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Questa non è una “riforma” (?) del lavoro. Ma (soltanto) l’abolizione dell’art. 18 di M. Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Caro (?) Bersani, ma (mo’) che stai a fa’? Questa non è una “riforma”(?) del lavoro Questa è (“soltanto”) abolizione di art. 18 E Berlusconi raggiunge obiettivo del ’94 Il Pd (il Pigi) invece tradisce se stesso(?) E soprattutto milioni di cittadini “deboli”

di MATTEO PATRONE

Il segretario di se stesso – e della politica politicante – dà il placet del “partito dei lavoratori” alla non-riforma che riporta i dipendenti ad una condizione di “schiavitù” (professionale. Ma, a salire (?), anche esistenziale) pre-novecentesca da quelli che tornano a tutti gli effetti ad essere i (loro) padroni. Gli ammortizzatori sociali, che entreranno a regime solo più in là e che al primo colpo di vento (di – nuova; o, in questo modo, rinnovata e amplificata – crisi: perché parliamo, (noi) sempre, di quella delle persone) saranno rimessi in discussione per la propria insostenibilità economica, sono solo uno specchietto per le allodole che, di concreto, migliora solo un po’ il progetto di (peggior) liberismo immaginato e cominciato ad attuare dal predecessore di Monti nel 2001: via il contratto selvaggio, e questo è un bene; dentro comunque una forma di ammortizzazione nel totem del licenziamento – a sua volta – selvaggio, e anche questo è un bene; ma si tratta del minimo (sindacale – ?) in un Paese che fa della propria coesione uno dei principali fattori di tenuta nonostante l’assenza della Politica dalla scena – quando non torna per fare danni – da trent’anni a questa parte, e che ora rischia di non avere più nemmeno questo. Ma i deputati del Pd – e non del Pigi – che conservano ancora un minimo di pathos – di partecipazione. Ai destini delle persone. Quella dall’alto al basso che rende Alta la Politica; che la mette al (reale) servizio del Paese e non degli interessi (particolari) – abbiano un sussulto di orgoglio e di dignità e dicano no a questo passaggio che non ri-genererà alcunché, se non il senso di onnipotenza di una classe imprenditoriale che faticosamente avevamo avvicinato (unito) a quella “operaia”, e che ora tornerà sulle barricate di una (dura) lotta di classe. Ha vinto Marchionne. Ha perso tutta la tradizione della sinistra dal Risorgimento ad oggi. Per ora. Sarà anche un modo per dire no a questo segretario di se stesso che mette a repentaglio un secolo di conquiste da lui stesso ideologicamente sbandierate come la linea del Piave del suo partito (?) democratico (???), al fine della propria, sola sopravvivenza politica. Una “carriera”, come la chiama il suo amico Casini. E non un servizio (civile). E’ incivile che il partito democratico dica sì a questa non-riforma. E anche – è ora di dirlo – che tre esponenti di aree di opinione e di sensibilità che la pensano all’opposto possano trovarsi d’accordo sugli stessi provvedimenti. Il giornale della politica italiana per primo ha preconizzato – e predicato – la fine della destra e della sinistra; ma non in nome del ritorno al consociativismo. Unità degli italiani, e non dei politicanti. Per difendere l’Italia, e non loro medesimi. Se l’abc della politica (è proprio il caso di chiamarlo – elementarmente – così, nella definizione – non sa nemmeno lui quanto – geniale data da Francesco Verderami) va tanto d’accordo o c’è qualcosa che non va nei contenuti (?) o c’è qualcosa che non va nelle prime tre lettere dell’alfabeto. Ma se la a e la c centrano oggi (tutti) i loro obiettivi, la (serie) b della politica politicante non si capirebbe altrimenti (se non avessimo isolato il germe dell’autoreferenzialità della politica) che cosa avrebbe da sollecitare le parti sociali a sottoscrivere questo accordo che rinnova il conflitto di interessi del governo Monti (le norme per la gratuità dei conti per le persone anziane, pure benedette, sono una foglia di fico dietro la quale si consuma il rapporto “osceno” – è soltanto una metafora: rimettete in tasca le querele - tra il presidente del Consiglio e i poteri forti), e prende in giro gli italiani. Anche perché tutto questo, come abbiamo scritto ieri , non rigenererà alcuna (?) crescita: un po’ di crescita ci sarà forse per quel che riguarda la domanda interna, come rileva oggi sul Corriere il prof. Liebman, ma sarà ben presto azzoppata quando gli ammortizzatori (che si chiamano “sociali” ma durano solo qualche mensilità) finiranno (del tutto?) e la disoccupazione delle/ nelle famiglie (oggi protette) schizzerà alle stelle. Un maggiore (?) ingresso dei giovani nel “mercato” (!) imprimerà una (piccola) spinta, vanificata però dalla (stessa – ?) precarizzazione. Tutto questo senza riaprire alcuna prospettiva: dove andiamo, con questo gol della destra americana e dei mercati, se non (“solo”) a rimettere a posto i conti di imprese che – senza un ulteriore stimolo-motivazione, quale avrebbe potuto essere (sarà) reimpostare il sistema produttivo nel senso dell’innovazione, con la formazione ad assicurare la continuità dell’occupazione, a dare sostenibilità e produttività alle stesse indennità (strettamente legate alla partecipazione alla formazione) divenute in questo modo un investimento nel futuro, e alla libertà di licenziare un senso e non solo un (plus)valore – penseranno, in piena crisi e recessione, a tirare i remi in barca a discapito dei soli dipendenti? Berlusconi, intanto, festeggia il suo ultimo successo: fuori da palazzo Chigi, per interposto Monti, è riuscito a compier quella rivoluzione (il)liberale che prometteva dal ’94 e che lui non era capace di mettere in atto. E’ il suo ultimo capolavoro: peccato (per lui) che non si sia accorto prima che da Arcore avrebbe potuto tirare le leve del potere con ancora maggiore facilità. Anzi no, prima non era possibile: lo è diventato da quando il principale partito del centrosinistra – il, centrosinistra – ha Bersani alla propria “guida” (?). Il “peggior segretario della sinistra berlusconiana degli ultimi quindici anni”, abbiamo scritto questa estate. Non sapevamo neppure noi quanto avevamo visto giusto. Matteo Patrone

(16 marzo 2012)

***Il futuro dell’Italia***
VENDOLA E DI PIETRO? ENTRINO NEL PD

luglio 20, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Le elezioni si avvicinano. Nel centro-centrosinistra partono i veti incrociati: “mai con Casini”, dice Vendola; “siamo noi che non vogliamo”, risponde Casini. E i Democratici (o almeno Finocchiaro): “Con chi attacca il Quirinale (Di Pietro) il discorso-alleanze è chiuso”. Ma se la legge elettorale – com’è probabile – resterà la stessa (ma anche in caso contrario), verso altrettanto probabili (a questo punto) elezioni anticipate, e l’alleanza con l’Udc – per quanto mal digerita dalla base Pd – eviterebbe il rischio (che in effetti esiste) di un “ricompattamento” dell’area moderata, con ricadute (nella “ghettizzazione” della sinistra così interpretata da Giuliano Amato) di occhettiana memoria capaci di (ri)mettere in discussione una vittoria data per certa dai sondaggi, perché il primo partito italiano – nato per rappresentare tutta l’area progressista – non propone a Idv e Sel (a condizione di accettare naturalmente da subito il principio “una testa un voto”) di confluire dentro se stesso - attraverso proprio il “rito” delle (a questo punto, pure, eventuali) primarie – allargando tutto ciò anche ad associazioni e società civile, come già fatto da Bersani (nell’indicazione dei candidati Democratici al Cda Rai) nell’unico atto riuscito della sua segreteria? Si riunirebbero così finalmente elettori – quelli del centrosinistra “erede” dell’Unione – che la pensano allo stesso modo su tutto, e che da anni chiedono l’unità dei partiti che li rappresentano (e che se fosse raggiunta per una sincera adesione dei loro protagonisti, e non per mero calcolo elettoralistico, porterebbe un valore aggiunto capace di “compensare” l’eventuale “recupero” di un Berlusconi intenzionato a mettere in campo una creatura nuova – o (apparentemente) rinnovata), puntando a (superare – ?) quel 40% che costituisce la soglia di realizzazione del partito a vocazione maggioritaria tratteggiato da Veltroni (che è il Pd nella sua conformazione originale), e disinnescando ad un tempo – assorbendoli dentro di sé – leadership a (persistente) “rischio” di radicalismo e populismo come quelle di Vendola (ormai, da tempo, meno) e Di Pietro. Un Pd forte – che ha bisogno naturalmente di una guida altrettanto forte – bilancerebbe la (pur necessaria) alleanza con Casini (e magari con l’ala più innovativa e onesta e responsabile dei futuristi di Fini) senza rischiare (ovviamente tutto ciò andrebbe centrato sul programma del “partito dell’Italia” e non ridotto a mera operazione politicista) di subire emorragie a sinistra. Sul tema dell’innovazione, da perseguire con la cultura e con la formazione, più potenti (e finora mai utilizzate fino in fondo) leve di eguaglianza e insieme di crescita, sarebbe probabilmente motivato a confluire anche quell’(“altro” – ?) 40% di italiani che da molti anni non vota, e che non vedrebbe l’ora di aderire e sostenere un progetto di (vero) cambiamento. Unica condizione, la disponibilità-determinazione a votare riforme anti-conservatrici e di rottura (col passato; compreso quello clientelare: capito, Casini?), per accettare confluenze ed alleanze, alla quale il Pd non dovrebbe (mai) rinunciare. O tradirà se stesso (e soprattutto il nostro paese). Ecco come, ormai nel settembre 2011 (un anno fa!), nelle settimane dell’incontro di Vasto (foto), il nostro direttore “anticipava” questa stessa “sfida” lanciata ai leader di Italia dei Valori e Sinistra Ecologia e Libertà.
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Fassina? Dice ciò che in molti pensano
NEL PD COVA LA RIBELLIONE (A MONTI E A BERSANI)
di MASSIMO DONADI*

giugno 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Molti Democratici mi avvicinano e mi dicono: non ce la facciamo più a votare provvedimenti che non condividiamo”. E la ragione è molto semplice: il governo Monti è un governo di destra, fedele (o – a volte, sembra – prono) all’ideologia liberista, che prevede la competizione (sfrenata) come unico mantra a vantaggio di “chi (pochi) ce la fa”; ed è completamente indifferente alle istanze delle persone più “deboli”. E tutto questo è semplicemente il contrario di ciò che – serve per uscire dalla crisi e che – la Sinistra è chiamata a mettere in campo. Perché se nell’anno (più acuto) della crisi, la soluzione (?) adottata è rafforzare le misure assunte nello stesso senso – appunto, utile a fare gli interessi degli speculatori; a cui non importa nulla della salvezza dell’Italia! – che ci ha portati nell’attuale situazione – ovvero il laissez faire gli attori economici – o finanziari – in nome di un predominio della (fredda) economia sulla Politica, attraverso la deregulation – è evidente che questa distonia non può essere fatta propria da chi è chiamato a porre rimedio ai danni arrecati dalle ricette (sbagliate) della destra. E infatti nel Pd, scrive il capogruppo alla Camera di Italia dei Valori, sono in tanti a pensarla come il loro responsabile economico: ma non hanno (per ora) lo stesso coraggio (in pubblico: mentre nei corridori di Montecitorio, confidano di non farcela più a votare provvedimenti di questo governo che non condividono). Serve discontinuità, o non ci salveremo. E quanto all’assenza o meno di una prospettiva (alternativa) nella quale muoversi, il giornale della politica italiana – molto ascoltato da una classe dirigente che però, pur riconoscendo la forza e l’autorevolezza di ogni nostra proposta, preferisce far proprie solo quelle che fatti due conti paiono convenirle (come nel caso dell’art. 18; sul quale, pure, alla fine Pigi è riuscito comunque a sentirsi in colpa – con i suoi alleati di governo, non certo con i lavoratori, che pensavate – e a ringraziare per la concessione che la a e la b – e Monti – gli avevano fatto), nel tentativo (disperato) di salvarsi dalla propria (ormai inevitabile, tanto più quanto più insisterà nell’anteporre i propri – presunti – interessi – particolari – al bene del paese) sparizione – mette in campo da mesi le chiavi di un nuovo pensiero forte per la Sinistra: dalla critica del modello (fallimentare: in senso letterale) mercatista della destra, alla definizione di un progetto per far ripartire la crescita, all’indicazione di un orizzonte nuovo per i lavoratori (e i loro rappresentanti). E siccome l’unico scopo della Politica (italiana) è (oggi) salvare l’Italia, ecco che ogni proposta coincide – essenzialmente – con ciò di cui (pensiamo) abbia bisogno (a prescindere da destra e sinistra!) il paese. Perché come l’inefficacia (anzi, la dannosità) delle misure (di destra) assunte da Monti dimostra, e com’è peraltro sempre stato nel corso della Storia, è (inevitabilmente) da Sinistra – ovvero da una reale e disinteressata partecipazione ai destini delle Persone – che si ha la prospettiva (giusta) per fare gli interessi del proprio paese. Per una ragione molto semplice: che la Sinistra agisce per fare il bene di (tutti!) gli italiani – e (dunque) dell’Italia – la Destra, per difendere i privilegi (che Monti dice di voler eliminare, ma che poi reitera: non toccando nemmeno lontanamente gli organismi nei quali sono annidati i figli e gli amici dei potenti, nonostante l’esorbitante – e del tutto infruttuoso! – dispendio di risorse pubbliche; “parificando” la scuola pubblica a quella – delle élites – privata: per poi, magari, un giorno, scoprire che il nuovo governo – di destra – in carica fino al 2018 che la persistenza dell’esecutivo dei tecnici rischia di propiziare, ha introdotto l’obbligo – anche nella scuola dello Stato! – di pagare una retta per poter accedere alle lezioni. Perché questa, è la “logica” – ?) di quei pochi che ce l’hanno (già) fatta (e continuano a farcela, sì, ma a “discapito” di ciascuno di noi. E quindi dell’Italia). di MASSIMO DONADI*

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Se il Corriere (MTM) liscia il pelo a Pigi/Pd E destra (con Monti) continua governare Interessi (particolari) tengono unito il Pdl A sinistra si punta (solo-propria) salvezza Renzi: ‘Per me (così) nessuna solidarietà’ Ma Pd è nato per essere partito dell’Italia E per salvare (sì, ma) nostri connazionali Formazione per innovazione per ripartire

maggio 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Matteo Renzi, accusato – in modo comunque ambiguo e opportunistico; davanti alla giunta del Senato e non dai magistrati – di avere ricevuto 70 delle migliaia di euro che l’ex tesoriere della Margherita Renzo Lusi distribuiva – a suo dire – ad alcuni esponenti del partito, lamenta di non avere ricevuto “la solidarietà di alcun esponente del Pd”. Fatta salva la necessaria prudenza – e premessa, da parte nostra, la totale fiducia nell’estraneità di Matteo – quello che Renzi pone è un problema che va oltre – ovviamente – il singolo caso, e ha una valenza Politica prima ancora che umana e di stile. Oggi, per chi non se ne fosse accorto, il Pd (più Idv, più Sel) è maggioranza schiacciante nel paese. Di fronte alla stessa situazione, ma a parti invertite, i pidiellini avrebbero già staccato la spina al governo e sarebbero corsi ad incassare la cambiale. I Democratici aspettano che Berlusconi risalga nei sondaggi. Per, ancora una volta tafazzianamente, incassare – piuttosto – l’ennesima sconfitta (autoimposta). “Ma Bersani continua a sostrenere Monti per responsabilità nei confronti del paese ancora sottoposto alle turbolenze finanziarie”, dirà qualcuno. Ma perché quello che è nato per essere il “partito dell’Italia”, non dovrebbe considerare più responsabile – anche alla luce della dimostrata inefficacia dell’esecutivo dei tecnici – caricarsi sulle spalle lui, questa nazione, senza dividere l’(ir)responsabilità con chi fino a…ieri, fa ostruzionismo in Parlamento per favorire un singolo cittadino di fronte alla legge? La risposta è la stessa al problema posto da Renzi: il Pd (ovvero la classe dirigente derivata da Ds e Margherita; ma non solo), annichilito dal Cavaliere, ha perso fiducia in se stesso, e in particolare il senso della propria funzione e della propria “missione”. Mentre il Pdl – sia pure per (il)legittimi interessi (particolari) – è compatto intorno ad “un” obiettivo. E’ questo – oltre alla leadership, ora sulla via del tramonto, dell’ex presidente del Consiglio – che spinge i pidiellini a superare ogni veto, ogni tentazione di contrapposizione, ogni divisione (interna e reciproca), per lanciarsi come un sol uomo verso il traguardo. Nel pd, accade esattamente il contrario: privato – allo stesso modo degli italiani! – di una “ragione più alta”, ciascuno è – invece – lanciato nella difesa del suo strapuntino, nella chiave della quale, evidentemente, le disavventure di Renzi – come quelle di “chiunque” – non rappresentano un motivo di sofferenza (Politico), ma un’occasione per avvantaggiarsi su un pericoloso avversario (interno). Ma mentre “noi” ci diamo la zappa (reciprocamente) sui piedi, la destra, sotterraneamente (ma neanche troppo), continua ad esercitare la sua golden share sul potere (Politico) in Italia: in attesa di vedere la luce (di sondaggi favorevoli) e staccare lei – o comunque favorire – la spina al (il superamento del) governo Monti, per consolidarsi in una nuova maggioranza e in una nuova legislatura. Senza l’ingombro del Pd. E soprattutto della sua (possibile, prossima) vittoria. Ma ora il giornale della politica italiana ha indicato la strada che per troppo tempo è mancata all’orizzonte dei Democratici: Sinistra, nell’era dei mercati e tanto più della crisi, è essere affidabili con gli italiani, e non più con le banche e gli altri potentati. E’ mettere il proprio gigantesco e generoso corpo (intermedio) – quello del più grande, oggi e, auspicabilmente, sempre più domani – partito italiano, tra gli interessi (particolari) dei poteri (forti) e l’interesse (generale) dei cittadini. Il modo di farlo, coniugando – come si dice, inefficacemente perché poco lucidamente, oggi – “equità e rigore”, è darci l’obiettivo dell’innovazione che si persegue attraverso la cultura e la formazione. Come abbiamo scritto più volte, la crescita (culturale, quindi umana, quindi tecnica e professionale) degli italiani come motore della nostra crescita (economica). Solo la Sinistra, oggi, può salvare l’Italia. Perché senza (o, peggio, a discapito dei) suoi connazionali il paese non si salverà. Read more

