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No a Ue dei burocrati che non fa sognare Sì all’unità economica ma anche politica Italia può contribuire rifacendosi grande “Nazionalismo” necessario a europeismo Nel senso di una motivazione a rialzarci Chirico: “Ma difendiamone i diritti umani”

febbraio 1, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Quando scrive del nazionalismo necessario il giornale della politica italiana avverte tutto il peso della responsabilità. La responsabilità di (non) fomentare la riformazione di focolai di chiusura (e successiva aggressività) nazionalistica e razzista (il che richiede naturalmente una politica italiana altrettanto onesta e responsabile). In un’Europa che ha pagato il prezzo più alto della nascita delle nazioni nell’800. Ma il “nostro” nazionalismo non è nulla di tutto questo. E, pure, è (appunto) necessario. Proprio per essere forte e credibile nell’assolvimento del proprio ruolo storico di costruttore dell’unità politica europea, l’Italia ha bisogno di superare il proprio attuale – non spiace dirlo perché dirlo è la condicio sine qua non per prenderne coscienza veramente e cominciare a risolvere il problema – parassitarismo per cui dall’Europa prende fondi, li usa (quando accade) male (altrimenti li butta), usa il Parlamento europeo come cimitero degli elefanti (peraltro ben retribuiti) e, in una parte del proprio attuale schieramento politico autoreferenziale, vede l’Europa persino con fastidio, come una tata troppo attenta a quello che il bambino Italia fa e dunque impedimento sulla strada della libertà di bricconeggiare. E soprattutto è parassitaria politicamente. L’Italia è un gigante addormentato che il resto del Vecchio Continente è costretto a portarsi appresso (quasi) come un peso, economicamente e non solo. Per (ri)fare l’Europa bisogna prima – o meglio contestualmente – “rifare” (grande) l’Italia, e questo fine abbiamo bisogno di sentirci tutti un po’ più orgogliosi e motivati di essere italiani. Che non significa chiudersi nazionalisticamente in se stessi ma, semmai, l’esatto contrario: oggi sono tanto più forti le spinte localistiche, razziste e anti-europee quanto più debole è l’Italia prima di tutto per gli italiani. Il nuovo Risorgimento, ben impiantato – da subito – in un europeismo che rappresenta l’orizzonte al quale legare tutti i sogni di costruzione del futuro, rifarà grande l’Italia, farà conoscere un nuovo Rinascimento che consentirà al nostro Paese di assumere con maggiore forza la leadership della costruzione europea. Un’Italia guida di un Vecchio Continente unito, e non più un peso morto. Per capire meglio qual è invece il modello del nazionalismo non solo non necessario ma da evitare accuratamente, qualunque sia l’impianto ideologico o comunque la sensibilità (a meno che non sia quella leghista, che già pratica questa forma di “nazionalismo” ristretto alla dimensione – ? – padana – ? -), la nostra Annalisa Chirico ci racconta quel che “combina” la presidenza di turno della Ue, quella ungherese. Che conferma ad un tempo una duplice necessità: quella, indicata da Lisa, di un’applicazione rigorosa delle regole specie nel campo dell’apertura delle nazioni nell’alveo europeo – e non solo – e dei diritti umani, e quella di un’Europa, appunto, politica, che sostituisca al più presto questo carrozzone burocratico che tira avanti perché il motore europeo è il solo in grado di consentirci di stare nel Gran Premio planetario, ma lo fa senza passione e senza una guida e quindi nel modo peggiore tra quelli possibili. La Chirico, ora, sull’Ungheria. di ANNALISA CHIRICO (M. Patr.). Read more

