria vita, anzi, al contrario – è controproducente. Per tutti. E non è più sostenibile, nemmeno da parte di quel capitalismo che, per questo, vede mettere a repentaglio la propria stessa esistenza e il suo potenziale di pacificazione del pianeta. Che rischia di esplodere – definitivamente – in (rinnovati) conflitti se la crisi mette a nudo l’inconsistenza delle nostre vecchie certezze (materiali), e noi continuiamo – ciò nonostante – ad insistere ad affidare alla sola economia (liberista) il governo delle nostre vite (comuni). Ecco: modernità è capire tutto questo, e cambiare (un po’) direzione; non in senso vetero-comunista, anzi!, ridando linfa e futuribilità a quegli stessi interessi. Solo, umanizzandoli; riportando l’economia nel suo alveo di governo degli scambi (commerciali); restituendo alla Politica la cabina di comando del mondo. E Monti, presidente del Consiglio dei poteri forti, ma onesto e responsabile, ha una straordinaria opportunità di favorire questo processo mediando per questo compromesso (al rialzo). Non, come dice Matteo (Renzi), usare il consenso per fare il bene del Paese – ché per questo, il consenso cresce da solo, non c’è bisogno di averne un tesoretto – in tutti i sensi? – da spendere – ma per fare il bene di (tutti) i Paesi (e della futura unica nazione mondiale) convertendovi anche banche, potentati, multinazionali, facendo capire loro che è l’unica via per la (propria) salvezza. Riportando là dove ci sono le persone, e non merci, non più la semplice competizione (omologante – allo – stesso – target), non più il semplice mercato, ma – finalmente – la collaborazione, il sistema. E, proprio grazie a ciò, la (vera) libertà. L’Italia, che per colpa dell’”attuale” (? Proprio per questo) classe “dirigente” – di cui Monti fa parte da “almeno” diciotto anni – è indietro di trenta rispetto agli altri, ed è chiamata – perciò – a rifondare da zero il proprio sistema (?), ha – proprio per questa ragione! Straordinaria opportunità e non limite - l’opportunità (appunto) di indicare un nuovo modello. In concreto, si tratta (sì) di riorientare il nostro sistema nel senso dell’innovazione, ma a 360°, recuperando anche – attraverso la formazione, l’arte, la filosofia, la cultura; oltre alla capacità di generare i migliori, e più avanzati, “prodotti” sul mercato – la capacità di ripensare il nostro futuro. Innovazione stella polare di un nuovo sistema-Paese – e non più, solo, di un mercato – in cui le persone siano motivate a tornare ad interessarsi (prima di tutto) ai contenuti (e non più solo al gossip pigro e autoreferenziale di ogni micro(?)cosmo della nostra società, “grande fratello” – orwelliano – d/nell’era della comunicazione); in un’Italia resa “campus a cielo aperto” anche grazie ad un uso finalmente illuminato della tivù pubblica, e rifacendo della nostra scuole e della nostra università il punto più avanzato dell’istruzione nel mondo. E (ri)”collegando” tutto questo al mondo del lavoro attraverso la formazione (continua), mezzo con cui le imprese e i lavoratori – verso anche una maggiore condivisione delle scelte rispetto allo stesso percorso (di innovazione) delle aziende – possano rigenerare loro stesse/ i. Libertà di licenziare solo in una tensione alla crescita (e solo quando i numeri – del Pil – certificano che ci si sta riuscendo, onde evitare ogni – inutile – carneficina) e smettendo di prenderci in giro con tutti quegli specchietti per le allodole (di corsi fini a loro stessi) che mirano a convincerci che sia necessario (per quella stessa in-sostenibilità) abolire l’articolo 18, per poi, chi si è visto si è visto. Indennità di disoccupazione legata alla formazione, sì, ma non nell’attuale florilegio di stage, corsi convegni che (si) esauriscono (la loro spinta – vitale) un minuto dopo che l’azienda ha avuto la possibilità di licenziare. No, dunque, alla proposta-Ichino, finalizzata a valorizzare (solo) se stessa. Un sistema, invece, di formazione frutto di uno sforzo congiunto delle imprese e dello stato, che venga prima della libertà di licenziare (in sé) e si adotti come soluzione strutturale nella prospettiva di quello stesso (ri)orientamento nazionale verso la cultura e l’innovazione. La cultura non si mangia, ma – se (ri)genera se stessa, generando nuova umanità; e se non diventa un ramo…morto della nostra società, parassitario come la politica autoreferenziale – può dare da mangiare. Anzi: può consentirci di conoscere quel nuovo Rinascimento che è la (nostra) vera modernità, e che può cambiare, se la Politica ci crede, gli stessi destini del mondo (intero).

Dopo l’(ennesima) Caporetto (di Genova) Non san ‘governarlo’, vogliono rifare Pci Cari Pigi, Massimo: (ma) Pd non è vostro Come non è (la) vostra (l’)Italia (! Di oggi) Se Pd – e l’Italia – sono dei (loro) giovani E la Politica è (ri, sì) costruire (ma) futuro E non riesumare (un) passato (ora finito)

febbraio 16, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Provo vergogna per come l’Europa sta trattando la Grecia”, dice Bersani. Ovvero per la richiesta di sacrifici “immani” da far ricadere – direttamente – sui ceti popolari. E’ questo il dilemma della sinistra (in Europa) oggi, si chiede Gad Lerner sul suo blog? Doversi snaturare – come Bersani sta poi facendo in Italia, dove appoggia un governo che ha la stessa mission e ha compiuto scelte simili, sia pure nella minor gravità della situazione, a quelle del suo collega greco Papademos – per assicurare la tenuta dei bilanci, senza poter assolvere – anzi, contraddicendo – quella che (si) ritiene essere la sua funzione (storica), redistribuire (tout court – ?) la ricchezza di/ in una nazione? Ebbene, questa contraddizione rischiava di non avere soluzione (?) fino a vent’anni fa. Quando non c’era il Partito Democratico. Il quale nasce per superare, in sé, questa “visione corta” e offrire alle persone “più deboli” la prospettiva di una (vera) ‘integrazione’ – non solo una tantum e in forma di “elemosina” – in una società che abbia – semmai – “sempre meno persone bisognose di ricevere la carità e sempre più persone desiderose di farla“. Consentire alla sinistra di tornare ad essere maggioritaria in un paese che negli ultimi quindici anni ha votato in maggioranza a destra; e (ri)costruire, così, la propria egemonia culturale, in una società (politica) che – prima di tutto con questa stessa sinistra (!) post(?)comunista(?) – si è progressivamente appiattita sulle (esclusive) tesi della destra. Il Partito Democratico è nato per superare l’ostilità di poteri forti, classi privilegiate, interessi vari – che tenderanno a non voler cedere mai, come non è mai avvenuto nel corso della storia, tanto meno nel secolo del comunismo, i propri benefici – offrendosi – in virtù della propria maggiore onestà e responsabilità – di agire più efficacemente degli altri per il bene di (tutto) il Paese, e, una volta riconquistato il potere, poter fornire a tutti gli strumenti (in primo luogo Culturali) per ottenere la propria (definitiva!) “liberazione“. Partendo, naturalmente, dai giovani di oggi, plenum della società di domani. Una liberazione ottenuta (appunto) con le proprie mani, grazie alla piena espressione (di sé/ in sé) di un (vero) principio di libertà (individuale). Che consenta una crescita (non solo economica) all’(intero. E non solo ad una parte – minoritaria di) Paese. Per questo, per il bene di tutti, il Politico.it non può accettare la “minaccia” di una “regressione” del Pd (quello vero, quello di cui abbiamo descritto il senso e tutt’oggi – non – “esistente” in – sola – potenza) in Pci (in cui consiste(?) in fondo già l’attuale Pd), che affrontiamo anche con le parole, che state per leggere, dei capi di Insieme per il Pd, l’associazione alla quale fa riferimento il deputato Democratico Sandro Gozi che si oppone alla deriva immaginata dall’attuale mag- gioranza del partito. di G. MAESTRI e G. ROTONDO
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Caro Pigi, ecco a cosa andiamo incontro Monti come Dini nel ’95. Ma ora pro Silvio Il governo ha (ri)messo in sicurezza conti E democrazia richiede pur sempre il voto Togli il (tuo) sostegno prima che sia tardi Qui progetto/programma per (nostro) Pd

febbraio 7, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ebbene sì. Il governo Monti rischia di diventare per il centrodestra ciò che il governo Dini rappresentò per il centrosinistra nel ’95. E, quel che è peggio, a parti (doppiamente) invertite. Perché nel ’95 l’esecutivo presieduto dall’ex direttore generale della Banca d’Italia fu il frutto di un ribaltone (ispirato dal presidente Scalfaro, a cui va il nostro ricordo), che pose fine alla prima esperienza a Palazzo Chigi del Cavaliere e assicurò – poi – la vittoria alle elezioni di un anno e mezzo dopo della sinistra. Che nel ’95, caduto Berlusconi per mano di Bossi, aveva bisogno di riorganizzarsi; e di trovare un candidato vincente. Quell’anno D’Alema fece un uno-due che rimarrà negli annali della politica politicista (?): ricucì (un rapporto. E una, conseguente, alleanza) tra sinistra riformista e centro cattolico progressista; e trovò in Romano Prodi l’uomo che avrebbe portato i post (?) comunisti al governo per la prima – e poi anche una (breve) seconda – volta nel corso della loro storia. Fu così che il periodo di governo del centrosinistra – cominciato di fatto con Dini, che fu decisivo (al punto da entrare poi nella squadra di Massimo neo-presidente del Consiglio, nel ’98) per dare al Pds il tempo di riorganizzare il fronte progressista – potè proseguire, sia pure in modo incompiuto per ciò che riguarda il possibile cambiamento (Politico. Del Paese), fino al 2001. Oggi tutto questo rischia di ripetersi ma a favore della destra: Berlusconi, andando al voto in primavera – e tanto più pochi mesi or sono, quando però le condizioni economiche dell’Italia non consentivano responsabilmente di propiziare questa ‘avventura’; ma oggi, grazie naturalmente a Monti, sì – avrebbe (ancora) difficoltà a riproporsi in chiave vincente; ma cosa accadrà tra dodici mesi, per di più se la linea dell’esecutivo dei professori tenderà a premiare sempre più – e, così, a (pure, peraltro, com’era auspicabile) ri-generare – una visione e un programma di cultura politica (giudica ad esempio Amenduni su Fb) ‘di destra’? La riforma (?) del mercato del lavoro immaginata da Monti non è ciò che serve all’Italia, e rappresenterebbe davvero un peccato (Politico; grave) regalare altri cinque anni (almeno) ad una gestione a rischio di essere poco onesta e responsabile come quella che i pur eredi del Cavaliere – e non ancora la destra che pure tutti sogniamo possa tornare a competere anche da noi – finirebbero per offrire, con le proprie, stesse mani. Fino ad oggi al centrosinistra è mancato il progetto, e un programma. Ma il giornale della politica italiana – i cui spunti sono ormai unanimemente riconosciuti per la loro autorevolezza e largamente seguiti e ascoltati – non elabora, ormai da mesi, contenuti Politici per un esercizio fine a se stesso; e, sia pure in una prospettiva che noi auspichiamo maggiormente unitaria (ma del Paese, e non delle forze politiche politicanti di oggi), è chiaro che si tratta di contenuti ispirati ad una sensibilità progressista. Allora, caro Pigi, eccoli ancora una volta a tua (nostra) disposizione: il progetto, il programma, e persino un (possibile) governo (con ‘nuovo’, rigenerato programma). Il momento, se ci credi, è adesso; fra un anno rischia di non essere più. Quello del centrosinistra.

