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Cultura destra mercati. Sinistra è essere affidabili Persone Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

No, caro Walter, Monti è proprio di destra. Perché sua è (sotto)cultura del mercato. E’ (suo) essere affidabili con poteri forti. Sinistra è essere affidabili con Persone. Torneremo ad essere la culla della civiltà. E’ la cultura, e non “competere” (e basta), la chiave del nostro possibile Rinascimento. Non la (sola) flessibilità, perché ciascuno sia più libero di tentare di sottrarre agli altri il loro posto, le “loro” opportunità (con-petere questo significa: chiedere, ‘pretendere’ – da parte di più persone – la stessa cosa, ma non per costruirla – insieme – bensì per appropriarsene strappandola agli altri), ma la possibilità e la capacità (al “contrario” – ?) di collaborare. Una società che sia tale e non una (semplice) somma di individualità l’una contro l’altra armate; un collettivo, che marci verso un (solo) obiettivo e, per farlo, metta a sistema le proprie forze. Da questa idea, a cascata, discende una diversa concezione del mercato del lavoro: (anzi,) non(,) un mercato (appunto) ma un sistema che metta a frutto (valorizzandole e, anzi, rafforzandole) le risorse e le capacità di ciascuno. Dove le aziende siano chiamate a rinnovarsi per crescere, e in questa tensione abbiano sì la possibilità di “licenziare”, ma solo per consentire ai propri lavoratori un nuovo momento di formazione e di crescita (individuale e non solo) così da avere risorse umane sempre più specializzate, preparate e a loro volta tese – anche “culturalmente” – verso quel (più) alto obiettivo conune. Da cui quell’economia sociale (sia pure) di mercato, nella quale dispiegare il principio della responsabilità sociale delle aziende, di cui l’Olivetti – lo abbiamo detto più volte – fu uno straordinario esempio (di come sia capace di ri-generare non – solo – la nostra economia, ma “un” intero Paese. Molti dei figli dei dipendenti – “anche” degli operai – della Olivetti di allora sono oggi parte della nostra classe intellettuale. Grazie – magari – ad una semplice libreria a disposizione dei lavoratori nella – stessa – azienda. E ringraziano Adriano – Olivetti – come fosse – un – loro padre. Inserendo, oggi, tutto questo in una dinamica tutt’altro che assistenziale – come non lo fu allora – ma di crescita – comune). Non, dunque, l’istinto di (pura) sopravvivenza come motore della nostra crescita, bensì la crescita come motore di un miglioramento delle nostre vite. La crescita, naturalmente, individuale, cioè culturale, cioè umana, e quindi anche tecnica e professionale, e da essa la crescita (economica: delle singole aziende e dell’intero sistema). Il resto è sottocultura di destra, avrebbe detto Pasolini. E che colui che per propria de-formazione più di tutti ha la forza di guardare al futuro, nell’attuale classe dirigente del centrosinistra, si sia lasciato omologare alla deriva mercatista della “Destrasinistra” dimostra come sia finita la spinta propulsiva di quella generazione – autrice, lo abbiamo già detto, di avanzamenti importanti: tra cui il Pd! – e come questo abbia portato all’attuale sterilità (autoreferenziale) del centrosinistra. Ma ora le idee, i contenuti tornano ad essere in campo: Sinistra è essere affidabili non più con i poteri forti, o con gli Stati Uniti, ma con noi stessi – ovvero con gli italiani e, quindi, con l’Italia. E essere affidabili con gli italiani significa compiere una (vera) rivoluzione di libertà. Che parta – che parte – da loro. E non più dalla libertà – di alcuni di Loro – di fare e disfare a proprio piacimento (delle loro vite). Essere affidabili significa fornire agli italiani gli strumenti per una propria libertà più profonda, da quella – semplice – di competere senza freni e criteri, come vuole la teoria mercatista – liberista – della destra. La libertà di sapere esattamente chi sono, cosa possono dare, e di scegliere quindi il loro modello di vita; e, nel farlo, di aderire – naturalmente – a questo grande progetto comune all’insegna della collaborazione. Un giorno ci capitò di mostrare – involontariamente, in quel caso – sul più classico dei bus una copia (cartacea) di un nostro articolo il cui titolo era: “Torniamo a collaborare per un alto obiettivo comune“. La persona che lo vide, un trenta-quarantenne di (apparente) media cultura e condizione sociale, non ci voleva credere: in tutti i sensi. Nel senso che non ci credeva, ma continuava a guardarlo (il titolo) strabuzzando gli occhi. Non, perché fosse – non per questo – un articolo (in sé) fuori dal comune. Ma perché è quello che oggi gli italiani desiderano: tornare ad unirsi – e non a dividersi – nel nome di una ragione più alta. Tecnicamente, tutto questo si pratica dandoci l’obiettivo dell’innovazione che passa attraverso la cultura e la formazione. Un sistema, e non più un mercato. Un Paese, e non più un mercato. Gli Italiani, e non più (alla) merce(/é) di pochi di noi – di loro.

MATTEO PATRONE

Rifacciamo di Mediterraneo (e del Sud!) centro mondo di M. Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’Italia vada con i suoi ministri (?) in Libia. Se la Sicilia è la porta dell’Europa sull’Africa. Pianifichiamo (ora!) uno sviluppo comune. Tra di “noi” ma guardando a Cina ed India. Questa è vera politica sull”immigrazione’. E può rifare Mediterraneo centro mondo Read more

***Il futuro dell’Italia***
TORNIAMO A COLLABORARE PER UN (ALTO) OBIETTIVO COMUNE
di MATTEO PATRONE

ottobre 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Si può dire che più che venduto veniva risucchiato dal mercato; e questo per il personale, abituato a sudare sette camicie per vendere un prodotto tradizionale, risultò un fatto assolutamente imprevisto e piacevole”. A dirlo è Pier Giorgio Perotti, italiano, progettista – oggi diremmo – informatico. In realtà, se abbiamo la possibilità di usare questa (“moderna”) terminologia, è – proprio – grazie a lui. Che negli anni tra il 1960 e il 1962, in Italia, inventò il primo pc. E’ uno dei prodotti – delle innovazioni – che fecero il successo della Olivetti (nella foto, Adriano, il padre di tutto ciò). E che oggi, a distanza di cinquant’anni, scopriamo avrebbe scritto la Storia dell’uomo. A partire (ancora una volta) dall’Italia. (Quest’”ultima” volta,) solo cinquant’anni fa.
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Scudo anti-spread meccanismo difensivo Serve (solo) mantenere (?) status quo (?) Ma Italia non si salverà senza la crescita E Monti (e l’abc) non sa(nno) come farla

luglio 1, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ha vinto l’Italia, a Bruxelles, o ha vinto Mario Monti? Il meccanismo anti-spread serve a frenare ondate speculative, ma è anche la coperta di Linus che copre l’incapacità del nostro premier di concepire provvedimenti per rigenerare la crescita. Perché lo spread resta alto – non dimentichiamolo – perché Monti ha tagliato (male) la spesa (al punto da dover nominare un altro tecnico perché lo facesse meglio) e aumentato le tasse, senza assumere alcuna misura per far ripartire la nostra economia; determinando così (però) un effetto di accentuazione delle tendenze recessive. Ed è poiché l’Italia non cresce (e, anzi, ora decresce), che a Bruxelles siamo stati costretti a chiedere l’elemosina di un contributo degli altri paesi per colmare le nostre mancanze. Il che non ha impedito a Monti che Ostellino definisce (a ragione) “altro da un tecnico, un abile politico, che vende fumo quando non sa che pesci pigliare”, di apparire come il mattatore di un vertice che, al solito, ha rimandato a data da destinarsi l’unica scelta da cui dipende (veramente) il futuro dell’Europa: quella che riguarda il modo in cui rilanciare la (nostra, in primo luogo) economia. Il meccanismo anti-spread è, infatti, un meccanismo “difensivo”; è vero che il contenimento dei tassi permette finanziamenti più facili, e questo può favorire la circolazione di una maggiore liquidità: che le imprese possono tradurre in investimenti. Ma si tratta di un “effetto collaterale”, che non promette di determinare alcuna svolta, al massimo di ridare un po’ di ossigeno (il che non è comunque nulla) a quei privati che – come lo Stato – erano in balia delle onde della speculazione. Ma a lungo andare, se il nostro paese non cresce, saremo “daccapo”: e non potremo più fingere, come fa Monti, di avere proposto lo scudo per dare un contributo disinteressato alla salvezza dell’euro, senza avere intenzione di avvalersene; e capiremo che la vittoria di Bruxelles era stata, in realtà, una vittoria di Pirro – o, forse, di Monti – utile a mascherare (abilmente) il vuoto di iniziativa di questo governo (fresco reduce dal flop del decreto sviluppo), sufficiente ad incantare la politica politicante (che di Politica, e di economia, ha ampiamente dimostrato di non intendersi – e interessarsi – granché), ma non gli italiani onesti e responsabili e, comunque, gli attori economici. Pesa il silenzio assordante di Confindustria, che solo l’altro ieri aveva definito la nostra economia “come se fosse uscita da una guerra”, proprio perché continua a perdere colpi: -2% è la previsione (stante l’attuale assenza di politiche) per quest’anno. Ed è lì, in quel segno meno che dura (se non formalmente, sostanzialmente) da trent’anni, che sta il vero buco nero in cui il nostro paese continua a rischiare di essere risucchiato; e che il meccanismo anti-spread ottenuto da Monti non tocca (se non) minimamente. E questo accade “perché” il presidente del Consiglio, ideale ambasciatore del nostro paese all’estero, ha dimostrato di non sapere come si fa la crescita.

P.s.: C’è chi ha definito le scelte (?) del vertice una “risposta dei leader ai mercati”, da cui i primi si sarebbero finalmente smarcati. E, certo, il meccanismo anti-spread serve, quanto meno, ad evitare “colpi di testa” quali quelli a cui ci hanno abituato le agenzie di rating, che sfuggono non solo (ovviamente – ?) al controllo dei governi (?), ma anche ad ogni principio di trasparenza e responsabilità (come del resto gli – stessi – mercati – ?). Ma con la decisione di intervenire in una chiave puramente “mercatista”, ovvero assumendo una misura utile a regolare (esclusivamente) il rapporto tra i debiti e la speculazione, i leader (?) europei hanno sancito ancora una volta l’egemonia (culturale) del mondo delle borse sui paesi “reali” (e, dunque, della finanza sulla Politica). Che aspettano ancora, appunto, misure per la crescita. La loro. Quella che – assicurando stabilità anche sul piano “finanziario” – tocca (direttamente) la vita dei cittadini. Che purtroppo ai tecnocrati di tutto il mondo – nominati dalle élite – bancarie – e mai “passati” per un voto popolare – sembra interessare poco.

Ma in tre mosse Monti getta la maschera ‘Sinistra critica visione ‘arida/finanziaria” “La Fiat ha il diritto di fare ciò che vuole” “Parti sociali, fidatevi: sì a prescindere” Sì, il presidente è proprio uomo di destra Pd/Pigi, perché mai lo sostieni – ancora? La Politica ritrovi ora respiro (culturale)

marzo 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il villaggio di cartone di Olmi. Sconcerto, di Toni Servillo. La Cultura, (così) chiave del nostro possibile Rinascimento, ci offre una lettura spietata ma, finalmente, realistica della nostra condizione (sociale). La con-petizione (anche solo all’acquisto, status-symbol – in tutti i sensi – dell’era dei mercati) porta all’omologazione (per la legge – del mercato – che la “concorrenza” – sociale – si batte innanzitutto pareggiandone le caratteristiche) e, così, alla sterilità (di pensiero). Come in Fahrenheit 451, di Bradbury e soprattutto di Truffaut, ciò è foriero di tre conseguenze: la (nostra) “falsità” (e quindi delle nostre relazioni); la perdita della capacità critica e quindi della libertà; la caduta (per – tutto – questo!) in uno stato (velato) di (profonda) disperazione che solo una mancata presa di coscienza ci consente – illusoriamente – di sopportare (?). E che – ad esempio – in Cina, dove tutto ciò è spinto alle (piu’) estreme conseguenze, non stanno (infatti. E tragicamente) sopportando piu’. In realtà questo è il momento in cui rinunciamo al – scegliete voi la percentuale – della Bellezza (possibile) delle nostre vite, oggi ridotte a (squallidi) consumi (di – anche attraverso l’incultura del gossip totalizzante – e come noi stessi, ri-definiti – in tutti i sensi – “consumatori”) e in cui – “come” (?) una persona depressa – non crediamo (pensiamo) piu’ in (a) niente, e tanto meno in (a) noi stessi, e finiamo per concludere (svuotati e sconfitti) che niente è possibile fare (individualmente e collettivamente) per cambiare (nemmeno Politicamente) questo stato di cose e restituirci dignità. E invece no. Olmi, Servillo, gli uomini-libro di Fahrenheit ci dicono che la cultura è la chiave per ritrovare il (nostro) orizzonte, e quindi Noi (in – prima – persona). Cultura non, come altro ramo – morto – della (sola) nostra economia. (Nella – stessa – competizione – e non il contrario -/,) fine (oggi) a se stessa. E quindi – come denunciava (all’opposto) Pierluigi Battista giovedì sul Corriere – fonte (come tutti gli altri comparti della nostra attuale “vita” – ? Sarebbe “meglio” dire mercato – comune) di corruzione e di sprechi. Cultura come rigeneratore della (nostra) umanità. Della nostra Libertà. Che si ottiene esattamente nel modo opposto a quello “liberista” e (finto)liberale: riproduttore di una falsa condizione di libertà che in realtà è quella dei poteri forti di tenerci schiacciati – in quella condizione – sotto i propri interessi. Ecco che cosa distingue la destra dalla sinistra in questo tempo. Proprio quella Libertà in nome della quale i “conservatori” ci hanno ridotti in un nuovo stato di “schiavitu’”, (im)Morale e quindi esistenziale. La Politica non è l’economia. Ha il compito di offrire un orizzonte a noi e alle nostre vite e non soltanto agli interessi di qualche banca o potentato. Sarà proprio in quel modo, che l’Italia tornerà a crescere e che renderà sostenibili e futuribili gli interessi economici. Riportandoli nel loro alveo: quelli di strumenti. E non di fini a cui piegare (in tutti i sensi) noi stessi.
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Italia può conoscere crescita a due cifre E la chiave è (proprio) riforma del lavoro Innovazione sia nuovo obiettivo comune Formazione per la crescita dei lavoratori Che (coinvolti) faranno crescere aziende Presidente Monti, ci (ri)ascolti (ancora) Torneremo ad essere la culla della civiltà