Italiani all’estero: “Rendeteci orgogliosi” L’entusiasmo per la leadership su Libano Ora Paese vuole sia rifatta grande l’Italia

gennaio 31, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’Italia ha il desiderio, anzi, il bisogno impellente di rialzarsi (ma per davvero: non la retorica populista e autoreferenziale di “Rialzati, Italia!”) di chi è pronto a fare ciò che è necessario per riuscirci. Perché c’è un grande Paese che non trova una guida, che coinvolgendolo e coordinandolo faccia la sintesi delle straordinarie energie e capacità che oggi si dissolvono in mille rivoli. E’ come un figlio forte e coraggioso che abbia dei genitori anziani e stanchi, che – anche senza volerlo – ne ingabbiano (e impediscono) l’espressione. L’Italia è come – perdonate la similitudine un po’ greve – un paziente in coma che, a causa dello stato comatoso della propria politica, non riesce a parlare, ma in realtà pensa, eccome, e avrebbe da dire. E siamo ad un punto vicino alla saturazione. La pentola a pressione della necessità di questo Paese di ritrovare se stesso sta per esplodere. E’ un fatto positivo naturalmente, e lo sarà tanto più quanto più si saprà alzare il coperchio al momento giusto – leggi: che questa politica autoreferenziale di oggi levi le tende lasciando il posto a «figli di questo tempo» – diffondendo e inebriandoci dei vapori di uno straordinario “piatto”, evitando (appunto) lo scontro. Poi sarà necessario rimotivare la parte di Paese addomesticata (è proprio il caso di dirlo) da questi sedici anni di politica (?) italiana (?). E agire – senza più indugi – per rifare grande l’Italia. Come farlo? il Politico.it ha già indicato la (possibile) via. Read more

Economia non si rilancia (solo) con -diritti Non cresce (a lungo), si riducono ancora (Nostra) economia si rilancia con cultura Ma non (solo) grazie a ‘turismo culturale’ Ma perché cultura aumenta produttività

gennaio 24, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Abbiamo già sfatato il mito che la produttività dipenda solo da un costo del lavoro concorrenziale. Naturalmente si tratta di una componente probabilmente (almeno all’inizio) necessaria, che nell’ambito del piano complessivo – e giusto, e condiviso – per rifare grande l’Italia, specie in un momento di acutezza della crisi (non solo nella congiuntura economica, ma rispetto alla competizione con le grandi economie emergenti) deve poter essere preso in considerazione. In questo modo – giusto e condiviso – non ci sarebbe però bisogno di referendum lancinanti e di ricatti perché gli stessi lavoratori sarebbero disposti ad accettarlo. CONTINUA ALL’INTERNO Read more

Diario politico. Pd ci (ri)ascolta (di nuovo) Il futuro dell’Italia passa (soltanto) di qui Bindi a ottobre: ‘Siamo partito del Paese’ Ieri Bersani: “Solo Pd può (ri)costruirlo” (Vi) salvate se vi concentrate su un’idea Se l’avete sentiamola. Altrimenti, eccola