***L’ultimo rilevamento***
CROLLO PD, IL PDL LO AGGUANTA A (BASSA) QUOTA 25%
di LUIGI CRESPI

aprile 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Quando solo cinque mesi fa le due forze maggioritarie del nostro Paese erano distanziate da un abisso di 10 punti percentuali. E il Pd avrebbe vinto a man basse le elezioni. Potendo assolvere lui – come è suo compito – originale – e come avrebbe acquietato i famelici mercati sapere – alla funzione di salvare e rifare grande l’Italia. Come oggi non sta avvenendo. E ora gli italiani si sono lasciati alle spalle gli scandali che hanno caratterizzato l’ultima fase della carriera politica di Berlusconi (“travolti” da più impellenti esigenze non soddisfatte da una politica piuttosto impegnata a preservare se stessa, legate alla crisi, e dalle ricadute – sul paese – di nuovi scandali), e tornano in sintonia con la (sua) creatura. E se l’attuale esecutivo non riuscirà a tirare fuori l’Italia dalle secche (come ha già secondo noi dimostrato di non saper fare, come suggeriscono i nuovi picchi dello spread ma anche il vuoto pneumatico di spunti e piani per la crescita, con tanto di giornali “amici” costretti – per salvarlo – a paventare “salti nel buio” in caso di nuove elezioni – democratiche: “Monti – mai passato per il voto, ndr – non ha alternative”, ha scritto Dario Di Vico. Ovvero qualcosa che assomiglia molto all’ipotesi, ovviamente molto ipotetica, di sospensione del sistema), il Pdl passerà comunque all’incasso, tornando in corsa (essendo, meglio, appunto già tornato) e scongiurando una sconfitta già certa. A fronte della quale – e del proprio ritorno al potere – i Democratici avrebbero invece potuto compiere la propria vocazione di partito “del” futuro avviando subito il nostro paese nella prospettiva della innovazione, facendo ripartire immediatamente la – stessa – ? – crescita. ”Ma ora i nostri connazionali – scrive il grande sondaggista – si stanno dimenticando di Berlusconi”; mentre gli elettori Pd – tornati ad aumentare quando il Politico.it è intervenuto per preservare la vita di milioni di lavoratori e delle loro famiglie convertendo il segretario di se stesso a più savi consigli che a quelli di calare definitivamente le brache a 150 anni di conquiste dei diritti dei lavoratori e non solo – fuggono verso quella che Pigi chiama “antipolitica”, e che è invece il grido di disperazione di un’area di opinione e di sensibilità – “allargabile” a quel 40% di persone che oggi non votano – che dalla forza più onesta e responsabile di questo paese si aspetta di più: “Tocca solo a noi?”, si domandava retoricamente un Pigi dallo sguardo stanco sabato a Cortona. Se è vero, come noi pensiamo che sia vero, come sostiene il deputato del Pd, che “non tutti – in questa “melma” autoreferenziale: il vero “populismo”, caro Bersani, è questa “maggioranza” artificiosa che si regge solo sugli interessi – convergenti – della Casta – sono uguali”, è il momento di dimostrarlo. Se a questo si aggiunge che l’attuale governo, come intuito per primo da Dino Amenduni – e come ampiamente argomentato, spiegato e criticato da noi – è evidentemente di destra, e che Casini è (da sempre) naturale alleato di un Pdl post-Berlusconi (ma anche, come sappiamo, pre), Bersani rischia di compiere il capolavoro di (ri)consegnare – a conti fatti – il Paese per dieci anni consecutivi nelle mani delle forze conservatrici. Con quanto, specie nel momento di questa crisi, che richiede un completo cambiamento di prospettiva che non può essere assicurato da una destra – (post-)montiana – organica a poteri forti e mercati, ciò rischia di comportare per il paese.
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E (così) alla fine Monti ha dovuto cedere Con noi la Sinistra è (già) tornata vincere (Adesso) Bersani è segretario (più) forte E Camusso ci “restituisce” Cgil Cofferati Peraltro 10 anni esatti dal Circo Massimo Ma ora serve completo cambio orizzonte Una economia rifondata sull’innovazione Formazione continua a ‘integrare’ lavoro Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento Torneremo ad essere la culla della civiltà

aprile 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Solo quindici giorni or sono la Sinistra aveva sfiorato il punto più basso della propria parabola storica. Il vertice dell’abc della politica politicante, battezzato da Monti, in cui il segretario Democratico aveva accettato di concedere l’abolizione dell’art. 18, rischiava di segnare un passo indietro di centocinquant’anni nelle conquiste dei lavoratori e non solo. La sconfitta, (che sarebbe stata) “definitiva”, di tutta la tradizione progressista europea, dal Risorgimento ad oggi. Aveva vinto il Marchionne che, in queste ore, vediamo arrancare, con la sua Fiat – sia pure in un momento di crisi per tutto il settore auto – dimostrando di essere il guru solo di se stesso (visto che il suo stipendio, al contrario, è aumentato del 42%). Ciò nonostante, lo stesso principale sindacato confederale, aveva ormai alzato bandiera bianca. Poi il giornale della politica italiana ha cominciato a giocare la (sua) partita: dalla sferzata nei confronti del segretario del Pigi, alla reazione di Camusso, fino alla definizione di un possibile orizzonte nuovo per la Sinistra, che non fosse più quello, della destra, mercatista, e alla specificazione delle modalità concrete attraverso cui realizzare tutto ciò. E in poche ore la situazione si è completamente ribaltata. Se, prima, Alfano gongolava, potendo sostenere che, dieci anni dopo, il Pdl aveva centrato il proprio obiettivo – dopo il fallimento, proprio dei primi mesi del 2002, per l’”invasione” del Circo Massimo da parte di tre milioni di cittadini, del primo tentativo di Berlusconi di cassare l’art. 18 -; se Confindustria fingeva soltanto, di non essere pienamente soddisfatta (oggi vediamo come si mostra quando lo è davvero, arrivando a minacciare di licenziare migliaia di persone per pura ripicca), giocando, con Monti, ad accreditare che la riforma era nell’interesse di tutti e costringeva ciascuno a cedere qualcosa; a distanza di pochi giorni – dopo l’inizio del nostro fuoco di fila di editoriali e commenti con cui risvegliavamo, a suon di contenuti, l’orgoglio delle forze più oneste e responsabili del nostro paese – le tecnocrazie finanziarie (e con loro il presidente del Consiglio) erano costrette, dopo l’offensiva, ad arretrare (fino al cedimento di oggi) difensivamente; Marcegaglia tradiva segni di nervosismo (assumendo toni che non le avevamo mai ascoltato usare: “Ridicolo”), il Pdl subiva palesando “finalmente” il profilo basso a cui la leadership (?) di Alfano lo ha ridotto, e che solo la forza di inerzia di un ventennio in cui Berlusconi aveva annichilito il centrosinistra (preparando però, oggi, con il suo annichilimento, il possibile risveglio “storico”), aveva continuato – per poco, illusoriamente – a mascherare. In buona sostanza il vento era completamente cambiato. E oggi la Sinistra può festeggiare l’inizio del possibile ritorno (?) alla sua egemonia. L’egemonia (naturale, quando esprime compiutamente se stessa) dell’area di opinione e di sensibilità più onesta e responsabile della nostra nazione, che in quanto tale sta (anche) dalla parte delle persone che soffrono, che hanno una maggiore urgenza di essere sostenute, ma lo fa, proprio per la sua onestà e responsabilità, assumendosi la responsabilità di caricarsi sulle spalle l’(intero) paese, puntando a salvarlo e a rifarlo grande (tutto), e quindi a creare le condizioni strutturali affinché anche le persone deboli – ma non solo loro – possano stare (sempre) meglio, essere incluse, e, in ultima analisi, cessare di essere ai margini. Perché questo si compia effettivamente, è necessario – dopo aver salvato, grazie a noi, milioni di lavoratori e le loro famiglie – però, mettere ora in campo un piano per la costruzione del futuro. Ecco progetto e programma che il Pd ha l’opportunità di cominciare ad attuare dalle modifiche (in Parlamento) alla riforma del lavoro – che serva a rielevare – attraverso la formazione – la vita di milioni di operai (dando così un senso ad ammortizzatori altrimenti “buttati” a fondo perduto, e che possono invece rappresentare un investimento, che ci ritroveremo in termini di maggiore crescita e produttività, nel nostro futuro), e con essi a far crescere le nostre aziende, e quindi a ricreare le (prime) condizioni – a cui far seguire l’attuazione dell’intero progetto, dal ripotenziamento della scuola alla costruzione di un nuovo centro (geopolitico) intorno al nostro Sud – per riportare l’Italia, dopo trent’anni di isolamento, al centro del mondo.

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Monti da Oriente: ‘Italia, se tutto va bene’ Ma disoccupazione (in Ue) mai così alta
E riforma non la ridurrà (strutturalmente) Paese si salva se torna crescere (subito) E si cresce se il lavoro aiuta ad innovare Formazione (cultura) ‘leva’ Rinascimento di GINEVRA BAFFIGO

aprile 4, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Tutti gli interventi compiuti finora dal presidente del Consiglio, anche ammesso (e non concesso) che siano stati concepiti nell’interesse di tutti, e non solo (programmaticamente) di una parte, costituiscono la (sola) premessa, di un’azione di governo (Politica) tale da rimobilitare le componenti della nostra società, e avviare – in questo modo – la crescita. La preparazione, appunto, di un terreno sul quale – però – deve avvenire la semina, o rimarrà incolto. E quella semina non può attendere che la preparazione sia stata compiuta pazientemente, centimetro per centimetro, puntigliosamente, per, POI, essere effettuata; questo avviene quando non si hanno semi da spargere nel terreno, o non si sa come fare. Perché l’effetto, in questo caso, è un progressivo deterioramento dello (stesso) terreno preparato per la semina, che a quel punto non sarà più tale, e richiederà una nuova preparazione – ammesso che nel frattempo non si sia inaridito (del tutto). Politicamente, s’intende che lo stesso bilancio, verrà di nuovo posto in una condizione di instabilità, se il paese non genererà ricchezza, avvitandosi nuovamente nella spirale del debito. Peccato che la leva più efficace per generare crescita sia proprio il lavoro, e proprio secondo (anche) i modelli danese e tedesco citati – dopo il nostro spunto – dal segretario del Pd. Evitando, di buttare risorse a fondo perduto in ammortizzatori destinati (comunque) a non durare (oltre ad andare a regime fra cinque – ! – anni), e utilizzandole piuttosto per rivitalizzare – attraverso la formazione – una forza lavoro che, come in Germania, come in Danimarca, può diventare il vero valore aggiunto – auspicabilmente, nel senso dell’innovazione – di aziende che, altrimenti, “dotate” della sola libertà di licenziare, preferiranno tirare i remi in barca e aspettare che cambi il vento (della crisi). Ma intanto migliaia, se non milioni, di lavoratori e di loro famiglie si troveranno in difficoltà (per usare un eufemismo); questo scollerà un paese che proprio nella sua coesione (nonostante tutto), ha fondato, finora, la propria tenuta – oltre che su un capitale di risparmio privato – e di basso indebitamento delle famiglie – che ha rappresentato l’unico vero argine all’ondata speculativa dei mercati, e che fa – ancora – ? Perché naturalmente la “stretta” dei licenziamenti costringerà molti a mettervi mano – della nostra economia – insieme al nostro tessuto di piccole e medie imprese – una economia comunque dotata di “buoni fondamentali”, come ripetono spesso i tecnocrati di Francoforte e Bruxelles – Ridurrà i consumi (già “uccisi” comunque dagli aumenti delle imposte). E questo, tanto più in piena (non a caso) recessione, non aiuterà (per usare un altro eufemismo). Ma il giornale della politica italiana ha a cuore soltanto il bene del Paese; e così, dopo l’introduzione critica, ancora una volta, nei confronti di questo governo, affida a Ginevra Baffigo un affresco (comunque impietoso) dei dati dell’Istat sulla disoccupazione (che questa riforma del lavoro non promette – strutturalmente – di ridurre, che semmai rischia – all’inizio – di aumentare e che per quanto riguarda i giovani, renderà – l’occupazione – (progressivamente) instabile – e non, flessibile! In mancanza di un impegno programmatico per la formazione e l’innovazione – a vita), sullo sfondo di un premier che, da Oriente, dice che “tutto va bene, l’Italia è uscita dalla crisi” (ricordando il suo predecessore e, oggi, principale sostenitore e mentore: vedi cravatte di Marinella in-debitamente raccontate da Elsa Monti su Chi); ma al quale concediamo “diritto di replica” e, comunque, il riconoscimento dei possibili punti di merito. Solo le (generose, e a volte al prezzo di sacrifici – per sé) onestà e responsabilità – e quindi la Politica – possono salvare l’Italia. Prima ce ne (ri)appropriamo (tutti), meglio sarà (per tutti). di GINEVRA BAFFIGO Read more

M (ri)prende (in giro) politicanti (e Paese) “Gli italiani vogliono quella (mia) riforma” Quando sondaggi dicono esatto opposto Ma loro hanno paura di perdere poltrona E sacrificano coerenza su (proprio) altare
di LUIGI CRESPI

marzo 28, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Monti lo sa, che con Pigi ce la può fare. Perché il segretario di se stesso (riscattato dalla reazione degli ultimi giorni, ma solo se terrà la barra. Andare dietro a Monti – “Il Paese è, pronto” – non è un buon inizio) è debole, in mancanza di (nostre) idee, e perché il suo unico punto fermo è essere solidale – con i “colleghi” – nel difendere il (proprio) posto. Così, nonostante le rivolte nel paese – debitamente taciute dalla maggioranza dei quotidiani, ai quali, pure, degli italiani non importa nulla – il presidente del Consiglio, incassato il (nostro) colpo, (si) riprende (a circuire l’abc). Agitando il peggiore spauracchio (per l’”attuale” classe “dirigente” – ? – autoreferenziale di oggi): quello delle (sue) dimissioni. Che vorrebbe dire fine delle (in)certezze dei politicanti. Oggi uniti (purchessia) nel sostenere un governo che ha (per loro) l’unica (?) funzione di far proseguire la legislatura. E salvare (non l’Italia ma) la (loro) posizione. Lo dimostra l’ultimo vertice, in cui sulla riforma del lavoro si decide di non decidere (ma che possono decidere, poi, tre leader di partiti che, al netto dell’”attuale” sterilità, hanno identità opposte su tutto?), rimandando (irresponsabilmente) ogni intervento (ma la riforma del lavoro – sia pure non questa – è, urgente: su questo Monti – del resto imbeccato da noi – ha perfettamente ragione; ci torneremo auspicabilmente su nei prossimi giorni) ad “agosto” o addirittura al 2013, e in cui si rispolvera il passatempo (sempre buono) della discussione sulla legge elettorale (sic). Mentre l’Italia declina (perché abbiamo messo una pezza sul – l’immediato – rischio default, ma il “dottore” non ha saputo finora offrire alcuna “cura” definitiva. Leggi: ricette – organiche – per la crescita. E magari un adeguato taglio – strutturale – alla spesa, anche a costo di scontentare le clientele. E/ o “presto” rischiamo di tornare nella bufera), e un governo tecnico si assume la responsabilità di fare la riforma più politica (in grado di determinare un vero “cambiamento” – ? – di “prospettiva” – ? – ma contro gli interessi del paese) degli ultimi vent’anni, la “politica” (?) che fa? Si gingilla (ancora una volta) con se stessa. E sì che negli ultimi dieci giorni, da quando abbiamo “cominciato” ad offrirgli un punto di riferimento, il Pd ha guadagnato quasi un punto percentuale, come non era mai accaduto nell’era Pigi (figuriamoci in dieci giorni). E non, perché ci sia qualcuno più capace degli altri a fare tattica (politicismo): ma perché la difesa dell’art. 18 è, nell’interesse del paese, e la piu’ grande arma (vincente) della Politica è la (sua) verità, che è l’opposto sia dell’autoreferenzialità sia del populismo (che del resto è la “stessa” cosa – dell’autoreferenzialità). E’ quello che sostiene (anche) il grande sondaggista, che rileva (al contrario di quanto, autoreferenzialmente, millantato – per loro – stessi – dai politicanti) la grande voglia di (vera) Politica che si registra nel nostro Paese.
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Caro Pigi, questione non è solo reintegro Giusto salvare lavoratori da ‘carneficina’ Ciò che abbiam fatto in queste settimane Ma (solo) questo mantiene lo status quo E la riforma serve/a (ri)generare crescita Formazione per innovazione per ripartire

