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Un anno dopo, siamo a punto di partenza “Posto fisso? Monotono. Meglio cambiare‘Monotono’ è Stato che limita (se stesso) E ciò è per (‘fissità’ ma anche) precarietà ‘Mobilità’, sì, ma in chiave di innovazione Per (ri)generare (il – lavoro e) ‘noi stessi

febbraio 2, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

(2 febbraio 2012) Nella chiave di un (semplice) ‘contenimento (?) dei danni’ (puramente materiale) chiaro che l’affermazione del presidente del Consiglio – secondo la quale il posto fisso sarebbe ‘monotono’, e sia meglio ‘cambiare’ (in tutti i sensi) – fa rabbrividire, e che la prospettiva (è, la stessa) ‘precarietà’ (e – non può essere accettata).

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Innovazione chiave Rinascimento Una missione per Sinistra Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ecco cosa fermò riforma? lavoro Fornero. ‘Lavoratori si salvano salvando imprese’. Se queste non si salvano sulla loro pelle. Napolitano: ‘La riforma non è solo art. 18′. Presidente, con tutto rispetto: invece ‘sì’. Ammortizzatori vanno a regime nel ’17 (!). E rappresenteranno un colossale spreco. (Così) servon (solo) a addolcire la pillola. Potrebbero esser investimento in futuro. Ma ora governo vuol solo abolire art. 18. Monti non sa come (ri)generare crescita

di MATTEO PATRONE

La sinistra in questi anni si è sempre più appiattita sulle posizioni della destra. Per un (malriposto) desiderio di legittimazione. Il miglioramento delle condizioni delle classi più deboli l’aveva, in qualche modo, privata di funzione. Costretta a ripensarsi, ma senza più sentire l’esigenza morale che le veniva dal rappresentare le istanze delle persone che più avevano bisogno, ha finito per scegliere la via più facile dell’omologazione, via attraverso la quale raggiungere il potere. Un potere però, così, sterile e fine a se stesso. In questi anni nessuno ha mai trovato la forza – le idee – per contestare il neo-mercatismo della “Destrasinistra” (noi ci proviamo, Pier Paolo). Ma, come sempre accade nel corso della Storia, la crisi ha costretto tutti ad una (ri)elaborazione. E – a cominciare da il Politico.it – si è capito che il “panmercatismo” – tutto è mercato – non solo non è il migliore dei mondi possibili, ma è la via più breve per la (auto)distruzione. Di questo. E’ quindi proprio per la sostenibilità e la futuribilità degli stessi interessi economici, che il Politico.it ha cominciato ad indicare nella necessità di darci un obiettivo più alto, della semplice, stretta gestione economica – e nella possibilità di farlo restituendo alle persone quella libertà che l’omologazione della con-petizione riduce, attraverso la cultura – l’unica via di salvezza (per gli stessi mercati!). Ed è in questa luce che la sinistra può tornare oggi a confidare di potersi ridare una forma, e un pensiero (forte). In ultima analisi, di poter tornare (?) ad esprimere una (propria) egemonia culturale. E quindi tornare a vincere. Sul serio. E, permetteteci, far fare alla (nostra) società e all’intera umanità un passo verso lo (stesso) orizzonte indicatoci da Gesù (che è “eterno”, e non “ancora attuale”, monsignor (?) Paglia), quello di una società in cui le persone, raggiunta la piena maturità (dell’Io. Attraverso la cultura), si aprono alle altre, e collaborano insieme, facendo ciascuna ciò che serve per far funzionare al meglio quel (ritrovato) convivio umano. Ebbene, restano però (almeno) cento anni di subordinazione e di bisogno di legittimazione da scrollarsi di dosso: non stupisce, perciò, che una persona illuminata ma impregnata di questa storia come il presidente Napolitano, non riesca a vedere c0me le (non) soluzioni che il presidente del Consiglio propone, siano superate, vecchie, improduttive, inefficaci. Perdenti. E come proprio per questo – proprio per la incapacità di farci ripartire, mostrata già in estate quando nei suoi editoriali non aveva saputo fornire un solo spunto circa come si sarebbe potuto fare, anzi, addirittura dimenticando completamente l’idea della crescita – finisca poi, nervosamente, per cercare di compensare tutto ciò offrendo pannicelli caldi a quegli interessi (particolari) che, ahinoi, il conflitto di interessi gigantesco che molti esponenti di questo governo hanno, non permette di considerare alieni da una attenzione speciale (non foss’altro che culturale) da parte dell’esecutivo. Solo di un pannicello caldo si tratta se parliamo di questa (non) riforma. Lo riconosce anche il (loro) Corriere: non genererà nemmeno lontanamente un pezzettino di nulla, quanto a crescita. Perché Monti non sa come si fa la crescita. Monti dice che il modo per aiutare le persone deboli è salvare l’Italia (e non con l’assistenzialismo): lo abbiamo scritto noi per primi; siamo totalmente d’accordo. Ma l’Italia si salva rigenerando la crescita, e restituendo spessore e un senso più alto alle vite di ciascuno di noi; e con tutto questo l’abolizione dell’art. 18 non c’entra nulla. L’abolizione dell’art. 18 – sì, capo dello Stato, unico contenuto di questa riforma – serve appunto a compensare – magari, a riempire – il vuoto di iniziativa (alta ed efficace) dell’esecutivo che così bene ha fatto politica di rigore (e dobbiamo essergliene tutti grati), per la crescita. Diciamo di più: il Politico.it ha già indicato che nel prossimo governo ci dovrà essere un ministro del Bilancio che sfori il tetto di età di 45 anni mettendo la sua esperienza e la saldezza della possibile gestione al servizio di quell’esecutivo di ripartenza e rilancio, ma che proprio per poterlo essere inevitabilmente sarà anche meno esperto: e tenere in sicurezza (sempre più, sempre meglio) i nostri conti. Mario Monti potrebbe essere l’ideale ministro del Bilancio – anche per assicurare continuità tra i due esecutivi – di quel governo. A patto che, in un contesto in cui finalmente la crescita venga fatta (da qualcuno che sa come generarla), non si lasci scappare i cordoni del bilancio per pagarsi la compensazione del proprio vuoto di inizativa coprendo la riforma del licenziamento selvaggio con ammortizzatori sociali che non servendo ad altro che ad indorare la pillola dei licenziamenti, rappresenteranno una spesa a fondo perduto e, in ultima analisi, l’ennesimo – anche se, lo riconosciamo, inedito – spreco colossale (e, in realtà, ad personam!) delle nostre finanze pubbliche. Quando gli ammortizzatori – che prendrebbero la forma di una indennità di (dis)occupazione – possono rappresentare il “pagamento” dei lavoratori impegnati nella formazione per crescere (loro stessi) e tornare al posto di lavoro – flessibilizzato ma nella chiave della formazione e della innovazione – più preparati, nuovamente preparati, con un maggiore spessore culturale e quindi umano, più liberi, e pronti a dare il meglio di sè per un possibile, nuovo miracolo italiano. Da qualche giorno abbiamo sulla punta delle labbra questa espressione, notoriamente svuotata di significato e resa retorica dall’(ab)uso fatto da Berlusconi nel ’94. Ma Berlusconi, del quale il giornale della politica italiana conosce l’intima bontà e generosità, e che possiamo considerare la più grande occasione sprecata nella storia della Repubblica (proprio per le sue capacità), non ha le risorse (morali) per fare il presidente del Consiglio ma resta comunque un uomo di straordinaria (in senso letterale) intelligenza (anche, Politica): e come ha sempre fatto con gli italiani, anche nel parlare di quella possibilità per il nostro paese non lo ha fatto a vuoto, bensì a ragion veduta: perchè l’Italia ha tutto (incredibile tradizione culturale, strepitosa posizione geografica, combattivissimo tessuto di piccole imprese) per essere (di nuovo) una delle più grandi economie del mondo, al passo di Cina e Stati Uniti (sì, di Cina e Stati Uniti); se solo capirà – come Monti non è in grado, da solo, di fare – che la crisi economica non si supera intestardendosi nel ripetere (accentuare) le stesse scelte che hanno portato a quella crisi; e tanto meno – ovviamente – compensando la conseguente frustrazione cancellando 150 anni di conquiste dei diritti dei lavoratori e generando un clamoroso spreco di risorse pubbliche, al solo scopo di avere l’approvazione d(e)i (vari) Marchionne (in giro per il mondo). Ma rendendoci conto che siamo (stati) la culla della civiltà mondiale, e che da noi può venire la visione, il modello della società – della umanità – del futuro. La cultura chiave del nostro possibile Rinascimento di un’Italia che punta a diventare la culla dell’innovazione mondiale (a 360°), la più grande Silicon valley (ma con un respiro culturale) del mondo. E’, in ultima analisi, anche l’unico modo per salvare i (super – ? Quanto a prebenda, sicuramente) manager i cui stipendi aumentano del 42% nell’anno della crisi (e delle persone e delle famiglie che non ce la fanno a vivere) senza che abbiano saputo esprimere una sola idea buona che consentisse loro (generando utili) di non fare la questua (di diritti – dei lavoratori) dai governi di tutto il mondo, da loro stessi. Matteo Patrone
(21 marzo 2012)
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Formarci per crescere. Una (vera) rivoluzione (di libertà) M. Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Se i nostri lavoratori, invece di essere minacciati di vedersi gettati nella povertà – alimentando una spirale di scelte estreme – loro e degli (stessi) imprenditori – che continua a stupire, e a inorridirci, nessuno degli attuali politicanti abbia la forza, e l’onestà, per contribuire almeno con una parola a fermare – vengono forniti degli strumenti per poter godere (al contrario) di una libertà più profonda di quella di sottrarsi il posto l’un l’altro nel “mercato” (“consolidato” – ? – in senso liberista) del lavoro (mossi solo da un disperato, e lacerante – la coesione e il senso di unità – istinto di sopravvivenza), formandoli (a 360°) a svolgere nuove mansioni in aziende (ri)lanciate nel senso dell’innovazione, e valorizzando poi appieno quel (“ritrovato” – ?) spessore (umano) facendoli partecipare – come accade in Germania! – alle scelte delle imprese, si otterrà il triplice effetto di non lasciare più soli (in tutti i sensi) i nostri imprenditori, di consentire agli “operai” di emanciparsi (loro, e le – proprie – famiglie – sempre di più: se è vero che i figli di genitori “istruiti” hanno – ancora – più possibilità di costruirsi un futuro all’altezza delle – nostre – aspettative) dalla loro (insostenibile) condizione (“puramente” materiale), e di determinare (attraverso la – loro – crescita. Culturale e, quindi, umana, e a “cascata” tecnica e professionale) la crescita (della – nostra – economia). E’ questa la (vera) rivoluzione (di libertà)! Ed è in questa chiave che la Sinistra (del – nuovo – ? – millennio) può (e deve) trovare la propria ragione d’esistere.

MATTEO PATRONE

Competere, ma per tornare grandi – noi. Giulia: Politica ora (ci) tuteli

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Competere, sì, ma per tornare grandi -noi. Ecco ch’accade dove si compete (e stop). E ora basta con ipocrisie sull’articolo 18. Vero intento società liberista (selvaggia). Giulia: Politica ora (ci) tuteli (nostra vita).

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di MATTEO PATRONE

Perché il ‘sogno americano’ è, per molti, un incubo. L’incubo di migliaia di persone cacciate dalle loro città – dai sindaci! – perché vanno in giro “con gli abiti puzzolenti” (Severgnini). (Ma) è proprio con la società “affidabile” di cui parla l’editorialista del Corriere (affidabile, per chi? Abbiamo – forse – ‘padroni’ – ? – Maestri? Giudici che devono sancire la nostra ‘affidabilità’ – nei loro confronti ? Noi siamo affidabili – ma sul serio – quando lo siamo (‘solo’, o prima) con noi – stessi, e dunque con l’Italia; e attraverso di essa con – ‘per’ – il resto del mondo) che ci ritroveremo in quella stessa condizione (di in-stabilità). Quando invece noi abbiamo una (lunga) tradizione non della dolce vita – perché nessuno di noi, la fa, neppure i garantiti – ma della vita bella; quella in cui l’uomo viene prima delle cose e in cui si può ancora guardare negli occhi. Ecco: la società che Monti vuole costruire è esattamente quella basata su modello americano; non per nulla (ma davvero) “non siamo mai stati così vicini all’Italia”, ha detto (lo stesso) Obama. Ma un Paese così è un Paese che risponde solo ai suoi padroni: banche, potentati, società (reti – o cartelli? – di aziende. Spintamente) capitalistiche, che vedono nell’Italia non una terra sorella, ma un (possibile, e possibilmente sempre più ‘libero’. E/ ma ‘potenzialmente’ – ? – ‘loro’) mercato. Ma se Monti vuole davvero cambiare la nostra vita (in ‘positivo’, auspicabilmente), perché vuol togliere l’articolo 18 ai giovani – plenum dei lavoratori di domani – senza toccare quello di chi ha già il posto? In questo modo, non si creerà (molto) più lavoro (oggi), ma quello di domani sarà tutto (ancora più – ?) precario. Perché non tocca il comparto pubblico, fonte principale dei (nostri – ?) sprechi? Perché il punto di riferimento del presidente del Consiglio sono i (soli – ?) mercati – che Monti va peraltro continuamente a ‘trovare’ (nelle city). E’ un tecnico (? E’ tecnica, o – cattiva – Politica, portarci verso una – ‘nuova’-? – società meno – in ultima analisi – libera?), d’accordo; ma non ci pare di averlo ancora mai rintracciato – ad esempio – al sud, tra la nostra gente. Priorità, cinquant’anni fa, di Alcide De Gasperi, e priorità ancora – e tanto più – oggi di un’Italia – e non di ‘una’ – ? – banca – che voglia rimettersi in piedi – e non ‘ciascuno’ di noi. E questo impone anche di non scontentare gli amici (e i figli) degli amici, annidati negli organismi (para)pubblici – fonte, come abbiamo detto, del principale e finora inviolato spreco colossale nazionale – perché in questo modo viene assicurata la permanenza in vita del suo governo (naturalmente gli amici di cui sopra sono i politicanti). Quando si compete e basta, può capitare che ci siano – ad esempio –  ospedali che dovendo sopra(?)-vivere, hanno bisogno (loro) di ‘accogliere’ e ‘curare’ (anche se non ne hanno bisogno – gli italiani) sempre più persone, pur di non vedersi tagliare spese, posti, e in ultima analisi lo stesso ‘intero’ centro – e parliamo di ospedali pubblici – Ancora una volta non, nel nostro ‘interesse’, ma per (un, proprio) interesse. Ma la vita la viviamo noi e che gli interessi crescano non significa automaticamente che migliori la sua qualità. Il modo per fare i (nostri) interessi, al contrario, è aiutarci a crescere; sì, ma economicamente solo come conseguenza (proficua – in tutti i sensi) di un nostro arricchimento (individuale): ma non – solo – materiale; ma culturale. L’innovazione figlia della cultura e della formazione come unica, possibile chiave di un’Italia che torna grande – lei, e non il capitalismo morente (e i suoi ‘capitani coraggiosi’ – ?). E ora Giulia sulla (stessa) ipocrisia sul/ del(?)l’articolo 18. Matteo Patrone Read more

Primo ‘mattone’. Ricerca al centro nuovo sistema Paese M. Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

(5 febbraio 2010) Il giornale della politica italiana guarda al futuro. Lo fa in ogni mo- mento della sua narrazione quo- tidiana. Ogni nostro sforzo è teso a contribuire a fare dell’Italia un Paese più moderno, più giusto, più unito. La chiave è la nostra politica e quindi questo è il posto giusto. Oggi il nostro giornale apre lanciando una proposta-provocazione per il futuro del Paese: guardare ai prossimi decenni non significa rattoppare il sistema Italia qua e là, bensì concepire un rinnovamento totale sulla base di un piano organico e complessivo. Come sempre accade nella storia i grandi cambiamenti sono nell’aria. Lo spirito del tempo effettivamente contiene già i semi di questa evoluzione. La chiave, lo abbiamo capito tutti, sta nell’innovazione. E quindi nella ricerca. Ma per questo non basta aumentare gli investimenti – senza che ciò diventi un pretesto per non investire – bensì è necessario riorganizzare, internamente e in rapporto con il resto del Paese, il sistema. il Politico.it si fa carico non di “inventare”, cosa per la quale abbiamo l’umiltà di non credere di essere nella condizione, bensì di esplicitare e di tirare le somme di questo spirito del tempo. Lanciando una proposta concreta per il rinnovamento dell’Italia. Il dibattito è aperto, naturalmente. Buona lettura. Read more

Caro Monti, la riforma del lavoro non è univoca. Germania/Danimarca: formazione-cogestione

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Caro Monti, riforma lavoro non è univoca Germania: ecco formazione-cogestione Danimarca ‘patria’ di formazione continua In Stati Uniti c’è ‘solo’(?) libertà licenziare Ma loro boom è fondato sull’innovazione Obama (e Hu Jintao) non te l’ha(n) detto? In Italia “vogliamo”(?) solo abolire art. 18 Tua riforma non è nell’interesse nazione

di MATTEO PATRONE

La questione del lavoro non si esaurisce nella dicotomia assunzione-licenziamento. In ultima analisi, sulle regole e sui contratti. Questa è la visione tecnocratica e liberista, che consiste nel mettere i paletti (meglio se nel toglierli) e poi nel lasciare andare (le aziende alle loro scelte e, in questo caso, i lavoratori al loro – cupo – destino). E’ la visione mercatista, quella propria della destra (americana), che la BcUe – col pretesto della crisi – battezza al suo sbarco nel Vecchio continente, con tanto di copertina di Time dedicata all’uomo che la sta importando: appunto, Mario Monti. Ma là dove i mercati del lavoro funzionano – per il bene dei loro paesi e non – solo – degli investitori di Wall Street – non funziona così. Danimarca e (anche) la Germania, i due modelli che una politica sterile incapace di immaginare un sistema adatto alla specifica, nostra situazione nazionale, ha analizzato, stanno lì a dimostrarlo. In Germania i lavoratori sono inclusi nelle decisioni (imprenditoriali) delle aziende (e quando vengono licenziati restano – contrattualmente – nella loro orbita, venendo reintegrati non appena il momento di difficoltà delle imprese viene superato); in entrambi i paesi c’è la formazione continua. E (comunque) il mercato del lavoro, come dovrebbe avvenire per ogni comparto della nostra vita pubblica, si ri-definisce sulla base di un’idea di fondo del paese che si vuole (ri)costruire; e non soltanto adeguandosi (tecnicamente) all’andazzo (peggio se deficitario) del mondo circostante. L’Italia può avere una alta ambizione, che si capisce bene come un governo dell’età media superiore a quello del precedente (già alta di suo, e guidato da un ultrasettantenne) – dunque composto di persone che hanno attraversato tutti i trenta anni del nostro declino, senza avere la capacità, evidentemente, di invertirlo – non possa avere le risorse (morali e culturali) per sostanziare in un’idea e in un progetto concreto. il Politico.it – ma non solo noi: in genere tutte le forze più dinamiche e avanzate del nostro paese, oggi ridotte dall’antipolitica al potere alla semi-clandestinità – invece pensa – da tempo – che la straordinaria qualità delle nostre risorse umane e la nostra tradizione storica – e l’esigenza stessa di questo tempo, non solo nella Penisola: se dalla crisi vogliamo imparare qualcosa, e non soltanto farla pagare ai lavoratori – ci diano la possibilità di puntare ad altro che ad una semplice annessione al mercato Usa – peraltro fondato su questa stessa innovazione: solo che Obama – anche Hu Jintao – quando fa i complimenti a Monti, si dimentica di suggerirglielo – come, ad “esempio”, a (ri)diventare (come siamo stati più volte nella nostra Storia, da Roma prima culla della civiltà al genio di Leonardo passando per la rivoluzione artistica di Michelangelo) la culla mondiale dell’innovazione (a 360°). E questo obiettivo – questa idea di futuro – si concreta efficacemente in una riforma del lavoro fondata sulla formazione continua, e (a cascata, per ottimizzare la valorizzazione dei frutti che questo rafforzamento, e non indebolimento all’insegna della paura, delle nostre risorse umane, produrrà) anche sulla cogestione. Politica, e non tecnica. Di tutto questo, nella semplice deregulation di Monti non c’è traccia. Prendere o lasciare. Ma lo spettro delle opzioni – e delle sfumature, e della ricchezza della Politica – è molto più ampio. E le esigenze del paese – e, permetteteci, del mondo intero – sono (ben) altre, dalla (semplice; e riduttiva) introduzione della libertà per le aziende di licenziare. Stupisce (ma non troppo) il cappello che il presidente Napolitano ha messo sulla riforma (di cui del resto è padre il suo alter ego – degenere? – esecutivo); meno quello della BcUe, formata da tecnocrati come il nostro presidente del Consiglio (che del resto “viene” da lì). Ma la tecnica basta a mantenere lo status quo (al “massimo”, ad accentuarne – come in questo caso – il segno). Lo status quo – che è il panmercatismo, e non, come i liberisti vorrebbero farci credere, uno statalismo che esiste solo in quel comparto pubblico – e soprattutto nei suoi rami morti – che Monti, fedele ai politicanti e alle loro clientele, non si azzarda nemmeno a nominare, vero blocco allo sviluppo – se ce n’è uno – da rimuovere costi quel che costi – ha mostrato tutti i propri limiti e la propria potenzialità (fallimentare) in tutto il mondo. E’ il caso – proprio in questo momento – di adeguarci anche noi, facendo una scelta vecchia, dolorosa, unilaterale e, in ultima analisi, antistorica e anti-italiana – ma tutt’altro che anticiclica? Matteo Patrone

