Futuro dell’Italia. Caro Pd, è tempo di una rivoluzione gentile F. Laratta
gennaio 13, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati
La sinistra perde, o quando vince e’ per brevi esperienze di governo, “occasionali”. Oppure – come in America – mette in scena, volente o nolente, solo la versione soft della destra (repubblicana). Ma soprattutto (ed e’ per questo che oggi e’ perdente) la sinistra ha perso la sua battaglia storica: quella ingaggiata, nel secolo scorso, sotto le insegne del comunismo marxista. Battaglia – e opzione – rispetto alla quale (alle quali) va chiarito un equivoco di fondo: la sinistra non ha mai davvero puntato a cambiare il mondo; ma solo (a cambiare) il capitalismo. Come riconosce, nella sordita’ (ideologica) dei suoi “continuatori”, lo stesso Carlo Marx. Che definisce la sua ideologia altro da un’utopia: pragmatica ipotesi di aggiustamento dei difetti del capitalismo. Altro che rivoluzione. Ed e’ giocando nel campo, con le regole e con la casacca dell’avversario che la sinistra si e’, da sola, infilata nel vicolo chiuso della sconfitta, trovandosi oggi a non avere (apparentemente) piu’ ragione d’essere (e spazio) in un sistema che non mette, perche’ non ha mai messo, realmente in discussione, e – com’e’ uso dire, superficialmente, per uno specifico fenomeno della nostra teatralita’ politicista interna – in cui le persone, se devono scegliere, scelgono l’”originale”. Il vero. Che e’ tale perche’ crede realmente nel sistema che non propone di cambiare perche’ non sente di doverlo fare, trovandocisi perfettamente a suo agio, e che percio’ – contrariamente a quanto si creda – non deve mentire (alla radice). La sinistra e’ onesta con i suoi elettori, ma (solo fino ad un certo punto, perche’) non (lo) e’ onesta con se stessa: se e’ vero, come noi crediamo che sia vero, che la sinistra - donne e uomini di quell’area di opinione e sensibilita’ - si possa trovare (realmente) a suo agio in un mondo il cui unico valore – Monti, per l’appunto, dixit – e’ l’accumulo di ricchezza; un mondo nel quale il principale scopo della vita e’ “consumare” (con quell’orribile definizione-deformazione dell’umanita’ che e’ il nostro rimodellamento sotto l’etichetta di “consumatori”), priorita’ assoluta alla quale piegare ogni altra istanza e potenzialita’: da cui la devastazione del pianeta, fino alla “promessa” della fine della Terra (altro che 2012…) e (conseguentemente) della Storia; un mondo “falso”, “di cartone”, per usare la poetica (quanto lo e’ il suo Villaggio) metafora olmiana, in cui capita che - per dire - le persone per strada si sorridano, pronte, al primo colpo di vento, ad azzannarsi reciprocamente – “fino” alla guerra – sfogando la rabbia e il dolore – la disperazione – nascosti, in profondita’, sotto il velo della nostra apparente felicita’ (materiale). Nell’anno della crisi piu’ grave del capitalismo, in cui anche queste nostre “certezze” sono messe in discussione, la sinistra deve capire che il momento e’ ora: e’ ora perche’ il livello di saturazione collettivo ha raggiunto la soglia di guardia; e se non siamo piu’ sicuri che l’appiglio al quale ci tenevamo stretti fino ad oggi per non cadere nel baratro su cui barcolliamo – l’”abbandonanza”, narcotico di ogni passione umana – possa ancora reggere il peso delle nostre sempre piu’ pressanti necessita’, abbiamo bisogno di cambiare. Non ci rendiamo conto, e non ci ribelliamo, perche’ nessuno (a cui spetti la responsabilita’ di farlo) ci ha detto che questa possibilita’ esiste davvero (se e’ vero che l’umanita’, come le sue organizzazioni democratiche, non dimentichiamolo, siamo noi); ma se – “ideale” termometro – gli ascolti di programmi televisivi organici alla sterilizzazione (di pensiero e, quindi, morale) come i reality show crollano, e’ perche’ gli italiani, finita la scorta di anestetizzante, hanno ripreso ad avvertire il dolore; e sentono il bisogno di lenirlo, possibilmente (se la Politica glielo consente) ricominciando a coltivare lo spirito. Il mondo puo’ cambiare – senza bisogno di spargimenti di sangue (al contrario, per la loro auspicabilmente ”definitiva” cessazione) e nemmeno della fine dei (pur) legittimi interessi attuali, messi in discussione, invece, dal comunismo; l’abbiamo chiamata rivoluzione culturale, potrebbe benissimo essere ribattezzata la rivoluzione gentile – per una ragione molto semplice: noi lo vogliamo. Ne abbiamo la necessita’ (morale), pena, se non l’ascoltassimo, la nostra (“definitiva”) (auto)distruzione. Se la sinistra se ne accorge – e questo pezzo serve a dare un contributo in questo senso – e recupera la profondita’ di respiro che aveva prima del default (…) di fine ottocento, rifacendo proprio l’anelito mazziniano per la ricerca di una “ragione piu’ alta”, tornera’ a vincere, ma, quel che e’ meglio, con lei, finalmente, vincera’ (definitivamente) l’(intera!) umanita’. Il deputato del Pd fotografa una classica fenomenologia dell’umanita’ alienata: i turisti – e persino, quel che e’ peggio, i nostri giovani – “arrivano” (fisicamente) a Roma, culla della cultura umana e della civilta’, e cio’ che si attardano a fotografare sono – a Montecitorio – i sosia (televisivi) di Vespa e Maroni. Un falso. La copia di loro stessi. Perche’, parafrasando Flaiano, c’e’ chi si muove senza viaggiare, e chi, senza muoversi, arriva lontano. di FRANCO LARATTA* Read more
Italia comincia suo percorso innovazione. Monti raccoglie nostra sfida. “Patto ricerca-imprese”
dicembre 29, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati
Italia comincia suo percorso innovazione. Il governo Monti raccoglie la nostra sfida. Profumo: “Nuovo patto ricerca-imprese”. Torneremo ad essere la culla della civiltà. Come siamo giunti a questo risultato.
