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Sintesi. Economia di innovazione Formazione continua a ‘integrare’ lavoro. Cultura per Rinascimento

gennaio 12, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

E mentre tutti cazzeggiano Paese affonda. Serve ora completo ribal- tamento di piano. Una economia rifondata sull’innovazione. Formazione continua a ‘integrare’ lavoro. Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento. Italia tornerà ad essere culla della civiltà Read more

Soluzioni concrete (e urgenti!) per uscire dalla crisi Giulia Innocenzi

gennaio 9, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

di MATTEO PATRONE

Abbiamo capito che la soluzione alla crisi dell’Italia (e – dell’Europa) non può passare che per un rilancio del nostro Sud: poiché la nostra economia, oggi, è una economia doppia, o dimezzata; che gira al nord e non esiste praticamente al sud. E perché questo, rappresenta il principale buco nero delle nostre finanze (e, dunque, di quelle europee e il terreno scivoloso su cui rischia di venir meno la tenuta dell’euro e del progetto politico di unità del Vecchio continente). E che la nostra economia al sud non può essere rilanciata, sperando di agganciarla ad uno sviluppo mitteleuropeo lontano migliaia di chilometri (geografici e culturali); e che, invece, compiendo un giro di 180° su loro stessi, i nostri attuali leader (?) politici europei scoprirebbero una sponda settentrionale dell’Africa, animata da popolazioni giovanissime che non desiderano altro che ‘raggiungerci’ nella (nostra!) modernità, fatta di democrazia e benessere (anche) materiale. E che coinvolgendoli in un progetto di sviluppo comune con noi, potrebbero offrire (loro a noi!) il traino per il rilancio dell’economia non solo nel nostro mezzogiorno ma anche della Grecia e della Spagna, ovvero: i punti deboli dell’Europa e della sua tenuta. Perché nessuno ha ancora mosso un passo in questa direzione, nonostante tutti riconoscano la necessità di una soluzione lungo questa direttrice?

Abbiamo capito che l’industria dell’auto non si rigenererà (continuando sulla stessa falsariga) perché il mercato “è saturo”, o, come dice la vulgata, “se una famiglia ha già un’auto, ce l’ha e non ne compra un’altra”; tanto meno in un periodo di crisi. Abbiamo capito che la chiave per la risollevazione di ogni nostro comparto produttivo – e tanto più uno che con i prodotti già sul mercato oggi, non può sperare di piazzarne molti altri di qui a qualche tempo! – è puntare sull’innovazione, cioè immaginare nuove soluzioni (appunto produttive), nuovi prodotti – ‘magari’ nella prospettiva di un cambiamento anche della nostra concezione nell’uso di quel tipo di oggetto di consumo, o per le nostre stesse vite – che possano superare la ‘saturazione’ attuale del mercato, accrescere la qualità delle nostre esistenze e, in generale, ridare sostenibilità e/ perché utilità – per tutti noi, e non soltanto per i propri introiti – agli interessi economici in essere. E dunque che l’industria dell’auto – a cominciare dalla Fiat! – potrà essere rilanciata ‘soltanto’ cominciando a lavorare – ad esempio – al concepimento della possibile ‘auto’ del futuro, visto che quella che ci ritroviamo in dotazione risale ormai a due secoli fa. Ed è sempre meno compatibile con le nostre esigenze di (vivibilità e) sostenibilità ambientale, per non parlare della prospettiva di una sempre maggiore riduzione della disponibilità dei combustibili attualmente utilizzati per far marciare le nostre auto, e dunque di un progressivo aumento del costo (della benzina!) per gli automobilisti. Sono già in uso com’è noto altre forme di alimentazione (ad esempio elettrica) dei nostri mezzi, ma potrebbero evidentemente essere pensate e poi applicate con maggiore incisività e ‘soddisfazione’ su un modello completamente nuovo che fosse – anche nelle proprie dinamiche di funzionamento e persino di ‘movimento’ – più in linea con questa esigenza di un miglioramento della qualità della vita nelle nostre città (e non solo) e di un migliore rapporto con l’ambiente.

Perché l’ad Fiat fa la questua dal governo italiano, minacciando di chiudere e delocalizzare stabilimenti se non avrà quello che (impudicamente) chiede, e non prova invece a fare della Fiat l’industria (mondiale dell’auto) che concepirà per prima una ulteriore evoluzione, e ‘sostituzione’, dell’attuale concetto di automobile? E’ così che la Fiat uscirebbe dalla crisi di lungo periodo, e si disporrebbe a contribuire a scrivere anche un pezzetto di Storia.

Abbiamo capito che il punto di forza della nostra economia sono le nostre piccole imprese: un tessuto combattivissimo che, infatti, tiene comunque botta, con la qualità, con l’originalità del marchio italiano, a questo periodo di crisi. E al tempo stesso che quelle imprese sono troppo ‘piccole’ per poter sperare, da sole, (non solo di ‘tenere il mare’ – della competizione. Globale – ma anche) di far uscire la nostra economia dal pantano in cui si è incagliata (e senza quella spinta, ‘nessuna’ nostra impresa può confidare davvero di farcela).

Perché la linea strategica di favorire la sinergia, la (ri)costruzione di filiere, quando non direttamente la fusione – sollecitata costantemente da Dario Di Vico sul Corriere – tra questi nostri campioncini – così che diventino presto dei giganti in grado di competere per la leadership, nei rispettivi settori, del mercato universale; anche con la fiducia di poterlo fare scavando un bel solco e acquisendo un certo vantaggio sui propri più immediati ‘concorrenti’, se è vero che l’Italia non solo non deve puntare minimalisticamente a ‘salvare il salvabile’, ma ha la possibilità, sul medio-lungo periodo, di perseguire un livello di crescita pari a quello di Cina e Stati Uniti e quindi, in tempi di maggiore espansione (dell’economia mondiale), a due cifre – non è ancora diventata opzione Politica di questo governo?

Perché il governo Monti è un governo liberista, che crede nella totale indipendenza degli attori economici nella gestione delle dinamiche di sviluppo. Ma oggi sono quegli stessi protagonisti del nostro sistema produttivo!, a chiedere che la Politica dia loro una strategia (e – correlativi – leadership e coordinamento. Domandare per credere). E, in questo quadro, la migliore strategia non può che legarsi a questa prospettiva di maggiore integrazione ed unità, messa al servizio del perseguimento di quell’obiettivo di innovazione e di immissione sul mercato dei migliori nuovi prodotti e delle migliori nuove idee.

Parimenti abbiamo capito che l’Europa dei tecnocrati rischia di segnare, paradossalmente e (a)simmetricamente, la fine dell’Europa tout court. E che l’unica Europa possibile è l’Europa delle Persone, degli europei – com’è tornato a ripetere in questi giorni il responsabile delle Politiche Ue per il Pd Sandro Gozi – che ‘nasca dal basso’ – per usare un’espressione comunque abusata e quindi resa sterile, ‘inutile’ – e nel ‘vivo’ dei popoli d’Europa, per trasferirsi poi alle proprie istituzioni.

Abbiamo capito quindi che “l’unione fa la forza”, e che a livello europeo la fa soprattutto – per intanto – quella degli attori economici. Perché, allora, chi crede nell’Europa unita e vuole trovare una soluzione concreta alla crisi puntando a ridare stabilità alla stessa moneta unica – che, togliamocelo dalla testa, lo scudo anti-spread non ha messo definitivamente in sicurezza! Ma solo per un altro po’ – non favorisce quella stessa politica di integrazione e ‘fusione’ tra industrie e filiere produttive (che significa anche contaminazione e inter-scambio tra le culture delle rispettive cittadinanze, ulteriormente motivate – (così) come già accade(va?) con l’Erasmus tra i nostri giovani – ad ‘intrecciarsi’ in un unico, nuovo popolo d’Europa), non solo a livello nazionale, ma ‘prima ancora’ europeo?

Perché Monti non riunisce intorno ad un tavolo i leader di altri Paesi e i responsabili delle loro e delle nostre imprese, per immaginare possibile forme di sinergia e (maggiore) integrazione (naturalmente in una chiave di economia sociale di mercato, per fare il bene delle Persone e non per legittimare nuovi tagli! In chiave di crescita, e non di ripiegamento – e ridimensionamento – autodifensivo. Con eventuali incentivi strettamente legati a questo modello di sviluppo e alla ‘marcia in più’ – in termini di produttività, ma non solo perché vengano compressi i diritti dei lavoratori – che quelle super-imprese dovranno avere)? Senza lasciare che questo tipo di ‘interazione’ si verifichi soltanto a nostro danno, quando qualche nostro asset non ce la fa più (o, meglio, noi abbiamo bisogno di svenderlo per finanziarci – il nostro attuale sperpero di risorse pubbliche) e le potenze ‘estere’ vengono da noi a portarcelo via ottenendo il miglior prezzo (per loro) nella nostra liquidazione.

Ma la vera domanda è: perché, a fronte di tutte queste opzioni ampiamente visibili e discusse (e diffusamente considerate ‘utili’), i governi – il governo Monti – si ostinano a prodursi in meri virtuosismi ragionieristici, o al massimo in (passive) forme di liberalizzazione appena più lungimiranti, e non adottano invece questa linea di politica economica che potrebbe farci uscire ‘seduta stante’ – e non fra “pochi mesi” – dalla crisi?

Soluzioni ‘concrete’ che convengono ai governi, ma soprattutto alle nostre democrazie. Che non aspetteranno ancora a lungo che chi detiene oggi il potere in Europa, si decida ad occuparsi – finalmente – dei cittadini. Perché il loro livello di indignazione e di rabbia sta raggiungendo la soglia di guardia; e male fa il presidente Monti a ‘lavarsene le mani’ crogiolandosi nell’idea che da noi questo tipo di reazione non ci sia stata. Non si vede; ma c’è. Come ci spiega, nel tweet che trovate all’interno, la co-conduttrice di Santoro a ServizioPubblico. (Matteo Patrone)
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Critiche a Monti non irresponsabili E Pd non rinunci alle sue primarie

gennaio 9, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

La democrazia, spiega Luciano Canfora, non è (solo) una questio- ne di sistema po- Read more

Allungare Tav da Kiev Mosca. Per avvicinare Russia (a democrazia)

gennaio 8, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

di MATTEO PATRONE

La Tav – come treno di comunicazione e trasporto inter-europeo – rischia di non avere senso (vista la contrazione della nostra economia). E di tradire, ulteriormente, semmai, la concezione ‘ombelicale’ dell’attuale classe dirigente – tecnocratica – e proprio per questo – europea (cerchiamo di non reiterare lo stesso errore, da noi, immaginando di rimanere ‘immobili’ per altri mesi riassegnando l’incarico – di guidare il nostro Paese fuori dal pantano da lui stesso, in questo ultimo anno, ‘consolidato’ – all’attuale premier). Read more

Il futuro dell’Italia. Se oggi il nostro è un Paese narciso di M. Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

I politicanti: e adesso commissa- riare Rai. Non siam capaci a far Po- litica (culturale). Preferiamo occupare (vostri) salotti (tv). Ma Giulia: “Liberateci dalle vostre facce”. Ora Cesare deve morire al posto di Ballarò. E’ (sarà) questa la (vera) riforma della Rai. Italia è (sarà. Di nuovo) Paese meraviglie

di MATTEO PATRONE

La radice di tutti i mali dell’Italia è lo Specchio. “Questo Paese sembra essere sotto narcosi”, dice Toni Servillo. Noi diciamo meglio: ipnosi. Il nostro modo di (non) pensare è rifletterci. E adagiarci sulle comode fluttuazioni delle immagini. Dimenticando(ci). Di (poter) essere specchiati. Lo Specchio è, innanzitutto, quello nel quale ci guardiamo la mattina. Il nostro è un Paese narciso. E, per questo, sterile. Siamo narcisi perché così ci ha insegnato la televisione. Secondo Specchio (del nostro declino). La televisione oggi è il grande fratello. La televisione, ma anche (molti) giornali. I contenuti hanno lasciato il posto al gossip: vero (?) e proprio (???); ma anche sportivo, sociale, “politico”. La (nostra) politica oggi (non) è. Gossip. Se leggete i nostri giornali fino a qualche mese fa – quando il nostro impegno a riportare l’attenzione sui contenuti e l’esplosione della fase finale della crisi hanno costretto tutti quanti a piu’ savi consigli – troverete “chi ha incontrato Schifani”, come esemplificava – raccogliendo il nostro spunto – il (da noi) stimato Guido Crosetto. A quale dei due forni pensa di rivolgersi Casini. Ma non un contenuto sul futuro dell’Italia (oggi, invece, i Settegiorni di Verderami sono – per fortuna – isolati). Un grande (?) Ballando con le stelle collettivo e consolatorio, al quale (gli italiani sono purtroppo “affezionati” e dal quale sono – appunto – narcotizzati e che può finire solo assumendocene in prima persona la responsabilità, e al quale) – di fronte alla televisione o sfogliando una rivista di gossip, pardon: quotidiano – abbandonarsi per non pensare. Ma se nessuno pensa – e si assume la responsabilità di portare a conseguenze CONCRETE il proprio pensiero, diventando “attore” (ma in senso Alto), diceva Madre Teresa, dell’impegno per gli altri (perché questo, è la Politica) – il Paese va (appunto) allo scatafascio. Ma eravamo troppo impegnati ad ammirarci. E a fare le pulci – i parassiti – alla vita degli altri. Le vite degli altri – Paesi sono state per molto tempo l’unico riflesso sano. Poi è arrivato il Politico.it e con essa è tornata – sta tornando – la Politica. Il Paese delle meraviglie – l’Italia – è, infatti, dentro lo Specchio, e non nella nostra immagine (riflessa). La cultura è ciò che – come l’immaginazione per Alice – può farci (ri)entrare (in noi). Tornare ad Ascoltarci. La nostra (vera) Musica, fidatevi (di Noi), è (ancora) la migliore al mondo. La co-conduttrice di ServizioPubblico, ora, all’interno, sull’occupazione (dei politicanti). Matteo Patrone

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E’ tempo che il Pd si carichi sulle spalle questa Nazione M. Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E’ giunto il momento che il Pd si carichi sulle spalle questa nazione. Che cosa trattiene infatti il Partito Democratico, quella forza più onesta e responsabile del nostro paese che – a differenza di tutte le altre! – ha (da sempre!) nella mente e nel cuore il solo desiderio di fare (disinteressatamente) il bene della nazione (e – delle sue persone “più deboli”); che ogni volta in cui è tornato ad essere maggioranza, “anche” in questo ventennio, e ha preso le redini del governo dell’Italia, l’ha rimessa sulla strada del (vero) risanamento e della crescita (perché con Amato, Prodi, Ciampi e Padoa-Schioppa, mentre i conti tornavano in ordine, (ciò avveniva anche perché) si promuovevano contestualmente indispensabili – per la stessa tenuta del bilancio – politiche per lo sviluppo); unica forza che, proprio per la sua Storia, è estranea agli agglomerati di potere (più o meno trasparente) di una terra che i lasciti storici della corruzione e della opacità del potere fascista – è, questa, una delle più grandi responsabilità del regime e di Mussolini: avere affidato le redini di una nazione che il loro “capo” non odiava, alla “carica” di mediocri della marcia su Roma, di cui la lottizzazione del sottopotere capitolino di oggi rappresenta la più chiara riproposizione – costringono a fare i conti con commistioni oscure, oggetto di una attenta, e generosa, azione di indagine parlamentare da parte di Walter Veltroni (e anche, in parte, del romano Adinolfi), che minacciano il regolare, e compiuto, “gioco” (che non è tale) democratico (ne sa qualcosa Pier Paolo Pasolini); e dunque unica forza nelle condizioni di cambiare, di “liberare” e compiere finalmente la democrazia italiana (e con essa la sua – correlativa – unità nazionale); unica forza che – al netto della sua, cristiana, attenzione a chi soffre: ridicolo il dibattito sul “partito dei cattolici”: questo partito c’è già, ed è il Pd – non rappresenta specifici interessi (e quando ha la tentazione di guardare al proprio passato e di farlo, deve ricordare la propria responsabilità) e può costituire quel “partito interclassista” (o “dell’Italia”) che fu, nel secondo dopoguerra, la Dc di Alcide De Gasperi; unica forza i cui esponenti, quando sbagliano, si dimettono: e che per questo può avere il coraggio, e l’onestà, di garantire che – caricandosi sulle spalle il paese – non lo farà più.