(28 marzo 2012)

Questa non è una “riforma” (?) del lavoro. Ma (soltanto) l’abolizione dell’art. 18 di M. Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Caro (?) Bersani, ma (mo’) che stai a fa’? Questa non è una “riforma”(?) del lavoro Questa è (“soltanto”) abolizione di art. 18 E Berlusconi raggiunge obiettivo del ’94 Il Pd (il Pigi) invece tradisce se stesso(?) E soprattutto milioni di cittadini “deboli”

di MATTEO PATRONE

Il segretario di se stesso – e della politica politicante – dà il placet del “partito dei lavoratori” alla non-riforma che riporta i dipendenti ad una condizione di “schiavitù” (professionale. Ma, a salire (?), anche esistenziale) pre-novecentesca da quelli che tornano a tutti gli effetti ad essere i (loro) padroni. Gli ammortizzatori sociali, che entreranno a regime solo più in là e che al primo colpo di vento (di – nuova; o, in questo modo, rinnovata e amplificata – crisi: perché parliamo, (noi) sempre, di quella delle persone) saranno rimessi in discussione per la propria insostenibilità economica, sono solo uno specchietto per le allodole che, di concreto, migliora solo un po’ il progetto di (peggior) liberismo immaginato e cominciato ad attuare dal predecessore di Monti nel 2001: via il contratto selvaggio, e questo è un bene; dentro comunque una forma di ammortizzazione nel totem del licenziamento – a sua volta – selvaggio, e anche questo è un bene; ma si tratta del minimo (sindacale – ?) in un Paese che fa della propria coesione uno dei principali fattori di tenuta nonostante l’assenza della Politica dalla scena – quando non torna per fare danni – da trent’anni a questa parte, e che ora rischia di non avere più nemmeno questo. Ma i deputati del Pd – e non del Pigi – che conservano ancora un minimo di pathos – di partecipazione. Ai destini delle persone. Quella dall’alto al basso che rende Alta la Politica; che la mette al (reale) servizio del Paese e non degli interessi (particolari) – abbiano un sussulto di orgoglio e di dignità e dicano no a questo passaggio che non ri-genererà alcunché, se non il senso di onnipotenza di una classe imprenditoriale che faticosamente avevamo avvicinato (unito) a quella “operaia”, e che ora tornerà sulle barricate di una (dura) lotta di classe. Ha vinto Marchionne. Ha perso tutta la tradizione della sinistra dal Risorgimento ad oggi. Per ora. Sarà anche un modo per dire no a questo segretario di se stesso che mette a repentaglio un secolo di conquiste da lui stesso ideologicamente sbandierate come la linea del Piave del suo partito (?) democratico (???), al fine della propria, sola sopravvivenza politica. Una “carriera”, come la chiama il suo amico Casini. E non un servizio (civile). E’ incivile che il partito democratico dica sì a questa non-riforma. E anche – è ora di dirlo – che tre esponenti di aree di opinione e di sensibilità che la pensano all’opposto possano trovarsi d’accordo sugli stessi provvedimenti. Il giornale della politica italiana per primo ha preconizzato – e predicato – la fine della destra e della sinistra; ma non in nome del ritorno al consociativismo. Unità degli italiani, e non dei politicanti. Per difendere l’Italia, e non loro medesimi. Se l’abc della politica (è proprio il caso di chiamarlo – elementarmente – così, nella definizione – non sa nemmeno lui quanto – geniale data da Francesco Verderami) va tanto d’accordo o c’è qualcosa che non va nei contenuti (?) o c’è qualcosa che non va nelle prime tre lettere dell’alfabeto. Ma se la a e la c centrano oggi (tutti) i loro obiettivi, la (serie) b della politica politicante non si capirebbe altrimenti (se non avessimo isolato il germe dell’autoreferenzialità della politica) che cosa avrebbe da sollecitare le parti sociali a sottoscrivere questo accordo che rinnova il conflitto di interessi del governo Monti (le norme per la gratuità dei conti per le persone anziane, pure benedette, sono una foglia di fico dietro la quale si consuma il rapporto “osceno” – è soltanto una metafora: rimettete in tasca le querele - tra il presidente del Consiglio e i poteri forti), e prende in giro gli italiani. Anche perché tutto questo, come abbiamo scritto ieri , non rigenererà alcuna (?) crescita: un po’ di crescita ci sarà forse per quel che riguarda la domanda interna, come rileva oggi sul Corriere il prof. Liebman, ma sarà ben presto azzoppata quando gli ammortizzatori (che si chiamano “sociali” ma durano solo qualche mensilità) finiranno (del tutto?) e la disoccupazione delle/ nelle famiglie (oggi protette) schizzerà alle stelle. Un maggiore (?) ingresso dei giovani nel “mercato” (!) imprimerà una (piccola) spinta, vanificata però dalla (stessa – ?) precarizzazione. Tutto questo senza riaprire alcuna prospettiva: dove andiamo, con questo gol della destra americana e dei mercati, se non (“solo”) a rimettere a posto i conti di imprese che – senza un ulteriore stimolo-motivazione, quale avrebbe potuto essere (sarà) reimpostare il sistema produttivo nel senso dell’innovazione, con la formazione ad assicurare la continuità dell’occupazione, a dare sostenibilità e produttività alle stesse indennità (strettamente legate alla partecipazione alla formazione) divenute in questo modo un investimento nel futuro, e alla libertà di licenziare un senso e non solo un (plus)valore – penseranno, in piena crisi e recessione, a tirare i remi in barca a discapito dei soli dipendenti? Berlusconi, intanto, festeggia il suo ultimo successo: fuori da palazzo Chigi, per interposto Monti, è riuscito a compier quella rivoluzione (il)liberale che prometteva dal ’94 e che lui non era capace di mettere in atto. E’ il suo ultimo capolavoro: peccato (per lui) che non si sia accorto prima che da Arcore avrebbe potuto tirare le leve del potere con ancora maggiore facilità. Anzi no, prima non era possibile: lo è diventato da quando il principale partito del centrosinistra – il, centrosinistra – ha Bersani alla propria “guida” (?). Il “peggior segretario della sinistra berlusconiana degli ultimi quindici anni”, abbiamo scritto questa estate. Non sapevamo neppure noi quanto avevamo visto giusto. Matteo Patrone

(16 marzo 2012)

Crescita, (la) riforma del lavoro decisiva Se introduce formazione -come Germania E riorienta sistema in chiave innovazione O sarà (ennesimo) provvedimento inutile “Capace”(?) di ‘spostare’ (solo) uno “0,” ‘Mentre’ Italia può crescere a due cifre(!)

giugno 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Come abbiamo spiegato quando l’iter del ddl ancora stentava di fronte all’ostacolo della (pretesa. Dal governo) abolizione dell’art. 18, la questione del lavoro non si esaurisce nella dicotomia assunzione-licenziamento. Ovvero, in ultima analisi, sulle regole e sui contratti. Questa è la visione tecnocratica e liberista, che consiste nel mettere i paletti (meglio se nel toglierli) e poi nel lasciare andare (le aziende alle loro scelte e – di solito – i lavoratori al loro destino). E’ la visione mercatista, quella propria della destra (americana), che la BcUe – col pretesto della crisi – battezza al suo sbarco nel Vecchio continente, con tanto di copertina di Time dedicata all’uomo che la sta(va – ?) importando: appunto, Mario Monti. Ma là dove i mercati del lavoro funzionano – per il bene dei loro paesi e non – solo – degli investitori di Wall Street – non funziona così. Danimarca e (anche) la Germania, i due modelli che una politica sterile incapace di immaginare un sistema adatto alla specifica, nostra situazione nazionale, ha analizzato, stanno lì a dimostrarlo. In Germania i lavoratori sono inclusi nelle decisioni (imprenditoriali) delle aziende (e quando vengono licenziati restano – contrattualmente – nella loro orbita, venendo reintegrati non appena il momento di difficoltà delle imprese viene superato); in entrambi i paesi c’è la formazione continua. E (comunque) il mercato del lavoro, come dovrebbe avvenire per ogni comparto della nostra vita pubblica, si ri-definisce sulla base di un’idea di fondo del paese che si vuole (ri)costruire; e non soltanto adeguandosi (tecnicamente) alle scelte (peggio se, nella loro versione integrale, deficitarie) del mondo circostante. L’Italia può avere una alta ambizione, che si capisce bene come un governo dell’età media superiore a quello del precedente (già alta di suo, e guidato da un ultrasettantenne) – dunque composto di persone che hanno attraversato tutti i trenta anni del nostro declino, senza avere la capacità, evidentemente, di invertirlo – non possa avere avuto le risorse (morali e culturali) per sostanziare in un’idea e in un progetto concreto. il Politico.it – ma non solo noi: in genere tutte le forze più dinamiche e avanzate del nostro paese, oggi ridotte dall’antipolitica al potere alla semi-clandestinità – pensa – da tempo – che la straordinaria qualità delle nostre risorse umane e la nostra tradizione storica – e l’esigenza stessa di questo tempo, non solo nella Penisola: se dalla crisi vogliamo imparare qualcosa, e non soltanto farla pagare ai più “deboli” – ci diano la possibilità di puntare ad altro che ad una semplice “annessione” al mercato Usa – peraltro fondato su questa stessa innovazione: solo che Obama, ogni qual volta fa i complimenti a Monti, si dimentica di suggerirglielo - come, ad “esempio”, a (ri)diventare (come siamo stati più volte nella nostra Storia, da Roma prima culla della civiltà al genio di Leonardo passando per la rivoluzione artistica di Michelangelo) la culla mondiale dell’innovazione (a 360°). E questo obiettivo – questa idea di futuro – si concreta efficacemente in una riforma del lavoro fondata sulla formazione continua, e (a cascata, per ottimizzare la valorizzazione dei frutti che questo rafforzamento, e non indebolimento all’insegna della paura, delle nostre risorse umane, produrrà) anche – eventualmente – sulla cogestione. Politica, e non tecnica. Di tutto questo, nella deregulation di Monti non c’è (mai stata) traccia. Prendere o lasciare. Ma lo spettro delle opzioni – e delle sfumature, e della ricchezza della Politica – è molto più ampio. E le esigenze del paese invocano ben altro, dalla (semplice; e riduttiva) introduzione della libertà per le aziende di licenziare (“sia pure” con tutte le garanzie – per i lavoratori – del caso). Al di là della scadenza del 28 giugno, che varrà comunque poco se il presidente del Consiglio si presenterà con una riforma (approvata) incapace (però) di risolvere i nostri problemi, perché – nel mettere mano al sistema del lavoro come (unica) chiave per sbloccare la nostra attuale situazione (di crisi) – dovremmo accontentarci di un provvedimento incompiuto, parziale e, in ultima analisi, tutt’altro che anticiclico? Read more

Ecco come integrare economie europee Stringendo sinergie (fusioni) tra aziende E rifacendo imprese campioni (mondiali) Rilanciando “insieme” (nostra) economia Così – Politicamente – si fa(rà) la crescita E non agendo su (vuote) sovrastrutture

giugno 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il predominio nelle commissioni. Il blitz di ieri su semipresidenzialismo-federalismo. E la minaccia di una riforma approvata a (vecchia) maggioranza. Che – dopo la porcata di Calderoli nel 2006 – modifica il nostro sistema istituzionale senza prevedere contrappesi e senza la partecipazione delle forze che, oggi, rappresentano la maggioranza (relativa) degli italiani. In nessun altro paese d’Europa (e non solo), il partito di maggioranza relativa (di destra o sinistra non importa), costitutivamente vocato ad assumersi lui – in un sistema bipolare – la responsabilità di caricarsi sulle spalle la propria nazione, potendo andare alle elezioni e vincerle, accetterebbe di regalare alla ex maggioranza – di colore opposto – uscita sconfitta da tutti gli ultimi appuntamenti elettorali, di continuare ad esercitare la propria golden share sul Parlamento. Mentre il governo che costituisce il motivo del sacrificio – fatto in nome della sola “responsabilità nei confronti del paese”!, naturalmente - vende per decisiva per la salvezza dell’Italia e dell’euro una non-riforma del lavoro che il presidente degli industriali definisce “una boiata” – con tanto di condivisione del giudizio da parte di quei partiti che, se con una mano tolgono (ipocritamente e strumentalmente) “consenso” a questo esecutivo, dall’altro (proprio per potere continuare a farlo!) lo tengono in vita – e per il resto è immobile da mesi: se si eccettua un dl sviluppo di fronte al quale le stesse forze politiche stanno cercando ancora oggi di capire quale sia la funzione – districandosi tra le mille e nessuna opzione di questo provvedimento “omnibus e niente” - e la possibile – ? – utilità, e che di certo non sposterà più di uno zero virgola per un paese che ha le potenzialità per crescere in doppia cifra e la necessità, a questo fine, di una svolta – e non più di continuare a vivacchiare (finché ci riesce). Perché in questi sei mesi Monti ha puntato a salvare l’Italia (?) assumendo provvedimenti che, di fatto, l’hanno mandata (o hanno accentuato questa tendenza) in recessione, e questo significa che la nostra economia è “pronta” a generare altro debito, e che ogni sforzo compiuto per risistemare (in questo modo, male) un bilancio che, così, è già tornato a non essere in ordine, verrà vanificato. E tutto questo con l’aggravante di guidare una nazione che ha le potenzialità per essere una delle maggiori economie del mondo, e le cui possibili soluzioni per rigenerare la crescita sono sotto gli occhi di tutti, già praticate – di fatto – da quella parte di paese che la politica, interessata – solo – a se stessa, nemmeno conosce, ma che le altre nazioni ci invidiano e cercano di strappare per farne gli assi portanti delle loro imprese, dei loro centri di ricerca, delle loro università. Noi, motivando (attraverso tutto ciò) al rientro questi nostri ambasciatori (come sta facendo, ad esempio, la Germania! Mentre con un orecchio – non – sente le nostre lagnanze circa un “rigorismo” praticato soltanto da Monti e che la Merkel, nel suo paese, “accompagna” con misure per la crescita) – e consentendo alle migliaia “come” loro che restano invischiate nella ragnatela di interessi particolari che soffoca ogni tentativo di ripartenza del nostro paese di occupare i posti oggi usurpati da vari figli e fratelli dei politicanti e dei loro amici - avvieremmo un sistema produttivo oggi fermo agli anni Settanta, sulla strada, finalmente, della modernità, esercitando un potenziale di crescita da, appunto, doppia cifra. Come Stati Uniti e Cina, abbiamo già scritto, e lo ripetiamo. Tecnicamente, questo si pratica (ri)orientando il nostro sistema – la nostra mentalità – nel senso (non più della conservazione – di noi stessi ma) dell’innovazione (a 360°), rifacendo della terra che ha generato, nel corso della sua Storia, le anticipazioni di futuro di Leonardo, il genio di Dante, la rivoluzione artistica di Michelangelo, il luogo nel quale – superando il provincialismo e il complesso di inferiorità che le umiliazioni a cui ci hanno costretto i politicanti negli ultimi trent’anni ci hanno affibbiato - si torna ad avere – e a praticare – un respiro assoluto, e ad avere l’ambizione di scrivere pezzi della Storia del mondo – e non più, solo – gossipparamente - dei vari scandali a cui ci siamo condannati negli ultimi vent’anni - e del (nostro) futuro. Per preparare tutto questo si tratta di costruire un sistema integrato tra una scuola rinnovata e in cui siano stati iniettati nuovi stimoli (puntando a rifarne il punto più avanzato dell’istruzione nel mondo: attraverso i modelli di insegnamento, attraverso i contenuti, lo studio, e non la regressione – in senso aziendalistico, “poco” importa che avvenga a livello primario o universitario - dell’istituzione del premio dello studente dell’anno), l’università e (una) formazione continua (da introdurre: da parte dello Stato! E non più abbandonata all’iniziativa – non sostenuta e non estesa alle altre – di (poche) virtuose imprese, che a causa dell’arretratezza del sistema – ovvero della Politica – si trovano, invece che a riesplodere, a dover pagare – più del dovuto - questo sforzo compiuto, in ultima analisi, in funzione della crescita di – tutto – il paese), la ricerca e il nostro tessuto imprenditoriale. Un sistema, finalizzato a generare le migliori nuove idee e i migliori (e più avanzati) prodotti (sul mercato), valorizzando risorse umane che, grazie all’educazione, all’istruzione, diventeranno loro stesse motore di una crescita che consisterà, in primo luogo, in una possibile ripresa delle nostre esportazioni, laddove oggi stiamo perdendo – proprio perché gli altri si rinnovano, si modernizzano, si specializzano, e noi, ostacolati e non spinti - in questo senso – da un governo che preferisce disperdere le proprie risorse in mille rivoli, non avendo chiaro il punto attraverso cui è possibile avviare uno sviluppo consistente e duraturo, rimaniamo fermi alla condizione – deficitaria – di…ieri. Perché la domanda cala, in tempo di crisi, ma le esportazioni dell’Italia, “chissà perché”, calano - o non recuperano – più di quelle di altri paesi a noi vicini - quote di mercato. Dove le risorse di ciascuno siano valorizzate in funzione di quelle degli altri. Anche inducendo le nostre imprese a stringere sinergie (quando non direttamente fusioni) tra loro e a livello comunitario, determinando così – e non attraverso inutili organismi e sovrastrutture calati dall’alto – una (reale!) integrazione delle economie europee. In cui il merito è assicurato dalla tensione (comune) verso lo stesso obiettivo, se è vero che è la motivazione a rifare grande (insieme) il proprio paese, così che lo scopo dell’impegno di ciascuno debba essere crescere in funzione (anche) delle esigenze della comunità di appartenenza, acquisendo e praticando quella “responsabilità generale” (o collettiva) che fa la differenza tra mille individualità che agiscono ciascuna per il proprio tornaconto, e facendo solo ciò che è necessario a loro stesse, e un collettivo, in cui ciascuno è decisivo ad un tempo nel colmare le mancanze degli altri e nell’integrare i loro punti di forza, e in cui tutti fanno anche quella parte di lavoro che non servirebbe strettamente a loro, ma serve a mandare in porto l’operazione complessiva: se è vero che è così che le migliori risorse vengono alla luce, e si “ottiene” (veramente) il merito, e non soltanto la (sterile) applicazione della legge del più forte. E, ovviamente, potremmo andare avanti (quasi) all’infinito, nello specificare e nell’arricchire la descrizione di come si esce (Politicamente) dall’attuale situazione, invece di provare ad uscire (tecnicamente. E con l’ausilio di qualche giornale – di nuovo – amico) dall’angolo, di immagine, in cui ci si era – col proprio vuoto di iniziativa durato, fino al flop del dl sviluppo, per ben sei mesi – ficcati. A questo governo, e soprattutto alle sue (mancate) politiche, esiste eccome un’alternativa. Come non potrebbe essere altrimenti, visto che non è possibile immaginare che un grande paese come l’Italia, e la sua democrazia, siano in grado di offrire solo una classe dirigente autoreferenziale e interessata al mantenimento del proprio potere, e un governo privo di alcuna partecipazione alla vita dei cittadini, e incapace, perciò, di generare alcunché. Un’alternativa al fallimento, che consiste nel vedere il nostro paese risorgere e conoscere il proprio nuovo Rinascimento.