***Il futuro dell’Italia***
VENDOLA E DI PIETRO? ENTRINO NEL PD
di MATTEO PATRONE

gennaio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

I capi della sinistra radicale propongono a Bersani un’alleanza elettorale (?). Ma perché quello che dovrà essere – di gran lunga e stabilmente – il primo partito italiano, dovrebbe regalare la (propria) golden share – assicurando loro voti che altrimenti non raccoglierebbero mai – a due movimenti minoritari, populistici e personali come Idv e Sel?
di MATTEO PATRONE Read more

‘Diam le briciole e si salvi chi puo” L’autoreferenzialita’ della sinistra

gennaio 3, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

De Gaulle: “Non amo i socialisti perche’ non sono socialisti”. Qualcuno potrà brandire una caricatura di Sarkozy, per segnalarci che il gaullismo é una declinazione del conservatorismo e comunque una opzione politica di destra. Ma Sarkozy non é De Gaulle, che in Francia ricordano soprattutto per avere guidato – con coraggio e generosità – il proprio Paese fuori dalla palude della guerra e avere dato il là ad una ripresa che ha offerto la possibilità del benessere anche a coloro che, altrimenti, sarebbero stati peggio. E qui sta il punto: se in vece di De Gaulle avessimo avuto, alla testa della Francia, uno dei rappresentanti del post-comunismo italiano di oggi, avremmo assistito ad una politica assistenziale che li’ per li’ avrebbe riavvicinato le condizioni dei deboli a quelle dei meno deboli; salvo, magari, qualche anno (o mese) piu’ tardi, ritrovare l’intero paese impoverito e, in buona sostanza, un “numero” di persone che non ce la potevano fare maggiore di quello di partenza. Ed é in questo che, come dice De Gaulle, i socialisti non sono tali: perche’ quella che mettono in campo non é una reale opzione per assicurare buone condizioni di vita in modo stabile e duraturo a tutti, a cominciare, ovviamente, da chi non le ha; ma solo di offrire (loro) un illusorio palliativo che – tanto piu’ se tutto questo avviene in un Paese in condizioni difficili come l’Italia oggi – ha la durata di un lampo nel cielo e – quel che e’ peggio – rischia di generare fenomeni involutivi e, in ultima analisi, impoverenti per l’intera società. I veri socialisti, al contrario, non sentono il bisogno di dichiarare di esserlo, e di manifestarlo apparentemente; i veri socialisti hanno davvero a cuore le condizioni di… tutti; “piangono” per loro e – se fanno politica e se ne assumono la responsabilità – immaginano una strategia organica e complessiva per consentire al proprio Paese – se questo e’ messo male – di rialzarsi, e di farlo in un modo e in una (rinnovata) prospettiva – anche, se non soprattutto, culturale – nella quale ci siano sempre meno persone bisognose di ricevere la carità, e sempre di piu’ desiderose di farla. Perche’ la carità è santa; e, appunto, beato e’ il paese che ha in se’ le motivazioni per farla (diffusamente). Ma e’ una proiezione individuale, che non ha nulla a che vedere con la politica. La politica che facesse la carità – scegliendo la (sola, o prioritaria) via dell’assistenzialismo - non sarebbe una politica ‘caritatevole’, ma una politica deficitaria. Che, a lungo andare, aumenterebbe la poverta’. Read more

Pigi: ‘Non è ora di toccare lavoro’. Monti: ‘Tema non maturo’. Ma sblocco situazione passa di lì

dicembre 24, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Bersani: ‘Non è momento di toccare lavoro’. Monti: “Già, il tema non è maturo”. E invece sblocco di situazione passa di lì. Ma nodo non è (solo) libertà di licenziare. E il modello non sia “danese” ma italiano. Politico!, e non solo tecnico-”regolativo”. Innovazione stella polare nuovo sistema. Ma non è possibile se Pd guarda indietro.

Ha ragione, il segretario Democratico. “E’ il lavoro” su cui dobbiamo “puntare”. Ma non nel senso in cui lo intende lui. Pigi riesuma, in buona sostanza, il vecchio mantra socialista: “partito dei lavoratori”, sinistra come difesa (ad oltranza) dei loro interessi. E, certo, puntare sul lavoro non può voler dire “sterminare” (socialmente) un’intera “classe”, dando il via libera al “licenziamento selvaggio” per di più, come giustamente è stato fatto notare, in un momento in cui – con le imprese in sofferenza – ciò significherebbe una vera e propria carneficina. Ma, evidentemente, lo status quo – o un ulteriore avanzamento (?) nella stessa direzione – non può rappresentare parimenti una soluzione se è vero che, anche per questo, ci troviamo oggi in una condizione, in tutti i sensi, deficitaria. Ecco allora che, in un dibattito pubblico finalmente – almeno – rivitalizzato e politicizzato – perché questa, è la Politica; e non la “partita a scacchi” delle fazioni, con i suoi retroscena – comincia il confronto tra e sui modelli: con quello danese che la fa da padrone nell’attrarre l’interesse e la curiosità di chi, con onestà e responsabilità, si pone la questione di cercare una soluzione concreta al “problema”. Ma, poiché quello stesso dibattito viene comunque sviluppato dagli stessi protagonisti degli ultimi vent’anni di autoreferenzialità – dei quali, purtuttavia, va sinceramente apprezzato lo sforzo, che contribuisce, a sua volta, a migliorare la situazione e a farci tendere verso un esito complessivo positivo – il modello finisce nel tritacarne delle visioni distorte di destra e di sinistra; deformato – comunque – dalle ideologie. E così la sinistra Pd conclude, in buona sostanza, che si possano mantenere, e che la priorità vada data all’inserimento, degli ammortizzatori sociali – molto generosi – presenti in quel modello; i “riformisti” a loro volta ideologicizzati in questo senso, propendono per abolire l’articolo 18, e chi s’è visto s’è visto. Ma se il modello danese, così com’è, rischia di essere troppo “costoso”, e comunque c’è qualche dubbio che possa essere adottato da noi, non sarà perché, appunto, si tratta di un “pacchetto all inclusive” pensato per un’altra realtà e con altre premesse e altri obiettivi? E perché, allora, non fare ancora un piccolo passo, tornare ad avere una coscienza della nostra capacità (nazionale) propositiva e propulsiva, e immaginare un modello – “”"solo”"” – italiano? Che, guarda caso, esiste già; e, guarda caso, assomiglia molto a quello danese (non per nulla definito il “miglior mercato del lavoro del mondo”). Ma è, appunto, italiano. ovvero nasce dalle nostre esigenze e non ha fini ideologici, bensì l’unico obiettivo di contribuire alla costruzione (complessiva) del nostro futuro. E il modello è quello messo in campo (come la gran parte delle “innovazioni” acquisite dalla politica italiana negli ultimi tre anni), con il primo riferimento in questo senso in un articolo del febbraio 2010 (!) – quando, su queste pagine, già si parlava della necessità di “salvare l’Italia” e si indicavano le possibili strade da percorrere; che presto diventeranno, come quella consapevolezza, a loro volta senso comune nella politica e nel giornalismo autoreferenziali – sia pure ora in risveglio – che ancora faticano – però – a liberarsi dei propri condizionamenti e ad affrontare la realtà con lucidità e lungimiranza – da il Politico.it. E che consiste in un sistema in cui tutti possano essere licenziati, ma in un Paese che ha deciso di dare tutto per tornare grande, e che per farlo ha scelto la via dell’innovazione, alla quale chiede alle proprie imprese di riorientarsi; ed è in questa prospettiva che i licenziamenti, o meglio le assunzioni di “nuove” risorse umane nuovamente preparate a svolgere le mansioni rinnovate e maggiormente specializzate nelle loro aziende ricostituite per innovare, vengono decisi non per “salvare il salvabile” ma in una tensione alla crescita, sostenuta da una formazione continua che fornisca gli strumenti (tecnici, culturali) ai lavoratori per alimentare quello sforzo delle imprese, anzi, per guidarlo; e sciolga, ad un tempo, il “nodo” dei periodi di sospensione dal lavoro tra un impiego e quello – maggiormente avanzato e specializzato – che si andrà a svolgere in seguito. Il tutto occupando, comunque, i lavoratori; rigenerando mediante lo studio la loro capacità di rendimento anche attraverso un recupero di spessore e lungimiranza; e giustificando una indennità di disoccupazione che, a quel punto, non sarà più a “fondo perduto”, bensì rappresenterà un investimento nel futuro del Paese. Il modello danese appunto assomiglia, ma parte da altri presupposti e non ha la stessa carica propulsiva. E l’Italia oggi ha bisogno di rilanciare, e non solo di “rinculare” difensivamente. O sarà peggio. Per tutti. Ma tutto ciò non sarà possibile senza il contributo, libero, della principale forza onesta e responsabile di questo Paese. E il Politico.it ha seri dubbi, rafforzati dalle reazioni di queste ore, espressi la prima volta un paio di mesi fa nel pezzo del nostro direttore che stiamo per rivedere, che questo Pd, formato dalla classe dirigente dell’ultimo, decadente, Pci -del quale tuttavia questi esponenti sono culturalmente e ideologicamente impregnati e dal quale non riescono ad emanciparsi- possa assolvere a tale funzione.
P.S.: Il Corriere racconta oggi (24 dicembre) un’indagine pluriennale su un campione di oltre 100mila aziende che rivela sostanzialmente due cose: a) – ci sono molte offerte-posti di lavoro che non vengono occupati, nella gran parte dei casi perché i nostri giovani non sono disposti a svolgere mansioni che considerano riduttive soprattutto del loro agognato (dai loro genitori, “figli” – loro – del materialismo sessantottino) prestigio sociale; ed è per questa ragione, e sulla base della disponibilità di questi posti inevasi, che una parte della nostra politica sostiene la necessità di far entrare nuova forza-lavoro, disponibile per le peggiori condizioni di vita da cui “proviene” ad accettare quelle offerte che i nostri ragazzi, invece, disdegnano. E, in secondo luogo, b) – che una grossa – e crescente, ma ancora troppo lentamente – fetta di prima occupazione giovanile alimenta una autoimprenditorialità che resta comunque fenomeno ancora poco diffuso in un nostro Paese economicamente ma, soprattutto, culturalmente arretrato. Ed ecco il punto da cui far discendere la possibile “soluzione”: se sarebbe sciagurato proporre ai nostri giovani di studiare di meno per avere “strutturalmente” minori ambizioni – ma anche minori capacità e minore libertà – e quindi abbassare, in buona sostanza, il livello della domanda così da farla incontrare con quella offerta di basso profilo (proposta Tremonti) – e si tratta invece di fare esattamente il contrario! – purtuttavia un Paese che voglia crescere, e che per farlo ha bisogno di occupare (prima di tutto) i suoi giovani, per queste due stesse ragioni è un Paese la cui Politica deve (ri)cominciare a darsi un respiro e una profondità d’azione anche culturale, per poter intervenire sulla scala di valori (?) che dà luogo al prestigio sociale, “togliendo” allo (stretto) guadagno economico e all’attuale, presunta “rilevanza” “sociale” il riconoscimento che andrà ad attribuire al valore umano, culturale e alla capacità di vedere nel lavoro uno strumento per racimolare ciò di cui sostentarsi, sì, ma anche il modo in cui contribuire a raggiungere quell’(alto) obiettivo comune che, pure, “prima o poi” andrà indicato, o continuerà a rappresentare una chimera che non farà la sua parte per aiutare la ripresa economica (e non solo) nazionale. Il che significa anche che l’universalità del diritto allo studio (fino alla laurea, per poi accedere ai circuiti di formazione permanente) andrà garantita fino in fondo come oggi non avviene, e che la preparazione che i nostri ragazzi matureranno dovrà essere fatta considerare loro come un patrimonio da “spendere” non solo in funzione di una maggiore o minore disponibilità economica, ma per avere una (effettiva) libertà (anche di scegliere il proprio modello di vita) che i loro padri, e in qualche caso i loro fratelli – proprio per la “mercificazione” della stessa formazione scolastica e di base – non hanno avuto. E ciò potrà sostenere (ulteriormente) i nostri giovani nella scelta, anche, di tentare la strada di un’imprenditorialità innovativa che innestata nello sforzo complessivo per riorientare il sistema in questo senso rafforzerà – dal “basso” – le possibilità di riuscita – e quindi di avere anche ricadute economiche positive che alleggeriranno quello stesso “sforzo” – del tentativo. Tanto piu’, naturalmente, quanto piu’ saranno stati eliminati lacci e lacciuoli che oggi frenano – anche sul piano “regolativo” – questa vitalità (sotterranea). (Ed) è – ovviamente – la Politica che deve guidare tutto ciò! Contando finalmente sulla sponda di qualche giornale – come il nuovo, splendido Corriere di de Bortoli – che torna a sua volta a fare il proprio mestiere. Contribuendo -come dimostra questo stesso uno-due- alla costruzione del futuro dell’Italia.