marzo 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La contestazione che alcuni altri rivolgono al presidente del Consiglio circa la sua riforma del lavoro è che “manca ancora completamente (a margine) lo sforzo per la crescita”. Nel senso che, bene il lavoro, ma poi – a parte – bisogna (pur) anche crescere. A riguardo Monti ha (un) torto e (una) ragione. Partiamo da quest0′ultima. Fu il Politico.it, poche ore dopo che l’ex presidente Bocconi disse che il tema della riforma del mercato del lavoro non era “matura”, ad indicare al governo che era proprio quella – ecco il punto – la sede, il livello nel quale trovare la chiave per rigenerare la crescita, e che lo sblocco di (tutta) la situazione, dunque, passava proprio di lì. Fu così che il presidente del Consiglio, il giorno dopo, riprese in mano la questione e disse che, al contrario (di quanto sostenuto poco prima), quella riforma era (divenuta) ”urgente”. Poi però Monti ha (avuto - un) torto: ma non perché la nostra valutazione fosse errata, ma perché è inadeguata (a questo scopo) la riforma del lavoro che poi l’esecutivo ha concepito. Giusto dunque che la riforma del lavoro sia “prioritaria”. Ma non è prioritario un accordo su qualcosa che persegue solo interessi (particolari) e non assolve alla propria funzione di essere invece la chiave per far ripartire la crescita. In un convegno tenutosi in settimana a Milano Sergio Romano ironizzava sulla crisi (esistenziale) della Cina di fronte ad una (propria) crescita al 7%, inferiore a quel boom che tutti ci aspettavamo. Questo ci dice due cose: la prima è che lo (stesso) modello riproposto da Monti – quello basato sulla (sola) libertà di licenziare, con ammortizzatori che, come segnalava ieri Antonio Polito sul Corriere, servono a salvarci e non a rilanciare – sta mostrando in Cina (dove “per questo” si assiste ad una inquietante sequela di suicidi) tutti i suoi limiti, e la sua pericolosità (sociale). La seconda è che, però, gli altri non sono dei marziani e (soprattutto) noi non siamo (mai stati!) dei lillipuziani. E possiamo aspirare non solo ad un misero punticino in più di Pil all’anno (che sarebbe comunque già molto, nella situazione da zero virgola attuale) ma ad una crescita di quelle dimensioni (cinesi. Attuali e potenziali). Se non (?), in prospettiva, a doppia cifra. Perché le nostre risorse intrinseche, fatte di straordinario “materiale” umano, di una straordinaria, vitale, vivace tradizione culturale, di una spettacolare posizione geografica e anche di un sistema delle (piccole) imprese che – a fronte della latitanza della politica – si è mantenuto tra i più solidi e competitivi al mondo (e in questo senso la “voglia” di Monti di aiutare gli imprenditori a conservare questo patrimonio è necessaria e va sostenuta), ci offrono “fondamentali” tali, quando troviamo la quadra per ripartire, da poter riesplodere. Come peraltro ci dicono tutti (dall’estero). Ma dobbiamo avere l’ambizione di provarci, e non soltanto limitarci a mettere qualche toppa alle nostre attuali difficoltà. Il lavoro può essere importante non solo per alleggerire il peso (economico) sulle nostre aziende in questo momento di crisi (attraverso l’abolizione-svuotamento dell’art. 18); e non solo per mettere in pratica tutto ciò in modo un po’ più responsabile di quello prospettato dalla riforma Berlusconi-Sacconi (e non Biagi) del 2001. A proposito: Alfano riprende il nostro spunto di ieri e conferma che questo governo si prepara (fino ad ora) a realizzare ciò che la destra aveva in animo sin dal 1994, e non era stata capace di fare. A (ulteriore) riprova delle nostre (buone) ragioni e della cantonata (speriamo possa rimediare) presa nella “notte” da Bersani. Che cos’è, in buona sostanza, che genera crescita? Una buona idea. Un buon dinamismo. E idee e dinamismo possono riguardare o i lavoratori (almeno quelli che hanno oggi accesso alla stanza delle decisioni) o gli imprenditori. Immaginate invece se la prima e la seconda venissero da entrambi e – non ci crederete - anche da chi li deve coordinare-indirizzare: la Politica. E’ chiaro che il potenziale di crescita si rafforzerebbe notevolmente. Ebbene, questa (virtuosa) condizione non è utopica e si può ottenere dandoci (la Politica) l’obiettivo di (ri)diventare (l’Italia) la culla dell’innovazione mondiale, e fornendo (le imprese e la politica) ai lavoratori le condizioni e gli strumenti per essere importanti e offrire un valore aggiunto in questo senso (attraverso la formazione – continua – e in generale un clima maggiormente “culturale”; sulla cultura come chiave del nostro possibile Rinascimento, e non solo come ramo – morto - della nostra società “denunciato” giovedì da Pigi Battista torneremo auspicabilmente nei prossimi giorni. E facendo partecipare – come in Germania! Questo è il vero modello tedesco – i lavoratori alla definizione del percorso – di innovazione – delle stesse imprese), e alle aziende (la Politica) la partnership, il coordinamento, il coinvolgimento necessario ad impostare (insieme) questo cambio di prospettiva. Chiaro che se invece di essere in piedi, emozionati dall’idea, i nostri rappresentanti (?) stanno (ben) seduti e mettono svogliatamente qualche toppa qua e là (alla cosiddetta antiopolitica), non andremo da nessuna parte. Ma se torna la passione, l’Italia può conoscere quel nuovo Rinascimento che non sarà solo (strettamente) economico; e proprio per questo ci può dare qualche chance di una crescita (futura) addirittura a doppia cifra. Si può fare. Non lo dice (solo) Walter. Ma il momento di muoverci è adesso. Questa (? Al contrario) riforma del lavoro.

Avevamo (ancora una volta) ragione noi E ora coinvolgiamo fratelli nordafricani Per fare insieme pressione su Assad
Il nostro Sud può tornare centro mondo

marzo 14, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ventiquattrore dopo il nostro articolo in cui denunciavamo il silenzio, persistente, dell’Italia (e – dell’Europa) sulla repressione – sul massacro – della rivolta in Siria, il governo – ancora una volta – ci “ascolta” e – anche alla luce di rapporti che svelano l’orrore delle pratiche utilizzate da Assad per colpire i propri stessi connazionali – ritira il proprio corpo diplomatico dal paese mediorientale, intervenendo finalmente in una situazione (internazionale) in cui troppe reticenze e troppa (falsa) prudenza stanno compromettendo il tentativo del popolo siriano di accedere finalmente alla democrazia e, comunque, ad un prezzo inaccettabile. Ma, indicavamo ieri al presidente del Consiglio, non possiamo fermarci qui: non lo possiamo fare sul piano diplomatico, perché questo nostro (primo) gesto non basterà a fermare la furia assassina di Assad; ma non possiamo farlo – nemmeno – sul piano politico, perchè suggerivamo ieri come a margine della crisi siriana si celino straordinarie opportunità per l’uscita dalla nostra, stessa crisi, e comunque per l’avvio di quel rilancio strutturale – leggi: la famosa crescita – per il quale il governo non ha ancora saputo compiere una vera mossa (quale non potrà esserlo una – falsa – riforma del lavoro finalizzata alla sola abolizione dell’art. 18 – gli ammortizzatori sono uno specchietto per le allodole insostenibile economicamente e destinato a non durare – e alla salvezza degli imprenditori, a discapito dei lavoratori – dipendenti – e quindi – in assenza dell’indicazione di un orizzonte comune da perseguire e della scelta di ri-unirci e di collaborare insieme all’insegna appunto del rilancio per perseguirlo – senza nessun beneficio per la nostra crescita. Al massimo, per salvare qualche azienda in più. Ma senza ripartire). Perché l’attrazione di investimenti sarà facilitata da un esecutivo – un paese – che esprima una leadership convincente a livello internazionale, e in qualche modo si faccia apprezzare; e perché la primavera araba offre un clamoroso, potenziale co-traino per lo sviluppo del nostro sud, e smettere di voltarsi dall’altra parte – a cominciare dalla Siria in rivolta – significa mettere le basi per una possibile politica economica comune. In un Mediterraneo – che comprende la Grecia!, e – che, aprendosi agli scambi – da/ verso l’Europa (continentale) e non solo – con l’oriente di Cindia – e considerato che parliamo della sponda settentrionale dell’Africa, quel gigante narcotizzato che un giorno si sveglierà e offrirà il nuovo, principale focolaio di crescita al mondo intero - può aspirare realisticamente a tornare ad essere il centro – geopolitico, perchè culturale ed economico – del pianeta. Cosa stiamo aspettando? Impostiamo – ora! – con i nostri fratelli arabi dei paesi già “liberati” una comune pressione sulla Siria – e non solo sui giacimenti petroliferi – perché il massacro cessi immediatamente. E perché la (vera) democrazia trionfi (una volta tanto - anche da/ per noi).

***L’errore capitale di Bersani***
CARA SINISTRA, SAPPILO: MONTI E’ UN SUPER BERLUSCONI
di PAOLO GUZZANTI

marzo 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché fa tutto ciò che il suo predecessore aveva promesso nel ’94, ma non aveva avuto la forza di realizzare. E si tratta di scelte “di destra”, non la destra storica (italiana ed europea) – puramente – conservatrice, ma la destra liberista e “americana”. La destra – per intenderci – di Marchionne. Destra è, per definizione, fare gli interessi – dei (più) forti. E oggi, nel mondo (dominato dal) mercato, fare gli interessi dei forti non coincide più, direttamente, con la difesa dello status quo; o meglio questo è lo scopo finale e l’effetto (auspicato), ma viene perseguito attraverso un (falso) riformismo che porta alla progressiva riduzione delle regole, così che la legge del più forte possa imperare (ancora meglio) e quella conservazione – delle distanze tra chi ha e chi non ha – possa…rinnovarsi. Altro che lotta ai (veri) privilegi… Inutile poi chiedere – come Bersani fa, non rendendosi conto di essere alla guida dello strumento per eccellenza per determinarla, senza passare per la benevolenza di chi non la può, costitutivamente, offrire – perequazione. Non avverrà mai (come non è mai avvenuta – storicamente). Su questo (stesso) terreno (su cui, in tutti i sensi, i ‘forti’ hanno i loro interessi). L’unica chance che la Sinistra ha di tornare a svolgere la propria funzione, che è fare il bene (non – solo – dei lavoratori ma) di tutti (insieme), è offrire – scriveva Mazzini – una ragione più alta. Quell’(alto) obiettivo comune per l’Italia dandoci il quale risaremo motivati a (ri)dare valore anche ad altro, dal (solo) denaro, riaprendo gli occhi (sulle persone) e riscoprendo (così) il piacere di collaborare, di fare sistema, e/ per in questo modo ricominciare a restituire il nostro Paese alla posizione che gli compete nel mondo. C’è stata una sola occasione in cui l’unico governo di centrosinistra capace di convincere la maggioranza degli italiani – al punto che, nonostante gli elettori “attivi” siano oggi in maggioranza di destra, il Paese gli offerse anche una seconda possibilità – sfondò il velo di incomunicabilità (elettorale) tra le aree di opinione e di sensibilità della destra e della sinistra, attraendo consensi anche da chi tradizionalmente – e per convinzione! – votava Berlusconi: quando l’Italia è tornata – sia pure solo per un momento – ad esercitare la propria leadership (mondiale) grazie alla guida di Romano Prodi e Massimo D’Alema nei giorni dell’(ultima) crisi in Libano. In quelle ore ascoltammo elettori di destra dire che quel governo piaceva loro, e molto. Che era il “loro” governo. Perché dopo trent’anni di tafazzismo, gli italiani hanno voglia di rialzare la testa; non, in forma vetero-aggressiva, ma competitiva, sì; ma non – ancora una volta, in un modo (ancora) più (meno) libero (?) e foriero di inimicizie e di avversione – tra di loro. Ma nella con-petizione – da rilanciare, in questi termini, e non più in chiave solo economica – per (ri)costruire – anche attraverso il recupero di una dimensione etica e filosofica – il futuro del mondo. E questo concretamente si fa dandoci l’obiettivo di ridiventare la culla mondiale dell’innovazione (a 360°, come evidenzia anche Ermete Realacci) attraverso la cultura e la formazione. Vedrete che, quando il nostro Paese apparirà di nuovo in grado – grazie alla Sinistra – di tornare (in maniera positiva e costruttiva; rigenerativa) a contribuire a scrivere pezzi di Storia – e non soltanto, più, il Paese – il (pezzo di) mercato – qualunque (anche se molto vezzeggiato. Da chi ha interessi – a che ri-diventiamo sempre più “affidabili”) a cui lo riduce la teoria mercatista della destra – i rapporti di forza, “anche” (o prima) da noi, saranno diversi da quelli a cui – stante l’attuale strategia-kamikaze di Pigi, di cui ci parla ora (di tutto questo) il deputato liberale – siamo di nuovo destinati se l’esperienza del governo Monti durerà fino al 2013, quando Berlusconi si prepara a raccogliere i dividendi della propria (ultima) semina (capolavoro). di PAOLO GUZZANTI Read more

***La divaricazione tra partiti e Paese***
GRIDA DI “BUFFONE” A NAPOLITANO, ITALIANI SEMPRE PIU’ ESASPERATI
di GAD LERNER

febbraio 21, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché l’Italia era in “crisi” – e noi lo segnalavamo da tempo – già prima che cominciassimo a rischiare (direttamente) il default, e un governo tecnico, di ordinaria amministrazione (“puramente” economica) – quando non di accelerazione, tutta Politica, ma molto discutibile, sulla strada sulla quale diminuiscono ulteriormente le certezze per i nostri connazionali, aumentando e aggravando il clima di instabilità e di paura – non ha gli strumenti – e nemmeno la legittimazione – per dare le risposte, e segnare la svolta, di cui il Paese ha bisogno. La colpa, naturalmente, non è di un Monti che onestamente e responsabilmente assolve alla propria funzione, portando avanti dignitosamente – per quanto con minore brillantezza di quanto l’ottimismo della volontà del capitalismo mondiale morente, suo principale referente e beneficiario, vorrebbe attribuirgli – il proprio mandato; ma di una politica politicante che si nasconde dietro Monti – e alla sua immagine di serietà – per far calare l’onda del malcontento degli italiani (nei propri confronti). Che tali signori chiamano “antipolitica”, e che invece rappresenta l’antidoto della società civile alla vera antipolitica: quella costituita dalla (loro) Casta. Ma in questo modo il dissenso – anzi, il conflitto di interessi, sia pure in questo caso tra due diverse (?) soggettività: ma gli eletti in Parlamento e i leader dei partiti, non dovrebbero esprimere gli interessi del Paese? – osserva il conduttore de L’Infedele, invece di trovare “sfogo” nella contestazione aperta, nella libera (! E democratica) partecipazione e magari in libere elezioni, cresce sottotraccia, dando luogo a “deviazioni” per certi versi incomprensibili – se non in questa chiave di lettura – come quelle a cui abbiamo assistito nelle ultime ore nei confronti del meno colpevole di tutti: il presidente Napolitano. Che ha già avuto modo di “compensare” con la propria regia nella formazione del governo Monti l’insipienza di una classe (?) “dirigente” (?) che è ora chiamata ad assumersi le sue responsabilità. O rilancia – con una piattaforma POLITICA: alla cui definizione, ché la via è “una”, non esistono punti di vista, ma risposte più o meno efficaci alle evidenti esigenze del Paese, il giornale della politica italiana contribuisce da tempo – l’azione del governo stesso per non solo rimanere al di qua dell’orlo del baratro, ma anche per riportarci, via via, alla posizione che ci compete nel mondo; oppure lascia. Ora. Prima che sia troppo tardi (di “nuovo” – ?). di GAD LERNER Read more