Caro Monti, te lo dice pure Confindustria Decreti omnibus non bastano far crescita ‘Se’ incentivi si disperdono in mille rivoli Politica deve dir dove vuol portare Italia Squinzi: ‘Puntare su ricerca/ innovazione’ Gad: “O mercati (‘ora’) aggrediranno noi”

giugno 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché l’innovazione costituisce, ad un tempo, il risultato e la “causa” (il motore) di ogni – vera – politica di crescita (economica), se è vero che non ci può essere crescita (arricchimento) senza ricerca, e la ricerca porta appunto alla generazione di nuove idee. “Come hanno ben capito in altri paesi”, scrivono gli industriali. Perché quelle stesse nazioni che fingiamo di prendere a modello, hanno costruito su questo – e non sul liberismo – la propria attuale, maggiore solidità (economica e non solo). E’ il caso degli Stati Uniti, culla delle start-up e dell’innovazione (tecnologica). Ma è il caso – anche – dell’India – oltre che della – stessa – Germania – che tiene infatti il passo delle (sue) aspettative a differenza di un gigante cinese che avendo prediletto la prospettiva di un “guadagno” (facile e) immediato – “come” in una speculazione finanziaria; facendo scontare ai – “soli” – lavoratori i “costi” del (proprio, mancato) sviluppo – si ritrova ora a crescere meno del previsto, e a vedere allontanarsi il traguardo di un possibile sorpasso nei confronti dell’economia americana. Come abbiamo già scritto è la Cultura, e non competere – e basta – la chiave del nostro possibile Rinascimento. Non è un caso che l’azienda di maggior successo della nostra Storia abbia fondato proprio sulla formazione (dei – propri – dipendenti) e sulla creatività (liberata da un clima – aziendale ma “familiare” – in cui ciascuno riceveva gli stimoli e, ad un tempo, la serenità – leggi: il contrario della minaccia del licenziamento selvaggio – necessaria a dare il meglio) la capacità di generare quella invenzione/ scoperta che costituisce il perno attorno a cui ruota la nostra (attuale) civiltà: il primo pc. L’innovazione, appunto, come risultato e “motore” della crescita (culturale, cioè umana e, a cascata, tecnica e professionale) degli italiani, e, attraverso di essa, della nostra economia. Sarà dandoci questa prospettiva (a 360°) – e non continuando a mettere una toppa qua e là – che potremo salvare l’Italia. E, allora, potremo confidare di tornare a crescere (in una – possibile – doppia cifra; e non dell’ennesimo zero virgola – in negativo? – a cui rischia di condannarci l’ultimo – ? – decreto “sviluppo” – ?). E di evitare un “contagio” che è frutto – in realtà – solo della “nostra” (?) incapacità (di rigenerare, appunto, la crescita). Perché, come ci ricorda il conduttore de L’Infedele, il voto greco non risolve affatto la crisi dell’eurozona; visto che i mercati, ben più che alla Grecia, puntano (ora) al bersaglio grosso: (la Spagna e, soprattutto,) il nostro paese, che dopo sei mesi di governo Monti si ritrova sull’orlo del baratro “esattamente” (?) come prima. di GAD LERNER Read more

***Il futuro dell’Italia***
LA CRESCITA? SI OTTIENE FORMANDO GLI ITALIANI
di MATTEO PATRONE

giugno 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il governo continua ad annunciare misure per la crescita che però, puntualmente, non vengono assunte. E ha voglia il ministro per lo Sviluppo (?) (a puntare – ancora – sulle – sole – infrastrutture – e sul relativo consumo – al di fuori di qualsiasi programmazione – di territorio, e) a dire che – per rilanciare il Pil – non esistono “ideone”. Non le avrà chi ha passato la sua vita a far quadrare i conti di istituti (che – in questi anni: ma non stiamo parlando – proprio – di questo? – hanno agito) spesso a discapito di quegli stessi cittadini comuni nella cui crescita (che non passa per il loro – ulteriore – impoverimento) sta – invece – la chiave per rilanciare la nostra economia. “Non c’è Politica senza partecipazione ai destini delle persone”, diceva Gramsci. E non basta ripetere ogni giorno che “la crisi è grave, i disoccupati sono tanti”, per rifarsi un’innocenza alla quale gli italiani – e non i poteri – forti – oggi non credono più. Read more

Ma unico progetto in campo resta nostro Serve ora completo ribaltamento di piano Una economia rifondata sull’innovazione Formazione continua a ‘integrare’ lavoro Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento Italia tornerà ad essere culla della civiltà

maggio 15, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La cultura non è (soltanto) la conservazione (pure imprescindibile) dei beni del passato. E l’investimento nella cultura non può consistere (solo) nello stanziamento di fondi per creare “centri di attrazione culturale” (che significa, poi, turistici) (sia pure) al Sud. E nemmeno nel (solo) finanziamento (pubblico o privato) delle cosiddette “politiche culturali”; e cioè dell’attività “culturale” ai massimi (?) livelli (attuali). A caccia di un (così, improbabile) punto di equilibrio – quindi – commerciale. La cultura, scriveva Einstein, non è nei frutti della ricerca scientifica; ma nello stimolo “a comprendere, al lavoro intellettuale” – e quindi nella sua rigenerazione – che essa offre ad un (intero) popolo. La cultura non è nella (semplice) conservazione de – ad “esempio” – i Fori imperiali a Roma; ma nella “grandezza di spirito” di quei nostri antenati che – come scrive Goethe nel suo Viaggio in Italia – essi rievocano, motivandoci a ricercarla, a tentare di imitarla, di “compiere opere” (in senso ampio; a 360°) di “pari” respiro. La cultura è vedere nel grande patrimonio che ci è stato tramandato dai nostri avi, non un oggetto di consumo (sia pure – nell’accezione diffusa oggi – “culturale”); ma un motivo di ispirazione, di ricerca, di approfondimento. E (quindi) di tensione all’arricchimento. (Anche) in questo senso la cultura può rifare grande l’Italia: non (solo) perché può aumentare gli introiti del nostro turismo (“culturale”), ma perché mobiliterà le nostre energie. Che, come ci dicono quelle opere – e i nostri avi: da Leonardo a Michelangelo, per “tacere” – ne abbiamo detto fino a questo momento – della culla della civiltà occidentale – sono quelle della più grande tradizione culturale al mondo. Che possiamo “rigenerare” (all’interno la sintesi del programma del giornale della politica italiana, che muove tutto dall’idea della cultura e dell’innovazione come chiave del nostro possibile Rinascimento), e non soltanto limitarci (come semplici “spettatori”) ad osservare.

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Tagli spesa, perché accanirsi su scuola? Crescita (strutturale) riparte (solo) di qui Perché governo non tocca loro clientele? Vera fonte di principale spreco nazionale

aprile 29, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Ma perché” quando si parla di taglio alla spesa, invece di “guardare” alla scuola (! Di cui, per crescere, bisognerebbe prioritariamente ricominciare ad occuparsi. Politicamente – e in chiave ri-costruttiva e non di – ulteriore – destrutturazione – e non solo amministrativamente) e alla (in)sicurezza, non si comincia da quegli organismi (para)pubblici (“familistici” e clientelari. Della “nostra” – ? – “politica” – ? – Appunto) che rappresentano il principale – e tutt’oggi inviolato – spreco colossale nazionale?

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“Schiaffo” mercati a Monti: spread a 380 “Non ci hai ‘offerto’ art. 18, ci rivaliamo” Ma gov. non dev’esser affidabile co’ loro Ma agire nell’esclusivo interesse italiani E oggi ciò significa (ri)generare crescita Anche per (ri)mettere in sicurezza debito Ma questo Monti (proprio) non lo sa fare Esecutivo proff. è ancora utile al Paese? Crespi: “Maggioranza di noi pensa di no”
di GAD LERNER

aprile 9, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La creatività, cita Giulio Giorello domenica sul Corriere, è riordinare elementi al cui uso siamo abituati quotidianamente, ma che nell’ordine attuale non danno la resa che possono dare in un ordine nuovo. Il giornale della politica italiana ha già indicato nella formazione continua – tassello per ciò che riguarda il lavoro di un completo ribaltamento di prospettiva in cui torniamo a fare della cultura il nostro ossigeno, (ri)sostituendo i contenuti al gossip, riavendoci della nostra capacità di pensare, recuperando il gusto per lo studio – la chiave per fare del lavoro (e della forza lavoro) il principale motore del rinnovamento delle aziende nel senso dell’innovazione. E – quindi – per rigenerare (una) crescita (che può arrivare “fino” alla doppia cifra). Il governo, invece, spiega il conduttore de L’Infedele, usa “gli strumenti tradizionali della scuola economica neoliberista”. Che è come infierire sul malato iniettando altro vaccino della stessa malattia che l’ha portato nelle condizioni in cui si trova oggi. Perché Monti ‘pretende’ di ascoltare i mercati. Ma i mercati, abbiamo già avuto modo di dirlo, non perseguono il bene dell’Italia, ma il loro. E quando nel nostro paese (la Politica) (si) torna a discutere per stabilire di non prendere una decisione – l’abolizione dell’art. 18 – che non è nell’interesse generale, ma solo di una parte e, al limite, degli investitori di Wall Street, ecco che loro si ribellano, come anticipato dal loro giornale, e come vediamo in queste ore. Perché è evidente che il nostro spread non sale (peraltro, da almeno dieci giorni) solo per la crisi occupazionale negli Stati Uniti – come tentano di accreditare, fuorviandoci, stamane i commentatori – ma anche perché non abbiamo sacrificato la libertà dei nostri lavoratori sull’altare della (loro) convenienza. Il compito di un governo dell’Italia, però, non è fare la loro convenienza; ma quella del paese (e non – di – un mercato). Quell’”affidabilità” nei confronti degli italiani, e non nei confronti di Wall Street, che abbiamo già rivendicato come condicio sine qua non per fare Politica nel nostro paese. E il bene dell’Italia, oggi, sarebbe (ri)generare la crescita; (ri)producendo la quale si metterebbe peraltro il nostro debito in sicurezza al di là di ogni tentazione famelica degli investitori. Ma Monti, lo abbiamo già scritto, questo non lo sa fare. E perciò cincischia intorno a provvedimenti preliminari – quale sarebbe stata, comunque, anche l’abolizione dell’art. 18 – che girano intorno al punto, senza mai centrarlo. Perché il suo “referente” (Etico) non siamo tutti noi, ma i mercati. Ed è anche per questo che, come ci rivela Luigi Crespi, i professori hanno sperperato in poche settimane il patrimonio di fiducia che avevano accumulato presso gli italiani, scendendo oggi al di sotto del 50%. Perché i nostri connazionali sono disposti ad accettare ogni sacrificio – per il bene, di tutti – ma non (ulteriore) sofferenza “spesa” sull’altare della salvezza di (solo) una parte di loro (o, peggio, dei “dominatori” stranieri: una tendenza, quella a “calare le brache” nei confronti dei conquistatori, che attraversa tutta la nostra storia – “recente”). Una riforma unilaterale e – in ultima analisi – anti-italiana – senza essere, come abbiamo già scritto, anticiclica – che infatti l’esecutivo è stato costretto a rimangiarsi. Ma ora Catricalà: “In Parlamento sarà possibile re-introdurre maggiore flessibilità”, gli fa eco anche il presidente del Consiglio da Israele. Il Pd è chiamato a tenere ferma la barra, o contraddirà la propria funzione (di “partito dell’Italia”, e non – tanto - dei – soli – lavoratori). Che è, semmai, quella di approfittare del passaggio parlamentare per introdurre la formazione (continua) nei momenti di transizione da un lavoro all’altro come chiave per mantenere i nostri lavoratori “sempre” occupati, dare quindi un senso ad ammortizzatori sociali che cesserebbero così di essere tali e diventerebbero una indennità di (dis)occupazione finalizzata a dare più forza, competenza, specializzazione, libertà alle nostre risorse umane, e infine per attivare un circolo virtuoso nel quale aziende e lavoratori sarebbero entrambi impegnati per (far) crescere (loro stessi e le proprie aziende), e quindi capace, in questo caso per davvero, di (ri)generare la crescita. Altrimenti, scrive Gad nel pezzetto che stiamo per leggere, “la recessione rischia di mangiarsi anche un governo impegnato solo a pagare il debito”. Ovvero incapace, “aggiungiamo” noi, di offrire (al paese, e non ai mer- cati) alcuna soluzione per ripartire. di GAD LERNER Read more

E (così) alla fine Monti ha dovuto cedere Con noi la Sinistra è (già) tornata vincere (Adesso) Bersani è segretario (più) forte E Camusso ci “restituisce” Cgil Cofferati Peraltro 10 anni esatti dal Circo Massimo Ma ora serve completo cambio orizzonte Una economia rifondata sull’innovazione Formazione continua a ‘integrare’ lavoro Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento Torneremo ad essere la culla della civiltà

aprile 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Solo quindici giorni or sono la Sinistra aveva sfiorato il punto più basso della propria parabola storica. Il vertice dell’abc della politica politicante, battezzato da Monti, in cui il segretario Democratico aveva accettato di concedere l’abolizione dell’art. 18, rischiava di segnare un passo indietro di centocinquant’anni nelle conquiste dei lavoratori e non solo. La sconfitta, (che sarebbe stata) “definitiva”, di tutta la tradizione progressista europea, dal Risorgimento ad oggi. Aveva vinto il Marchionne che, in queste ore, vediamo arrancare, con la sua Fiat – sia pure in un momento di crisi per tutto il settore auto – dimostrando di essere il guru solo di se stesso (visto che il suo stipendio, al contrario, è aumentato del 42%). Ciò nonostante, lo stesso principale sindacato confederale, aveva ormai alzato bandiera bianca. Poi il giornale della politica italiana ha cominciato a giocare la (sua) partita: dalla sferzata nei confronti del segretario del Pigi, alla reazione di Camusso, fino alla definizione di un possibile orizzonte nuovo per la Sinistra, che non fosse più quello, della destra, mercatista, e alla specificazione delle modalità concrete attraverso cui realizzare tutto ciò. E in poche ore la situazione si è completamente ribaltata. Se, prima, Alfano gongolava, potendo sostenere che, dieci anni dopo, il Pdl aveva centrato il proprio obiettivo – dopo il fallimento, proprio dei primi mesi del 2002, per l’”invasione” del Circo Massimo da parte di tre milioni di cittadini, del primo tentativo di Berlusconi di cassare l’art. 18 -; se Confindustria fingeva soltanto, di non essere pienamente soddisfatta (oggi vediamo come si mostra quando lo è davvero, arrivando a minacciare di licenziare migliaia di persone per pura ripicca), giocando, con Monti, ad accreditare che la riforma era nell’interesse di tutti e costringeva ciascuno a cedere qualcosa; a distanza di pochi giorni – dopo l’inizio del nostro fuoco di fila di editoriali e commenti con cui risvegliavamo, a suon di contenuti, l’orgoglio delle forze più oneste e responsabili del nostro paese – le tecnocrazie finanziarie (e con loro il presidente del Consiglio) erano costrette, dopo l’offensiva, ad arretrare (fino al cedimento di oggi) difensivamente; Marcegaglia tradiva segni di nervosismo (assumendo toni che non le avevamo mai ascoltato usare: “Ridicolo”), il Pdl subiva palesando “finalmente” il profilo basso a cui la leadership (?) di Alfano lo ha ridotto, e che solo la forza di inerzia di un ventennio in cui Berlusconi aveva annichilito il centrosinistra (preparando però, oggi, con il suo annichilimento, il possibile risveglio “storico”), aveva continuato – per poco, illusoriamente – a mascherare. In buona sostanza il vento era completamente cambiato. E oggi la Sinistra può festeggiare l’inizio del possibile ritorno (?) alla sua egemonia. L’egemonia (naturale, quando esprime compiutamente se stessa) dell’area di opinione e di sensibilità più onesta e responsabile della nostra nazione, che in quanto tale sta (anche) dalla parte delle persone che soffrono, che hanno una maggiore urgenza di essere sostenute, ma lo fa, proprio per la sua onestà e responsabilità, assumendosi la responsabilità di caricarsi sulle spalle l’(intero) paese, puntando a salvarlo e a rifarlo grande (tutto), e quindi a creare le condizioni strutturali affinché anche le persone deboli – ma non solo loro – possano stare (sempre) meglio, essere incluse, e, in ultima analisi, cessare di essere ai margini. Perché questo si compia effettivamente, è necessario – dopo aver salvato, grazie a noi, milioni di lavoratori e le loro famiglie – però, mettere ora in campo un piano per la costruzione del futuro. Ecco progetto e programma che il Pd ha l’opportunità di cominciare ad attuare dalle modifiche (in Parlamento) alla riforma del lavoro – che serva a rielevare – attraverso la formazione – la vita di milioni di operai (dando così un senso ad ammortizzatori altrimenti “buttati” a fondo perduto, e che possono invece rappresentare un investimento, che ci ritroveremo in termini di maggiore crescita e produttività, nel nostro futuro), e con essi a far crescere le nostre aziende, e quindi a ricreare le (prime) condizioni – a cui far seguire l’attuazione dell’intero progetto, dal ripotenziamento della scuola alla costruzione di un nuovo centro (geopolitico) intorno al nostro Sud – per riportare l’Italia, dopo trent’anni di isolamento, al centro del mondo.

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Monti da Oriente: ‘Italia, se tutto va bene’ Ma disoccupazione (in Ue) mai così alta
E riforma non la ridurrà (strutturalmente) Paese si salva se torna crescere (subito) E si cresce se il lavoro aiuta ad innovare Formazione (cultura) ‘leva’ Rinascimento di GINEVRA BAFFIGO

aprile 4, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Tutti gli interventi compiuti finora dal presidente del Consiglio, anche ammesso (e non concesso) che siano stati concepiti nell’interesse di tutti, e non solo (programmaticamente) di una parte, costituiscono la (sola) premessa, di un’azione di governo (Politica) tale da rimobilitare le componenti della nostra società, e avviare – in questo modo – la crescita. La preparazione, appunto, di un terreno sul quale – però – deve avvenire la semina, o rimarrà incolto. E quella semina non può attendere che la preparazione sia stata compiuta pazientemente, centimetro per centimetro, puntigliosamente, per, POI, essere effettuata; questo avviene quando non si hanno semi da spargere nel terreno, o non si sa come fare. Perché l’effetto, in questo caso, è un progressivo deterioramento dello (stesso) terreno preparato per la semina, che a quel punto non sarà più tale, e richiederà una nuova preparazione – ammesso che nel frattempo non si sia inaridito (del tutto). Politicamente, s’intende che lo stesso bilancio, verrà di nuovo posto in una condizione di instabilità, se il paese non genererà ricchezza, avvitandosi nuovamente nella spirale del debito. Peccato che la leva più efficace per generare crescita sia proprio il lavoro, e proprio secondo (anche) i modelli danese e tedesco citati – dopo il nostro spunto – dal segretario del Pd. Evitando, di buttare risorse a fondo perduto in ammortizzatori destinati (comunque) a non durare (oltre ad andare a regime fra cinque – ! – anni), e utilizzandole piuttosto per rivitalizzare – attraverso la formazione – una forza lavoro che, come in Germania, come in Danimarca, può diventare il vero valore aggiunto – auspicabilmente, nel senso dell’innovazione – di aziende che, altrimenti, “dotate” della sola libertà di licenziare, preferiranno tirare i remi in barca e aspettare che cambi il vento (della crisi). Ma intanto migliaia, se non milioni, di lavoratori e di loro famiglie si troveranno in difficoltà (per usare un eufemismo); questo scollerà un paese che proprio nella sua coesione (nonostante tutto), ha fondato, finora, la propria tenuta – oltre che su un capitale di risparmio privato – e di basso indebitamento delle famiglie – che ha rappresentato l’unico vero argine all’ondata speculativa dei mercati, e che fa – ancora – ? Perché naturalmente la “stretta” dei licenziamenti costringerà molti a mettervi mano – della nostra economia – insieme al nostro tessuto di piccole e medie imprese – una economia comunque dotata di “buoni fondamentali”, come ripetono spesso i tecnocrati di Francoforte e Bruxelles – Ridurrà i consumi (già “uccisi” comunque dagli aumenti delle imposte). E questo, tanto più in piena (non a caso) recessione, non aiuterà (per usare un altro eufemismo). Ma il giornale della politica italiana ha a cuore soltanto il bene del Paese; e così, dopo l’introduzione critica, ancora una volta, nei confronti di questo governo, affida a Ginevra Baffigo un affresco (comunque impietoso) dei dati dell’Istat sulla disoccupazione (che questa riforma del lavoro non promette – strutturalmente – di ridurre, che semmai rischia – all’inizio – di aumentare e che per quanto riguarda i giovani, renderà – l’occupazione – (progressivamente) instabile – e non, flessibile! In mancanza di un impegno programmatico per la formazione e l’innovazione – a vita), sullo sfondo di un premier che, da Oriente, dice che “tutto va bene, l’Italia è uscita dalla crisi” (ricordando il suo predecessore e, oggi, principale sostenitore e mentore: vedi cravatte di Marinella in-debitamente raccontate da Elsa Monti su Chi); ma al quale concediamo “diritto di replica” e, comunque, il riconoscimento dei possibili punti di merito. Solo le (generose, e a volte al prezzo di sacrifici – per sé) onestà e responsabilità – e quindi la Politica – possono salvare l’Italia. Prima ce ne (ri)appropriamo (tutti), meglio sarà (per tutti). di GINEVRA BAFFIGO Read more