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Con l’avvertenza, che rivolgiamo al presidente del Consiglio, di “alzare lo sguardo” e non (auto)limitare le nostre potenzialità nel solo senso della produzione. L’esecutivo dei tecnici ascolta il giornale della politica italiana e dopo la “frenata” pre-natalizia del premier (“Il tema – della possibile riforma del mercato del lavoro, ndr – non é maturo”) convoca un cdm straordinario – quando le notizie dai mercati erano quelle, positive, dell’asta andata a buon fine per i nostri titoli di Stato; dunque al di là dell’”invocazione” della Borsa – per stabilire che il “tema” non solo é “maturo” ma urgente; e che possibilmente va affrontato anche nel senso di un rinnovato rapporto – impostato e coordinato dalla Politica! – tra aziende e ricerca. Ma, ricordiamo a Monti, innovazione puo’/ deve significare anche il recupero di quella “dimensione etica e filosofica” intuita, per prima, da Cristiana Alicata che – dando un senso piu’ alto al nostro impegno quotidiano e alla nostra vita (comune) – puo’ consentirci di tendere piu’ velocemente verso una “società della collaborazione” e in cui siano finalmente superate diseguaglianze e privilegi (come sta molto a cuore allo stesso ex presidente Bocconi). In questo senso invitiamo anche il Corriere, giornale dell’Italia, a superare la logica puramente economico-finanziaria – nella quale è tornato ad essere il punto di riferimento, Giornalistico, del Paese – immaginando non di dover stravolgere tutto cio’; ma di potergli attribuire quel senso maggiore che, in ultima istanza, sara’ benefico anche per questa stessa nostra dimensione strettamente materiale. Perchè se non ci riabituiamo a vedere nella cultura un “esercizio” non solo estetico – e, diciamolo, un po’ fine a se stesso – ma anche etico – se non ricolleghiamo il patrimonio della nostra storia e della nostra tradizione alla nostra vita – cio’ che ci é stato lasciato dagli “antenati” finira’ sempre piu’ in un angolo – come sta tristemente avvenendo a Roma, oggi città senz’anima, capitale del materialismo – e, quel che è peggio, rischiamo di “sostituire” tutto cio con le “rovine” (prima morali e, poi, materiali. E il guaio e’ che, come vediamo, il processo si e’ gia’ avviato) del nostro stesso mondo di oggi. Per riuscirci, basta parole; basta promesse-discorsi circa quello che “dovremo” fare. La promessa, l’annuncio, sono la migliore garanzia che quello che si deve fare non verrà fatto: perché anestetizzano la volontà; riducono la spinta (morale) della necessità di agire. C’é chi promette, infatti, da decenni, di cambiare l’Italia. Noi, senza averlo annunciato una sola volta, in pochi mesi abbiamo già cominciato a farlo.
Pigi: ‘Non è ora di toccare lavoro’. Monti: ‘Tema non maturo’. Ma sblocco situazione passa di lì
dicembre 24, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati
Bersani: ‘Non è momento di toccare lavoro’. Monti: “Già, il tema non è maturo”. E invece sblocco di situazione passa di lì. Ma nodo non è (solo) libertà di licenziare. E il modello non sia “danese” ma italiano. Politico!, e non solo tecnico-”regolativo”. Innovazione stella polare nuovo sistema. Ma non è possibile se Pd guarda indietro.