(Oggi siamo ancora) la Repubblica della corruzione di Franco Laratta

febbraio 3, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma torneremo ad essere la culla della civiltà. Giulio Tremonti, nel suo nuovo libro, attribuisce la (ir)responsabilità del declino del capitalismo – e delle istituzioni democratiche (?) su di esso, a dire il vero, (af)fondate – alla sua deriva ‘finanziarista’, al distacco della ‘macchina dei soldi’ dalla nostra realtà (comunque economica). Individuando peraltro nel tornare sui (nostri) passi compiuti in questo senso di stravolgimento della nostra economia (ma ad un livello ancora superficiale rispetto al recupero del suo concetto originale. Che è quello di un’economia al servizio di una ragione – di vita – più alta; non più fine (ma mezzo), e tanto meno fine a se stessa, ‘come’ la finanza), la possibile soluzione (“strutturale”) alla crisi. Ma il distacco al quale fa riferimento Tremonti rischia di essere ‘rintracciabile’ nella stessa natura di ‘macchina’ (finanziaria ma anche – quando ‘angustamente’ cessa di essere mezzo e diventa fine – ‘economica’) del capitalismo, che mette al centro delle nostre vite (? Appunto. Determinando un effetto di sterilità im-morale) l’esclusivo arricchimento (? Materiale). E a quale condizione è destinato, un Paese – non, un (‘semplice’) mercato – che si affida alle dinamiche economiche e finanziarie come unica ‘ragione’ (?) della propria esistenza, rinunciando non tanto ad una possibile ‘regolazione’ – che presuppone comunque una certa subalternità – ma alla necessaria primazia e leadership della Politica (cioè dei suoi cittadini con le loro esigenze più profonde)? Giulio Tremonti è anche l’ultimo ministro dell’Economia di una serie di governi (di una destra antitetica rispetto alla sua tradizione storica) anti-italiani. Una destra che nel (non) esercitare le proprie prerogative di guida del Paese, non ha mai davvero messo il bene della nazione in cima alla propria scala di priorità. Se a quella crisi di vocazione vista sopra si accompagna - o meglio se essa è, a sua volta, (con)causa di – questa perdita di spirito nazionale, come (di)mostra appunto il declino (non elettorale, certo, ma ‘solo’ per colpa della sinistra) della destra (il)liberale italiana, in che cosa può trasformarsi, quel Paese – privato di ogni “ragione più alta” – se non nell’imper(i)o, sì, ma della corruzione (dove come abbiamo detto – ma repetita iuvant – l’unico fine, anzi, valore – Monti dixit – è l’accumulo di ricchezza, e in quanto valore – “supremo” – giustifica qualsiasi mezzo)? Ecco allora che la soluzione a tutto questo non può che coincidere (non con un semplice reset che faccia ripartire poi lo stesso conto – alla rovescia, in tutti i sensi, ma) col (ri)darci una prospettiva non più solo economica (ovvero economica ma nel suo senso originale, oggi superato e dimenticato) ma (appunto) più alta; e a quale obiettivo – o vocazione – specifico può rivolgersi, la nazione che è già ripetutamente stata, nel corso della propria Storia, la terra in cui si sono decisi i destini del pianeta, se non a quello di tornare ad essere il luogo in cui si (ri)genera, attraverso il recupero di una dimensione etica e filosofica, la nostra (possibile, nuova) civilizzazione? L’imper(i)o della corruzione, ora, magistralmente descritto dal deputato del Pd. di FRANCO LARATTA*
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31% di nostri giovani oggi è senza lavoro Silenzio (indecente) nostra (?) politica (?) Galli Della Loggia: ‘Monti l’ha resa inutile’ Governo: “Cambiamo regole assunzioni” Ma senza ‘traino’ ciò non può (?) bastare Lavoro non cresce se non lo fa economia E essa cresce se lavoro aiuta a innovare E se (ri)diamo prospettiva al nostro Sud Ecco – e(c-)come – Politica tornerà “utile” Chi non ha più da ‘dare’, ora faccia posto

gennaio 31, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Romano Prodi ripete spesso che i giovani, il potere, se lo devono conquistare (da “soli”). E noi siamo d’accordo. Abbiamo detto la stessa cosa, per le stesse ragioni (di fondo), “alle” donne pochi giorni or sono. Ma quel pezzo contiene anche una proposta “che non possono rifiutare” per gli uomini: chi ha posti di responsabilità, scrivevamo, si assuma (appunto) quella responsabilità facendo in modo che la partecipazione femminile, che sarà libera ed effettiva solo se le donne se la saranno conquistata da sola, (però) non trovi inutili – ed autoreferenziali – ostacoli. Ecco. Per i giovani vale la stessa regola: il potere ce lo dobbiamo prendere con le nostre mani, ma possibilmente – visto che in gioco c’è il futuro del Paese e non una guerra tra bande (almeno così la vediamo noi) – senza dover spendere inutili energie per vincere la resistenza di personaggi attaccati oltre ogni ragionevole giustificazione alla propria poltrona. il Politico.it diceva infatti anche un’altra cosa in quel pezzo: se il prossimo presidente del Consiglio sarà donna, noi ne saremo felici. Nella trasposizione (non) metaforica sulla nostra politica politicante autoreferenziale di oggi, potremmo dire che – allo stesso modo – noi saremmo felici se ciò che va fatto – e che da mesi, ormai, indichiamo e specifichiamo con ampia organicità – venisse (immediatamente! Senza passare, intanto, per ‘ulteriori’ elezioni) fatto (anche da qualcun altro). Ma se ciò non avviene – come scrivevamo anche in relazione alle donne – ci dovremo (pur) pensare. Proprio per quella ragione: che in gioco non ci sono nostre (o vostre) ragioni personali; ma il futuro dell’Italia. Che non può più aspettare. Per questo, facciamo, per così dire, un ultimo tentativo. Suggerendo – con la solita, e disinteressata, e responsabile generosità – il modo (l”unico’, possibile) per uscire (strutturalmente) da questa situazione di stallo. Immaginate infatti che il prossimo governo non sia altrettanto responsabile come l’esecutivo dei tecnici: è evidente che – come avvenuto peraltro varie volte negli ultimi diciotto anni – le misure prese per riconsolidare il bilancio verrebbero se non cancellate, potenzialmente annullate da – ad esempio – una politica economica più da cicala che da formica (ne abbiamo avuti numerosi esempi, ed è per questo del resto che ci troviamo oggi nella situazione attuale), tale da vanificare ogni intervento della fase precedente che non fosse stato – appunto – strutturale. Ed è quindi in questa direzione che ci si deve muovere: creando le condizioni per una ripresa sistemica. A questo scopo né il lavoro, né tanto meno il bilancio si affrontano -ovviamente – affrontando – tout court – il lavoro e il bilancio (come fossero compartimenti stagni e non parti, organiche, della nostra vita comune!); e tanto meno cambiandone semplicemente qualche regoluccia. Per il bilancio, abbiamo già assistito alla dimostrazione: l’attuale presidente del Consiglio ha scritto innumerevoli editoriali, in estate, da – ovviamente – premier in pectore; e in nessuno di essi era contenuta la ricetta che, alla fine, lo stesso Monti avrebbe compreso era necessario adottare per la possibilità stessa, di consolidare il bilancio: ovvero impegnarsi per riattivare la crescita. Cioè una cosa – apparentemente – lontanissima ed “estranea” (ma in verità neanche tanto…) da una (“semplice”) politica di bilancio! Che Monti non avesse nelle sue corde questo tema – o meglio questo metodo – lo dimostra che di crescita, ancor oggi, non vediamo neppure la traccia di un provvedimento stimolatore. E senza la crescita, appunto, il bilancio torna ad affondare – sempre che non rimanga in quella condizione – per la semplice ragione che un’economia che non giri, è un’economia in perdita, e in perdita, inevitabimente, finisce per essere anche lo Stato che la deve ‘sostenere’ (sulle proprie spalle). Così il lavoro: come pensare che l’occupazione cresca, semplicemente, rendendo in buona sostanza più impegnativa – sia pure con la prospettiva della possibilità di licenziare; che non significa però poterlo fare – comunque – selvaggiamente! Sennò non vedremmo (appunto) la differenza tra le nuove forme contrattuali e la precarietà (come detto) selvaggia. E quindi senza troppa motivazione, e convenienza, ad assumere da parte di aziende che non potranno comunque toccare la loro attuale forza-lavoro (da cui, ci perdonerà, l’apparente, parziale ipocrisia del senatore Ichino sulla ipotesi di (non) abolire l’articolo 18 nell’ambito della sua proposta) – l’assunzione di nuovi senza (appunto, poter) rivedere la situazione contrattuale delle attuali dipendenze? La verità è che se l’economia non cresce, nessuna forma contrattuale basterà ad aumentare (considerevolmente) la nostra occupazione; e l’economia non cresce (intanto per una semplice modifica delle modalità di assunzione senza toccare i ‘garantiti’, appunto; e “poi”) se la Politica non smette di delegare ogni responsabilità progettuale alle aziende (e ai privati), e non si assume la (propria) responsabilità di tornare ad indicare (lei almeno) un orizzonte verso il quale muoverci (come Paese!), e a coordinare gli sforzi per metterci in cammino e raggiungerlo. Ecco: il giornale della politica italiana, da tempo, gliene indica (almeno) due, quelli sui quali si basa il suo progetto. Torniamo a suggerirli oggi, ancora una volta; se ciò non basterà, ne trarre- mo le debite conseguenze (politiche, naturalmente). Read more

***Il futuro dell’Italia***
TORNIAMO A DARE UN SENSO (E NON – SOLO – UN ‘PREZZO’) ALLE NOSTRE VITE
di PIER PAOLO PASOLINI

gennaio 25, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ecco perché la ricchezza non può essere un valore. Quando la ricchezza cessa di essere un mezzo (attraverso cui, peraltro, è possibile perseguire il bene, e che non va percio’ in nessun modo demonizzato. Anzi) e diventa un fine, rischia di “corromperci” (in tutti i sensi?) e di alienarci da ogni (“altra”) sensibilità. Trasformando l’etica (e l’estetica) dell’uomo in puro formalismo: come nel caso della nostra politica politicante autoreferenziale di oggi, (dis)impegnata in una (falsa) rappresentazione/ rappresentanza (di sé – stessa); o come nel nostro “rapporto” con i beni (culturali. Appunto – ?) tramandatici dai nostri avi, che oggi costituiscono per noi oggetto di (im)puro ‘desiderio’, che li oggettivizza, e non di un – vero – interesse intellettuale e (quindi) morale. Ecco: nel (ri)collegare il senso – e non piu’, solo, la forma – di quell’eredità alla nostra vita, sta una delle chiavi del nostro possibile, nuovo Rinascimento. Anche economico: perché una società “sterile” (sul piano etico) rischia alla “fine” di non avere piu’ alcuna risorsa (umana) da mettere in campo per perseguire alcunché. Intestardirsi nel cercare soluzioni (strettamente) “economiche” (o, meglio, materiali) ad una crisi Politica poiché umana e valoriale (e viceversa) – da cui l’affermazione secondo la quale la ricchezza sarebbe, addirittura, un “valore”, e non piu’ un mezzo di cui, certo, dotarsi nella maggior misura “possibile” (e sostenibile) per perseguire il bene comune. Per cui nessuna negazione, anzi – è al contrario proprio su queste pagine che il concetto, nel contesto attuale, è (ri)nato – della possibilità e della opportunità (della necessità, oggi), per quanto in una prospettiva piu’ ampia, di attivarci per (ri)generare crescita (del Pil) – finisce per risultare, paradossalmente, antieconomico. La condizione alla quale questa scorciatoia - imboccata, ahinoi, negli anni del boom – di uno “sviluppo” (?) senza “morale”, ci avrebbe portato nei decenni successivi, fu profetizzata da Pier Paolo Pasolini. Che in questo scritto denuncia la fine della nostra Libertà nel momento stesso in cui abbiamo deciso di concederci la “libertà” (?) di non rispettare le regole, fondanti, della (nostra – ?) umanità. di PIER PAOLO PASOLINI Read more

Agenzie rating ci prendono torte in faccia E per ‘accontentarle’ (solo) colpiamo taxì (Una) prospettiva torni a essere (Politica) E a riguardare ‘essenza’ delle nostre vite Solo cosi’ rigenereremo nostra economia

gennaio 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

I nostri tassisti sono oggi in piazza, ancora una volta, per lanciare l’allarme (e il grido d’aiuto) che se il governo Monti liberalizza la loro categoria, molti di loro rischieranno un significativo (in termini assoluti) impoverimento. Per loro, dunque, le liberalizzazioni – o almeno quella che raddoppierebbe, suppergiu’, le licenze in circolazione nel loro settore – non sono giuste. Il governo sostiene invece la tesi opposta. Ed e’ anzi proprio un’idea di giustizia – quella che ritroviamo nelle parole del presidente del Consiglio ogni qual volta dichiara guerra alle ‘corporazioni’ – alla base del piu’ politico – e concepito in altra epoca e da altre teste, il che la dice lunga sulla tecnicità, fino al rischio della sterilita’, dell’attuale esecutivo – dei provvedimenti. Ma il concetto di giusto rimanda al concetto di etico. Ed etico significa, anche, ‘che attiene alla nostra vita’. Ed e’ solo ed esclusivamente nella chiave di una prospettiva (Politica) che torni a riguardare (nella loro – vera – essenza) le nostre esistenze – e non soltanto, tecnicamente, le ‘regole’ del nostro ‘mercato interno’; ‘titolo’ al quale il presidente del Consiglio è del resto molto familiare, essendo stato a quel comparto che venne chiamato a svolgere il proprio mandato di commissario europeo – che le liberalizzazioni possono essere percepite come giuste (o, comunque, responsabilmente accettate) anche da chi ne viene (inizialmente, e privatisticamente) colpito; ed essendo parte di un piu’ organico e complessivo, e quindi motivante e rigenerante – anche in chiave direttamente economica! – progetto di costruzione del futuro. Come appare ancora piu’ lampante analizzando la vicenda dell’attacco (concentrico) delle agenzie del debito, proprio mentre l’Unione compie il suo massimo – e degno di apprezzamento e fiducia. Proprio dal loro punto di vista! – sforzo per uscire dalla crisi. L’Europa ha il dovere, pena la sua fine, di denunciare la (“presumibile”) tendenziosità e mancanza di indipendenza di ‘arbitri’ ‘organici’ ai nostri stessi avversari (che da un nostro fallimento, o dalla ‘fine’ dell’euro, potrebbero ricavare vantaggi in termini di ulteriore speculazione, quando non di maggiore potere ‘politico’), e che sono ben lontani dall’essere obiettivi; ma la forza di farlo continuera’ a mancarle se la sua condizione psicologica e culturale restera’ quella (im)propria (non) di una nazione – e nemmeno di un insieme, piu’ o meno federato, di nazioni – ma di un (“semplice”, e sterile) mercato (comune) che coincide in tutto e per tutto con il sistema economico, al quale e’ perfettamente organico e dal quale dipende (o, “meglio”, discende) strettamente.  I cittadini europei – e con loro, grazie(!) a loro, gli altri nostri fratelli degli altri Paesi del mondo – possono tornare a dire la propria – ad essere protagonisti e fautori delle proprie scelte – solo se decidono che la propria ‘linea di galleggiamento’ non coincide piu’ – solo – con le triple A o B (che ricordano molto i giudizi sintetici introdotti ad un certo punto nelle nostre scuole, di fronte ai quali – quando ancora avevamo questo respiro e questa ‘tensione’ – ci domandammo se non avrebbero impoverito il motore del nostro futuro) affibbiate (o tolte. “Arbitrariamente”) da (nostri) competitors. Ma con un (proprio) giudizio non solo quantitativo ma anche qualitativo; i cui ‘capitoli’ principali tornino ad essere scuola, cultura (‘popolare’ e diffusa), motivazioni (e conseguente responsabilizzazione). Avendo la prevedibile e auspicabile speranza, in questo modo, di vedere tornare a fiorire – strutturalmente – la nostra stessa economia. La prima condizione perche’ tutto questo avvenga? Smettere di affidare una nazione (e non un mercato – interno) ad un (“semplice”) economista. Read more