Perché questo grande, potenziale partito di donne e uomini onesti (fino al midollo), a ormai 23 anni dalla caduta del Muro, deve ancora vivere il complesso di inferiorità che gravava sul Partito Comunista, che non è (da tempo) più, rinfocolato da chi ha – invece – interessi in gioco, e al quale appartengono le donne e gli uomini eredi “diretti” di chi ha fatto il sacrificio di rinunciare ad una possibile vita di (relativo) benessere e di tranquillità, per salire nei boschi e riconquistare la Libertà di cui ancora oggi (variabilmente e la cui più grande eredità è nelle parole di Sandro Pertini: “La libertà va sempre difesa, ogni giorno, perché non è mai conquistata per sempre”) godiamo, perché questa forza che persino un bambino vedrebbe che è lì, invocata dalla Storia, perché faccia finalmente ciò di cui l’Italia ha bisogno, non si decide a prendersi questa responsabilità (in prima persona! Senza tentennamenti!), e a caricarsi sulle spalle la nostra (potenzialmente, di nuovo, grande) Nazione?

MATTEO PATRONE

(12 luglio 2012)

Innovazione chiave Rinascimento Una missione per Sinistra Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ecco cosa fermò riforma? lavoro Fornero. ‘Lavoratori si salvano salvando imprese’. Se queste non si salvano sulla loro pelle. Napolitano: ‘La riforma non è solo art. 18′. Presidente, con tutto rispetto: invece ‘sì’. Ammortizzatori vanno a regime nel ’17 (!). E rappresenteranno un colossale spreco. (Così) servon (solo) a addolcire la pillola. Potrebbero esser investimento in futuro. Ma ora governo vuol solo abolire art. 18. Monti non sa come (ri)generare crescita

di MATTEO PATRONE

La sinistra in questi anni si è sempre più appiattita sulle posizioni della destra. Per un (malriposto) desiderio di legittimazione. Il miglioramento delle condizioni delle classi più deboli l’aveva, in qualche modo, privata di funzione. Costretta a ripensarsi, ma senza più sentire l’esigenza morale che le veniva dal rappresentare le istanze delle persone che più avevano bisogno, ha finito per scegliere la via più facile dell’omologazione, via attraverso la quale raggiungere il potere. Un potere però, così, sterile e fine a se stesso. In questi anni nessuno ha mai trovato la forza – le idee – per contestare il neo-mercatismo della “Destrasinistra” (noi ci proviamo, Pier Paolo). Ma, come sempre accade nel corso della Storia, la crisi ha costretto tutti ad una (ri)elaborazione. E – a cominciare da il Politico.it – si è capito che il “panmercatismo” – tutto è mercato – non solo non è il migliore dei mondi possibili, ma è la via più breve per la (auto)distruzione. Di questo. E’ quindi proprio per la sostenibilità e la futuribilità degli stessi interessi economici, che il Politico.it ha cominciato ad indicare nella necessità di darci un obiettivo più alto, della semplice, stretta gestione economica – e nella possibilità di farlo restituendo alle persone quella libertà che l’omologazione della con-petizione riduce, attraverso la cultura – l’unica via di salvezza (per gli stessi mercati!). Ed è in questa luce che la sinistra può tornare oggi a confidare di potersi ridare una forma, e un pensiero (forte). In ultima analisi, di poter tornare (?) ad esprimere una (propria) egemonia culturale. E quindi tornare a vincere. Sul serio. E, permetteteci, far fare alla (nostra) società e all’intera umanità un passo verso lo (stesso) orizzonte indicatoci da Gesù (che è “eterno”, e non “ancora attuale”, monsignor (?) Paglia), quello di una società in cui le persone, raggiunta la piena maturità (dell’Io. Attraverso la cultura), si aprono alle altre, e collaborano insieme, facendo ciascuna ciò che serve per far funzionare al meglio quel (ritrovato) convivio umano. Ebbene, restano però (almeno) cento anni di subordinazione e di bisogno di legittimazione da scrollarsi di dosso: non stupisce, perciò, che una persona illuminata ma impregnata di questa storia come il presidente Napolitano, non riesca a vedere c0me le (non) soluzioni che il presidente del Consiglio propone, siano superate, vecchie, improduttive, inefficaci. Perdenti. E come proprio per questo – proprio per la incapacità di farci ripartire, mostrata già in estate quando nei suoi editoriali non aveva saputo fornire un solo spunto circa come si sarebbe potuto fare, anzi, addirittura dimenticando completamente l’idea della crescita – finisca poi, nervosamente, per cercare di compensare tutto ciò offrendo pannicelli caldi a quegli interessi (particolari) che, ahinoi, il conflitto di interessi gigantesco che molti esponenti di questo governo hanno, non permette di considerare alieni da una attenzione speciale (non foss’altro che culturale) da parte dell’esecutivo. Solo di un pannicello caldo si tratta se parliamo di questa (non) riforma. Lo riconosce anche il (loro) Corriere: non genererà nemmeno lontanamente un pezzettino di nulla, quanto a crescita. Perché Monti non sa come si fa la crescita. Monti dice che il modo per aiutare le persone deboli è salvare l’Italia (e non con l’assistenzialismo): lo abbiamo scritto noi per primi; siamo totalmente d’accordo. Ma l’Italia si salva rigenerando la crescita, e restituendo spessore e un senso più alto alle vite di ciascuno di noi; e con tutto questo l’abolizione dell’art. 18 non c’entra nulla. L’abolizione dell’art. 18 – sì, capo dello Stato, unico contenuto di questa riforma – serve appunto a compensare – magari, a riempire – il vuoto di iniziativa (alta ed efficace) dell’esecutivo che così bene ha fatto politica di rigore (e dobbiamo essergliene tutti grati), per la crescita. Diciamo di più: il Politico.it ha già indicato che nel prossimo governo ci dovrà essere un ministro del Bilancio che sfori il tetto di età di 45 anni mettendo la sua esperienza e la saldezza della possibile gestione al servizio di quell’esecutivo di ripartenza e rilancio, ma che proprio per poterlo essere inevitabilmente sarà anche meno esperto: e tenere in sicurezza (sempre più, sempre meglio) i nostri conti. Mario Monti potrebbe essere l’ideale ministro del Bilancio – anche per assicurare continuità tra i due esecutivi – di quel governo. A patto che, in un contesto in cui finalmente la crescita venga fatta (da qualcuno che sa come generarla), non si lasci scappare i cordoni del bilancio per pagarsi la compensazione del proprio vuoto di inizativa coprendo la riforma del licenziamento selvaggio con ammortizzatori sociali che non servendo ad altro che ad indorare la pillola dei licenziamenti, rappresenteranno una spesa a fondo perduto e, in ultima analisi, l’ennesimo – anche se, lo riconosciamo, inedito – spreco colossale (e, in realtà, ad personam!) delle nostre finanze pubbliche. Quando gli ammortizzatori – che prendrebbero la forma di una indennità di (dis)occupazione – possono rappresentare il “pagamento” dei lavoratori impegnati nella formazione per crescere (loro stessi) e tornare al posto di lavoro – flessibilizzato ma nella chiave della formazione e della innovazione – più preparati, nuovamente preparati, con un maggiore spessore culturale e quindi umano, più liberi, e pronti a dare il meglio di sè per un possibile, nuovo miracolo italiano. Da qualche giorno abbiamo sulla punta delle labbra questa espressione, notoriamente svuotata di significato e resa retorica dall’(ab)uso fatto da Berlusconi nel ’94. Ma Berlusconi, del quale il giornale della politica italiana conosce l’intima bontà e generosità, e che possiamo considerare la più grande occasione sprecata nella storia della Repubblica (proprio per le sue capacità), non ha le risorse (morali) per fare il presidente del Consiglio ma resta comunque un uomo di straordinaria (in senso letterale) intelligenza (anche, Politica): e come ha sempre fatto con gli italiani, anche nel parlare di quella possibilità per il nostro paese non lo ha fatto a vuoto, bensì a ragion veduta: perchè l’Italia ha tutto (incredibile tradizione culturale, strepitosa posizione geografica, combattivissimo tessuto di piccole imprese) per essere (di nuovo) una delle più grandi economie del mondo, al passo di Cina e Stati Uniti (sì, di Cina e Stati Uniti); se solo capirà – come Monti non è in grado, da solo, di fare – che la crisi economica non si supera intestardendosi nel ripetere (accentuare) le stesse scelte che hanno portato a quella crisi; e tanto meno – ovviamente – compensando la conseguente frustrazione cancellando 150 anni di conquiste dei diritti dei lavoratori e generando un clamoroso spreco di risorse pubbliche, al solo scopo di avere l’approvazione d(e)i (vari) Marchionne (in giro per il mondo). Ma rendendoci conto che siamo (stati) la culla della civiltà mondiale, e che da noi può venire la visione, il modello della società – della umanità – del futuro. La cultura chiave del nostro possibile Rinascimento di un’Italia che punta a diventare la culla dell’innovazione mondiale (a 360°), la più grande Silicon valley (ma con un respiro culturale) del mondo. E’, in ultima analisi, anche l’unico modo per salvare i (super – ? Quanto a prebenda, sicuramente) manager i cui stipendi aumentano del 42% nell’anno della crisi (e delle persone e delle famiglie che non ce la fanno a vivere) senza che abbiano saputo esprimere una sola idea buona che consentisse loro (generando utili) di non fare la questua (di diritti – dei lavoratori) dai governi di tutto il mondo, da loro stessi. Matteo Patrone
(21 marzo 2012)
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Formarci per crescere. Una (vera) rivoluzione (di libertà) M. Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Se i nostri lavoratori, invece di essere minacciati di vedersi gettati nella povertà – alimentando una spirale di scelte estreme – loro e degli (stessi) imprenditori – che continua a stupire, e a inorridirci, nessuno degli attuali politicanti abbia la forza, e l’onestà, per contribuire almeno con una parola a fermare – vengono forniti degli strumenti per poter godere (al contrario) di una libertà più profonda di quella di sottrarsi il posto l’un l’altro nel “mercato” (“consolidato” – ? – in senso liberista) del lavoro (mossi solo da un disperato, e lacerante – la coesione e il senso di unità – istinto di sopravvivenza), formandoli (a 360°) a svolgere nuove mansioni in aziende (ri)lanciate nel senso dell’innovazione, e valorizzando poi appieno quel (“ritrovato” – ?) spessore (umano) facendoli partecipare – come accade in Germania! – alle scelte delle imprese, si otterrà il triplice effetto di non lasciare più soli (in tutti i sensi) i nostri imprenditori, di consentire agli “operai” di emanciparsi (loro, e le – proprie – famiglie – sempre di più: se è vero che i figli di genitori “istruiti” hanno – ancora – più possibilità di costruirsi un futuro all’altezza delle – nostre – aspettative) dalla loro (insostenibile) condizione (“puramente” materiale), e di determinare (attraverso la – loro – crescita. Culturale e, quindi, umana, e a “cascata” tecnica e professionale) la crescita (della – nostra – economia). E’ questa la (vera) rivoluzione (di libertà)! Ed è in questa chiave che la Sinistra (del – nuovo – ? – millennio) può (e deve) trovare la propria ragione d’esistere.

MATTEO PATRONE

Politica non si limiti ad ‘arbitrare’ Sia allenatore imprese M. Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La Politica non deve limitarsi ad ‘arbitrare’. Politica deve essere ‘allenatore’ imprese. (Ri)costituendo (e coordinando) sistema. Consacrato obiettivo-innovazione (a 360°). L’Italia ha potenziale da grande economia. Se ‘(ri)cerca’ (e non “aspetta”) la crescita. Liberismo (da solo) non basta (ripartire). Ed è stato Draghi “primo”(?) a sostenerlo di MATTEO PATRONE

“La Politica deve fare le sue scelte”. C’è più Politica nell’intervento del governatore della Bce – che non a caso ha fatto la differenza! Contrariamente a quanto era avvenuto per il turbinio di vertici e controvertici e rinvii di decisioni della “politica” (tecnocratica) europea – di quanto non ce ne sia in tutta la politica economica condotta fino ad oggi da questo governo. Ormai nessuno, nemmeno a Sinistra (almeno quella più moderna e responsabile), mette infatti in discussione il libero mercato, portatore di pace e di quel benessere capace di creare le condizioni perché qualsivoglia paese possa dedicarsi a pensare, “poi”, a tutto il “resto”. Il dibattito pubblico (dal primo contributo del giornale della politica italiana al fondo di Massimo Mucchetti – sul Corriere del 27 luglio scorso - che da tempo segnala l’incongruenza che stiamo per affrontare) si concentra dunque sui confini tra Politica ed economia; tra ciò che va lasciato alla “libera iniziativa” degli attori economici, e ciò che deve fare invece la Politica per governare il sistema. Ma nel momento in cui proprio il sistema capitalistico va in crisi perché la Politica, a furia di limitarsi a fare (come – le – viene predicato) l’”arbitro del gioco”, è caduta in “soggezione” dei giocatori (economici) in campo, quell’assunto – quella di una politica “sopra” e “un passo indietro” le parti – non può più essere credibilmente elevato a dottrina inoppugnabile. E, anzi, sono oggi proprio i nostri imprenditori, che a differenza dei cosiddetti “liberisti di professione” vivono “sul campo” la realtà della crisi, a chiedere “adesso” con più insistenza che il nostro paese – con questo o con un altro governo – cambi una “linea” di politica (economica) “sbagliata”. Perché quando un sistema produttivo finisce nelle secche (e per evitare poi che ci finisca di nuovo), non basta “fischiare un fallo” (mentre gli autori del disastro si nascondono nell’antidemocratica – in senso tecnico – mancanza di trasparenza delle oligarchie finanziarie e speculative) o fissare o togliere nuove regole per disincagliarlo. Bisogna che la Politica cessi di essere semplice “arbitro”, e torni a ricoprire quel ruolo di “allenatore” per il quale Monti – dice in un’intervista – vorrebbe essere ricordato, non accorgendosi (?) di avere svolto fino ad oggi l’”opposta” funzione (appunto, di semplice “arbitro” che fissa e toglie i paletti alla “libera iniziativa”) senza riuscire ad imprimere così nemmeno una piccola spintarella alla crescita (che non arriverà “mai”, e comunque non in tempi sufficientemente rapidi e in misura adeguatamente – all’Italia – consistente, se ci si limiterà a – non – “creare le condizioni”) relegandoci piuttosto in un (persistente, come annunciano anche le previsioni ‘nere’ di Confindustria) stato di recessione. Che dipende certo dalle temperie mondiali, e a invertire la quale potrà dare aiuto un’Europa finalmente “politica”. Ma solo a patto che (anch’)essa (, dopo di noi,) cominci a quel punto a svolgere finalmente il ruolo di “allenatore”, e non si limiti a fare l’”arbitro” di una partita “universale” che verrà altrimenti lasciata in balia dei “capricci” di una stretta oligarchia di “innominati” (poteri) e d(e)i (quella parte di) “giocatori d’azzardo” della speculazione internazionale. (continua all’interno)

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Competere, ma per tornare grandi – noi. Giulia: Politica ora (ci) tuteli

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Competere, sì, ma per tornare grandi -noi. Ecco ch’accade dove si compete (e stop). E ora basta con ipocrisie sull’articolo 18. Vero intento società liberista (selvaggia). Giulia: Politica ora (ci) tuteli (nostra vita).