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Ha ragione, il segretario Democratico. “E’ il lavoro” su cui dobbiamo “puntare”. Ma non nel senso in cui lo intende lui. Pigi riesuma, in buona sostanza, il vecchio mantra socialista: “partito dei lavoratori”, sinistra come difesa (ad oltranza) dei loro interessi. E, certo, puntare sul lavoro non può voler dire “sterminare” (socialmente) un’intera “classe”, dando il via libera al “licenziamento selvaggio” per di più, come giustamente è stato fatto notare, in un momento in cui – con le imprese in sofferenza – ciò significherebbe una vera e propria carneficina. Ma, evidentemente, lo status quo – o un ulteriore avanzamento (?) nella stessa direzione – non può rappresentare parimenti una soluzione se è vero che, anche per questo, ci troviamo oggi in una condizione, in tutti i sensi, deficitaria. Ecco allora che, in un dibattito pubblico finalmente – almeno – rivitalizzato e politicizzato – perché questa, è la Politica; e non la “partita a scacchi” delle fazioni, con i suoi retroscena – comincia il confronto tra e sui modelli: con quello danese che la fa da padrone nell’attrarre l’interesse e la curiosità di chi, con onestà e responsabilità, si pone la questione di cercare una soluzione concreta al “problema”. Ma, poiché quello stesso dibattito viene comunque sviluppato dagli stessi protagonisti degli ultimi vent’anni di autoreferenzialità – dei quali, purtuttavia, va sinceramente apprezzato lo sforzo, che contribuisce, a sua volta, a migliorare la situazione e a farci tendere verso un esito complessivo positivo – il modello finisce nel tritacarne delle visioni distorte di destra e di sinistra; deformato – comunque – dalle ideologie. E così la sinistra Pd conclude, in buona sostanza, che si possano mantenere, e che la priorità vada data all’inserimento, degli ammortizzatori sociali – molto generosi – presenti in quel modello; i “riformisti” a loro volta ideologicizzati in questo senso, propendono per abolire l’articolo 18, e chi s’è visto s’è visto. Ma se il modello danese, così com’è, rischia di essere troppo “costoso”, e comunque c’è qualche dubbio che possa essere adottato da noi, non sarà perché, appunto, si tratta di un “pacchetto all inclusive” pensato per un’altra realtà e con altre premesse e altri obiettivi? E perché, allora, non fare ancora un piccolo passo, tornare ad avere una coscienza della nostra capacità (nazionale) propositiva e propulsiva, e immaginare un modello – “”"solo”"” – italiano? Che, guarda caso, esiste già; e, guarda caso, assomiglia molto a quello danese (non per nulla definito il “miglior mercato del lavoro del mondo”). Ma è, appunto, italiano. ovvero nasce dalle nostre esigenze e non ha fini ideologici, bensì l’unico obiettivo di contribuire alla costruzione (complessiva) del nostro futuro. E il modello è quello messo in campo (come la gran parte delle “innovazioni” acquisite dalla politica italiana negli ultimi tre anni), con il primo riferimento in questo senso in un articolo del febbraio 2010 (!) – quando, su queste pagine, già si parlava della necessità di “salvare l’Italia” e si indicavano le possibili strade da percorrere; che presto diventeranno, come quella consapevolezza, a loro volta senso comune nella politica e nel giornalismo autoreferenziali – sia pure ora in risveglio – che ancora faticano – però – a liberarsi dei propri condizionamenti e ad affrontare la realtà con lucidità e lungimiranza – da il Politico.it. E che consiste in un sistema in cui tutti possano essere licenziati, ma in un Paese che ha deciso di dare tutto per tornare grande, e che per farlo ha scelto la via dell’innovazione, alla quale chiede alle proprie imprese di riorientarsi; ed è in questa prospettiva che i licenziamenti, o meglio le assunzioni di “nuove” risorse umane nuovamente preparate a svolgere le mansioni rinnovate e maggiormente specializzate nelle loro aziende ricostituite per innovare, vengono decisi non per “salvare il salvabile” ma in una tensione alla crescita, sostenuta da una formazione continua che fornisca gli strumenti (tecnici, culturali) ai lavoratori per alimentare quello sforzo delle imprese, anzi, per guidarlo; e sciolga, ad un tempo, il “nodo” dei periodi di sospensione dal lavoro tra un impiego e quello – maggiormente avanzato e specializzato – che si andrà a svolgere in seguito. Il tutto occupando, comunque, i lavoratori; rigenerando mediante lo studio la loro capacità di rendimento anche attraverso un recupero di spessore e lungimiranza; e giustificando una indennità di disoccupazione che, a quel punto, non sarà più a “fondo perduto”, bensì rappresenterà un investimento nel futuro del Paese. Il modello danese appunto assomiglia, ma parte da altri presupposti e non ha la stessa carica propulsiva. E l’Italia oggi ha bisogno di rilanciare, e non solo di “rinculare” difensivamente. O sarà peggio. Per tutti. Ma tutto ciò non sarà possibile senza il contributo, libero, della principale forza onesta e responsabile di questo Paese. E il Politico.it ha seri dubbi, rafforzati dalle reazioni di queste ore, espressi la prima volta un paio di mesi fa nel pezzo del nostro direttore che stiamo per rivedere, che questo Pd, formato dalla classe dirigente dell’ultimo, decadente, Pci -del quale tuttavia questi esponenti sono culturalmente e ideologicamente impregnati e dal quale non riescono ad emanciparsi- possa assolvere a tale funzione.