gennaio 14, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Era l’8 ottobre 2010. Ultima direzione nazionale Democratica prima di quella di ieri. Rosy Bindi raccoglie la sfida lanciata dal nostro direttore, e per la prima volta fa sua l’ipotesi di un Pd che si faccia «partito dell’Italia», superando la rappresentanza di specifici interessi e disponendosi a fare il bene di tutto il Paese. La sua missione storica, in un momento in cui l’Italia si trova di fronte ad un bivio: da un lato la strada che scende, quella del declino; dall’altra la possibile salvezza e – in unico tempo – la possibilità, in virtù delle proprie risorse intrinseche, di tornare grande. La «riscossa italiana», come la chiama, usando il proprio linguaggio, Pierluigi Bersani. Ma che nasce qui, su quel giornale della politica italiana che è il principale (nuovo) consigliere della nostra politica (autoreferenziale di oggi, che spinge a tornare ad occuparsi sempre più del Paese) e il principale laboratorio della politica italiana del futuro, quello nel quale si costruisce l’Italia del domani. Che, lo abbiamo scritto più volte, ha bisogno, per potersi realizzare, della sua forza più onesta e responsabile, proprio quel Pd erede della tradizione degli eroi del Risorgimento – Mazzini e Garibaldi che si definivano semplicemente Democratici – e che dopo il secolo del socialismo torna ad essere lo strumento attraverso cui interpretare, e costruire, la realtà. Per questo diciamo a Pigi: va bene raccogliere la sfida, ma le scelte devono essere conseguenti. Non solo sul piano tattico – il ritorno compiuto ad un Pd che proponga la propria idea di futuro nella consapevolezza di avere la responsabilità, appunto, di assumersi la guida della costruzione del domani – ma anche strategico: i Democratici smettano di pensare ed agire come se fossero il quarto sindacato confederale e scelgano la strada più durevole e strutturale di fare il bene di tutti (e quindi anche delle persone più deboli) facendo il bene dell’Italia. Cosa serve perché questo possa finalmente avvenire? Che il Pd smetta di arrovellarsi su se stesso e sogni, lui stesso, il sogno che proporrà agli italiani. Da settimane Bersani annuncia la proposta del progetto complessivo che lo abbiamo convinto sia necessario avanzare. Se sarà forte, i Democratici facciano pure. Altrimenti, ecco (riassunta più recentemente qui) la traccia – ma molto approfondita – del piano su cui costruire il nostro possibile, nuovo Rinascimento. Così si fa la politica italiana. Che si fa solo sul suo giornale. Unico ad avanzare una proposta di domani. Adesso si tratta soltanto di passare a realizzarlo. Torniamo ora per un momento al (solo – ?) presente con il racconto della giornata, all’interno, di Ginevra Baffigo. Con, non temete, tutte le reazioni al parere della Consulta sul legittimo impedimento. Ma a noi interessa il futuro dell’Italia. E quello non passa per le leggi ad personam (varate o – più o meno – respinte) ma (anche) per il Pd. Read more

L’azzardo di Renzi: “Sto con Marchionne” Bersani: ‘E io (invece) sto con gli operai’ Ma la politica (vera) non deve fare il tifo Lì impalata seduta in tribuna a guardare La politica agisce per rifare grande l’Italia E così aiuterà sia Marchionne sia operai

gennaio 12, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Quella del sindaco di Firenze è una scivolata. La verità è che Renzi – come chiarisce stamani su Facebook – voleva indicare che tra modernizzazione (l’ad Fiat) e la conservazione (la Fiom) sceglie la prima; solo che – lo diciamo a Matteo – Marchionne rappresenta oggi qualcosa di più autoreferenziale del fenomeno virtuosamente innovatore che era (anche a noi) sembrato rappresentare (e che lo stesso Renzi rappresenta a Firenze), e comunque non è questo che deve fare la nostra politica. CONTINUA ALL’INTERNO Read more

Avevamo (ancora una volta) ragione noi Bersani: “Sì, ora è cominciato un declino e adesso (ci) serve una forte correzione” No, quello che serve è una “rivoluzione”

gennaio 7, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana è il più autorevole e ascoltato (nuovo) consigliere della nostra politica, (perché/)e il più acuto e lungimirante osservatore della politica italiana. Il solo ad avere il senso della Storia. E’ qui, rispetto a tutto il resto del nostro giornalismo (di cui abbiamo denunciato il collateralismo all’autoreferenzialità della politica che avrebbe invece il compito di incalzare, e di riportare sulla retta via quando ne devia), che un grido somme(r)sso della parte migliore degli innovatori del nostro Paese – coloro che, come noi, hanno un minimo di sguardo prospettico – è potuto emergere, arrivando fino alle orecchie, tutt’altro che «messe a terra», come Pigi aveva annunciato avrebbe fatto il suo Pd, della nostra politica autoreferenziale di oggi, finora sorda a causa del tutto volume degli stereo della propria sinfonia, quella del (potere fine a) se stessi. L’Italia è ad un bivio: se proseguirà con l’andazzo attuale, imboccherà la strada (che scende) del declino, e una volta che il passo sarà stato compiuto sarà molto difficile – leggi: ci vorranno decenni – prima di potere tornare anche solo alle posizioni di partenza, quelle di oggi. Ammesso che, nel frattempo, la nave non affondi, visto che lo stato attuale dei nostri conti non è tale da consentirci di perdere ulteriori posizioni senza rischiare il tracollo. Per evitare questo, è necessario un completo ribaltamento di piano, quello di cui su il Politico.it – mentre tutto, e ribadiamo: tutto il resto della nostra politica preferisce guardarsi l’ombelico – si parla, sostanziandolo con risposte e soluzioni concrete, che vanno a comporre il progetto organico e complessivo che abbiamo spiegato è necessario per salvare e rifare grande l’Italia, ormai da mesi. Non basta, caro Bersani, una «forte correzione» di rotta: non si tratta, qui, di dare «un po’ di lavoro». E’ necessario avere quell’ambizione che sembra non essere nelle corde del segretario del Pd, ma che è la condicio sine qua non per evitare il declino. Un’Italia che vivacchi, un’Italia che rattoppi, finirà comunque prima o poi risucchiata nel vortice della decadenza. Stop alla soluzione dei «problemi del Paese», sì ad un’idea (ambiziosa) di futuro da perseguire con il necessario ricompattamento delle “truppe” che salvi e rifaccia grande – in un unico tempo – l’Italia (M. Patr.). Read more