Caro Pigi, questione non è solo reintegro Giusto salvare lavoratori da ‘carneficina’ Ciò che abbiam fatto in queste settimane Ma (solo) questo mantiene lo status quo E la riforma serve/a (ri)generare crescita Formazione per innovazione per ripartire

marzo 27, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Da questa discussione sulla riforma del lavoro non uscirà quello di cui l’Italia ha bisogno. Non uscirà se vincerà la linea Monti – eventualità peraltro ormai tramontata, perché se il governo dovesse insistere nel voler portare a conclusione il proprio tentativo, andrebbe a casa – ma nemmeno dai vertici dell’abc della politica. Perché la a e la c non hanno ancora saputo esprimere un solo concetto di merito sull’argomento; e la b muove dai nostri spunti, che però – evidentemente, ed ecco il problema – non è “culturalmente” – anagraficamente? – in grado di cogliere nel loro senso più profondo. Pigi ha infatti convenuto che il modello tedesco non prevede (solo) la libertà di licenziare, e che quel modello – insieme a quello danese – è meglio, per l’Italia, di un (ulteriore) adeguamento-annessione ad un mercato americano che è all’opposto della nostra tradizione della solidarietà e della coesione. Ma non sembra avere colto perché. La riforma del lavoro così come la propone Monti, serve solo a concedere alle aziende la libertà di liberarsi della zavorra dei lavoratori, salvando (solo) loro stesse. Quella concepita (?) da Bersani (?), semplicemente, è – a sua volta – inutile: perché se la libertà di licenziare tout court rappresenta solo un regalo nei confronti di una parte del paese, la semi-libertà di (non) licenziare – e basta – rappresenta in larga parte il mantenimento dello status quo, e dunque è (a sua volta) perfettamente inefficace (ad alcunché). Non è infatti il reintegro-e-basta il punto di forza dei modelli danese e tedesco; ma l’integrazione-rivitalizzazione del lavoro grazie alla formazione. Che – offrendo ai lavoratori rinnovate competenze e un ritrovato spessore culturale – (ri)genera continuamente (la – nuova) forza lavoro mettendola nella condizione di accompagnare (potendo svolgere mansioni sempre più specializzate) e anche di guidare (valorizzandone, nella possibile cogestione, le riaccresciute capacità) lo sforzo delle aziende per (r)innovare(/si). Puntando a rifare dell’Italia il luogo nel quale si concepiscono prodotti (e idee) in grado di fare sempre più la differenza sul mercato. E “anche” di offrire pezzi di futuro. Questo è ciò che fa (strutturalmente) la crescita; anche perché un’Italia che diventa – anche grazie ad un ritrovato respiro culturale, il cui perno non può che essere una televisione pubblica che torni a svolgere la propria funzione (“educativa”) – il luogo nel quale si (ri)genera il futuro del mondo, è un paese che può attrarre – molto più di una Cina o di Stati Uniti in formato ridotto, quanto a minori diritti del lavoro – numerosi investimenti. Perché tutti vorranno essere lì, con le loro imprese, a partecipare a questo nuovo Rinascimento italiano che – a partire dalla nostra Storia, che continua ad essere il fondamento più forte del successo del made in Italy; e che quindi è facile immaginare quale spinta ci potrebbe offrire se ci impegnassimo a rigenerarlo – fa dell’Italia il luogo più moderno, dinamico, proiettato al futuro; nella terra dove tutto ciò è già stato (più volte).
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Corriere, Fornero: “Art. 18 varrà per tutti” Ecco così la prova che lo avranno abolito ‘Riforma’ è solo ‘licenziamento selvaggio’ Dire no non è (più) “appiattirsi sulla Cgil” E’ (“solo”) dire no a interessi (particolari) Cgil stavolta persegue il bene del paese Pd non sia “affidabile”, pensi solo a Italia Formazione per innovazione per ripartire

marzo 21, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Cari Walter, Letta, Fioroni. Il giornale della politica italiana non ha mai condiviso la svolta (finto)socialista di Bersani. Una svolta autoreferenziale, perché non autentica – come dimostra l’iniziale sì di Pigi a questo accordo sul lavoro – e, comunque, perdente. Siamo stati noi a rilanciare, rigenerandolo, il concetto della vostra (nostra) “vocazione maggioritaria” del Pd. Che per noi è il “partito dell’Italia“. Ed è chiamato a darsi il solo obiettivo di fare il bene di (tutto) il Paese. Ma è proprio per questo, per questo Pd, che vi chiediamo oggi di dire no a questa non-riforma del lavoro, che ha il solo obiettivo di consentire il licenziamento selvaggio dei lavoratori. Non bastassero gli argomenti di merito – la possibilità di licenziare in piena recessione produrrà palesemente una carneficina sociale, portando le aziende a calare la zavorra dei loro dipendenti per salvare loro stesse tirando poi i remi in barca, senza (in un primo momento) neppure ripartire; accrescere il numero di aspiranti allo stesso numero di posti non aumenta l’occupazione, ma solo la competizione – sfrenata – tra candidati – non bastasse questo, dicevamo, ecco le bugie – sì, le bugie – del governo e in particolare del ministro Fornero, che confermano come le intenzioni dell’esecutivo siano opache, al punto che il titolare del Lavoro si trova costretto a presentare una realtà diversa da quella effettiva (evidentemente impronunciabile). Primo: “La via maestra sarà il contratto a tempo indeterminato”: ma quale tempo indeterminato, se le aziende potranno licenziare? Secondo: “Il nuovo art. 18 sarà esteso anche ai lavoratori delle aziende con meno di 15 dipendenti”: ecco la prova che, qualunque sarà la modifica, verrà svuotato, reso inoffensivo. E il Corriere, stamane, titolando proprio con questa affermazione intellettualmente non onesta di Fornero, riconosce che tutto questo non genererà neppure un cicillo di crescita: appunto. Ma, allora, a che serve? Serve a perseguire un interesse (particolare), quello – di poter licenziare liberamente – di una classe imprenditoriale che così tornerà ad essere “padrona” dei suoi lavoratori. Se in piena crisi – in recessione! – si dà ad “un” imprenditore la libertà di licenziare i suoi dipendenti – sia pure con lo specchietto per le allodole di un ammortizzatore che (oltre ad andare a regime fra 5 anni) non durerà perché insostenibile economicamente: terza bugia (la più grave), su questo, del ministro del Lavoro – il datore dell’impiego deterrà una sorta di golden share sulla vita dei suoi dipendenti. 150 anni di conquiste della sinistra e dei lavoratori vanificate – in buona sostanza – dalla strategia suicida (proprio) di Pigi, a cui dobbiamo il cul de sac in cui ora ci troviamo calati. Senza che questo sia in alcun modo utile all’(intero) paese: il presidente Napolitano questa volta, spiace dirlo, ha torto: perché questa “riforma” non fa l’interesse generale, ma (altri) interessi (particolari). Che il governo Monti -spiace ancora di piu’ dirlo – incarna alla perfezione (molto meglio di Berlusconi! Da cui però, a quanto pare, ha imparato l’arte della mistificazione e del “ribaltamento della realtà”). In mancanza di alternative, anche, la (non) soluzione andrebbe presa in considerazione: ma le alternative ci sono (continuamente ri-elaborate e arricchite e poi proposte su queste pagine), già sperimentate (in altri Paesi. Che hanno costruito il loro boom su questo) e capaci, queste sì, di rigenerare quella crescita che, appunto, Dario di Vico stesso, oggi, riconosce non verrà con questa riforma. Il licenziamento selvaggio non è una conquista di modernità, ma un passo indietro, un “si salvi chi può” che va a discapito della (sola) vita delle persone più deboli. L’Italia non è alla canna del gas, l’Italia – se ritorna la Politica – ha un potenziale di crescita a doppia cifra che questa riforma, difensiva e tutt’altro che ambiziosa, allontana, e non persegue. Cari Walter, Letta, Fioroni. Nel voto in Parlamento sulla non-riforma del lavoro il Pd dica no, compatto, e intanto rilanci sul/ con l’innovazione. Il governo Monti vuole solo regalare alle aziende la libertà di licenziare, noi vogliamo rifare grande questo paese. Tutto. Senza, possibilmente, abbandonare al proprio destino nessuno.

Italia può conoscere crescita a due cifre E la chiave è (proprio) riforma del lavoro Innovazione sia nuovo obiettivo comune Formazione per la crescita dei lavoratori Che (coinvolti) faranno crescere aziende Presidente Monti, ci (ri)ascolti (ancora) Torneremo ad essere la culla della civiltà

marzo 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La contestazione che alcuni altri rivolgono al presidente del Consiglio circa la sua riforma del lavoro è che “manca ancora completamente (a margine) lo sforzo per la crescita”. Nel senso che, bene il lavoro, ma poi – a parte – bisogna (pur) anche crescere. A riguardo Monti ha (un) torto e (una) ragione. Partiamo da quest0′ultima. Fu il Politico.it, poche ore dopo che l’ex presidente Bocconi disse che il tema della riforma del mercato del lavoro non era “matura”, ad indicare al governo che era proprio quella – ecco il punto – la sede, il livello nel quale trovare la chiave per rigenerare la crescita, e che lo sblocco di (tutta) la situazione, dunque, passava proprio di lì. Fu così che il presidente del Consiglio, il giorno dopo, riprese in mano la questione e disse che, al contrario (di quanto sostenuto poco prima), quella riforma era (divenuta) ”urgente”. Poi però Monti ha (avuto - un) torto: ma non perché la nostra valutazione fosse errata, ma perché è inadeguata (a questo scopo) la riforma del lavoro che poi l’esecutivo ha concepito. Giusto dunque che la riforma del lavoro sia “prioritaria”. Ma non è prioritario un accordo su qualcosa che persegue solo interessi (particolari) e non assolve alla propria funzione di essere invece la chiave per far ripartire la crescita. In un convegno tenutosi in settimana a Milano Sergio Romano ironizzava sulla crisi (esistenziale) della Cina di fronte ad una (propria) crescita al 7%, inferiore a quel boom che tutti ci aspettavamo. Questo ci dice due cose: la prima è che lo (stesso) modello riproposto da Monti – quello basato sulla (sola) libertà di licenziare, con ammortizzatori che, come segnalava ieri Antonio Polito sul Corriere, servono a salvarci e non a rilanciare – sta mostrando in Cina (dove “per questo” si assiste ad una inquietante sequela di suicidi) tutti i suoi limiti, e la sua pericolosità (sociale). La seconda è che, però, gli altri non sono dei marziani e (soprattutto) noi non siamo (mai stati!) dei lillipuziani. E possiamo aspirare non solo ad un misero punticino in più di Pil all’anno (che sarebbe comunque già molto, nella situazione da zero virgola attuale) ma ad una crescita di quelle dimensioni (cinesi. Attuali e potenziali). Se non (?), in prospettiva, a doppia cifra. Perché le nostre risorse intrinseche, fatte di straordinario “materiale” umano, di una straordinaria, vitale, vivace tradizione culturale, di una spettacolare posizione geografica e anche di un sistema delle (piccole) imprese che – a fronte della latitanza della politica – si è mantenuto tra i più solidi e competitivi al mondo (e in questo senso la “voglia” di Monti di aiutare gli imprenditori a conservare questo patrimonio è necessaria e va sostenuta), ci offrono “fondamentali” tali, quando troviamo la quadra per ripartire, da poter riesplodere. Come peraltro ci dicono tutti (dall’estero). Ma dobbiamo avere l’ambizione di provarci, e non soltanto limitarci a mettere qualche toppa alle nostre attuali difficoltà. Il lavoro può essere importante non solo per alleggerire il peso (economico) sulle nostre aziende in questo momento di crisi (attraverso l’abolizione-svuotamento dell’art. 18); e non solo per mettere in pratica tutto ciò in modo un po’ più responsabile di quello prospettato dalla riforma Berlusconi-Sacconi (e non Biagi) del 2001. A proposito: Alfano riprende il nostro spunto di ieri e conferma che questo governo si prepara (fino ad ora) a realizzare ciò che la destra aveva in animo sin dal 1994, e non era stata capace di fare. A (ulteriore) riprova delle nostre (buone) ragioni e della cantonata (speriamo possa rimediare) presa nella “notte” da Bersani. Che cos’è, in buona sostanza, che genera crescita? Una buona idea. Un buon dinamismo. E idee e dinamismo possono riguardare o i lavoratori (almeno quelli che hanno oggi accesso alla stanza delle decisioni) o gli imprenditori. Immaginate invece se la prima e la seconda venissero da entrambi e – non ci crederete - anche da chi li deve coordinare-indirizzare: la Politica. E’ chiaro che il potenziale di crescita si rafforzerebbe notevolmente. Ebbene, questa (virtuosa) condizione non è utopica e si può ottenere dandoci (la Politica) l’obiettivo di (ri)diventare (l’Italia) la culla dell’innovazione mondiale, e fornendo (le imprese e la politica) ai lavoratori le condizioni e gli strumenti per essere importanti e offrire un valore aggiunto in questo senso (attraverso la formazione – continua – e in generale un clima maggiormente “culturale”; sulla cultura come chiave del nostro possibile Rinascimento, e non solo come ramo – morto - della nostra società “denunciato” giovedì da Pigi Battista torneremo auspicabilmente nei prossimi giorni. E facendo partecipare – come in Germania! Questo è il vero modello tedesco – i lavoratori alla definizione del percorso – di innovazione – delle stesse imprese), e alle aziende (la Politica) la partnership, il coordinamento, il coinvolgimento necessario ad impostare (insieme) questo cambio di prospettiva. Chiaro che se invece di essere in piedi, emozionati dall’idea, i nostri rappresentanti (?) stanno (ben) seduti e mettono svogliatamente qualche toppa qua e là (alla cosiddetta antiopolitica), non andremo da nessuna parte. Ma se torna la passione, l’Italia può conoscere quel nuovo Rinascimento che non sarà solo (strettamente) economico; e proprio per questo ci può dare qualche chance di una crescita (futura) addirittura a doppia cifra. Si può fare. Non lo dice (solo) Walter. Ma il momento di muoverci è adesso. Questa (? Al contrario) riforma del lavoro.

Cara Fornero, ciò non è modello tedesco Il governo punta ‘solo’ ad abolire art. 18 E non (ri)genererà (ancora – la) crescita Ma permetterà ad imprenditori di salvarsi Ora basta (/di) prendere in giro lavoratori Germania: “operai” partecipano decisioni E viene consentito formarsi per rientrare Formazione x innovazione unica chance

marzo 15, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E l’entrata in vigore dei nuovi ammortizzatori nel 2017 (!) – anche in mancanza della necessaria copertura economica – dimostra che il governo non fa affatto sul serio, se non nell’intendimento di “cambiare” (che significa svuotare) l’articolo dello statuto dei lavoratori che difende la loro libertà (di fronte ai propri datori di impiego). Stabilire che il reintegro scatterà solo per motivi discriminatori, e prevedere indennizzi che andranno – è facile immaginarlo, a crisi economica non (certo da questo) modificata – sempre riducendosi – è tecnicamente, una presa in giro dei lavoratori, perché la discriminazione prescinde (“già”) dall’art. 18 (nel senso che chi venga licenziato per quel motivo, già oggi viene reintegrato e dovrebbe esserlo anche in mancanza di art. 18), ed è presidiata dalla nostra Costituzione; che verrà – piuttosto – contraddetta (ulteriormente) da una (mancata) disciplina dei licenziamenti che peggiorerà, e non il contrario, le condizioni attuali di quello che tutti si ostinano a chiamare “mercato” del lavoro, e che coinvolgendo la vita delle persone dovrebbe essere invece riconcepito come un luogo nel quale ci si apre agli altri e si cercano soluzioni condivise, ma non (tra i cartelli di interesse) in una falsa concertazione, bensì (tra “lavoratori” imprenditori e dipendenti) nel definire i percorsi di uscita dalla crisi delle aziende senza scaricare tutto il peso sul lavoro (in tutti i sensi). La Germania è lontanissima dal modello Fornero, caro ministro. In Germania i lavoratori partecipano ai consigli di gestione delle aziende; la loro mobilità è “interna”, nel senso che non vengono licenziati bensì restano a disposizione delle (stesse) imprese (nelle quali lavoravano) fino a quando migliori condizioni economiche – che loro stessi, restando nell’ambito dell’azienda alle cui decisioni partecipano, avranno contributo a determinare – non consentono un (immediato) reintegro. E’ vero che noi abbiamo il problema di creare nuovi posti di lavoro; ma la (mancata) soluzione prospettata dal governo non crea nuovi posti: mantiene il numero attuale, solo scatenando una competizione efferata tra un maggior numero di persone (coinvolgendo, questo sì, anche i giovani: ma facendo in modo di ridurre/) riducendo le tutele non solo (però) per chi oggi ha già il posto (? Allo scopo di far entrare gli altri) ma ponendo una ipoteca definitiva sulla (in)stabilità (delle vite) di tutti i lavoratori del futuro, che non avranno più alcun impiego a tempo indeterminato. E tutto questo senza offrire loro in “cambio” (? Si può scambiare qualcosa per la vita di una persona? Perché di questo, si parla) nulla, per gli ammortizzatori “ritardati” e vacui e perché non si offre alcuna alternativa “immediata” al lavoro. Mantenendo gli ammortizzatori (puro) costo (a “fondo perduto”. E destinato per questo ad essere cancellato al prossimo colpo di vento – di crisi), sprecando l’opportunità di tramutarli (anche la cassa integrazione) in un investimento (proficuo!) per la costruzione del futuro; ed affidando ad improbabili corsi – che faranno la fine degli attuali stage – una (inefficace) ripreparazione per un nuovo inserimento che – non determinando tutto questo alcuna crescita: ci spiegate quale sia il passaggio? Noi, vi abbiamo spiegato che la riforma del lavoro è decisiva per farci ripartire. Ma non una “riforma” purchessia, ma “la” riforma nel senso dell’innovazione – non ci sarà. In Germania, al contrario, chi non lavora si forma (sul serio); e noi possiamo farlo in modo ancora più incisivo nel senso della crescita proiettando tutto questo nella chiave (“ideologica”) dell’innovazione: imprese nella possibilità di licenziare, ma solo a Pil in crescita (altrimenti si dà luogo alla carneficina alla quale rischiamo di avviarci con questa – mancata – riforma) e dopo che sia stato istituito un sistema di formazione continua – in uno ‘sforzo’ congiunto delle imprese e dello stato – alla quale i lavoratori accedono “alternativamente” in un periodo (definito) di sospensione del lavoro per tornare poi (avvicendandosi con i loro colleghi) negli stessi (?) posti rinnovati nelle imprese che – coordinate dal governo – si stanno impegnando per innovare; e in cui esprimere tutta la (“rinfrescata”) competenza e spessore acquisito (anche per un arricchimento della propria vita! E non solo in chiave tecnico-funzionale) grazie alla formazione. Così si fa la crescita! Una crescita inarrestabile. Ma bisogna avere passione (per capirlo). E la tecnica – e questi tecnici – non ce l’ha. Ha lo stesso aplomb autoreferenziale (o referenziale nei confronti di interessi – particolari) – ben manifesto nella scortesia e nell’”arroganza” (così definita da Susanna Camusso) di alcuni suoi rappresentanti – della politica politicante (che, del resto, la sostiene). E senza passione (umana) non c’è Politica. E senza Politica l’Italia non si salverà.

Se Governo Monti fa minimo (sindacale) Politica è (ri)costruzione futuro dell’Italia Ma per politicanti è assicurazione su vita Preferiscono tacere pur restare in sella Ma (nostra) modernità non può aspettare