P.S.: Il Corriere racconta oggi (24 dicembre) un’indagine pluriennale su un campione di oltre 100mila aziende che rivela sostanzialmente due cose: a) – ci sono molte offerte-posti di lavoro che non vengono occupati, nella gran parte dei casi perché i nostri giovani non sono disposti a svolgere mansioni che considerano riduttive soprattutto del loro agognato (dai loro genitori, “figli” – loro – del materialismo sessantottino) prestigio sociale; ed è per questa ragione, e sulla base della disponibilità di questi posti inevasi, che una parte della nostra politica sostiene la necessità di far entrare nuova forza-lavoro, disponibile per le peggiori condizioni di vita da cui “proviene” ad accettare quelle offerte che i nostri ragazzi, invece, disdegnano. E, in secondo luogo, b) – che una grossa – e crescente, ma ancora troppo lentamente – fetta di prima occupazione giovanile alimenta una autoimprenditorialità che resta comunque fenomeno ancora poco diffuso in un nostro Paese economicamente ma, soprattutto, culturalmente arretrato. Ed ecco il punto da cui far discendere la possibile “soluzione”: se sarebbe sciagurato proporre ai nostri giovani di studiare di meno per avere “strutturalmente” minori ambizioni – ma anche minori capacità e minore libertà – e quindi abbassare, in buona sostanza, il livello della domanda così da farla incontrare con quella offerta di basso profilo (proposta Tremonti) – e si tratta invece di fare esattamente il contrario! – purtuttavia un Paese che voglia crescere, e che per farlo ha bisogno di occupare (prima di tutto) i suoi giovani, per queste due stesse ragioni è un Paese la cui Politica deve (ri)cominciare a darsi un respiro e una profondità d’azione anche culturale, per poter intervenire sulla scala di valori (?) che dà luogo al prestigio sociale, “togliendo” allo (stretto) guadagno economico e all’attuale, presunta “rilevanza” “sociale” il riconoscimento che andrà ad attribuire al valore umano, culturale e alla capacità di vedere nel lavoro uno strumento per racimolare ciò di cui sostentarsi, sì, ma anche il modo in cui contribuire a raggiungere quell’(alto) obiettivo comune che, pure, “prima o poi” andrà indicato, o continuerà a rappresentare una chimera che non farà la sua parte per aiutare la ripresa economica (e non solo) nazionale. Il che significa anche che l’universalità del diritto allo studio (fino alla laurea, per poi accedere ai circuiti di formazione permanente) andrà garantita fino in fondo come oggi non avviene, e che la preparazione che i nostri ragazzi matureranno dovrà essere fatta considerare loro come un patrimonio da “spendere” non solo in funzione di una maggiore o minore disponibilità economica, ma per avere una (effettiva) libertà (anche di scegliere il proprio modello di vita) che i loro padri, e in qualche caso i loro fratelli – proprio per la “mercificazione” della stessa formazione scolastica e di base – non hanno avuto. E ciò potrà sostenere (ulteriormente) i nostri giovani nella scelta, anche, di tentare la strada di un’imprenditorialità innovativa che innestata nello sforzo complessivo per riorientare il sistema in questo senso rafforzerà – dal “basso” – le possibilità di riuscita – e quindi di avere anche ricadute economiche positive che alleggeriranno quello stesso “sforzo” – del tentativo. Tanto piu’, naturalmente, quanto piu’ saranno stati eliminati lacci e lacciuoli che oggi frenano – anche sul piano “regolativo” – questa vitalità (sotterranea). (Ed) è – ovviamente – la Politica che deve guidare tutto ciò! Contando finalmente sulla sponda di qualche giornale – come il nuovo, splendido Corriere di de Bortoli – che torna a sua volta a fare il proprio mestiere. Contribuendo -come dimostra questo stesso uno-due- alla costruzione del futuro dell’Italia.
Unico progetto resta nostro. Innovazione, for- mazione, cultura. Saremo di nuovo culla civiltà
ottobre 30, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati
Ma unico progetto in campo resta nostro. Serve ora completo ribaltamento di piano. Una economia rifondata sull’innovazione. Formazione continua a ‘integrare’ lavoro. Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento. Italia tornerà ad essere culla della civiltà.
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(23.07.2011) L’Economist: “E’ persino semplice salvare – e rifare grande – l’Italia. Il dramma è che questa classe politica non sembra averne la volontà. E (quindi) la capacità”. Lascia esterrefatti che, ora che il rischio-baratro per la nostra nazione è sotto gli occhi di tutti (si è manifestato con la concretezza dell’immediato rischio-default), il nostro dibattito pubblico continui come prima, completamente “assente”. Giornate intere dedicate a seguire la telenovela Papa&Tedesco, dando peraltro a due signori inquisiti – e ai loro guai – una dignità che non meriterebbero. Una politica che, quando non interviene – svogliatamente – per tappare qualche buco, cosa che ci manterrà in equilibrio per un altro po’, ma senza toglierci dall’orlo del burrone, invece di mettere in campo, da subito, la sua proposta per il futuro dell’Italia ciancia di – of course – Berlusconi, berlusconismo, coalizioni, centro, più o meno moderato, governi tecnici di larghe intese, legge elettorale; e meno male che Vendola ha smesso (almeno per ora) di ossessionarci con le sue ambizioni personali… Tutti elementi necessari, ma non sufficienti, e che non rappresentano il punto, ciò che serve oggi al nostro Paese. Al nostro Paese oggi serve avere le idee chiare su cosa si dovrà (dovrebbe, subito!) fare. Le conclusioni a cui (più o meno) siamo giunti tutti – tranne, ovviamente, la “no- stra” (?) politica (…) – sono le seguenti.