Tema non è oggi primarie o non primarie Diamanti: ‘E’ più quale modello di partito’ E noi aggiungiamo: quale società (civiltà) Una società “politica” che si autogoverni Con la (possibile) fine di destra e sinistra

gennaio 3, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana svolge da mesi la propria narrazione sul futuro dell’Italia, prescindendo dalla dettatura di un’attualità politica autoreferenziale e quindi sterile e dal fiato corto (quando ce l’ha), e a maggior ragione dal racconto degli altri giornali. Oggi tuttavia facciamo un’eccezione. Repubblica apre il dibattito sulle primarie nel Pd. E questo suscita l’interesse di quell’elettorato che Lucia Annunziata associò alla definizione di radical chic – e che ne rappresenta la parte più moderna, globale, aperta all’influenza dei modelli (più avanzati) di altri Paesi, e che socialmente appartiene ad un ceto con un’istruzione e uno spessore culturale medio-alto e si concentra nei centri delle grandi città, per descriverli in un modo che resta comunque abbastanza sommario e generalizzante – e che rappresenta il grosso del nostro pubblico. E dunque suscita anche l’interesse de il Politico.it. Che affronta la questione. Ma, come sempre, lo fa a modo proprio. Muovendo dalle intuizioni di Ilvo Diamanti ma fornendo poi un altro, più complessivo e compiuto, punto di vista sulla questione. Che non è, infatti, primarie sì o primarie no: come dice anche Diamanti, si tratta di stabilire prima che tipo di partito si vuole, se aperto – degli elettori – o chiuso (sono, beninteso, etichette simboliche) – degli iscrittisolido – strutturato e fondato sull’autodeterminazione – o liquido – aperto alla società che viene coinvolta nelle decisioni – Oggi il Pd è un ibrido, un mostro che chiede l’iscrizione ma poi fa decidere gli elettori, o che vuole aprirsi alla società ma pensa di ridimensionare l’uso delle primarie o – quando non lo fa – ne viene travolto. il Politico.it, coerentemente con il proprio racconto sul futuro del nostro Paese, immagina un partito, anzi, dei partiti – vale per tutti e non solo per il Pd – animati dalla società civile, o se volete per una società civile che faccia la politica. Il modello di riferimento, lo abbiamo detto il primo gennaio, non è l’imperfetta società americana, ma Roma e Atene: l’origine della repubblica e della democrazia. Come si traduce concretamente tutto ciò. In una società che abbia vissuto una rivoluzione culturale che la porti a (ri)fare della cultura il proprio ossigeno, a riappropriarsi così della propria capacità di pensare, e quindi di impegnarsi; e, su questa base, le sia offerta la possibilità di autodeterminarsi, non necessariamente rinunciando alla democrazia rappresentativa (recuperando però la rappresentatività della democrazia), ma trasformando la società civile in società politica, una società che, attraverso necessarie forme organizzative (i partiti stessi, nel modo splendidamente esemplificato nel saggio di Giuseppe Rotondo sul partito liquido, che trovate qui), tuttavia le pervada e le esaurisca, attraverso un continuo ricambio tra rappresentanza e base sociale. Con la politica che torna a rappresentare un servizio, a tempo – quello debito, senza nevrosi demagogiche che a quel punto, ritrovata la rappresentatività e quindi la piena legittimità, non sorgeranno più – per la società, svolto da rappresentanti della società stessa. Il futuro è nella riscoperta del classicismo. «Gli è facil cosa a chi esamina con diligenza le cose passate, prevedere in ogni republica le future e farvi quegli rimedi che dagli antichi sono stati usati, o non ne trovando degli usati, pensare de’ nuovi per la similitudine degli esempi», scrive Machiavelli. Questo, almeno, è il futuro di un’Italia che voglia tornare grande e conoscere un nuovo Rinascimento (M. Patr.). Read more