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di MATTEO PATRONE

Perché il ‘sogno americano’ è, per molti, un incubo. L’incubo di migliaia di persone cacciate dalle loro città – dai sindaci! – perché vanno in giro “con gli abiti puzzolenti” (Severgnini). (Ma) è proprio con la società “affidabile” di cui parla l’editorialista del Corriere (affidabile, per chi? Abbiamo – forse – ‘padroni’ – ? – Maestri? Giudici che devono sancire la nostra ‘affidabilità’ – nei loro confronti ? Noi siamo affidabili – ma sul serio – quando lo siamo (‘solo’, o prima) con noi – stessi, e dunque con l’Italia; e attraverso di essa con – ‘per’ – il resto del mondo) che ci ritroveremo in quella stessa condizione (di in-stabilità). Quando invece noi abbiamo una (lunga) tradizione non della dolce vita – perché nessuno di noi, la fa, neppure i garantiti – ma della vita bella; quella in cui l’uomo viene prima delle cose e in cui si può ancora guardare negli occhi. Ecco: la società che Monti vuole costruire è esattamente quella basata su modello americano; non per nulla (ma davvero) “non siamo mai stati così vicini all’Italia”, ha detto (lo stesso) Obama. Ma un Paese così è un Paese che risponde solo ai suoi padroni: banche, potentati, società (reti – o cartelli? – di aziende. Spintamente) capitalistiche, che vedono nell’Italia non una terra sorella, ma un (possibile, e possibilmente sempre più ‘libero’. E/ ma ‘potenzialmente’ – ? – ‘loro’) mercato. Ma se Monti vuole davvero cambiare la nostra vita (in ‘positivo’, auspicabilmente), perché vuol togliere l’articolo 18 ai giovani – plenum dei lavoratori di domani – senza toccare quello di chi ha già il posto? In questo modo, non si creerà (molto) più lavoro (oggi), ma quello di domani sarà tutto (ancora più – ?) precario. Perché non tocca il comparto pubblico, fonte principale dei (nostri – ?) sprechi? Perché il punto di riferimento del presidente del Consiglio sono i (soli – ?) mercati – che Monti va peraltro continuamente a ‘trovare’ (nelle city). E’ un tecnico (? E’ tecnica, o – cattiva – Politica, portarci verso una – ‘nuova’-? – società meno – in ultima analisi – libera?), d’accordo; ma non ci pare di averlo ancora mai rintracciato – ad esempio – al sud, tra la nostra gente. Priorità, cinquant’anni fa, di Alcide De Gasperi, e priorità ancora – e tanto più – oggi di un’Italia – e non di ‘una’ – ? – banca – che voglia rimettersi in piedi – e non ‘ciascuno’ di noi. E questo impone anche di non scontentare gli amici (e i figli) degli amici, annidati negli organismi (para)pubblici – fonte, come abbiamo detto, del principale e finora inviolato spreco colossale nazionale – perché in questo modo viene assicurata la permanenza in vita del suo governo (naturalmente gli amici di cui sopra sono i politicanti). Quando si compete e basta, può capitare che ci siano – ad esempio –  ospedali che dovendo sopra(?)-vivere, hanno bisogno (loro) di ‘accogliere’ e ‘curare’ (anche se non ne hanno bisogno – gli italiani) sempre più persone, pur di non vedersi tagliare spese, posti, e in ultima analisi lo stesso ‘intero’ centro – e parliamo di ospedali pubblici – Ancora una volta non, nel nostro ‘interesse’, ma per (un, proprio) interesse. Ma la vita la viviamo noi e che gli interessi crescano non significa automaticamente che migliori la sua qualità. Il modo per fare i (nostri) interessi, al contrario, è aiutarci a crescere; sì, ma economicamente solo come conseguenza (proficua – in tutti i sensi) di un nostro arricchimento (individuale): ma non – solo – materiale; ma culturale. L’innovazione figlia della cultura e della formazione come unica, possibile chiave di un’Italia che torna grande – lei, e non il capitalismo morente (e i suoi ‘capitani coraggiosi’ – ?). E ora Giulia sulla (stessa) ipocrisia sul/ del(?)l’articolo 18. Matteo Patrone Read more

Cultura destra mercati. Sinistra è essere affidabili Persone Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

No, caro Walter, Monti è proprio di destra. Perché sua è (sotto)cultura del mercato. E’ (suo) essere affidabili con poteri forti. Sinistra è essere affidabili con Persone. Torneremo ad essere la culla della civiltà. E’ la cultura, e non “competere” (e basta), la chiave del nostro possibile Rinascimento. Non la (sola) flessibilità, perché ciascuno sia più libero di tentare di sottrarre agli altri il loro posto, le “loro” opportunità (con-petere questo significa: chiedere, ‘pretendere’ – da parte di più persone – la stessa cosa, ma non per costruirla – insieme – bensì per appropriarsene strappandola agli altri), ma la possibilità e la capacità (al “contrario” – ?) di collaborare. Una società che sia tale e non una (semplice) somma di individualità l’una contro l’altra armate; un collettivo, che marci verso un (solo) obiettivo e, per farlo, metta a sistema le proprie forze. Da questa idea, a cascata, discende una diversa concezione del mercato del lavoro: (anzi,) non(,) un mercato (appunto) ma un sistema che metta a frutto (valorizzandole e, anzi, rafforzandole) le risorse e le capacità di ciascuno. Dove le aziende siano chiamate a rinnovarsi per crescere, e in questa tensione abbiano sì la possibilità di “licenziare”, ma solo per consentire ai propri lavoratori un nuovo momento di formazione e di crescita (individuale e non solo) così da avere risorse umane sempre più specializzate, preparate e a loro volta tese – anche “culturalmente” – verso quel (più) alto obiettivo conune. Da cui quell’economia sociale (sia pure) di mercato, nella quale dispiegare il principio della responsabilità sociale delle aziende, di cui l’Olivetti – lo abbiamo detto più volte – fu uno straordinario esempio (di come sia capace di ri-generare non – solo – la nostra economia, ma “un” intero Paese. Molti dei figli dei dipendenti – “anche” degli operai – della Olivetti di allora sono oggi parte della nostra classe intellettuale. Grazie – magari – ad una semplice libreria a disposizione dei lavoratori nella – stessa – azienda. E ringraziano Adriano – Olivetti – come fosse – un – loro padre. Inserendo, oggi, tutto questo in una dinamica tutt’altro che assistenziale – come non lo fu allora – ma di crescita – comune). Non, dunque, l’istinto di (pura) sopravvivenza come motore della nostra crescita, bensì la crescita come motore di un miglioramento delle nostre vite. La crescita, naturalmente, individuale, cioè culturale, cioè umana, e quindi anche tecnica e professionale, e da essa la crescita (economica: delle singole aziende e dell’intero sistema). Il resto è sottocultura di destra, avrebbe detto Pasolini. E che colui che per propria de-formazione più di tutti ha la forza di guardare al futuro, nell’attuale classe dirigente del centrosinistra, si sia lasciato omologare alla deriva mercatista della “Destrasinistra” dimostra come sia finita la spinta propulsiva di quella generazione – autrice, lo abbiamo già detto, di avanzamenti importanti: tra cui il Pd! – e come questo abbia portato all’attuale sterilità (autoreferenziale) del centrosinistra. Ma ora le idee, i contenuti tornano ad essere in campo: Sinistra è essere affidabili non più con i poteri forti, o con gli Stati Uniti, ma con noi stessi – ovvero con gli italiani e, quindi, con l’Italia. E essere affidabili con gli italiani significa compiere una (vera) rivoluzione di libertà. Che parta – che parte – da loro. E non più dalla libertà – di alcuni di Loro – di fare e disfare a proprio piacimento (delle loro vite). Essere affidabili significa fornire agli italiani gli strumenti per una propria libertà più profonda, da quella – semplice – di competere senza freni e criteri, come vuole la teoria mercatista – liberista – della destra. La libertà di sapere esattamente chi sono, cosa possono dare, e di scegliere quindi il loro modello di vita; e, nel farlo, di aderire – naturalmente – a questo grande progetto comune all’insegna della collaborazione. Un giorno ci capitò di mostrare – involontariamente, in quel caso – sul più classico dei bus una copia (cartacea) di un nostro articolo il cui titolo era: “Torniamo a collaborare per un alto obiettivo comune“. La persona che lo vide, un trenta-quarantenne di (apparente) media cultura e condizione sociale, non ci voleva credere: in tutti i sensi. Nel senso che non ci credeva, ma continuava a guardarlo (il titolo) strabuzzando gli occhi. Non, perché fosse – non per questo – un articolo (in sé) fuori dal comune. Ma perché è quello che oggi gli italiani desiderano: tornare ad unirsi – e non a dividersi – nel nome di una ragione più alta. Tecnicamente, tutto questo si pratica dandoci l’obiettivo dell’innovazione che passa attraverso la cultura e la formazione. Un sistema, e non più un mercato. Un Paese, e non più un mercato. Gli Italiani, e non più (alla) merce(/é) di pochi di noi – di loro.

MATTEO PATRONE

Futuro dell’Italia. Collaboriamo per un alto obiettivo comune Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Si può dire che più che venduto veniva risucchiato dal mercato; e questo per il personale di vendita, abituato a sudare sette camicie per vendere un prodotto tradizionale, risultò un fatto assolutamente imprevisto e piacevole”. A dirlo è Pier Giorgio Perotti, italiano, progettista – oggi diremmo – informatico. In realtà, se abbiamo la possibilità di usare questa (“moderna”) terminologia, è – proprio – grazie a lui. Che negli anni tra il 1960 e il 1962, in Italia, inventò il primo pc. E’ uno dei prodotti – delle innovazioni – che fecero il successo della Olivetti. E che oggi, a distanza di cinquant’anni, scopriamo avrebbe scritto la Storia dell’uomo. A partire (ancora una volta) dall’Italia. (Quest’”ultima” volta,) solo cinquant’anni fa.

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Rifacciamo di Mediterraneo (e del Sud!) centro mondo di M. Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’Italia vada con i suoi ministri (?) in Libia. Se la Sicilia è la porta dell’Europa sull’Africa. Pianifichiamo (ora!) uno sviluppo comune. Tra di “noi” ma guardando a Cina ed India. Questa è vera politica sull”immigrazione’. E può rifare Mediterraneo centro mondo Read more

Puo’ partire dai migranti il nostro nuovo Risorgimento di M. Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

A Rosarno i raccoglitori di arance nordafricani si ribellano al capora- lato. Nel casertano i lavoratori senegalesi fanno paura alla camorra. Al ritmo delle canzoni di Miriam Makeba. Come noi, e (nemmeno) i nostri giovani, non siamo più capaci di fare. Perché non avvertiamo più necessità, e non “crediamo” più in niente. Chi ‘viene’ da una vita di stenti e sofferen- ze, reiterata, come non si aspettava, al suo “sbarco” nell’Occidente ricco e “democratico” (? “Esattamen- te” com’era avvenuto ai nostri nonni, forgiati dalle guerre e dalla dittatura), invece, ”sa” ancora avere bisogno, e quindi volere. Chi, se non i migranti (e gli altri – “nostri” (!) - emarginati), può costituire il motore di una ripartenza che avvenga all’insegna dell’etica e di un (ritrovato) respiro filosofico, e non solo, più, delle banche e dei mercati? di MATTEO PATRONE
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Primo ‘mattone’. Ricerca al centro nuovo sistema Paese M. Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

(5 febbraio 2010) Il giornale della politica italiana guarda al futuro. Lo fa in ogni mo- mento della sua narrazione quo- tidiana. Ogni nostro sforzo è teso a contribuire a fare dell’Italia un Paese più moderno, più giusto, più unito. La chiave è la nostra politica e quindi questo è il posto giusto. Oggi il nostro giornale apre lanciando una proposta-provocazione per il futuro del Paese: guardare ai prossimi decenni non significa rattoppare il sistema Italia qua e là, bensì concepire un rinnovamento totale sulla base di un piano organico e complessivo. Come sempre accade nella storia i grandi cambiamenti sono nell’aria. Lo spirito del tempo effettivamente contiene già i semi di questa evoluzione. La chiave, lo abbiamo capito tutti, sta nell’innovazione. E quindi nella ricerca. Ma per questo non basta aumentare gli investimenti – senza che ciò diventi un pretesto per non investire – bensì è necessario riorganizzare, internamente e in rapporto con il resto del Paese, il sistema. il Politico.it si fa carico non di “inventare”, cosa per la quale abbiamo l’umiltà di non credere di essere nella condizione, bensì di esplicitare e di tirare le somme di questo spirito del tempo. Lanciando una proposta concreta per il rinnovamento dell’Italia. Il dibattito è aperto, naturalmente. Buona lettura. Read more

Caro Monti, la riforma del lavoro non è univoca. Germania/Danimarca: formazione-cogestione

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Caro Monti, riforma lavoro non è univoca Germania: ecco formazione-cogestione Danimarca ‘patria’ di formazione continua In Stati Uniti c’è ‘solo’(?) libertà licenziare Ma loro boom è fondato sull’innovazione Obama (e Hu Jintao) non te l’ha(n) detto? In Italia “vogliamo”(?) solo abolire art. 18 Tua riforma non è nell’interesse nazione

di MATTEO PATRONE

La questione del lavoro non si esaurisce nella dicotomia assunzione-licenziamento. In ultima analisi, sulle regole e sui contratti. Questa è la visione tecnocratica e liberista, che consiste nel mettere i paletti (meglio se nel toglierli) e poi nel lasciare andare (le aziende alle loro scelte e, in questo caso, i lavoratori al loro – cupo – destino). E’ la visione mercatista, quella propria della destra (americana), che la BcUe – col pretesto della crisi – battezza al suo sbarco nel Vecchio continente, con tanto di copertina di Time dedicata all’uomo che la sta importando: appunto, Mario Monti. Ma là dove i mercati del lavoro funzionano – per il bene dei loro paesi e non – solo – degli investitori di Wall Street – non funziona così. Danimarca e (anche) la Germania, i due modelli che una politica sterile incapace di immaginare un sistema adatto alla specifica, nostra situazione nazionale, ha analizzato, stanno lì a dimostrarlo. In Germania i lavoratori sono inclusi nelle decisioni (imprenditoriali) delle aziende (e quando vengono licenziati restano – contrattualmente – nella loro orbita, venendo reintegrati non appena il momento di difficoltà delle imprese viene superato); in entrambi i paesi c’è la formazione continua. E (comunque) il mercato del lavoro, come dovrebbe avvenire per ogni comparto della nostra vita pubblica, si ri-definisce sulla base di un’idea di fondo del paese che si vuole (ri)costruire; e non soltanto adeguandosi (tecnicamente) all’andazzo (peggio se deficitario) del mondo circostante. L’Italia può avere una alta ambizione, che si capisce bene come un governo dell’età media superiore a quello del precedente (già alta di suo, e guidato da un ultrasettantenne) – dunque composto di persone che hanno attraversato tutti i trenta anni del nostro declino, senza avere la capacità, evidentemente, di invertirlo – non possa avere le risorse (morali e culturali) per sostanziare in un’idea e in un progetto concreto. il Politico.it – ma non solo noi: in genere tutte le forze più dinamiche e avanzate del nostro paese, oggi ridotte dall’antipolitica al potere alla semi-clandestinità – invece pensa – da tempo – che la straordinaria qualità delle nostre risorse umane e la nostra tradizione storica – e l’esigenza stessa di questo tempo, non solo nella Penisola: se dalla crisi vogliamo imparare qualcosa, e non soltanto farla pagare ai lavoratori – ci diano la possibilità di puntare ad altro che ad una semplice annessione al mercato Usa – peraltro fondato su questa stessa innovazione: solo che Obama – anche Hu Jintao – quando fa i complimenti a Monti, si dimentica di suggerirglielo – come, ad “esempio”, a (ri)diventare (come siamo stati più volte nella nostra Storia, da Roma prima culla della civiltà al genio di Leonardo passando per la rivoluzione artistica di Michelangelo) la culla mondiale dell’innovazione (a 360°). E questo obiettivo – questa idea di futuro – si concreta efficacemente in una riforma del lavoro fondata sulla formazione continua, e (a cascata, per ottimizzare la valorizzazione dei frutti che questo rafforzamento, e non indebolimento all’insegna della paura, delle nostre risorse umane, produrrà) anche sulla cogestione. Politica, e non tecnica. Di tutto questo, nella semplice deregulation di Monti non c’è traccia. Prendere o lasciare. Ma lo spettro delle opzioni – e delle sfumature, e della ricchezza della Politica – è molto più ampio. E le esigenze del paese – e, permetteteci, del mondo intero – sono (ben) altre, dalla (semplice; e riduttiva) introduzione della libertà per le aziende di licenziare. Stupisce (ma non troppo) il cappello che il presidente Napolitano ha messo sulla riforma (di cui del resto è padre il suo alter ego – degenere? – esecutivo); meno quello della BcUe, formata da tecnocrati come il nostro presidente del Consiglio (che del resto “viene” da lì). Ma la tecnica basta a mantenere lo status quo (al “massimo”, ad accentuarne – come in questo caso – il segno). Lo status quo – che è il panmercatismo, e non, come i liberisti vorrebbero farci credere, uno statalismo che esiste solo in quel comparto pubblico – e soprattutto nei suoi rami morti – che Monti, fedele ai politicanti e alle loro clientele, non si azzarda nemmeno a nominare, vero blocco allo sviluppo – se ce n’è uno – da rimuovere costi quel che costi – ha mostrato tutti i propri limiti e la propria potenzialità (fallimentare) in tutto il mondo. E’ il caso – proprio in questo momento – di adeguarci anche noi, facendo una scelta vecchia, dolorosa, unilaterale e, in ultima analisi, antistorica e anti-italiana – ma tutt’altro che anticiclica? Matteo Patrone