febbraio 20, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Quando la politica(?) abdica alla tecnica(?)…si finisce nella – pura – amministrazione dell’esistente, senza progettare più nulla. Ma se l’esistente è vecchio, non basta conservarlo nel migliore(?) dei modi per far sì che torni a funzionare: bisogna proprio ripensarlo e ricostruirlo. E per questo ci vuole la Politica. La Politica; e non l’economia (e basta): o la riprogettazione sarà per un (semplice) “mercato” e non di un Paese. E noi vogliamo continuare (?) ad essere cittadini italiani ed europei (e “del mondo”), e non (più – ?, solo) “consumatori”. Ma anche per ciò che riguarda la (sola) economia. Quali sono i provvedimenti “forti”, di svolta (rispetto al declino politico degli ultimi trent’anni, e non solo al buco nero dell’autoreferenzialità di oggi) assunti dal governo Monti, tali da giustificare l’idea che siamo nelle mani giuste (per fare tutto ciò che è necessario) e che ora possiamo stare (o tornare a stare, senza più il timore di una rivolta popolare contro la Casta?) tutti tranquilli (e ricandidare Monti, a questo scopo!, ad aeternum)? Liberalizzare l’accesso alle professioni, per quanto utile e “giusto”, è – ci mancherebbe – il minimo sindacale per un paese che voglia definirsi ‘moderno’ (al punto che lo aveva cominciato a fare persino Bersani). E che finora non fosse stato fatto (fino in fondo) dimostra solo, ancora una volta, la (stessa) autoreferenzialità della politica politicante. Lo spread è sceso? Sì, ma tornando ai livelli degli ultimi vent’anni. “Siamo” comunque 300 punti “sotto” la Germania. Che negli ultimi due avessimo messo un piede dentro il baratro, non significa che continuare a barcollare sull’orlo sia la migliore delle nostre condizioni possibili. Ma non limitiamoci a criticare l’(in)esistente; vediamo cosa si può fare (ancora una volta). Sappiamo bene che la nostra economia è a “due velocità”. Quella del nord – al netto, certo, della crisi, che però ci ha coinvolti tutti – è equiparabile alle più ricche e floride economie d’Europa. Al sud quasi non ne abbiamo una. E’ evidente che nessuna crescita – numerica, ma anche tale da avere ricadute positive sulla qualità delle nostre vite – potrà esserci se anche il sud non crescerà. Ebbene, a parte un cenno ad ipotetici incentivi per le assunzioni – ma da parte di chi, se al sud è il sistema produttivo ad essere fermo agli anni cinquanta – questo governo non ha mai mostrato di avere nei propri pensieri quel nostro sud senza la cui crescita – a partire dall’attuale condizione deficitaria e di stallo ben precedente all’inizio di questa crisi – l’Italia non si rialzerà. Il giornale della politica italiana ha già indicato in un cambio di prospettiva – nel guardare non più, dal mezzogiorno, solo alla (“lontana”) Europa ma, “insieme” all’Europa (che “siamo noi”), verso la sponda meridionale del Mediterraneo e all’Africa – il possibile volano di uno sviluppo sostenibile. Puntando a rifare del Mediterraneo il centro – economico, culturale – del mondo. Come lo sviluppo di Cindia, con cui già commerciammo – e smerciammo verso il resto del mondo. “Ricevendo” attraverso l’Asia Minore e appunto il Mare nostrum! Con prospettive straordinarie, perciò, oggi, anche per la possibile pacificazione del pianeta, attraverso l’incontro tra “oriente” e occidente – ai tempi di Roma, sta lì ad invocare alla “nostra”, attuale sordità (“im-politica”). I popoli che hanno dato vita alla primavera araba hanno, peraltro, come sappiamo, un’età media giovanissima: innovazione, da cui evidentemente ripartire anche – innanzitutto – al sud – non vorremo certo legare lo sviluppo della Sicilia, della Calabria, della Puglia, della Basilicata e della Campania, terre di bellezza e di cultura, all’inquinamento da combustibili fossili, peraltro in…”regressivo” esaurimento – significa, naturalmente, costruzione del futuro; chi, meglio di giovani che per le proprie storie recenti hanno in sé motivazioni straordinarie (come abbiamo visto: per questo hanno riconquistato la democrazia! Come noi non siamo oggi più in grado di fare), può mettere in campo la spinta – e la cultura – necessaria a (ri)generare il (nostro) domani? Immaginate la spinta propulsiva che avremmo in un progetto di sviluppo comune tra il nostro mezzogiorno e l’Africa settentrionale (ma non solo) che miri ad accendere proprio nelle nostre terre i primi focolai di un paese che vuole tornare ad essere la culla dell’innovazione del mondo. Ma questa è politica; non (regolare) amministrazione. E richiede l’ambizione e il respiro dell’uomo politico e non la sobria (ma, a tratti, vuota. E ‘apparente’) regolarità del tecnico (economista). Mercato del lavoro: siamo stati noi per primi ad indicare che lo sblocco della situazione attuale passa (comunque) “anche” (o prioritariamente) dalla sua riforma. Ma nel senso che il lavoro è componente fondamentale del possibile sforzo per l’innovazione, e non soltanto perché abolire – ad esempio – l’articolo 18, o introdurre una maggiore flessibilità, libererebbe le aziende dal “peso” (dal loro, da questo, punto di vista) di una parte dei lavoratori, consentendo loro di licenziarli non già in una tensione alla crescita, ma alla salvezza (di sé, e “soltanto” di sé). E invece la riforma del mercato del lavoro deve prevedere una equa distribuzione, sì, ma non (solo, o prima di tutto) dei costi, bensì del contributo per tornare grandi attraverso l’innovazione. E quindi lavoro come forza motrice di un processo di rinnovamento delle aziende che siano però chiamate e coordinate – dalla Politica! – a “muoversi” programmaticamente in questo senso. Con i lavoratori che, grazie ad un Paese che offre loro gli strumenti culturali – attraverso la scuola rinnovata, attraverso la formazione permanente – per costituire – anche “tecnicamente” – le migliori risorse umane del mondo, perché coinvolte, perché protagoniste del processo produttivo e di rilancio della nazione, accolgono la flessibilità come una opportunità (di crescita) e non più come una ‘assicurazione’, sì, ma sulla instabilità garantita (?) del loro domani (?) lavorativo e quindi di vita. Ma tutto questo, appunto, richiede la Politica. Come chiederlo a chi – i politicanti – ci ha portati nella (deficitaria) condizione attuale, rendendo necessario (per la – propria – sopravvivenza) l’intervento (esterno) dei professori?
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Ma Martone e Monti si contraddicono (?) Primo: “Ragazzi, a lavorare, non studiate” Secondo: ‘Basta col posto di lavoro fisso’ Ma che fine fa (così) chi non ha studiato quando si ritrova a (ri)perdere il lavoro? No a buonismo, ma nemmeno terrorismo Siamo donne/ uomini e non ‘consumatori’ Una società di responsabilità e creatività Cui scelte servano a fare il bene. Di tutti Senza passione (umana) non si fa Politica

febbraio 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La destra ha vinto la propria battaglia storica. Anche grazie alla collaborazione dei marxisti. Al centro della nostra vita oggi c’è il consumo. E alla possibilità di averlo, individualmente e collettivamente (la crescita), dobbiamo piegare ogni nostra scelta, ogni altra istanza, ogni nostra potenzialità. Non importa se ciò poi genera mostri (e mostruosità – televisive – ?) come (anche) quelli di Avetrana. O, meno spettacolarmente (?), consente che persone – italiani come noi! Nostri fratelli – muoiano, nell’anno di grazia 2012, assiderati perché non hanno una ‘fissa dimora’. Il mondo va così e ci dobbiamo adeguare. L’articolo 18 è una nostra chimera. Negli altri Paesi (al di fuori dell’Europa) è già previsto che – insieme alla libertà, vitale, di costruire i propri percorsi professionali – se uno sbaglia, o sbaglia qualcuno al posto suo, può perdere tutto. E ci sono sindaci che invitano coloro che vengono a trovarsi in questa condizione – spesso frutto di eventi dei quali queste persone non hanno alcuna responsabilità – a lasciare la città, per poter (tutti insieme – ?) dimenticarli(/selo). Adeguiamoci, dicono i (veri…) garantiti di oggi (?); liberalizziamo, “semplicemente”, il mercato del lavoro. Noi invece abbiamo un’altra idea. Un’idea positiva del futuro, in cui lo Stato non abbandona ‘tutti’ al proprio destino, rimuovendo per altro gli ultimi ostacoli (regolativi) al cannibalismo sociale reciproco; bensì – virtuosamente e non più in modo parassitario, un modo spesso reiterato, soprattutto, dagli stessi predicatori della ‘spietatezza’ (che non va confusa con il – necessario – rigore!) nei rapporti di lavoro; nella foto, Martone è con Brunetta – li motiva, li coordina e guida verso un orizzonte (comune). Il merito è la discriminante assoluta di ogni assunzione (a differenza di quelle perpetuate, o addirittura direttamente vissute in prima persona, dagli stessi propugnatori della ineluttabilità del nostro adeguamento al resto del mondo). E le aziende non sono ingessate nel dover mantenere a vita le stesse persone. Ma tutto questo mentre e perché insieme ci mettiamo in marcia – collaborativamente – verso quell’obiettivo. Il lavoro non è più (così) uno strumento (di tortura – sociale) in mano alle (sole – ?) imprese, ma l’occasione attraverso cui ciascuno di noi partecipa – con le (sue – in tutti i sensi – ?) aziende, attraverso di loro, cioè di sé; responsabilmente e in modo creativo – a rigenerare la nostra economia, ma anche la nostra vita. Una società in cui il lavoro non si perde, ma si lascia (temporaneamente) per tornare ad apprendere e potere poi fare (meglio) lo stesso (?) (o uno – nuovo) impiego, (r)innovati anche in se stessi grazie alla formazione continua (come detto, e siamo stati noi ad indicarlo per primi, ‘ripresi’ poi dai vari giuslavoristi – un po’ – autoreferenziali come il senatore Ichino e lo stesso Tito Boeri, associata ad una indennità di (dis)occupazione strettamente vincolata alla partecipazione, attiva, al (per)corso di formazione; sostenuto, questo sistema, da uno ‘sforzo’ congiunto delle imprese stesse e dello Stato), pronti a dare molto di più perché finalmente liberi (di esprimere appieno – tutte – le proprie potenzialità), è una società che – senza fare “terrorismo” – innova e – così – cresce (molto più delle altre). Una società in cui invece di rinunciare all’università ‘tutti’ la frequentano (o comunque studiano), concependo lo studio non più come “pura” (, tecnica) preparazione funzionale a svolgere un (solo) mestiere, bensì come mezzo per (ri – ?)avere piena consapevolezza di sé ed essere liberi (anche di fare altri lavori), è una società in cui ci sono molti meno disoccupati anche perché tutti fanno il lavoro che (veramente) vogliono e hanno il talento per fare (anche tra quelli che oggi non facciamo più, ma proprio in ragione dell’altra faccia della medaglia – non certo al merito: in tutti i sensi! – dello stesso terrorismo – sociale) e (anche per questo) lo fanno nel migliore dei modi. (Ma) nessuna crescita – duratura – sarà possibile senza (“prioritariamente”, o almeno contestualmente) un basilare ammoder- namento di un nostro motore – la scuola! – rimasta ferma ai tempi della riforma Gentile (I anno dell’era fascista – …). Ecco, ancora una volta, allora, il programma del giornale della politica italiana.
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31% di nostri giovani oggi è senza lavoro Silenzio (indecente) nostra (?) politica (?) Galli Della Loggia: ‘Monti l’ha resa inutile’ Governo: “Cambiamo regole assunzioni” Ma senza ‘traino’ ciò non può (?) bastare Lavoro non cresce se non lo fa economia E essa cresce se lavoro aiuta a innovare E se (ri)diamo prospettiva al nostro Sud Ecco – e(c-)come – Politica tornerà “utile” Chi non ha più da ‘dare’, ora faccia posto

gennaio 31, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Romano Prodi ripete spesso che i giovani, il potere, se lo devono conquistare (da “soli”). E noi siamo d’accordo. Abbiamo detto la stessa cosa, per le stesse ragioni (di fondo), “alle” donne pochi giorni or sono. Ma quel pezzo contiene anche una proposta “che non possono rifiutare” per gli uomini: chi ha posti di responsabilità, scrivevamo, si assuma (appunto) quella responsabilità facendo in modo che la partecipazione femminile, che sarà libera ed effettiva solo se le donne se la saranno conquistata da sola, (però) non trovi inutili – ed autoreferenziali – ostacoli. Ecco. Per i giovani vale la stessa regola: il potere ce lo dobbiamo prendere con le nostre mani, ma possibilmente – visto che in gioco c’è il futuro del Paese e non una guerra tra bande (almeno così la vediamo noi) – senza dover spendere inutili energie per vincere la resistenza di personaggi attaccati oltre ogni ragionevole giustificazione alla propria poltrona. il Politico.it diceva infatti anche un’altra cosa in quel pezzo: se il prossimo presidente del Consiglio sarà donna, noi ne saremo felici. Nella trasposizione (non) metaforica sulla nostra politica politicante autoreferenziale di oggi, potremmo dire che – allo stesso modo – noi saremmo felici se ciò che va fatto – e che da mesi, ormai, indichiamo e specifichiamo con ampia organicità – venisse (immediatamente! Senza passare, intanto, per ‘ulteriori’ elezioni) fatto (anche da qualcun altro). Ma se ciò non avviene – come scrivevamo anche in relazione alle donne – ci dovremo (pur) pensare. Proprio per quella ragione: che in gioco non ci sono nostre (o vostre) ragioni personali; ma il futuro dell’Italia. Che non può più aspettare. Per questo, facciamo, per così dire, un ultimo tentativo. Suggerendo – con la solita, e disinteressata, e responsabile generosità – il modo (l”unico’, possibile) per uscire (strutturalmente) da questa situazione di stallo. Immaginate infatti che il prossimo governo non sia altrettanto responsabile come l’esecutivo dei tecnici: è evidente che – come avvenuto peraltro varie volte negli ultimi diciotto anni – le misure prese per riconsolidare il bilancio verrebbero se non cancellate, potenzialmente annullate da – ad esempio – una politica economica più da cicala che da formica (ne abbiamo avuti numerosi esempi, ed è per questo del resto che ci troviamo oggi nella situazione attuale), tale da vanificare ogni intervento della fase precedente che non fosse stato – appunto – strutturale. Ed è quindi in questa direzione che ci si deve muovere: creando le condizioni per una ripresa sistemica. A questo scopo né il lavoro, né tanto meno il bilancio si affrontano -ovviamente – affrontando – tout court – il lavoro e il bilancio (come fossero compartimenti stagni e non parti, organiche, della nostra vita comune!); e tanto meno cambiandone semplicemente qualche regoluccia. Per il bilancio, abbiamo già assistito alla dimostrazione: l’attuale presidente del Consiglio ha scritto innumerevoli editoriali, in estate, da – ovviamente – premier in pectore; e in nessuno di essi era contenuta la ricetta che, alla fine, lo stesso Monti avrebbe compreso era necessario adottare per la possibilità stessa, di consolidare il bilancio: ovvero impegnarsi per riattivare la crescita. Cioè una cosa – apparentemente – lontanissima ed “estranea” (ma in verità neanche tanto…) da una (“semplice”) politica di bilancio! Che Monti non avesse nelle sue corde questo tema – o meglio questo metodo – lo dimostra che di crescita, ancor oggi, non vediamo neppure la traccia di un provvedimento stimolatore. E senza la crescita, appunto, il bilancio torna ad affondare – sempre che non rimanga in quella condizione – per la semplice ragione che un’economia che non giri, è un’economia in perdita, e in perdita, inevitabimente, finisce per essere anche lo Stato che la deve ‘sostenere’ (sulle proprie spalle). Così il lavoro: come pensare che l’occupazione cresca, semplicemente, rendendo in buona sostanza più impegnativa – sia pure con la prospettiva della possibilità di licenziare; che non significa però poterlo fare – comunque – selvaggiamente! Sennò non vedremmo (appunto) la differenza tra le nuove forme contrattuali e la precarietà (come detto) selvaggia. E quindi senza troppa motivazione, e convenienza, ad assumere da parte di aziende che non potranno comunque toccare la loro attuale forza-lavoro (da cui, ci perdonerà, l’apparente, parziale ipocrisia del senatore Ichino sulla ipotesi di (non) abolire l’articolo 18 nell’ambito della sua proposta) – l’assunzione di nuovi senza (appunto, poter) rivedere la situazione contrattuale delle attuali dipendenze? La verità è che se l’economia non cresce, nessuna forma contrattuale basterà ad aumentare (considerevolmente) la nostra occupazione; e l’economia non cresce (intanto per una semplice modifica delle modalità di assunzione senza toccare i ‘garantiti’, appunto; e “poi”) se la Politica non smette di delegare ogni responsabilità progettuale alle aziende (e ai privati), e non si assume la (propria) responsabilità di tornare ad indicare (lei almeno) un orizzonte verso il quale muoverci (come Paese!), e a coordinare gli sforzi per metterci in cammino e raggiungerlo. Ecco: il giornale della politica italiana, da tempo, gliene indica (almeno) due, quelli sui quali si basa il suo progetto. Torniamo a suggerirli oggi, ancora una volta; se ciò non basterà, ne trarre- mo le debite conseguenze (politiche, naturalmente). Read more

Il prossimo 5 febbraio “compie” due anni Contiene ‘sola’ soluzione strutturale crisi Frattanto (non) ne abbiamo trovate altre Che stiamo ancor aspettando (e perché)?

***Il futuro dell’Italia***
LA RICERCA AL CENTRO DI UN NUOVO SISTEMA-PAESE

gennaio 30, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

5 febbraio 2010 (!): con (“soli”) due anni di anticipo sull’effettiva – o, meglio, “visibile” – esplosione della crisi, scrivevamo quello che ancora oggi la nostra classe dirigente (?) autoreferenziale d’adesso sembra non avere (fino in ‘fondo’) compreso: l’unica chiave possibile per portare l’Italia strutturalmente fuori dalla situazione di stallo (perennemente esposta al “ricatto” di un”auspicata’ – ? – alternanza di governo non necessariamente tra forze oneste e responsabili) è puntare a (ri)farne la culla (mondiale) dell’innovazione (a 360°). Il governo presieduto da quell’ex commissario europeo che negli editoriali pre-nomina non citava nemmeno (non avendolo evidentemente al centro dei propri pensieri) il capitolo della crescita, dopo averci illuso, nicchia, rimandando a piu’ miti (per la propria tenuta futura) inizi di marzo i propri annunciati interventi sul mercato del lavoro (anticipati da una chiacchiera intrattenitrice). Ma l’esecutivo dei professori, è chiamato a salvare l’Italia o – come quelli che lo hanno preceduto – ha piu’ a cuore la propria (sopravvivenza tecnico-politica)? Read more

Giovani, destra vuol differenza classe (?) Tremonti: “Si riabituino a far lavori umili” E per Sacconi meglio (così) non laurearsi Sì, tutti mestieri hanno funzione e dignità E ora “onore” va spostato sulla persona Ma l’Italia vuole essere culla della civiltà E (ri)concorrere alla Nuova Civilizzazione Il diritto alla cultura rivà reso universale E serve sempre più “vostra intelligenza”

gennaio 23, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Studiate. Perché abbiamo bisogno della vostra intelligenza”. Antonio Gramsci avrebbe potuto pronunciare questa frase nell’Italia di oggi, e avrebbe colto l’esigenza di una diffusione della cultura (popolare), per preparare, liberandone appunto le risorse intrinseche, il nostro Paese al proprio possibile Nuovo Rinascimento. Che, “tecnicamente”, passa anche attraverso un sistema economico (ma non solo) che – come il Politico.it indica ormai dal febbraio di due anni fa – dovrà avere al proprio vertice l’innovazione. E a questo scopo non solo non possiamo permettere/ permetterci che lo studio torni ad essere una prerogativa di pochi (come minacciava di voler determinare la destra al governo), ma dobbiamo creare le condizioni – facendo della nostra istruzione la più avanzata al mondo; integrando e mettendo nella condizione il sistema delle imprese e del lavoro di favorire e raccogliere la spinta che verrà dall’istruzione rifondata – perché il lavoro intellettuale divenga una necessità sempre maggiore per tenere il passo di una nostra economia finalmente avviata ad uno sviluppo duraturo. Senza per-ciò abbandonare il filone degli altri mestieri, bensì l’esatto contrario: un’Italia che si riabbia della propria capacità di pensare è un’Italia (più) libera e capace di riassegnare alla Persona il proprio primato sociale, così che la “differenza” possa non essere più fatta dell’impiego che ciascuno svolge, bensì dal proprio valore umano e dalla propria saggezza. Una consapevolezza, quella della cultura come chiave della nostra liberazione (e del nostro stesso possibile rilancio economico), che ispira anche il “programma” (“politico”) dei movimenti cristiani nel corso della (nostra) Storia. Ce lo ‘dimostra’ Giulia, oggi. Riproponendoci un passaggio di un fondo dell’allora direttore de Il Popolo, il quotidiano della Democrazia Cristiana, Guido Gonella. Era il 1944; la fine di un’era (buia) e, come insegna la “consolante dottrina del progresso” di Cattaneo, l’inizio, quindi, di un ulteriore passo in avanti. Gonella scrive che il fine essenziale della Dc è “educare le masse”. Il direttore del Popolo minim(al)izza - o meglio rende essen- ziale - un ragionamento che può essere portato alla sua sublimazione: “educare” non solo per rendere capaci di “deliberare” tra proposte politiche differenti, non solo per liberare dai demagoghi e dagli “avventurieri” (fondamento, del resto, della democrazia e della possibilità di mantenere e far evolvere lo stesso “sistema”). Ma per liberare (tout court). Liberare dalle limitazioni imposte dalla mancanza di consapevolezza di sé, rendere gli italiani liberi di essere – in “definitiva” – (fino in “fondo”) loro stessi; come italiani e come individui. Come italiani, attraverso (anche) una ripresa (controllata e contestualmente implementata verso lo sbocco europeista) di un patriottismo-nazionalismo che ci svincoli da una subordinazione psicologica per la quale continuiamo a non sentirci degni di essere nazione, e dunque di poterci (pienamente) autodeterminare. Come individui, rifacendo della cultura il nostro ossigeno, e fornendo così a ciascuno gli strumenti della propria libertà. Un popolo, una nazione, che tornino ad essere coscienti (di sé), sono nella condizione di riprendere a scrivere la Storia, come hanno già fatto i loro avi. E di riportare così l’Italia,e con essa l’Europa, al centro del mondo. Read more