Futuro dell’Italia. Caro Pd, è tempo di una rivoluzione gentile F. Laratta

gennaio 13, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La sinistra perde, o quando vince e’ per brevi esperienze di governo, “occasionali”. Oppure – come in America – mette in scena, volente o nolente, solo la versione soft della destra (repubblicana). Ma soprattutto (ed e’ per questo che oggi e’ perdente) la sinistra ha perso la sua battaglia storica: quella ingaggiata, nel secolo scorso, sotto le insegne del comunismo marxista. Battaglia – e opzione – rispetto alla quale (alle quali) va chiarito un equivoco di fondo: la sinistra non ha mai davvero puntato a cambiare il mondo; ma solo (a cambiare) il capitalismo. Come riconosce, nella sordita’ (ideologica) dei suoi “continuatori”, lo stesso Carlo Marx. Che definisce la sua ideologia altro da un’utopia: pragmatica ipotesi di aggiustamento dei difetti del capitalismo. Altro che rivoluzione. Ed e’ giocando nel campo, con le regole e con la casacca dell’avversario che la sinistra si e’, da sola, infilata nel vicolo chiuso della sconfitta, trovandosi oggi a non avere (apparentemente) piu’ ragione d’essere (e spazio) in un sistema che non mette, perche’ non ha mai messo, realmente in discussione, e – com’e’ uso dire, superficialmente, per uno specifico fenomeno della nostra teatralita’ politicista interna – in cui le persone, se devono scegliere, scelgono l’”originale”. Il vero. Che e’ tale perche’ crede realmente nel sistema che non propone di cambiare perche’ non sente di doverlo fare, trovandocisi perfettamente a suo agio, e che percio’ – contrariamente a quanto si creda – non deve mentire (alla radice). La sinistra e’ onesta con i suoi elettori, ma (solo fino ad un certo punto, perche’) non (lo) e’ onesta con se stessa: se e’ vero, come noi crediamo che sia vero, che la sinistra - donne e uomini di quell’area di opinione e sensibilita’ - si possa trovare (realmente) a suo agio in un mondo il cui unico valore – Monti, per l’appunto, dixit – e’ l’accumulo di ricchezza; un mondo nel quale il principale scopo della vita e’ “consumare” (con quell’orribile definizione-deformazione dell’umanita’ che e’ il nostro rimodellamento sotto l’etichetta di “consumatori”), priorita’ assoluta alla quale piegare ogni altra istanza e potenzialita’: da cui la devastazione del pianeta, fino alla “promessa” della fine della Terra (altro che 2012…) e (conseguentemente) della Storia; un mondo “falso”, “di cartone”, per usare la poetica (quanto lo e’ il suo Villaggio) metafora olmiana, in cui capita che - per dire - le persone per strada si sorridano, pronte, al primo colpo di vento, ad azzannarsi reciprocamente – “fino” alla guerra – sfogando la rabbia e il dolore – la disperazione – nascosti, in profondita’, sotto il velo della nostra apparente felicita’ (materiale). Nell’anno della crisi piu’ grave del capitalismo, in cui anche queste nostre “certezze” sono messe in discussione, la sinistra deve capire che il momento e’ ora: e’ ora perche’ il livello di saturazione collettivo ha raggiunto la soglia di guardia; e se non siamo piu’ sicuri che l’appiglio al quale ci tenevamo stretti fino ad oggi per non cadere nel baratro su cui barcolliamo – l’”abbandonanza”, narcotico di ogni passione umana – possa ancora reggere il peso delle nostre sempre piu’ pressanti necessita’, abbiamo bisogno di cambiare. Non ci rendiamo conto, e non ci ribelliamo, perche’ nessuno (a cui spetti la responsabilita’ di farlo) ci ha detto che questa possibilita’ esiste davvero (se e’ vero che l’umanita’, come le sue organizzazioni democratiche, non dimentichiamolo, siamo noi); ma se – “ideale” termometro – gli ascolti di programmi televisivi organici alla sterilizzazione (di pensiero e, quindi, morale) come i reality show crollano, e’ perche’ gli italiani, finita la scorta di anestetizzante, hanno ripreso ad avvertire il dolore; e sentono il bisogno di lenirlo, possibilmente (se la Politica glielo consente) ricominciando a coltivare lo spirito. Il mondo puo’ cambiare – senza bisogno di spargimenti di sangue (al contrario, per la loro auspicabilmente ”definitiva” cessazione) e nemmeno della fine dei (pur) legittimi interessi attuali, messi in discussione, invece, dal comunismo; l’abbiamo chiamata rivoluzione culturale, potrebbe benissimo essere ribattezzata la rivoluzione gentile – per una ragione molto semplice: noi lo vogliamo. Ne abbiamo la necessita’ (morale), pena, se non l’ascoltassimo, la nostra (“definitiva”) (auto)distruzione. Se la sinistra se ne accorge – e questo pezzo serve a dare un contributo in questo senso – e recupera la profondita’ di respiro che aveva prima del default (…) di fine ottocento, rifacendo proprio l’anelito mazziniano per la ricerca di una “ragione piu’ alta”, tornera’ a vincere, ma, quel che e’ meglio, con lei, finalmente, vincera’ (definitivamente) l’(intera!) umanita’. Il deputato del Pd fotografa una classica fenomenologia dell’umanita’ alienata: i turisti – e persino, quel che e’ peggio, i nostri giovani – “arrivano” (fisicamente) a Roma, culla della cultura umana e della civilta’, e cio’ che si attardano a fotografare sono – a Montecitorio – i sosia (televisivi) di Vespa e Maroni. Un falso. La copia di loro stessi. Perche’, parafrasando Flaiano, c’e’ chi si muove senza viaggiare, e chi, senza muoversi, arriva lontano. di FRANCO LARATTA* Read more

Futuro dell’Italia. Collaboriamo per un (alto) obiettivo comune Patrone

gennaio 7, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il nervosismo di Monti: “Spread oltre 500? Colpa dell’Europa, che non si muove. Oggi nessuno puo’ fare da solo”. E (quel che e’ peggio) Passera: “Il presidente del Consiglio ha ragione, la Merkel si smuova: piu’ poteri alla Bce”. Come non pensare ai loro predecessori a Palazzo Chigi e all’Economia, antesignani dello scaricabarile sulle istituzioni comunitarie? E’ con l’onesta’ e la responsabilita’ che lo contraddistinguono, che il Politico.it decise di sostenere la nascita dell’esecutivo guidato dall’ex commissario Ue, pur considerandola un atto di ripiegamento (della Politica) e denunciandone i “vizi” anche formali. Perche’ in quel momento, andare alle elezioni senza avere prima messo una pezza avrebbe significato quasi certamente il tracollo; e le caratteristiche di serieta’ e di indipendenza – nonostante una certa “organicità” ai poteri economici, dimostrata anche dai criteri delle scelte nella composizione della squadra di governo - facevano di Monti figura nella quale riporre la speranza che – senza poterci portare al di là del guado - avrebbe potuto pero’ allungare i tempi in cui mettere in campo soluzioni reali e “definitive”. A distanza di poche settimane, tocca agli stessi mercati – peraltro, a loro rischio e pericolo – ribadire cio’ che il giornale della politica italiana sostiene da tempo: ovvero che allo stadio attuale semplici aggiustamenti come quelli prospettati dal governo - nel nostro Paese ma non solo, a cominciare ovviamente dal resto d’Europa, culla – peraltro – dell’Umanesimo - non sono piu’ sufficienti, e che l’unica chance di salvarci é concepire un (effettivo) cambio di prospettiva. “Se le stesse forze progressiste, che hanno a cuore il destino dei piu’ deboli, non escono dalla logica dei forti, basata sul solo principio (economico) dell’arricchimento individuale, nella quale saranno sempre e comunque questi ultimi, ad avere la meglio, il mondo non cambiera’”, scrive Mazzini nel 1860. 150 anni piu’ tardi, passato il secolo in cui i partiti di sinistra – cosi’ come, purtroppo, li conosciamo ancor oggi – hanno raggiunto l’apice (?) della propria parabola sotto le (mentite?) spoglie dell’ideologia marxista – senza, evidentemente, riuscire a (ri?)cavarne granchè – la profezia del padre della Patria non solo trova conferma, ma puo’ essere considerata, in qualche modo, “definitiva”. Il tema è dunque uscire da quella logica (esclusivamente materiale); smettendo ad un tempo di pensare che le cose possano
migliorare contrapponendoci gli uni agli altri; pretendendo di guidare una società avendo dietro di se’ solo una parte (“armata”) di essa. Il modo per uscire da questa impasse, scriveva Mazzini, e’ “trovare una (comune) ragione piu’ alta’”. Politicamente, passa attraverso l’ambizione – e l’altezza – di (ri)pensare al/ il futuro. E di ispirare la stessa proiezione nei nostri connazionali. E’ anche il modo per assicurarci, da subito, un presente un po’ piu’ sereno, per tutti. All’interno di MATTEO PATRONE Read more

Diario politico. Non e’ euro causa di crisi Ma nostra ‘furbizia’ di raddoppiare prezzi Mentre “politica” (?) pensava a se stessa Cedendo (nostro) scettro a economia (?) Regole non bastano a (ri)costruire futuro La Politica torni a indicare via da seguire Lavoro, contratto unico o ‘meno’: e’ inizio Ora Italia punti (decisa!) sull’innovazione E nel ripartire riduciamo squilibrio del ’02 di GINEVRA BAFFIGO

gennaio 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un’indagine di un istituto francese rivela che la “nostra” moneta unica e’, a tutt’oggi, associata al “ricordo” (che come un “fantasma” – molto concreto – si agita pero’ nelle nostre tasche ancor ora con le sue ricadute concrete, e “progressive” – ?) dell’impennata dei prezzi al momento della sua entrata in vigore. E parliamo della Francia!, che non ha certo vissuto il (sostanziale) raddoppiamento avvenuto da noi. Quello fu il momento in cui avremmo dovuto capire che ci saremmo trovati, oggi o giu’ di qui, nello stato in cui versiamo: perche’ é il momento in cui la politica dichiaro’ la propria resa nei confronti dell’economia. In che modo si sarebbe poi inoltrata fino alla situazione attuale? Deresponsabilizzandosi, pacchianamente, a fissare (ipotetiche) regole, e lasciando che i poteri – cioe’ gli unici in essere: quelli economici – facciano cio’ che dovrebbe fare, invece, la politica: impostare la direzione di marcia guidando/ coordinando il cammino (comune). Ci siamo seduti (o, se volete, inginocchiati) a tal punto che oggi la stessa politica, quando si accorge che non si puo’, a questo punto, piu’ fare a meno di un suo “ritorno”, non riesce a concepire altro che continuare, comunque, ossessivamente, a modificare (solo) le regole. Che le cose stiano esattamente in questi termini, lo dimostra il modo in cui i “leader” (?) europei (non) pensano di (non) affrontare la situazione che in queste stesse ore vediamo inasprirsi nuovamente: come la peggiore delle nostre proiezioni politicistico-autoreferenziali – e senza, quel che e’ “peggio”, in molti casi, il nostro disinteress…amento e il nostro livello di “corruzione” (morale): a riprova che anche la possibile, migliore politica – nella sua stessa essenza – ha subito una strutturale involuzione – francesi, tedeschi, nordeuropei – ovvero coloro che ci hanno sostituito alla guida del Continente – dibattono oggi, al piu’ (?), di quante velocità attribuire ad una macchina – ecco il punto – rimasta senza una guida. Ha ragione, Jose’ Manuel Barroso: la crisi (appunto) non é economica, ma politica; perche’ l’economia non era chiamata (o, se volete, non é l’economia ad essere stata chiamata) – in origine – a reggere i destini del mondo, ma solo a consentire un “corretto” scambio di beni e di servizi. In funzione (anche) dell’arricchimento (individuale). Intervenire sul mercato del lavoro – nodo, effettivamente, come abbiamo detto e “convinto” il governo, di ogni possibile politica per la crescita - non puo’ dunque significare cambiare (solo) la forma di contratto (cioe’ una regola) con cui i nostri lavoratori vengono assunti; perche’ cio’ vorrebbe dire, ancora una volta, fissare (o, “peggio”, rimuovere) i (soli) limiti del possibile comportamento degli attori economici, lasciando poi a loro la definizione (con-fusa) della “prospettiva”. Il governo Monti deve quindi avere il coraggio di andare invece avanti sulla strada che il Politico.it gli aveva indicato e che l’esecutivo di tecnici-professori aveva adottato (salvo pero’ – inevitabilmente? – non trovare, almeno fino a questo momento, la leadership (Politica) per proseguire). L’Italia, lo abbiamo gia’ detto, si trova, paradossalmente, in condizioni migliori di altri, grandi paesi occidentali: perche’ loro stanno gia’ girando a tutta, hanno il motore prossimo a scoppiare; noi non consumiamo invece che una minima parte della benzina di cui disponiamo. La “benzina” sono le nostre risorse umane, che in questo (?) Tempo si esprimono, e valorizzano, responsabilizzandole nel senso della costruzione del futuro (del mondo): innovazione, quindi, sul piano della tecnica (e della tecnologia) ma anche del pensiero (a 360°) e, cioe’, della cultura. Per partire da qui, le (nostre) idee sono (appunto) gia’ in campo. Ma di fronte alla “riacutizzazione” delle difficolta’, ci chiediamo se il modo piu’ nitido per sugellare il ritorno sul trono della Politica, non sia - simbolicamente, ma anche con un possibile, sia pure da valutare (con attenzione), beneficio economico – sciogliere il nodo “originale” della subordinazione della politica all’economia: quello che i nostri fratelli francesi ci ricordavano all’inizio, ovvero il gioco di prestigio per cui all’ingresso del nostro Paese nella moneta unica (o meglio con l’entrata in circolazione della moneta tout court), alle (circa) duemila lire che rappresentavano il “cambio” con l’euro in origine, finirono per corrispondere non un euro come avrebbe dovuto avvenire, ma due. Perche’ una politica gia’ piegata (su se stessa) non ebbe la prontezza (ovvero la lungimiranza) di intervenire per, appunto, prima coordinarci e poi “compensare” il nostro dis-orientamento. Ecco: porre rimedio a quello squilibrio – come apertamente si disse avremmo dovuto fare allora - in un momento in cui l’inflazione puo’ (forse) ”con-tenere” il possibile “contraccolpo” (deflazionistico e poi) recessionistico (ed e’ per questo che sarebbe stato meglio agire a crisi meno acuta), e garantendo tanto piu’ che cio’ avvenga ridando – attraverso la Politica – una prospettiva (di crescita) alla nostra (stessa) economia, puo’ essere un buon modo per dire che la Politica e’ tornata, concretizzare le generiche dichiarazioni di fiducia espresse in queste ore (dalla “stessa” – ? – “politica” – ? – Mentre la nave riprende-va ad affondare), e restituirci finalmente quel futuro che, nelle mani dei merca(n)ti che sciaguratamente (ma per colpa nostra) hanno ripreso il controllo del Tempio (nell’immagine: El Greco ci propone la loro cacciata da parte di Gesu’), rischiamo, tra un altro po’, di non (ri)avere piu’. Il Diario ora, con le ultime “dalla” crisi. di GINEVRA BAFFIGO Read more