Ecco il piano casa di una grande nazione Stop al consumo di (prezioso!) territorio Ristrutturazioni per restituir(ci) bellezza All’insegna d’una totale ecocompatibilità Significa (quasi) autosufficienza energia E (nuovo) Paese che torna a risplendere
marzo 4, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati
A Cassinetta di Lugagnano hanno già posto un freno alle nuove costruzioni. Che si mangiano lo spazio (e l’ambiente). Altro oro (insieme all’acqua pubblica) delle future generazioni. Matteo Renzi a Firenze sta andando in questa direzione. A Milano l’architetto Stefano Boeri ha proposto, innanzitutto, di risolvere il problema della casa recuperando le decine di migliaia di appartamenti sfitti nel centro della città. Ora immaginate di applicare a tutto questo (come in parte i “nostri” stanno già facendo) un nuovo regime estetico ed architettonico e la riconversione ecocompatibile delle abitazioni. Lo stile delle nostre città – ma anche dei nostri piccoli paesi, dove d’altra parte la conservazione tende ancora a precedere lo scempio di una presunta modernizzazione che nella maggior parte dei casi, in mancanza di direttive generali, finisce spesso per coincidere con un imbruttimento – non può più essere lasciato alla mercé delle scelte estemporanee – e spesso motivate da altro rispetto all’obiettivo di rifare bella l’Italia – dei singoli gruppi di lavoro. E’ doverosa una scelta strategica che ci restituisca un nostro stile, moderno (innovativo) ma compatibile con la nostra storia, la nostra cultura, la nostra civiltà. La struttura energetica delle abitazioni è la prima ragione della nostra dipendenza dal provvigionamento da altri Paesi. In due direzioni. Nel senso dell’accrescimento del fabbisogno attraverso l’aumento degli sprechi, che non riguardano solo i nostri vecchi acquedotti più facilmente oggetto delle attenzioni dei filantropi che ci vogliono evitare salassi non necessari, ma anche la nostra gestione energetica. E nel senso che le case possono diventare canali di approvvigionamento energetico tout court e dunque accrescere la “produzione” interna. E’ oggi “disponibile” un “modello” di (ri)costruzione che consente la riduzione dei consumi attraverso (anche) il miglioramento del sistema e quindi la riduzione degli sprechi. E le rinnovabili offrono la possibilità di una quasi totale autarchia energetica degli stessi, singoli edifici. Immaginate ora di coniugare lo stop al consumo del territorio con il recupero alla bellezza e alla fruibilità delle nostre costruzioni declinata nel senso di una riconversione all’ecocompatibilità e allo sfruttamento dell’energia solare (e, magari, non solo). Si ottengono quattro, fondamentali risultati in un solo momento: si recupera la bellezza salvaguardando la naturalità dei nostri ambienti, con la cultura il più grande patrimonio “naturale” (appunto) del nostro Paese; si preserva come detto il patrimonio inestimabile del nostro territorio; si riduce lo spreco, il costo, la dipendenza da altri Paesi dal punto di vista energetico; si favorisce un risparmio incommensurabile – dopo un primo investimento, che va favorito appunto attraverso una nuova e più lungimirante versione del piano casa – di ogni famiglia e di ogni cittadino. La rivoluzione culturale è la nostra liberazione dai lacci e dai lacciuoli che ci siamo imposti in secoli di storia e in tempi più recen- ti. Facciamolo anche con le risorse fisiche e ambien- tali, e nessuno potrà comparare il nostro boom. Read more
Sinistra smetta d’appropriarsi dei simboli Prima Resistenza, oggi festa “comunista” Poi Costituzione, ora quasi un ‘manifesto’ Adesso scuola pubblica, chiave di futuro Domani magari anche (nostro) tricolore? Il Pd proponga e non faccia il sindacato Destra, non provocata, li faccia pure suoi
marzo 1, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati
Non c’è un’«Italia migliore» rispetto a quella che comprende anche i milioni di persone che in questi anni hanno votato Berlusconi, non c’è una Italia che vivrà il futuro e dovrà salvarsi e rifarsi grande, e un’altra che chissà che fine avrà fatto; ci saremo (ancora?) tutti, dopo Berlusconi, e dovremo lavorare insieme per riportare il nostro Paese nella posizione che gli compete nel mondo, quella di culla della civiltà. A questo fine tutti devono assumersi la responsabilità di dare il proprio contributo. I berlusconiani saranno liberati dall’”obbligo” di abbracciare una tensione (in tutti i sensi) di parte, imposto dalla leadership, dal leaderismo e dal populismo del presidente del Consiglio. Qualcuno insisterà, ma ecco dove si inserisce il contributo che dovrà venire, invece, dalla sinistra. Per dimostrare di essere effettivamente la parte più onesta e responsabile della nostra nazione, la sinistra, e i Democratici – che hanno