(28 marzo 2012)

Perché Monti non sa come rigenerare crescita. Sue manovre sono dannose(?) Matteo Patrone

dicembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

di MATTEO PATRONE

L’accanimento terapeutico nei con- fronti della Grecia è ormai evidente a tutti. Le misure di austerità servono forse a “ripagare” gli investimenti degli investitori, ma aggravano sempre di più le condizioni di vita (?) di cittadini che peraltro, com’è stato detto sin dall’inizio, hanno responsabilità solo relative per l’affondamento del debito. E, comunque, non consentono di uscire dalla situazione di stallo, in cui il rischio-default continua ad essere alimentato da una economia che – potremmo dire – mangia se stessa, ricavando dalle risorse che andrebbero destinate alla crescita la liquidità per pagare il debito, che però, così, torna a cascata ad aumentare: perché l’economia si ferma, e, al di là di casse dello stato che vedono diminuire – al netto della forzosità dei “prelievi” – è proprio il caso di chiamarli così – ad hoc – le loro entrate, mette in difficoltà un intero paese, che dunque non riesce ad uscire dal pantano. La situazione da noi era diversa. Perché il debito era (ed è) “pagabile” senza comportare (in realtà) eccessivi sacrifici da far sostenere ai nostri connazionali, e può appunto essere “coperto”, consentendoci di uscire “definitivamente” dalla situazione di crisi. Dove in Grecia c’era invece un vero e proprio buco nero, che risucchiava ogni tentativo. Ma, il giornale della politica italiana lo scrive da luglio (!), tutto ciò è vero solo a condizione, anche per noi, per noi che lo possiamo fare, di crescere: se non cresciamo, i nostri sforzi, pure di portata inferiore, e che vanno ad incidere in misura minore su di una situazione comunque meno grave, la cui crisi è meno “profonda” e radicata”, vengono vanificati. Ebbene, il governo Monti non sa come si fa la crescita: lo dimostra che lo stesso presidente del Consiglio, lo abbiamo scritto più volte, nei suoi editoriali pre-nomina, sul Corriere, non aveva mai saputo sostanziare e, anzi, fino alla fine non aveva nemmeno citato, il relativo capitolo: perché, semplicemente, non è nelle corde di un tecnico economista, abituato a lavorare sulle regole e poi a lasciare fare “i mercati”, immaginare invece di impostare lui una prospettiva nuova per un paese (e non per un mercato), e mettere in campo la leadership necessaria a mobilitare le forze della nazione perché si mettano in cammino verso quel traguardo (di assumersi in ultima analisi lui la responsabilità “di intrapresa”! Ecco perché gli imprenditori vogliono non tanto “uno di loro” – che hanno già avuto – ma “uno come loro”). Politica, e non tecnica. Capacità di cambiare completamente piano, e non solo di modificare la posizione dei trattini dentro lo stesso disegno (ma, beninteso, senza poter riprodurre alcuna figura che non sia, magari, la più nitida definizione di quella precedente). Monti questo non lo sa fare. E’ per questo che lo spread torna a salire. E, soprattutto, che ci sono persone – nostri connazionali! – che oggi scelgono addirittura di compiere il gesto eclatante – e “definitivo” – di tentare di uccidersi dandosi fuoco davanti ai palazzi delle nostre istituzioni: se si sono venuti a trovare in quella condizione non è certo colpa di Monti, che è al comando da pochi mesi; ma se non ne usciamo la colpa è solo di Monti- o, meglio, anche della politica politicante che continua a sostenerlo per sostenere – sostentare: è proprio, ahinoi, il caso di dirlo – se stessa – che persevera in quel girare intorno al punto (che è la crescita) al quale assistiamo da mesi. Non basta, cari signori, avere una figura (in tutti i sensi) autorevole; nel momento in cui il sistema non regge più, serve la Politica, e la Politica non è figura, è sostanza; non è public relationship, è capacità di visione e decisione e leadership. E’ per questo che il giornale della politica italiana, ancora una volta per primo, e per la seconda volta in due giorni con il conduttore de L’Infedele, si chiede se questo governo sia ancora nell’interesse del paese: ammesso che abbia mai agito in questo senso, e non (solo) per “far piacere” ai mercati. Matteo Patrone

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‘Sostenuto da chi m’ha sfiduciato’ Ministro Bilancio possibile gov. Pg

dicembre 13, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La vittoria del centrosinistra appare, a Berlusconi piacendo o meno, mol- to probabile. Candidandosi con le (stesse) forze populiste e anti-europee che – giustamente – dice di voler contrastare (e da cui, con il solito – delizioso - humor, fa notare di essere appena stato mandato a casa), Monti – oltre a rinnegare tutta la propria storia – rischia di andare incontro ad una eclissi elettorale che lo porterebbe fuori sia dal governo sia rispetto ad ogni altra possibile ‘destinazione’ istituzionale del prosieguo della sua esperienza pubblica (in Italia o, sia pure con qualche chance in più di poter mantenere questa prospettiva, in Europa).

Non farebbe gli interessi suoi né dell’Italia né, financo, di quella destra di stampo cavouriano ed einaudiano che rappresenta lo sbocco obbligato (insieme al partito dell’Italia) della democrazia bipolare italiana.

Una destra costituzionale ed europeista (la tanto agognata sezione italiana del Ppe) che – lasciandosi alle spalle ogni tentazione egemonica e oligarchica – potrebbe – a nostro modo di vedere – partecipare al governo di un Pd che avesse una propria, inscalfibile maggioranza parlamentare, con la figura del (solo) Monti ad occupare il ministero del Bilancio (quello del presidio sui conti; mentre per la ripartenza della nostra economia, come abbiamo capito, ci vogliono risorse giovani e dinamiche. Per usare una parola che piace al capo del governo: moderne).

Una destra che – attraverso la mediazione -dell’onestà e della responsabilità- dell’attuale presidente del Consiglio – si possa saldare con la guida alta e ‘centrale’ di un Pd che – facendosi fino in fondo partito della Nazione, e puntando così ad accogliere sotto la propria ala – insieme ai propri elettori ‘storici’ – una larga parte di quel 40% di cittadini che negli ultimi vent’anni hanno preferito non votare – dia una mano al centrodestra a ricomporsi attorno alla figura di Monti, isolando – e sganciando alla (propria) destra – le componenti antilegalitarie ed ‘estreme’.

L’obiettivo del partito dell’Italia, a sua volta, dovrà essere ‘occupare’ (democraticamente) la scena politica italiana (senza porsi preventivamente limiti di rappresentatività) offrendo se stesso come baricentro e come guida onesta e responsabile che, per questo (compresa la com-partecipazione di Monti), tenderà a fare il bene di TUTTI i nostri connazionali – sia delle persone (cosiddette) ‘più deboli’ sia di quelle (già adesso) abbienti: come oggi, molto più di un tempo, abbiamo la possibilità di contemperare – dandosi ‘semplicemente’ l’obiettivo di salvare e rifare grande l’Italia.

Se gli italiani ad un certo punto decideranno che ‘non c’è alternativa’ (alla sua – sempre più ‘centrale’ - offerta), nessuno – almeno a sinistra. Ma, probabilmente, non solo – se ne potrà dispiacere.

Berlusconi, già “politico dell’anno” mentre dilapidava il rigore di Prodi

dicembre 13, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Troviamo insopportabile che il Pd – cioè il partito erede dei governi Amato, Ciampi, D’Alema, Prodi (più Padoa-Schioppa), quelli della rimessa in ordine dei conti fatti saltare, ripetutamente, dall’allora Cdl – venga messo sullo stesso piano di Pdl, Udc, Lega e (ex) An – che sostennero quella fase di – ulteriore – aggravamento del nostro declino – in un (interessato) “indifferentismo” che tradisce la vera causa (della nostra arretratezza e) del (persistente! Checché ne dica Monti, a cui evidentemente non importa di “parlare un linguaggio di verità – duro ma necessario -”, agli italiani) rischio-default: quegli interessi (particolari) che suggeriscono di predicare il rigore (e fare un – continuo – “esame di montismo(?)”) a chi l’ha praticato per primo (mentre alcuni austeri commentatori di oggi attribuivano il premio di ‘politico dell’anno’ – per ben due volte! – al Berlusconi che in quegli – stessi – mesi andava dilapidando i sacrifici – distribuiti però in modo equilibrato! Ed accompagnati da misure per la crescita – messi in campo dall’Ulivo:) fino all’accumulo (sulla ‘base’ di tutto ‘rispetto’ – ? – lasciata dal suo predecessore e mentore Craxi) dei 2000 miliardi di debito di cui ci stracciamo le vesti oggi, che sono potuti crescere durante la permanenza (per dodici, lunghi mesi! L’Italia non può permettersi anche solo un altro anno di – ‘questo’ – immobilismo) di Monti alla ‘guida’ – ? – del Paese.

Il csx si basi sul ‘metodo Vendola’ Innovazione/ricerca/studio futuro I.

dicembre 13, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Quando Vendola cita – a – propria – ‘discolpa’ – i risultati alla Regione Puglia, non è strumentale. La Puglia è oggi una delle più dinamiche e moderne regioni italiane. Una delle regioni, cioè, in cui le imprese ricevono – dal potere – pubblico – più linfa (vitale): nel senso che il governatore della Puglia, invece di limitarsi (liberisticamente) a ‘dirigere il traffico’ – e a sovvenzionare, con accenti clientelari, la conservazione – di rendite di posizione – spinge, con la sua visione di futuro (e – correlativo – coordinamento. Che non è il dirigismo statalista! Più fervidamente radicato nei pensieri dei sedicenti liberali che non dei supposti “comunisti”), la modernizzazione, l’innovazione, la futuribilità (del proprio sistema economico e) delle stesse aziende.

La Puglia è una delle (poche) regioni italiane in cui si investe (oltre che ‘nella ricerca’,) nella (vera!) liberazione di risorse (intelligenza, creatività, voglia di essere decisivi per far riesplodere l’economia del nostro Paese) giovanili attraverso il sostegno all’autoimprenditorialità dei giovani. Autoimprenditorialità, non centri sociali. Perché Vendola – riconosciuto da tutti come una “persona perbene” – ha a cuore gli interessi della sua Regione e dei propri concittadini, e da questo – e non da un retaggio ideologico novecentesco che, pure, esercita a volte su di lui un richiamo che incide più però sul suo linguaggio che non sulle sue decisioni – fa discendere le proprie scelte.

Ed è, paradossalmente (ma anche no), dal ‘modello Vendola’, che il centrosinistra deve trarre l’ispirazione (metodologica) su come (impostare la navigazione, e) affrontare i prossimi cinque anni (auspicabilmente di governo). Non, mediare tra (vecchie) correnti (di potere). E siamo sicuri che financo il segretario del Psi (ma i socialisti non sono già dentro il Pd?) Nencini, sia – a sua volta – comunque già ‘perfettamente’ lanciato in quest’ottica. Non, cercare un compromesso (al ribasso). Che non farebbe il bene dell’Italia. Ma – proprio come fa Vendola in Puglia – puntare ad unire (come dice Veltroni, sul programma, e, per noi, ancora più in particolare,) lanciando il cuore oltre l’ostacolo, ovvero spogliandosi dei vecchi (e, ormai, angusti) orizzonti (politici e ideologici) e pensando solo all’Italia del futuro.

Un’Italia che punti a tornare ad essere la culla dell’innovazione (a 360°): perché l’innovazione, ovvero la ricerca, (non è solo ‘tecnologica’, come si ostinano a non ‘vedere’ alcuni commentatori e anche alcuni leader politici, ma) è la spinta (vitale) al (continuo) rinnovamento, alla continua ricerca di ‘perfezionamento’, avanzamento verso una (sempre maggiore) modernità. Accompagnando tutto questo con il rafforzamento (e, anzi, il rilancio, in chiave sistemica rispetto a tutto ciò) delle sue (naturali) fondamenta: la scuola, la formazione, l’università.

Un’Italia così, un’Italia che punta (dritta) alla propria modernità (a quel punto molto più facile da perseguire: contando sulla – ritrovata – non, ‘speranza’, che è sinonimo di attendismo e, spesso, di disfatta; ma – fiducia ed entusiasmo dei propri connazionali), è un’Italia che non deve pensare di essere ‘seconda’ (e, quindi, – servizievolmente – ‘affidabile’) con nessuno. Italiani tutti coinvolti nel perseguire, insieme, questo (più alto) obiettivo comune. Quello di rifare del nostro Paese il luogo nel quale – secondo un vitalismo, una, appunto, tensione, un riorientamento collettivo: si potrebbe sintetizzare, con uno slogan, dal gossip – totalizzante – allo studio come nostro ossigeno – si concepisce il futuro (nostro ma non solo): a livello (non troppo – ‘strettamente’: perché abbia comunque anche un portato ‘etico’ – che non significa moralistico, ma – tale da essere utile al miglioramento, all’avanzamento – innovativo – delle vite di tutti noi) produttivo (e commerciale), ma anche filosofico, artistico, ‘culturale’ (sempre, anche qui, perché abbia una ricaduta – di crescita – sulle nostre vite e, a sua volta, sulla nostra produzione artigianale e industriale, e non fine – rigorosamente – a se stesso, diventando altrimenti a quel punto una falla – parassitaria. Di sovvenzionamenti a fondo perduto – nelle nostre finanze pubbliche).

Nell’anno della crisi del capitalismo – e della necessità di una cesura: non, con il mercato, fattore di equilibrio e pacificazione tra i ‘luoghi’ del pianeta; ma con l’individualismo sfrenato a cui far cedere il passo al (necessario, o non ci salveremo) altruismo – serve una Politica che (ritrovando, così, se stessa), torni ad indicare quella direzione di marcia; quell’orizzonte (comune). Rilanciare la nostra economia riportando in superficie le straordinarie risorse – culturali, intellettuali, creative – del popolo erede della più grande tradizione del mondo.