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Classe politica (?) che non sa e non decide Come già negli anni venti “dopo” la guerra Creò le condizioni per l’avvento dei regimi Fatevi da parte prima che sia troppo tardi

dicembre 12, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La Germania ha paura del fantasma di Weimar. E “decide”, così, di non decidere. Sarkozy non teme confronti. Ma non ha contenuti da mettere in campo, e così si limita a fare il maestrino-giudice universale, minacciando fuoco e fiamme e, soprattutto, ricordando a tutti che la fine è vicina. Da noi, D’Alema propone la riunione delle forze progressiste europee, così che poi, a quel punto, possano stilare e proporre un programma comune. Altri, propongono di riformare prima l’architettura istituzionale: così che poi, a quel punto, qualcuno possa decidere cosa fare. Ecco. E’ esattamente in questo clima di sterilità ed attendismo, che all’inizio del Novecento le piantine fino ad allora deboli e da molti ridicolizzate dei futuri regimi totalitari, ebbero modo di germogliare e poi di rafforzarsi, fino a diventare, dopo il passaggio della guerra, i tentacoli che strinsero nella morsa mortale (purtroppo, in tutti i sensi) l’Europa di allora. Mussolini e Hitler? Considerati, dai più, alla stregua di “sfigati” estremisti, un po’ pazzi, capaci al più di raccogliere attorno a sé minoranze di personaggi del loro calibro. Già. Finché la condizione dei cittadini europei non divenne tale da non consentire più, a persone abituate – e ieri meno di oggi – a valutare e a quantificare il proprio livello di benessere sulla base, in buona sostanza, del solo potere d’acquisto, di sopportare che al proprio disagio e alle proprie, in qualche caso, sofferenze, si contrapponesse, in modo stridente, una politica parruccona e inconcludente, nonostante (per di più!) un grado di dignità ben superiore a quella dei “poltronisti” di oggi. Immaginate Giolitti e uno Schifani, o un Casini: paragone impossibile. E, certo, rispetto ad oggi questa differenza di spessore e di dignità si articolava-traduceva anche in un livello di partecipazione (diffusa, popolare) e “mobilitazione” nazionali-nazionalistiche – le nazioni sono appunto frutto degli anni immediatamente precedenti – ben più grande, che costituisce componente essenziale perché quelle piantine di cui abbiamo parlato abbiano potuto ingrossarsi, di uno scontento che trovava nello “spirito forte” di quelle fazioni ancora minoritarie un elemento di non contraddizione (anzi), o di non estraneità rispetto a possibili soluzioni-prospettive “politiche” da imboccare purché li/ ci portassero fuori dalla “crisi”. E, tuttavia, avere una classe politica “giolittiana” – ci perdoni lo statista – nel senso più deteriore dell’aggettivo, ovvero che il suo unico obiettivo appare, oggi, reiterare se stessa, e così – ancora – il leader del partito che potrebbe/ dovrebbe fornire una “risposta” a questo punto di rottura, Pigi, rimanda a sua volta alla costruzione di una coalizione di salvezza nazionale la definizione di quelle idee, di quei piani, di quel progetto, di quelle soluzioni - non può lasciarci dormire sonni tranquilli. Lo abbiamo già scritto: non decidere – e non, per colpa di una “falla” nei meccanismi decisionali: la falla c’è, ma riguarda la capacità di attivare quei meccanismi sulla base di sogni, idee, proposte concrete – è di per sé antipolitica e, semmai, minaccia di sostituire la “piazza” – e le voci critiche, ma sempre in chiave costruttiva!, come la nostra - onesta e responsabile che chiede soltanto uno scatto di reni, con un’antipolitica vera, quella che coincide con la negazione (“finale” – ?) della democrazia. Se non “ne” avete più, fatevi da parte. Essere giovani non è tutto – e lo può dire con forza e credibilmente il Politico.it che non ha mai strumentalizzato questo ipotetico “vantaggio”, parlando sempre e solo di contenuti – ma, ad un certo punto dei cicli e della Storia, può essere la “sola” cosa che serve. Ad evitare, al”meno”, il rischio di una dittatura. Read more

Cristiana: ‘Uno Stato che protegga come una famiglia’ di G. Baffigo

dicembre 10, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non più, dunque, una società “castale” (in tutti i sensi), bensì un welfare che piuttosto che “investire” sul nucleo “chiuso” della famiglia così com’è oggi, crei una comune rete non assistenziale ma costituita da strutture che aiutino la vita di tutti. Sul modello delle socialdemocrazie nordeuropee, che significa anche abbattimento (appunto) dei compartimenti stagni delle corporazioni e dei vari lacci e lacciuoli e privilegi (che sono la stessa cosa), per una società liberale che non “dimentichi” – però – di essere un “collettivo”. La giovane esponente Democratica e scrittrice romana, intervistata dalla nostra vicedirettrice, dice la sua anche su Renzi (“E’ un sindaco Pd, lo devono capire e ricordare tutti a cominciare da lui stesso”) e sulla candidatura di Giovanni Bachelet alla segreteria dei Democratici laziali. di GINEVRA BAFFIGO
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Prima di welfare e della casta (a-’politica’) Zedda: “Tagliare enti e organismi inutili” Ebbene sì, esistono, e (ci) costano. Molto Ora e senza guardare in faccia nessuno

dicembre 2, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il primo dell’attuale classe dirigente ad avere “denunciato” la questione è Nicola Zingaretti: “La vera casta – disse il presidente della Provincia di Roma, papabile per la (futura) leadership del Pd e candidato (sostenuto anche da Veltroni!) alle primarie per la scelta della candidatura a sindaco nel 2013 (…) – non sono i (così detti: bisogna naturalmente vedere come sono concepiti e organizzati) “costi della democrazia” (ovvero quelli che, più direttamente, siamo “abituati” – di questi tempi – ad “attribuire” al concetto di casta: vitalizi, prebende e rimborsi vari, che hanno comunque anche la (reale) funzione di assicurare l’indipendenza degli eletti, e dunque una democrazia che altrimenti dipenderebbe dai flussi di denaro, e dalle lobbies, nascoste) bensì i costi (indiretti) dell’autoreferenzialità della nostra attuale classe dirigente: le loro nomine, compiute negli ultimi trent’anni, a carattere familistico e clientelare, parziale e non “funzionale”, che hanno costruito attorno al corpo – tutto sommato, snello – della politica una sovrastruttura, pletorica, inefficiente, quando non inutile, e tale da generare-costituire sprechi tout court, fatta di (appunto) (false) istituzioni, consigli, commissioni, organismi vari. Che – rimarcava Zingaretti – a differenza della politica non sono nemmeno sotto il nostro controllo, non essendo sottoposti al “vaglio” del voto, bensì figlie di nomine che – essendo d’altra parte (state) fatte dai nostri politicanti di oggi – raramente rispondono a criteri di onestà e responsabilità e sono fatte nell’interesse della nazione”. (Ovvero,) di tutti. Quando, addirittura – ma non si tratta di un’eventualità tanto rara – quegli stessi organismi non siano stati creati ad hoc allo scopo di piazzare, appunto, figli e figliastri, e dunque nemmeno in origine la loro istituzione abbia corrisposto ad una reale necessità. Che cosa si aspetta a partire da lì? Questa è la vera “casta” parassita dello Stato! Completamente inutile, inattiva, frutto e fattore di reiterazione dell’autoreferenzialità e della “corruzione” (in senso ampio) della nostra (stessa) classe politica, che naturalmente su quegli organismi, e su quelle nomine, basa anche un (proprio) ritorno, appunto, di tipo clientelare, e, in ultima analisi, il fondamento (stesso) della propria (possibile) autoreferenzialità. Se il governo tecnico – come, peraltro, anche un po’ irresponsabilmente viene sostenuto: perché d’accordo sostituire per un (breve) periodo la politica, ma sarebbe veramente inconcepibile, e inaccettabile – e rappresenterebbe la fine “definitiva” prima della politica e quindi, poi, della democrazia nel nostro Paese – che si ritenesse, cinicamente e (molto) inconsapevolmente, che la politica sia “fatta così”, che il ruolo dei politici sia (anche) “fare i propri interessi” (almeno, di parte), e che non ci si possa, debba, aspettare da essa un moto, e una riappropriazione (di sé), (anche) su questo piano - ma se, comunque, dicevamo, il governo tecnico sta lì proprio per fare ciò che si suppone la politica non sia, costitutivamente (?), in grado di fare, questo è – appunto – il (sotto)”livello” dal quale cominciare. Servono comunque i voti, in Parlamento, di coloro che quegli organismi e quelle stesse nomine hanno fatto, a cui quelle clientele risalgono? Si assumano (un’-ultima – volta) la responsabilità di votare contro: il carattere tecnico e l’estraneità, appunto, dell’esecutivo garantirà la distinzione e la chiarificazione delle “colpe”. E se questo ancora non basterà a far sì che questi signori se ne vadano, una volta per tutte, a casa – col loro codazzo di (sotto)nominati, figli e rapporti clientelari – vorrà dire che la “profezia” dell’uomo forte – come alla vigilia del Ventennio fascista – rischierà di avverarsi di nuovo. Considerate le frequentazioni del “capo” (o del simbolo) della filibusta – l’”onorevole” Scilipoti – chissà che a qualcuno di loro ciò non finisca per andare pure a genio. E, magari, sentiremo taluni – naturalmente una volta cambiato “regime” (in tutti i sensi), e quindi assicurata la (propria) sopravvivenza (a-”politica”) - dire che, in fondo in fondo, ci avevano pensato; e che quella che a noi era sembrata una spudorata autoreferenzialità, era, in realtà, tattica politica. Nell’interesse, naturalmente, di tutti noi. (M. Patr.). Read more

Civati: “Renzi destrorso, ma non condanniamolo (a priori)” Baffigo

novembre 15, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Oggi, all’ora di pranzo, l’ultimo esecutivo “degli anni ’90″ riceverà la fiducia di Palazzo Madama. Sul discorso programmatico del neo-presidente del Consiglio. La presenza di Passera, dinamico manager “che parla da ministro” (da prima del giuramento) salva (e rilancia)-”carrozzoni” promette scintille. Ma è (stata) facile la valutazione-previsione che un governo – sia pure “di professori” - in cui non compare nemmeno un under 50 ”non può” (?) avere la prospettiva (in tutti i sensi?) per cominciare – come, pure, abbiamo “suggerito” al neo-capo del governo di tentare di fare – a costruire il domani. Di questo dovrà occuparsi una nuova generazione di dirigenti. Capace di mettere in campo una (nuova – ?) generazione di proposte (insieme alte e concrete). Va in questo senso l’impegno del giornale della politica italiana, culminato (ulteriormente) nell’ultima riflessione del nostro direttore. E’ nella stessa chiave che, ancora una volta – come alla vigilia del – primo - ”congresso“-baby del 2009, al Lingotto - il Politico.it si fa tribuna del confronto nel/ del gruppo di aspiranti leader del centrosinistra ai quali aperse la strada nel 2006 – candidandosi alle primarie per la premiership - Ivan Scalfarotto. E che a tre anni, ormai, da quel loro primo appuntamento “comune” sembrano essere… invecchiati: Marta Meo, animatrice dei “piombini”, si è parzialmente defilata; degli stessi – più recenti – rottamatori, restano solo i rottami (? Dell’alleanza). Al punto che, come abbiamo visto, il mese scorso coloro che un tempo marciavano uniti, hanno colpito (si sono, colpiti?) divisi. Ed è proprio la frammentazione, dovuta, a suo dire, al “personalismo” di alcuni coetanei, l’oggetto delle critiche che Sandro Gozi ha rivolto a Pippo Civati nella prima intervista della serie. Alla quale “risponde”, oggi, il consigliere regionale della Lombardia. Sentito, ancora una volta, dalla nostra vicedirettrice. di GINEVRA BAFFIGO Read more