marzo 27, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Da questa discussione sulla riforma del lavoro non uscirà quello di cui l’Italia ha bisogno. Non uscirà se vincerà la linea Monti – eventualità peraltro ormai tramontata, perché se il governo dovesse insistere nel voler portare a conclusione il proprio tentativo, andrebbe a casa – ma nemmeno dai vertici dell’abc della politica. Perché la a e la c non hanno ancora saputo esprimere un solo concetto di merito sull’argomento; e la b muove dai nostri spunti, che però – evidentemente, ed ecco il problema – non è “culturalmente” – anagraficamente? – in grado di cogliere nel loro senso più profondo. Pigi ha infatti convenuto che il modello tedesco non prevede (solo) la libertà di licenziare, e che quel modello – insieme a quello danese – è meglio, per l’Italia, di un (ulteriore) adeguamento-annessione ad un mercato americano che è all’opposto della nostra tradizione della solidarietà e della coesione. Ma non sembra avere colto perché. La riforma del lavoro così come la propone Monti, serve solo a concedere alle aziende la libertà di liberarsi della zavorra dei lavoratori, salvando (solo) loro stesse. Quella concepita (?) da Bersani (?), semplicemente, è – a sua volta – inutile: perché se la libertà di licenziare tout court rappresenta solo un regalo nei confronti di una parte del paese, la semi-libertà di (non) licenziare – e basta – rappresenta in larga parte il mantenimento dello status quo, e dunque è (a sua volta) perfettamente inefficace (ad alcunché). Non è infatti il reintegro-e-basta il punto di forza dei modelli danese e tedesco; ma l’integrazione-rivitalizzazione del lavoro grazie alla formazione. Che – offrendo ai lavoratori rinnovate competenze e un ritrovato spessore culturale – (ri)genera continuamente (la – nuova) forza lavoro mettendola nella condizione di accompagnare (potendo svolgere mansioni sempre più specializzate) e anche di guidare (valorizzandone, nella possibile cogestione, le riaccresciute capacità) lo sforzo delle aziende per (r)innovare(/si). Puntando a rifare dell’Italia il luogo nel quale si concepiscono prodotti (e idee) in grado di fare sempre più la differenza sul mercato. E “anche” di offrire pezzi di futuro. Questo è ciò che fa (strutturalmente) la crescita; anche perché un’Italia che diventa – anche grazie ad un ritrovato respiro culturale, il cui perno non può che essere una televisione pubblica che torni a svolgere la propria funzione (“educativa”) – il luogo nel quale si (ri)genera il futuro del mondo, è un paese che può attrarre – molto più di una Cina o di Stati Uniti in formato ridotto, quanto a minori diritti del lavoro – numerosi investimenti. Perché tutti vorranno essere lì, con le loro imprese, a partecipare a questo nuovo Rinascimento italiano che – a partire dalla nostra Storia, che continua ad essere il fondamento più forte del successo del made in Italy; e che quindi è facile immaginare quale spinta ci potrebbe offrire se ci impegnassimo a rigenerarlo – fa dell’Italia il luogo più moderno, dinamico, proiettato al futuro; nella terra dove tutto ciò è già stato (più volte).
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Corriere, Fornero: “Art. 18 varrà per tutti” Ecco così la prova che lo avranno abolito ‘Riforma’ è solo ‘licenziamento selvaggio’ Dire no non è (più) “appiattirsi sulla Cgil” E’ (“solo”) dire no a interessi (particolari) Cgil stavolta persegue il bene del paese Pd non sia “affidabile”, pensi solo a Italia Formazione per innovazione per ripartire

marzo 21, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Cari Walter, Letta, Fioroni. Il giornale della politica italiana non ha mai condiviso la svolta (finto)socialista di Bersani. Una svolta autoreferenziale, perché non autentica – come dimostra l’iniziale sì di Pigi a questo accordo sul lavoro – e, comunque, perdente. Siamo stati noi a rilanciare, rigenerandolo, il concetto della vostra (nostra) “vocazione maggioritaria” del Pd. Che per noi è il “partito dell’Italia“. Ed è chiamato a darsi il solo obiettivo di fare il bene di (tutto) il Paese. Ma è proprio per questo, per questo Pd, che vi chiediamo oggi di dire no a questa non-riforma del lavoro, che ha il solo obiettivo di consentire il licenziamento selvaggio dei lavoratori. Non bastassero gli argomenti di merito – la possibilità di licenziare in piena recessione produrrà palesemente una carneficina sociale, portando le aziende a calare la zavorra dei loro dipendenti per salvare loro stesse tirando poi i remi in barca, senza (in un primo momento) neppure ripartire; accrescere il numero di aspiranti allo stesso numero di posti non aumenta l’occupazione, ma solo la competizione – sfrenata – tra candidati – non bastasse questo, dicevamo, ecco le bugie – sì, le bugie – del governo e in particolare del ministro Fornero, che confermano come le intenzioni dell’esecutivo siano opache, al punto che il titolare del Lavoro si trova costretto a presentare una realtà diversa da quella effettiva (evidentemente impronunciabile). Primo: “La via maestra sarà il contratto a tempo indeterminato”: ma quale tempo indeterminato, se le aziende potranno licenziare? Secondo: “Il nuovo art. 18 sarà esteso anche ai lavoratori delle aziende con meno di 15 dipendenti”: ecco la prova che, qualunque sarà la modifica, verrà svuotato, reso inoffensivo. E il Corriere, stamane, titolando proprio con questa affermazione intellettualmente non onesta di Fornero, riconosce che tutto questo non genererà neppure un cicillo di crescita: appunto. Ma, allora, a che serve? Serve a perseguire un interesse (particolare), quello – di poter licenziare liberamente – di una classe imprenditoriale che così tornerà ad essere “padrona” dei suoi lavoratori. Se in piena crisi – in recessione! – si dà ad “un” imprenditore la libertà di licenziare i suoi dipendenti – sia pure con lo specchietto per le allodole di un ammortizzatore che (oltre ad andare a regime fra 5 anni) non durerà perché insostenibile economicamente: terza bugia (la più grave), su questo, del ministro del Lavoro – il datore dell’impiego deterrà una sorta di golden share sulla vita dei suoi dipendenti. 150 anni di conquiste della sinistra e dei lavoratori vanificate – in buona sostanza – dalla strategia suicida (proprio) di Pigi, a cui dobbiamo il cul de sac in cui ora ci troviamo calati. Senza che questo sia in alcun modo utile all’(intero) paese: il presidente Napolitano questa volta, spiace dirlo, ha torto: perché questa “riforma” non fa l’interesse generale, ma (altri) interessi (particolari). Che il governo Monti -spiace ancora di piu’ dirlo – incarna alla perfezione (molto meglio di Berlusconi! Da cui però, a quanto pare, ha imparato l’arte della mistificazione e del “ribaltamento della realtà”). In mancanza di alternative, anche, la (non) soluzione andrebbe presa in considerazione: ma le alternative ci sono (continuamente ri-elaborate e arricchite e poi proposte su queste pagine), già sperimentate (in altri Paesi. Che hanno costruito il loro boom su questo) e capaci, queste sì, di rigenerare quella crescita che, appunto, Dario di Vico stesso, oggi, riconosce non verrà con questa riforma. Il licenziamento selvaggio non è una conquista di modernità, ma un passo indietro, un “si salvi chi può” che va a discapito della (sola) vita delle persone più deboli. L’Italia non è alla canna del gas, l’Italia – se ritorna la Politica – ha un potenziale di crescita a doppia cifra che questa riforma, difensiva e tutt’altro che ambiziosa, allontana, e non persegue. Cari Walter, Letta, Fioroni. Nel voto in Parlamento sulla non-riforma del lavoro il Pd dica no, compatto, e intanto rilanci sul/ con l’innovazione. Il governo Monti vuole solo regalare alle aziende la libertà di licenziare, noi vogliamo rifare grande questo paese. Tutto. Senza, possibilmente, abbandonare al proprio destino nessuno.

Ma in tre mosse Monti getta la maschera ‘Sinistra critica visione ‘arida/finanziaria” “La Fiat ha il diritto di fare ciò che vuole” “Parti sociali, fidatevi: sì a prescindere” Sì, il presidente è proprio uomo di destra Pd/Pigi, perché mai lo sostieni – ancora? La Politica ritrovi ora respiro (culturale)

marzo 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il villaggio di cartone di Olmi. Sconcerto, di Toni Servillo. La Cultura, (così) chiave del nostro possibile Rinascimento, ci offre una lettura spietata ma, finalmente, realistica della nostra condizione (sociale). La con-petizione (anche solo all’acquisto, status-symbol – in tutti i sensi – dell’era dei mercati) porta all’omologazione (per la legge – del mercato – che la “concorrenza” – sociale – si batte innanzitutto pareggiandone le caratteristiche) e, così, alla sterilità (di pensiero). Come in Fahrenheit 451, di Bradbury e soprattutto di Truffaut, ciò è foriero di tre conseguenze: la (nostra) “falsità” (e quindi delle nostre relazioni); la perdita della capacità critica e quindi della libertà; la caduta (per – tutto – questo!) in uno stato (velato) di (profonda) disperazione che solo una mancata presa di coscienza ci consente – illusoriamente – di sopportare (?). E che – ad esempio – in Cina, dove tutto ciò è spinto alle (piu’) estreme conseguenze, non stanno (infatti. E tragicamente) sopportando piu’. In realtà questo è il momento in cui rinunciamo al – scegliete voi la percentuale – della Bellezza (possibile) delle nostre vite, oggi ridotte a (squallidi) consumi (di – anche attraverso l’incultura del gossip totalizzante – e come noi stessi, ri-definiti – in tutti i sensi – “consumatori”) e in cui – “come” (?) una persona depressa – non crediamo (pensiamo) piu’ in (a) niente, e tanto meno in (a) noi stessi, e finiamo per concludere (svuotati e sconfitti) che niente è possibile fare (individualmente e collettivamente) per cambiare (nemmeno Politicamente) questo stato di cose e restituirci dignità. E invece no. Olmi, Servillo, gli uomini-libro di Fahrenheit ci dicono che la cultura è la chiave per ritrovare il (nostro) orizzonte, e quindi Noi (in – prima – persona). Cultura non, come altro ramo – morto – della (sola) nostra economia. (Nella – stessa – competizione – e non il contrario -/,) fine (oggi) a se stessa. E quindi – come denunciava (all’opposto) Pierluigi Battista giovedì sul Corriere – fonte (come tutti gli altri comparti della nostra attuale “vita” – ? Sarebbe “meglio” dire mercato – comune) di corruzione e di sprechi. Cultura come rigeneratore della (nostra) umanità. Della nostra Libertà. Che si ottiene esattamente nel modo opposto a quello “liberista” e (finto)liberale: riproduttore di una falsa condizione di libertà che in realtà è quella dei poteri forti di tenerci schiacciati – in quella condizione – sotto i propri interessi. Ecco che cosa distingue la destra dalla sinistra in questo tempo. Proprio quella Libertà in nome della quale i “conservatori” ci hanno ridotti in un nuovo stato di “schiavitu’”, (im)Morale e quindi esistenziale. La Politica non è l’economia. Ha il compito di offrire un orizzonte a noi e alle nostre vite e non soltanto agli interessi di qualche banca o potentato. Sarà proprio in quel modo, che l’Italia tornerà a crescere e che renderà sostenibili e futuribili gli interessi economici. Riportandoli nel loro alveo: quelli di strumenti. E non di fini a cui piegare (in tutti i sensi) noi stessi.
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Italia può conoscere crescita a due cifre E la chiave è (proprio) riforma del lavoro Innovazione sia nuovo obiettivo comune Formazione per la crescita dei lavoratori Che (coinvolti) faranno crescere aziende Presidente Monti, ci (ri)ascolti (ancora) Torneremo ad essere la culla della civiltà

marzo 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La contestazione che alcuni altri rivolgono al presidente del Consiglio circa la sua riforma del lavoro è che “manca ancora completamente (a margine) lo sforzo per la crescita”. Nel senso che, bene il lavoro, ma poi – a parte – bisogna (pur) anche crescere. A riguardo Monti ha (un) torto e (una) ragione. Partiamo da quest0′ultima. Fu il Politico.it, poche ore dopo che l’ex presidente Bocconi disse che il tema della riforma del mercato del lavoro non era “matura”, ad indicare al governo che era proprio quella – ecco il punto – la sede, il livello nel quale trovare la chiave per rigenerare la crescita, e che lo sblocco di (tutta) la situazione, dunque, passava proprio di lì. Fu così che il presidente del Consiglio, il giorno dopo, riprese in mano la questione e disse che, al contrario (di quanto sostenuto poco prima), quella riforma era (divenuta) ”urgente”. Poi però Monti ha (avuto - un) torto: ma non perché la nostra valutazione fosse errata, ma perché è inadeguata (a questo scopo) la riforma del lavoro che poi l’esecutivo ha concepito. Giusto dunque che la riforma del lavoro sia “prioritaria”. Ma non è prioritario un accordo su qualcosa che persegue solo interessi (particolari) e non assolve alla propria funzione di essere invece la chiave per far ripartire la crescita. In un convegno tenutosi in settimana a Milano Sergio Romano ironizzava sulla crisi (esistenziale) della Cina di fronte ad una (propria) crescita al 7%, inferiore a quel boom che tutti ci aspettavamo. Questo ci dice due cose: la prima è che lo (stesso) modello riproposto da Monti – quello basato sulla (sola) libertà di licenziare, con ammortizzatori che, come segnalava ieri Antonio Polito sul Corriere, servono a salvarci e non a rilanciare – sta mostrando in Cina (dove “per questo” si assiste ad una inquietante sequela di suicidi) tutti i suoi limiti, e la sua pericolosità (sociale). La seconda è che, però, gli altri non sono dei marziani e (soprattutto) noi non siamo (mai stati!) dei lillipuziani. E possiamo aspirare non solo ad un misero punticino in più di Pil all’anno (che sarebbe comunque già molto, nella situazione da zero virgola attuale) ma ad una crescita di quelle dimensioni (cinesi. Attuali e potenziali). Se non (?), in prospettiva, a doppia cifra. Perché le nostre risorse intrinseche, fatte di straordinario “materiale” umano, di una straordinaria, vitale, vivace tradizione culturale, di una spettacolare posizione geografica e anche di un sistema delle (piccole) imprese che – a fronte della latitanza della politica – si è mantenuto tra i più solidi e competitivi al mondo (e in questo senso la “voglia” di Monti di aiutare gli imprenditori a conservare questo patrimonio è necessaria e va sostenuta), ci offrono “fondamentali” tali, quando troviamo la quadra per ripartire, da poter riesplodere. Come peraltro ci dicono tutti (dall’estero). Ma dobbiamo avere l’ambizione di provarci, e non soltanto limitarci a mettere qualche toppa alle nostre attuali difficoltà. Il lavoro può essere importante non solo per alleggerire il peso (economico) sulle nostre aziende in questo momento di crisi (attraverso l’abolizione-svuotamento dell’art. 18); e non solo per mettere in pratica tutto ciò in modo un po’ più responsabile di quello prospettato dalla riforma Berlusconi-Sacconi (e non Biagi) del 2001. A proposito: Alfano riprende il nostro spunto di ieri e conferma che questo governo si prepara (fino ad ora) a realizzare ciò che la destra aveva in animo sin dal 1994, e non era stata capace di fare. A (ulteriore) riprova delle nostre (buone) ragioni e della cantonata (speriamo possa rimediare) presa nella “notte” da Bersani. Che cos’è, in buona sostanza, che genera crescita? Una buona idea. Un buon dinamismo. E idee e dinamismo possono riguardare o i lavoratori (almeno quelli che hanno oggi accesso alla stanza delle decisioni) o gli imprenditori. Immaginate invece se la prima e la seconda venissero da entrambi e – non ci crederete - anche da chi li deve coordinare-indirizzare: la Politica. E’ chiaro che il potenziale di crescita si rafforzerebbe notevolmente. Ebbene, questa (virtuosa) condizione non è utopica e si può ottenere dandoci (la Politica) l’obiettivo di (ri)diventare (l’Italia) la culla dell’innovazione mondiale, e fornendo (le imprese e la politica) ai lavoratori le condizioni e gli strumenti per essere importanti e offrire un valore aggiunto in questo senso (attraverso la formazione – continua – e in generale un clima maggiormente “culturale”; sulla cultura come chiave del nostro possibile Rinascimento, e non solo come ramo – morto - della nostra società “denunciato” giovedì da Pigi Battista torneremo auspicabilmente nei prossimi giorni. E facendo partecipare – come in Germania! Questo è il vero modello tedesco – i lavoratori alla definizione del percorso – di innovazione – delle stesse imprese), e alle aziende (la Politica) la partnership, il coordinamento, il coinvolgimento necessario ad impostare (insieme) questo cambio di prospettiva. Chiaro che se invece di essere in piedi, emozionati dall’idea, i nostri rappresentanti (?) stanno (ben) seduti e mettono svogliatamente qualche toppa qua e là (alla cosiddetta antiopolitica), non andremo da nessuna parte. Ma se torna la passione, l’Italia può conoscere quel nuovo Rinascimento che non sarà solo (strettamente) economico; e proprio per questo ci può dare qualche chance di una crescita (futura) addirittura a doppia cifra. Si può fare. Non lo dice (solo) Walter. Ma il momento di muoverci è adesso. Questa (? Al contrario) riforma del lavoro.