Populismo è un altro sintomo del declino Storia insegna: fu così per la Roma antica (Anche) allora poi “venne” il “principato” Necessaria (ora) la rivoluzione culturale E con essa i valori: onestà/responsabilità

gennaio 1, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La repubblica romana, parallelamente alla democrazia ateniese, fu il prodromo delle moderne (?) democrazie. E’ a loro, e non al modello americano, che la politica italiana deve guardare per rifare grande l’Italia. Partire dai fondamentali. Anche perché la Storia (che si ripete) conferma: siamo (?) nella situazione di allora. L’«inurbamento» – ovvero l’afflusso delle popolazioni dalle campagne alla Città, insieme all’allargamento dell’”impero” e all’inglobamento di popoli meno o diversamente civilizzati – favorì lo stesso fenomeno che i trent’anni di “reazione” (anti)culturale del presidente del Consiglio (attraverso le sue televisioni) hanno accelerato nell’Italia di oggi: uno sfilacciamento del senso civico, una sorta di “abbandono” – preludio della fine della civiltà – che portò i romani a cominciare a scegliere i propri rappresentanti non più in ragione della loro sapientia, ma sulla base di altre virtù (?): l’affabilità, la disponibilità, la simpatia, diremmo oggi. Una personalizzazione della politica che preparò (appunto) il principato, l’involuzione della repubblica in una sorta (lo diciamo con il vocabolario di oggi) di regime. Le due cose – l’impoverimento culturale, e il decadimento della politica con la crisi della democrazia e l’accentramento dei poteri – portarono – certo, in qualche tempo, ma le basi erano più solide di quelle di oggi – alla fine di Roma. La parabola è la stessa. L’economia il detonatore della crisi di oggi. Il giornale della politica italiana lo ha denunciato per primo, con la lungimiranza e la responsabilità (lo diciamo senza polemica, ma come stimolo) che gli altri quotidiani non hanno avuto e non hanno. Oggi conviene lo stesso Berlusconi: «Possiamo salvarci», dice, prendendo improvvisamente coscienza della crisi della nostra (in)civiltà. E promette soluzioni. Ma conosciamo le promesse del presidente del Consiglio. E, anzi, la stessa scelta di parlarne ci assicura che nessuna soluzione verrà data. Anche perché LA, soluzione, è quella rivoluzione culturale (da perseguire in primo luogo attraverso proprio le televisioni) che il Politico.it invoca e della cui necessità solo su queste colonne sembra essersi presa coscienza. Riproporre un esempio, e uno stimolo, di virtù. La chiave è la cultura popolare; restituire all’Italia la propria capacità di pensare, la propria intelligenza, e con essa la voglia di impe- gnarsi. Ce lo insegna proprio la Storia di Roma: quella civiltà fu possibile grazie al collante dei valori, oltre che per una religiosità che oggi non è più pos- sibile, e che possiamo sostituire proprio con la cul- tura. Solo così si salva l’Italia. Anzi, la si rifà grande. Ma non c’è più tempo da perdere: imboccata la strada del declino, diventerà a quel punto molto più difficile riuscirci. (M. Patr.) Read more