Perché – come esemplifica un imprenditore – il Colosseo ha duemila anni, ed è giunta l’ora che torniamo ad avere ‘quel’ respiro, ‘quella’ ambizione, per produrre (noi, oggi. Non necessariamente in termini architettonici – ma anche sì: una delle priorità, ma da curare con grande attenzione, serietà e lungimiranza, perché ne va davvero del domani – per i prossimi cento anni – del nostro Paese – del centrosinistra se tornerà al governo, dovrà essere restituire uno stile, una linea, alla (ri)costruzione delle nostre città, da restituire – a cominciare da Roma – alla loro bellezza (originale). Senza più consumare territorio; demolendo e rielevando – in tutti i sensi – le aree già urbanizzate – ma – comunque – di idee, di ri-costruzione di futuro) qualcosa che un giorno varrà la pena di essere conservato.

Questa, e non la (semplice) capacità di relazione di Monti, è la più grande garanzia di tenuta (e, anzi, rilancio) dei nostri conti e di rivitalizzazione dello stesso progetto di un’Europa unita. Perché l’Italia non potrà forse fare a meno dell’Europa (nel mercato globalizzato, con i giganti, ecc.. Anche se, secondo noi, l’economia – anche solo – ‘strettamente’ (?) italiana può avere l’ambizione di crescere a due cifre. Siamo già stati la quinta potenza economica del mondo! E tutto questo essendo partiti dalle macerie della guerra). Ma di certo l’Europa non può fare a meno dell’Italia. E bisogna allora che ‘prima’ ci rialziamo in piedi. Noi.

2013-2018 ultima occasione. I./ Pd Dem uniti a dar forza governo Pigi

dicembre 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Giuliano Da Empoli, già assessore alla Cultura al comune di Firenze e collaboratore di Renzi, dà corpo ai timori di chi sospetta – da tempo – che una parte di quanti si sono impegnati per la vittoria del candidato innovatore alle primarie del Pd, possano non accontentarsi (come invece sembra(va – ?) essere – generosamente e responsabilmente – disposto a fare Matteo) di avere dato un contributo – c’è chi dice – alla (effettiva, a questo punto) ‘nascita’ del Pd.

E, per bocca appunto dello scrittore toscano, parlano ora della possibilità di dare una “struttura organizzata” (corrente? Associazione?) al “movimento”.

Non siamo d’accordo (e, senza voler interpretare il suo pensiero – che non conosciamo – supponiamo l’uscita di da Empoli possa non essere andata del tutto giù nemmeno a Matteo).

Il ‘movimento’ c’è già: si chiama Pd. Si tratta di avere la pazienza, e l’onestà, di tessere quotidianamente la tela delle relazioni DENTRO il partito – che naturalmente, nella sua componente oggi maggioritaria, può e deve aprirsi – per rilanciare! E non per ‘mettersi d’accordo’ - ai contributi in primo luogo di contenuti e di idee dei ‘già rottamatori’-che non significa scendere a compromessi o contrattare qualche posticino qui o lì, ma lavorare per una contaminazione e una maggiore integrazione reciproca. Nella chiave della costruzione di una prospettiva (unitaria) e non per rinsaldare ciascuno le (proprie) posizioni.

Perché l’occasione del Pd – e – dell’Italia – è 2013-2018 (e guai se, questa volta, il centrosinistra se la lascerà sfuggire: e tutti devono essere consci che questo – fare finalmente del nostro un grande Paese moderno, compiendo cinquant’anni di transizione italiana – è l’obiettivo, e che ogni altra scelta deve essere preventivamente piegata a questa prospettiva), e non ad un ‘prossimo giro’ (che dobbiamo piuttosto auspicare possa magari rappresentare la ‘prosecuzione’ di questo, in stile, per dire, Blair-Brown – in ordine inverso? – e) che c’è il rischio, altrimenti, alcuni Democratici possano ‘auspicare’ arrivi prima di quando dovrebbe (il logoramento della segreteria Veltroni è ancora ‘fresco’ nel ricordo di tutti).

Cosa che, nel caso in cui avvenisse, significherebbe il fallimento. Del Pd, di tutti noi ma soprattutto del Paese.

Che non è un”espressione retorica’, bensì significa – innanzitutto – la vita – REALE! – di milioni di nostri connazionali. Che vedono nell’unica forza in grado di salvare – e rifare grande – la nostra Nazione, la – loro! – ultima occasione. Per tornare ad avere fiducia. In loro stessi e nel nostro futuro. Comune.

“Più corruzione dove c’è la crisi” No, crisi più grave dove corruzione

dicembre 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Riporta Repubblica.it:

“L’organizza- zione responsabile dello studio nota che la corruzione è più diffusa “in quei paesi più affetti” dalla crisi economica e finanziaria. Colpite in modo minore dalla congiuntura economica, Germania e Francia si piazzano rispettivamente 13ma e 22ma con punteggi superiori a 70.

Danimarca, Finlandia e Nuova Zelanda sono i Paesi più virtuosi e raggiungono i 90 punti. Afghanistan, Corea del Nord e Somalia occupano la 174ma e ultima posizione della graduatoria con soli otto punti”.

Sì, però (ma forse intendiamo la stessa cosa) è l’inverso: è là dove c’è meno corruzione che – per questo – la crisi economica ‘morde’ di meno: perché i paesi non sono fermi (economicamente) a trent’anni fa; perché la loro macchina burocratica – vedi ottimo pezzo di Alesina e Giavazzi oggi sul Corriere – è snella ed efficiente; perché la stessa Politica ‘funziona’ meglio.

E soprattutto quei paesi, non avendo (avendone meno) corruzione, non hanno un debito pubblico da 120% del Pil, che noi italiani dobbiamo tutto a questi signori che, negli ultimi trent’anni, hanno (da un lato) sperperato tout court le nostre risorse (pubbliche: accumulandolo direttamente), (dall’altro,) impedendo il corretto funzionamento della ‘macchina’, hanno determinato quell’arretratezza e quell’inefficienza (di oggi) che (abbiamo dovuto scontare – ‘anche’ – in termini di ulteriore crescita dell’indebitamento, e che) ci rendono ora meno ‘agili’ – per tutte queste ragioni – nel reagire al picco della crisi.

Si potran votare solo candidati Pd Parte piede giusto premiership Pg

dicembre 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Giochiamo all’attacco e dimostria- mo cos’è davvero la democrazia“. Enrico Letta

Sappiamo di chiedere a elettori e militanti uno sforzo ai limiti dell’impossibile ma vogliamo cambiare davvero la politica“. Pier Luigi Bersani

Una forza che (dopo trent’anni di autoreferenzialità e – correlativo – declino) parte così (rinunciando ad ogni sicurezza – per sé – e ad ogni rendita di posizione), ricompatta immediatamente al suo interno ogni diversa sensibilità (questo è – di fatto – il programma – anche – di Matteo (Renzi)! Che a questo punto non può esimersi dal partecipare – in modo decisivo! Immettendo il suo entusiasmo e il suo dinamismo – alla realizzazione del programma per il bene dell’Italia), e dice a quel 40% di italiani che negli ultimi vent’anni hanno scelto di non votare, di andare a quei seggi montati un po’ alla chetichella (ma solo per fare presto. Per fare quest’ultimo – prima dell’Anno nuovo – regalo al proprio Paese) e di misurare se queste persone che a questo punto sembrano non avere più nulla da guadagnarci (ri-mettendosi in gioco. E sarà così ogni volta d’ora in avanti!), se non possa valere la pena di provare a dare loro fiducia (scegliendo le loro idee e le loro, singole facce! Come non sarà possibile fare con NESSUN ALTRO comitato elettoralistico. Anche per questo il pd sarà il solo partito della Nazione) perché questo (neanche tanto) timido inizio (di cambiamento) possa trovare la forza, in Parlamento, di essere portato (per cinque anni) fino alle sue estreme (in realtà, più nobili e Politiche) conseguenze. Nell’esclusivo interesse di tutti gli italiani.

Persone senza casa altri cittadini Opportunità in cambio di impegno

dicembre 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Le Persone senza una casa – che vivono (?) per la strada – di cui in queste ore faremo il bilancio dei morti (di freddo), meritano una Politica che (rifuggendo ogni tentazione assistenziale) proponga loro un patto che funzioni più o meno così: una casa e la possibilità di nutrirsi per tutto il periodo di un loro impegno (a costo zero) a supporto dei servizi (a – tutti – i cittadini: a cominciare dalla cura del decoro urbano e dall’assistenza agli anziani e ai malati. Ma le loro specifiche competenze e professionalità possono immediatamente diventare risorse da spendere in svariati settori della nostra vita comune: ad esempio nell’educazione) nelle nostre città, che offra loro l’opportunità di riallacciare relazioni, cessare di essere invisibili e dunque poter confidare (non assistenzialisticamente ma sulla base delle loro competenze ed esperienze! Spesso straordinarie e, oggi, sprecate) di uscire dai margini (e poter – ‘dover’ – quindi cessare, da un certo momento in poi, di contare sull’aiuto di tutti noi), e in quel modo poter ad un tempo assicurare una spinta (legata anche alla propria inevitabile voglia di riscatto) ad un riavvio, a livello locale, di piccoli ambiti della nostra economia, e a loro stessi la possibilità di tornare ad avere una vita (che altrimenti sarebbe probabilmente negata loro per sempre) degna di essere vissuta come quella di ogni altro cittadino italiano.

Legge elettorale, decreto governo Collegi/governabilità/veri candidati

dicembre 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Se i partiti non trovano un accordo (confermando il loro interesse – autoreferenziale), il presidente Monti intervenga e promuova per decreto una nuova legge elettorale che – attraverso la reintroduzione dei collegi, (magari anche delle primarie! Nessuna regola dice che per raggiungere, finalmente, la – nostra – modernità si debba giocoforza aspettare – i comodi dei politicanti, e – un’altra legislatura,) un impianto che favorisca la chiarezza delle scelte e la governabilità e regole stringenti per la candidabilità (torniamo a ripetere che ‘candidato’ deriva da ‘candidus’, che significa bianco, dal colore della toga che i senatori di Roma indossavano a riprova delle loro Alte onestà e responsabilità!) – ristabilisca la democrazia nel nostro Paese.

Non possiamo permetterci – non possiamo accettare! – lo sfregio di altri cinque anni con il nostro Paese in balia di un Parlamento – il luogo nel quale si fanno le leggi! – popolato (anche) da corrotti e i cui membri siano stati nominati da coloro che hanno ridotto – in trent’anni – l’Italia sull’orlo del fallimento.

Gov. può licenziare (anche) l. elett. Altrimenti si fa bene Silvio (male I.)

dicembre 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché il governo, con l’avvallo del capo dello Stato, non procede – comunque – al varo di una nuova legge elettorale (per decreto! Il tempo per l’approvazione da parte delle Commissioni – che, vista la scelta della destra di ‘rovinare’ la fine di questa legislatura, si possono tranquillamente riunire anche tra il 25 dicembre e il primo gennaio! - entro fine dicembre, esistendone la volontà politica, ci sarebbe. Una riforma nell’esclusivo interesse dell’Italia, basata su collegi, impianto che consenta scelta chiara da parte degli elettori e governabilità)?

Il punto non è “solo” (!) ripristinare (alla radice) la nostra democrazia restituendo ai cittadini la loro sovranità (assegnata dalla Costituzione: la legge Calderoli non è ‘solo’ ‘una porcata’, ma, per come la giudichiamo noi, una legge non costituzionale, prevedendo la Carta il diritto di scelta da parte del popolo italiano dei propri rappresentanti – e legislatori! – in Parlamento), ma anche scongiurare un rinnovo delle Camere che – secondo i desideri di Berlusconi – possa avvenire sulla base di interessi (particolari), e non attraverso l’esercizio del diritto di scelta degli italiani.

Perché – lo ripetiamo – il Parlamento non è il “paese dei balocchi”, ma la sede del potere legislativo; l’organo erede del Senato romano; il luogo nel quale si fanno le leggi (dalle quali dipendono il bene dell’Italia e le vite di tutti i nostri connazionali!).

Rimandare di altri cinque anni il momento nel quale la politica italiana prende atto di tutto ciò e riporta al suo interno dei veri legislatori (facendo sì che tutti debbano sottoporsi al giudizio, nel confronto – diretto – con un altro candidato, degli elettori), ci parrebbe molto poco “responsabile” e ben poco foriero di possibili, rinnovati “credibilità e prestigio” per la nostra Nazione.

Lì, e non altrove, sta il cuore (come si è visto anche in queste ore) di ogni questione.

Cultura non solo conservare beni E’ coltivazione qualità (tutti) italiani

dicembre 4, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La separazione del Mibac (fa pen- sare a qualcosa di burocratico e noioso già soltanto  Read more

Società di Persone (non dei ‘beni’) Frutto onestà/lealtà/collaborazione

dicembre 1, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il nesso tra una sovrabbondanza di beni materiali – e la nostra (osses- siva, quasi compulsiva) attenzione – dedizione – verso di essi – e lo sfarinamento, la sclerotizzazione, lo svuotamento dei nostri rapporti con gli altri – fino all’estremo della più totale, contro ogni apparenza, indifferenza verso di loro e le loro esigenze e l”esito’ delle loro vite – è difficile da spiegare ma esiste.

E’ come se le persone avessero un tot di ‘attenzione’ da poter dedicare a qualcuno o a qualcosa: quando quell’attenzione è monopolizzata da una singola persona, gli occhi della prima non vedono (e sentono) che (per) lei; quando si affina la nostra disposizione-disponibilità – ci si abbandona, ci si lascia andare alla facilità di appagarci – a lasciarci monopolizzare da cose che ci danno immediata, e ‘sicura’ – non soggetta agli umori e alla libertà di scelta degli altri – soddisfazione – come un certo tipo di produzione televisiva, nella quale ad esempio si curiosi – gossipparamente – nelle vicende di altre persone (accentuando questo effetto di – indifferente – ‘oggettivazione’-presa di distanza dagli altri); o una ‘posizione’ – in azienda, con gli amici, sociale – che possiamo poi vantare presso di loro – perdiamo (progressivamente) – come entrando in un limbo (di mancanza di empatia) – la nostra sensibilità nei confronti delle persone stesse, sopraffatta da questo – che Pier Paolo Pasolini chiamava – edonismo, e che però, conducendoci – giorno dopo giorno – ad una (progressiva) indifferenza nei loro confronti, si rivela alla fine controproducente per il nostro (stesso) benessere (e quindi contraddice, in parte, se stesso).

Perché in ragione di ciò, espletato in noi così come (essendo frutto di fenomeni di massa e dunque tali da ‘coinvolgere’ – o, meglio, ridurre ai margini e in una situazione di malleabilità, per così dire – la gran parte dei nostri contemporanei) negli altri, ci ritroveremo a vivere in una società, in una comunità (che avrà cessato di essere tale) in cui gli altri guarderanno a noi con distacco, indifferenza, e questo renderà il nostro rapporto con loro sempre più formale, ‘vuoto’, privo di un vero attaccamento nei loro confronti; e alla prima asperità – dovuta alle vicende di vita di ciascuno di noi – mostrerà (privatamente o ‘pubblicamente’, riguardando i singoli o – secondo – anche – altre dinamiche – i gruppi e la massa) le corde di una inconsistenza che – in presenza di motivazioni individuali (o ‘particolari’) alla (sola, e magari sfrenata) competizione – può portare a vere e proprie esasperazioni che possono condurci a compiere anche le più terribili dimostrazioni di indifferenza nei confronti degli altri.