più responsabilità degli altri – in particolare, dovranno smettere di usare i simboli della nostra unità come bandiere di parte. Il moto di ribellione e di liberazione dal nazifascismo ha portato alla libertà e alla democrazia di oggi, che tutti vivono, e tutti devono essere messi nella condizione di riconoscersi nella Resistenza, che è un dono fatto dalle persone più oneste e responsabili dell’epoca a tutti gli italiani – anche se in tempi di guerra, civile e non, fu inevitabile che le divisioni ci fossero e fossero sanguinosamente marcate; ma oggi non più – come oggi gli eredi di quelle donne e di quegli uomini – tra i quali comunque ci furono anche molte persone oggi di destra, o i cui eredi naturali sono oggi di destra – devono permettere di festeggiarlo a tutto il Paese, ad esempio abbandonando l’abitudine di scendere in piazza con bandiere di parte (politica di oggi), e portando piuttosto tutti il tricolore. La destra, naturalmente, se lo può fare, faccia la sua parte per fare della Resistenza un patrimonio riconosciuto da tutto il Paese. La Carta è il fondamento della nostra democrazia, e se non è ancora entrata nel “sangue” degli italiani, un ruolo decisivo perché ciò avvenga ce l’ha quella parte più naturalmente disposta a rispettarla, che deve promuoverla e non brandirla, evitando di trasformarla nel manifesto di una (la propria) parte (appunto). Oggi Berlusconi attacca la scuola; ma domani Berlusconi non ci sarà. In vista di allora, la sinistra eviti di tirare anche la scuola pubblica nella propria riserva indiana, promuovendo – invece di scendere in piazza in sua difesa – un progetto per rilanciarla che possa essere condiviso in quanto semplicemente onesto e responsabile, e nell’interesse della nostra nazione. Se poi voleste farci un regalo ulteriore, non costringetevi in recinti che non hanno più senso. Se oggi Bersani la pensa come Fini, e viceversa – perché se la destra è «identità nazionale, merito, sicurezza, giustizia sociale» non si capisce in cosa la sinistra dovrebbe essere tanto diversa, e perché – non imponetevi di dividervi, ma occupatevi solo di proposte, testando così sul campo – e non politicisticamente – la possibilità d’intese. Abbiamo un unico compito, che è salvare e rifare grande l’Italia. Non salvare la sinistra e la destra – che sono, o dovrebbero essere, solo strumenti e al limite punti di riferimento ma dai quali muovere responsabilmente progetti concreti per la costruzione del nostro futuro – ma (“soltanto” – ?) l’Italia. E l’Italia è una e una sola. Se anche «indivisibile», dipende un po’ da noi. Read more
No ad un’Italia multiculturale (tout court) E’ l’opposto di integrazione e non ‘vince’ Sì (invece) ad Italia che si lasci arricchire ma a partire dalla propria identità storica Remiamo insieme in un’(unica) direzione
marzo 1, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati
Naturalmente bisogna intendersi sul significato di “multiculturalismo”. Se per multiculturalismo si intende un crocicchio di comunità e identità diverse, confermiamo la nostra risposta. Alla quale del resto sono giunti Paesi che si confrontano da molto più tempo con il tema-immigrazione. L’Inghilterra di Cameron, che si accorge che così l’integrazione è impossibile, anzi, non inizia nemmeno. La stessa Francia, un modello intermedio tra quello multiculturale tout court e quello di cui parleremo tra poco, che laddove accetta passivamente il multiculturalismo (?) tout court, conosce fenomeni di disgregazione, povertà, criminalità (banlieu, la situazione nella zona più interessata – storicamente – dai fenomeni immigratori, il sud del Paese). La stessa Roma antica ha cominciato a decadere nel momento in cui ha (eccessivamente) aperto i propri confini, e ha visto disgregarsi (ancora) la propria identità. Gli Stati Uniti sono invece un esempio di Paese che, sia pure a costo di grandi sofferenze (soprattutto, va detto, per le sue – allora – minoranze), ha trovato un modello vincente: quello di un multiculturalismo, sì, ma innestato su una forte identità nazionale. Quello che gli americani non sono probabilmente riusciti a fare è di arricchirsi di questa estrazione multiculturale. Quello che invece può e deve fare la nostra nazione. Ora che comincia il fenomeno immigratorio di massa, siamo nelle condizioni di impostarlo come vogliamo avvenga. Noi diciamo sì allora all’apertura e al (necessario) dialogo; ma a partire da una forte consapevolezza della nostra identità storica, da riscoprire attraverso la rivoluzione culturale. Una rivoluzione culturale che coinvolga, e non emargini, le persone provenienti da altri Paesi e si faccia arricchire, appunto, dai loro contributi, indicando la traccia di fondo – la democrazia occidentale figlia del cristianesimo e dell’illuminismo, il solidarismo, la