Ultimi paradossi populismo berlusconiano Pdl addita antidemocraticità (poteri forti) ‘Pd’ vi ri(n)corre (da sempre) per salvarsi Blair: ‘Destra/sinistra non han più senso’ Da berlusconismo esce solo con Politica Che è (“anche”) “ciò” che serve all’Italia
di GINEVRA BAFFIGO

novembre 13, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Politica che non è – naturalmente – né la strizzata d’occhio di Cicchitto alla base popolare; né coincide con la concezione bersaniana di un gioco di squadra che altro non è che l’àncora di salvataggio di leadership inconsistenti. Che sono costrette, perciò, a farsi sostituire. Nell’assunzione di responsabilità. Della guida. Che si declina - in primo luogo – nell’indicazione della strada. E nel sostanziamento del progetto. Oggi l’Italia non ha (?) né l’una né l’altro. E “deve” affidarsi alla dettatura della Bce. Rispetto alla quale comunque il profilo “tecnico” – e la stessa affinità culturale – di Monti è la garanzia, semmai, di una indipendenza che la nostra politica politicante autoreferenziale di oggi non è – appunto – in grado di assicurare. Ma così il Paese vivacchia. E non (se) ne esce. L’attuale classe dirigente non può sopravvivere a questo viatico concepito da Napolitano per salvarci dall’onda lunga della passività berlusconiana. Ovvero il momento in cui alzare gli occhi dallo Specchio – superare l’autoreferenzialità, che è un tutt’uno con il formalismo – non può essere calendarizzato oltre le (future) dimissioni del governo Monti – per mandato esaurito – o la fine della legislatura. E comincia con un profondo rinnovamento della classe dirigente. Rinnovamento – in questo Bersani ha ragione - aperto. A chi non (si) guarda allo specchi(ett)o (retrovisore). E alza, piuttosto, lo sguardo (all’orizzonte). La nostra vicedirettrice ci racconta ora l’ultimo giorno di Berlusconi premier.
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Sta dunque per nascere I governo Monti “Scelta” dichiara inadeguatezza ‘politica’ A Mario diciamo: comincia ad/da innovare Nuova classe dirigente ri/costruirà futuro
di GAD LERNER

novembre 10, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Mario Monti è un economista apprezzato in tutto il mondo, che ci assicura un pronto “recupero” di credibilità. Ma anche una gestione capace, probabilmente, di “salvare” – momentaneamente – l’Italia dal tracollo. E dunque, in mancanza (ancora) di un Pd in grado - mesi fa – di assumere la leadership del Paese, va bene così. E, come ragioneremo in seguito con Gigi Crespi, la recalcitranza di Lega e Italia dei valori conferma la loro (più spiccata) autoreferenzialità – nella diffusa autoreferenzialità della generazione alla quale appartengono i loro “capi” – e il populismo di questi due movimenti – non a caso, nonostante la progressiva (ri)organizzazione dei separatisti – che prima verranno “riassorbiti” in due forze maggioritarie, di centrodestra e di centrosinistra, capaci di rappresentare – dandosi il solo scopo di fare il bene del Paese! Sia pure, eventualmente, a partire da sensibilità e punti di vista non del tutto collimanti – e di “rieducare” anche le istanze dei loro “popoli”, meglio sarà – in primo luogo – per la nostra democrazia, e dunque per l’Italia. Ma – premesso che ora va bene così, e il giornale della politica italiana fornirà tutto il proprio (possibile) apporto in termini di proposte e “suggerimenti” al futuro presidente del Consiglio e al suo governo – in questo stesso momento stiamo celebrando (? Anche. In tutti i sensi) il funerale di una classe “dirigente” (?) e – se di ciò non prenderanno atto i suoi “protagonisti” – della stessa possibilità (almeno in tempi brevi) di una Politica nella nostra nazione. Perché se una generazione porta il Paese alle condizioni attuali, non è (naturalmente) in grado di fornire gli anticorpi alla malattia che lei stessa ha provocato, e non ha la responsabilità di prendere coscienza di tutto ciò e di farsi – prontamente – da parte, è evidente che quella generazione ha fatto il suo tempo, e non può – onestamente e responsabilmente – avere la “pretesa” di reiterare tutto questo. Dunque con Monti, adesso. Ma un minuto dopo – dopo che il suo mandato (in senso tecnico. In tutti i sensi – ?) sarà esaurito - tornino (?) in campo le idee - e coloro che le pro/pre-pongono - su dove vogliamo (ri)portare – per il futuro! – l’Italia. Evitando di cedere alla tentazione di ricandidare senz’altro - ci rivolgiamo, naturalmente, al Partito Democratico, giustamente rintuzzato su questo punto da Goffredo de Marchis in un’intervista di qualche giorno fa a Veltroni – un tecnico che tutti confidiamo possa fornire un’ottima risposta in termini di “gestione” – e scioglimento dei nodi – dell’esistente, ma dal quale non “possiamo” (ragionevolmente) attenderci le (vere) risposte – Politiche! – a partire dalle quali cominciare a (ri)definire e costruire, appunto, il nostro futuro. Prima di passare la palla a Gad, che commenta la nomina, di fatto, del presidente della Bocconi, alla celebrazione, ancora una volta, che non entra nel merito delle questioni – dove sono i contenuti nel dibattito sulla salvezza dell’Italia? Appunto, come rilevavamo nei giorni scorsi, tutto è ridotto ad un “plebiscito” – sì o no – sulle indicazioni della Bce – portiamo l’elemento, utile, che Mario Monti ha dovuto scrivere una significativa serie di editoriali da presidente del Consiglio “in pectore”, prima di arrivare anche alla sola presa di coscienza che, oltre al rigore, era necessario agire perché il nostro Paese riprendesse a crescere (“Fare” un po’ di “archivio” per credere). Dunque, oggi l’Italia, forse, comincerà a salvarsi. Per un altro po’. Ma poi verrà il momento, finalmente, in cui torna la Politica. E, oltre a cercare di sbarcare il lunario, proveremo a lasciare un’eredità – un Paese - un po’ più significativa – e duratura! - alle generazioni che verranno dopo di noi. di GAD LERNER Read more

Gozi: ‘Pippo e Debora? Non mi hanno convinto’ di Ginevra Baffigo

ottobre 25, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

(Anche se) a Bologna molte sono state le (pur – troppo, solo – specifiche, e tecnicistiche – ?) proposte in tema di fisco, quelle tasse che Luigi Einaudi indicava (purtuttavia) come la più potente leva per (ri?)generare uguaglianza. E la questione dello stop al consumo di territorio è entrata – dopo essere stata lanciata da Domenico Finiguerra a Cassinetta di Lugagnano e ”acquisita” – e quindi accreditata - come “idea forte” nell’ultimo anno dal giornale della politica italiana – nel dibattito pubblico (e nella possibile, futura culltura Democratica). A cavallo tra le kermesse (contrapposte – ?) degli ex rottamatori, il deputato del Pd - esponente dell’(altra) anima (compiutamente) Democratica (tout court) di Insieme - sceglie il Politico.it per lanciare messaggi ai (propri) “coetanei”: “Pippo mi è sembrato volersi accreditare come rappresentante giovane della maggioranza bersaniana. Ma i nominalismi non bastano più”. “Matteo è una ricchezza, oltre che un’opzione possibilissima – come non tutti sembrano disposti a riconoscere - se è vero che il Pd o è il partito di tutto il Paese o non è”. L’intervista è del nostro vicedirettore. di GINEVRA BAFFIGO
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Il futuro dell’Italia. Vendola e Di Pietro? Entrino nel Pd M. Patrone

ottobre 24, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma perché quello che dovrà essere – di gran lunga e stabilmente – il primo partito italiano, dovrebbe regalare la (propria) golden share – assicurando loro voti che altrimenti non raccoglierebbero mai – a due movimenti minoritari, populistici e personali come Idv e Sel? di MATTEO PATRONE Read more

Questione di linguaggio. Pd, basta retorica: ecco la realtà Montorro

settembre 8, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

E’ retorica retrodatare di (solo) ”lavoro” in un mondo il cui futuro (altrove già “presente”) ha come proprie parole-chiave conoscenza – cultura – e creatività. E’ retorica difendere “gli insegnanti (e i ricercatori)” quando ciò di cui ha bisogno l’Italia è di sfidare (anche) loro, rifacendo della scuola (e della ricerca) il motore propulsivo della costruzione del domani. E’ retorica “difendere” (tout court), quando oggi difesa significa perdita progressiva di posizioni, se non cadere a picco, tutti insieme. E’ retorica vaneggiare di frontiere aperte, in un mondo ancora attraversato da squilibri e per un’Italia che oggi ha piuttosto da pensare a rimettere in piedi se stessa, smettendo di essere la palla al piede dell’Europa (e dell’Occidente intero). E’ retorica, insomma, la sinistra (così come lo è la destra). Camicie di forza “ideologiche” (? Magari!) che impongono di (non) vedere le cose (in un certo modo). Pacchetti all-inclusive che male si adattano alle esigenze della Storia (che non si è – sarebbe, in presenza della Politica – fermata al ’900). Pensieri (?) (di altri) messi in bocca ad una nuova generazione che così non ha più la capacità di “leggere” (e scrivere) il (suo) Tempo. L’Italia oggi ha bisogno di verità, di (ideale, in tutti i sensi) pragma- tismo, di soluzioni insieme alte e concrete. Ma prima bisogna smettere di giocare a fare il verso ai compa- gni del secolo scorso. di FRANCO MONTORRO Read more

***DL ANTICRISI*** E SULLA MANOVRA PIU’ EQUA(?) OPPOSIZIONI, SINDACATI E MAGISTRATURA PROMETTONO BATTAGLIA

agosto 30, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La manovra più equa, partorita ad Arcore, desta una tempesta di critiche. I sindacati, in attesa dello sciopero generale Cgil indetto per il 6 settembre, sono inferociti. Per la Camusso questo è «un golpe». Mentre il comitato intermagistrature, che coordina l’Associazione nazionale magistrati e le principali sigle rappresentative della magistratura contabile e amministrativa, tra cui l’Avvocatura dello Stato, entra nel merito del provvedimento additando propria nella mancata “equità”, di cui invece Berlusconi si era vantato stamani, ragioni sufficienti a sbarrare la strada al disegno di legge per incostituzionalità. «È del tutto evidente l’incostituzionalità di una disposizione con la quale si opera una decurtazione secca del trattamento economico solo dei dipendenti pubblici, in violazione dei principi di eguaglianza e di progressivià del sistema fiscale» chiosa il Comitato. Ora, in attesa di conoscere nel dettaglio il testo definitivo delle modifiche alla manovra, le toghe si riservano «l’adozione di iniziative di protesta, nessuna esclusa», ovvero una minaccia velata di possibili scioperi. Quanto alle parti politiche il dibattito si sposta sull’asse Pd-Pdl. Il partito dei Democratici, prima ancora che il testo approdi in Parlamento, si dice fortemente contrario alle misure. «La giustizia di Arcore e di Bellerio è dunque la seguente: non si può rompere il patto con gli evasori fiscali e gli esportatori illeciti di capitali, ma lo si può rompere con chi è stato tanto fesso da servire il paese facendo il militare o da studiare e poi riscattare di tasca propria la laurea. Dopo il patto di Arcore, i conti della manovra del governo tornano ancora di meno e le ingiustizie pesano ancora di più». La chiosa al vetriolo è di Pierluigi Bersani che dunque promette battaglia in sede di discussione. Alla replica troviamo il neo numero uno del PDL, Angelino Alfano, che prova a smorzare i toni nella speranza (vacua?) di ottenere larghe intese: «ci auguriamo che la parte più responsabile delle opposizioni faccia prevalere l’interesse del Paese rispetto a divisioni e polemiche che gli italiani, giustamente, non comprenderebbero. Tra luglio e l’incontro di ieri – spiega Alfano – il governo e la maggioranza hanno proposto riforme coraggiose (dal collocamento alla contrattazione, dalle province al numero dei parlamentari, per limitarci a pochi esempi) che hanno un valore particolare perchè adottate in tempi di crisi mondiale». Al di là del gioco delle parti, e del sensato interesse di ciascuno a portar acqua al proprio mulino, il problema della manovra è intrinseco alla stessa. Attendiamo il testo per ulteriori specificazioni, ma stando alle dichiarazioni del governo, alla sua opera di pubblicizzazione della propria creatura, è evidente che il concetto di equità sia difficilmente applicabile al frutto di questo lavoro estivo. All’interno, di MASSIMO DONADI*. Read more

***POLITICAMENTE DIVERSI(?)*** COSA HA DA DIRE ORA IL PD SU FILIPPO PENATI? di GAD LERNER

agosto 29, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Torniamo sul caso Penati. Nel primo pomeriggio vi abbiamo riportato le prime dichiarazioni del sottosegretario Enrico Letta. Ora possiamo aggiungervi ciò che pochi minuti fa ha, finalmente, detto Pier Luigi Bersani: «Come partito possiamo dire che non ci piacciono le prescrizioni anche se si parla di cose di sette/dieci anni fa perché vorremmo che su queste vicende non ci fossero ombre e si arrivasse alla verità». Il segretario Democratico ha dunque avvertito il clima interno al suo partito e malgrado l’indecoroso ritardo prova infine ad allinearvisi. Quanto al futuro di Filippo Penati nelle file del PD, Bersani aggiunge: l’espulsione è «un meccanismo affidato allo statuto e alla commissione di garanzia che è al lavoro la quale si farà una opinione e ci dirà. Non interferiamo in nessun modo con la magistratura perché abbiamo un profilo etico che ci interessa preservare». Qualcuno però, proprio dalle file Democratiche, ritiene che questo non sia sufficiente. Il dibattito sul rapporto esistente tra politica ed interessi economici, non è una prerogativa del centrodestra ed il caso Penati è solo il più recente e palese esempio della trasversalità del fenomeno. Al di là della sorte dell’ex presidente della provincia di Milano il punto è: il PD è davvero un partito diverso? è in grado di dimostrarlo in simili occasioni? e se così non fosse, cosa intende fare per dimostrare (almeno?) in queste “faccende” di essere la reale alternativa alla politica di Berlusconi? Read more