***Il ritorno del grande sondaggista***
CARI PIGI, VENDOLA, DI PIETRO: LA VOSTRA STAGIONE E’ FINITA
di LUIGI CRESPI

marzo 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E comincia il tempo in cui le persone tornano a scegliere in base all’”offerta politica”, ai contenuti; perché nell’Italia in cui finisce (anche, “così”), oggi, ciò che era cominciato nel dopoguerra, gli italiani chiedono alla Politica di tornare ad indicare loro un orizzonte, e il modo in cui, concretamente, lo si possa perseguire. Per ritrovare la motivazione che consentì ai nostri nonni – forgiati dalle guerre e dalla dittatura – di compiere il boom e di lasciarci un’eredità tale da vivere di rendita fino, appunto, ad oggi. Quando però quell’esplosione di capacità, di genio, di creatività ha terminato la propria spinta propulsiva, la propria onda lunga, ed è necessaria – ora! – una classe dirigente che sappia – perché ne sente l’esigenza (morale) avviarne una nuova. Ora, prima che sia troppo tardi. Tutto questo è perfetta- mente (?) “certificato” (speriamo non sia proprio il caso di dirlo), scrive l’ex spin doctor di Berlusconi, dal volto (al contrario) e dalla vittoria (sia pure ora rimessa in discussione), nelle primarie del centrosinistra a Palermo, di Ferrandelli – ma anche dal buon risultato di Davide Faraone – 31enne ex Idv che proponeva – perché aveva, da dire – qualcosa per la città. E, comunque, una visione, una – in tutti i sensi – prospettiva. quella che l’attuale classe dirigente autoreferenziale non è più in grado di offrire. Perché non (ne) sente più (la) necessità. E quindi sì, caro Pigi, è ora di “toglierci dai c…”. Ma non tutti (noi), ma voi che siete al potere da (ben più di) vent’anni, i trenta del nostro declino, e di certo – è ormai comprovato – non avete le risorse (morali, e – quindi – Politiche) per farci rialzare in piedi e ripartire. Come – sia pure in modo diverso – non le ha il presidente del Consiglio e il suo governo, Politico nel momento in cui sarebbe meglio si limitasse ad essere tecnico (quando minaccia di – non – riformare il lavoro abolendo l’art. 18, configurando una concezione – Politica – liberista e legata – in tutti i sensi? – al mondo dei mercati), e tecnico quando dovrebbe essere Politico (se è vero che sia necessario offrire un punto di riferimento al Paese non solo nei termini, meritori, di un buon esempio – di sobrietà, direbbe Papaleo – ma anche come leadership e capacità di indicare un orizzonte e suscitare il necessario entusiasmo. Necessario ad un Paese che ha bisogno di rialzarsi, e ritrovare se stesso, e non solo di vedersi cambiare regole che non ha la forza – di fare – per “rispettare” – in senso – anche – alto). Il commento del capo di Crespi Ricerche. di LUIGI CRESPI Read more

Dopo l’(ennesima) Caporetto (di Genova) Non san ‘governarlo’, vogliono rifare Pci Cari Pigi, Massimo: (ma) Pd non è vostro Come non è (la) vostra (l’)Italia (! Di oggi) Se Pd – e l’Italia – sono dei (loro) giovani E la Politica è (ri, sì) costruire (ma) futuro E non riesumare (un) passato (ora finito)

febbraio 16, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Provo vergogna per come l’Europa sta trattando la Grecia”, dice Bersani. Ovvero per la richiesta di sacrifici “immani” da far ricadere – direttamente – sui ceti popolari. E’ questo il dilemma della sinistra (in Europa) oggi, si chiede Gad Lerner sul suo blog? Doversi snaturare – come Bersani sta poi facendo in Italia, dove appoggia un governo che ha la stessa mission e ha compiuto scelte simili, sia pure nella minor gravità della situazione, a quelle del suo collega greco Papademos – per assicurare la tenuta dei bilanci, senza poter assolvere – anzi, contraddicendo – quella che (si) ritiene essere la sua funzione (storica), redistribuire (tout court – ?) la ricchezza di/ in una nazione? Ebbene, questa contraddizione rischiava di non avere soluzione (?) fino a vent’anni fa. Quando non c’era il Partito Democratico. Il quale nasce per superare, in sé, questa “visione corta” e offrire alle persone “più deboli” la prospettiva di una (vera) ‘integrazione’ – non solo una tantum e in forma di “elemosina” – in una società che abbia – semmai – “sempre meno persone bisognose di ricevere la carità e sempre più persone desiderose di farla“. Consentire alla sinistra di tornare ad essere maggioritaria in un paese che negli ultimi quindici anni ha votato in maggioranza a destra; e (ri)costruire, così, la propria egemonia culturale, in una società (politica) che – prima di tutto con questa stessa sinistra (!) post(?)comunista(?) – si è progressivamente appiattita sulle (esclusive) tesi della destra. Il Partito Democratico è nato per superare l’ostilità di poteri forti, classi privilegiate, interessi vari – che tenderanno a non voler cedere mai, come non è mai avvenuto nel corso della storia, tanto meno nel secolo del comunismo, i propri benefici – offrendosi – in virtù della propria maggiore onestà e responsabilità – di agire più efficacemente degli altri per il bene di (tutto) il Paese, e, una volta riconquistato il potere, poter fornire a tutti gli strumenti (in primo luogo Culturali) per ottenere la propria (definitiva!) “liberazione“. Partendo, naturalmente, dai giovani di oggi, plenum della società di domani. Una liberazione ottenuta (appunto) con le proprie mani, grazie alla piena espressione (di sé/ in sé) di un (vero) principio di libertà (individuale). Che consenta una crescita (non solo economica) all’(intero. E non solo ad una parte – minoritaria di) Paese. Per questo, per il bene di tutti, il Politico.it non può accettare la “minaccia” di una “regressione” del Pd (quello vero, quello di cui abbiamo descritto il senso e tutt’oggi – non – “esistente” in – sola – potenza) in Pci (in cui consiste(?) in fondo già l’attuale Pd), che affrontiamo anche con le parole, che state per leggere, dei capi di Insieme per il Pd, l’associazione alla quale fa riferimento il deputato Democratico Sandro Gozi che si oppone alla deriva immaginata dall’attuale mag- gioranza del partito. di G. MAESTRI e G. ROTONDO
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Caro Pigi, ecco a cosa andiamo incontro Monti come Dini nel ’95. Ma ora pro Silvio Il governo ha (ri)messo in sicurezza conti E democrazia richiede pur sempre il voto Togli il (tuo) sostegno prima che sia tardi Qui progetto/programma per (nostro) Pd

febbraio 7, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ebbene sì. Il governo Monti rischia di diventare per il centrodestra ciò che il governo Dini rappresentò per il centrosinistra nel ’95. E, quel che è peggio, a parti (doppiamente) invertite. Perché nel ’95 l’esecutivo presieduto dall’ex direttore generale della Banca d’Italia fu il frutto di un ribaltone (ispirato dal presidente Scalfaro, a cui va il nostro ricordo), che pose fine alla prima esperienza a Palazzo Chigi del Cavaliere e assicurò – poi – la vittoria alle elezioni di un anno e mezzo dopo della sinistra. Che nel ’95, caduto Berlusconi per mano di Bossi, aveva bisogno di riorganizzarsi; e di trovare un candidato vincente. Quell’anno D’Alema fece un uno-due che rimarrà negli annali della politica politicista (?): ricucì (un rapporto. E una, conseguente, alleanza) tra sinistra riformista e centro cattolico progressista; e trovò in Romano Prodi l’uomo che avrebbe portato i post (?) comunisti al governo per la prima – e poi anche una (breve) seconda – volta nel corso della loro storia. Fu così che il periodo di governo del centrosinistra – cominciato di fatto con Dini, che fu decisivo (al punto da entrare poi nella squadra di Massimo neo-presidente del Consiglio, nel ’98) per dare al Pds il tempo di riorganizzare il fronte progressista – potè proseguire, sia pure in modo incompiuto per ciò che riguarda il possibile cambiamento (Politico. Del Paese), fino al 2001. Oggi tutto questo rischia di ripetersi ma a favore della destra: Berlusconi, andando al voto in primavera – e tanto più pochi mesi or sono, quando però le condizioni economiche dell’Italia non consentivano responsabilmente di propiziare questa ‘avventura’; ma oggi, grazie naturalmente a Monti, sì – avrebbe (ancora) difficoltà a riproporsi in chiave vincente; ma cosa accadrà tra dodici mesi, per di più se la linea dell’esecutivo dei professori tenderà a premiare sempre più – e, così, a (pure, peraltro, com’era auspicabile) ri-generare – una visione e un programma di cultura politica (giudica ad esempio Amenduni su Fb) ‘di destra’? La riforma (?) del mercato del lavoro immaginata da Monti non è ciò che serve all’Italia, e rappresenterebbe davvero un peccato (Politico; grave) regalare altri cinque anni (almeno) ad una gestione a rischio di essere poco onesta e responsabile come quella che i pur eredi del Cavaliere – e non ancora la destra che pure tutti sogniamo possa tornare a competere anche da noi – finirebbero per offrire, con le proprie, stesse mani. Fino ad oggi al centrosinistra è mancato il progetto, e un programma. Ma il giornale della politica italiana – i cui spunti sono ormai unanimemente riconosciuti per la loro autorevolezza e largamente seguiti e ascoltati – non elabora, ormai da mesi, contenuti Politici per un esercizio fine a se stesso; e, sia pure in una prospettiva che noi auspichiamo maggiormente unitaria (ma del Paese, e non delle forze politiche politicanti di oggi), è chiaro che si tratta di contenuti ispirati ad una sensibilità progressista. Allora, caro Pigi, eccoli ancora una volta a tua (nostra) disposizione: il progetto, il programma, e persino un (possibile) governo (con ‘nuovo’, rigenerato programma). Il momento, se ci credi, è adesso; fra un anno rischia di non essere più. Quello del centrosinistra.

***Il futuro dell’Italia***
VENDOLA E DI PIETRO? ENTRINO NEL PD
di MATTEO PATRONE

gennaio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

I capi della sinistra radicale propongono a Bersani un’alleanza elettorale (?). Ma perché quello che dovrà essere – di gran lunga e stabilmente – il primo partito italiano, dovrebbe regalare la (propria) golden share – assicurando loro voti che altrimenti non raccoglierebbero mai – a due movimenti minoritari, populistici e personali come Idv e Sel?
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Pigi: ‘Non è ora di toccare lavoro’. Monti: ‘Tema non maturo’. Ma sblocco situazione passa di lì

dicembre 24, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Bersani: ‘Non è momento di toccare lavoro’. Monti: “Già, il tema non è maturo”. E invece sblocco di situazione passa di lì. Ma nodo non è (solo) libertà di licenziare. E il modello non sia “danese” ma italiano. Politico!, e non solo tecnico-”regolativo”. Innovazione stella polare nuovo sistema. Ma non è possibile se Pd guarda indietro.

Ha ragione, il segretario Democratico. “E’ il lavoro” su cui dobbiamo “puntare”. Ma non nel senso in cui lo intende lui. Pigi riesuma, in buona sostanza, il vecchio mantra socialista: “partito dei lavoratori”, sinistra come difesa (ad oltranza) dei loro interessi. E, certo, puntare sul lavoro non può voler dire “sterminare” (socialmente) un’intera “classe”, dando il via libera al “licenziamento selvaggio” per di più, come giustamente è stato fatto notare, in un momento in cui – con le imprese in sofferenza – ciò significherebbe una vera e propria carneficina. Ma, evidentemente, lo status quo – o un ulteriore avanzamento (?) nella stessa direzione – non può rappresentare parimenti una soluzione se è vero che, anche per questo, ci troviamo oggi in una condizione, in tutti i sensi, deficitaria. Ecco allora che, in un dibattito pubblico finalmente – almeno – rivitalizzato e politicizzato – perché questa, è la Politica; e non la “partita a scacchi” delle fazioni, con i suoi retroscena – comincia il confronto tra e sui modelli: con quello danese che la fa da padrone nell’attrarre l’interesse e la curiosità di chi, con onestà e responsabilità, si pone la questione di cercare una soluzione concreta al “problema”. Ma, poiché quello stesso dibattito viene comunque sviluppato dagli stessi protagonisti degli ultimi vent’anni di autoreferenzialità – dei quali, purtuttavia, va sinceramente apprezzato lo sforzo, che contribuisce, a sua volta, a migliorare la situazione e a farci tendere verso un esito complessivo positivo – il modello finisce nel tritacarne delle visioni distorte di destra e di sinistra; deformato – comunque – dalle ideologie. E così la sinistra Pd conclude, in buona sostanza, che si possano mantenere, e che la priorità vada data all’inserimento, degli ammortizzatori sociali – molto generosi – presenti in quel modello; i “riformisti” a loro volta ideologicizzati in questo senso, propendono per abolire l’articolo 18, e chi s’è visto s’è visto. Ma se il modello danese, così com’è, rischia di essere troppo “costoso”, e comunque c’è qualche dubbio che possa essere adottato da noi, non sarà perché, appunto, si tratta di un “pacchetto all inclusive” pensato per un’altra realtà e con altre premesse e altri obiettivi? E perché, allora, non fare ancora un piccolo passo, tornare ad avere una coscienza della nostra capacità (nazionale) propositiva e propulsiva, e immaginare un modello – “”"solo”"” – italiano? Che, guarda caso, esiste già; e, guarda caso, assomiglia molto a quello danese (non per nulla definito il “miglior mercato del lavoro del mondo”). Ma è, appunto, italiano. ovvero nasce dalle nostre esigenze e non ha fini ideologici, bensì l’unico obiettivo di contribuire alla costruzione (complessiva) del nostro futuro. E il modello è quello messo in campo (come la gran parte delle “innovazioni” acquisite dalla politica italiana negli ultimi tre anni), con il primo riferimento in questo senso in un articolo del febbraio 2010 (!) – quando, su queste pagine, già si parlava della necessità di “salvare l’Italia” e si indicavano le possibili strade da percorrere; che presto diventeranno, come quella consapevolezza, a loro volta senso comune nella politica e nel giornalismo autoreferenziali – sia pure ora in risveglio – che ancora faticano – però – a liberarsi dei propri condizionamenti e ad affrontare la realtà con lucidità e lungimiranza – da il Politico.it. E che consiste in un sistema in cui tutti possano essere licenziati, ma in un Paese che ha deciso di dare tutto per tornare grande, e che per farlo ha scelto la via dell’innovazione, alla quale chiede alle proprie imprese di riorientarsi; ed è in questa prospettiva che i licenziamenti, o meglio le assunzioni di “nuove” risorse umane nuovamente preparate a svolgere le mansioni rinnovate e maggiormente specializzate nelle loro aziende ricostituite per innovare, vengono decisi non per “salvare il salvabile” ma in una tensione alla crescita, sostenuta da una formazione continua che fornisca gli strumenti (tecnici, culturali) ai lavoratori per alimentare quello sforzo delle imprese, anzi, per guidarlo; e sciolga, ad un tempo, il “nodo” dei periodi di sospensione dal lavoro tra un impiego e quello – maggiormente avanzato e specializzato – che si andrà a svolgere in seguito. Il tutto occupando, comunque, i lavoratori; rigenerando mediante lo studio la loro capacità di rendimento anche attraverso un recupero di spessore e lungimiranza; e giustificando una indennità di disoccupazione che, a quel punto, non sarà più a “fondo perduto”, bensì rappresenterà un investimento nel futuro del Paese. Il modello danese appunto assomiglia, ma parte da altri presupposti e non ha la stessa carica propulsiva. E l’Italia oggi ha bisogno di rilanciare, e non solo di “rinculare” difensivamente. O sarà peggio. Per tutti. Ma tutto ciò non sarà possibile senza il contributo, libero, della principale forza onesta e responsabile di questo Paese. E il Politico.it ha seri dubbi, rafforzati dalle reazioni di queste ore, espressi la prima volta un paio di mesi fa nel pezzo del nostro direttore che stiamo per rivedere, che questo Pd, formato dalla classe dirigente dell’ultimo, decadente, Pci -del quale tuttavia questi esponenti sono culturalmente e ideologicamente impregnati e dal quale non riescono ad emanciparsi- possa assolvere a tale funzione.
P.S.: Il Corriere racconta oggi (24 dicembre) un’indagine pluriennale su un campione di oltre 100mila aziende che rivela sostanzialmente due cose: a) – ci sono molte offerte-posti di lavoro che non vengono occupati, nella gran parte dei casi perché i nostri giovani non sono disposti a svolgere mansioni che considerano riduttive soprattutto del loro agognato (dai loro genitori, “figli” – loro – del materialismo sessantottino) prestigio sociale; ed è per questa ragione, e sulla base della disponibilità di questi posti inevasi, che una parte della nostra politica sostiene la necessità di far entrare nuova forza-lavoro, disponibile per le peggiori condizioni di vita da cui “proviene” ad accettare quelle offerte che i nostri ragazzi, invece, disdegnano. E, in secondo luogo, b) – che una grossa – e crescente, ma ancora troppo lentamente – fetta di prima occupazione giovanile alimenta una autoimprenditorialità che resta comunque fenomeno ancora poco diffuso in un nostro Paese economicamente ma, soprattutto, culturalmente arretrato. Ed ecco il punto da cui far discendere la possibile “soluzione”: se sarebbe sciagurato proporre ai nostri giovani di studiare di meno per avere “strutturalmente” minori ambizioni – ma anche minori capacità e minore libertà – e quindi abbassare, in buona sostanza, il livello della domanda così da farla incontrare con quella offerta di basso profilo (proposta Tremonti) – e si tratta invece di fare esattamente il contrario! – purtuttavia un Paese che voglia crescere, e che per farlo ha bisogno di occupare (prima di tutto) i suoi giovani, per queste due stesse ragioni è un Paese la cui Politica deve (ri)cominciare a darsi un respiro e una profondità d’azione anche culturale, per poter intervenire sulla scala di valori (?) che dà luogo al prestigio sociale, “togliendo” allo (stretto) guadagno economico e all’attuale, presunta “rilevanza” “sociale” il riconoscimento che andrà ad attribuire al valore umano, culturale e alla capacità di vedere nel lavoro uno strumento per racimolare ciò di cui sostentarsi, sì, ma anche il modo in cui contribuire a raggiungere quell’(alto) obiettivo comune che, pure, “prima o poi” andrà indicato, o continuerà a rappresentare una chimera che non farà la sua parte per aiutare la ripresa economica (e non solo) nazionale. Il che significa anche che l’universalità del diritto allo studio (fino alla laurea, per poi accedere ai circuiti di formazione permanente) andrà garantita fino in fondo come oggi non avviene, e che la preparazione che i nostri ragazzi matureranno dovrà essere fatta considerare loro come un patrimonio da “spendere” non solo in funzione di una maggiore o minore disponibilità economica, ma per avere una (effettiva) libertà (anche di scegliere il proprio modello di vita) che i loro padri, e in qualche caso i loro fratelli – proprio per la “mercificazione” della stessa formazione scolastica e di base – non hanno avuto. E ciò potrà sostenere (ulteriormente) i nostri giovani nella scelta, anche, di tentare la strada di un’imprenditorialità innovativa che innestata nello sforzo complessivo per riorientare il sistema in questo senso rafforzerà – dal “basso” – le possibilità di riuscita – e quindi di avere anche ricadute economiche positive che alleggeriranno quello stesso “sforzo” – del tentativo. Tanto piu’, naturalmente, quanto piu’ saranno stati eliminati lacci e lacciuoli che oggi frenano – anche sul piano “regolativo” – questa vitalità (sotterranea). (Ed) è – ovviamente – la Politica che deve guidare tutto ciò! Contando finalmente sulla sponda di qualche giornale – come il nuovo, splendido Corriere di de Bortoli – che torna a sua volta a fare il proprio mestiere. Contribuendo -come dimostra questo stesso uno-due- alla costruzione del futuro dell’Italia.