cultura appunto – e la nostra tradizione culturale in particolare – come veicolo della nostra «liberazione» – e lasciando che su di essa le altre culture mettano la propria conoscenza, la propria sensibilità, la propria tradizione (nella misura, come detto, in cui sono compatibili) per un’esplosione di (rinnovata) cultura e intelligenza. Come si fa concretamente? Ritrovando innanzitutto un orgoglio nazionale ben incardinato nello stemperante sbocco europeista; rifacendo della cultura – la nostra – il nostro ossigeno; aprendosi a quel punto da una condizione di forza ai contributi degli “altri”, a cui va lasciata la libertà di professare il proprio credo (religioso), ma che debbono attenersi alle nostre leggi e riconoscere le nostre tradizioni (e soprattutto i nostri nuovi obiettivi), e progressivamente – solo in questo modo – integrarsi nella nostra società. Come del resto già avviene – grazie ai flussi “controllati” – nel nostro Paese. Che può accentuare la propria spinta all’integrazione – e prepararsi ad un’immigrazione più consistente che va comunque governata, anche nella chiave europea – dandosi quell’obiettivo di ritornare grande per il raggiungimento del quale gli “stranieri” possono offrire – diventando a quel punto nostri connazionali – un contributo decisivo. E’ chiaro che tutto questo funziona meglio in chiave europea, dato che la questione si pone nello stesso modo (sia pure con qualche differenza dovuta alla geografia), data la comune radice – sennò non staremmo assieme – e la comune esposizione al fenomeno, a livello continentale. L’Italia lavori – senza la violenza delle rivendicazioni inutilmente autarchiche leghiste – ad un’Europa (sempre più) politica e, in questa chiave, ad un governo europeo del fenomeno. Portando quest’idea sostenibile – e probabilmente vincente – per il futuro. Read more
E il film che ci “aiuta” è l’ultimo Tognazzi Chiave di nostro futuro si chiama cultura Ma non (solo) conservazione del passato Italia (ri)generi (ancora) cultura mondiale E saremo di nuovo la culla della civiltà
febbraio 27, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati
Ultimo Tognazzi che si scrive Il padre e lo straniero. Un discreto film, di un nostro cinema che ci sta provando – lui – a rimettersi alla testa del cinema mondiale (come lo è stato nel dopoguerra), ma che manca ancora dello spessore necessario. E questo è dovuto – scrive Ulivieri – ad una batteria autoriale (registi e sceneggiatori) che – come parte della nostra nazione, quella, almeno, che ha il coraggio e la responsabilità di lottare per cambiare dentro i nostri confini – non ha la statura dei loro zii (e pure la nuova generazione sta crescendo – in tutti i sensi – anche se siamo ancora a pochi casi “isolati”: i soliti Garrone, Sorrentino, per capirci. Toni tra gli attori). (Ecco perché) dicevamo che (però) il cinema ci sta (già) provando e può essere (a maggior ragione) il nostro capofila (e la nostra cartina di tornasole): l’Italia ha un grande patrimonio. Che è la cultura. Ma non, i beni prodotti nel passato. Ma averlo potuto fare. E quindi poterlo ri-fare. Cosa manca? Il clima necessario. Un clima ad un tempo di ritrovato (ben incardinato nello stemperante sbocco europeista) orgoglio nazionale e di rinascita culturale. E’ la rivoluzione della quale il Politico.it scrive da mesi. Trasformiamo il nostro Paese in un grande campus a cielo aperto, fatto di una scuola rigenerata, (e) di un’università che miri(no) ad essere la punta avanzata dell’istruzione nel mondo. E con il Grande Educatore – la televisione – accompagniamo questo “sforzo” (si fa per dire, è un impegno bellissimo) ridando a (tutti) gli italiani gli strumenti perché possano (ri)avere nella cultura il proprio ossigeno. Immaginate un Paese che si riabbia della propria capacità di pensare e che per questo torni ad impegnarsi. E’ un’Italia la cui economia (ri)esploderebbe in un sol colpo. Perché un Paese che possa ambire a questa condizione è un Paese che rinasce, le cui energie vengono liberate, ed esplode (quasi: la politica dovrà rappresentare il grande e saggio padre capace di coinvolgere – appunto – e coordinare – ecco il -secondo- punto) da sé. Proprio come nel dopoguerra. Quando già conoscemmo un boom. Oggi possiamo (ri)farlo, grazie alla cultura, in forma stabile e duratura. Conoscere il nostro nuovo Rinascimento (attraverso questo che abbiamo descritto e che possiamo a ragione definire il nostro nuovo Risorgimento). E tornare, così, al centro del mondo. Il padre e lo straniero ora, che ci parla (appunto) di noi (M. Patr.). di FABRIZIO ULIVIERI Read more
Nostro declino pure a causa di talk show La politica si sterilizza nella chiacchiera Dibattiti (interni) ridiventino “conclusivi” Leader abbiano responsabilità proposte