L’antidoto a tutto questo è nella Cultura: scuola, formazione, università, ricerca; televisione – e informazione – di qualità; internet; ripresa di un – capillare – interesse per lo studio, la ricerca filosofica, l’arte, e – come dice giustamente Aldo Cazzullo – non solo ‘tutto questo’ – sia pure reso ‘popolare’ – ma anche ogni forma di peculiare valore ed espressione dell’eccellenza italiana tale da spingerci tutti – con l’obiettivo dell’innovazione – a ricercare – una nostra crescita – umana e quindi della nostra economia.

Cultura, comunque, come coltivazione di quella stessa sensibilità che la totalizzazione delle nostre vite da parte dei beni materiali (di stampo capitalista esattamente quanto marxista, sia ben chiaro: e il problema non è – certo – il libero mercato; ma la sopraffazione dell’economia – fine a se stessa – sulla Politica, sicuramente sì), come abbiamo visto, riduce; cultura come rafforzamento – dispiegamento – della (propria) intelligenza che fa sì che, trovandosi ad esempio di fronte ad un certo tipo di canale o trasmissione (principale fonte, nella sua deformazione più strumentalmente commerciale e ‘nichilista’, come nel peggior incubo orwelliano o bradburiano, di questa forma di corruzione), non ci si lasci trascinare – nel tempo – nella più totale indifferenza (di sé).

Primarie per scelta parlamentari Pd avvii (subito ‘dopo’) per bene I.

novembre 13, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

In questi giorni si è tornato a parlare del tema della rottamazione e, in particolare, della decisione del presidente Bindi di voler richiedere la deroga alla norma che stabilisce il tetto al numero di mandati parlamentari che ogni esponente politico Democratico (per gli ‘altri’, naturalmente, la questione nemmeno si sta ponendo) può ‘affrontare’, anche in caso di vittoria alle primarie di Matteo (Renzi).

Ma perché il partito che è risalito nei sondaggi (dopo avere fermato la deriva in senso liberista del governo evitando la piena abolizione dell’art. 18, otto mesi fa, e, poi,) indicendo le (belle. Anche se ancora un po’ – a causa anche della pervicacia del giornalismo (?) collaterale ad interessarsi degli affari personalistici – dei politicanti – più che di Politica – vera – a rischio di essere ‘fini a loro stesse’) primarie (a cui stiamo assistendo e che culmineranno nel voto di domenica prossima), non immagina, non appena la scelta del candidato premier sarà stata compiuta, di indire (immediatamente! E di organizzare – insieme) le primarie (‘volute’ per primo, ormai anni fa, da Pippo Civati e dagli altri – allora si chiamavano – ‘piombini’; ma, stavolta, aperte – davvero – anche alla partecipazione – attiva. Al ‘punto’ da coinvolgere anche gli aspiranti servitori dell’Italia dagli scranni del nostro Parlamento, delle altre forze della coalizione – esattamente come per la premiership! – in modo, assolutamente, vincolante ai fini della possibilità di partecipare al centrosinistra) per la scelta dei candidati a Camera e Senato sul territorio (‘qualunque’ sarà la legge elettorale! O trovando il modo – ci sarà comunque tempo fino al – sicuro – secondo turno del voto per la leadership – di organizzarle in modo tale da essere ‘compatibili’ – com’è possibile! – con le diverse opzioni in campo. E del resto -)?

Dimostrando che il Pd è l’unico (, oggi. E speriamo di venire contraddetti al più presto) partito italiano che ha a cuore l’esclusivo interesse dei propri connazionali (e – dell’Italia), smontando e disinnescando immediatamente l’argomento (di chi, in realtà, non vuole una – vera! – riforma della legge elettorale, ma semmai una modifica che temperi le potenzialità di vittoria del centrosinistra stante l’attuale Porcellum – voluto da loro stessi) che sarebbero i Democratici (! Coloro che già hanno subito la precedente “porcata”) a volersi tenere la legge Calderoli, e imprimendo (tra l’altro) una possibile svolta alla stessa discussione sulla riforma (che non può essere però esaustiva dell’impegno del nostro – attuale – Parlamento! Nemmeno in questi mesi finali di legislatura) per la modifica (in senso democratico!) del nostro sistema di voto.

Ma, soprattutto, compiendo così (anche) un altro, ‘generoso’ (anche se – in realtà dovuto!) atto (come quello di Pigi di accettare la partecipazione – e la – correlativa – rimessa in discussione del proprio ruolo – di leader – alle primarie per la scelta del capo della coalizione) a vantaggio del solo bene del Paese.

Sarebbe un modo, anche, per (ri)cominciare (o continuare) a cambiare (sul serio!) una politica (politicante) che non può più appigliarsi a promesse e a “si vedrà” o nuove “settimane decisive” per l’Europa (o per la riforma elettorale) che minacciano di reiterare ad aeternum (o fino, almeno, al – così, sicuro – fallimento delle nostre finanze pubbliche) lo status quo, e che potrà tornare ad essere se stessa – ovvero a costituire un servizio ‘laico’ – nel senso di estraneo ad interessi nelle vicende che deve trattare! – e disinteressato nei confronti dei nostri connazionali – soltanto se qualcuno comincerà ad assumersi – in prima persona! – la responsabilità di dare l’esempio agli altri.

E chi, se non la forza (che ‘deve’ – e non può che farlo tanto meglio e tanto più così – ritrovare la consapevolezza di essere tale!) che fa da punto di riferimento (e che rappresenterebbe tanto più in questo modo!) (del)l’area di opinione e sensibilità più onesta e responsabile della nostra Nazione, può svolgere efficacemente questo ruolo?

Risolvendo ad un tempo – e tramutandole, anzi, in una straordinaria leva-opportunità per avviare uno splendido confronto (ma sui contenuti – ‘legati’ al territorio e non) democratico sul futuro del nostro (potenzialmente, di nuovo. Se il Partito Democratico ricorderà qual è la sua – nobile – eredità storica – e si deciderà finalmente, senza più timidezze!, a caricarselo sulle spalle,) grande Paese, i conflitti (ma sono veramente tali?) tra ‘vecchi’ e ‘nuovi’.

Lasciando il passo ai migliori candidati (la cui etimologia ‘nasce’ con candidus, dal colore – bianco – dell’abito indossato ai tempi di Roma antica dai senatori, ad indicare la loro Alta onestà e responsabilità) per gli italiani! Per una Primavera democratica che non potrebbe che tradursi – ne siamo certi – in una travolgente vittoria alle elezioni di marzo.

Primarie sian aperte tutti cittadini Partiti ‘ns.’ strumento per il bene I.

novembre 13, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ci rifletteremo ancora, ma – pur ritenendo com’è noto al momento il Partito Democratico la ‘sola’ forza in grado di salvare e rifare grande questo Paese – avremmo il desiderio (spinti dal bene che vogliamo alla nostra Nazione) di votare (anche) alle primarie del centrodestra (ovviamente se loro riterranno di condividere questa nostra valutazione e lo consentiranno. Come invece non farà – con persone che la pensassero specularmente allo stesso modo appartenendo ad un’altra area di opinione e sensibilità – il Pd).

Se i partiti sono – come recita la nostra Costituzione – “uno strumento nella disponibilità dei cittadini per organizzare il governo dell’Italia” – e dunque se ciascuno di essi non è chiamato a rappresentare interessi (particolari: come invece la contrapposizione autoreferenziale tra claques televisive ci ha dis-educato a pensare fino ad oggi), ma il bene esclusivo della Nazione (sia pure – per il momento: perché se uno ‘deve’ ‘continuare’ (?) ad essere lo scopo – comune -, difficilmente in futuro si potranno sostenere trasparentemente tesi opposte senza essere tacciati di – sempre meno ‘legittimo’ – particolarismo – a partire ciascuno dalle ‘proprie’ posizioni), poterlo fare è (non solo un diritto di tutti gli italiani, ma, persino,) un dovere di ‘ciascuno’ di noi (e si tratta ovviamente di scegliere, con onestà e responsabilità, il candidato che più si ritenga adatto a perseguire, in caso di vittoria di quel partito alle elezioni, l’interesse appunto ESCLUSIVO del Paese).

(E quanto prima, come Bersani propone da tempo di fare, tutto questo fosse regolamentato per legge, diventando parte integrante del nostro sistema elettorale – che significa sostanzialmente “di partecipazione”, e non di faziosa propaganda (fine a se stessa) – tanto meglio sarebbe per la tenuta, il consenso presso i cittadini e la modernizzazione delle nostre istituzioni).

Spiace a maggior ragione in questa luce, che il Pd (proprio il Pd!) ‘a questo giro’ abbia perso un’occasione (da questo punto di vista) che (nonostante le evidenti difficoltà) rischia di essere sfruttata (molto meglio) dalla destra.

Restituire alla (sua) bellezza Roma Giusta idea Alemanno ricostruire

novembre 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Due anni fa, quando propose l’ab- battimento dei casermoni delle periferie e la (loro: di quei quartieri) ricostruzione all’insegna della bellezza, il sindaco di Roma Alemanno fu travolto dalle polemiche. Non sappiamo quanto fossero pretestuose, di certo non erano corrette. Perché, come diceva Pasolini, Sviluppo non è uguale a Progresso e lo sviluppo – pure, benemerito: se è vero che a tutt’oggi continuiamo a vivere di rendita grazie alle conquiste di quel periodo, quando l’Italia divenne la quinta potenza economica del mondo, rialzandosi in piedi – in poco più di dieci anni! – dalle macerie della guerra – conosciuto dal nostro Paese negli anni ’60 fu foriero di devastazione (delle nostre città, del nostro territorio) e/ anche perché, alla fine, cadde preda degli interessi (particolari) di quelli che venivano chiamati palazzinari (oggi sarebbero i furbetti del quartierino).

L’urbanistica del futuro, in Italia, Paese della Bellezza, non può dunque che passare attraverso demolizione e ricostruzione: all’insegna di canoni nuovi e, perché no, immaginati in un concorso di genialità creative alle quali venga però data la regola infrangibile che il ‘nuovo’ – o, perché no, i nuovi; ma senza farci prendere dalla smania dell’estetismo – peggio che mai se pre-moderno – fine a se stesso – stile architettonico italiano dovrà essere ispirato ad una nuova estetica (cioè ad un’etica) delle Persone, per piegare le Città (del futuro) alle nostre esigenze e non il contrario; e per restituire al Paese della vita bella – quella nella quale le persone si possono ancora guardare negli occhi – dello stile mediterraneo, della buona cucina, della bellezza artistica e architettonica (del passato), del territorio (compreso quello incontaminato, da non toccare in nome di uno sviluppo, appunto, fine a se stesso e senza via d’uscita) più bello del mondo (ma l’avete mai visto il Golfo di Napoli?), un’immagine che esalti e non contraddica questi suoi punti di forza.

Dunque Alemanno non solo non ha torto, ma – lo dimostra il fatto di aver colto questa necessità più di ogni altro amministratore di centrosinistra – anche se Matteo Renzi, a Firenze, si è già avviato su questa strada – al netto di qualche timidezza di troppo (dovuta ai ‘lacci’ di una rete clientelare che purtroppo avvolge il centrodestra romano e laziale dei Fiorito e, certo, anche della lottizzazione dei pubblici uffici della Capitale a cui il sindaco non sembra essere stato estraneo), di saper pensare nell’interesse dei suoi cittadini e, in ogni caso, della Nazione.

Naturalmente si tratta di contenere i disagi degli abitanti dei quartieri che dovranno essere via via rinnovati secondo una pianificazione prospettica e lungimirante che, vi preghiamo, chiunque sarà il prossimo sindaco di Roma dovrà immaginare insieme all’altra metà e pensando al bene esclusivo di quella che può tornare ad essere la città che per (il tedesco) Goethe era (senza confronti) la Capitale del mondo. E, magari, (di nuovo, in futuro,) d’Europa. Ma che deve, per questo, recuperare il gap in termini di trasparenza, modernità; appunto, Bellezza.

Si tratta di contenere quei disagi, dicevamo, ma la Politica non è (mai) mero ‘assistenzialismo’ (o è, appunto, carità, assistenzialismo, una proiezione – per quanto sacrosanta – privata e non pubblica), ma costruzione di qualcosa di più Alto e duraturo nel tempo che, senza mai travalicare i confini del rispetto e, anzi, della valorizzazione della vita dei cittadini di oggi, deve essere pensato ‘anche’ in funzione dei nostri figli, dei nostri nipoti – degli italiani di domani – e in generale di una Storia di cui abbiamo noi la responsabilità (di riprenderne il filo).

E’, in fondo, quella grandeur (che ha le sue radici, perché no, nel futurismo) che lo stesso Alemanno – il cui mandato come primo cittadino della Capitale ha avuto esiti controversi – attribuiva, filosoficamente, all’impostazione Politica della destra; e che un dialogo vero, disarmato e anche ‘spogliato’ di quel puritanesimo verbale (ma non del necessario rispetto) che proprio oggi Grillo e Casaleggio denunciano – giustamente – abbia contribuito a sterilizzare (per intromesso talk show – televisivo) il linguaggio e quindi la capacità (ri)generatrice della politica italiana, tra destra e sinistra – chiunque, ripetiamo, sarà il prossimo, o confermato, sindaco di Roma – tra tutti coloro che hanno a cuore il bene esclusivo della città più bella (e importante, se torniamo a prenderci cura – di Noi stessi) del mondo, può coniugare con quella sensibilità (‘immediata’) nei confronti delle Persone (più deboli) che può gettare le basi per la (ri)costruzione della più antica (e, ad un tempo, moderna) civiltà del pianeta. (M. Patr.)

Berlusconi: ‘Stacco spina a Monti’ Pd/ borghesia illuminata uniti per I.

novembre 8, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

il Politico.it è quotidianamente molto critico con il governo Monti. La coincidenza di due eventi – le critiche senza costrutto di chi fischia il presidente del Consiglio e organizza addirittura un no-Monti day, e la ‘sparata’ di Berlusconi che tratta l’uomo che ci ha tolto le castagne dal fuoco – o ha contribuito ad allungare i tempi entro i quali ciò sarebbe stato possibile – dopo che il governo dell’ex presidente di Mediaset ci aveva portato sull’orlo del precipizio – ci inducono a ritenere che, mai come in questo momento (come peraltro Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani sostengono e tessono la relativa tela ormai da molti mesi), tutte le forze oneste e responsabile di questo Paese debbano fare fronte comune.

Questo governo non sta governando, ma il patrimonio di quell’area di opinione e sensibilità – e comunque costituita dalle numerose personalità – che fanno riferimento alle élite illuminate del nostro Paese (e SOLO loro – ‘selezionate’ con un rigore implacabile -, per non caricare il governo che dovrà determinare una svolta radicale nel modo di guidare questo Paese, di retaggi e di interessi – particolari – che possano inficiare la piena realizzazione del necessario cambiamento e pieno compimento della nostra democrazia) che hanno a cuore le sorti (esclusive) dell’Italia e del nostro regime democratico, non può essere disperso da un Pd che voglia farsi ‘partito dell’Italia‘ (chiedendo in primo luogo il voto ‘per sé’! E cioè, per tutti gli italiani) e incarnare limpidamente il suo (del Paese) esclusivo interesse.

Questo governo non governa e il Pd dovrà – invece – segnare un cambio ‘epocale’, nella nostra storia recente, proprio perché – innervato del dinamismo delle sue risorse più giovani, a cominciare da Matteo Renzi – incarnerà il partito che decide e indica nitidamente una strada al Paese e non reitera il chiacchiericcio quotidiano e politicante che ha segnato gli ultimi dieci anni di politica autoreferenziale.