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Ma tema non è (solo) libertà di licenziare Cicchitto: “In crisi sarebbe problematico” Ora una riforma ‘organica e complessiva’ Un nuovo sistema orientato innovazione Lavoro (ri)generato da formaz. continua Italia tornerà ad essere culla della civiltà

dicembre 20, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma non (solo), nel senso materialistico e un po’ castigato con cui la concezione post(?)-comunista di una certa sinistra bersaniana vorrebbe frenare la nostra possibile modernizzazione. La quale non coincide, del resto, nemmeno con un modello “ameri- cano” in cui da un giorno all’altro si può ascendere nella scala sociale, sì, ma quello successivo cadere nel senso esattamente opposto, senza garanzie di sorta. E tali garanzie non possono esaurirsi in una rete di ammortizzazione sociale che pesa – comunque – infruttuosamente sul bilancio (e sappiamo, ora, di cosa parliamo) dello Stato, non consentendo condizioni di vita adeguate ai disoccupati-cassintegrati sia per lo scarso livello di “redditività” economica, ma anche perché – appunto – il lavoro non è soltanto “questo”. Read more

Classe politica (?) che non sa e non decide Come già negli anni venti “dopo” la guerra Creò le condizioni per l’avvento dei regimi Fatevi da parte prima che sia troppo tardi

dicembre 12, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La Germania ha paura del fantasma di Weimar. E “decide”, così, di non decidere. Sarkozy non teme confronti. Ma non ha contenuti da mettere in campo, e così si limita a fare il maestrino-giudice universale, minacciando fuoco e fiamme e, soprattutto, ricordando a tutti che la fine è vicina. Da noi, D’Alema propone la riunione delle forze progressiste europee, così che poi, a quel punto, possano stilare e proporre un programma comune. Altri, propongono di riformare prima l’architettura istituzionale: così che poi, a quel punto, qualcuno possa decidere cosa fare. Ecco. E’ esattamente in questo clima di sterilità ed attendismo, che all’inizio del Novecento le piantine fino ad allora deboli e da molti ridicolizzate dei futuri regimi totalitari, ebbero modo di germogliare e poi di rafforzarsi, fino a diventare, dopo il passaggio della guerra, i tentacoli che strinsero nella morsa mortale (purtroppo, in tutti i sensi) l’Europa di allora. Mussolini e Hitler? Considerati, dai più, alla stregua di “sfigati” estremisti, un po’ pazzi, capaci al più di raccogliere attorno a sé minoranze di personaggi del loro calibro. Già. Finché la condizione dei cittadini europei non divenne tale da non consentire più, a persone abituate – e ieri meno di oggi – a valutare e a quantificare il proprio livello di benessere sulla base, in buona sostanza, del solo potere d’acquisto, di sopportare che al proprio disagio e alle proprie, in qualche caso, sofferenze, si contrapponesse, in modo stridente, una politica parruccona e inconcludente, nonostante (per di più!) un grado di dignità ben superiore a quella dei “poltronisti” di oggi. Immaginate Giolitti e uno Schifani, o un Casini: paragone impossibile. E, certo, rispetto ad oggi questa differenza di spessore e di dignità si articolava-traduceva anche in un livello di partecipazione (diffusa, popolare) e “mobilitazione” nazionali-nazionalistiche – le nazioni sono appunto frutto degli anni immediatamente precedenti – ben più grande, che costituisce componente essenziale perché quelle piantine di cui abbiamo parlato abbiano potuto ingrossarsi, di uno scontento che trovava nello “spirito forte” di quelle fazioni ancora minoritarie un elemento di non contraddizione (anzi), o di non estraneità rispetto a possibili soluzioni-prospettive “politiche” da imboccare purché li/ ci portassero fuori dalla “crisi”. E, tuttavia, avere una classe politica “giolittiana” – ci perdoni lo statista – nel senso più deteriore dell’aggettivo, ovvero che il suo unico obiettivo appare, oggi, reiterare se stessa, e così – ancora – il leader del partito che potrebbe/ dovrebbe fornire una “risposta” a questo punto di rottura, Pigi, rimanda a sua volta alla costruzione di una coalizione di salvezza nazionale la definizione di quelle idee, di quei piani, di quel progetto, di quelle soluzioni - non può lasciarci dormire sonni tranquilli. Lo abbiamo già scritto: non decidere – e non, per colpa di una “falla” nei meccanismi decisionali: la falla c’è, ma riguarda la capacità di attivare quei meccanismi sulla base di sogni, idee, proposte concrete – è di per sé antipolitica e, semmai, minaccia di sostituire la “piazza” – e le voci critiche, ma sempre in chiave costruttiva!, come la nostra - onesta e responsabile che chiede soltanto uno scatto di reni, con un’antipolitica vera, quella che coincide con la negazione (“finale” – ?) della democrazia. Se non “ne” avete più, fatevi da parte. Essere giovani non è tutto – e lo può dire con forza e credibilmente il Politico.it che non ha mai strumentalizzato questo ipotetico “vantaggio”, parlando sempre e solo di contenuti – ma, ad un certo punto dei cicli e della Storia, può essere la “sola” cosa che serve. Ad evitare, al”meno”, il rischio di una dittatura. Read more

Ultimi paradossi populismo berlusconiano Pdl addita antidemocraticità (poteri forti) ‘Pd’ vi ri(n)corre (da sempre) per salvarsi Blair: ‘Destra/sinistra non han più senso’ Da berlusconismo esce solo con Politica Che è (“anche”) “ciò” che serve all’Italia
di GINEVRA BAFFIGO

novembre 13, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Politica che non è – naturalmente – né la strizzata d’occhio di Cicchitto alla base popolare; né coincide con la concezione bersaniana di un gioco di squadra che altro non è che l’àncora di salvataggio di leadership inconsistenti. Che sono costrette, perciò, a farsi sostituire. Nell’assunzione di responsabilità. Della guida. Che si declina - in primo luogo – nell’indicazione della strada. E nel sostanziamento del progetto. Oggi l’Italia non ha (?) né l’una né l’altro. E “deve” affidarsi alla dettatura della Bce. Rispetto alla quale comunque il profilo “tecnico” – e la stessa affinità culturale – di Monti è la garanzia, semmai, di una indipendenza che la nostra politica politicante autoreferenziale di oggi non è – appunto – in grado di assicurare. Ma così il Paese vivacchia. E non (se) ne esce. L’attuale classe dirigente non può sopravvivere a questo viatico concepito da Napolitano per salvarci dall’onda lunga della passività berlusconiana. Ovvero il momento in cui alzare gli occhi dallo Specchio – superare l’autoreferenzialità, che è un tutt’uno con il formalismo – non può essere calendarizzato oltre le (future) dimissioni del governo Monti – per mandato esaurito – o la fine della legislatura. E comincia con un profondo rinnovamento della classe dirigente. Rinnovamento – in questo Bersani ha ragione - aperto. A chi non (si) guarda allo specchi(ett)o (retrovisore). E alza, piuttosto, lo sguardo (all’orizzonte). La nostra vicedirettrice ci racconta ora l’ultimo giorno di Berlusconi premier.
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***Lo scambio epistolare tra governo e BcUe***
“BENE” I TECNICISMI, MA POLITICA E’ INDICARE LA STRADA
di MATTEO PATRONE

ottobre 27, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La lettera (per nulla impegnativa – ?, in tutti i sensi?) con cui l’esecutivo risponde alle sollecitazioni dei commissari dell’Italia, contiene elementi di indirizzo – come il (sia pure solo abbozzato, anche qui, in tutti i sensi) impegno per un rilancio (anche) culturale della funzione scolastica, e l’ingresso (finalmente!) del concetto di innovazione (tout court) in un documento ufficiale partorito dalla nostra politica autoreferenziale (anche – perché anziana: basta leggere il riferimento ai “giovani” come una categoria-compartimento stagno a parte con cui si conclude proprio la lettera alla Commissione) di oggi. Ma – per usare una metafora – non si può “vedere” l’orizzonte guardandoci le scarpe (leggi: i – tanto, retoricamente, branditi - ”problemi” dell’Italia). Perché un Paese che abbia (appunto) dei problemi (e nel caso specifico – vale sicuramente per - il nostro) rischia di essere un Paese che deve (completamente) (ri)pensare il proprio futuro. E non troverà le risposte nelle sue (attuali) difficoltà. Il punto è che l’Italia non deve “porre un argine” alla crisi, altrimenti ne verrà (prima o dopo) travolta; bensì immaginare – prescindendo, anche (soprattutto!) psicologicamente da essa (e dal percorso che ci ha portati a cadervi dentro) – (dunque) ex novo (rispetto appunto ai – deficitari – ultimi trent’anni. La nostra Storia è invece un patrimonio imprescindibile da (coin)volgere nella nostra elaborazione) il proprio domani. il Politico.it – ne trovate due esempi nella colonna centrale – ha già, e più volte, e ormai da – molto – tempo, avuto modo di indicare una possibile prospettiva. Nel giorno della discussione – ormai filologica! E raramente Politica – sulla lettera del governo seguita/ preceduta da quella della BcUe, il nostro direttore pone (invece) una questione meto- dologica, indicando (comunque, ancora una volta) le (possibili) linee-guida della costruzione del futuro.
di MATTEO PATRONE
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***DL ANTICRISI*** LA CONTROPROPOSTA IN 7 PUNTI DEL PD E IL TABU’ DELLA PATRIMONIALE

agosto 14, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il dl anticrisi ottiene il via libera da Bruxelles, ma in patria continua a dividere. Governo vs opposizioni, come è ovvio, ma anche gli stessi partiti sembrano uscire debilitati e lacerati al loro interno dal caldissimo agosto di Montecitorio. Nel Pdl sale a quota nove il gruppo di parlamentari pronti ad attuare «una fronda» alla nuova manovra aggiuntiva. Fra questi l’ex ministro Antonio Martino, il sottosegretario Guido Crosetto, Isabella Bertolini, Giorgio Stracquadanio, Giuseppe Moles, Giancarlo Mazzuca e Santo Versace, con Alessio Bonciani e Deborah Bergamini. «Non abbiamo sbagliato nel giudicare deludente l’intervento del ministro dell’economia», scrivono in una nota congiunta: «Il decreto legge presentato dal governo è poco convincente per due ragioni fondamentali: non affronta seriamente i problemi strutturali che hanno portato la spesa pubblica al 52% del Pil e il debito pubblico a dimensioni insostenibili; e aumenta le tasse sul reddito già troppo elevate. Per rispetto della parola data agli elettori, per rispetto delle nostre convinzioni, per la certezza data dall’esperienza che più tasse vogliono dire meno lavoro e meno sviluppo, abbiamo deciso di presentare una serie di emendamenti che sostituiscano le maggiori tasse con migliori riforme». Il Pdl è dunque al suo ennesimo banco di prova, prima la secessione dei finiani, ora la scalata al potere dei giovani del partito, cui Tremonti e lo stesso Berlusconi non sono certo in grado di porre un freno. Ma sull’altro versante della politica italiana la situazione non è poi così diversa. La pressione per una politica nuova, più audace contro i poteri forti, e più equa nei confronti dei ceti sociali meno abbienti, alza la voce e si fa sentire in risposta ai sette punti di Bersani. Se il segretario giudicava “inadeguate” le misure del ministro dell’Economia, ecco che i suoi lo ripagano con la stessa moneta: possibile che il Pd non abbia ancora trovato il coraggio di introdurre una tassa patrimoniale nella sua fin troppo ponderata controproposta? Come può un partito di sinistra, non fare nulla di fronte a questa iniqua pressione fiscale che attaccai  lavoratori del settore pubblico e privato, le imprese, ma non le rendite? L’interrogativo resta sospeso e rivolto al segretario dei Democratici, intanto il Democratico Gad Lerner espone qui sul giornale della politica italiana una severa critica rispetto al “tabù della patrimoniale”. Sentiamo. Read more

Non capiscono o fan finta di non capire “La reazione di queste ore è antipolitica” Ma voi non siete (mai stati) ‘LA Politica’ Così come Berlusconi non è (mai) ‘l’Italia’ La reazione di queste ore è contro di voi Che governate da 20-30 anni inutilmente E’ proprio la Politica che Italia ora rivuole Signori, in quest’era antipolitica siete voi Con una “risposta” del “nostro” Guzzanti

luglio 20, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il Maestro, Franco Battiato, aveva, come il giornale della politica italiana – che scrive da ormai oltre un anno di questa “nostra politica autoreferenziale di oggi”, diffondendo i primi semi della consapevolezza diffusa di adesso – anticipato la presa di coscienza che il Paese sta vivendo in queste ore circa l’inadeguatezza dell’attuale classe “dirigente” (?). “Non ci siamo capiti – canta Battiato in Inneres Auge – e perché dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?”. Il punto, infatti, non è (tanto, o solo) i costi “spropositati” (in sé) della politica italiana odierna. Sì, vanno ridotti perché non possiamo più economicamente permetterceli, e, abbiamo scritto lunedì, vanno ridotti anche come unica (possibile, ma improbabile) alternativa al rinnovamento radicale della classe politica per ritrovare quella sobrietà che non è fine a se stessa, e nemmeno rappresenta la “brioche” da servire al popolo per farlo stare buono (oppure sì, proprio l’insulto dell’ostentazione della sicumera rispetto alla subordinazione della gente), bensì serve a tendere a ricreare le condizioni perché la nostra politica smetta di servire (a) se stessa, e si metta a fare ciò che serve al Paese. Ma il problema dei costi si pone (soprattutto) perché rappresentano una spesa eccessiva, INCONGRUA rispetto ad una offerta, quella dell’attuale classe politica – che non è LA Politica!, ma solo questo insieme – questo sistema – di donne e di uomini “politici” (?), i quali passano (passeranno) mentre la Politica, magari, ritorna – che è del tutto insoddisfacente rispetto alle esigenze della nazione. Per questo fanno un po’ tenerezza, ancora una volta, i tentativi di irretirci dei vari Bersani, Fassino (che, diciamocelo, avrebbe anche potuto evitare l’arringa autoreferenziale con cui ha salutato la Camera) - tutti drammaticamente Democratici: anzi, No, e lo (ri)scopriremo presto – che tentano l’ultima spiaggia di far passare la nostra reazione come antipolitica: antipolitico è ciò che pretende di sostituire la Politica – nel nostro caso, il governo democratico del Paese – con altre forme semplificate (e, comunque, meno democratiche) di “governo” (non “necessariamente” nell’interesse dell’Italia) della nostra comunità, o che comunque sostiene l’impossibilità della messa in pratica della stessa idea di politica; ciò che vuole invece oggi l’Italia è ESATTAMENTE L’OPPOSTO, è ritrovare il governo democratico sostituendo non la Politica – che non c’è – ma gli attuali occupanti, il cui tempo è scaduto e che, semmai, proprio loro sono forieri di antipolitica, direttamente - avendo annichilito la Politica nel (mancato) esercizio delle proprie funzioni – e indirettamente – perché se resistono all’attuale reazione DEMOCRATICA allora sì che nei fianchi del popolo possono nascere fenomeni antipolitici (o peggio), e magari anche pericolosi; e chissà che, almeno per qualcuno, non sia esattamente lo scopo, così da richiedere una saldezza che consentirebbe (potrebbe consentire) la perpetuazione della loro permanenza nel Palazzo – Diciamoglielo (tutti), facciamoglielo capire. E per essere ancora più credibili, e più liberi, il Politico.it lo fa offrendo contestualmente la propria tribuna a chi – in questo unico e specifico contesto – si trova dalla parte opposta del teatro, a sostenere tesi diverse. Contestualmente a questo stesso ennesimo richiamo alla ragionevolezza (e all’onestà e alla responsabilità) all’attuale classe dirigente. Il nostro Paolo Guzzanti ci spiega perché, dal proprio punto di vista, la reazione abbia invece i crismi della reazione (unicamente) emotiva, e come tale, ovviamente, vada trattata. All’interno. Read more

Caro Pd, ma allora no, noi non ci capiamo “Abolire le province non è poi sufficiente Serve la riforma complessiva dello stato” E vincere non basta, bisogna governare Ma sono, come diremmo, due ottimi inizi Piano organico e complessivo “nato” qui Ma Renzi: “Le occasioni ora vanno colte” Ma non solo per piacere ma per cambiare

luglio 7, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Fa quasi tenerezza il Partito Democratico di oggi che ci spiega che tolte le province, bisogna in qualche modo rivedere la distribuzione delle funzioni tra i vari enti. Bella forza. Se le province fossero state inutili al punto tale da non avere nemmeno una benché minima funzione, al punto da non doverle poi riassegnare una volta eliminatele, e fossero state cionondimeno mantenute in vita con tutto il loro carico di costi, altro che vento del cambiamento, si sarebbe dovuta già fare una rivoluzione contro una classe politica che non sarebbe più stata a quel punto semplicemente “autoreferenziale”, ma realmente reazionaria. Invece che le province svolgessero un ruolo lo sapevamo già tutti. E ciò nondimeno tutti, Pd compreso, avevamo ritenuto che fossero superflue. quando finalmente un Parlamento fine a se stesso (quello di oggi), dpo tanti richiami a cominciare da queste pagine, si fosse svegliato decidendo di abolirle, tutti, e comunque tutte le forze oneste e responsabili – la responsabilità non è solo un principio di maturità, ma anche di lucidità, perché un partito che non ha la sensibilità di intelligere la realtà non è nemmeno in grado di corrispondere alle sue esigenze. Appunto – sarebbero dovuti scattare in piedi (anzi, sedersi al loro posto) e votare quel provvedimento. Che il Pd non l’abbia fatto non è una questione di disonestà ma semplicemente, come abbiamo scritto ieri, di inadeguatezza della propria leadership (e della propria attuale classe dirigente, scelta, come Morcone e Bortolussi, a propria immagine e somiglianza, altra prova della totale mancanza di consapevolezza dei limiti. Il che del resto è lapalissiano: se ci fosse quella consapevolezza, non ci sarebbero ad un tempo i limiti). Perché, caro Pigi, fu il Politico.it a rendere chiaro a tutti che questo Paese ha bisogno di un progetto organico e complessivo – di cui oggi parlano in molti, senza, a differenza nostra, però, riempirlo di contenuti - ovvero di ripartire (quasi) da zero, reimpostando tutto ex novo (ovviamente senza travolgere gli snodi di valore). E non soltanto per la macchina dello stato. Che, anzi, a noi interessa ma solo secondariamente rispetto alla nostra società, che prima o contestualmente allo stato va riassettata o non ci salveremo e non potremo tornare al posto che ci compete nel mondo - e della quale si parla, ad oggi, (quasi) solo su queste pagine. Caro Bersani, è insomma chiaro che bisogna ridisegnare tutto; ma – tanto per essere espliciti (?) - se la mucca ha l’erba nella mangiatoia, non va a cercarla al pascolo (non prima!).