***CASO PENATI*** 4 REGOLE PER UNA POLITICA PULITA di MASSIMO DONADI*

agosto 29, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il momento tanto atteso è infine arrivato. Domenica sera il vicesegretario PD, Enrico Letta, si pronuncia sul caso Penati: «Non c’è dubbio che Filippo Penati debba rinunciare alla prescrizione». Ed ancora: «Questa è la differenza fra il nostro atteggiamento e quello di altri, da noi chi viene toccato da vicende così fa un passo indietro, si deve dimettere e farsi processare. Altri diventano ministri. Per noi non deve rimanere nessuna macchia su questa vicenda». L’ex presidente della provincia milanese è infatti accusato dai giudici di Monza di corruzione, ed una sua rinuncia alla prescrizione potrebbe evitargli l’arresto. Fin qui tutto chiaro. Quanto al famigerato “atteggiamento diverso”, osannato da Letta, ci permettiamo delle perplessità. I mesi di silenzio da parte dei vertici del Partito Democratico non hanno fatto che aggravare una faccenda di per sè “non così diversa” da quelle che hanno fatto tanto parlare del centrodestra, e che sono state additate dalle opposizioni dall’inizio della legislatura ad oggi. “Chi è senza peccato scagli la pietra? Non si può far di tutta l’erba un fascio”? Sarebbero delle banalità, e peggio ancora delle ingenuità che in politica non sono permesse. Ma in questo caso “l’atteggiamento diverso” risulta nient’altro che l’ultima opzione per i Democratici, che infine in questo tardo Agosto sono stati costretti ad esercitare. Il tono di rivalsa del capogruppo dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri, era dunque piuttosto prevedibile: «Bersani spera di farla franca come i suoi predecessori graziati dal Di Pietro magistrato che così, salvati dalla tangente Enimont i capi Pds, D’Alema, Veltroni e Fassino, si avviò verso la carriera ministeriale». Non contento segue con un’altra invettiva: «si scrive Penati e si legge Bersani», parlando di un «modello di partito» e di «intrecci antichi con finanziamenti illegali esteri e di coop rosse». Ciò che sottolinea Gasparri, nell’intento fuorviante del gioco della contrapposizione politica (gioco vetusto e vuoto di significato poiché si muove su dinamiche superate ormai da più di un trentennio), fa emergere però –probabilmente ad insaputa dell’onorevole— il reale stato d’emergenza della politica italiana, che a fronte dei fin troppo frequenti casi di mala politica DEVE adottare dei nuovi filtri per la classe dirigente del Paese. Urgentemente. E’ una sfida che si lanciò dal Lingotto senza che la sua eco riuscisse a propagarsi concretamente nel partito promessa. Ma è una sfida che i nuovi partiti intendono raccogliere, e che un Pd lungimirante dovrebbe sostenere e guidare. Massimo Donadi presenta qui sulle nostre colonne la proposta di legge in 4 punti per una classe politica finalmente pulita. Sentiamo. Read more

***Politica(non)&antiberlusconismo***
IL PD MI DIA MODO DI NON VOTARE PIU’ ‘CONTRO’ (DI ‘LUI’ – ?)
di FRANCO MONTORRO

agosto 25, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Berlusconi. Sì. Lo abbiamo capito. E l’”alternativa”. Sì. (Non siamo) d’accordo (perché “alternativa” suona sinistramente - … –  come “subordinata”. – Sempre - a Berlusconi). Ma, come direbbe (?) Pigi, “quand’è che la sinistra italiana ci fa innamorare un po’ di lei?”, invece di essere – appunto – la (sola) “alternativa” (“ripiego”. A qualcosa che non ci piace)? Bindi: “Nessuno pensi di costruire l’alternativa senza il Pd”. Ma perché? Cos’è, oggi, il Pd? Un (pre)sentimento (ancora). Un ricordo (?). Una speranza (ferita). Il (vero) Pd sì che sarebbe – al di là delle rivendicazioni d’orgoglio – politicamente imprescindibile. Sapendo porsi – unico in grado (?) di farlo - a “disposizione” del Paese. Per portarlo fuori dalle secche. E rimetterlo sulla corsia di sorpasso. Facendo semplicemente ciò che è necessario. Il resto – lo abbiamo già detto - è fuffa. E (ci) fa chiedere se verrà mai data la possibilità a quel 40% di italiani che oggi non vanno a votare - e che costituirebbero la (sola) base (!) del “partito dell’Italia” - di riconoscersi in una forza politica. Nella, (“nostra” – ?) Politica. di FRANCO MONTORRO Read more

***DL ANTICRISI*** LA CONTROPROPOSTA IN 7 PUNTI DEL PD E IL TABU’ DELLA PATRIMONIALE

agosto 14, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il dl anticrisi ottiene il via libera da Bruxelles, ma in patria continua a dividere. Governo vs opposizioni, come è ovvio, ma anche gli stessi partiti sembrano uscire debilitati e lacerati al loro interno dal caldissimo agosto di Montecitorio. Nel Pdl sale a quota nove il gruppo di parlamentari pronti ad attuare «una fronda» alla nuova manovra aggiuntiva. Fra questi l’ex ministro Antonio Martino, il sottosegretario Guido Crosetto, Isabella Bertolini, Giorgio Stracquadanio, Giuseppe Moles, Giancarlo Mazzuca e Santo Versace, con Alessio Bonciani e Deborah Bergamini. «Non abbiamo sbagliato nel giudicare deludente l’intervento del ministro dell’economia», scrivono in una nota congiunta: «Il decreto legge presentato dal governo è poco convincente per due ragioni fondamentali: non affronta seriamente i problemi strutturali che hanno portato la spesa pubblica al 52% del Pil e il debito pubblico a dimensioni insostenibili; e aumenta le tasse sul reddito già troppo elevate. Per rispetto della parola data agli elettori, per rispetto delle nostre convinzioni, per la certezza data dall’esperienza che più tasse vogliono dire meno lavoro e meno sviluppo, abbiamo deciso di presentare una serie di emendamenti che sostituiscano le maggiori tasse con migliori riforme». Il Pdl è dunque al suo ennesimo banco di prova, prima la secessione dei finiani, ora la scalata al potere dei giovani del partito, cui Tremonti e lo stesso Berlusconi non sono certo in grado di porre un freno. Ma sull’altro versante della politica italiana la situazione non è poi così diversa. La pressione per una politica nuova, più audace contro i poteri forti, e più equa nei confronti dei ceti sociali meno abbienti, alza la voce e si fa sentire in risposta ai sette punti di Bersani. Se il segretario giudicava “inadeguate” le misure del ministro dell’Economia, ecco che i suoi lo ripagano con la stessa moneta: possibile che il Pd non abbia ancora trovato il coraggio di introdurre una tassa patrimoniale nella sua fin troppo ponderata controproposta? Come può un partito di sinistra, non fare nulla di fronte a questa iniqua pressione fiscale che attaccai  lavoratori del settore pubblico e privato, le imprese, ma non le rendite? L’interrogativo resta sospeso e rivolto al segretario dei Democratici, intanto il Democratico Gad Lerner espone qui sul giornale della politica italiana una severa critica rispetto al “tabù della patrimoniale”. Sentiamo. Read more

***FAR WEST*** La sinistra deve fare i conti con la finanza di GAD LERNER

agosto 9, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

«Non importa quello che dice un’agenzia, noi siamo gli Stati Uniti d’America e saremo sempre da tripla A». Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, interviene nuovamente sulla crisi della borsa. I mercati «hanno ancora fiducia negli Stati Uniti» e «continuano a credere che siamo da tripla A». A Wall Street la seduta è ancora in corso, ma l’inquilino della Casa Bianca assicura che la situazione del Paese è risolvibile e gli americani sanno cosa fare per affrontarla. La ragione della crisi non andrebbe dunque ricercata nella sfiducia dei mercati, ma nello «stallo politico» sulla trattativa sul debito, che secondo il presidente «non è stato costruttivo». Standard & Poor’s avrebbe sancito il downgrade «non tanto perché dubita della nostra capacità di pagare il debito, ma perché ha assistito a un mese di negoziazioni sull’aumento del tetto del debito, hanno dubitato della nostra capacità di agire». Quello di Obama è infatti un problema, che nel linguaggio politico viene definito, di “governo diviso”: non godendo di una maggioranza parlamentare, la forza dell’Esecutivo viene limitata e vincolata alla stretta collaborazione con il Congresso, che nelle parole del presidente si traduce in «mancanza di volontà politica a Washington». La volontà in realtà c’è, ed è quella derivante dal mandato elettorale –e quindi dai desiderata popolari– che ha attribuito ai democratici Washington ed ai repubblicani il Congresso. (In pieno rispetto dei dettami dei padri fondatori, per altro!). Ma Obama inisiste: «ci sono molte idee che consentirebbero di ridurre il deficit senza mettere in pericolo la crescita». La prima è quella di «estendere il più presto possibile» gli sgravi fiscali sul lavoro dipendente e i sussidi di disoccupazione. Senza queste misure, avverte Obama, «ci saranno meno posti di lavoro e meno crescita». Ma è chiaro che le stesse difficilmente troveranno il consenso dei conservatori. A rendere ancora più ardua la sua missione nel distretto della Columbia, l’esito assai negativo dell’ «effetto Obama». Le parole del presidente non riescono infatti a ridare fiato ai listini, ma al contrario fanno sprofondare ancora di più gli indici di Wall Street, in rosso dall’inizio della seduta. Nel momento più critico dell’amministrazione Obama è estremamente facile puntare il dito contro il presidente-promessa di una nuova fase della politica. Ciò che invece è più difficile, ma più costruttivo, è notare come anche nell’occhio del ciclone, il leader del partito Democratico U.S.A. tenga saldo il timone e non permetta il naufragio della Nave su cui gli americani hanno deciso di imbarcarsi nel lontano 2008, proprio sull’onda di una crisi mondiale che iniziava a manifestarsi. Un osservatore realmente critico dovrebbe trarre da quel PD l’atteggiamento attivo, impavido, la tenacia e la serietà con cui si affrontano i problemi. Mentre in Italia la maggiore ambizione dei vertici Democratici è quella di approdare ad un governo tecnico, o chiedere le dimissioni senza avanzare nessuna proposta concreta per il cambiamento, sull’altra sponda dell’Atlantico si lavora, o per lo meno si cerca di lavorare, anche insieme al “nemico”, caricando sulle proprie spalle le responsabilità, per il bene del Paese. Read more

CRISI: LE RICETTE CI SONO MA FANNO MALE di GAD LERNER

agosto 6, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Mai prima di questa settimana nera per il mondo della finanza, gli Stati Uniti avevano perso il rating di tripla A: i titoli di stato americani non sono più i più  sicuri al mondo, e a dirlo è Standard & Poor’s. Una mossa senza precedenti arriva dopo uno estenuante braccio di ferro con il Tesoro: Timothy Geithner, omologo USA del nostro Tremonti, intima conseguenze serie. «E’ un errore dell’agenzia», dichiara Mr. Geithner. Un errore quotato 2.000 miliardi di dollari. Vero è, che S&P ritiraimmediatamente il comunicato. Cina ed India però colgono l’occasione per fare la voce grossa con il colosso americano, di cui però sono sostanzialmente i più grandi creditori. Ma non per questo l’amministrazione Obama si intimidisce. Malgrado una situazione critica sul piano internazionale (con i giganti d’Oriente infuriati), nonché sul piano interno (dove i repubblicani non perdono tempo nel far pesare sull’uomo della Casa Bianca il passaggio della tripla A ad AA+), i democratici d’oltreoceano affrontano la crisi con la consapevolezza della sua entità. Mentre qui si continua a parlare della “solidità” del nostro sistema economico, qualcuno dalle nostrane file Democratiche grida “il re è nudo”. Questa non è una tempesta finanziaria, è un «cataclisma». Ed in quanto tale è necessario che vi si oppongano delle misure commisurate all’entità del problema. Dall’una e dall’altra parte. Sentiamo.