Potrà farlo con tanta più forza e autorevolezza, se le forze che si riconoscono in Mario Monti – e, s’intende, lo stesso capo del governo; che non è colui che potrà salvare questo Paese, ma resta una – alta – personalità onesta e responsabile che non può che fare il bene dell’Italia – e che hanno nel Corriere della sera il loro principale canale di comunicazione con l’opinione pubblica, faranno fronte comune non, in chiave difensiva (rispetto a pericoli che, concretamente, non esistono nella misura in cui la nostra Politica continuerà – riprenderà – a fare efficacemente il proprio dovere). Ma per compiere finalmente la nostra democrazia, estirpando (come si può fare) la pianta della corruzione a partire dalle sue radici più profondamente piantate nel corpo della nostra Nazione.

E avviando un programma di riforme, che – secondo anche le direttrici indicate dal giornale della politica italiana – non dovranno essere, pregiudizialmente, né di destra né di sinistra, ma pensate – e, finalmente, messe in atto – nell’ESCLUSIVO interesse dell’Italia (e, per questo, senza timidezze e senza guardare in faccia nessuno).

Se a tutto questo vogliamo associare un padre nobile, che chiarisca bene quale sia lo spirito che dovrà animare questo impegno comune – e che comunque non potrà prescindere da una FORTE indicazione maggioritaria, anche per la premiership, da parte del primo partito italiano – lo possiamo trovare -e siamo certi che lui non se ne avrebbe a male – nella figura di Alcide De Gasperi, in nome del(la riproposizione del) cui governo pensato per perseguire il bene esclusivo di tutti gli italiani, una nuova politica fondata sull’onestà e sulla responsabilità potrà – una volta scritta la parola fine, anche attraverso il respingimento di ogni tentazione ad un ritorno – berlusconiano – sulle strade tortuose che ci hanno portato fino ad un passo dal fallimento, sugli ultimi trent’anni di politica autoreferenziale – cominciare a far rinascere l’Italia. (Matteo Patrone)

(27 ottobre 2012)

Verso (vera) ‘Politica dei cittadini’ Oggi ‘governo’ declassato a show

novembre 7, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il vero problema della riforma della legge elettorale passata a maggio- ranza, è che i cittadini non sanno più distinguere tra le responsabilità dei diversi partiti. Se ciascuno di noi attribuisse il ‘giusto merito’ ad ogni nostro rappresentante, il tema della legge elettorale come fattore decisivo nella formazione delle alleanze e dei governi cadrebbe, e le nostre istituzioni sarebbero immediatamente più ‘efficaci’ e rappresentative.

Carlo e Giuseppe

***

D’accordissimo sul principio di ‘responsabilità’ (da praticare più che da ‘riconoscere’ tout court nelle potenzialità e nelle scelte dei partiti,) di tutti noi per quello che succede ‘nel palazzo’.

Se ci ritroviamo nella condizione attuale, al ‘culmine’ (si fa per dire) di trent’anni di declino e con una classe dirigente (?) autoreferenziale e che mira (oggi) solo alla propria ‘conservazione’, la colpa è ‘nostra’ (per)ché – in particolare – abbiamo trasformato (o accondisceso – più o meno consapevolmente – a che venisse trasformata) la politica in uno ‘show’, al quale (come appunto dicevate sostanzialmente voi due parlando dell’importanza del voto e di quella necessaria distinzione tra le forze politiche e ‘nostra’ responsabilizzazione) assistere passivamente battendo le mani in segno di assenso o dissenso ma senza renderci conto che, invece, di quello ‘spettacolo’ (che non è tale) i ‘registi’ (e anche gli attori! Perché non esiste una ‘politica’ intesa come ‘classe’ o ‘casta’ chiusa che ‘possa’ eternare se stessa, magari persino nei casi estremi procedendo a forme di trasferimento di potere di carattere ereditario e familistico – come qualcuno pure sembra aver già cominciato a praticare – sia pure ancora nell’ombra – visti i molti parenti e amici dell’uno o dell’altro eletti – o ‘piazzati’ – a vari livelli – alla quale il resto del Paese sia fatalmente ‘estraneo’: ma, al contrario, la Politica – come lo Stato -) siamo noi.

La ‘spettacolarizzazione’ (e correlativa sterilizzazione) della Politica, del resto è dovuta anche – secondo noi – a quello che chiamiamo il ‘collateralismo’ del giornalismo italiano rispetto all’autoreferenzialità dell’attuale (generazione al potere e) classe dirigente: avere sostituito – a partire dall’introduzione dei retroscena – la Politica con il famoso ‘teatrino’, in cui non contano le decisioni, le scelte, i contenuti, ma (soltanto) i personalismi. Da cui un’attenzione di tutti a questo aspetto, e il nostro totale ‘distoglierci’ dalla propria (nostra) responsabilità di pensare solo a ciò che si possa fare (concretamente) per perseguire il nostro bene (comune).

E’ chiaro che si tratta (anche) di un circolo virtuoso (o vizioso a seconda di come lo si approccia): se il Parlamento è popolato di personalità becere (come quello di oggi; c’è chi infatti arriva a sostenere che debba essere la fotografia pedissequa del Paese, con il suo meglio ma anche con la sua feccia – in quest’ultima legislatura, da questo punto di vista, certo non rimasta priva di rappresentanza), ciò avrà ricadute sulla qualità della Politica ma anche dell’informazione e in generale di tutto ciò che contribuisce a determinare la formazione dell’opinione pubblica, e quindi (la vita ma anche) le scelte (Politiche) dei cittadini; che quindi saranno portati a reiterare (aderendovi; sia pure magari storcendo il naso e senza accorgersi, polemizzando per esempio ‘con’ questo o quel politicante, di stare in realtà in quello stesso momento – mettendo ‘lui’ al centro della scena – legittimando o ‘stuzzicando’ la sua propensione a farsi i propri affari e non quelli dell’Italia) questo ‘sistema’, senza riuscire più ad uscirne.

Come lascia intendere però voi stessi, quando dice che i cittadini vanno “educati” a quel tipo di approccio alla Politica, tutto passa per le nostre mani ma l’assunzione di responsabilità ‘decisiva’ è, inevitabilmente, nella leadership di un partito o di una personalità o di un gruppo di personalità, senza la quale nessun movimento – tanto meno dal basso – riuscirà mai a rompere quel circolo vizioso e a (ri)generarlo in virtuoso.

Ed è in questa prospettiva che noi ci ‘concentriamo’ sul Pd (che dovrà essere): attribuendo a lui (cioè a tutti noi), (unica) ‘forza’ che incarna l’area di opinione e sensibilità più onesta e responsabile del Paese, il compito di fare tutto questo (da cui anche un nome ‘Democratico’ che – gli attuali dirigenti sembrano dimenticarlo un po’ troppo spesso – riguarda specificamente questa ‘funzione’ che è poi un tutt’uno con lo sforzo – più classicamente ritenuto ‘Politico’ – di far uscire l’Italia dalla crisi – economica e, però, appunto, anche sociale e culturale).

Di qui anche le nostre ‘arrabbiature’ rispetto alle (mancate) scelte di Bersani, che ci sembrano – molto sinceramente -, al momento, il vero punto di caduta della (urgente) piena espressione di quella ‘potenzialità’.

Se non basta ecco legge-bavaglio Parl. non rappresenta più Nazione

novembre 7, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Questo Parlamento (di nominati! Senza nemmeno perciò una vera legittimità costituzio- Read more

Lo squallore del Pdl nel Lazio. Ora aboliamo le indennità di F. Laratta

ottobre 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Oggi la “politica” (?), essendo una dependance dello show business e garantendo forti guadagni (leciti e non), attira a sé (anche) persone che ambiscono alla visibilità, ad arricchirsi (anche a spese degli altri), e che sono poi – per questo stesso stile di vita – facile preda del “reticolo di corruttele” che intreccia, senza eccezioni, l’intero corpo delle nostre istituzioni e quindi dello Stato, rendendolo fragile, inadeguato, e dando forma a quell’immagine di ostilità nei confronti dei cittadini a cui nessuno di noi fatica, da un po’ di tempo a questa parte, ad associarlo. Il deputato del Pd sceglie allora il ‘suo’ giornale della politica italiana per avanzare questa proposta ‘forte’ che mira a restituire la Politica alle sole persone oneste e responsabili che desiderano impegnarsi e, se necessario, ‘sacrificarsi’ per perseguire il bene esclusivo della nostra Nazione (e – di tutti gli italiani). Se è vero, come conferma uno studio pubblicato da La Voce.info e ripreso oggi dal Corriere, che all’au- mento d’indennità corrisponde una diminuzione del tasso di occupazione e del Pil (cioè del tenore di vita dei cittadini!) nelle aree amministrate da coloro che ricevono quel contributo. Perché la Politica è servizio (civile), e richiede disinteresse e sobrietà; altrimenti non è (più, come vediamo) costitutivamente in grado di assolvere alla propria funzione. E a pagarne lo scotto siamo, inevitabilmente, tutti noi. La proposta del parlamentare calabrese. di FRANCO LARATTA* Read more

‘Moria’ monocrati verso Politiche Interruzione mandato sfregio ad I.

ottobre 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Vogliamo dirlo una volta per tutte? Se un uomo politico (quale che sia il suo lignaggio: vale, per capirci, anche per Vendola in Puglia e Renzi a Firenze, sul cui possibile contributo alla guida del Paese, non è evidentemente lecito nutrire dei dubbi) ha in mente di puntare ad un incarico pubblico la cui elezione (o nomina) si terrà più in là nel tempo rispetto ad un’altra che ‘interessa’ meno a quella personalità (cosa del tutto legittima! Basta con una concezione burocratica della politica per cui la dimensione nazionale è un’evoluzione di quella territoriale: c’è chi ha talento per occuparsi di affari locali, e chi per fare politica a livello nazionale e oltre), se pensa di tradurre in una scelta concreta questa aspirazione e di candidarsi, in seguito, alla carica più ‘importante’, ha l’obbligo MORALE di non partecipare all’elezione per la carica che viene messa in discussione prima.

Perché una volta occupata quest’ultima, non esiste alcuna ambizione personale, alcuna (presunta) ‘chiamata’ da parte di alcuna ‘autorità morale’ che abbia la pretesa di rappresentare gli italiani, che possa giustificare l’interruzione anticipata del proprio mandato.

Chi venga meno a questa forma di rigore nei confronti di se stesso e degli italiani – candidandosi, come detto, al primo incarico, la cui durata prosegua oltre la scadenza elettorale che dà accesso a quella seconda candidatura; e poi dimettendosi per dare corpo a quest’ultima – compie uno sfregio nei confronti della democrazia rappresentativa e delle nostre stesse istituzioni, e non è degno di rappresentare il nostro Paese.

Nella fotina, Fabio Melilli, presidente (dimissionato. ‘Tra i tanti’) della Provincia di Rieti

Tag Sinistra (nel 2012) è la Cultura E’ antidoto “alienazione” consumi

ottobre 12, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nel nostro Paese lo spartiacque è stato rappresentato dalla sconfitta del 2001: fu allora che l’attuale classe dirigente del centrosinistra, disorientata dall’apparente imbattibilità di Berlusconi, decise – pungolata anche da commentatori che oggi tendono a demolire ogni ambizione dello stesso centrosinistra di tornare a governare – che sarebbe sopravvissuta solo se, in un paese ‘di destra’, si fosse messa a predicare le stesse ricette (in primo luogo economiche) della destra stessa. Ed è per questo che, oggi, una parte della classe dirigente del Pd, vede in un Monti che applica alla perfezione il mantra liberista – tagli allo stato sociale, deregulation, liberalizzazioni che vanno a colpire sempre le fasce di concorrenzialità più deboli – il proprio punto di riferimento ideale. Non rendendosi conto (?) che se siamo nell’attuale situazione di crisi, è proprio perché, grazie a ‘rese’ come quella del nostro centrosinistra nel 2001, la tesi liberista ha potuto dilagare, e la ricetta della ‘concorrenza selvaggia’ (ma solo tra i più deboli) ha prodotto i guasti di cui oggi (sempre i più deboli) paghiamo il prezzo. Ma il punto vero è che il cedimento della sinistra è stato, prima di tutto, culturale; un cedimento a quella ‘società dei consumi’ in cui la produzione e il consumo materiale rubano sempre più spazio alla dimensione personale, umana e in ultima analisi culturale e ‘spirituale’. Ed è qui il vero punto di caduta di una stessa economia (non troppo) sociale di mercato che non è più in grado di ‘contenere’ (e sostenere) se stessa, e di una società che quegli stessi ‘poteri forti’ che agitano quegli interessi economici, riescono (al contrario) a ‘controllare’ meglio proprio grazie quella omologazione (figlia della – correlativa – incultura) che essi stessi hanno perseguito. Con il fine di determinare la costruzione di un unico target, al quale ‘somministrare’ meglio i propri prodotti e/ anche perché i neo-nati ‘consumatori’ sarebbero stati acculturati all’unico valore dell’arricchimento e del ‘consumo’, come unico termometro di ‘dignità’ (?) e prestigio sociale. Da qui discende, ad esempio, la scuola “ad obiettivo”, in cui contano solo i risultati e non lo spessore educativo – che ‘riguardi’ tutti – annunciata con relativa riforma da Monti, e poi fatta rientrare dall’alzata di scudi del Pd a cominciare da un ex ministro della Pubblica – da lui meritoriamente tornata ad essere definita così – istruzione Fioroni che però oggi propone, chissà perché, la prosecuzione di questa stessa esperienza e di questo modello per altri cinque anni. La Sinistra non è questo, o non è (e diventa quella Destrasinistra di cui parlava Pasolini); e non solo non se ne deve vergognare – e tanto meno abbassare la testa di fronte alle lavate di capo di quegli stessi commentatori oggi passati dall’altra parte della ‘barricata’ – ideologica – alla ricerca di ulteriore legittimazione – ma ha il dovere di prendere coscienza che soltanto scrollandosi di dosso questa ‘camicia di forza’ ideologica, avrà la libertà e, finalmente, la capacità propositiva (consentita dal ritorno alla “partecipazione alla vita delle Persone” indicata come condicio sine qua non per la Politica da Antonio Gramsci attraverso il recupero di un contatto non mediato da schemi imposti da altri con la realtà) necessaria a ridarsi un profilo. Un profilo che, simmetricamente ma non in opposizione a tutto ciò (bensì come chiave costruttiva per la rigenerazione della nostra cultura politica e dunque della nostra società; e in definitiva per rendere ancora sostenibili – futuribili – quegli stessi interessi economici!), non può che essere opposto a quello legato all’ideologia liberista: e cioè essere fondato su quella Cultura – intesa come disponibilità degli strumenti di conoscenza per essere liberi nel pensiero e quindi nella definizione delle proprie scelte e dei propri modelli di vita; all’opposto, appunto, di quella “acculturazione” che impone (sovra)strutture di pensiero e di ‘vita’ come un pacchetto all inclusive prendere o lasciare, togliendo spazio alla ‘coltivazione’ delle proprie peculiarità e capacità – questo è il significato etimologico di cultura, coltura – a vantaggio della preponderanza della parte ‘materialistica’ legata all’edonismo, ‘fuorviante’ – anche in senso strettamente cristiano e religioso – del consumo – che rappresenta (o consente), in ultima analisi, la vera Libertà; la libertà di essere fautori di se stessi e della propria vita, e quindi della nostra società; e di non piegare la testa ai modelli (che Pasolini stesso definiva, non a caso, di ‘nuovo fascismo’) imposti dall’alto da pochi padroni del vapore – nel mondo delle banche e della speculazione internazionale – di cui non è dato, in definitiva, nemmeno di conoscere l’effettiva identità.