E’ tempo che qualcuno lo (ri)dica chiaro Questo segretario Pd/Pg non è adeguato Fa votare “contro” l’abolizione province Stoppa iniziative pro-ritorno Mattarellum (Ma) la politica non è un gioco di squadra E’ il leader a dovere indicare la strada Bersani non ha la classe per farlo (bene) Vignetta di theHand per ‘sdrammatizzare’

luglio 6, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Sfatiamo un luogo comune: la sinistra italiana non ha mai “mangiato” i propri leader. La sinstra italiana (quella storica, quella cattocomunista) è fatta di persone “superiori” e generose, capaci di comprendere e giustificare le mancanze più gravi. (Anche) per questo non ha mai saputo fare una legge che impedisse il conflitto di interessi in politica. Da qui nasce il “buonismo” veltroniano. Che è molto più diffuso (meno consapevolmente che nel caso del suo capofila) di quanto si tenda a ritenere. Per questo il centrosinistra non sa sintonizzarsi con gli italiani (“imponendo” la propria leadership) quando si parla di situazioni nelle quali c’è qualcuno che, a torto o a ragione, “toglie” qualcosa ai nostri connazionali. E’ il caso dell’immigrazione, rispetto alla quale il Pd si configura (solo) come il “partito degli stranieri”. E’ il caso delle politiche della sicurezza, tema su cui quando digrigna i denti la sinistra italiana non è credibile. E’ (una) bontà (dell’anima: in tutti i sensi) che in politica va contro l’interesse generale se non è equilibrata da un doveroso rigore. La cui mancanza – lo scrisse per primo Paolo Guzzanti – è il vero deficit della sinistra italiana post-sessantottina, ciò che manca alla nostra sinistra per renderla una opzione di governo (di cambiamento) affidabile e seria. La sinistra italiana (perciò, intesa come “massa”) non avrebbe mai potuto prendersela con i propri leader. Se ne ha cambiati un fottio negli ultimi quindici anni è perché ci ha pensato Massimo D’Alema. Un uomo di sinistra (anch’esso) snaturato da un “ego” (non nel senso “maturo” dell’Io) smisurato, che (s)combinato con la bontà (che troviamo anche in lui) genera il mostro dell’inciucio (con i forti) e, appunto, dell’ammazza-avversari (interni: con i “deboli”). Se oggi Bersani, che è probabilmente il peggior segretario che la sinistra italiana berlusconiana abbia avuto, è saldo al suo posto è perché D’Alema ne condivide (ex ante) le posizioni. (E) gli va bene così (in tutti i sensi). Ma non va bene per il Partito Democratico e, quindi, per l’Italia. Ha proprio ragione Pippo Civati: tutto questo è immorale (senza quasi). Perché l’Italia ha oggi bisogno del vero Pd per salvarsi e compiere se stessa. E Bersani non lo consente (in tutti i sensi). La leadership E’ la politica. Perché la politica è assunzione di responsabilità. La politica la fanno gli uomini, non i dibattiti (andrebbero aboliti persino quelli delle Feste de l’Unità: sono fuorvianti. Sostituiteli con interventi dei cittadini e con interviste – incalzanti – ai “leader”, che siano costretti a dire cosa fare o facciano spazio ad altri). Politica è quando un leader vero mette in campo le sue idee (in quanto vero leader, sono “giuste”) e trascina a realizzarle. Bersani mette in campo le sue. Ma non sono quelle “giuste”. Chi lo dice? C’è una cartina di tornasole “ideale”. Guardate che candidati sceglie (per la guida delle Regioni, delle città) Bersani: uomini a sua immagine e somiglianza. Figure integerrime, per carità. Di grande competenza. Ma: suoi coetanei. Completamente incapaci di leader- ship (su detta) e comunicazione. Morcone, a Napoli. Bortolussi, in Veneto. Come siano andate le loro esperienze (?) dice quale sia il valore per l’Italia dell’attuale segreteria Pd/Pigi. Non si tratta di un attacco sul piano personale: Bersani è una degnis- sima persona. Ma questa è politica. E la politica, per essere morale, richiede rigore. Il rigore di dire che questa segreteria è inadeguata. Se non cambia al più presto (ma, naturalmente, tenendo conto delle ragioni per cui va cambiata, e “cambiandola” compiutamente), affonda il Pd. E con esso l’Italia. Read more

Matteo (Ricci): ricambio. Quando il nome è un programma Bartolazzi

luglio 5, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

37 anni, presidente della Provincia di Pesaro e Urbino, una lunga tra- fila nel Pd, ma, soprattutto, prima, nei Democratici di sinistra. Uno di quelli cresciuti nel partito e nelle amministrazioni. Quelli che Bersani cita ad esempio (di come dovrebbero essere i giovani – che possono ambire a prendere il posto dei “vecchi”). Perché hanno esperienza. Ma, soprattutto, perché sono allineati e fedeli. E aspettano di essere cooptati. Ma… no. Adesso non più. Matteo Ricci parla (infatti) di “rinnovamento della classe dirigente del centrosinistra. Ora, è necessario”. Per un fronte che si spezza – quello dei (possibili) patrocinati – ce n’è uno che si ricompatta: quello dei giovani. A parte poche eccezioni, tutti si ritrovano nel chiedere il rinnovamento. Alcuni, per sé, certo. Nel senso che quella è la cosa che hanno a cuore. Ma altri per il partito. Ovvero per il Paese. Perché capiscono tutti, ormai, che c’è bisogno dei “figli di questo tempo”. Persone che vivano sulla propria pelle le esigenze di questo tempo; persone che, avendo un futuro, hanno anche voglia di costruirlo. Il proprio. Per alcuni. Sì. Ma soprattutto quello dell’Italia. Questo è il criterio attraverso cui non – attenzione – essere scelti. Ma scegliersi. Qualcuno propone altri criteri. Di certo c’è una cosa sola: il vostro (dei Bersani, dei D’Alema, dei Veltroni; dei Fioroni, dei Franceschini, e così via) tempo è finito; avete dato ciò che era possibile alla nostra politica e alla nazione. Il giornale della politica italiana ha sempre riconosciuto che non è stato poco. Il Pd. Il PdL – con tutti i suoi limiti (attuali: appunto). Il bipolarismo. Ma adesso avete esaurito la vostra spinta. Tocca ad altri. Matteo Ricci docet. Non più solo Renzi. Sempre Matteo. Appunto. 
di MARIANNA BARTOLAZZI Read more

Avete fatto il vostro tempo/1. Il Pd e la lottizzazione (smaccata) Gad

giugno 30, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nel superare un’età (anagrafica e politica; ma talora, va detto, tutto ciò si manifesta anche in giovane età) la passione viene meno e ad essa si sostituisce – se non si ha ancora lasciato la politica e dunque se non si è (dimostrato) di concepire l’impegno come un servizio – l’istinto di sopravvivenza, che porta ad architettare le soluzioni più adatte a garantire la propria persistenza nei posti del potere. Una di queste consiste nel piazzare nei posti-chiave “propri” uomini, così come lo si fa (con altri) per “premiarli” non avendo più (appunto) alcun interesse a far funzionare (davvero) la macchina, e ad assicurare il meglio per il bene della collettività; bensì, appunto, si ha a cuore solo se stessi, generando autoreferenzialità. L’attuale classe dirigente del Partito Democratico – senza generalizzare in modo assoluto - al potere da decenni, ha ormai queste caratteristiche. Il giornale della politica italiana ve lo dimostra, con la narrazione di oggi, senza molta difficoltà. Ascoltate la storia di Franco Pronzato, membro del Cda dell’Atac (l’azienda pubblica di trasporti della capitale), nominato dall’attuale dirigenza Pd “coordinatore nazionale per il trasporto aereo” (?) del partito. L’incarico, di per sé, dalla configurazione astrusa e di dubbia utilità, puzza di autoreferenzialità e lottizzazione. A maggior ragione se il dirigente in questione, oggi indagato (e questo, pur nella presunzione di innocenza, rappresenta un altro campanello d’allarme, come già per le inchieste sulla sanità pugliese), è (appunto) già stato inserito in un Cda (pubblico). Ce ne parla il conduttore de L’Infedele. di GAD LERNER Read more

Diario politico. La fiera dell’ipocrisia (?) Da il Politico.it quattro “sì” al referendum Ma poi guardate chi li sostiene (adesso) Fini e Casini (ora) tacciono contro Silvio Acqua, Bersani era pro-gestione privati Non hanno il coraggio di proprie idee (?) O le cambiano (ma) nella partita a scacchi Come potranno (perciò) salvare l’Italia? Ecco (qui) senso dell’affondo di Guzzanti

giugno 2, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’endorsement del giornale della politica italiana è “presto” (si fa veramente per dire) fatto: sì a tutti e quattro i quesiti, perché la cattiva gestione pubblica dell’acqua non è un motivo sufficiente a lavarsene le mani (in tutti i sensi?), avviandoci (con ogni probabilità) sulla strada della privatizzazione (del bene) tout court. Se così fosse (di nuovo, in tutti i sensi?), dovremmo forse privatizzare anche la nostra politica (?), inefficiente al pari degli attuali sistemi di distribuzione idrica. E invece lottiamo per cambiarli e renderli efficaci. Solo dopo avere compiuto questo sforzo si potrà pensare alla co-gestione da parte dei privati in modo che sia onesto e responsabile, e non viziato da interessi parziali o, peggio (appunto) privati. Il male nucleare consiste nel rischio, concreto, della fine dell’umanità, non è (evidentemente) equiparabile a nessun’altra cifra relativa ai danni e alle morti provocati dall’uso di altre fonti energetiche, quando (peraltro) le rinnovabili hanno un costo (da questo punto di vista) pari allo zero e possono rappresentare la (quasi) esclusiva opzione futura. E non c’è nessun beneficio economico (in tutti i sensi. E si parla del resto solo di convenienze, ancora una volta, private) che giustifichi la possibilità di correre quel rischio. Che poi lo si faccia “grazie” alla mancanza di responsabilità dei vicini (francesi), questo non è un buon motivo per accrescerlo con le nostre mani. Il legittimo impedimento è una norma che nega il principio della legge uguale per tutti e quindi dell’eguaglianza dei cittadini e dunque della loro (nostra) libertà. Il (nostro) “sì” a tutti e quattro i quesiti non ci impedisce d’altra parte di raccontarvi come il fronte (partitico) del “sì” rappresenti (anche) un’armata brancaleone (in)degna della nostra politica (che la esprime). I centristi trasbordano la teoria dei due forni ormai ad ogni scelta di politica (vera), ovvero non hanno (più) una linea politica bensì scelgono (come nel “silenzio” pre-ballottaggio) in base alla stretta convenienza politicistica, che (in questo caso) si traduce nella opportunità (per loro) di sferrare (attraverso la vittoria del “sì” al referendum) un ulteriore colpo al presidente del Consiglio. Il segretario del Pd è (o, forse, solo su questo, potremmo indicare che fosse) un convinto nuclearista; ma soprattutto sosteneva le ragioni di chi, a livello locale, da tempo cerca di ottenere l’affidamento ai privati della gestione della rete idrica. Oggi, per essere (ancora) segretario del Pd, nega le proprie convinzioni. Ma si tratta di un “aggiustamento di Pirro”: come può, un uomo politico che non crede (abbastanza) nelle proprie idee, o che non è capace di provare ragioni abbastanza forti da vincere la convenienza (politicistica), fare il bene del nostro Paese? Proprio perché non ci rappresentano (più), nondimeno, è giusto restare della convinzione che, nonostante loro, sia opportuno dire “sì” a tutti i quattro quesiti referendari. Il racconto, adesso, all’interno, è di Ginevra Baffigo.

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***Diario politico***
PRODI: “MA ORA IL PD RIPARTA DALLE SOLUZIONI”
di GINEVRA BAFFIGO

maggio 31, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. Bersani trascura la richiesta di rinnovamento che gli italiani (gli) hanno recapitato attraverso le urne (?). Dalla lu- na Frattini: “Primarie nel Pdl”. di GINEVRA BAFFIGO Read more

Diario politico. L’Italia è stanca di questo governo di Ginevra Baffigo

maggio 17, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

E sceglie il suo contraltare, ma senza esaltarsi per questo Pd un po’ grigio. Non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi terzopolista, travolta dalle urne. E’ tentata dal Movimento 5 Stelle che rimette in campo la politica vera. Ciò che si può dedurre da questa tornata amministrativa è che un Pd che si faccia “partito dell’Italia”, e si preoccupi di fare il bene di tutto il Paese lasciandosi alle spalle la rappresentanza di specifici interessi, è capace di esplodere. La nostra vicedirettrice ci racconta il voto e il confronto che n’è seguito. di GINEVRA BAFFIGO Read more

Diario politico. Pigi non è mio segretario Da ‘miliardario’ Silvio detto con disprezzo A iconografia su Lega che l’ha pendente (fronteggiando così solo i ‘nani’ leghisti) Il vuoto di stile esprime un vuoto di idee Con Bersani Pd resterà un mezzo partito Invece ora come mai serve (tutto) a Italia

maggio 5, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché i Democratici sono quella forza più onesta e responsabile della nostra politica chiamata ad assumersi la responsabilità - e l’onore - di salvare e rifare grande – in un unico tempo – questo Paese. E se il rischio, come vedremo magari più tardi, è che chi verrà dopo Berlusconi (e Tremonti può rappresentare solo uno specchietto per le allodole) porti a compimento quello sfondamento anti-democratico preparato da trent’anni di rivoluzione anti-culturale del presidente del Consiglio, rendendo l’Italia “positiva” (?) al virus del fascismo che, scrive Giorgio Bocca, è “tornato tra noi”, e nessuna certezza può essere legata alla reazione (è proprio il caso di chiamarla così?) delle altre frange della politica italiana, non in funzione difensiva, ma proprio per andare all’attacco e rifare grande l’Italia, (mai come) in questa fase storica la nostra nazione ha bisogno di un Pd che si faccia “partito dell’Italia” e rappresenti la possibile scelta ideale di quella maggioranza di nostri connazionali che non si riconoscono nell’estremismo berlusconiano, e agognano quella nuova politica che vada oltre la rappresentanza di specifici interessi costituita dai cartelli della destra e della sinistra che si occupasse di e facesse solo il bene del Paese. In questo contesto, un Pd vecchio, chiuso in se stesso (“ideologicamente”, nonostante l’apertura delle alleanze, in realtà compensativa di quella chiusura “programmatica”), nostalgico della lotta di classe e del socialismo, è esattamente ciò che può spalancare delle praterie alla soluzione non auspicata. Ed è naturalmente il segretario ad averne la principale (ir)responsabilità. Il racconto della giornata di ieri, con il Tuttoberlusconi da Vespa, all’interno, è di Ginevra Baffigo. Read more