Crisi non va fatta ‘pagare’ (?) a ‘nessuno’ E (poter) tornare grandi non è ‘sacrificio’ Pensiamo a costruire futuro (in positivo!) E non solo a ‘subire’ meno (o più?) d’altri

dicembre 14, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma perché ci “deve” essere qualcuno che “paghi” la crisi? Perché è chiaro che “pagare”, in questo caso, “vale” per “entrambi” i suoi significati-accezioni: pagare “monetariamente”, economicamente; ma anche “pagare” nel senso di prendersi la “colpa” o, comunque, “subirne” (più degli altri) le conseguenze. Ecco: perché nel nostro Paese ogni iniziativa che dovrebbe assumere (“avere”) carattere costruttivo, deve coincidere – invece – con un atto (“distruttivo”) “contro” qualcuno? Perché, e come, pensiamo di poter uscire dalla condizione-situazione attuale prendendoci “reciprocamente” a borsate? Come abbiamo già scritto, la prima condizione affinché un collettivo possa esprimere pienamente il proprio potenziale, mettere in campo tutte le proprie risorse e “farcela”, è che i propri componenti, quanto meno, non sprechino risorse proprie, e di coloro contro i quali si “avventano”, gettandosi appunto a cercare di rivalersi – sempre, “comunque”, spacciando tutto ciò come atto di compensazione e di “giustizia” – nei confronti degli/ di altri. Ma il nord non potrà reggere il confronto con le economie emergenti – tanto meno da solo – senza un sud che torni a conoscere un periodo di ricchezza (a 360°) e di sviluppo. I cosiddetti “ricchi”, non andranno da nessuna parte se – (non) dando il proprio contributo – l’Italia, ad “esempio” (…), fallisse; così come, però, la classe media non può pensare di generare un circolo virtuoso (capace di coinvolgere anche i più emarginati) se si “inimica”, e comunque si pone degli ostacoli e delle resistenze nel proprio stesso Paese, i (cosiddetti) “poteri forti”. Da “soli” (in tutti i sensi), non andremo da nessuna parte. E la pretesa di fare “pagare” a qualcuno la crisi tradisce il (retro)pensiero che, in fondo, la situazione non sia così grave e che penalizzando una parte di noi, gli altri possano riprendersi. E invece il nodo principale della nostra difficoltà ad avere un moto di reazione – quell’”indignazione” che altrove cresce, da noi nemmeno si vede col binocolo. E non stiamo certo, da questo punto di vista, meglio di “tutti”! – consiste proprio nell’inconsapevolezza del nostro reale stadio di “avanzamento” (?) sulla “via” della caduta nel burrone. L’Italia non si salva tirando la coperta un po’ di più di qua, o un po’ più di là; la coperta di oggi non basta più a “coprirci” tutti. Per tessere quella del futuro dobbiamo – intanto – “disarmarci” nei confronti degli altri – di qualunque “altro”, dei “nostri” (ma non solo), si tratti – e incominciare a pensare – insieme – a ciò che possiamo fare in “positivo”. Se invece di dover “pagare” il conto proprio o, appunto, di altri italiani, ciascuno di noi sarà mobilitato non per “subire” (come purtroppo la nostra antipolitica ci ha costretto a fare – quasi – costantemente negli ultimi trent’anni, almeno come nazione) ma per rialzarsi/ ci in piedi e riprendere il nostro posto sulla corsia di sorpasso del mondo, cosa volete che (non) gliene “importerà” (anzi!), se insieme a lui continueranno (o riprenderanno) a stare bene anche i connazionali, e come pensate che potrà considerare “sacrificio”, essere motivato a tornare a dare alla propria vita un senso più alto per raggiungere un obiettivo (comune) che corrisponderà ad un’Italia capace di riprendere ad assumere il proprio ruolo di guida nel mondo, e per di più senza dover fare, quotidianamente, il sangue marcio a cui ci costringiamo, da soli, cercando di “fregare” il prossimo? Read more

Ecco come si rigenera (nostra) economia Una crescita che nessuno ‘sa’ come fare Il sistema rifondato ora sulla innovazione Formazione continua ad integrare lavoro ‘Motore’ istruzione più avanzata a mondo Italia tornerà ad essere culla della civiltà

dicembre 9, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il governo Monti è nato per rimettere a posto i conti, nel solco della tradizione dell’azionismo italiano che nell’ultimo ventennio, con Ciampi ma – in fondo – anche con Giuliano Amato e Romano Prodi (pure, “apparentemente”, ”figli” e protagonisti di altre “storie”) ha rivisitato il proprio ruolo di “collante” della patria e di borghesia illuminata al servizio della “salvezza” del Paese dedicandosi appunto al nodo-punto di rottura di oggi: la tenuta del bilancio. Come scrive Gad Lerner ieri sul suo blog, non avrebbe potuto/ potrà fare altro e/ o di più. Per due ragioni. La prima è che, appunto, a questo lo consacra la propria eredità culturale e la – conseguente – propria formazione “personale”. In secondo luogo, si tratta pur sempre di esponenti di una generazione che, se non ha direttamente provocato l’attuale crisi, di certo non si è “accorta” che i propri “coetanei” lo stavano facendo, e non ha avuto la forza di proporre “alternative” e, comunque, di fermare la deriva quando cominciava a presentarsi, e quando sarebbe stato meno impegnativo, dispendioso e maggiormente efficace farlo. Non possiamo aspettarci “colpi di reni” da personalità dotate di grandi competenze che non hanno però mai messo in campo, appunto, una vera leadership Politica. E, tuttavia, ciò non basterà – ancora una volta, perché come si sa abbiamo già tentato tutto questo, con i due governi presieduti da Romano Prodi – perché, come il giornale della politica italiana ha indicato prima di tutti, i conti sono destinati a tornare nella loro attuale criticità se non sarà stato concepito un completo ribaltamento di piano che, insomma, ci consenta di uscire da questo tira-e-molla “affidato” alla minore o maggiore responsabilità del governo di turno e, come vediamo, alle intemperie dell’economia mondiale. L’Italia ha un solo modo per uscire “definitivamente” dal pantano: decidersi a smettere di correre (solo) ai ripari, magari quando rischia di essere (prima o poi) troppo tardi, e, invece - badando bene naturalmente a compiere ogni passo, comunque, con saggezza ed equilibrio – “uscire allo scoperto” (non, in questo caso, per carità, in termini tecnico-economici. Anzi!) e smettere di “navigare a vista”, ricominciando a disegnare una propria rotta nella fiducia, e nella speranza (per tutti), di essere seguita anche da altri Paesi. Gli Stati Uniti, la Germania (sia pure in misura “minore”), hanno oggi pochi margini (ulteriori) per compiere uno “scarto” e rimettere in moto la loro economia, perché veleggiano ai ritmi attuali con il motore pressoché a mille; ma l’Italia, l’Italia tiene, tutto sommato, il mare con la scialuppa (di salvataggio?) che le è “rimasta”, in buona sostanza – salvo gli sforzi “solitari” di imprese che nessuno ha pensato di coordinare e mettere a sistema - dagli anni Settanta. Se le nazioni delle Silicon Valley, dell’economia sociale di mercato, le hanno già provate “tutte” e hanno “scoperto” che questi sono i loro (attuali) limiti, l’Italia è in una condizione – paradossalmente – più vicina – in potenza, s’intende – a quella dei cinesi o degli indiani. Perché i margini per “insistere” sulla strada sulla quale loro lo stanno facendo ora, e che ha fatto la fortuna – e continua a consentire punte di eccellenza – soprattutto degli Stati Uniti, sono ancora, per ciò che ci riguarda, completamente “inesplorati”. E le nostre risorse “di base”, quelle che, impastate in un certo modo – quello appunto che stiamo per indicare – danno più o meno chance di “esplodere” (positivamente) nel senso in cui ci si stia muovendo, sono tra le migliori al mondo. Il nostro è un grande Paese, che senza avere bisogno di ricorrere alla progressiva riduzione dei diritti delle persone che lavorano – al contrario! – che sta aiutando la doppia cifra cinese, può mettere in campo le proprie incredibili risorse umane, penalizzate, ma non ancora “vinte”, da un ventennio (e oltre) di scellerate politiche (anti)scolastiche e universitarie, dal vuoto assoluto di modernizzazione sul piano delle politiche industriali, da lacci e lacciuoli che – immaginate – nonostante abbiano impedito, di fatto, ai nostri giovani di “muoversi”, non hanno potuto “evitare” che i nostri connazionali siano ancora tra i più “gettonati” – e, comunque, caratterizzati da una serie, appunto, di eccellenze – dalle altre economie; che non possono, oggi, considerare l’Italia – nel suo insieme – un partner inimitabile per quello che riguarda la possibilità di sinergie, politiche industriali e sul piano dell’istruzione, ma certo considerano gli italiani – e non per una questione “genetica”, ma di storia, tradizione, cultura (anche, contaminazione tra culture) - per quello che sono e che sono stati nel corso, appunto, della (nostra) Storia. E che oggi non “sembrano” più – ma, come detto, soltanto nella loro dimensione “unitaria” e complessiva – per la semplice ragione che chi sta sulla plancia, al comando, non ha più la lucidità per guidare una delle portaerei più grandi, e la miglior “ciurma” non riesce, da sola, a rimettere la prua della nave davanti a quelle degli altri. Al di là della (facile) metafora navale, il punto è – ancora una volta, sempre – lo stesso: vanno bene i tecnicismi, vanno bene gli aggiustamenti. Senza qualcuno di essi saremmo – ancora! – già “colati a picco”. Ma poi ci vuole la Politica. O tutto questo non porta altro che ad una maggiore resistenza in un gorgo della crisi dal quale, comunque, non si esce. il Politico.it indica la possibile via da ormai due anni. La nostra politica ci ascolta, ma poi preferisce continuare a crogiolarsi nella propria autoreferenzialità. Nell’attesa che qualcosa si muova – da parte “loro” – o nell’attesa di muoverci (noi), ecco, ancora una volta, i tratti generali di quello che peraltro la stessa eccellenza, sommersa, del nostro Paese sa, da tempo, essere la sola, ragionevole, importante via da percorrere. Oggi, badando nel “frattempo” – e avverrà in modo naturale proprio per i connotati dell’impostazione che ci daremmo – di riprendere a pensare al nostro futuro. Ecco, per la firma del nostro direttore, il pezzo con cui, il 6 dicembre 2010 (!), gli spunti proposti nel corso dell’anno precedente (!) furono portati alla “maturità” di quel progetto organico e complessivo che abbiamo convinto la politica italiana di oggi sia necessario, ma che la politica italiana continua a non avere e a non mettere in campo. Pena la sofferenza dell’Italia. di MATTEO PATRONE
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Le imprese assumono le (loro) iniziative Ma la Politica coordini gli sforzi (comuni) -Aiutandole a ‘unirsi’ tornando ‘campioni’ -”Portandole” dov’è (possibile) sviluppo Partnership con Africa sull’innovazione L’Italia tornerà (così) al centro del mondo FOTO: ministro Passera prende/a appunti

novembre 24, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Aziende che si uniscono per (meglio) superare la crisi. In attesa che la (nostra) Politica ristrutturi l’(intero) sistema nel senso dell’innovazione. E che, però – tutt’altro che restando ad aspettare – lo facciano cercando quelle partnership che consentano loro non solo di “puntellarsi” e, così, di salvarsi; ma anche – già – di colmare possibili lacune (non solo “di bilancio” o – in senso ampio – “patrimoniali” ma anche tecnico-concettuali) accrescendo la propria competitività. E, poi, adottando il modello (americano) che prevede che le migliori intelligenze negli (specifici) settori coinvolti nella (possibile) innovazione-ideazione di un prodotto, collaborino a concepirlo. Magari costituendo tutto ciò nei luoghi nei quali quella (eventuale) novità sul mercato sia in grado di intercettare gli interessi (e l’interesse. Commerciale) delle comunità (inter-nazionali?) che stanno attorno. Read more

Cosa aspettano i mercati per “calmarsi”? Una Politica che si “decida” a “regolarli” Senza subirne -acriticamente- “modello” Restituendo al mondo (sua) democrazia

novembre 22, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana ha già avuto modo di criticare l’ideologismo retorico di chi, in ultima istanza, propone di adottare (“direttamente”, senza passaggi intermedi) il modello di una decrescita felice. E pensa, in questo modo, di determinare – a cascata, dall’Italia; lo ripeteva il professor Mattei ieri a L’Infedele – un “mondo migliore”. Read more

***Il futuro (è) dell’Italia (!)***
IL TEMA NON E’ BCE SI’, BCE NO, MA COSA VOGLIAMO (FARE) NOI
di MATTEO PATRONE

novembre 9, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

E’ l’Italia a (dover) decidere del(/il) proprio domani. E non uno di quegli istituti (per quanto “istituzionalizzati”) che, attraverso la “proiezione” (sia pure, a tratti, “deviata”) della finanza hanno provocato quella stessa crisi dalla quale le ricette della Banca centrale europea dovrebbero aiutarci ad uscire.E l’Europa – che in passato abbiamo provocatoriamente “fuso” con il “suo” (?) centro di controllo economico-finanziario (“BcUe”), ma che è (ben) altro dalla Torre di Francoforte – non sopravviverà se, invece di affidarsi ai suoi (al suo!) popolo/i – rappresentato dalla (sola!) Politica – continuerà a rifugiarsi nella scorciatoia delle (non) soluzioni tecnich(istich)e “battezzate” dai banchieri (più o meno centrali). Il che dovrebbe farci riflettere anche sul nome di colui (di coloro) al quale(/ai quali) vogliamo affidare il dopo-Berlusconi. di MATTEO PATRONE Read more

Unico progetto resta nostro. Innovazione, for- mazione, cultura. Saremo di nuovo culla civiltà

ottobre 30, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma unico progetto in campo resta nostro. Serve ora completo ribaltamento di piano. Una economia rifondata sull’innovazione. Formazione continua a ‘integrare’ lavoro. Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento. Italia tornerà ad essere culla della civiltà.

(23.07.2011) L’Economist: “E’ persino semplice salvare – e rifare grande – l’Italia. Il dramma è che questa classe politica non sembra averne la volontà. E (quindi) la capacità”. Lascia esterrefatti che, ora che il rischio-baratro per la nostra nazione è sotto gli occhi di tutti (si è manifestato con la concretezza dell’immediato rischio-default), il nostro dibattito pubblico continui come prima, completamente “assente”. Giornate intere dedicate a seguire la telenovela Papa&Tedesco, dando peraltro a due signori inquisiti – e ai loro guai – una dignità che non meriterebbero. Una politica che, quando non interviene – svogliatamente – per tappare qualche buco, cosa che ci manterrà in equilibrio per un altro po’, ma senza toglierci dall’orlo del burrone, invece di mettere in campo, da subito, la sua proposta per il futuro dell’Italia ciancia di – of course – Berlusconi, berlusconismo, coalizioni, centro, più o meno moderato, governi tecnici di larghe intese, legge elettorale; e meno male che Vendola ha smesso (almeno per ora) di ossessionarci con le sue ambizioni personali… Tutti elementi necessari, ma non sufficienti, e che non rappresentano il punto, ciò che serve oggi al nostro Paese. Al nostro Paese oggi serve avere le idee chiare su cosa si dovrà (dovrebbe, subito!) fare. Le conclusioni a cui (più o meno) siamo giunti tutti – tranne, ovviamente, la “no- stra” (?) politica (…) – sono le seguenti.