febbraio 24, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati
I giovani non la guardano (quasi) più, preferendole l’interattività della rete. Bersani la snobba, forse per esorcizzare l’impossibilità di “averla” (e di saperla usare: come nella favola di Fedro). Ma la televisione è il grande dominus dell’Italia e (quindi, in un senso e nell’altro) della nostra politica degli ultimi trent’anni (e può esserlo, in positivo, per almeno un altro decennio ancora). Read more
Sì, noi siamo orgogliosi di essere italiani Non per quella retorica vuota e illusoria Il nostro è (sarà, di nuovo) grande Paese Via ora questa politica che lo/ci deprime Problema ormai siete voi: capirlo in fretta
febbraio 17, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati
Voi, uomini politici autoreferenziali di oggi, attaccati alla poltrona molto più di quanto non dica il luogo comune (che non è tale). Lo è chi non vede scampo al di fuori del potere, lo è chi pensa di essere indispensabile all’Italia. E’ esattamente il contrario: oggi il vero impedimento alla ripartenza del nostro Paese è una classe dirigente vecchia se non anagraficamente di certo nell’anima (politica), ormai tutt’uno con l’immobilismo che caratterizza la nostra nazione (su un piano politico). E’ un problema di contenuti, di idee, che voi, ingrigiti, non avete più la passione per esprimere. E, ha ragione Pippo Civati, è un problema di credibilità: per salvarsi e tornare grande l’Italia ha bisogno di tornare a credere di poterlo fare, e questo non è (più) possibile se in cabina di comando ci resta chi vi si trova da sedici anni (da ogni parte), e dunque ha già dimostrato (e il Paese lo ha capito, o comunque percepito: questo è il punto) di non essere nella condizione di determinare quella ripartenza. Non accanitevi, contro di noi, contro l’Italia ma anche contro di voi: avete gettato i semi della modernità, assolvendo al vostro compito storico, creando il bipolarismo (Berlusconi) e il Partito Democratico (i suoi attuali dirigenti): esaurito il respiro dell’azione alla quale eravate chiamati, rischiate ora – lo state facendo – di rovinare tutto, consegnandoci una nostra politica – e quindi un Paese – non più-avanti rispetto a come lo avevate ereditato dalla Prima Repubblica, in tutti i sensi, ma ancora più indietro di allora. Voi del Pd, ammazzando il Pd e, in unico tempo, il bipolarismo; altri consumando la credibilità (stessa) dello stesso bipolarismo. Perché quando uno dei quattro elementi di una staffetta ha compiuto il tratto, il giro che gli spettava di coprire, “non ne ha più”, come si dice in gergo sportivo, e rischia di portare alla sconfitta tutta la squadra (l’Italia). Compiete l’ultimo atto della vostra storia politica chiudendola in bellezza: create, ora, le condizioni – legge elettorale, smilitarizzazione del “clima”, rinnovamento nell’indirizzo delle candidature, primarie per tutti i collegi per tutti i partiti, senza rinunciare alla responsabilità di un saggio monitoraggio sulle operazioni – per, senza cooptazione, aprire democraticamente le porte del nostro Parlamento ai giovani (e alle donne). E voi, giovani (e molto affidamento facciamo sulla sensibilità delle donne), sfidatevi DA SUBITO solo ed esclusivamente sui contenuti, cominciate ora, parlando solo del futuro dell’Italia. Il giornale della politica italiana ha dato e continuerà a dare il proprio contributo. Il nostro è (ancora) un grande Paese; può tornare al centro del mondo, come culla della cultura e quindi della civiltà, se solo abbiamo il coraggio – e l’onestà – di assumerci ciascuno la propria responsabilità. Il momento di farlo è adesso, proprio in questa fase di stallo. Passate alle storia – giovani, “vecchi” – per avere fatto ciò che era necessario per salvare l’Italia. E rifarla, così, grande. I nostri figli, i nostri nipoti, i loro figli ci ricorderanno con gratitudine. E guarderanno i loro coetanei delle altre nazioni non più dal buco della serratura – noi, vergognosi del nostro presente, esclusi dalle sale del comando – ma dalla poltrona che fu di Roma e che oggi deve tornare ad essere, attraverso la cultura, attraverso la civiltà, del nostro Paese (M. Patr.). Read more


Guardate la bellezza di questo dipinto di Gerolamo Induno (La visita di Garibaldi a Vittorio Emanuele II, 1879, olio su tela
Milano, Museo del Risorgimento): due dei nostri padri, "ormai" in età senile, in abiti borghesi Vittorio Emanuele (e si trattava, non dimentichiamolo, del - l'allora - re d'Italia!), nel mantello di una vita (votata, sempre, alla causa dei popoli) l'Eroe dei due mondi, si incontrano, un pomeriggio tranquillo, al Quirinale, nella sobrietà e nell'asciuttezza di chi non ha avuto (sentito!) altro scopo, nella propria vita, che compiere il proprio dovere e lo ha fatto, facendo l'Italia