Ora basta con le (demagogiche) ipocrisie Dov’è differenza tra finiani/ Democratici? Le maggiori onestà e responsabilità Pd Non c’è quanto a programmi e pure ideali (Ri)mettetevi assieme per bene dell’Italia Come ai tempi del (primo) Risorgimento Cavour Mazzini Garibaldi approverebbero Obiettivo: salvare e rifar grande nazione

aprile 15, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Tre parole-chiave del futuro programma: rigore (non solo dei conti), nazione, cultura. Rigore che significa merito, taglio radicale alla spesa, le condizioni “tecniche” del funzionamento della macchina-Paese. Nazione perché l’obiettivo, appunto, è salvarla e rifarla grande. E siete tutti d’accordo che non è il caso di provocare la Terza guerra mondiale e che dunque tale nazionalismo (necessario) va da subito incardinato in uno stemperante (e futuribile) sbocco europeista. E radicato e costruito in funzione della terza tag, cultura. Cultura come chiave per la nostra liberazione. Non, da Berlusconi, ma (semmai) dal berlusconismo (anti-culturale) e, prima, dalle autolimitazioni imposteci (e che ci siamo imposti) nel periodo storico in cui il nostro Paese era lottizzato dalle potenze straniere, togliendoci la motivazione ad essere nazione. Solo in parte riscattata dal Risorgimento. Che ora “chiama” un seguito. Quello per fare non gli italiani, che esistono già, e semmai vanno (appunto) liberati. Ma l’Italia. E in questa fase storica farla significa (appunto, ancora) salvarla e rifarla grande. Possiamo tornare ad essere la culla della civiltà, se rifacciamo della cultura il nostro ossigeno e, attraverso di essa, ci prepariamo ad un nuovo Rinascimento civile, culturale, artistico, scientifico. Il mondo ha bisogno di una guida, non, sul piano della “potenza” (autoritario-militare) ma in termini di produzione di idee (in tutti i campi). Idee che, inserite in una rinnovata tensione alla ricerca di una dimensione etica e filosofica, possono portare ad una nuova civilizzazione. Secondo la letterata e filosofa Lisa Morpurgo dopo l’era della comunicazione, che è quella che stiamo vivendo, ci sarà il ritorno alle origini. Facciamo che non coincida con la fine dell’umanità ma, piuttosto, con un nuovo inizio, una (ri)creazione (e perdonate la grevità del gioco di concetti). L’Italia ha il compito di guidare questo processo, come lo ha fatto storicamente. In questo ritroviamo il nostro orgoglio, e il nostro orizzonte. E potremo tornare (anzi, a quel punto saremo già tornati) al centro del mondo (M. Patr.). Read more

Diario politico(?). Che cos’è la politica (?) Pdl (?): “Processo breve, vittoria politicaMa la politica è la costruzione del futuro Partite a scacchi di Silvio/d’altri son fuffa Se la politica è idee e scelte pro il domani Quella di oggi è (solo) autoreferenzialità

aprile 15, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

E la foto ritrae Cicchitto e nel titolo citiamo “solo” il presidente del Consiglio (!) ma vale per tutta la politica politicante di oggi. Con l’eccezione di quest’ultima fase del Partito Democratico, che, ascoltando in primo luogo i consigli (non richiesti) e le sollecitazioni del giornale della politica italiana ha cominciato a mettere in campo proposte concrete e per di più organizzate nel progetto (o forse, ancora, nei progetti; ma è comunque un passo avanti. E ci torneremo su) che il Politico.it invoca(va) da mesi, avanzando (lui) ad un tempo la proposta del suo (che continuiamo, inevitabilmente – ? – a considerare prioritario). Il gigante addormentato-Pd si sta svegliando (?), e la prova è che sono finite le polemiche dei e intorno ai suoi dirigenti. E il merito è della generosità di un Pigi che ha saputo (possibilmente, l’imprinting resta) cogliere i limiti dell’impostazione originale e cambiare (parzialmente, s’intende; in tutti i sensi…) rotta. Di certo, comunque, non è politica non solo l’autoreferenzialità estrema trascendente in tentazione di im(m)[p]unità di Berlusconi, ma nemmeno la politica politicante alla quale ci avevano abituato i dalemiani e che ora, appunto, si sta ricomponendo. “Politicamente” intorno al processo breve non è avvenuto (proprio) niente; l’avverbio giusto è “autoreferenzialmente”: “autoreferen- zialmente” la maggioranza ha vinto, la minoranza ha perso. L’Italia non era nemmeno allo stadio. Il racconto del dibattito autoreferenziale, ora, firmato dalla nostra vicedirettrice. di GINEVRA BAFFIGO Read more

Diario. Un/ il governo che non ama l’Italia C’è già Lega che (ci) vuole (dis)integrare Berlusconi che ci usa a proprio consumo A L’Aquila e sui migranti le finte(!) lacrime E ora questa lavata (di mani) per criminali Per poter salvare se stesso da condanna Ma (oggi) gli italiani li votano ugualmente Rivoluzione culturale per riavere dignità

aprile 14, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La nostra nazione non l’ha più. Non l’ha (mai?) avuta in quanto nazione, che non c’è (ancora), da qualche tempo (trent’anni circa) non l’ha (di nuovo) come popolo. Solo la cultura – insieme ad un nazionalismo necessario che ponga le sue radici in essa e ad essa sia rivolto, e ben incardinato in un europeismo stemperante – è in grado di ridarci senso di noi e, con esso, la voglia di tornare grandi e quindi l’orgoglio di non farci prendere a pezze in faccia. E di non mettere le nostre istituzioni – la nostra macchina, il nostro mezzo – nelle mani di qualcuno a cui fanno anche un po’ schifo e che, proprio per questo, è pronto a strattonarle e ad usarle insensibilmente per i propri bisogni. Saranno gli italiani a rifare grande l’Italia, sottolinea in queste ore anche il governatore Draghi; la nostra politica deve coinvolgerli e coordinarli. Altrimenti continue- remo ad assistere inerti all’approvazione di leggi ad personam (e contra personas: tutti noi). O peggio. Il racconto di tutto questo è affidato alla bella penna della nostra vicedirettrice. di GINEVRA BAFFIGO Read more

***Diario politico***
BUON COMPLEANNO, ITALIA
di GINEVRA BAFFIGO

marzo 17, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma perché tutto questo non resti retorica è necessario ritrovare un senso della dignità che ci porti all’onestà e alla responsabilità (diffuse). E non sarà facile perché oggi i loro contrari sono iscritti nella nostra (in)cultura. Le chiavi, il giornale della politica italiana lo scrive ogni giorno, sono due: un ritrovato orgoglio nazionale e la rivoluzione culturale. Il centocinquantenario non sia un approdo (incompiuto), ma la leva per rimotivare quella passione civile e politica che può determinare il nuovo Risorgimento propedeutico al nostro nuovo Rinascimento. di GINEVRA BAFFIGO Read more

No, noi non siamo mai stati teneri con lui Ma ora Pigi sta incominciando a “girare Sul nucleare posizione “nuova”/ efficace Bene (re)impostazione patriottica del Pd Poi il moviment(ism)o porterà i suoi frutti Ma adesso continuare, con più forza così

marzo 16, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ieri il giornale della politica italiana forse più che mai in passato (e più che mai altrove) ha portato il livello del dibattito pubblico e politico – quello vero – ad una dimensione filosofica. E i lettori, a dimostrazione anche della tesi del professor Ulivieri secondo cui i gusti e la sensibilità (del pianeta) siano indiscutibilmente cresciuti, ma soprattutto del grande valore di questo spazio e delle tante persone che riconoscono in esso ciò di cui hanno bisogno l’Italia e la nostra politica in particolare, ci hanno premiato. Sarebbe difficile mantenere la discussione quotidianamente in alto come ieri, ma i nostri lettori sanno che quella è la cifra del giornale della politica italiana, e sempre la tensione sarà in quella direzione. E’ un po’ più politicistica la riflessione con cui apriamo questa nuova giornata, ma è doveroso e persino importante farla. Il segretario del Pd ha ricevuto da questo giornale molti consigli (non richiesti) che peraltro Bersani ha mostrato subito di saper raccogliere: dalla necessità di un progetto organico e complessivo, “fondata” decisamente sulle nostre pagine (e solo, almeno all’inizio, su queste), al piano emotivo e sentimentale dell’esigenza di ritrovare un orgoglio nazionale – la cui implicazione Pigi ama chiamare “risveglio italiano”, o: “riscossa” – che per fortuna non è più “civica” - il segretario Democratico è parso riconoscere nelle nostre tesi quella essenzialità che ne fa, né più né meno, la soluzione di maggior buonsenso in questo momento. Ed è cresciuto, esercitando finalmente con autorevolezza quel ruolo di guida che il leader del partito dell’Italia deve avere. La strada è quella giusta; il passo accelerato ma non ancora del ritmo che può cambiare, insieme ai contenuti(-chiave), che abbiamo richiamato, la cronaca della politica italiana e con essa la Storia. A Pigi quindi diciamo: hai trovato il modo, ora fallo completamente tuo esprimendolo con ancora più forza e sicurezza. Comincia ad imporre al dibattito pubblico le linee-forza del tuo progetto organico e complessivo – che più sarà vicino al nostro, è il giudizio (inevitabile?) che diamo, più sarà ciò di cui ha bisogno il Paese – sostituisci ogni riferimento politicista con la (ri)proposizione, in sintesi la più chiara e semplice possibile, di quei tre, quattro contenuti chiave. Forza la consuetudine autoreferenziale del nostro sistema (politico-)mediatico, fallo con passione – quella che stai mostrando di questi tempi – e convinzione. Renderai un servizio al Paese, e se le idee non sono “artificiali” ma quelle giuste di cui (appunto) abbiamo bisogno, vedrai che il Pd ritroverà presto la sua imprescindibile grandezza (in tutti i sensi). E non avrai più bisogno di fare la corte a Casini e Fini. Perché verranno loro da te. O, come diresti tu – ma facciamolo per l’ultima volta - non ci sarà, per loro, trippa per gatti. Read more

Il retroscena. Alle primarie Renzi (Veltroni) contro Bersani Ciuenlai

marzo 10, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il confronto tra la vocazione maggioritaria veltroniana e il nuovo centro-sinistra proposto dal segretario potrebbe tradursi in una sfida che vedrebbe contrapposti da un lato il sindaco di Firenze (probabilmente in ticket con Chiamparino), “adottato” dal leader del Lingotto da tempo alla ricerca di un “successore” e Pigi che vorrebbe coinvolgere in squadra Nichi, con il quale è in atto un avvicinamento de facto. di CIUENLAI Read more

Diario politico. (E) il futuro (dell’Italia) (?) Sì alla fiducia sul federalismo municipale Ma senza un ritrovato orgoglio nazionale il sud va (a picco), e il Paese si disgrega E poi stop agli incentivi sulle rinnovabili No a sprechi ma piano di sviluppo dov’è? Una strategia comunque governo ce l’ha
E’ la

marzo 3, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. Passa il decreto che assegna (“restituisce”) ai comuni alcune facoltà fiscali sul quale il governo aveva apposto la questione di fiducia. Un provvedimento che, preso di per sé, dice poco e non necessariamente in chiave negativa. Ma come il giornale della politica italiana scrive da settimane, una spinta in senso federale – sia pure, per ora, molto contenuta – che non sia organicizzata ad un piano complessivo per la costruzione del futuro del Paese che preveda anche un recupero delle motivazioni del nostro stare assieme e consenta uno sviluppo dell’Italia in quanto tale (nel suo complesso), rischia di rappresentare solo un passo – senza responsabilità generale - verso quella ulteriore divaricazione “sentimentale” tra nord e sud che accentuerà la dispersione delle nostre energie per salvare e rifare grande – in un unico tempo – la nostra nazione. Sebbene la responsabilizzazione – “particolare” – nell’utilizzo delle risorse di ciascuna area del nostro Paese possa, se inserita appunto in quel piano organico, essere buona cosa. Così come un maggior controllo sui contributi per le rinnovabili. Ma, come sopra, solo se la direzione di marcia è quella del potenziamento (rigoroso): le energie pulite sono il futuro del nostro Paese, e intervenire solo in senso limitativo significa compiere una scelta retrograda e reversiva – che va incontro alle esigenze di una lobby energetica come appunto quella nucleare - che pagheremo tutti a caro prezzo (in tutti i sensi) tanto più quanto più tempo verremo allontanati da uno sviluppo (del settore) che ci dia modo di sfruttare appieno le nostre potenzialità (in questo senso) e di avviare una politica economico-ambientale che non sia piegata ad interessi particolari ma serva a fare (solo) il bene del Paese (e non soltanto). Il racconto, ora, all’interno, è di Ginevra Baffigo. Read more

L’editoriale. L’opposizione o detta l’agenda o non esiste di Ciuenlai

marzo 2, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Finché il centrosinistra passerà il proprio tempo a reagire, stupito, alle mosse del presidente del Consiglio la partita – politica ed elettorale – nemmeno comincerà. E Berlusconi perderà (?) consenso solo per le proprie autoreti. In altre parole, da ormai diverso tempo il Cavaliere fa e disfà, fa tutto da sé. In mancanza di una strategia che parta dal concepimento di un progetto organico e complessivo per la costruzione del futuro dell’Italia, frutto magari anche dell’assunzione di responsabilità di una leadership – come quella compiuta da il Politico.it, o da Veltroni – finché i Democratici e i loro alleati non avranno un’idea di fondo dalla quale far discendere le azioni e le intuizioni della battaglia quotidiana per la costruzione del nostro domani – perché questo, e non eternare una classe dirigente, è il senso della politica – il Cavaliere non avrà rivali. E, purtroppo, nemmeno l’Italia. Perché continuerà a stare in fondo alla classifica. La retrocessione – leggi: il declino ineluttabile – attenzione, è ormai vicina. di CIUENLAI Read more

Sinistra smetta d’appropriarsi dei simboli Prima Resistenza, oggi festa “comunista” Poi Costituzione, ora quasi un ‘manifesto’ Adesso scuola pubblica, chiave di futuro Domani magari anche (nostro) tricolore? Il Pd proponga e non faccia il sindacato Destra, non provocata, li faccia pure suoi

marzo 1, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non c’è un’«Italia migliore» rispetto a quella che comprende anche i milioni di persone che in questi anni hanno votato Berlusconi, non c’è una Italia che vivrà il futuro e dovrà salvarsi e rifarsi grande, e un’altra che chissà che fine avrà fatto; ci saremo (ancora?) tutti, dopo Berlusconi, e dovremo lavorare insieme per riportare il nostro Paese nella posizione che gli compete nel mondo, quella di culla della civiltà. A questo fine tutti devono assumersi la responsabilità di dare il proprio contributo. I berlusconiani saranno liberati dall’”obbligo” di abbracciare una tensione (in tutti i sensi) di parte, imposto dalla leadership, dal leaderismo e dal populismo del presidente del Consiglio. Qualcuno insisterà, ma ecco dove si inserisce il contributo che dovrà venire, invece, dalla sinistra. Per dimostrare di essere effettivamente la parte più onesta e responsabile della nostra nazione, la sinistra, e i Democratici – che hanno più responsabilità degli altri – in particolare, dovranno smettere di usare i simboli della nostra unità come bandiere di parte. Il moto di ribellione e di liberazione dal nazifascismo ha portato alla libertà e alla democrazia di oggi, che tutti vivono, e tutti devono essere messi nella condizione di riconoscersi nella Resistenza, che è un dono fatto dalle persone più oneste e responsabili dell’epoca a tutti gli italiani – anche se in tempi di guerra, civile e non, fu inevitabile che le divisioni ci fossero e fossero sanguinosamente marcate; ma oggi non più – come oggi gli eredi di quelle donne e di quegli uomini – tra i quali comunque ci furono anche molte persone oggi di destra, o i cui eredi naturali sono oggi di destra – devono permettere di festeggiarlo a tutto il Paese, ad esempio abbandonando l’abitudine di scendere in piazza con bandiere di parte (politica di oggi), e portando piuttosto tutti il tricolore. La destra, naturalmente, se lo può fare, faccia la sua parte per fare della Resistenza un patrimonio riconosciuto da tutto il Paese. La Carta è il fondamento della nostra democrazia, e se non è ancora entrata nel “sangue” degli italiani, un ruolo decisivo perché ciò avvenga ce l’ha quella parte più naturalmente disposta a rispettarla, che deve promuoverla e non brandirla, evitando di trasformarla nel manifesto di una (la propria) parte (appunto). Oggi Berlusconi attacca la scuola; ma domani Berlusconi non ci sarà. In vista di allora, la sinistra eviti di tirare anche la scuola pubblica nella propria riserva indiana, promuovendo – invece di scendere in piazza in sua difesa – un progetto per rilanciarla che possa essere condiviso in quanto semplicemente onesto e responsabile, e nell’interesse della nostra nazione. Se poi voleste farci un regalo ulteriore, non costringetevi in recinti che non hanno più senso. Se oggi Bersani la pensa come Fini, e viceversa – perché se la destra è «identità nazionale, merito, sicurezza, giustizia sociale» non si capisce in cosa la sinistra dovrebbe essere tanto diversa, e perché – non imponetevi di dividervi, ma occupatevi solo di proposte, testando così sul campo – e non politicisticamente – la possibilità d’intese. Abbiamo un unico compito, che è salvare e rifare grande l’Italia. Non salvare la sinistra e la destra – che sono, o dovrebbero essere, solo strumenti e al limite punti di riferimento ma dai quali muovere responsabilmente progetti concreti per la costruzione del nostro futuro – ma (“soltanto” – ?) l’Italia. E l’Italia è una e una sola. Se anche «indivisibile», dipende un po’ da noi. Read more

***Il retroscena***
IL DOPPIO GIOCO DI FIORONI
di CIUENLAI

febbraio 25, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’emorragia di Fli di cui abbiamo parlato con Chiara Moroni, certo, ma altrettanto corposa è un’altra fuoriuscita che però fa meno notizia. Sono ventitrè i parlamentari del Pd che hanno lasciato il loro partito di elezione (in tutti i sensi?) nel corso di questa legislatura ma con un crescendo negli ultimi mesi. E sono tutti deputati e senatori vicini all’ex ministro dell’Istruzione, punto di riferimento della frangia Democratica più orgogliosamente democristiana (con buona pace di chi, come il nostro giornale e come Walter, predica da sempre la necessità di una “fusione… calda” nella cultura Democratica tout court). Ebbene, Fioroni li starebbe muovendo uno a uno – come pedine – in vista di un esodo complessivo della sua area, ovviamente destinazione terzo polo, per spostare il baricentro del centro-sinistra (che tornerebbe sciagiuratamente a presentare il trattino) dalla parte dei moderati, con buona pace della sinistra bersaniana (vera corresponsabile di questo possibile fallimento: ad ogni azione-provocazione corrisponde una reazione) e anche del Pd, e con esso delle speranze per il nostro Paese di essere salvato e rifatto grande – in un unico, non troppo lontano, tempo. A raccontarlo ai nostri lettori è una nuova firma del giornale della politica italiana, molto nota ai frequentatori politici della rete: comincia oggi la sua collaborazione con il Politico.it la penna efficace di Ciuenlai, che ci spiega, in 4 punti, qual è la strategia di Fioroni. di CIUENLAI Read more