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***Ecco dove si può “tagliare”***
LA CRISI E LA MANCANZA DI CORAGGIO
di FRANCO LARATTA*

agosto 10, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana ha già avuto modo di indicare nell’innovazione la stella polare da seguire per ritrovare la (retta) via della costruzione del futuro. E quel tipo di cambio di prospettiva sarebbe in grado, da subito, di placare i mercati e di derci respiro anche per ciò che riguarda il bilancio, perché sarebbe il primo, unico, vero e possibile passo verso una crescita duratura e anche consistente. Ma tutto questo, naturalmente, va accompagnato – come abbiamo scritto lunedì – con una riduzione drastica della spesa. O, comunque, con la chiusura di tutte quelle falle che, attivamente o passivamente, portano lo Stato a sperperare (talora non incassando come sarebbe dovuto) milioni di euro. Il deputato del Pd punta il dito contro l’opportunismo (a questo punto, però, abbastanza “suicida”, perché un Paese che continui ad avvicinarsi al baratro, quando non ci dovesse cadere, non è comunque un buon viatico per pretendere di rivincere le elezioni) di un governo che pensa, nell’ordine: a fare i propri interessi (quelli di Berlusconi), a difendere, come gli scellerati (in questa occasione) Repubblicani americani i privilegi insostenibili di classi altissime (ma solo per reddito) la cui disponibilità, che si legge “possibilità di contribuire alla salvezza e alla ripartenza comune senza modificare neanche lontanamente il proprio tenore di vita”, non viene minimamente ricercata o presa in considerazione; a rimanere a galla senza accorgersi, però, appunto, che la china imboccata non offre grandi prospettive nemmeno per un esecutivo che continui a non fare la propria parte (e, quindi, non si assuma la responsabilità di scontentare direttamente nessuno – di elettoralmente rilevante. Ma, appunto, il declino-rischio default, mantenuto in essere dalla passività, è di per sé un buon modo per “scontentare” – si fa veramente per dire – tutti. Anche perché, appunto, la via dei sacrifici non è l’unica percorribile o non andrebbe percorsa da sola senza motivare i nostri connazionali con l’implementazione di un piano non solo difensivo e in “perdita” ma anche offensivo e di crescita. E ogni governo, in questo Paese, in questa situazione, avrebbe margini enormi per operare – possibilmente, bene). E poi, Laratta, ci dice ciò che, ragionevolmente, possiamo fare per rimettere in sesto il bilancio. Sul fronte appunto (direttamente) delle entrate e delle uscite. E poi c’è la crescita, di cui abbiamo parlato lunedì. Sentiamo. di FRANCO LARATTA* Read more

Futuro dell’Italia. Crescita e lavoro, il coraggio di innovare M. Patrone

maggio 5, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nelle ore in cui il governo batte un colpo e mette in campo alcune misure per far ripartire la nostra economia – ne parleremo approfonditamente nel Diario politico – il giornale della politica italiana ripropone l’editoriale del suo direttore uscito il 27 aprile scorso. Il decreto sviluppo dell’esecutivo è un apprezzabile inizio di ripresa – in tutti i sensi – ma rischia di essere insufficiente a fronte della persistenza di un debito che ci appesantisce, così come la mancanza di provvedimenti per il taglio della spesa consoliderà e manterrà la pericolosità di questa tendenza. E il problema della disoccupazione dei giovani resta affidato (solo) ad una speranzosa prospettiva di crescita (lieve). Una nuova politica figlia del nostro tempo vuole avere (invece) l’ambizione di guardare oltre l’ordinaria gestione (sempre meglio comunque dell’immobilismo). Nell’inserirsi sulla scia della proposta Amato per l’abbattimento del debito pubblico – rilanciata oggi su Facebook anche da Mario Adinolfi - Matteo Patrone scrive una nuova pagina del racconto del (possibile) futuro de il Politico.it. Proposte (concrete), il beneficio (è proprio il caso di dirlo) del dubbio. Il di- battito, come sempre, è aperto. di MATTEO PATRONE Read more

Senza riduzione debito non ripartiremo Ma senza lo sviluppo saremmo daccapo Via i privilegi della politica (e gli sprechi) Poi contributo di italiani al ripianamento Intanto il mercato del lavoro sia ‘liberato’ Sì ora alla possibilità di licenziare (tutti) Occupazione continua con la formazione Solo così (?) si salva e rifà grande l’Italia

aprile 27, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Mentre il resto della stampa fa le pulci alla nostra politica autoreferenziale di oggi, a cui è collaterale, il giornale della politica italiana continua nel proprio impegno per gettare le basi della costruzione del futuro. Nel 1835 gli Stati Uniti azzerarono il loro debito, mettendosi nella condizione di prolungare una (eterna?) giovinezza. Oggi l’Italia è appesa al proprio (di debito). L’attuale ministro dell’Economia, che ci osserva stupito dall’immagine che accompagna questo articolo, ha trovato nella necessità di mantenere in ordine il bilancio l’unica stella polare della propria azione (?) economica. Ma stare fermi non risolve e, a lungo andare, nemmeno tampona (più). Con questo intervento del suo direttore, il Politico.it avanza allora una (ulteriore) proposta su come coniugare il necessario ripianamento del debito – a partire da una (altra) proposta di Giuliano Amato – e lo sviluppo, che, scrive Matteo Patrone, non può passare – durevolmente – che dalla costruzione di una prospettiva per i nostri (singoli) giovani e (quindi, e viceversa) per il Paese. di MATTEO PATRONE            Read more

TREMONTI,
IL GRANDE BLUFF

Economia, governo in preda al panico
Il ministro non sa che pesci pigliare
Il premier(?) lo fa attaccare dal Giornale

aprile 22, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Aggrappato al palo-stabilità. Di una nave in tempe- sta. Giulio Tremonti appare come un timoniere senza barra. La definizione del titolo è di Sandro Gozi. Il ministro più lodato della Storia della Repubblica non ha compiuto, in questi anni, una sola scelta di politica economica. La presunta abilità nel tenere in ordine i conti è in realtà frutto della non-azione. Che per un Paese in declino equivale ad una fine sicura. Tremonti è oggi (?) un non-ministro. Che sfugge al controllo del non-presidente del Consiglio. Il quale è costretto a scatenare Sallusti anche per “parlare” col titolare del dicastero-chiave del suo governo. Su cui chiosa il conduttore de L’Infedele. di GAD LERNER Read more

Al vero tsunami segue quello economico Un’altra “scossa” ai (già precari) equilibri Sale il dollaro, giù le nostre esportazioni
di ALDO TORCHIARO

marzo 21, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il disastro nipponico avrà conseguenze su più piani: rispetto alle strategie di approvvigionamento energetico, già in atto; ridisegnerà complessivamente lo schema di domanda e offerta mondiale; modificherà l’attuale “mappa” della (capacità di produrre) ricchezza. Il direttore responsabile di Semestre Europeo prefigura sul giornale della politica italiana gli scenari possibili. di ALDO TORCHIARO Read more

Ora Tremonti faccia il ministro e non (solo) l’analista di Luigi Crespi

marzo 11, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Da dieci anni il titolare del dicastero di via XX settembre prevede sciagure finanziarie che in qualche caso si verificano. L’ultima “anticipazione” è di giovedì sera, quando ad Annozero ha fatto capire che la cappa dei derivati dalla quale è “piovuta” la crisi economico-finanziaria i cui effetti molti di noi continuano a patire in questi mesi – e che ha colpito duramente alcuni italiani, e intere classi, quando non gli stessi Stati, in altri Paesi meno solidi economicamente – si trova ora di nuovo sopra le nostre teste, e con lo stesso contenuto potenzialmente tossico. La domanda che il grande sondaggista si fa allora è: considerato che Tremonti non è un economista “isolato” di passaggio, ma da (altrettanti) dieci anni guida la quinta economia del mondo, partecipa a vertici europei, G8, G20, perché lo stesso Tremonti non interviene con decisione – a parte rivendicare la primogenia dell’idea degli eurobond e continuare a chiedere la loro adozione, cosa a detta degli esperti non sufficiente per l’Europa e comunque non di certo per invertire la tendenza generale - per evitare che tali situazioni di crisi si verifichino? Non è demagogia se si tiene in conto che tutt’oggi lo stesso nostro Paese – quindi un livello sicuramente (?) alla portata (?) del Divo Giulio - non ha una strategia per costruire il proprio futuro, e prevenire i temporali. Basta tenere la ferma la macchina sul precipizio, perché prima o poi non vi caschi dentro (o peggio ancora si stacchi il costone)? di LUIGI CRESPI Read more

Ma dove sono le risposte del governo? Gozi: ‘Inflazione a 2.1% (+0.4 da dicembre) In media europea, ma cresciamo la metà” Numero dei laureati è più basso d’Europa Senza un presente, ed è peggio il futuro Il tempo è prezioso: e Berlusconi che fa? Decisioni subito o è meglio andare a voto

marzo 9, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

E’ stato ancora una volta il giornale della politica italiana a lanciare per primo l’allarme, ormai mesi fa, e sempre da il Politico.it è partita la presa di consapevolezza dell’autoreferenzialità di una nostra politica alla quale andava data una sola risposta: ricominciare ad avanzare (e, per chi fosse al governo, a recepire e mettere in atto) proposte concrete, perché la politica è questo e non il chiacchiericcio che lo stesso presidente del Consiglio ha mirabilmente definito il «teatrino della politica», salvo diventarne il principale animatore. Read more

Mercato va (ora) lasciato “girare” da solo Ma non fu mercato a alzare (nostri) prezzi Politica non governò passaggio all’euro Una sua mancanza a cui va posto rimedio Si proponga riduzione di 1/3 o della metà La concorrenza assicurerà l’omogeneità E la nostra economia ne avrà giovamento

gennaio 17, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il mercato non si tocca. Ma non si tratta (infatti) di intervenire nelle dinamiche del mercato. Bensì in quelle della politica. Che ai tempi del passaggio dalla lira all’euro avrebbe dovuto garantire che la divisione per duemila per avere il corrispettivo della nostra vecchia moneta in euro non rappresentasse un’occasione perché avvenisse ciò che poi è effettivamente avvenuto, ovvero che una parte dei prezzi venissero sostanzialmente raddoppiati contando sulla similitudine 1 euro (ma duemila lire) “uguale” (invece) mille lire. Quella stortura – data non dal mercato e dalla concorrenza bensì da una furbata di una parte degli operatori a cui inevitabilmente poi dovettero adeguarsi anche gli altri, in questo secondo caso sì proprio per ragioni di concorrenza e legate alla “sopravvivenza” – è figlia dell’incapacità della nostra politica di oggi. Ed è appunto una stortura. Ma a cui si può porre rimedio. In seguito la nostra politica autoreferenziale odierna istituì la figura di Mister prezzi, un fantomatico garante che dovrebbe prestare attenzione a che non si verifichino – o si siano verificate – ulteriori, minori! storture. Ora immaginate di tornare (quasi) alla situazione precedente il cambio lira-euro, al netto – si tratta di ponderarle – delle variazioni legate (invece) al mercato. Il sollievo delle famiglie sarebbe enorme, e riparerebbe ad una ingiustizia, senza che la disponibilità di alcuni (a compiere la riduzione) potesse essere vanificata dall’(ulteriore) furbizia (?) di altri (proprio grazie al mercato). E la nostra economia, attraverso il rilancio dei consumi – ma senza quella costante tensione ad un aumento delle cifre assolute della “spesa” (individuale) che non può essere sostenuta all’infinito: perché la stimolazione dei consumi come strumento anticiclico è appunto quest’ultima cosa, una soluzione-tampone a momenti di crisi (o comunque di down) da adottare una tantum, che se abusata porta ad una insostenibilità del sistema sul lungo periodo – potrebbe rifiatare e rifiorire. Senza “mano- mettere” il mercato. Anzi, restituendo al mercato il pieno (anche per il passato) controllo sui prezzi. Read more

Tremonti: ‘Tornare a far pure lavori umili’ Ma destra pensa a ulteriori divaricazioni “No – dice, ad esempio – studio per tutti” Nel nuovo Rinascimento cultura è diffusa E rappresenta vera “cifra” della persona Si potrà (e vorrà) (ri)fare (tutti) i mestieri

dicembre 16, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Oggi il mercato del lavoro è sproporzionato sul fronte dell’offerta. C’è una fila dietro a certi lavori, che non “bastano” per tutti. E si genera così (nuova) disoccupazione. Il Paese che sogniamo è un Paese che avrà bisogno di più forza lavoro a quei livelli, che sono i livelli dei mestieri intellettuali. Ma un’Italia che ritorni grande da un lato non può, e dall’altro non deve, immaginare che siano gli unici lavori possibili. Nel nostro nuovo Rinascimento le persone non vengono giudicate per il mestiere che fanno, ma per l’intelligenza, la cultura, la saggezza che sanno esprimere. La cultura deve tornare ad essere il nostro ossigeno. E tutti devono (potervi) accedere. La televisione è, in questo senso, un grande strumento di democrazia. E l’università deve continuare ad essere una possibilità per tutti. Ma deve cessare di essere una necessità sociale. Oggi chi sceglie di fare lavori cosiddetti “umili” (proprio per questo) è umiliato. E allora il percorso universitario cessa di essere una scelta e diventa un obbligo (sociale). Questo intasa il sistema, genera sprechi, disoccupazione e frustrazione. Il Paese è diviso in due non solo economicamente, ma anche socialmente, (entrambe le cose) perché culturalmente. Il nuovo Rinascimento italiano ha bisogno di artigiani, tecnici, impiegati, operai che facciano con cultura il loro lavoro, portando un valore aggiunto. Per questo è necessaria una (sotto)rivoluzione culturale (anche da questo punto di vista), che riduca lo spazio della cultura competitiva interna e proietti tutti verso l’obiettivo comune di rifare grande questo Paese. Tutti devono essere coinvolti. E da ciascuna postazione, qualunque essa sia, ciascuno di noi è decisivo per il nostro nuovo Rinascimento. Tutto questo genererà migliori condizioni economiche di settore e complessive, e ridurrà le differenze – grazie alla riduzione delle differenze culturali, che avranno non cancellato ma riconosciuto e valorizzato le differenze sociali (ma nel senso non delle diverse condizioni, ma della qualità nel senso della varietà del proprio ruolo). In sintesi: una nuova cultura sociale, che valorizzi la persona e il suo impegno a prescindere dal filone nel quale questo viene espresso. La rivoluzione culturale, che (ri)faccia della cultura il nostro ossigeno. Un riequilibrio del nostro mercato del lavoro. E il Paese è pronto a dispiegare le vele. (M. Patr.). Read more

Quella di Marchionne utile provocazione Anche se viene dal ‘pulpito’ meno adatto Forze politicosociali rispondano creando Lerner: “I nostri operai sono i più poveri” NELLA FOTO, L’AD: ‘Ora vieni avanti Italia’

ottobre 25, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’ad Fiat ha detto che il Lingotto vivrebbe meglio senza (e quindi fuori) dall’Italia. Purtroppo è un dato di realtà. La reazione da avere non è dunque quella dell’arroccamento (auto)difensivo, ma raccogliere una sfida utile, anzi, necessaria per il Paese. Le sferzate di Marchionne fanno male, ma è un male costruttivo: l’Italia ha bisogno di ripartire, ora, o per farlo bisognerà aspettare il disastro dopo il quale non si potrà però tornare laddove oggi possiamo tornare, al posto che ci compete nel mondo, alla guida della civiltà. Approfittiamo del male sulle mani che devono ricostruire il nostro grande Paese provocato dalle vergate di Marchionne per sentire quel prurito necessario a rimetterci subito al lavoro. Che poi la Fiat debba tutto all’Italia è un altro dato di realtà che meriterebbe maggiore riconoscenza in un momento nel quale non avessimo terreno da recuperare; oggi lamentarsi per la memoria corta di Marchionne da questo punto di vista significa fare polemica autoreferenziale. A noi non importa dell’ad Fiat; a noi importa dell’Italia. E per l’Italia è giunto effettivamente il momento di muoversi. Come dice tra le righe il canadese. Non è un caso, come scrisse il professor Gaggero, che gli stimoli vengano da persone che non condividono (del tutto) la nostra eredità storica e culturale: dobbiamo liberarci e metterci nella condizione di ragionare come lui. Naturalmente la soluzione non è portare la Fiat fuori dall’Italia; è far sì che l’Italia sia il luogo nel quale tutti vogliono portare le loro Fiat. Ma non perché qui le condizioni minime fossero veramente minime; ma perché questo è un luogo che ribolle di (nuova) cultura, che funziona, e nel quale investire conviene. Perché il Paese investe su di te. Sul futuro. Forza, Italia. E’ più critico con Ser- gio (Marchionne) il conduttore de L’Infedele: eccolo. Read more