C’è De Gasperi nel futuro centrosinistra Significa che Pd deve rifare grande Italia E’ questo compito che ora gli dà la Storia Una grande inchiesta in quattro puntate di GABRIELE FEDERICI

dicembre 21, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Sono passati pochi mesi dall’intuizione del nostro direttore. Il Partito Democratico, in crisi d’identità, si faccia “partito dell’Italia” e assolva al proprio compito storico (appunto) di salvare e rifare grande questo Paese – in un unico tempo. Una prima risposta, da parte del Pd. Poi di nuovo l’afflosciarsi nel dibattito sterile sulle alleanze. Oggi il giornale della politica italiana rilancia. E propone, con una delle sue firme più autorevoli, un grande viaggio nel domani dell’attuale opposizione. Vista in una logica (come sarà inevitabile, al netto di ogni “calata di brache” bersanian-dalemiana) bipolare. Adesso è (o può essere, se saprà ascoltare) il tempo del centrosinistra. Che, simbolicamente, può rifarsi al padre della nostra Repubblica, non uomo di sinistra ma in grado di unire il Paese all’insegna della responsabilità. Cosa che oggi, in mancanza di una destra figlia della nobile tradizione cavouriana (o dello stesso De Gasperi), può fare solo il Partito Democratico. Il partito dell’onestà e della responsabilità. Ma questa è solo la direzione, tracciata da Matteo Patrone. Gabriele Federici muove da qui per accompagnarci in un magico viaggio in quello che è – in fondo – il futuro dell’Italia. 1° puntata
di GABRIELE FEDERICI Read more

Non è qui questione di bassa demagogia Ma di equità e vera riduzione della spesa Ora parlamentari rinuncino alla pensione E si armonizzino gli stipendi (di tutti noi)

dicembre 18, 2010 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana pensa che un governo che faccia il bene dell’Italia sia chiamato ad operare tagli netti alla spesa pubblica, sul fronte degli sprechi naturalmente e senza penalizzare la spesa sociale, che pure va ristrutturata nell’ambito del piano complessivo per rifare grande l’Italia, adottando (anche) il principio che tutto quanto può essere trasformato da spesa a fondo perduto in investimento (indennità di disoccupazione solo per chi partecipa alla formazione permanente, pensioni rimodulate e introduzione di bonus per chi può mettersi al servizio della società anche nella vecchiaia, possibilità di un alloggio per le persone che oggi sono costrette a vivere sulla strada se si rendono disponibili – a loro volta – a dare il proprio contributo a rifare grande questo Paese) va, appunto, reso tale. Ma i tagli sono onesti e responsabili solo se, ad essi, si accompagna una cancellazione degli sprechi anche sul fronte dei costi della politica. Diminuzione del numero dei parlamentari, sì (ma senza penalizzare la democrazia), ma soprattutto via le pensioni – presenti, passate e future – di deputati e senatori, via i benefit (è doveroso che, come ogni lavoratore, anche i parlamentari contribuiscano alla nostra economia), via le auto di rappresentanza (le cosiddette auto blu) per tutti tranne nei (limitatissimi) casi in cui siano necessarie (per le prime quattro cariche dello Stato e i ministri, ad esempio), revisione della concessione delle scorte per limitarla ai soli casi di reale necessità. E stipendi che, complessivamente – e ci riferiamo a quelli dei nostri rappresentanti nelle varie istituzioni ma anche al resto degli stipendi nel nostro Paese, da quelli dei manager, a cui va fissato un tetto, a, ovviamente, quelli delle star e ai gettoni della televisione pubblica fino a quelli dei comuni lavoratori – siano armonizzati secondo principi di proporzione ed equità, anche qui favorendo un’ulteriore riduzione della spesa e un’idea di sobrietà (prevenendo così l’austerità) sulla quale rifondare un Paese leggero, e nella condizione di muoversi veloce e di arrivare prima al traguardo – che per noi rappresenta la salvezza e, ad un tempo, il rilancio – della modernità. Ecco (anche) perché servono un governo e una maggioranza monocolore Democratici. Solo un Pd che sia completamente libero di esprimere se stesso può andare fino in fondo (anche) da questo punto di vista. Read more

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