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***(Non) sono tutti uguali (?)***
IL PD RITROVI LA PROPRIA DIVERSITA’
di ENRICO PROCOPIO

luglio 22, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’esistenza di una questione morale tra i Democratici equivale ad un padre di famiglia che cominci a bere: non si salva nessuno, a partire dai figli che perdono i propri punti di riferimento. Il Pd non è, e non è autorizzato a sentirsi, una forza tra le altre: sono (infatti) i “padri di famiglia” della nostra nazione. Gli eredi di Garibaldi e Mazzini sono chiamati, oggi come allora, prima a tirare fuori dalle secche e poi a rifare grande questo Paese. Lo può fare soltanto l’area di opinione e sensibilità (più) onesta e responsabile (dell’arco costituzionale). Purché non contraddica se stessa. E al momento lo sta facendo. Così come è difficile immaginare una classe dirigente che muove qualsiasi proprio ragionamento dalla premessa Berlusconi – perché ne è completamente intrisa, essendone figlia – scrivere la Storia. Questione morale e inadeguatezza sono due facce della stessa medaglia: la medaglia del mancato ricambio. Quando un gruppo di donne e di uomini resta al potere per vent’anni (e più) oltre a risultare, alla fine, fuori dal tempo finisce per perdere anche il senso dei limiti del proprio mandato (che ha già cessato da tempo di essere tale, sostituito da una sorta di assuefazione mediatica in mancanza – certo, anche – del coraggio di una offerta – interna – che si proponesse e facesse ciò che fosse necessario per sostituirli), e comincia ad ab-usare del proprio stesso potere (non necessariamente in forme illegali). La “diversità” Democratica è vitale per l’Italia, e il ricambio è necessario per ritrovare quella diversità. Ci parla del risvolto della necessità che il Pd faccia con più decisione ed efficacia la propria parte per la riduzione dei costi della politica, il nostro più giovane editorialista. di ENRICO PROCOPIO Read more

Non capiscono o fan finta di non capire “La reazione di queste ore è antipolitica” Ma voi non siete (mai stati) ‘LA Politica’ Così come Berlusconi non è (mai) ‘l’Italia’ La reazione di queste ore è contro di voi Che governate da 20-30 anni inutilmente E’ proprio la Politica che Italia ora rivuole Signori, in quest’era antipolitica siete voi Con una “risposta” del “nostro” Guzzanti

luglio 20, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il Maestro, Franco Battiato, aveva, come il giornale della politica italiana – che scrive da ormai oltre un anno di questa “nostra politica autoreferenziale di oggi”, diffondendo i primi semi della consapevolezza diffusa di adesso – anticipato la presa di coscienza che il Paese sta vivendo in queste ore circa l’inadeguatezza dell’attuale classe “dirigente” (?). “Non ci siamo capiti – canta Battiato in Inneres Auge – e perché dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?”. Il punto, infatti, non è (tanto, o solo) i costi “spropositati” (in sé) della politica italiana odierna. Sì, vanno ridotti perché non possiamo più economicamente permetterceli, e, abbiamo scritto lunedì, vanno ridotti anche come unica (possibile, ma improbabile) alternativa al rinnovamento radicale della classe politica per ritrovare quella sobrietà che non è fine a se stessa, e nemmeno rappresenta la “brioche” da servire al popolo per farlo stare buono (oppure sì, proprio l’insulto dell’ostentazione della sicumera rispetto alla subordinazione della gente), bensì serve a tendere a ricreare le condizioni perché la nostra politica smetta di servire (a) se stessa, e si metta a fare ciò che serve al Paese. Ma il problema dei costi si pone (soprattutto) perché rappresentano una spesa eccessiva, INCONGRUA rispetto ad una offerta, quella dell’attuale classe politica – che non è LA Politica!, ma solo questo insieme – questo sistema – di donne e di uomini “politici” (?), i quali passano (passeranno) mentre la Politica, magari, ritorna – che è del tutto insoddisfacente rispetto alle esigenze della nazione. Per questo fanno un po’ tenerezza, ancora una volta, i tentativi di irretirci dei vari Bersani, Fassino (che, diciamocelo, avrebbe anche potuto evitare l’arringa autoreferenziale con cui ha salutato la Camera) - tutti drammaticamente Democratici: anzi, No, e lo (ri)scopriremo presto – che tentano l’ultima spiaggia di far passare la nostra reazione come antipolitica: antipolitico è ciò che pretende di sostituire la Politica – nel nostro caso, il governo democratico del Paese – con altre forme semplificate (e, comunque, meno democratiche) di “governo” (non “necessariamente” nell’interesse dell’Italia) della nostra comunità, o che comunque sostiene l’impossibilità della messa in pratica della stessa idea di politica; ciò che vuole invece oggi l’Italia è ESATTAMENTE L’OPPOSTO, è ritrovare il governo democratico sostituendo non la Politica – che non c’è – ma gli attuali occupanti, il cui tempo è scaduto e che, semmai, proprio loro sono forieri di antipolitica, direttamente - avendo annichilito la Politica nel (mancato) esercizio delle proprie funzioni – e indirettamente – perché se resistono all’attuale reazione DEMOCRATICA allora sì che nei fianchi del popolo possono nascere fenomeni antipolitici (o peggio), e magari anche pericolosi; e chissà che, almeno per qualcuno, non sia esattamente lo scopo, così da richiedere una saldezza che consentirebbe (potrebbe consentire) la perpetuazione della loro permanenza nel Palazzo – Diciamoglielo (tutti), facciamoglielo capire. E per essere ancora più credibili, e più liberi, il Politico.it lo fa offrendo contestualmente la propria tribuna a chi – in questo unico e specifico contesto – si trova dalla parte opposta del teatro, a sostenere tesi diverse. Contestualmente a questo stesso ennesimo richiamo alla ragionevolezza (e all’onestà e alla responsabilità) all’attuale classe dirigente. Il nostro Paolo Guzzanti ci spiega perché, dal proprio punto di vista, la reazione abbia invece i crismi della reazione (unicamente) emotiva, e come tale, ovviamente, vada trattata. All’interno. Read more

L’atto di ribellione del deputato Pd Bersani, non ne posso più S. Gozi

luglio 19, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non ne posso più di questa classe dirigente vecchia e inconcludente, che dopo vent’anni di fallimenti sta ancora qui a dare lezioni. Non ne posso più di riforme sulla bocca di tutti e mai realizzate, non ne posso più di un rapporto ipocrita con i costi della politica: quello per cui, ad esempio, chi oggi si fa tronfio di parole d’ordine come “tagli” e “riduzione” pochi minuti prima si era intascato i rimborsi per i suoi assistenti parlamentari, facendoli assumere (e pagare) in vece sua da qualche ente pubblico. Sì, anche tra noi. Anche tra noi che dovremmo essere diversi. Avere l’onestà e la responsabilità di capire che è ora di finirla con la cooptazione dei giovani per mostrare di cambiare tutto per non cambiare niente, e farsi un altro giro di giostra. Caro segretario, è ora di (ri)cambiare: perché questa classe dirigente, figlia di Berlusconi, non può sopravvivere a Berlusconi stesso. [Continua all'interno] di SANDRO GOZI*
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Casta parlamentare ritira tagli a politica Lo stipendio, al massimo, se lo alzeranno “Prendetevela però con chi lo ha voluto” Ma l’Italia da oggi smette di ‘prendersela’ E ‘chiede’ che Pd rinunci ora a sua ‘fetta’ ‘Rifiuti’ parte di stipendio sopra la media O facciano (adesso) singoli parlamentari Vi spieghiamo perché non è demagogia

luglio 17, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’atto con cui questa classe “dirigente” (?), appena gli italiani si sono voltati un momento, ha “prontamente” ritirato i provvedimenti per la riduzione dei costi della politica toglie dal campo delle interpretazioni quello che oggi, con questa scelta, si fa palese: l’attuale classe politica italiana ha a cuore il proprio benessere e non il bene dell’Italia. Le due cose non vanno d’accordo. E ora (appunto) vi spieghiamo perché. Se il giornale della politica italiana, il giornale della proposta e non (certo) dell’invettiva, giornale comunque DELLA e nella politica e non certo antipolitico (?), considera rilevante, una domenica di luglio, col caldo torrido e le piogge moonsoniche che investono le nostre città e le nostre campagne, non lasciare cadere il discorso sul taglio delle spese per il mantenimento del governo del Paese, a cominciare dagli stipendi dei parlamentari (che sono ciò di cui i parlamentari stessi dispongono subito e completamente), il motivo è che da questo non dipende soltanto (argomento ipocrita) la capacità della politica di “dare l’esempio” e, comunque, di “accompagnare i nostri connazionali nei sacrifici” che stanno - sulla base di una scelta, obbligata, ma anche della COLPA di questa politica autoreferenziale degli ultimi trent’anni – per affrontare, ma la qualità stessa del governo dell’Italia. Perché questa classe “dirigente” (?) si è fin’oggi rivelata assolutamente incapace – perché non è quello che ha nella testa e nel cuore! – di (ri)dare (, dopo averglielo tolto LEI,) un domani alla nostra nazione, e l’andazzo non può continuare ad essere questo. I modi per modificare l’andazzo, cari uomini politici politicanti di oggi, sono solo due: ve ne andate, e lasciate democraticamente il posto ad una nuova nidiata di uomini politici (ai quali ribadiamo l’invito, che comunque è passato, di (ri))partire solo dalle proposte, avendo in mente il solo proposito di realizzarle!), oppure cominciate a fare qualcosa per l’Italia. Ma come può fare qualcosa per l’Italia qualcuno che, in quello stesso momento, sta nuovamente facendo qualcosa per sé? E’ un fatto di sanità pubblica e morale: portate subito il vostro stipendio (individuale) al livello di quello dei vostri colleghi europei (veramente tali). Vi scrollerete di dosso (almeno in parte) quel senso di appagamento che vi portate dietro dai giorni delle spese folli del craxismo, delle (“prime”) tangenti e del “ritorno” della corruzione. E, forse, potrete ricominciare ad agire per il bene del Paese. Perché questa non è una condizione che si decide a tavolino: “Toh, oggi mi metto ad agire nell’interesse della nazione”. No. E’ una condizione che si costruisce quotidianamente attraverso rinunce e “sacrifici” (ma non lo sono mai per chi ”ama” contribuire a rifare grande l’Italia!), e attraverso la sobrietà. Quella che voi non avete (mai) avuto, e che se non recupererete ora – subito, compiendo un atto di umiltà nei confronti del Paese – resteranno due sole parole da rivolgervi (anche dal più istituzionale e onesto e responsabile – proprio per questo! – dei giornali politici): “A casa!”.
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“Prima” D’Alema vs i ‘rinnovamentisti’ Pd Poi i ‘rinnovamentisti’ Pd contro D’Alema Perché in gioco c’è la posizione di potere Ma politica non è (#maisia) una “carriera” La politica è la dedizione (pura) per Italia Così facendo (tutti) accadrà il necessario

luglio 15, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana è il giornale del disinteresse. Nel senso della mancanza di interesse (privato. O, se volete, personalistico). Per questo il Politico.it distingue l’Io dall’”ego”: perché l’Io è la soggettività matura dell’uomo, che “basta a se stesso” e che dunque si mette in campo senza retropensieri e in modo colllaborativo e costruttivo con gli altri. E il cui unico scopo è fare il bene della comunità. L’”ego”, invece (tra virgolette nel senso nel quale lo intendiamo noi oggi diffusamente, perché psicanalisticamente si tratta di due sinonimi), è sinonimo (invece) di immaturità.  Ma non nel senso (banale e superficiale) di “immaturità psicologica” (o meglio sì, ma più profondamentamente/) bensì nel senso di immaturità “individuale”, nel senso di individuo, di Uomo. L’”ego”, proprio per questo, reiterando gli istinti primordiali (è proprio il caso di dirlo), è bisogno di integrazione (di sé), di “conquista” (di “altro”) perché (appunto) non si basta a se stessi. (Proprio per questo) non va d’accordo con la politica (vera). Gli uomini politici veri si occupano solo di dare il proprio contributo alla comunità, appagati dai cambiamenti che vedono intercorrere. A prescindere da chi se ne abbia il “merito” (ma, naturalmente, in una società “matura” i meriti vengono riconosciuti equamente). E non per affermare (in prima battuta, con questa priorità, costruendo il proprio pensiero e i propri atti a questo fine) se stessi. Questa sarà, semmai, solo una conseguenza. Dalla quale magari, se non è necessario altrimenti, sfilarsi con un sorriso.
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Pd, basta ‘buona amministrazione’ Costruiamo il futuro di E. Procopio