Diario politico. Non e’ euro causa di crisi Ma nostra ‘furbizia’ di raddoppiare prezzi Mentre “politica” (?) pensava a se stessa Cedendo (nostro) scettro a economia (?) Regole non bastano a (ri)costruire futuro La Politica torni a indicare via da seguire Lavoro, contratto unico o ‘meno’: e’ inizio Ora Italia punti (decisa!) sull’innovazione E nel ripartire riduciamo squilibrio del ’02 di GINEVRA BAFFIGO

gennaio 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un’indagine di un istituto francese rivela che la “nostra” moneta unica e’, a tutt’oggi, associata al “ricordo” (che come un “fantasma” – molto concreto – si agita pero’ nelle nostre tasche ancor ora con le sue ricadute concrete, e “progressive” – ?) dell’impennata dei prezzi al momento della sua entrata in vigore. E parliamo della Francia!, che non ha certo vissuto il (sostanziale) raddoppiamento avvenuto da noi. Quello fu il momento in cui avremmo dovuto capire che ci saremmo trovati, oggi o giu’ di qui, nello stato in cui versiamo: perche’ é il momento in cui la politica dichiaro’ la propria resa nei confronti dell’economia. In che modo si sarebbe poi inoltrata fino alla situazione attuale? Deresponsabilizzandosi, pacchianamente, a fissare (ipotetiche) regole, e lasciando che i poteri – cioe’ gli unici in essere: quelli economici – facciano cio’ che dovrebbe fare, invece, la politica: impostare la direzione di marcia guidando/ coordinando il cammino (comune). Ci siamo seduti (o, se volete, inginocchiati) a tal punto che oggi la stessa politica, quando si accorge che non si puo’, a questo punto, piu’ fare a meno di un suo “ritorno”, non riesce a concepire altro che continuare, comunque, ossessivamente, a modificare (solo) le regole. Che le cose stiano esattamente in questi termini, lo dimostra il modo in cui i “leader” (?) europei (non) pensano di (non) affrontare la situazione che in queste stesse ore vediamo inasprirsi nuovamente: come la peggiore delle nostre proiezioni politicistico-autoreferenziali – e senza, quel che e’ “peggio”, in molti casi, il nostro disinteress…amento e il nostro livello di “corruzione” (morale): a riprova che anche la possibile, migliore politica – nella sua stessa essenza – ha subito una strutturale involuzione – francesi, tedeschi, nordeuropei – ovvero coloro che ci hanno sostituito alla guida del Continente – dibattono oggi, al piu’ (?), di quante velocità attribuire ad una macchina – ecco il punto – rimasta senza una guida. Ha ragione, Jose’ Manuel Barroso: la crisi (appunto) non é economica, ma politica; perche’ l’economia non era chiamata (o, se volete, non é l’economia ad essere stata chiamata) – in origine – a reggere i destini del mondo, ma solo a consentire un “corretto” scambio di beni e di servizi. In funzione (anche) dell’arricchimento (individuale). Intervenire sul mercato del lavoro – nodo, effettivamente, come abbiamo detto e “convinto” il governo, di ogni possibile politica per la crescita - non puo’ dunque significare cambiare (solo) la forma di contratto (cioe’ una regola) con cui i nostri lavoratori vengono assunti; perche’ cio’ vorrebbe dire, ancora una volta, fissare (o, “peggio”, rimuovere) i (soli) limiti del possibile comportamento degli attori economici, lasciando poi a loro la definizione (con-fusa) della “prospettiva”. Il governo Monti deve quindi avere il coraggio di andare invece avanti sulla strada che il Politico.it gli aveva indicato e che l’esecutivo di tecnici-professori aveva adottato (salvo pero’ – inevitabilmente? – non trovare, almeno fino a questo momento, la leadership (Politica) per proseguire). L’Italia, lo abbiamo gia’ detto, si trova, paradossalmente, in condizioni migliori di altri, grandi paesi occidentali: perche’ loro stanno gia’ girando a tutta, hanno il motore prossimo a scoppiare; noi non consumiamo invece che una minima parte della benzina di cui disponiamo. La “benzina” sono le nostre risorse umane, che in questo (?) Tempo si esprimono, e valorizzano, responsabilizzandole nel senso della costruzione del futuro (del mondo): innovazione, quindi, sul piano della tecnica (e della tecnologia) ma anche del pensiero (a 360°) e, cioe’, della cultura. Per partire da qui, le (nostre) idee sono (appunto) gia’ in campo. Ma di fronte alla “riacutizzazione” delle difficolta’, ci chiediamo se il modo piu’ nitido per sugellare il ritorno sul trono della Politica, non sia - simbolicamente, ma anche con un possibile, sia pure da valutare (con attenzione), beneficio economico – sciogliere il nodo “originale” della subordinazione della politica all’economia: quello che i nostri fratelli francesi ci ricordavano all’inizio, ovvero il gioco di prestigio per cui all’ingresso del nostro Paese nella moneta unica (o meglio con l’entrata in circolazione della moneta tout court), alle (circa) duemila lire che rappresentavano il “cambio” con l’euro in origine, finirono per corrispondere non un euro come avrebbe dovuto avvenire, ma due. Perche’ una politica gia’ piegata (su se stessa) non ebbe la prontezza (ovvero la lungimiranza) di intervenire per, appunto, prima coordinarci e poi “compensare” il nostro dis-orientamento. Ecco: porre rimedio a quello squilibrio – come apertamente si disse avremmo dovuto fare allora - in un momento in cui l’inflazione puo’ (forse) ”con-tenere” il possibile “contraccolpo” (deflazionistico e poi) recessionistico (ed e’ per questo che sarebbe stato meglio agire a crisi meno acuta), e garantendo tanto piu’ che cio’ avvenga ridando – attraverso la Politica – una prospettiva (di crescita) alla nostra (stessa) economia, puo’ essere un buon modo per dire che la Politica e’ tornata, concretizzare le generiche dichiarazioni di fiducia espresse in queste ore (dalla “stessa” – ? – “politica” – ? – Mentre la nave riprende-va ad affondare), e restituirci finalmente quel futuro che, nelle mani dei merca(n)ti che sciaguratamente (ma per colpa nostra) hanno ripreso il controllo del Tempio (nell’immagine: El Greco ci propone la loro cacciata da parte di Gesu’), rischiamo, tra un altro po’, di non (ri)avere piu’. Il Diario ora, con le ultime “dalla” crisi. di GINEVRA BAFFIGO Read more

Italia comincia suo percorso innovazione. Monti raccoglie nostra sfida. “Patto ricerca-imprese”

dicembre 29, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Italia comincia suo percorso innovazione. Il governo Monti raccoglie la nostra sfida. Profumo: “Nuovo patto ricerca-imprese”. Torneremo ad essere la culla della civiltà. Come siamo giunti a questo risultato.

Con l’avvertenza, che rivolgiamo al presidente del Consiglio, di “alzare lo sguardo” e non (auto)limitare le nostre potenzialità nel solo senso della produzione. L’esecutivo dei tecnici ascolta il giornale della politica italiana e dopo la “frenata” pre-natalizia del premier (“Il tema – della possibile riforma del mercato del lavoro, ndr – non é maturo”) convoca un cdm straordinario – quando le notizie dai mercati erano quelle, positive, dell’asta andata a buon fine per i nostri titoli di Stato; dunque al di là dell’”invocazione” della Borsa – per stabilire che il “tema” non solo é “maturo” ma urgente; e che possibilmente va affrontato anche nel senso di un rinnovato rapporto – impostato e coordinato dalla Politica! – tra aziende e ricerca. Ma, ricordiamo a Monti, innovazione puo’/ deve significare anche il recupero di quella “dimensione etica e filosofica” intuita, per prima, da Cristiana Alicata che – dando un senso piu’ alto al nostro impegno quotidiano e alla nostra vita (comune) – puo’ consentirci di tendere piu’ velocemente verso una “società della collaborazione” e in cui siano finalmente superate diseguaglianze e privilegi (come sta molto a cuore allo stesso ex presidente Bocconi). In questo senso invitiamo anche il Corriere, giornale dell’Italia, a superare la logica puramente economico-finanziaria – nella quale è tornato ad essere il punto di riferimento, Giornalistico, del Paese – immaginando non di dover stravolgere tutto cio’; ma di potergli attribuire quel senso maggiore che, in ultima istanza, sara’ benefico anche per questa stessa nostra dimensione strettamente materiale. Perchè se non ci riabituiamo a vedere nella cultura un “esercizio” non solo estetico – e, diciamolo, un po’ fine a se stesso – ma anche etico – se non ricolleghiamo il patrimonio della nostra storia e della nostra tradizione alla nostra vita – cio’ che ci é stato lasciato dagli “antenati” finira’ sempre piu’ in un angolo – come sta tristemente avvenendo a Roma, oggi città senz’anima, capitale del materialismo – e, quel che è peggio, rischiamo di “sostituire” tutto cio con le “rovine” (prima morali e, poi, materiali. E il guaio e’ che, come vediamo, il processo si e’ gia’ avviato) del nostro stesso mondo di oggi. Per riuscirci, basta parole; basta promesse-discorsi circa quello che “dovremo” fare. La promessa, l’annuncio, sono la migliore garanzia che quello che si deve fare non verrà fatto: perché anestetizzano la volontà; riducono la spinta (morale) della necessità di agire. C’é chi promette, infatti, da decenni, di cambiare l’Italia. Noi, senza averlo annunciato una sola volta, in pochi mesi abbiamo già cominciato a farlo.

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Pigi: ‘Non è ora di toccare lavoro’. Monti: ‘Tema non maturo’. Ma sblocco situazione passa di lì

dicembre 24, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Bersani: ‘Non è momento di toccare lavoro’. Monti: “Già, il tema non è maturo”. E invece sblocco di situazione passa di lì. Ma nodo non è (solo) libertà di licenziare. E il modello non sia “danese” ma italiano. Politico!, e non solo tecnico-”regolativo”. Innovazione stella polare nuovo sistema. Ma non è possibile se Pd guarda indietro.

Ha ragione, il segretario Democratico. “E’ il lavoro” su cui dobbiamo “puntare”. Ma non nel senso in cui lo intende lui. Pigi riesuma, in buona sostanza, il vecchio mantra socialista: “partito dei lavoratori”, sinistra come difesa (ad oltranza) dei loro interessi. E, certo, puntare sul lavoro non può voler dire “sterminare” (socialmente) un’intera “classe”, dando il via libera al “licenziamento selvaggio” per di più, come giustamente è stato fatto notare, in un momento in cui – con le imprese in sofferenza – ciò significherebbe una vera e propria carneficina. Ma, evidentemente, lo status quo – o un ulteriore avanzamento (?) nella stessa direzione – non può rappresentare parimenti una soluzione se è vero che, anche per questo, ci troviamo oggi in una condizione, in tutti i sensi, deficitaria. Ecco allora che, in un dibattito pubblico finalmente – almeno – rivitalizzato e politicizzato – perché questa, è la Politica; e non la “partita a scacchi” delle fazioni, con i suoi retroscena – comincia il confronto tra e sui modelli: con quello danese che la fa da padrone nell’attrarre l’interesse e la curiosità di chi, con onestà e responsabilità, si pone la questione di cercare una soluzione concreta al “problema”. Ma, poiché quello stesso dibattito viene comunque sviluppato dagli stessi protagonisti degli ultimi vent’anni di autoreferenzialità – dei quali, purtuttavia, va sinceramente apprezzato lo sforzo, che contribuisce, a sua volta, a migliorare la situazione e a farci tendere verso un esito complessivo positivo – il modello finisce nel tritacarne delle visioni distorte di destra e di sinistra; deformato – comunque – dalle ideologie. E così la sinistra Pd conclude, in buona sostanza, che si possano mantenere, e che la priorità vada data all’inserimento, degli ammortizzatori sociali – molto generosi – presenti in quel modello; i “riformisti” a loro volta ideologicizzati in questo senso, propendono per abolire l’articolo 18, e chi s’è visto s’è visto. Ma se il modello danese, così com’è, rischia di essere troppo “costoso”, e comunque c’è qualche dubbio che possa essere adottato da noi, non sarà perché, appunto, si tratta di un “pacchetto all inclusive” pensato per un’altra realtà e con altre premesse e altri obiettivi? E perché, allora, non fare ancora un piccolo passo, tornare ad avere una coscienza della nostra capacità (nazionale) propositiva e propulsiva, e immaginare un modello – “”"solo”"” – italiano? Che, guarda caso, esiste già; e, guarda caso, assomiglia molto a quello danese (non per nulla definito il “miglior mercato del lavoro del mondo”). Ma è, appunto, italiano. ovvero nasce dalle nostre esigenze e non ha fini ideologici, bensì l’unico obiettivo di contribuire alla costruzione (complessiva) del nostro futuro. E il modello è quello messo in campo (come la gran parte delle “innovazioni” acquisite dalla politica italiana negli ultimi tre anni), con il primo riferimento in questo senso in un articolo del febbraio 2010 (!) – quando, su queste pagine, già si parlava della necessità di “salvare l’Italia” e si indicavano le possibili strade da percorrere; che presto diventeranno, come quella consapevolezza, a loro volta senso comune nella politica e nel giornalismo autoreferenziali – sia pure ora in risveglio – che ancora faticano – però – a liberarsi dei propri condizionamenti e ad affrontare la realtà con lucidità e lungimiranza – da il Politico.it. E che consiste in un sistema in cui tutti possano essere licenziati, ma in un Paese che ha deciso di dare tutto per tornare grande, e che per farlo ha scelto la via dell’innovazione, alla quale chiede alle proprie imprese di riorientarsi; ed è in questa prospettiva che i licenziamenti, o meglio le assunzioni di “nuove” risorse umane nuovamente preparate a svolgere le mansioni rinnovate e maggiormente specializzate nelle loro aziende ricostituite per innovare, vengono decisi non per “salvare il salvabile” ma in una tensione alla crescita, sostenuta da una formazione continua che fornisca gli strumenti (tecnici, culturali) ai lavoratori per alimentare quello sforzo delle imprese, anzi, per guidarlo; e sciolga, ad un tempo, il “nodo” dei periodi di sospensione dal lavoro tra un impiego e quello – maggiormente avanzato e specializzato – che si andrà a svolgere in seguito. Il tutto occupando, comunque, i lavoratori; rigenerando mediante lo studio la loro capacità di rendimento anche attraverso un recupero di spessore e lungimiranza; e giustificando una indennità di disoccupazione che, a quel punto, non sarà più a “fondo perduto”, bensì rappresenterà un investimento nel futuro del Paese. Il modello danese appunto assomiglia, ma parte da altri presupposti e non ha la stessa carica propulsiva. E l’Italia oggi ha bisogno di rilanciare, e non solo di “rinculare” difensivamente. O sarà peggio. Per tutti. Ma tutto ciò non sarà possibile senza il contributo, libero, della principale forza onesta e responsabile di questo Paese. E il Politico.it ha seri dubbi, rafforzati dalle reazioni di queste ore, espressi la prima volta un paio di mesi fa nel pezzo del nostro direttore che stiamo per rivedere, che questo Pd, formato dalla classe dirigente dell’ultimo, decadente, Pci -del quale tuttavia questi esponenti sono culturalmente e ideologicamente impregnati e dal quale non riescono ad emanciparsi- possa assolvere a tale funzione.
P.S.: Il Corriere racconta oggi (24 dicembre) un’indagine pluriennale su un campione di oltre 100mila aziende che rivela sostanzialmente due cose: a) – ci sono molte offerte-posti di lavoro che non vengono occupati, nella gran parte dei casi perché i nostri giovani non sono disposti a svolgere mansioni che considerano riduttive soprattutto del loro agognato (dai loro genitori, “figli” – loro – del materialismo sessantottino) prestigio sociale; ed è per questa ragione, e sulla base della disponibilità di questi posti inevasi, che una parte della nostra politica sostiene la necessità di far entrare nuova forza-lavoro, disponibile per le peggiori condizioni di vita da cui “proviene” ad accettare quelle offerte che i nostri ragazzi, invece, disdegnano. E, in secondo luogo, b) – che una grossa – e crescente, ma ancora troppo lentamente – fetta di prima occupazione giovanile alimenta una autoimprenditorialità che resta comunque fenomeno ancora poco diffuso in un nostro Paese economicamente ma, soprattutto, culturalmente arretrato. Ed ecco il punto da cui far discendere la possibile “soluzione”: se sarebbe sciagurato proporre ai nostri giovani di studiare di meno per avere “strutturalmente” minori ambizioni – ma anche minori capacità e minore libertà – e quindi abbassare, in buona sostanza, il livello della domanda così da farla incontrare con quella offerta di basso profilo (proposta Tremonti) – e si tratta invece di fare esattamente il contrario! – purtuttavia un Paese che voglia crescere, e che per farlo ha bisogno di occupare (prima di tutto) i suoi giovani, per queste due stesse ragioni è un Paese la cui Politica deve (ri)cominciare a darsi un respiro e una profondità d’azione anche culturale, per poter intervenire sulla scala di valori (?) che dà luogo al prestigio sociale, “togliendo” allo (stretto) guadagno economico e all’attuale, presunta “rilevanza” “sociale” il riconoscimento che andrà ad attribuire al valore umano, culturale e alla capacità di vedere nel lavoro uno strumento per racimolare ciò di cui sostentarsi, sì, ma anche il modo in cui contribuire a raggiungere quell’(alto) obiettivo comune che, pure, “prima o poi” andrà indicato, o continuerà a rappresentare una chimera che non farà la sua parte per aiutare la ripresa economica (e non solo) nazionale. Il che significa anche che l’universalità del diritto allo studio (fino alla laurea, per poi accedere ai circuiti di formazione permanente) andrà garantita fino in fondo come oggi non avviene, e che la preparazione che i nostri ragazzi matureranno dovrà essere fatta considerare loro come un patrimonio da “spendere” non solo in funzione di una maggiore o minore disponibilità economica, ma per avere una (effettiva) libertà (anche di scegliere il proprio modello di vita) che i loro padri, e in qualche caso i loro fratelli – proprio per la “mercificazione” della stessa formazione scolastica e di base – non hanno avuto. E ciò potrà sostenere (ulteriormente) i nostri giovani nella scelta, anche, di tentare la strada di un’imprenditorialità innovativa che innestata nello sforzo complessivo per riorientare il sistema in questo senso rafforzerà – dal “basso” – le possibilità di riuscita – e quindi di avere anche ricadute economiche positive che alleggeriranno quello stesso “sforzo” – del tentativo. Tanto piu’, naturalmente, quanto piu’ saranno stati eliminati lacci e lacciuoli che oggi frenano – anche sul piano “regolativo” – questa vitalità (sotterranea). (Ed) è – ovviamente – la Politica che deve guidare tutto ciò! Contando finalmente sulla sponda di qualche giornale – come il nuovo, splendido Corriere di de Bortoli – che torna a sua volta a fare il proprio mestiere. Contribuendo -come dimostra questo stesso uno-due- alla costruzione del futuro dell’Italia.

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Ma tema non è (solo) libertà di licenziare Cicchitto: “In crisi sarebbe problematico” Ora una riforma ‘organica e complessiva’ Un nuovo sistema orientato innovazione Lavoro (ri)generato da formaz. continua Italia tornerà ad essere culla della civiltà

dicembre 20, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma non (solo), nel senso materialistico e un po’ castigato con cui la concezione post(?)-comunista di una certa sinistra bersaniana vorrebbe frenare la nostra possibile modernizzazione. La quale non coincide, del resto, nemmeno con un modello “ameri- cano” in cui da un giorno all’altro si può ascendere nella scala sociale, sì, ma quello successivo cadere nel senso esattamente opposto, senza garanzie di sorta. E tali garanzie non possono esaurirsi in una rete di ammortizzazione sociale che pesa – comunque – infruttuosamente sul bilancio (e sappiamo, ora, di cosa parliamo) dello Stato, non consentendo condizioni di vita adeguate ai disoccupati-cassintegrati sia per lo scarso livello di “redditività” economica, ma anche perché – appunto – il lavoro non è soltanto “questo”. Read more