Diario politico. Legittimo (?) impedimento Berlusconi: non ho poteri per governare E così (ancora oggi) “decide” di non farlo In agenda di nuovo solo processo breve Mentre Tremonti sbriga ‘affari’ economici Preparandosi a (degna – ?) successione

febbraio 24, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La nota politica quotidia- na de il Politico.it. Litigano spesso. Il primo vorrebbe un maggior coinvolgimento del secondo rispetto alla mission di salvare il salvabile e di produrre provvedimenti tali da solleticare la pancia del “popolo”. Giulio non ci pensa proprio, sia perché ha la responsabilità di tenere in ordine i conti per/sia per non “sporcarsi le mani” e rimanere il nome più spendibile per il dopo-Cavaliere. Prima o poi. Prima, in una ipotetica soluzione di transizione con lui stesso alla guida. Poi come leader di un Pdl deberlusconizzato. Vediamo come la dicotomia si stia sviluppando in queste ore, con il presidente del Consiglio in attesa di soluzioni per sé e il ministro dell’Economia impegnato (silenziosamente e da parte, per non compromettersi) a tenere in piedi la baracca (ma non troppo). di GINEVRA BAFFIGO Read more

Ma il Pd resta un punto interrogativo (…) Democratici “bruciati” dal pres. del Cons. Per “riaversi” riprendere a comunicare Ma ecco istantanea ‘scattata’ da theHand

febbraio 23, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

In cui si vede il Pd raffigurato mai così efficacemente nella sua condizione attuale. Figlia, lo abbiamo detto, (anche) dell’asfissiante (per loro) egemonia berlusconiana. Che li ha ossessionati e – così, e vanificando ogni sforzo – resi sterili (sul piano propositivo). Al di là di una (specifica) leadership più o meno riuscita, che può confermare o più o meno contraddire la tendenza, il Pd si riavrà (del tutto: segnali di ripresa sono comunque stati registrati, vedi presa di posizione sul Mediterraneo di ieri) quando ricomincerà a (fare) sentire forte la propria voce, imponendo, liberamente (in tutti i sensi) le proprie onestà e responsabilità – e conseguenti, basta un po’ di logica, “necessari” intendimenti – nel dibattito pubblico. L’egemonia delle proposte concrete per la costruzione del futuro dell’Italia. Quelle che possono venire solo dal suo partito, quella forza già disposta a rinunciare a tutto per il bene del Paese, e che ora, proprio per quello stesso bene, è chiamata a non rinunciare più a sé, ritrovando l’orgoglio della propria indispensabilità. Ma come si fa, tutto questo? Ricominciando ad ascoltare la bellezza della propria voce, appunto, la voce forte e sensibile del partito che – altro che morire – ha il compito storico di farsi “partito dell’Italia” per salvare e rifare grande – in unico tempo – questo Paese. Cosa che non sarà possibile se continueremo a vedere questa immagine. Eccola. Read more

Il Sud può diventare il centro del mondo Africa è un grande potenziale inespresso E mercato con Cindia passa(re) di qui (?) Mezzogiorno può esser snodo planetario il Politico.it lo scrive ormai da settimane Ma l’idea (originale) fu di Romano Prodi

febbraio 23, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ieri Democratici in piazza per spingere l’Europa ad occuparsi del Mare nostrum. Al di là della modalità da forza marginale – preferibile sarebbe una potente campagna di comunicazione, che non significa fare “porta a porta” o affiggere manifesti ma la riconquista dell’egemonia nel dibattito pubblico. Ma sappiamo che il Pd di Pigi è completamente avulso da queste logiche pure imprescindibili per chi voglia fare politica (e tanto più se è il partito che deve salvare e rifare grande l’Italia…) nell’era, appunto, della comunicazione – al di là di questo, dicevamo, Bersani pone un tema decisivo (anche se in coda alle vicende del Nordafrica, che pure rafforzano questa tesi, e non per propria libera iniziativa, e in modo incompiuto). Perché se vogliamo che il nostro Mezzogiorno non continui a piangersi addosso, e i leghisti a lanciargli contro strali, dobbiamo capire che, muovendoci ora, possiamo trasformarlo nella piattaforma di comunicazione (commerciale!) tra, prima, l’Asia del boom economico e, poi, il potenziale boom del millennio, quello del continente nero. Ma, appunto, dobbiamo muoverci ora: cominciando a portare i traffici su quella rotta. Come si fa? Innanzitutto creando le condizioni infrastrutturali: il collegamento via terra con il nord deve essere competitivo con le vie del mare. E oggi siamo invece al terzo mondo. Lavorando sulle relazioni con quei Paesi e sull’impegno della nostra industria. E poi seminando sul piano culturale: la scuola è l’ancora di salvezza del mezzogiorno, è di lì che parte la costruzione del suo domani. Naturalmente per fare tutto questo ci vuole un po’ di capacità di visione prospettica. E, conseguentemente, quel progetto organico e complessivo per salvare e rifare grande – in unico tempo – il nostro Paese. Ma è necessario. O andremo in declino. E il momento per muoversi – il Politico.it lo scrive da settimane – è ora. O mai più. Vogliamo perdere una simile occasione? Ginevra Baffigo, ora, ci racconta l’iniziativa del Pantheon Pd. Read more

La Padania (ri)definisce i migranti ‘l’orda’ E per Bersani la Lega non è (più) razzista Amenduni: “E’ però buona mossa tattica” Ma (anche) politicismo di Pigi e D’Alema Ora serve loro ottenere caduta governo Ma il Pd è nato per (ri)fare grande l’Italia

febbraio 15, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

E a questo scopo potrebbe fare il vuoto, come si dice in gergo ciclistico, e vincere le elezioni (quasi – anche – da solo) soltanto mettendo in campo un progetto organico e complessivo per salvare e rifare grande – in un unico tempo – il nostro Paese. La missione storica dei Democratici indicata dal nostro direttore. L’attuale segreteria, però, in parte non è d’accordo (e questo perché/)e non ha alcun progetto da mettere in campo. Non sono un “progetto” le pur lodevoli liberalizzazioni proposte: possono fare parte, di un progetto, ma all’Italia serve ora un disegno (appunto) complessivo per non solo «dare un po’ di lavoro», non solo per «risolvere i problemi del Paese», ma per gettare le fondamenta di una ripartenza duratura e strutturale, capace non solo di consentirle di “tirare avanti un altro po’” (!), ma di restituirle il posto che le compete nel mondo, quello di culla della civiltà. Durante la campagna congressuale Bersani “accusò” Marino di essere «più ambizioso di me». Il punto è proprio questo: l’attuale classe dirigente non ha (più) il fiato per concepire un completo ribaltamento di piano, che è ciò che serve oggi al nostro Paese. Non, per vivacchiare. Ma per tornare grande. Chi non ha l’ambizione, è meglio che si faccia da parte. Altrimenti rischia di contribuire a ridurre la politica ad una partita a scacchi, fatta di sola tattica politicistica, che è la precisa continuazione di questa Seconda Repubblica autoreferenziale che ha aggravato le difficoltà dell’Italia prolungando (sia pure con qualche eccezione) il periodo di tempo in cui al malato non sono state date le medicine. L’unico orizzonte finisce per essere quello di breve periodo, pure necessario. E, in mancanza di un alto ideale, si umilia quello che dovrebbe ambire a diventare il primo partito italiano a stampella leghista. Lo status di Facebook della nostra Cristiana Alicata definisce al meglio la questione. Eccolo. Read more

Il commento. La Lega si prepara a lasciare Berlusconi di Gad Lerner

febbraio 15, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’intervista di martedì del segretario del Pd a La Padania è un autogol del leader Democratico, ma di questo parleremo dopo. La disponibilità nei confronti dei leghisti è invece la loro occasione di portare a casa comunque il federalismo e il segnale che le camicie verdi sono pronte ad imprimere il piede sull’acceleratore della separazione dal premier. Ce ne parla il conduttore de L’Infedele. di GAD LERNER Read more

Marchionne, ci hai “fregato” (ma la politica dov’è?) di R. Maraga

febbraio 14, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana è stato il primo grande quotidiano a far notare come nella vicenda Fiat il grande assente fosse quel progetto organico e complessivo – tra cui la politica industriale – capace di creare le condizioni perché in Italia sia conveniente investire, e non solo per una riduzione dei diritti del lavoro (bensì salvando e rifacendo grande il nostro Paese). il Politico.it può avere sempre ragione perché, onesto e responsabile, è mosso dalla sola motivazione di perseguire il bene della nostra nazione. E così anche un grande economista come Tito Boeri finisce inevitabilmente per convenire. Ma in questa storia è mancata – manca – anche la responsabilità (d’impresa) dell’ad Fiat, che dopo avere sollecitato proprio quell’impegno – facendoci esultare di fronte ad un italiano che sembrava indicare la strada della modernità per il nostro Paese – ha rinunciato a dare il proprio contributo a quella stessa modernizzazione, che avrebbe avuto ricadute positive anche per la Fiat (proprio quelle invocate), preferendo la scorciatoia dell’utilità immediata e per la sola propria azienda, cessando di occuparsi del domani del nostro Paese. E allora promesse non sostanziate da un piano di investimenti che fosse reso noto e richiesta/imposizione tout court di sacrifici ai soli operai. “Fiancheggiato” (loro malgrado) da una parte della nostra politica, e in particolare del Pd, lasciatasi trarre in inganno. (Anche) di questo ci parla il nostro giovane studioso di diritto del lavoro: è qui che si ritrovano, si confrontano e danno il loro contributo i giovani (nati dopo il 1980) talenti della nostra politica che salveranno e rifaranno grande questo Paese. di RICCARDO MARAGA Read more

60% degli italiani non sta con Berlusconi Ma non ha il (primo) partito a cui riferirsi Questo è compito di Partito Democratico Che ha un potenziale (almeno…) del 40% Crespi: ‘Le sante alleanze sono perdenti’

febbraio 1, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il compito storico dei Democratici e salvare e rifare grande questo Paese. Chi lo può fare, i finiani dell’incoerenza di Fini o del mercenariato di Barbareschi? Casini che continua a difendere Cuffaro ed è vicino ad interessi privati? Lo stesso, attuale, presidente del Consiglio? Appunto. La forza chiamata a caricarsi sulle spalle la nostra nazione è quella che raccoglie l’eredità del Risorgimento italiano, di Mazzini, di Garibaldi (che amavano definirsi Democratici) e che, in virtù della propria (maggiore) onestà e responsabilità, è sola che possa farsi “partito dell’Italia” superando la rappresentanza di specifici interessi e pensando a fare solo il bene del Paese. La scorciatoia di mettere assieme la sinistra, e il centro, e la destra, scrive oggi il grande sondaggista dopo che lo ha fatto ieri Giulia porta ad un dirupo in fondo al quale c’è una possibile, nuova sconfitta, sia essa elettorale o nella missione di regalare all’Italia un nuovo Risorgimento, prima, attraverso il quale preparare il nostro nuovo Rinascimento. Sulla scorta (di forza e credibilità) del quale portare a compimento la missione dei nostri padri costituenti, anch’essi riconducibili se non (tutti) al Pantheon del Pd a quello di un partito degli italiani, quale appunto il Politico.it sollecita i Democratici a diventare, compiendo se stessi: unire (politicamente) l’Europa e costruire, sulla base delle nostre democrazie e del nostro liberalismo sociale, un futuro migliore per tutti. Crespi ora, sui temi sul tappeto. di L. CRESPI Read more

***Diario politico***
IL PARTITO DEMOCRATICO HA (ANCHE LUI) PAURA DELLA DEMOCRAZIA?
di GINEVRA BAFFIGO

gennaio 27, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non ci riferiamo, naturalmente, alla contestazione dei possibili brogli a Napoli che non sarebbero “democrazia” ma una sua perversione. Dalla tentazione di “stoppare” le primarie (che comunque, proprio Napoli insegna, vanno riformate, magari attraverso la creazione di un’anagrafe degli elettori che non sfavorisca la partecipazione, ma assicuri il coinvolgimento, appunto, dei soli, effettivi elettori del Pd) alla decisione (questa sì) di sospendere un’assemblea nazionale che sarebbe stata il luogo preposto ad assumere una decisione condivisa sui presunti brogli, appunto, della consultazione “vinta” (?) da Cozzolino, l’attuale maggioranza Democratica (ma, va detto, non solo) sembra non avere fiducia nella propria gente (o forse in se stessa). E in parte ne hanno motivo: perché il nostro Paese è assuefatto da una democrazia rappresentativa tout court in cui la delega tende a deresponsabilizzare gli elettori dalla (vera) partecipazione, quella fatta non solo del voto (che pure è il momento più significativo di espressione della responsabilità politica) ma di cultura, impegno, coscienza politica. Fare le primarie senza prima avere creato una coscienza Democratica (in tutti i sensi), scrivevamo nel giorno della sconfitta di Boeri a Milano (dove pure intervenne, ma proprio per questo, il peso della familiarità di Pisapia), è come applicare il motore di una Ferrari ad una bicicletta: è probabile, per così dire, che il funzionamento non sarà perfetto. Naturalmente senza un inizio – e le primarie questo rappresentano – quella coscienza non si avrà mai, e se quello di una società politica (ma dev’essere chiaro l’obiettivo) è l’orizzonte (come il Politico.it crede possa e debba essere) del centrosinistra (ma non solo) è giusto proseguire su questa strada. Nondimeno l’operazione va sostenuta e completata (dall’impegno) sul fronte culturale, e al contrario proprio in casa del Pd si verifica più visibilmente che altrove il progressivo, ulteriore scollamento (ora – anche concettuale, e quindi attivo) della società dalla politica. Quindi, gli uni non abbiano paura del proprio popolo (e usino gli strumenti Democratici sicuri, come l’assemblea, per fare ciò a cui servono), gli altri tengano conto che non siamo (neanche) negli Stati Uniti (ma non basta). La nostra vicedirettrice ci racconta della vicenda delle primarie Pd nella città partenopea, ma anche della (s)fiducia a Bondi e, senza devianze (in tutti i sensi) pruriginose, dell’«ulteriore documentazione» giunta alla Camera da parte della Procura milanese sul caso Ruby. di GINEVRA BAFFIGO Read more

Diario politico. Pd ci (ri)ascolta (di nuovo) Il futuro dell’Italia passa (soltanto) di qui Bindi a ottobre: ‘Siamo partito del Paese’ Ieri Bersani: “Solo Pd può (ri)costruirlo” (Vi) salvate se vi concentrate su un’idea Se l’avete sentiamola. Altrimenti, eccola

gennaio 14, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Era l’8 ottobre 2010. Ultima direzione nazionale Democratica prima di quella di ieri. Rosy Bindi raccoglie la sfida lanciata dal nostro direttore, e per la prima volta fa sua l’ipotesi di un Pd che si faccia «partito dell’Italia», superando la rappresentanza di specifici interessi e disponendosi a fare il bene di tutto il Paese. La sua missione storica, in un momento in cui l’Italia si trova di fronte ad un bivio: da un lato la strada che scende, quella del declino; dall’altra la possibile salvezza e – in unico tempo – la possibilità, in virtù delle proprie risorse intrinseche, di tornare grande. La «riscossa italiana», come la chiama, usando il proprio linguaggio, Pierluigi Bersani. Ma che nasce qui, su quel giornale della politica italiana che è il principale (nuovo) consigliere della nostra politica (autoreferenziale di oggi, che spinge a tornare ad occuparsi sempre più del Paese) e il principale laboratorio della politica italiana del futuro, quello nel quale si costruisce l’Italia del domani. Che, lo abbiamo scritto più volte, ha bisogno, per potersi realizzare, della sua forza più onesta e responsabile, proprio quel Pd erede della tradizione degli eroi del Risorgimento – Mazzini e Garibaldi che si definivano semplicemente Democratici – e che dopo il secolo del socialismo torna ad essere lo strumento attraverso cui interpretare, e costruire, la realtà. Per questo diciamo a Pigi: va bene raccogliere la sfida, ma le scelte devono essere conseguenti. Non solo sul piano tattico – il ritorno compiuto ad un Pd che proponga la propria idea di futuro nella consapevolezza di avere la responsabilità, appunto, di assumersi la guida della costruzione del domani – ma anche strategico: i Democratici smettano di pensare ed agire come se fossero il quarto sindacato confederale e scelgano la strada più durevole e strutturale di fare il bene di tutti (e quindi anche delle persone più deboli) facendo il bene dell’Italia. Cosa serve perché questo possa finalmente avvenire? Che il Pd smetta di arrovellarsi su se stesso e sogni, lui stesso, il sogno che proporrà agli italiani. Da settimane Bersani annuncia la proposta del progetto complessivo che lo abbiamo convinto sia necessario avanzare. Se sarà forte, i Democratici facciano pure. Altrimenti, ecco (riassunta più recentemente qui) la traccia – ma molto approfondita – del piano su cui costruire il nostro possibile, nuovo Rinascimento. Così si fa la politica italiana. Che si fa solo sul suo giornale. Unico ad avanzare una proposta di domani. Adesso si tratta soltanto di passare a realizzarlo. Torniamo ora per un momento al (solo – ?) presente con il racconto della giornata, all’interno, di Ginevra Baffigo. Con, non temete, tutte le reazioni al parere della Consulta sul legittimo impedimento. Ma a noi interessa il futuro dell’Italia. E quello non passa per le leggi ad personam (varate o – più o meno – respinte) ma (anche) per il Pd. Read more

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