luglio 13, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana è una “luce” nel buio della nostra politica odierna. In un momento in cui la gran parte dei nostri rappresentanti si muove senza sapere dove andare, essendo portato ad osservare il marciapiede che scorre sotto i propri passi, invece dell’orizzonte – il Politico.it rappresenta un punto di riferimento per tutti. E’  (in fatti) qui che si costruisce, prima a piccoli semi, poi a germogli e a piante sempre più grandi e robuste, il futuro dell’Italia. E’ per questo che di qui sono passati e passano i maggiori talenti della nostra politica e (si può dire “quindi”? Da oggi deve tornare a poter essere così) del Paese. Quella generazione dei nati dopo il 1980 che – libera, a differenza in parte dei propri fratelli (maggiori)/ cugini/ zii, dal plagio dei propri padri (degeneri) – può finalmente raccogliere l’eredità dei propri “nonni” – i padri della nostra nazione – e cominciare a riportare l’Italia prima al centro della carreggiata, e poi sulla corsia di sorpasso del mondo. Una delle voci più “bianche” – il suo “portatore” è nato nel 1992 (!) – e contemporaneamente già più autorevoli e forti è quella di Enrico Procopio, bolognese, Democratico. Enrico comincia oggi la sua colllaborazione con il Politico.it. Porterà ulteriori (sagge) indicazioni sulla strada da (intra)prendere. Lo fa sferzando il “suo” Pd, partito che oggi guarda al passato e rivolge le spalle al futuro. Rinnovamento, dunque, ma, com’è nella concezione e nello stile del giornale della politica italiana, a partire (rigorosamente) dalle idee. di ENRICO PROCOPIO
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Caro Pd, ma allora no, noi non ci capiamo “Abolire le province non è poi sufficiente Serve la riforma complessiva dello stato” E vincere non basta, bisogna governare Ma sono, come diremmo, due ottimi inizi Piano organico e complessivo “nato” qui Ma Renzi: “Le occasioni ora vanno colte” Ma non solo per piacere ma per cambiare

luglio 7, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Fa quasi tenerezza il Partito Democratico di oggi che ci spiega che tolte le province, bisogna in qualche modo rivedere la distribuzione delle funzioni tra i vari enti. Bella forza. Se le province fossero state inutili al punto tale da non avere nemmeno una benché minima funzione, al punto da non doverle poi riassegnare una volta eliminatele, e fossero state cionondimeno mantenute in vita con tutto il loro carico di costi, altro che vento del cambiamento, si sarebbe dovuta già fare una rivoluzione contro una classe politica che non sarebbe più stata a quel punto semplicemente “autoreferenziale”, ma realmente reazionaria. Invece che le province svolgessero un ruolo lo sapevamo già tutti. E ciò nondimeno tutti, Pd compreso, avevamo ritenuto che fossero superflue. quando finalmente un Parlamento fine a se stesso (quello di oggi), dpo tanti richiami a cominciare da queste pagine, si fosse svegliato decidendo di abolirle, tutti, e comunque tutte le forze oneste e responsabili – la responsabilità non è solo un principio di maturità, ma anche di lucidità, perché un partito che non ha la sensibilità di intelligere la realtà non è nemmeno in grado di corrispondere alle sue esigenze. Appunto – sarebbero dovuti scattare in piedi (anzi, sedersi al loro posto) e votare quel provvedimento. Che il Pd non l’abbia fatto non è una questione di disonestà ma semplicemente, come abbiamo scritto ieri, di inadeguatezza della propria leadership (e della propria attuale classe dirigente, scelta, come Morcone e Bortolussi, a propria immagine e somiglianza, altra prova della totale mancanza di consapevolezza dei limiti. Il che del resto è lapalissiano: se ci fosse quella consapevolezza, non ci sarebbero ad un tempo i limiti). Perché, caro Pigi, fu il Politico.it a rendere chiaro a tutti che questo Paese ha bisogno di un progetto organico e complessivo – di cui oggi parlano in molti, senza, a differenza nostra, però, riempirlo di contenuti - ovvero di ripartire (quasi) da zero, reimpostando tutto ex novo (ovviamente senza travolgere gli snodi di valore). E non soltanto per la macchina dello stato. Che, anzi, a noi interessa ma solo secondariamente rispetto alla nostra società, che prima o contestualmente allo stato va riassettata o non ci salveremo e non potremo tornare al posto che ci compete nel mondo - e della quale si parla, ad oggi, (quasi) solo su queste pagine. Caro Bersani, è insomma chiaro che bisogna ridisegnare tutto; ma – tanto per essere espliciti (?) - se la mucca ha l’erba nella mangiatoia, non va a cercarla al pascolo (non prima!).

E’ tempo che qualcuno lo (ri)dica chiaro Questo segretario Pd/Pg non è adeguato Fa votare “contro” l’abolizione province Stoppa iniziative pro-ritorno Mattarellum (Ma) la politica non è un gioco di squadra E’ il leader a dovere indicare la strada Bersani non ha la classe per farlo (bene) Vignetta di theHand per ‘sdrammatizzare’

luglio 6, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Sfatiamo un luogo comune: la sinistra italiana non ha mai “mangiato” i propri leader. La sinstra italiana (quella storica, quella cattocomunista) è fatta di persone “superiori” e generose, capaci di comprendere e giustificare le mancanze più gravi. (Anche) per questo non ha mai saputo fare una legge che impedisse il conflitto di interessi in politica. Da qui nasce il “buonismo” veltroniano. Che è molto più diffuso (meno consapevolmente che nel caso del suo capofila) di quanto si tenda a ritenere. Per questo il centrosinistra non sa sintonizzarsi con gli italiani (“imponendo” la propria leadership) quando si parla di situazioni nelle quali c’è qualcuno che, a torto o a ragione, “toglie” qualcosa ai nostri connazionali. E’ il caso dell’immigrazione, rispetto alla quale il Pd si configura (solo) come il “partito degli stranieri”. E’ il caso delle politiche della sicurezza, tema su cui quando digrigna i denti la sinistra italiana non è credibile. E’ (una) bontà (dell’anima: in tutti i sensi) che in politica va contro l’interesse generale se non è equilibrata da un doveroso rigore. La cui mancanza – lo scrisse per primo Paolo Guzzanti – è il vero deficit della sinistra italiana post-sessantottina, ciò che manca alla nostra sinistra per renderla una opzione di governo (di cambiamento) affidabile e seria. La sinistra italiana (perciò, intesa come “massa”) non avrebbe mai potuto prendersela con i propri leader. Se ne ha cambiati un fottio negli ultimi quindici anni è perché ci ha pensato Massimo D’Alema. Un uomo di sinistra (anch’esso) snaturato da un “ego” (non nel senso “maturo” dell’Io) smisurato, che (s)combinato con la bontà (che troviamo anche in lui) genera il mostro dell’inciucio (con i forti) e, appunto, dell’ammazza-avversari (interni: con i “deboli”). Se oggi Bersani, che è probabilmente il peggior segretario che la sinistra italiana berlusconiana abbia avuto, è saldo al suo posto è perché D’Alema ne condivide (ex ante) le posizioni. (E) gli va bene così (in tutti i sensi). Ma non va bene per il Partito Democratico e, quindi, per l’Italia. Ha proprio ragione Pippo Civati: tutto questo è immorale (senza quasi). Perché l’Italia ha oggi bisogno del vero Pd per salvarsi e compiere se stessa. E Bersani non lo consente (in tutti i sensi). La leadership E’ la politica. Perché la politica è assunzione di responsabilità. La politica la fanno gli uomini, non i dibattiti (andrebbero aboliti persino quelli delle Feste de l’Unità: sono fuorvianti. Sostituiteli con interventi dei cittadini e con interviste – incalzanti – ai “leader”, che siano costretti a dire cosa fare o facciano spazio ad altri). Politica è quando un leader vero mette in campo le sue idee (in quanto vero leader, sono “giuste”) e trascina a realizzarle. Bersani mette in campo le sue. Ma non sono quelle “giuste”. Chi lo dice? C’è una cartina di tornasole “ideale”. Guardate che candidati sceglie (per la guida delle Regioni, delle città) Bersani: uomini a sua immagine e somiglianza. Figure integerrime, per carità. Di grande competenza. Ma: suoi coetanei. Completamente incapaci di leader- ship (su detta) e comunicazione. Morcone, a Napoli. Bortolussi, in Veneto. Come siano andate le loro esperienze (?) dice quale sia il valore per l’Italia dell’attuale segreteria Pd/Pigi. Non si tratta di un attacco sul piano personale: Bersani è una degnis- sima persona. Ma questa è politica. E la politica, per essere morale, richiede rigore. Il rigore di dire che questa segreteria è inadeguata. Se non cambia al più presto (ma, naturalmente, tenendo conto delle ragioni per cui va cambiata, e “cambiandola” compiutamente), affonda il Pd. E con esso l’Italia. Read more

Matteo (Ricci): ricambio. Quando il nome è un programma Bartolazzi

luglio 5, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

37 anni, presidente della Provincia di Pesaro e Urbino, una lunga tra- fila nel Pd, ma, soprattutto, prima, nei Democratici di sinistra. Uno di quelli cresciuti nel partito e nelle amministrazioni. Quelli che Bersani cita ad esempio (di come dovrebbero essere i giovani – che possono ambire a prendere il posto dei “vecchi”). Perché hanno esperienza. Ma, soprattutto, perché sono allineati e fedeli. E aspettano di essere cooptati. Ma… no. Adesso non più. Matteo Ricci parla (infatti) di “rinnovamento della classe dirigente del centrosinistra. Ora, è necessario”. Per un fronte che si spezza – quello dei (possibili) patrocinati – ce n’è uno che si ricompatta: quello dei giovani. A parte poche eccezioni, tutti si ritrovano nel chiedere il rinnovamento. Alcuni, per sé, certo. Nel senso che quella è la cosa che hanno a cuore. Ma altri per il partito. Ovvero per il Paese. Perché capiscono tutti, ormai, che c’è bisogno dei “figli di questo tempo”. Persone che vivano sulla propria pelle le esigenze di questo tempo; persone che, avendo un futuro, hanno anche voglia di costruirlo. Il proprio. Per alcuni. Sì. Ma soprattutto quello dell’Italia. Questo è il criterio attraverso cui non – attenzione – essere scelti. Ma scegliersi. Qualcuno propone altri criteri. Di certo c’è una cosa sola: il vostro (dei Bersani, dei D’Alema, dei Veltroni; dei Fioroni, dei Franceschini, e così via) tempo è finito; avete dato ciò che era possibile alla nostra politica e alla nazione. Il giornale della politica italiana ha sempre riconosciuto che non è stato poco. Il Pd. Il PdL – con tutti i suoi limiti (attuali: appunto). Il bipolarismo. Ma adesso avete esaurito la vostra spinta. Tocca ad altri. Matteo Ricci docet. Non più solo Renzi. Sempre Matteo. Appunto. 
di MARIANNA BARTOLAZZI Read more

Nunzia De Girolamo sferza Alfano: “Iscrizioni online” Matteo Patrone

luglio 5, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La deputata campana PdL lancia la proposta dalle colonne del giornale della politica italiana: il “partito nuovo” annunciato dal neo-segretario sia all’insegna della democraticità e della meritocrazia. E quale migliore strumento per assicurarlo della registrazione web? “Cominciamo così – dice De Girolamo a il Politico.it – Internet è la rivoluzione democratica. Tentare di mettere il bavaglio alla rete - dice a Matteo Patrone che le chiede conto del possibile provvedimento dell’Autorità per le comunicazioni che si attribuirebbe la facoltà di chiudere interi siti senza nemmeno il pronunciamento di un giudice: su Avaaz.com la possibilità di mobilitarsi per evitare la decisione prevista mercoledì - è come provare a fermare il vento con le mani”. di MATTEO PATRONE
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Avete fatto il vostro tempo/3. Il Pd in tempo di quote rosa A. Chirico

giugno 30, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Segretaria di circolo ha una parte in film porno. Richiamata a “riflettere”, e a dimettersi (dal suo ruolo, non – ancora – dal partito). Quote rosa, ovvero paternalistica ghettizzazione delle donne che conferma, e non supera (?), l’attuale discriminazione (anche se forse è, oggi, un passaggio necessario?). Quando finisce la passione finisce anche la ricerca. La voglia di studiare. Di capire. Di inventare. La voglia (cioé) di aprirsi (all’innovazione. Al futuro). L’auto(?)determinazione femminile ai tempi di (questo) Pd. di ANNALISA CHIRICO Read more

Avete fatto il vostro tempo/2. Pd, salire sul carro del vincitore Giulia

giugno 30, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La fine della passione (politica) porta con sé l’inaridimento della proposta. I dirigenti di lungo corso (o, come detto, i giovani privi di passione di base. E per passione s’intende, attenzione, la passione per l’Italia, la passione per la costruzione del domani; non, la passione per il potere, il carrierismo) sono (ormai) privi di quel ”brio, di quella curiosità, di quella (capacità di proporre e di ricevere uno) scambio”, che sono la chiave della politica vera. Non, la “buona” politica: la “buona” politica, con tutta la sua mielosità retorica, con tutto il suo compiacimento, è già parte di quel circolo (vizioso) autoreferenziale. La Bellezza sta nelle conclusioni, nelle realizzazioni che si possono ottenere solo con l’etica del rigore e della sobrietà, in primo luogo con/ in se stessi. E quando si ciancia di “buona” politica, e si è persa la passione, si perde anche l’orizzonte, e si finisce per esserre “costretti” a saltare ex post sui carri dei vincitori (appunto), come avvenuto per i referendum e, sia pure con maggiore umiltà, nei casi delle vittorie di Pisapia e De Magistris alle amministrative. Ce lo ricorda la giovane esponente Radicale, reduce dall’ultima presentazione del suo libro “Meglio fottere (che farsi governare da questi)” (appunto), a Catania. di GIULIA INNOCENZI Read more