***Diario politico***
COMINCIA IL TEMPO DELLO SVILUPPO (?)
di GINEVRA BAFFIGO

ottobre 14, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. Nel grande racconto della nostra vicedirettrice vediamo come il ministro dell’Economia sia pronto a passare alla “fase-2″: dopo avere tenuto in sicurezza (?) i conti, con la nuova Finanziaria licenziata giovedì dal Cdm si comincia a spingere il Paese alla crescita (?). Ma è difficile scindere i due momenti (Galan: «Questa finanziaria è un disastro: non ci sono soldi». Appunto), anche se l’Europa chiede prima stabilità e poi investimenti per lo sviluppo; del resto le brevi ripartenze avute negli ultimi quindici anni – spiace dirlo in nome della nostra equidistanza, ma i dati dicono che ciò sia avvenuto sempre e solo in coincidenza con gli anni di governo di Romano Prodi – sono sempre state caratterizzate da una politica economica che prevedeva un tempo solo (due per ciò che riguardava quella redistribuzione che le frange più estreme, a sinistra, della maggioranza che sosteneva Prodi chiedevano prioritariamente, e sulla cui mancata realizzazione nei primi mesi di esecutivo si è probabilmente giocata, davvero, l’esperienza del Prodi II). Tremonti appare come un apprendista, che dopo avere fatto lo stregone nelle tre precedenti occasioni in cui si è trovato alla guida della nostra economia si è deciso – anche impossibilitato a fare altro visto che c’era, e c’è tutt’ora, il rischio-default, oltre a quello di un’accelerazione definitiva nel declino, come abbiamo scritto ripetutamente in queste settimane – a fare le cose per il bene dell’Italia o quanto meno non (indirettamente) per il suo male, solo che questo richiede un’abilità – e impone anche delle difficoltà – che il ministro non era abituato a mettere in campo – a fronteggiare – Ma gli va riconosciuta una responsabilità che nel deserto di una parte della nostra politica autoreferenziale di oggi brilla come un’oasi in una notte di luna piena. Il giornale della politica italiana ha già indicato la strada per la ripresa. Le chiose di Tremonti a ciò che rappresenta il cuore della nostra “proposta” – la cultura. Giulio: «Non dà da mangiare» – lasciano dubitare che il ministro possa condividere e fare proprie le nostre istanze. Di certo c’è bisogno di rilanciare (come al ministro hanno fatto “capire” anche le sollecitazioni, da ultimo, di Montezemolo). Ora. O (quasi) mai più. Il racconto, come detto, all’interno, di Ginevra Baffigo. Read more

Ecco a che punto (non) siamo arrivati (?) Crescita zero, +9% debito/Pil, il 10% ha 45 Se ne esce solo rifacendo grande l’Italia

ottobre 12, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ovvero avendo l’ambizione e la capacità di impostare una «revisione», come la chiama Attilio Ievolella nel pezzo che state per leggere, o per meglio dire una rivoluzione che consista nell’impostazione di un nuovo sistema-Paese. Non, più investimenti e stimoli là dove sia necessario, ma un completo ribaltamento di piano per cui la scuola, l’università e la ricerca divengano il perno su cui far ruotare l’obiettivo-innovazione e quindi lo sviluppo. Accanto ad una «renovazione» culturale da ottenere sia attraverso la formazione tout court sia dando valore finalmente a quel grande strumento educativo (potenziale) rappresentato dalla televisione. Un’Italia che studia, che pensa, che riscopre i valori è un’Italia che libera le proprie energie e risveglia le proprie risorse, e – poiché il talento è tra i più grandi del mondo – torna grande. Ma bisogna fare presto. Subito. Ancora un po’ e sarà troppo tardi. (Quasi) definitivamente. Ecco perché. Read more

Oggi è dunque nato nuovo partito di Fini ‘Ora il patto di legislatura per continuare’ Ecco il racconto della svolta di Mirabello

settembre 5, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Pochi minu- ti dopo la conclu- sione del discorso di Mirabello, il giornale della politica italiana assolve al proprio compito di riferimento numero uno per l’informazione sulla nostra politica raccontandovi per primo, e più ampiamente di ogni altro – vedrete – l’intervento pubblico che riapre ufficialmente la stagione della politica italiana e segna l’inizio di una (possibile) nuova fase per il governo: una fase in cui la maggioranza non è più composta soltanto da Pdl e Lega ma, definitivamente, anche da una terza forza, con la quale l’asse Berlusconi-Bossi dovrà discutere e mediare. Una forza, Futuro e Libertà per l’Italia, che, come dice lo stesso presidente della Camera, anticipa quello che dovrà essere il futuro, appunto, della destra italiana “dopo la transizione”: il futuro di una destra liberale, della quale Fini aveva già tratteggiato i contorni il giorno, chiave, della direzione nazionale del Pdl e della quale oggi propone, sostanzialmente, il manifesto. Una destra nella quale “non c’è eresia perché non c’è ortodossia”, che dice sì a maggiori garanzie per la nostra politica rispetto alla magistratura (che va però riconosciuta come ”uno dei capisaldi della nostra democrazia”) e no, contemporaneamente, alle leggi ad personam; che chiede al governo di fare davvero le riforme a cominciare dal federalismo e senza dimenticare l’economia, un’economia che sia (ri)fondata sull’etica del lavoro senza disdegnare di aiutare i più deboli. La grande destra europea del futuro che grazie al presidente della Camera potremo forse avere, un giorno, anche in Italia. Per il momento, comincia (?) la fase due del governo. Ci racconta tutto, Carmine Finelli. Read more

L’INTERVENTO
I primi passi del ‘Tea party’ italiano
di SABA GIULIA ZECCHI

agosto 18, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Attualità, certo, ma anche riflessioni e approfondimenti in un’ottica che guarda non solo all’oggi ma anche al domani. Questo è il giornale della politica italiana. Così, dopo aver seguito la nascita del ‘Tea Party’ italiano, che invoca più mercato e meno Stato, ora ne registriamo i primi passi compiuti, con un intervento di una delle fondatrici, Saba Giulia Zecchi. Leggiamo

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Diario politico. Lo show (?) di Berlusconi ‘Non ho nessun potere. Come Mussolini In mattinata l’imbarazzo con Marcegaglia

maggio 27, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana è il giornale dell’onestà e della responsabilità, e (per questo) della politica vera, fatta di cultura politica, visione e scelte concrete per il futuro dell’Italia. E cerchiamo di dare meno spazio possibile al cicaleccio della nostra politica autoreferenziale, che come abbiamo scritto alimenta, a sua volta, questa autoreferenzialità. Al momento di raccontare una giornata come quella di oggi, tuttavia, non possiamo prescindere dalle due uscite del presidente del Consiglio – anche perché hanno un portato di cultura politica, quella almeno del premier, e sono assai significative per capire il momento che stiamo vivendo – al quale dedichiamo (non solo con questo) tutto il Diario di oggi. Berlusconi cita i diari del Duce, identificandosi nel “personaggio”: sorpresa e sconcerto della stampa internazionale – ne parla a margine del vertice Ocse – preoccupazione e polemiche nel nostro Paese. Dove, in mattinata, il presidente del Consiglio aveva vissuto un altro momento imbarazzante. Quello di cui vi diamo conto e che viene reinterpretato da theHand. Il racconto, all’interno, è di Ginevra Baffigo. Read more

Avevamo ragione (ancora una volta) noi Sfatiamo il mito: i conti non erano a posto Tremonti mentiva: la manovra serve a lui Donadi: è andata così. Ma poi il Pd dov’è?

maggio 25, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Gli elogi al ministro dell’Economia sono lo sport nazionale del momento. Praticato da tutta la nostra politica. Centrosinistra compreso. Che, anche responsabilmente, riconosce a Tremonti di avere stretto il cordone della borsa ed evitato il tracollo dei conti. Falso. O meglio: è vero, com’è noto, che il Commercialista ha stretto i cordoni. Un po’. Ma non nel modo necessario. E lo stato dei conti non era – già prima della crisi della Grecia e dell’euro – quello che ci andava raccontando. Tant’è vero che già ad aprile – prima dell’esplosione del bubbone ateniese – trapelavano indiscrezioni su una possibile manovra correttiva, che smentiva la narrazione del ministro sullo stato della nostra economia. Si parlava di 8 miliardi. Ma evidentemente erano stiracchiati pure quelli. Il rischio-default greco e il crollo delle Borse hanno alimentato sì ulteriormente la necessità di mettere in sicurezza il debito. Ma sono solo una concausa. Se volete, la goccia che ha rischiato (rischia) di far traboccare il vaso. Ma anche – come abbiamo scritto ieri – un dono della provvidenza per Tremonti che non sapeva più come uscire dal labirinto e sistemare conti che avrebbero rischiato di rivelarsi fuori controllo quando fosse stato troppo tardi, ovvero con un patatrack. Il giornale della politica italiana lo ha denunciato per primo, ma ora non siamo più soli: il capogruppo dell’Italia dei Valori ci dà ragione. E lo fa, naturalmente, dalle nostre pagine. In tutto questo, la principale forza d’opposizione dov’è? Perché dobbiamo sentire paragonare Tremonti a Padoa Schioppa quando le due realtà sono diverse, se non (ancora) opposte, tanto che lo dimostra il diverso atteggiamento del Paese nei loro confronti (paradossalmente, ovviamente, Padoa Schioppa principale “causa” del crollo di consenso del governo Prodi, insieme alle divisioni – a loro volta anche da lui, dal suo rigore, a torto provocate – della coalizione e Tremonti che, come proprio noi stessi abbiamo scritto, dimostrando ancora una volta la nostra assoluta libertà e onestà, che ci consentono – e anzi, ci impongono il dovere – di scrivere bene e male di checchessia e chicchessia senza guardare in faccia a nessuno e anche della stessa persona quando la figura, l’azione presentano luci e ombre, è invece schizzato nell’indicatore della fiducia suscitata negli italiani), senza che dal Pd venga (anzi…) una sola parola? Noi, intanto, continuiamo a fare il nostro lavoro, insistendo sulle contraddizioni di (tutta) la politica italiana. Donadi allora, sulla nostra denuncia. Read more

Se oggi siamo tutti nelle mani di Tremonti Prodi: “Non ho accesso ai dati di bilancio il ministro li sta tenendo ben nascosti…” Manovra da 25 mld prescinde da mercati Torniamo a chiedere: come sono i conti?

maggio 19, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Una misura del capo del dicastero di via XX settembre passata (quasi) sotto silenzio è l’internalizzazione degli osservatori sui conti stessi: ovvero ora è il ministero dell’Economia, solo, che produce e monitora, e quindi conosce, il reale stato del bilancio pubblico. In Grecia una condizione di questo tipo è stata la premessa perché il governo potesse falsificare i conti al momento della richiesta di ingresso in Europa, così che l’Unione si trovò a considerare in una situazione economica accettabile un Paese che in realtà era già molto più avanti sulla strada della bancarotta, e che a (veri) numeri dichiarati non avrebbe potuto entrare nell’euro. La vera causa della crisi di questi giorni che ha messo – e mette – in discussione la tenuta della stessa moneta unica e che ha suggerito agli altri Paesi manovre di stabilizzazione dei loro bilanci nel contenimento della crescita del debito. Quella manovra che anche l’Italia si appresta a fare, ma solo per una piccola quota a questo scopo: un’altra notizia passata inosservata è che Tremonti è stato abilissimo a cogliere al balzo la palla (è proprio il caso di dirlo?) delle strette degli altri governi europei e del timore per un possibile (rischio-)default per compiere quella nuova finanziaria di aggiustamento che qualcuno aveva lasciato trapelare si sarebbe dovuta fare, a giugno, e che Tremonti stesso aveva smentito. E che era annunciata di dimensione ben inferiore (si parlava di 8 miliardi) a questa di 25 che ora ci stiamo preparando a “subire”. “Subire” perché è evidentemente necessaria per rimettere in sicurezza il bilancio. Ma a prescindere da eventi di questi ultimi tempi che non hanno (ancora) provocato grossi danni. Se si mette questo a sistema con la prima notizia, ovvero la mancanza di trasparenza – come denunciava, ieri sera a Otto e mezzo, anche l’ex presidente del Consiglio – non si può che giungere alla conclusione che Tremonti non la diceva giusta sullo stato dei conti, che ora verranno sistemati, sì, ma a prezzo di gravi sacrifici per tutti gli italiani. Sacrifici che chi sarà costretto a subire si disporrà a sopportare per il bene proprio e del Paese, del quale è parte integrante e dalla cui tenuta dipende anche la sua condizione, com’è giusto e necessario che sia in un Paese che appartenga ai cittadini che dunque hanno la responsabilità di condurlo avanti, anche sostenendo economicamente ciò che le istituzioni e gli apparati del loro stesso Stato fanno per ciascuno di essi, cioè di noi. E che tuttavia inducono ad una richiesta: ministro Tremonti, ci dica la verità sullo stato dei conti. Soprattutto ora. Il governo ha altri tre anni di legislatura, nei quali, pure fatto questo aggiustamento, può accadere di tutto. E’ necessario, perché tutti quanti possiamo contribuire a governare (anche) la nostra economia, ovvero a parteciparvi responsabilmente, chi come “esperto”, chi come cittadino, che conosciamo esattamente il nostro stato di salute. Non lo tenga per sé ministro Tremonti. Il Paese oggi è nelle sue mani – e lo vedremo meglio anche con il prossimo servizio – ma è bene che non lo tenga (tutto) per sé. O rischiamo di perderlo. Tutti. In tutti i sensi. Il servizio su cosa è accaduto in Grecia proprio per via della falsifica- zione dei conti, all’interno, è di Stefano Catone. 