Ecco come si rigenera (nostra) economia Una crescita che nessuno ‘sa’ come fare Il sistema rifondato ora sulla innovazione Formazione continua ad integrare lavoro ‘Motore’ istruzione più avanzata a mondo Italia tornerà ad essere culla della civiltà

dicembre 9, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il governo Monti è nato per rimettere a posto i conti, nel solco della tradizione dell’azionismo italiano che nell’ultimo ventennio, con Ciampi ma – in fondo – anche con Giuliano Amato e Romano Prodi (pure, “apparentemente”, ”figli” e protagonisti di altre “storie”) ha rivisitato il proprio ruolo di “collante” della patria e di borghesia illuminata al servizio della “salvezza” del Paese dedicandosi appunto al nodo-punto di rottura di oggi: la tenuta del bilancio. Come scrive Gad Lerner ieri sul suo blog, non avrebbe potuto/ potrà fare altro e/ o di più. Per due ragioni. La prima è che, appunto, a questo lo consacra la propria eredità culturale e la – conseguente – propria formazione “personale”. In secondo luogo, si tratta pur sempre di esponenti di una generazione che, se non ha direttamente provocato l’attuale crisi, di certo non si è “accorta” che i propri “coetanei” lo stavano facendo, e non ha avuto la forza di proporre “alternative” e, comunque, di fermare la deriva quando cominciava a presentarsi, e quando sarebbe stato meno impegnativo, dispendioso e maggiormente efficace farlo. Non possiamo aspettarci “colpi di reni” da personalità dotate di grandi competenze che non hanno però mai messo in campo, appunto, una vera leadership Politica. E, tuttavia, ciò non basterà – ancora una volta, perché come si sa abbiamo già tentato tutto questo, con i due governi presieduti da Romano Prodi – perché, come il giornale della politica italiana ha indicato prima di tutti, i conti sono destinati a tornare nella loro attuale criticità se non sarà stato concepito un completo ribaltamento di piano che, insomma, ci consenta di uscire da questo tira-e-molla “affidato” alla minore o maggiore responsabilità del governo di turno e, come vediamo, alle intemperie dell’economia mondiale. L’Italia ha un solo modo per uscire “definitivamente” dal pantano: decidersi a smettere di correre (solo) ai ripari, magari quando rischia di essere (prima o poi) troppo tardi, e, invece - badando bene naturalmente a compiere ogni passo, comunque, con saggezza ed equilibrio – “uscire allo scoperto” (non, in questo caso, per carità, in termini tecnico-economici. Anzi!) e smettere di “navigare a vista”, ricominciando a disegnare una propria rotta nella fiducia, e nella speranza (per tutti), di essere seguita anche da altri Paesi. Gli Stati Uniti, la Germania (sia pure in misura “minore”), hanno oggi pochi margini (ulteriori) per compiere uno “scarto” e rimettere in moto la loro economia, perché veleggiano ai ritmi attuali con il motore pressoché a mille; ma l’Italia, l’Italia tiene, tutto sommato, il mare con la scialuppa (di salvataggio?) che le è “rimasta”, in buona sostanza – salvo gli sforzi “solitari” di imprese che nessuno ha pensato di coordinare e mettere a sistema - dagli anni Settanta. Se le nazioni delle Silicon Valley, dell’economia sociale di mercato, le hanno già provate “tutte” e hanno “scoperto” che questi sono i loro (attuali) limiti, l’Italia è in una condizione – paradossalmente – più vicina – in potenza, s’intende – a quella dei cinesi o degli indiani. Perché i margini per “insistere” sulla strada sulla quale loro lo stanno facendo ora, e che ha fatto la fortuna – e continua a consentire punte di eccellenza – soprattutto degli Stati Uniti, sono ancora, per ciò che ci riguarda, completamente “inesplorati”. E le nostre risorse “di base”, quelle che, impastate in un certo modo – quello appunto che stiamo per indicare – danno più o meno chance di “esplodere” (positivamente) nel senso in cui ci si stia muovendo, sono tra le migliori al mondo. Il nostro è un grande Paese, che senza avere bisogno di ricorrere alla progressiva riduzione dei diritti delle persone che lavorano – al contrario! – che sta aiutando la doppia cifra cinese, può mettere in campo le proprie incredibili risorse umane, penalizzate, ma non ancora “vinte”, da un ventennio (e oltre) di scellerate politiche (anti)scolastiche e universitarie, dal vuoto assoluto di modernizzazione sul piano delle politiche industriali, da lacci e lacciuoli che – immaginate – nonostante abbiano impedito, di fatto, ai nostri giovani di “muoversi”, non hanno potuto “evitare” che i nostri connazionali siano ancora tra i più “gettonati” – e, comunque, caratterizzati da una serie, appunto, di eccellenze – dalle altre economie; che non possono, oggi, considerare l’Italia – nel suo insieme – un partner inimitabile per quello che riguarda la possibilità di sinergie, politiche industriali e sul piano dell’istruzione, ma certo considerano gli italiani – e non per una questione “genetica”, ma di storia, tradizione, cultura (anche, contaminazione tra culture) - per quello che sono e che sono stati nel corso, appunto, della (nostra) Storia. E che oggi non “sembrano” più – ma, come detto, soltanto nella loro dimensione “unitaria” e complessiva – per la semplice ragione che chi sta sulla plancia, al comando, non ha più la lucidità per guidare una delle portaerei più grandi, e la miglior “ciurma” non riesce, da sola, a rimettere la prua della nave davanti a quelle degli altri. Al di là della (facile) metafora navale, il punto è – ancora una volta, sempre – lo stesso: vanno bene i tecnicismi, vanno bene gli aggiustamenti. Senza qualcuno di essi saremmo – ancora! – già “colati a picco”. Ma poi ci vuole la Politica. O tutto questo non porta altro che ad una maggiore resistenza in un gorgo della crisi dal quale, comunque, non si esce. il Politico.it indica la possibile via da ormai due anni. La nostra politica ci ascolta, ma poi preferisce continuare a crogiolarsi nella propria autoreferenzialità. Nell’attesa che qualcosa si muova – da parte “loro” – o nell’attesa di muoverci (noi), ecco, ancora una volta, i tratti generali di quello che peraltro la stessa eccellenza, sommersa, del nostro Paese sa, da tempo, essere la sola, ragionevole, importante via da percorrere. Oggi, badando nel “frattempo” – e avverrà in modo naturale proprio per i connotati dell’impostazione che ci daremmo – di riprendere a pensare al nostro futuro. Ecco, per la firma del nostro direttore, il pezzo con cui, il 6 dicembre 2010 (!), gli spunti proposti nel corso dell’anno precedente (!) furono portati alla “maturità” di quel progetto organico e complessivo che abbiamo convinto la politica italiana di oggi sia necessario, ma che la politica italiana continua a non avere e a non mettere in campo. Pena la sofferenza dell’Italia. di MATTEO PATRONE
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Unico progetto resta nostro. Innovazione, for- mazione, cultura. Saremo di nuovo culla civiltà

ottobre 30, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma unico progetto in campo resta nostro. Serve ora completo ribaltamento di piano. Una economia rifondata sull’innovazione. Formazione continua a ‘integrare’ lavoro. Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento. Italia tornerà ad essere culla della civiltà.

(23.07.2011) L’Economist: “E’ persino semplice salvare – e rifare grande – l’Italia. Il dramma è che questa classe politica non sembra averne la volontà. E (quindi) la capacità”. Lascia esterrefatti che, ora che il rischio-baratro per la nostra nazione è sotto gli occhi di tutti (si è manifestato con la concretezza dell’immediato rischio-default), il nostro dibattito pubblico continui come prima, completamente “assente”. Giornate intere dedicate a seguire la telenovela Papa&Tedesco, dando peraltro a due signori inquisiti – e ai loro guai – una dignità che non meriterebbero. Una politica che, quando non interviene – svogliatamente – per tappare qualche buco, cosa che ci manterrà in equilibrio per un altro po’, ma senza toglierci dall’orlo del burrone, invece di mettere in campo, da subito, la sua proposta per il futuro dell’Italia ciancia di – of course – Berlusconi, berlusconismo, coalizioni, centro, più o meno moderato, governi tecnici di larghe intese, legge elettorale; e meno male che Vendola ha smesso (almeno per ora) di ossessionarci con le sue ambizioni personali… Tutti elementi necessari, ma non sufficienti, e che non rappresentano il punto, ciò che serve oggi al nostro Paese. Al nostro Paese oggi serve avere le idee chiare su cosa si dovrà (dovrebbe, subito!) fare. Le conclusioni a cui (più o meno) siamo giunti tutti – tranne, ovviamente, la “no- stra” (?) politica (…) – sono le seguenti.

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Rigore e formazione continua per la (piena) occupazione M. Patrone

ottobre 16, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La sinistra berlusconiana e “parlamentare” ha tacciato, fin’oggi, il movimento di “reazione rivoluzionaria” alla (vera) antipolitica – rappresentata da lei stessa e, ovviamente, dall’attuale destra al potere – di essere lui, l’antipolitica. Oggi la piazza – al netto dei black bloc – confermava invece di agognare, semplicemente, un ritorno (istituzionale) alla Politica vera (e non di aderire ad una qualche forma di sogno anarchico e, magari, insurrezionale). E cioè risposte. Vere, cioè sincere, e quindi utili, perché reali. Coerentemente con il proprio ribaltamento della realtà – quello appena visto, per cui la Politica diventa (per loro!) antipolitica e viceversa – anche le poche occasioni in cui gli altri signori affrontano nodi (realmente) politici accade all’insegna dell’ipocrisia. Come nel caso del lavoro, dove il mantra – ideologico e propagandistico – è per un ritorno al posto fisso per tutta la vita per tutti. I Paesi moderni, invece, sono già allo stadio successivo: formazione permanente come chiave per l’(immediata) occupazione di chi (non) perde il lavoro e si (deve) prepara(re. Più e organicamente come mai in passato) ad averne uno “nuovo” (ma per davvero, in tutti i sensi). La nostra stella polare è l’innovazione. Un nostro sistema produttivo che la Politica coordini in uno “sforzo” – che non sarebbe tale – per cambiare (completamene) la propria pelle in questo senso, sarebbe in grado – con il supporto appunto di istituzioni che avessero intanto restituito all’Italia la migliore scuola e la migliore università del pianeta – di caricarsi sulle spalle un Paese che viaggi verso lidi prossimi alla “piena” occupazione e/anche perché l’Italia avrebbe, a quel punto, ripreso a volare. di MATTEO PATRONE
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Perché ‘pareggio’ bilancio con Pil a ‘+0,’? Nostro è potenziale da grande economia Se solo la Politica “concepisse” Crescita Ora! Sud sia reso snodo Cindia-Africa-Ue Si usi la leva lavoro puntando a innovare Mentre si (ri)fà nuovo motore scuola-uni Cultura (più formazione) nostro ossigeno L’Italia può ritornare al centro del mondo

settembre 13, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Se invece di essere rappresentato come – e di consistere in - una sorta di “mendicata” (con tutto il rispetto per i mendicanti, che andranno coinvolti – come tutti – nella nostra ripresa nazionale. E potranno essere “decisivi”! Andando ad integrare la nostra rete di volontariato e di servizi, in “cambio” di un aiuto a riavere, subito, migliori condizioni – minime! – di vita e di una nuova chance che la stessa opportunità di lavorare al fianco, di conoscere e di mostrare loro le proprie qualità a chi opera nel settore e non solo, offrirà loro), l’”aggancio” – vaticinato da Romano Prodi ormai (almeno!) cinque anni fa e dal giornale della politica italiana più volte rilanciato e integrato – con Cin-dia, fosse stato da subito immaginato come il passo iniziale di un grande progetto di sviluppo del (nostro) sud e anche di integrazione politico-diplomatica tra Oriente, Europa e Africa - come il Politico.it suggerì ancora poche settimane fa - avremmo evitato oggi l’effetto (quanto meno apparente) di “svendita” del nostro Paese e il sospetto che, alla fine, a guada- gnarci non saranno il sud e i nostri connazionali ma, una volta ancora, i soliti noti (oltre alla Cina).

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Ogni settimana al cinema con il Politico.it 30% dei nostri giovani non studia-lavora Ma ‘abbiam bisogno di più lavoratori’ (?) Persone migranti risorsa umana-culturale (Ma sviluppo renda immigrazione scelta) Ma (è) ora Italia rimetta in piedi se stessa Smettendo di essere una “palla al piede” Poi darà corso a vocazione mondialista Ulivieri: “Cose dell’altro mondo, tre stelle”

settembre 4, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Certo che è strana la “politica” (?) “italiana” (?) (autoreferenziale di oggi). Piange la disoccupazione giovanile. Cioè molti di noi sono senza lavoro. Ma – oltre a continuare a non muovere un dito per generare crescita, e con essa nuovi posti – sostiene non abbiamo abbastanza manodopera per mandare avanti la nostra economia (!). E che abbiamo perciò bisogno di (altre) persone che occupino posti di lavoro che evidentemente, quindi, (anche) ci sono. Se in questo stesso momento un alieno atterrasse, e avesse la sventura di farlo proprio a Roma negli anni di questa nostra politica politicante abile solo a trovare una buona motivazione per non ridursi gli stipendi e perpetuare il proprio potere fine a se stesso, si domanderebbe – come minimo – se gli sia sfuggito qualcosa. “Ma – è la vulgata – gli italiani non vogliono più fare certi mestieri”. Ma il compito di far incontrare la domanda e l’offerta, dando alle aziende la possibilità di crescere, e ai nostri connazionali di costruirsi un futuro, di chi è, se non della Politica? Quindi la vera domanda è: perché la Politica invece di commentare quello che accade come se si trovasse seduta in tribuna (o al bar), non assolve alla propria (unica, in tutti i sensi) funzione? Come? L’Italia ha bisogno di compiere un completo ribaltamento di prospettiva che faccia dell’innovazione la nostra stella polare. E questo, da un lato, comporta ricostruire il nostro sistema scolastico-universitario-formativo affinché – (re)integrato con il comparto (direttamente) produttivo – diventi il motore dello sviluppo offrendo ai nostri giovani la miglior preparazione (a tuttotondo) al mondo. E “così” (in altre occasioni abbiamo specificato questo passaggio, e torneremo a farlo, “perfezionando”), attraverso la crescita, aumenteranno le opportunità di lavoro intellettuale. Ma, dall’altro lato, questo significa anche un ”aggiornamento” della nostra cultura sociale e del lavoro per cui, mentre ci si assicura che tutti, e sempre di più, e per tutta la vita, abbiano la possibilità di accedere ai migliori strumenti culturali – e dunque alla propria “liberazione” - nello stesso momento si cambia concezione (e la Politica ha gli strumenti per farla cambiare!): non conta “più” (solo), per il valore e il prestigio personale, fare un lavoro (oggi considerato) “importante”, e magari ben remunerato. Bensì tutti i lavori hanno la stessa dignità – perché sono, ciascuno per il suo ruolo, essenziali per rifare grande il nostro Paese – e le persone non vengono “giudicate” più (per questo, bensì) per la loro dignità e per la loro saggezza. Questo ci consentirà, progressivamente, di tornare a fare (meglio) tutti i mestieri. Di (cominciare a) “risolvere” (così) il problema della disoccupazione (giovanile). Di capillarizzare, nella società, nei servizi, nei mestieri, nella produzione artigianale e – in “seguito” – artistica e culturale, il nostro possibile, nuovo Rinascimento (attraverso un “capitale umano” che compia il proprio incomparabile potenziale). E attraverso la (piena) liberalizzazione dei nostri circuiti produttivi (di cui abbattere le pareti che li separano l’uno dall’altro, sia sul piano della circolazione delle risorse umane sia sul piano della interazione e della “contaminazione” tra loro), e grazie ad un (ulteriore) cambiamento culturale per cui – finita l’era del posto fisso per tutta la vita – non ci appaia (e smettiamo di farlo ”pensare” loro) più un delitto se un giovane sperimenta, intraprende, cambia, perde un lavoro, fino a trovare il “filo” del proprio percorso – attraverso tutto questo, dicevamo, favorendo la libera iniziativa, la liberazione della creatività (anche attraverso una riforma del mercato del lavoro “congiunta” a quel passaggio per la crescita a cui abbiamo accennato sopra, e che abbiamo anche specificato in molte occasioni. Con, su questo, qualche dubbio in più), l’Italia può tornare ad essere un crogiuolo di vitalismo e produttività (in senso ampio, e alto). E riconquistare la propria grandezza (anche) economica. Gli immigrati? In questa prospettiva se “sparissero”, come nel film di Patierno di cui stiamo per leggere, il sistema-Italia non ne riceverebbe uno scossone. Ma questo non significa chiudere (o meglio sbattere) le porte. Significa, invece, come il giornale della politica italiana ha scritto qualche settimana fa, governare i flussi di immigrazione (e di migrazione in generale) in funzione di un piano di sviluppo comune – ad esempio – con la Libia e, attraverso di essa, con l’Africa profonda (alla condizione imprescindibile della democrazia), facendo sì che l’(im)migrazione (ma anche dall’Italia alla Libia!) contribuisca a condurre in porto questo piano di sviluppo comune, smettendo di rappresentare l’effetto di uno sradicamento obbligato di chi lascia la propria Terra perché, anche a causa della scarsa lungimiranza della nostra politica politicante di oggi (che non coglie l’occasione per far crescere il nostro Mezzogiorno, e con esso per contribuire a cambiare la Storia del mondo – anche – uscendo dal pantano insieme all’Africa), là la vita (o sarebbe meglio dire la sopravvivenza) ha smesso di essere sostenibile. Cose dell’altro mondo, appunto. Di cui ci racconta, ora, Fabrizio Ulivieri. Read more

Il futuro dell’Italia. Art. 1, (ri)fondata sulla creatività M. Patrone

maggio 23, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Continua la narrazione del giornale della politica italiana sul domani della nostra nazione. Un’Italia che si prepara ad un (possibile) futuro (anche) post-industriale: quello di un Paese in cui la produzione è – soprattutto - produzione delle idee. Su questa strada, l’imprenditoria (di sé stessi, soprattutto dei giovani), sì, ma ciò non sarà (pienamente) consentito finché il mercato del lavoro non sarà stato a sua volta concepito (o, meglio, compiuto) così come Marco Biagi lo aveva presumibilmente in mente: un lavoro non precario, ma libero, libero di essere creativo. Un’Italia (ri)fondata sulla creatività, che ha un solo modo per farcela: (ri)cominciare dalla Politica (in tutti i sensi). La firma è del nostro direttore. di MATTEO PATRONE Read more

Futuro dell’Italia. Crescita e lavoro, il coraggio di innovare M. Patrone

maggio 5, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nelle ore in cui il governo batte un colpo e mette in campo alcune misure per far ripartire la nostra economia – ne parleremo approfonditamente nel Diario politico – il giornale della politica italiana ripropone l’editoriale del suo direttore uscito il 27 aprile scorso. Il decreto sviluppo dell’esecutivo è un apprezzabile inizio di ripresa – in tutti i sensi – ma rischia di essere insufficiente a fronte della persistenza di un debito che ci appesantisce, così come la mancanza di provvedimenti per il taglio della spesa consoliderà e manterrà la pericolosità di questa tendenza. E il problema della disoccupazione dei giovani resta affidato (solo) ad una speranzosa prospettiva di crescita (lieve). Una nuova politica figlia del nostro tempo vuole avere (invece) l’ambizione di guardare oltre l’ordinaria gestione (sempre meglio comunque dell’immobilismo). Nell’inserirsi sulla scia della proposta Amato per l’abbattimento del debito pubblico – rilanciata oggi su Facebook anche da Mario Adinolfi - Matteo Patrone scrive una nuova pagina del racconto del (possibile) futuro de il Politico.it. Proposte (concrete), il beneficio (è proprio il caso di dirlo) del dubbio. Il di- battito, come sempre, è aperto. di MATTEO PATRONE Read more

Europa ha stessi obiettivi de il Politico.it Nuovo sistema-Paese fondato su 3 chiavi Innovazione/formazione continua/scuola Scrivevamo già nel febbraio d’un anno fa Mentre l’Italia resta (ancora) allo sbando

marzo 1, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’editoriale di Matteo Patrone del 5 febbraio 2010 – più di un anno fa! – anticipava di fatto, applicati alla nostra nazione, i contenuti della strategia Europa 2020 messa in campo dall’Unione europea. Del resto se ne stanno accorgendo tutti, che la strada dello sviluppo nel Vecchio Continente passa per la specializzazione e la produzione di qualità, e un massiccio intervento-collegamento dell’università e della ricerca in questo senso. Tutti, tranne il governo (ma anche la vecchia opposizione) del nostro Paese. Che ci lascia allo sbando. Quando basterebbe poco per avere buone chance di rimettere, in modo stabile e duraturo, in moto la nostra economia. Ma non con interventi-tampone – quelli proposti anche dal segretario del Pd, che vuole dare «un po’ di lavoro» e basta – bensì con un completo ribaltamento di piano che faccia dell’innovazione la nostra nuova stella polare. il Politico.it continuerà a lavorare perché ciò possa avvenire al più presto. Cominciamo subito, con lo studio di una risoluzione applicativa del Parlamento europeo affidata alla penna sapiente del nostro giovane esperto di diritto del lavoro.
di RICCARDO MARAGA Read more

Tremonti: ‘Tornare a far pure lavori umili’ Ma destra pensa a ulteriori divaricazioni “No – dice, ad esempio – studio per tutti” Nel nuovo Rinascimento cultura è diffusa E rappresenta vera “cifra” della persona Si potrà (e vorrà) (ri)fare (tutti) i mestieri

dicembre 16, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Oggi il mercato del lavoro è sproporzionato sul fronte dell’offerta. C’è una fila dietro a certi lavori, che non “bastano” per tutti. E si genera così (nuova) disoccupazione. Il Paese che sogniamo è un Paese che avrà bisogno di più forza lavoro a quei livelli, che sono i livelli dei mestieri intellettuali. Ma un’Italia che ritorni grande da un lato non può, e dall’altro non deve, immaginare che siano gli unici lavori possibili. Nel nostro nuovo Rinascimento le persone non vengono giudicate per il mestiere che fanno, ma per l’intelligenza, la cultura, la saggezza che sanno esprimere. La cultura deve tornare ad essere il nostro ossigeno. E tutti devono (potervi) accedere. La televisione è, in questo senso, un grande strumento di democrazia. E l’università deve continuare ad essere una possibilità per tutti. Ma deve cessare di essere una necessità sociale. Oggi chi sceglie di fare lavori cosiddetti “umili” (proprio per questo) è umiliato. E allora il percorso universitario cessa di essere una scelta e diventa un obbligo (sociale). Questo intasa il sistema, genera sprechi, disoccupazione e frustrazione. Il Paese è diviso in due non solo economicamente, ma anche socialmente, (entrambe le cose) perché culturalmente. Il nuovo Rinascimento italiano ha bisogno di artigiani, tecnici, impiegati, operai che facciano con cultura il loro lavoro, portando un valore aggiunto. Per questo è necessaria una (sotto)rivoluzione culturale (anche da questo punto di vista), che riduca lo spazio della cultura competitiva interna e proietti tutti verso l’obiettivo comune di rifare grande questo Paese. Tutti devono essere coinvolti. E da ciascuna postazione, qualunque essa sia, ciascuno di noi è decisivo per il nostro nuovo Rinascimento. Tutto questo genererà migliori condizioni economiche di settore e complessive, e ridurrà le differenze – grazie alla riduzione delle differenze culturali, che avranno non cancellato ma riconosciuto e valorizzato le differenze sociali (ma nel senso non delle diverse condizioni, ma della qualità nel senso della varietà del proprio ruolo). In sintesi: una nuova cultura sociale, che valorizzi la persona e il suo impegno a prescindere dal filone nel quale questo viene espresso. La rivoluzione culturale, che (ri)faccia della cultura il nostro ossigeno. Un riequilibrio del nostro mercato del lavoro. E il Paese è pronto a dispiegare le vele. (M. Patr.). Read more