Avete fatto il vostro tempo/1. Il Pd e la lottizzazione (smaccata) Gad

giugno 30, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nel superare un’età (anagrafica e politica; ma talora, va detto, tutto ciò si manifesta anche in giovane età) la passione viene meno e ad essa si sostituisce – se non si ha ancora lasciato la politica e dunque se non si è (dimostrato) di concepire l’impegno come un servizio – l’istinto di sopravvivenza, che porta ad architettare le soluzioni più adatte a garantire la propria persistenza nei posti del potere. Una di queste consiste nel piazzare nei posti-chiave “propri” uomini, così come lo si fa (con altri) per “premiarli” non avendo più (appunto) alcun interesse a far funzionare (davvero) la macchina, e ad assicurare il meglio per il bene della collettività; bensì, appunto, si ha a cuore solo se stessi, generando autoreferenzialità. L’attuale classe dirigente del Partito Democratico – senza generalizzare in modo assoluto - al potere da decenni, ha ormai queste caratteristiche. Il giornale della politica italiana ve lo dimostra, con la narrazione di oggi, senza molta difficoltà. Ascoltate la storia di Franco Pronzato, membro del Cda dell’Atac (l’azienda pubblica di trasporti della capitale), nominato dall’attuale dirigenza Pd “coordinatore nazionale per il trasporto aereo” (?) del partito. L’incarico, di per sé, dalla configurazione astrusa e di dubbia utilità, puzza di autoreferenzialità e lottizzazione. A maggior ragione se il dirigente in questione, oggi indagato (e questo, pur nella presunzione di innocenza, rappresenta un altro campanello d’allarme, come già per le inchieste sulla sanità pugliese), è (appunto) già stato inserito in un Cda (pubblico). Ce ne parla il conduttore de L’Infedele. di GAD LERNER Read more

Sondaggio Crespi, Pd-Idv-Sel sono a +5 Ma Democratici ancora inchiodati a 26.8% Centrosinistra avanti perché crolla Silvio Zero spostamento voti da destra/ sinistra Di Pietro: “E’ quello che sto dicendo…”

giugno 29, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Una “vittoria” (potenziale) di Pirro, per due ragioni. La prima è che non vince il centrosinistra, ma perde Berlusconi. E il contrario non è (appunto) la stessa cosa. La seconda è che gli elettori “persi” dal Cavaliere sono in realtà “semplici” delusi: e (anche) la solita operazione di rimobilitazione dei propri “tifosi” compiuta dal presidente del Consiglio nelle ultime settimane di ogni campagna elettorale sarebbe capace di riportarli alle urne, dalla stessa parte. E’ vero che né De Magistris né Pisapia al primo turno avevano superato il 50%; e si trovavano più o meno nella condizione del centrosinistra a livello nazionale, secondo il sondaggio. Ma è altrettanto vero che in un ipotetico (e non reale) “secondo turno” alle politiche è prevedibile come il deficit di novità e di cambiamento che si riscontra nell’attuale proposta (?) del Pd e degli alleati rispetto, appunto, alle candidature nuove dei neo-sindaci di Milano e Napoli (presi a paradigma di un intero nuovo movimento) impedirebbe di ripetere lo stesso exploit, e riaprirebbe una partita secondo questi dati, al momento, “chiusa”. Il Pd non può dunque crogiolarsi nell’illusione che il crollo di Berlusconi sia condizione sufficiente a mantenere in “vita” l’attuale classe dirigente: è necessario un cambio di passo, che non può che riguardare i nomi – i “volti” - e basarsi, contemporaneamente, sui contenuti. Il grande sondaggista ci presenta ora (brevemente) i dati in tabella. di LUIGI CRESPI
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***L’intervento***
ORA BERLUSCONI SI DIMETTA
di MASSIMO DONADI*

maggio 31, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il centrosinistra chiede che il presidente del Consiglio lasci prima della verifica (sui sottosegretari, quella pretesa dal capo dello Stato) programmata il 20 giugno. Lo ha fatto Franceschini in Aula, lo ha ribadito Bersani; rilancia ora, dalle colonne del giornale della politica italiana, anche il capogruppo alla Camera di Idv. “E si vada subito al voto”, scrive Donadi; perché da oggi “un’al- ternativa di centrosinistra a questo governo, fondata sull’alleanza tra Pd, Italia dei Valori e Sel, c’è e vin- ce”. Sentiamo. di MASSIMO DONADI* Read more

Populismo di Grillo, quello di Berlusconi Esplodono quando manca la vera politica E’ (così) centrosinistra il segreto dei due Ora un rinnovamento è certo necessario Ma giovani si confrontino solo sulle idee E poi all’Italia serve Pd partito del Paese

maggio 12, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Si combatte da giorni una battaglia di rete tra i “grillini” e una corrente (non organizzata – ?) del Partito Democratico. I Democratici se la sono presa per l’insulto di Grillo a Vendola e alle persone omosessuali, che tradisce, appunto, il populismo del comico genovese. Dove le argomentazioni a tratti anche fondate vengono però messe su piazza allo scopo di irretire il “popolo”, per ottenere l’approvazione del quale Grillo scade poi (alla sua dimensione di comico) anche sul piano del linguaggio. Ma ai Democratici, che temono che Grillo possa sfondare alle amministrative, rappresentando il cuneo che si può frapporre tra loro e la vittoria (al primo turno – ?) anche nelle più grandi città in cui si vota (e in particolare a Torino, Milano, Bologna; a Napoli la candidatura di De Magistris (s)pariglia ulteriormente i giochi), il giornale della politica italiana fa notare che questo può avvenire, in primo luogo, perché le persone che voteranno Grillo sono persone che, idealmente (in tutti i sensi?), avrebbero potuto votare anche loro. E non lo fanno a causa dell’espansionismo del populismo di Grillo, sì, che però trova terreno fertile perché le domande di quelle persone non hanno ad oggi ricevuto una risposta seria e razionale. Ed è il Partito che reca nel suo nome l’aggettivo Democratico, che sta ad indicare “caratterizzato da una particolare sensibilità Democratica”, che nella modernità non può che tradursi in “(pre)disposto a (ri)conoscere e fare proprie (in tutti i sensi?) forme di Democrazia matura”, che non si esauriscono nelle primarie, ma in un concetto di Politica come espressione delle risorse migliori di una società culturale e quindi impegnata – anche, l’idea di democrazia diretta propugnata da Grillo - a dover dare quelle risposte. E sul piano dell’essenza democratica, appunto, ciò significa smetterla di baloccarsi con la destra e la sinistra e cominciare a dare risposte insieme alte e concrete alle esigenze del Paese. Che, il Politico.it lo scrive da mesi, ascoltato da un Pd che non ha però nelle corde un ragionamento che, pure fatto proprio, non riesce poi a tradurre “definitivamente” in scelte concrete, oggi “chiama” – con la sua Storia – in primo luogo a salvarlo, e ad un tempo, quindi, a rifarlo grande. Il giornale della politica italiana ha già avuto più volte modo di indicare anche il “come“. Finché il Pd cederà alle tentazioni autoreferenziali di questa fase della politica italiana, il populismo di sinistra e quello di destra dilagheranno, determinando ad un tempo la reazione uguale e contraria dell’astensionismo di massa delle persone più consapevoli. Quando il Pd si sarà (finalmente) fatto “partito dell’Italia“, senza calcoli, e dunque senza tradire (nemmeno) la propria gente, ma per nazionalismo e reale democraticità - e naturalmente ha bisogno di forme (i volti) a loro volta, come scrive Pippo Civati, credibili nel proporre (però) la novità - i populismi di destra e di sinistra torneranno nella pancia. E con loro i comici e gli animatori. Ma questo sarà possibile solo tra breve, o non sarà (per più di una ragione) possibile. Mai. Read more

Diario politico. Pigi non è mio segretario Da ‘miliardario’ Silvio detto con disprezzo A iconografia su Lega che l’ha pendente (fronteggiando così solo i ‘nani’ leghisti) Il vuoto di stile esprime un vuoto di idee Con Bersani Pd resterà un mezzo partito Invece ora come mai serve (tutto) a Italia

maggio 5, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché i Democratici sono quella forza più onesta e responsabile della nostra politica chiamata ad assumersi la responsabilità - e l’onore - di salvare e rifare grande – in un unico tempo – questo Paese. E se il rischio, come vedremo magari più tardi, è che chi verrà dopo Berlusconi (e Tremonti può rappresentare solo uno specchietto per le allodole) porti a compimento quello sfondamento anti-democratico preparato da trent’anni di rivoluzione anti-culturale del presidente del Consiglio, rendendo l’Italia “positiva” (?) al virus del fascismo che, scrive Giorgio Bocca, è “tornato tra noi”, e nessuna certezza può essere legata alla reazione (è proprio il caso di chiamarla così?) delle altre frange della politica italiana, non in funzione difensiva, ma proprio per andare all’attacco e rifare grande l’Italia, (mai come) in questa fase storica la nostra nazione ha bisogno di un Pd che si faccia “partito dell’Italia” e rappresenti la possibile scelta ideale di quella maggioranza di nostri connazionali che non si riconoscono nell’estremismo berlusconiano, e agognano quella nuova politica che vada oltre la rappresentanza di specifici interessi costituita dai cartelli della destra e della sinistra che si occupasse di e facesse solo il bene del Paese. In questo contesto, un Pd vecchio, chiuso in se stesso (“ideologicamente”, nonostante l’apertura delle alleanze, in realtà compensativa di quella chiusura “programmatica”), nostalgico della lotta di classe e del socialismo, è esattamente ciò che può spalancare delle praterie alla soluzione non auspicata. Ed è naturalmente il segretario ad averne la principale (ir)responsabilità. Il racconto della giornata di ieri, con il Tuttoberlusconi da Vespa, all’interno, è di Ginevra Baffigo. Read more

Ora basta con le (demagogiche) ipocrisie Dov’è differenza tra finiani/ Democratici? Le maggiori onestà e responsabilità Pd Non c’è quanto a programmi e pure ideali (Ri)mettetevi assieme per bene dell’Italia Come ai tempi del (primo) Risorgimento Cavour Mazzini Garibaldi approverebbero Obiettivo: salvare e rifar grande nazione

aprile 15, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Tre parole-chiave del futuro programma: rigore (non solo dei conti), nazione, cultura. Rigore che significa merito, taglio radicale alla spesa, le condizioni “tecniche” del funzionamento della macchina-Paese. Nazione perché l’obiettivo, appunto, è salvarla e rifarla grande. E siete tutti d’accordo che non è il caso di provocare la Terza guerra mondiale e che dunque tale nazionalismo (necessario) va da subito incardinato in uno stemperante (e futuribile) sbocco europeista. E radicato e costruito in funzione della terza tag, cultura. Cultura come chiave per la nostra liberazione. Non, da Berlusconi, ma (semmai) dal berlusconismo (anti-culturale) e, prima, dalle autolimitazioni imposteci (e che ci siamo imposti) nel periodo storico in cui il nostro Paese era lottizzato dalle potenze straniere, togliendoci la motivazione ad essere nazione. Solo in parte riscattata dal Risorgimento. Che ora “chiama” un seguito. Quello per fare non gli italiani, che esistono già, e semmai vanno (appunto) liberati. Ma l’Italia. E in questa fase storica farla significa (appunto, ancora) salvarla e rifarla grande. Possiamo tornare ad essere la culla della civiltà, se rifacciamo della cultura il nostro ossigeno e, attraverso di essa, ci prepariamo ad un nuovo Rinascimento civile, culturale, artistico, scientifico. Il mondo ha bisogno di una guida, non, sul piano della “potenza” (autoritario-militare) ma in termini di produzione di idee (in tutti i campi). Idee che, inserite in una rinnovata tensione alla ricerca di una dimensione etica e filosofica, possono portare ad una nuova civilizzazione. Secondo la letterata e filosofa Lisa Morpurgo dopo l’era della comunicazione, che è quella che stiamo vivendo, ci sarà il ritorno alle origini. Facciamo che non coincida con la fine dell’umanità ma, piuttosto, con un nuovo inizio, una (ri)creazione (e perdonate la grevità del gioco di concetti). L’Italia ha il compito di guidare questo processo, come lo ha fatto storicamente. In questo ritroviamo il nostro orgoglio, e il nostro orizzonte. E potremo tornare (anzi, a quel punto saremo già tornati) al centro del mondo (M. Patr.). Read more

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