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Conti pubblici, dobbiamo preoccuparci(?) Sul loro vero stato un velo di ambiguità Ora Tremonti dica come stanno le cose Donadi: ‘Governo riferisca in Parlamento’

aprile 9, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana crede nell’onestà e nella responsabilità, e poiché non ha senso “avere” valori che poi non si tengono come punti di riferimento effettivi, assume su di sé entrambi. Ed è onestamente e responsabilmente che il Politico.it segnala il “mistero” – con qualche fessura attraverso cui passa una luce tenue, pallida, malata, altrimenti non potremmo essere qui a parlarne – che copre, a questo punto, i conti dello Stato. Ogni volta che qualcosa riesce ad emergere – come per le rilevazioni Istat, o come nel caso delle indiscrezioni, anche se smentite dal ministro dell’Economia, su una “manovrina” di ripianamento di un buco di bilancio di 4-5 miliardi che sarebbe in cantiere per giugno – la percezione è che qualcosa non vada e, comunque, che tra il racconto che viene fatto dal governo e il reale stato della nostra economia ci sia una forte discrepanza. Ma, attenzione: in questo caso non è solo un problema di (mancanza di) onestà o di propaganda. E’ un problema di responsabilità: perché la trasparenza dei conti, oltre ad essere un requisito fondamentale per “stare” sui mercati con qualche sicurezza (per noi e per loro), è anche la condizione affinché tutti si possa contribuire ad una corretta gestione e non ci si ritrovi poi, tra qualche mese, con una brutta sorpresa. Conosciamo le cattive condizioni diremmo “strutturali” dei nostri conti, ma proprio per questo i rischi sono grandi e devono essere evitati attraverso un sano rapporto (in tutti i sensi) con l’opinione pubblica, oltre che con le altre parti della nostra politica che, anche, la dovrebbero tradurre e guidare. Insomma ministro Tremonti, questo non è il comparto (e il momento) sul quale giocare con la comunicazione, della quale lei è abile interprete al pari del presidente Berlusconi: faccia un passo indietro e dica come stanno davvero le cose. Prima che sia troppo tardi. Ma qual è il parere del centrosinistra – o meglio l’Ita- lia dei Valori: il Pd, ancora una volta, dov’è? – Lo sco- priamo con questo intervento di Massimo Donadi. Read more

Diario politico. La “visione” del governo Una risposta a Pd: incentivi per la ripresa Ma se gli investimenti non hanno sbocco Dimenticati del tutto ricerca e così futuro

marzo 20, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma è di Ginevra Baffigo. Il giornale della politica italiana ha saputo anticipare, ogni volta, ciò sarebbe accaduto di lì a poco (e non solo) nella nostra politica. L’altra notte abbiamo richiamato le nostre previsioni sulla resa nei conti nel Pdl che si è poi puntualmente verificata (anche se prima del tempo). Qualche Diario prima avevamo colto che la riforma della giustizia diventava (insieme allo specifico del blocco alle intercettazioni) la nuova priorità del presidente del Consiglio, in quanto era proprio la giustizia italiana l’ultimo vero baluardo di legalità nel nostro Paese, e andava – andrà; ovviamente dal punto di vista – fermata e smantellata. E avevamo scritto che i tre anni senza elezioni avrebbero favorito questo progetto del premier. Oggi arriva la conferma: «Ce ne occuperemo di qui al 2013. Perché questa giustizia minaccia la democrazia», ovvero la sua (totale, a dispetto delle regole) libertà. E domani riprenderemo il nostro filone su dove va la politica italiana dal punto di vista del sistema istituzionale e delle sue riforme per raccontarvi della posizione del Pd di fronte a quello che – come sostiene ormai da tempo Eugenio Scalfari – è l’obiettivo di fondo di Berlusconi, che è tornato a ribadirlo oggi: il presidenzialismo a fronte, per di più, di una riduzione dei poteri di controllo. Ovvero una vera e propria piccola svolta autoritaria per la via democratica (fino ad un certo punto) delle riforme. Pietro Salvatori ci racconterà come si pone rispetto a questo l’opposizione. Ma il tema che vi proponiamo stasera è quello di cui leggerete di meno su tutti gli altri grandi quotidiani, eppure è il vero tema centrale e decisivo per il futuro dell’Italia: il governo ha varato oggi un piano di incentivi che dà seguito al dibattito parlamentare sulla crisi e risponde alle sollecitazioni di Bersani, e soprattutto all’esigenza del Paese di interventi per contenere gli effetti della congiuntura negativa e favorire la ripresa (più veloce possibile). Dunque un fatto di per sé positivo. I problemi sono due; uno (relativamente) più piccolo e comunque legato (anche) a difficoltà “esterne” e uno capitale. Il primo è che i soldi sono pochi e l’esecutivo ha fatto poco per ricavarne degli altri; dunque quale che fosse stata la destinazione decisa da Tremonti e Scajola l’intervento avrebbe avuto un impatto molto limitato. Ma pure in questa chiave, era importante intervenire in modo tale che tutto questo costituisse l’inizio di un percorso e le risorse messe in campo cominciassero (o, per una parte, continuassero) ad alimentare, in buona sostanza, gli sforzi di innovazione delle nostre imprese attraverso la ricerca. Invece le risorse a disposizione in questo senso sono diminuite. «Il governo le ripristini al più presto per garantire quelle imprese che hanno già realizzato gli investimenti in innovazione necessari al superamento della difficile congiuntura economica», incalza Emma Marcega- glia. E anche il segretario del Pd spinge su questo tasto: «Gli incentivi del governo non sono ciò che serve al Paese. C’è bisogno di aiutare l’innovazione e l’internazionalizzazione». Il racconto, all’interno, di Ginevra Baffigo.

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Ma i segnali peggiori vengono dalla crisi Ecco tutti gli effetti di autoreferenzialità E’ necessario cominciare a dare risposte

marzo 12, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

E dopo il focus sul fatto del giorno torniamo per qualche mezzora lungo il filo della nostra narrazione cominciata ieri. La politica italiana – e in particolare la sua destra – dicevamo nel Dario politico di ieri sera, si trova a dover scegliere se vuole assomigliare più a Fini o più a Berlusconi. Se vuole tornare ad essere se stessa e a fare (appunto) politica oppure trattare solo ciò che serve alla sua (o, meglio, dei “protagonisti” del momento della nostra politica) sopravvivenza. Franco Laratta ci ha dimostrato che i crismi dell’autoreferenzialità si vedono nei numeri dei lavori parlamentari: tutto esaurito alla Camera per il voto sul legittimo impedimento (ovvero sul provvedimento che risolve – temporaneamente – i problemi giudiziari del premier) con gran sfoggio di presenza a destra e sui banchi del governo; aula semivuota il giorno dopo quando si votava l’istituzione, voluta – beninteso – dal governo (e in particolare da Maroni) dell’Agenzia nazionale per la confisca dei beni mafiosi. Ora scopriamo – nostro malgrado – per chi ancora non lo avesse verificato, che la crisi che Berlusconi dice non esserci o essere in via di risoluzione invece c’è, e anche se non dipende da un atto del governo è inevitabilmente un (altro/i) atto del governo che può contribuire a risolverla o, meglio, limitarne gli effetti (o le ripercussioni) e ridurre i tempi della sua contrazione fino alla ripresa (totale). Riguarda la vita – reale – di tutti gli italiani ed è qui che la nostra politica (e in particolare una sua parte) mostra la sua (irresponsabile, per una volta lasciateci essere netti) autoreferenzialità: di fronte a – come vedremo – una crescita incomparabile di difficoltà nella vita di tutti i giorni per gli italiani non è concepibile che anche solo si abbia voglia di occuparsi di altro. Perché la nostra politica è, quello: governare e dare un futuro a questo (grande) Paese. Dario Ballini ci presenta i dati. Un’avvertenza: il quadro che esce è molto cupo. Ci serve a prendere coscienza – se ce ne fosse ancora bisogno – che i problemi ci sono. Dopo di che, ci sono tutti i margini – se ci rimbocchiamo le maniche – per uscirne in modo serio, e utile a tutti. Tutti coloro che già soffrono. E a cui è “dedicata” questa “ditata nell’occhio” che il Politico.it, coscien- temente, responsabilmente, contestualizzandola, propone ai propri lettori affinché (ci) si possa, tutti in- sieme, scuotere (la politica italiana). Sentiamo. Read more

Conti pubblici, per fortuna Tremonti c’è Grecia in bancarotta, Italia pure a rischio

febbraio 24, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il ministro dell’Economia ha, come altri, molte responsabilità (tra cui, secondo il centrosinistra, una passività deleteria di fronte alla crisi specie per le fasce deboli che già ne risentono, per usare un eufemismo) ma è certo che in questa legislatura il suo atteggiamento (rispetto al bilancio) abbia svoltato rispetto ad un passato nel quale Tremonti era stato tentato da una gestione meno accorta che rischiava di portarci (prima) sulla strada sulla quale, purtroppo, sono finite in Sudamerica l’Argentina e oggi, in Europa, la Grecia. Ad Atene è stato il giorno dello sciopero generale, una serrata totale voluta dai sindacati per protestare contro le politiche di austerità decise dal governo socialista di Papandreu. In una situazione come quella greca, così come per la crisi economica globale, è inevitabile che i primi a pagare il conto siano i più deboli (e naturalmente è doveroso prevedere delle compensazioni), e d’altra parte il salvataggio del Paese è una necessità che riguarda tutti. La nostra Désirée Rosadi ci racconta cosa sta avvenendo nella culla della civiltà europea.
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Il commento. Mi dispiace ma l’economia va male di Gad Lerner

febbraio 4, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana è stato tra i pochi a mettere ordine in una ridda di annunci e dichiara- zioni che, in questi mesi, hanno sostenuto tutto e il contrario di tutto. Lo ha fatto con un pezzo di Luca Lena (La recessione è finita”. “Ma no, continua” Come stanno davvero le cose sulla crisi, 12 novembre) ed uno di Paolo Panzacchi (Crisi, adesso è stallo. Urge un’iniezione di fiducia (concreta): ma governo dov’è?, 28 gennaio). Consapevole, naturalmente, che il “velo pietoso” calato sullo stato dell’economia mondiale aveva anche la funzione di favorire, però psicologicamente, in mancanza di iniziative concrete di accompagnamento, una possibile ripresa. Oggi un altro crollo delle Borse (Milano -3,45), che tocca anche Wall Street. Il conduttore de L’Infedele commenta in tempo reale per il giornale della politica italiana spiegandoci appunto che la situazione è quella che si può temere, ovvero di una difficoltà persistente, al di là di qualsiasi velo. In tempo reale, dunque, l’ex direttore del Tg1. Solo su il Politico.it. Sentiamo. Read more

L’intervento. Ma nel Lazio c’è il reddito minimo di Marianna Madia

gennaio 28, 2010 by Redazione · 1 Comment 

Il giornale della politica italiana è un punto di riferimento e uno strumento di lavoro della nostra politica. Insieme agli altri grandi quotidiani, a cominciare da Repubblica e Corriere, certo. Ma è su il Politico.it che la politica italiana sceglie più frequentemente di intervenire. La giovane economista eletta nel 2008 alla Camera con il Partito Democratico ci consegna, praticamente in diretta – letto il servizio sulla crisi – questo focus, tutto politico, sull’isola felice rappresentata dalla Regione (già) di Marrazzo che offre ai lavoratori che perdono il posto un servizio essenziale introdotto nei primi mesi del 2009 dal vituperato governatore costretto alle dimis- sioni. 20mila disoccupati, scrive Madia, usufruiran- no di questo strumento. Sentiamo. Read more

Crisi, adesso è stallo. Urge un’iniezione di fiducia (concreta): ma governo dov’è?

gennaio 28, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Contro la politica (confusa) degli annunci che dicono tutto e il contrario di tutto, nella speranza di infondere (immaterialmente, sul piano psicologico) una fiducia che non basta, il giornale della politica italiana fa oggi il punto (vero) sullo stato della crisi. I dati parlano di una ripresa lieve che non consente di recuperare condizioni e posizioni perdute. Gli operatori confidano in un intervento della politica italiana che però, dopo aver battuto un colpo (bene) quando la crisi si manifestò, latita. E la risposta ideale sarebbe (oltre) rifondare un nuovo welfare state. Ci racconta tutto Paolo Panzacchi. Read more

Continua scontro tra Tremonti e Brunetta Renato: “Io sono un economista, lui no”

novembre 25, 2009 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nuova puntata del confronto a distanza (e non solo) tra i due ministri. «Nel rigore si può fare sviluppo», dice il responsabile della Pubblica amministrazione. Frattini stigmatizza: «Meglio non discutere sui giornali». E il pensiero immediato è alla litigiosità dell’ultimo Governo Prodi e alla fine ingloriosa che fece quell’esperienza, anche e soprattutto nell’opinione pubblica. Il servizio. Read more

“Recessione è finita”. “Ma no, continua” Come stanno davvero le cose sulla crisi

novembre 12, 2009 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad un florilegio di dichiarazioni più o meno autorevoli su come stesse andando la crisi economica. Affermazioni decontestualizzate che annunciavano spesso cose diverse. Nel giorno in cui anche la Bce prevede un ritorno alla crescita nella seconda metà del 2010, ma lancia l’allarme-disoccupazione, il giornale della politica italiana cerca di mettere ordine tra i dati e gli annunci, per definire un quadro chiaro. E la sensazione, alla fine, è che non tutti sappiano che pesci pigliare e che si punti sulla persuasione. Read more

Diario politico. La strana (ma non troppo) coppia Tremonti-Fini per il Mezzogiorno

novembre 2, 2009 by Redazione · Commenti disabilitati 

Preparatevi ad un’altra grande giornata insieme al vostro giornale. Un giornale giovane ed efficace, e contemporaneamente di qualità, che mira a fare e promuovere cultura. Prendete questo Diario, ad esempio. In una prima domenica di novembre piuttosto tranquilla per la politica italiana, la nostra Ginevra Baffigo ha selezionato per noi tre notizie-spunto che alimentano il dibattito e la riflessione. La prima: il ministro dell’Economia e il presidente della Camera, voci autorevoli di uno schieramento di centrodestra proiettato verso la modernità e l’Europa, ma anche competitors possibili per la successione del presidente del Consiglio, uniti per trovare soluzioni a favore della parte più povera, ma (anche per questo) dalle maggiori potenzialità, vista la ricchezza (per contro) del suo capitale umano e della sua cultura, oltre che di una spettacolare collocazione geografica al centro del Mediterraneo e quindi di uno dei possibili fulcri (di nuovo) del mondo del futuro, a favore di questa parte, dicevamo, del nostro Paese. La seconda notizia è la proposta del membro di centrodestra della Corte Costituzionale Paolo Maria Napolitano dell’introduzione del diritto alla ”dissenting opinion” per il giudice in disaccordo con il resto della Consulta: “un’operazione-trasparenza” subito appoggiata dalla maggioranza con Pecorella. Infine, la commemorazione dei caduti Partigiani a Milano e il duro attacco di monsignor Gianfranco Bottoni all’esecutivo, accusato di determinare una «morte lenta e indolore della democrazia». Il racconto. Read more

Diario politico. Bossi: ‘Giulio vicepremier’ Bersani: ‘Si cominci ad affrontare la crisi’

ottobre 26, 2009 by Redazione · Commenti disabilitati 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, stasera, è di Ginevra Baffigo. La nota più autorevole, letta, approfondita. La nota politica del giornale della politica italiana. Cinque temi, due di maggioranza, due di opposizione, più il caso Marrazzo. Il leader della Lega spinge per la nomina del ministro dell’Economia, contro la quale si schiera però tutto il Pdl. Che – secondo punto – sostiene la linea “rigore più sviluppo” del premier, che dovrebbe prevedere la riduzione delle tasse, anche in chiave elettorale. Rutelli che settimane fa confida un’intenzione di andar via dal Partito Democratico che viene svelata oggi con una tempistica che non piace all’ex leader Dl da Bruno Vespa, che aveva raccolto la dichiarazione per il suo nuovo libro. Bersani, dal canto suo, fa la sua prima uscita a Prato, tra gli artigiani nel pieno della crisi economica, e invita il Governo «a venire in Parlamento a confrontarsi su questo, finalmente». Infine, il programma per le dimissioni del presidente della Regione Lazio, che dovrebbe lasciare a metà novembre. Il racconto. Read more

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