***Il commento***
LA PRECARIETA’ FA PERDERE COMPETITIVITA’
di MARIANNA MADIA

novembre 5, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il lavoratore precario è un lavoratore che produce meno e peggio, soprattutto perché le sue condizioni esistenziali – altrettanto precarie, dovute naturalmente alla precarietà del posto – fanno sì che non possa avere il miglior rendimento. E ciò ha effetti deleteri per la nostra economia. Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi e il Pd, scrive la giovane esperta in materia di lavoro sul giornale della politica italiana, è d’accordo con lui. La risposta, aggiunge il Politico.it, può essere composita tra una maggiore stabilizzazione tout court – ovvero nelle modalità nelle quali viene immaginata oggi – e una stabilizzazione data da una nuova flessibilità virtuosa che coniughi impiego e formazione permanente, il tutto nella chiave del completo ribaltamento di piano che faccia dell’innovazione la nuova stella polare di un (altrettanto) nuovo sistema-Paese, in grado non solo di invertire la tendenza al declino ma di avviare un periodo di sviluppo che non sia più minacciato dalla crescita e della maggiore competitività (oggi) delle economie emergenti. Di questo abbiamo scritto (più volte) e su questo torneremo. Oggi sentiamo l’inter- vento di Madia. di MARIANNA MADIA Read more

E’ pensiero di possibile leader del futuro ‘Lavoro, avete ragione: urge idea-Paese’ Se oggi Alicata interviene sul Politico.it/2

ottobre 19, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

I taccuini di Cristiana. Avete ragione, naturalmente, voi (noi) del giornale della politica italiana. Il concetto che al Pd serva un proget- to organico e complessivo per il futuro dell’Italia, partito da qui ha ormai attecchito. In questo suo secondo discorso Alicata prende l’abbrivio dal tema dell’occupazione, che si crea, scrive, solo attraverso l’implementazione di un «serio piano industriale». Che preveda, naturalmente, di fare in modo che le aziende possano «riconvertirsi e poi riassorbire». Innovazione. E magari, a latere, la formazione per- manente. Se il futuro dell’Italia passa (solo) di qui. Read more

Ecco a che punto (non) siamo arrivati (?) Crescita zero, +9% debito/Pil, il 10% ha 45 Se ne esce solo rifacendo grande l’Italia

ottobre 12, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ovvero avendo l’ambizione e la capacità di impostare una «revisione», come la chiama Attilio Ievolella nel pezzo che state per leggere, o per meglio dire una rivoluzione che consista nell’impostazione di un nuovo sistema-Paese. Non, più investimenti e stimoli là dove sia necessario, ma un completo ribaltamento di piano per cui la scuola, l’università e la ricerca divengano il perno su cui far ruotare l’obiettivo-innovazione e quindi lo sviluppo. Accanto ad una «renovazione» culturale da ottenere sia attraverso la formazione tout court sia dando valore finalmente a quel grande strumento educativo (potenziale) rappresentato dalla televisione. Un’Italia che studia, che pensa, che riscopre i valori è un’Italia che libera le proprie energie e risveglia le proprie risorse, e – poiché il talento è tra i più grandi del mondo – torna grande. Ma bisogna fare presto. Subito. Ancora un po’ e sarà troppo tardi. (Quasi) definitivamente. Ecco perché. Read more

L’intervento. Sacconi, giovani non scelgono di non lavorare M. Madia

ottobre 5, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Prima Brunetta (e Padoa Schioppa: «Bamboccioni»), ora il ministro del Welfare: «I sogni non si costruiscono nell’inattività». Sembra che nel Pdl ci sia un (falso?) pregiudizio antigiovanile, per il quale le difficoltà delle nuove generazioni vadano fatte discendere da loro mancanze, prima che da difetti di sistema. La deputata del Partito Democratico sceglie il Politico.it per rispondere a Sacconi: «Ministro, se il 30% dei ragazzi non studia e non lavora non è il caso di fare lezioncine ma di tirare fuori le proposte». di MARIANNA MADIA Read more

Ma ecco Silvio cosa ti chiedon gli italiani Non già elezioni che agendo puoi evitare E’ lavoro in cima alle loro preoccupazioni Non far come Pigi che pigramente lo cita Serve un piano complessivo che lo ridia

ottobre 4, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Presidente, dopo averla spronata le forniamo anche qualche strumento per ripartire, se decide di farlo. Che la disoccupazione dilagante fosse il primo problema era percepibile: la crisi manda all’aria la tenuta delle imprese e questo determina licenziamenti o mancati rinnovi dei contratti, che colpiscono (appunto) il lavoro dipendente che è la fascia più esposta (insieme alla piccola imprenditoria; per questo, e per la vulnerabilità agli effetti) del Paese; e questo si innesta in una situazione che, a causa di una gestione (decennale) miope del mercato del lavoro vede i nostri giovani a spasso o nella (solita) precarietà, così che ad essere colpita non è solo l’Italia di oggi ma, soprattutto, quella di domani, che in qualche modo viene castrata o negata. Per tutto questo il lavoro diviene la questione più sentita dagli italiani. Tuttavia, Silvio, non è sufficiente brandire il tema e nemmeno mostrare semplicemente sensibilità per la questione. Come noi scriviamo da mesi, la soluzione al problema-lavoro non è «dare un po’ di lavoro» (sia pure nell’utilità di ricostruire il territorio in chiave ecosostenibile, come propone Bersani) ma un completo ribaltamento di piano per cui sia dia vita ad un nuovo sistema-Paese, la cui stella polare sia l’innovazione e nell’ambito di questo impegno per lo sviluppo sia possibile – attraverso anche l’istituzione di una rete di formazione permanente – dare progressivamente lavoro stabile e/p alternato allo studio (sostenuto da un «salario minimo» che non è più «di cittadinanza» ma costituisce un investimento nel futuro dell’Italia) per acquisire le conoscenze necessarie a fare lavori sempre più avanzati, alimentare così l’innovazione e, contemporaneamente, risolvere appunto il problema della mancanza di occupazione. Silvio, tutto questo non è né di destra né di sinistra, o, se si vuole, è entrambe le cose: serve a fare il bene dell’Italia, nell’interesse di tutti – tutti – gli italiani contemporaneamente. Perché è lo sviluppo che può rifarci grande (e questo è un po’ di destra) e contribuisce, appunto (se realizzato correttamente), a risolvere il problema del lavoro (sinistra). Ma andiamo oltre, pensiamo solo ad occuparci dell’Italia. Il tuo ex spin doctor ti consegna ora uno spaccato, appunto, delle esigenze reali del Paese, sulla base delle quali potresti costruire la tua agenda. Buon lavoro. E’ proprio il caso di dirlo? Read more

Scrive un’(altra) leader del futuro Alicata: “Rappresentare Calearo”

settembre 29, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana è il centro della nostra politica di oggi ed è qui che si prepara quella del futuro. In una settimana, intervengono su il Politico.it tre dei più significativi papabili per la leadership del domani, dei Democratici e dunque, come abbiamo scritto, del Paese. Che (quasi) tutti convengono ora con il nostro direttore il Pd debba rappresentare tutto. Diventando il vero partito della nazione. Dopo Orlando e Andrea Sarubbi prende la parola la scrittrice romana, la più giovane del lotto, che potrebbe essere una valida opzione per una guida, finalmente, al femminile. Alicata affronta l’amara questione che tutti, a casa di Bersani, cercano oggi di evitare: l’ex capolista Democratico in Veneto, scelto da Veltroni come feticcio del mondo imprenditoriale, voterà tra qualche ora la fiducia al governo in carica e potrebbe apprestarsi a diventarne il prossimo ministro dello Sviluppo economico. Un “tradimento” figlio, scrive Cristiana, di un equivoco di fondo: il Pd non deve affidarsi appunto ai feticci, quanto rappresentarla veramente quella parte di Paese. Avviando un dialogo con il mondo del lavoro (tutto: e quindi anche delle imprese). Ma sentiamo. di C. ALICATA Read more

***Il dibattito***
MA NOI SIAMO (ANCHE) CON I PRECARI
di MARIANNA MADIA*

settembre 18, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

La deputata del Partito Democratico risponde, indirettamente, al nostro direttore che aveva sostenuto la necessità (per il Paese) e l’opportunità (per il centrosinistra) che i Democratici abbandonassero la rappresentanza tout court di determinate categorie (a cominciare da insegnanti e ricercatori) per abbracciare l’idea dell’impegno “nazionale” per il varo di un nuovo sistema-Paese (del quale proprio l’università e la ricerca e la scuola fossero la spina dorsale) per il quale ogni settore potesse conoscere una fase di sviluppo, ma proprio per consentire e favorire questo non potesse essere vincolato alla difesa di specifici interessi, ancorché legittimi. Madia, una delle maggiori esperte di lavoro in casa Democratica, e tra le parlamentari più attive sul fronte della riforma del mercato, con una spiccata sensibilità sociale che la fa muovere nell’interesse dei lavoratori, rivendica invece per il momento il ruolo precipuo di «partito del lavoro» della forza bersaniana, come da verbo del suo segretario, un ruolo del resto reso indispen- sabile da un presente nel quale il governo non mette mano ad un progetto di sistema (e dunque non assicura nessuna forma di sviluppo) e impone una ricetta liberista e, nel caso della scuola, di smobilitazione che richiede un’opposizione ben ferma contro questa duplice deriva. Dunque nessuna incompatibilità con la prospettiva indicata da Matteo Patrone, che riguarda la fase di ripartenza e non quella attuale. Sentiamo allora la deputata del Pd sul tema degli insegnanti precari, la cui posizione incerta rimane nonostante le rassicurazioni (e l’apertura di uno spiraglio) da parte ministro e lo spegnimento dei riflettori dell’opinione pubblica (che il giornale della politica italiana si preoccupa, piutto- sto, al di là della linea indicata, di riportare sul tema). Read more

Ue: “Anche donne in pensione a 65 anni” Ma ora la parità va garantita a tuttotondo Donadi: ‘Ancora discriminate sul lavoro, il governo non faccia solo cassa su di loro’ Appello a Carfagna: incalzare Berlusconi

giugno 8, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana è l’unico grande giornale di cultura politica del nostro Paese. Cultura politica vera: ovvero un giornale che offra ogni giorno una visione onesta e responsabile e spinga così la nostra politica, e con essa tutto il Paese, ad un rinnovamento appunto culturale di sé. Nel senso della modernità (sui temi di fondo che incidono il nostro futuro, e non solo su – singole – questioni particolari). Che non è una scelta di parte, ma quella condizione di “normalità” che caratterizza il resto del mondo occidentale e alla quale il nostro Paese ha il diritto-dovere di aspirare. Così, dopo avere fatto una battaglia contro l’autoreferenzialità della nostra politica, che abbiamo indagato nei giorni del caso/caos liste del Pdl nel Lazio – e che continuiamo ad indagare come filo conduttore del nostro discorso – e ora quella a favore della scelta della Cultura non più come voce di bilancio ma perché divenga bilancio della politica italiana e del Paese, oggi dedichiamo una breve narrazione – in due momenti – alle donne. Donne che costituiscono una metà disomogenea (ovvero non un blocco a sé stante ma/)e mescolata all’altra della nostra società. Le cui caratteristiche particolari – perché pure nella tensione alla parità, che sarebbe un peccato diventasse omologazione, esistono ed è bene che continuino ad esistere degli specifici maschili e femminili – sono essenziali per l’equilibrio della realtà e dunque è essenziale, per il bene di tutti, che divengano motore imprescindibile almeno tanto quanto quelli dell’uomo. La nostra politica, che non è un’arte maschile ma il governo della nostra società, ha bisogno in maniera decisiva di un apporto femminile comparabile a quello maschile. E lo stesso vale per il mondo del lavoro, i cui protagonisti non potrebbero che trarre beneficio da un ruolo rilevante delle donne. Che diventa doveroso nel momento in cui si stabilisce che donne e uomini vanno in pensione alla stessa età: stessi òneri (perché si parla di un allungamento della durata del tempo della vita dedicato al lavoro), stessi onòri. Di questo ci parla Massimo Donadi, nella prima parte di questa nostra discussione sull’universo femminile ingabbiato nella nostra società. Il capogruppo di Idv alla Camera invita il governo a non approfittare delle donne (è proprio il caso di dirlo? Lo vedremo meglio nella seconda parte del nostro “racconto”) e a cogliere l’occasione della parificazione dell’età pen- sionabile per prendere provvedimenti-scossa per stabilire una completa parità lavorativa. Read more

L’intervento. Vinci il concorso, ma con i tagli non ti assumono Madia

giugno 3, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

La manovra di Tremonti ha colpito, lo abbiamo visto, in primo luogo gli statali. Che non sono una categoria di persone fuori dal Tempo e dallo Spazio, ma donne e uomini in carne ed ossa che, anche se negli ultimi anni sono stati più garantiti, hanno, magari, una famiglia a carico e possono vivere delle difficoltà per le limitazioni imposte dalla finanziaria. Ma c’è un risvolto, se possibile, ancora più grave. Confindustria denuncia che si tratta di una manovra che non fa sviluppo, l’opposizione rileva la mancanza di interventi strutturali. In altre parole, non ci porta da nessuna parte anche perché fra qualche tempo, non avendo cambiato il modo in cui le cose vanno (ciclicamente), ci ritroveremo a punto e accapo. In questa chiave, non ci sono tuttavia solo meno opportunità di quelle che si sarebbero dovute creare, ma anche rispetto a quelle che c’erano già. Perché, e lo denuncia dalle nostre colonne la deputata del Partito Democratico, la manovra blocca il ricambio: lo Stato cerca nuove competenze, ne ha bisogno per evolvere, modernizzarsi, innovare; ma, quando le ha trovate (i vincitori di concorso, appunto), non le assume. E passa molto tempo prima che ciò possa accadere. Un blocco che va a colpire direttamente ciò che più sta a cuore a questo giornale: la modernizzazione, appunto, del nostro Paese (anch)e (attraverso) i giovani. Non solo dunque non viene dato un contributo per il futuro, ma viene tolto qualcosa rispetto a quello che, in termini di rinnovamento fisiologico, avevamo. Una manovra all’indietro, che non potremo che pagare ancora di più in futuro, in termini di mancata crescita sul piano della competitività, e dunque di mancata crescita economica che andrà ad aggravare ancora di più il ritorno dei problemi che questa manovra avrebbe dovuto risolvere, invece ha solo rattoppato, e togliendo (una parte del)la possibilità che si risolvessero da “soli” per come il nostro Paese già funzionava. L’intervento, dunque, di Madia.            Read more

***Il futuro dell’Italia***
SE I NOSTRI ANZIANI AIUTANO I GIOVANI
di MATTEO PATRONE

maggio 27, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il presidente del Consiglio lo ha detto anche ieri: la nostra spesa sociale è troppo alta. E va tagliata. Per ora non è avvenuto, ma la prospettiva sembra ineluttabile. Eppure se l’Italia ha retto, sul piano sociale, meglio di altri Paesi l’impatto della crisi è proprio grazie alla nostra rete di protezione. Come Berlusconi stesso ha, in parte contraddittoriamente, riconosciuto. Il giornale della politica italiana offre allora un punto di vista diverso, per il quale questa parte della spesa può diventare produttiva e, in questo modo, cessare di essere un costo ed autoalimentarsi. Lo fa con il proprio direttore, puntando, come sempre, a dare il proprio contributo – onesto e responsabile – al dibattito sulla costruzione del domani del nostro Paese. Eccolo. Read more

Diario politico. Sull’altare (del sacrificio?) Letta e Bonaiuti: ‘Sarà una manovra dura’ Ma corregge anche gli errori di Tremonti A pagare/la saranno (mica) “soliti noti”(?) Bagnasco: ‘Pensare a futuro (di giovani)’ Non penalizzare (così) famiglie “povere”

maggio 24, 2010 by Redazione · 1 Comment 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. Il giornale della politica italiana lo aveva rilevato per primo, nei giorni in cui da sinistra si faceva fuoco e fiamme sui vescovi italiani per la loro presa di posizione – alla vigilia delle Regionali – contro l’aborto – che conteneva però anche sollecitazioni a rispettare le persone immigrate e ad occuparsi del lavoro. Quella di Angelo Bagnasco era una presa di posizione onesta e responsabile, naturalmente dal punto di vista della Chiesa cattolica, ma senza cedimenti alla partigianeria politica. E in un momento in cui, pure nell’imminenza del voto, si parlava di tutto tranne che di politica vera, fu una boccata di aria fresca, tanto che noi titolammo su come potesse essere questa – quella dei vescovi – la (vera) politica italiana. Nelle ore in cui il governo annuncia una manovra di sacrifici, senza aggiungere per chi, e dunque sottintendendo che a doverli sopportare saranno coloro che già pagano per intero le tasse (perché vengono loro trattenute nella busta paga) e che sono (più o meno) sul fronte della crisi per la propria non eccezionale situazione economica già da molti mesi, ovvero i «soliti noti» secondo la definizione di Pier Ferdinando Casini, dal capo della Conferenza episcopale italiana giunge, non casualmente, un richiamo alla nostra politica a pensare al futuro dell’Italia, e ai giovani. In particolare, dice Bagnasco, «bisogna restituire loro il lavoro», che oggi non c’è e, con esso, viene meno la stessa possibilità di un’esistenza dignitosa. La manovra di correzione dei conti – annunciata ben prima della crisi della Grecia e dell’euro che giungono come angeli della provvidenza per il ministro dell’Economia che non sapeva più come giustificare una richiesta di sacrifici che serviva ad aggiustare una gestione del bilancio che non era stata, contrariamente a quanto si diceva, lineare e priva di sbavature – non è in grado di rispondere direttamente a questo richiamo dei vescovi, del quale si dovrà occupare la nostra politica subito dopo. Tuttavia, a seconda di come sarà modulata, può dare o non dare un po’ di respiro a quelle famiglie che costituiscono, oggi, anche l’unica rete di protezione dei giovani che si ritrovano, al momento, disoccupati o sottopagati e non in grado di sostenere da soli la propria (eventuale) condizione familiare. Il nostro giornale ha fatto con Marianna Madia la propria proposta, il cui accoglimento da parte del governo ci metterebbe peraltro nel solco degli altri esecutivi (di destra) europei. Evitato di colpire (con ancora maggiore durezza) i giovani senza lavoro, un minuto dopo la nostra politica si metta a costruire il futuro dell’Italia. Una sollecitazione che – lo sappiamo meglio di qualunque altro – difficilmente potrà essere raccolta da questo governo e da questa (attuale) nostra politica autoreferenziale, ma noi continuiamo ad avanzare le nostre proposte. In piena sintonia con il presidente della Cei. Il racconto invece di Finelli della giornata, con anche tutto il dibattito sul ddl intercettazioni, all’interno.

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L’intervento. Primo maggio, la indifferenza di Rosarno(!) Laratta

maggio 3, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

La politica italiana autoreferenziale di oggi, nel pieno del momento più difficile per il nostro Paese degli ultimi cinquant’anni, sembra assente, intenta a giocare su sé stessa, completamente incapace di imporre nell’agenda degli italiani e, soprattutto, nella propria, un’azione, o anche solo un grande dibattito (preliminare) su temi di importanza assoluta, strategica per il futuro. Gianfranco Fini ci prova, perlomeno a creare le condizioni perché ciò sia possibile, e più tardi torneremo sul lancio “ufficiale” della propria corrente che fa oggi. Il giornale della politica italiana dal canto suo fa la propria parte perché temi reali, e insieme di grande respiro, in grado di rappresentare il crocevia del futuro del nostro Paese, restino invece al centro del confronto. Uno di questi è l’immigrazione, una realtà incontrovertibile (è proprio il caso di dirlo), destinata a crescere. Riguarda dunque, appunto, il domani. E quindi il (futuro) presente delle giovani generazioni di oggi, che è ciò che più sta a cuore a questo giornale. Così, dopo avere ospitato il commento di Gad, che segnalava come sabato, per il primo maggio, sia stato fatto un passo avanti nel confronto in corso tra persone nate qui e nuovi cittadini (?, chiedere al nostro Sarubbi) provenienti da altri Paesi, ecco la risposta in tempo reale del deputato del Partito Democratico, leader del Pd calabrese e dunque grande conoscitore della realtà rosarnese oltre che presente in prima persona sia nei giorni degli scontri tra italiani e immigrati nella cittadina calabrese, sia appunto alle celebrazioni di sabato. Laratta che svela la tragica realtà: sabato, a Rosarno, persino i pullman della Cgil non erano pieni come al solito, e coloro che c’erano erano costretti a sfilare tra l’indifferenza, quando non tra il fastidio, degli stessi rosarnesi che avevano avuto, e provocato quei problemi con le persone immigrate e per i quali, in fondo, loro come parte di tutto il nostro Paese, i sindacati hanno deciso di celebrare proprio lì la festa dei lavoratori. Sintomo, scrive il parlamen- tare Democratico, di un’Italia ormai indifferente alle grandi questioni di fondo che ci riguardano, preoccupata delle proprie specificità più che di sé stessa, come colta da un terribile eccesso di vanità. Ed è proprio per questo, e contro di questo, che il Politico.it dà spazio, in quest’apertura di settimana, al tema del primo maggio di Rosarno e del (nostro) futuro dell’immigrazione. Laratta dunque. Sentiamo. Read more

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