Il tempo del governo è ormai finito Caro Pd, ora Italia aspetta (solo) te

ottobre 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il governo Monti (lo ha detto bene Oscar Giannino) è in campagna elettorale. Il sottosegretario Polil- lo (quest’ultimo per lo più in campagna… promozionale – di se stesso – permanente) va in tivù e annuncia una riduzione dell’Irpef (a cui Monti non doveva ancora aver dato il proprio placet, e) che prima viene smentita, e poi, a notte fonda, diventa provvedimento del governo. Ma è un provvedimento-spot utile solo a tenere buono il Partito Democratico, e a guadagnare un altro po’ di ossigeno nel tentativo (disperato?) di arrivare alla fine della legislatura. E di poter (continuare ad) aspirare – vale per Monti ma anche per altri ambiziosi esponenti dell’esecutivo, il che spiega anche il sostegno, in questo senso, dato da alcuni importanti quotidiani nazionali – ad una prosecuzione della propria esperienza. Nella prossima (?) legislatura.

Ma ora il governo è in carica da dieci mesi. Tolte le prime, fondamentali riforme come quella delle pensioni (sia pure con lo scempio – e non, perché semplicemente e asetticamente produce, come ha detto una politicante, “una ferita ai principi di equità e giustizia sociale”! Ma perché – più prosaicamente ma anche drammaticamente – affonda le vite delle Persone – esodati), dopo lo stop (imposto in primo luogo da il Politico.it) sull’art. 18 ha di fatto smesso di governare.

Il taglio alle spese è stato fatto. Male. E avrebbe potuto farlo tranquillamente ogni governo politico e (meglio) democraticamente eletto. Anzi, l’aveva già fatto. Il governo Prodi. Due volte. Occupandosi però anche della crescita. Della nostra economia. Monti ha provato una prima volta e non ci è riuscito. Così ha chiamato un altro tecnico, Bondi. Ma anche a lui non è ‘riuscito’ di toccare quelle clientele della politica politicante annidate in organismi parapubblici che rappresentano il vero, insopportabile buco nero delle nostre finanze pubbliche. Fiorito – che guadagna un terzo più di Obama, ‘come’ il presidente della provincia di Bolzano – è la punta di un (grosso) iceberg. Altro che partecipate e servizi (locali). Ai cittadini(!).

Quei cittadini (più deboli: sono quasi 15 milioni – ! – oggi, i ‘poveri’ in Italia. Una vergogna per un Paese dell’Occidente ricco e democratico – ?) a cui Monti non ha esitato (invece) a tagliare servizi e ad aumentare le tasse. “Costi umani” della crisi, li ha definiti. Sarebbero le famiglie che crollano nella povertà (ieri ne ha parlato persino Casini!) e i protagonisti del nostro sistema produttivo (imprenditori!) che, non facendocela più a sostenere il peso dei propri debiti non aiutati da un esecutivo che – oltre a rifuggire (giustamente) l’assistenzialismo rifugge anche ogni impegno della Politica per coordinare il nostro tessuto produttivo nel suo sforzo per uscire dalla crisi – impegno che gli stessi imprenditori, stanno chiedendo! “Questa politica economica va cambiata” – arrivano a compiere scelte estreme. Su cui i politicanti continuano a non avere il coraggio, e l’onestà, nemmeno di pensare di esprimersi. Se questo è un costo, va tagliato. Nella spending review.

Questo governo, indubbiamente, non ha in cima ai propri pensieri gli italiani. Quegli italiani (nel loro complesso) di cui il Pd, al contrario, rappresenta l’ideale ‘casa’. Il “partito dell’Italia”, lo abbiamo definito la prima volta ormai due anni or sono. Quel partito ‘interclassista’ che, solo, ha i titoli per raccogliere l’eredità, storica, della Dc di Alcide De Gasperi, l’ultimo, vero, grande partito dell’Italia, impegnato ad agire nel suo esclusivo interesse, per il suo solo bene.

Bersani, nonostante la discutibile strategia (vedi il capitolo-alleanze) e il rischio a cui sta sottoponendo la Sinistra e l’intero Paese – di consegnare per altri cinque anni l’Italia in mano alla destra! Dilapidando un vantaggio mai così grande per i progressisti – ha l’onestà e la responsabilità per poter raccogliere – insieme alla classe dirigente nuova che il Pd, a cominciare da Matteo Renzi, ha espresso, e necessaria a dare una scossa ad un quadro politico preda dell’immobilismo – questa sfida. il Politico.it, lo abbiamo già scritto, è pronto a sostenerlo.

Ma deve farlo ora. Perché ‘ogni giorno’ assistiamo al paradosso che il primo partito italiano è costretto ad affossare ogni provvedimento di quello stesso governo – non eletto – che tiene in vita (lui, in modo decisivo). Che senso ha, quando andando al voto (un dovere, e non un optional, in democrazia) potrebbe semplicemente (e direttamente!) fare lui ciò di cui il Paese ha bisogno?

“I meriti del governo sono indubbi ma noi vogliamo metterci più equità”, minimizza Pigi. Ma se invece di essere costretti a trovare (quasi) ogni giorno una quadra (impossibile! Pena, come vediamo, lo stesso immobilismo) tra il sostegno ad un esecutivo che non governa – e che le poche volte che lo fa lo fa a discapito degli italiani e quindi dell’Italia! (come nel caso, Fioroni docet, della scuola) – e il proprio (reale!) disinteresse, i Democratici decidono finalmente di assumersi la responsabilità di caricarsi loro, come ogni primo partito di una Nazione ha il dovere di fare, sulle spalle questo Paese, ad esserne beneficiata non sarà soltanto la sinistra italiana, ma (molto prima!) l’Italia. Un’occasione (per il Pd e per il nostro Paese) che fra sette mesi potrebbe non essere più così sicura. Gli italiani onesti e responsabili – compreso quel 40% che non sta votando e che rappresenta il vostro ulteriore elettorato potenziale – si chiedono, ormai da tempo: che cosa stanno aspettando (ancora)?

Spettro sconfitta (non) annunciata Pd si muova (ora!) o Paese rischia

ottobre 9, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Fioroni che, ad al massimo sette mesi dalle elezioni, invoca un ‘congresso’ (!). Le due anime di sinistra e liberista del Pd che si dilaniano nella loro (sterile, e fondata su visioni ormai superate dalla Storia – recente) contrapposizione. Berlusconi che, com’era prevedibile, tira fuori dal cappello un altro colpo a sorpresa e ‘minaccia’ di mettere in crisi, nello stesso tempo, il patto tra Bersani e Casini, lo sforzo mimetico di Monti per nascondere la sua natura ‘liberale’ (?) e di destra (storica, cavouriana), la stessa vittoria – adesso sicura, ma è proprio nella sicurezza che i dirigenti del Pd oggi ostentano, pensando di poter fare e disfare a loro piacimento, di qui ad aprile, senza che la situazione cambi, la garanzia che questo rischio sia reale, eccome – del Pd alle prossime elezioni.

Seguendo strettamente la logica, la prima soluzione sarebbe far smettere tutto questo: e concentrarsi su primarie che, essendo responsabilmente giocate dai contendenti sui soli contenuti sul futuro dell’Italia (e in questo caso il Politico.it, quale che sarà la forma che il suo impegno assumerà, mette comunque a disposizione le proprie tesi per il bene del nostro Paese di tutti i candidati in campo), possono ‘scongiurare’ quella eventualità e rappresentare un ottimo ‘apripista’ per la volata di primavera.

Ma questo, l’esperienza insegna, non accadrà mai. E allora, come ripetiamo da mesi, la cosa da fare resta una sola: fermarsi finché si è in tempo, annunciare che l’immobilismo mostrato dal governo Monti in questi mesi non è più compatibile con l’esigenza di fare presto per ridare un po’ di fiato agli italiani e non rendere sempre più difficile la salvezza (quella vera, quella strutturale, e non temporanea e assicurata – dall’esterno! – dallo scudo anti-spread attivato da Draghi) del nostro Paese, e comunicare al capo dello Stato che i Democratici – il primo partito della Nazione – preferiscono votare quanto prima: magari lo stesso giorno delle elezioni anticipate nel Lazio, garantendo anche un considerevole risparmio alle finanze pubbliche.

E/ anche perché questa, oggi – come lo era, e lo sarebbe stata di più, alcuni mesi fa – è la scelta più responsabile nell’interesse del Paese: perché il Paese ha bisogno del Pd (e non di agende vuote come involucri senza contenuti) e fra altri sei mesi - in cui tra l’altro, a campagna elettorale in atto, sarà molto difficile che Monti riesca a fare ciò che non è riuscito a fare, a bocce ferme, fino ad oggi – rischia di non potere più contare su una sua vittoria (senza ‘ambiguità’).

‘E’ perché a volte, nella dialettica tra convenienza (di parte) e responsabilità (nazionale), le due cose possono coincidere. Ed è più responsabile chi se ne accorge (e ne trae le dovute conseguenze), e non (chi) fa finta (per ipocrita ‘modestia’) di non vedere.

Cdm avvia Paese all’innovazione Due giorni dopo nessuno ne parla

ottobre 7, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il governo Monti, per la prima volta, ha assunto misure per (avviare il nostro Paese sulla strada del- )l’innovazione utili alla costruzione (anche attraverso l’impostazione di una direzione di marcia) del futuro dell’Italia. Una vera e propria svolta (sia pure ancora caratterizzata da troppa timidezza – di stampo liberista. Mentre le imprese, per bocca di Squinzi, chiedono ora un’”accelerazione”! Perché compito della Politica non è – solo – fissare le regole – per quello ci sono già le authority – ma accompagnare e in qualche misura ‘guidare’ lo sforzo delle aziende).

Perché, il giorno dopo, sui principali quotidiani del nostro Paese, la notizia era scavalcata nella gerarchia da retroscena sulla forma che il pdl prenderà sulle schede elettorali e su nuovi patti tra i partiti, e ora persino chi da un lato si candida a guidare il Paese (o il centrosinistra) e dovrebbe aspirare all’unico risultato di vedere il cambiamento REALE compiersi attraverso l’effettivo governo della Nazione, dall’altro prescinde completamente da quell’(unico!) provvedimento come se nulla fosse stato fatto – come se si ‘dovesse’ – ogni volta – ripartire da zero! Vanificando i pochi sforzi andati a buon fine -, e non riparte – invece – proprio da lì – stimolando l’esecutivo a proseguire, da subito, su questa strada! – contribuendo ad un tempo a fare sì che quelle misure – altrimenti destinate a rimanere lettera morta! Come il resto del chiacchiericcio autoreferenziale che abbiamo ascoltato in questi anni – comincino concretamente a far ripartire la nostra economia (e – la nostra mobilità – sociale)?

Questo è lo scopo della Politica: vedere le idee, i progetti, le prospettive prendere forma nella realtà. Le energie che vengono spese ogni giorno dovrebbero servire unicamente ad arrivare a risultati come questo (i soli che possono “far ripartire la nostra Storia“!) e se quando ci si arriva nessuno sembra accorgersene – e il dibattito pubblico continua esattamente come prima! Prescindendo completamente da ogni passo in avanti finalmente compiuto – significa che la nostra democrazia è ancora lontana dall’essere matura.

Poco importa ad ‘opera’ di chi quei risultati vengono ottenuti – siamo tutti sulla stessa barca! – e se prima o dopo che si siano tenute elezioni comunque ineluttabili e che ‘dovranno’ (auspicabilmente) portare il centrosinistra a Palazzo Chigi proprio per far procedere (con più convinzione!) la nostra Nazione in quella prospettiva dell’innovazione (finalmente declinata a 360°, coinvolgendo anche la nostra produzione culturale tout court) da perseguire attraverso la ricerca e la formazione.

Le stesse primarie, altrimenti, apparirebbero ‘lunari’ e finirebbero per rappresentare un vuoto esercizio di potere (fine a se stesso).

Monti cala la maschera: “Resto” Pd si muova ora o butterà chance

settembre 27, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Certo, la parola di verità ‘detta’ dallo scandalo nel Lazio è stata un regalo inatteso. Che brucia probabilmente in maniera definitiva le residue possibilità del centrodestra di rimontare il vantaggio del centrosinistra l’anno prossimo. Ma oggi Monti, che da ormai venti giorni ha sostanzialmente smesso di governare – da quando, cioè, l’intervento di Draghi ha sospeso – fino a ieri! – le ondate speculative e accresciuto le chance dell’esecutivo dei professori di arrivare alla conclusione naturale della legislatura – (conferma quello che tutti sapevano, candidandosi ad un secondo mandato – contraddicendo ancora una volta il ‘giuramento’ di non voler rimanere alla guida (?) del Paese dopo le prossime elezioni – e) ‘tradisce’ che il proprio unico interesse (se è vero che la disoccupazione ha raggiunto livelli mai visti prima, il problema degli esodati è stato accantonato, la nostra economia in generale è sempre più in ginocchio, e tutto ciò non ostante il presidente del Consiglio (?) predilige occuparsi – come ha realtà fatto fino ad oggi! – della promozione di se stesso) è il prolungamento della propria esperienza.

In tutto questo, dal Paese profondo continua a sollevarsi un interrogativo: perché il Pd, che andando al voto potrebbe caricarsi sulle spalle la nostra Nazione e fare finalmente ciò di cui ha bisogno (il Politico.it stesso sarebbe al suo fianco!), continua a rimandare quel momento? Perché preferisce correre il rischio di ritrovarsi un’altra volta Monti a Palazzo Chigi (e la destra al governo dal 2008 al 2018, almeno), quando andando al voto subito ne assumerebbe quasi sicuramente lui la guida, facendo ciò che (Monti non ha fatto e ha confermato di non saper fare, e che) è necessario per far ripartire la nostra economia e restituire il sorriso (che dovrebbe essere, in fondo, il fine ultimo della Politica) a tutti i nostri connazionali?

L’esperienza di chi ci ha ridotti sul lastrico. La speranza nei ragazzini

settembre 27, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Vorremmo capire, ma chi è più ‘affidabile’, chi meno velleitario (rispetto ad una ‘promessa’ di cambiamento. Se invece vogliamo tenerci lo status quo, prolunghiamo pure la presidenza Monti), coloro che ci hanno ridotto nella condizione attuale – direttamente o per ‘omesso controllo’, essendo stati in un modo o nell’altro al potere negli ultimi trenta-quarant’anni – o chi, non essendoci stato e non avendo (quindi) in nessun modo partecipato all’attuale sistema – sì, sempre quello che ha portato l’Italia – e che continua tenacemente a tenercela! – sull’orlo del baratro – offre almeno qualche speranza di poter (e saper) fare ciò che coloro – ribadiamo – che ci hanno condotto ad un passo dal fallimento – politicanti, ‘ultrà’ mascherati da cronisti, finti saggi  - hanno già (semplicemente) dimostrato di non essere in grado di fare?

Perché se un uomo politico, un giornalista, un intellettuale, è nel ‘sistema’ da trenta o quarant’anni, e non ha saputo (alla prova del tempo) fare nulla per invertire la tendenza (o addirittura ha teso ad accentuarla, sia pure magari in buona fede, in prima persona con le proprie decisioni e le proprie azioni); se non ce l’ha fatta in tutto questo lunghissimo arco di tempo, è perché evidentemente non ce la può fare. Chi non ha ancora dimostrato ‘nulla’, forse, invece sì.

E comunque, cari signori, nessuno di noi riuscirà mai a fare nulla, se non la smetteremo di concentrarci sui nomi e sulle facce, e persino sulle biografie (che vengono comunque dopo!), e non cominceremo a confrontarci sui (soli) contenuti (magari dando un contributo in questo senso abolendo le note politiche e i retroscena – questi ultimi, guarda caso, introdotti storicamente nel nostro sistema dell’informazione (?) da certi geni del giornalismo – e dando spazio alle sole proposte – e alle sole scelte! – per la costruzione del nostro futuro).

I quali, non per nulla, giungono (e non da oggi), in questa discussione pre-elettorale, proprio (ed esclusivamente!) da coloro che non hanno “alcuna esperienza europea”, non sono mai stati “sindaci di una grande città”, sono “dei ragazzini”. Vuoi vedere che è proprio questa la condizione per essere in grado di cambiare tutto, e non farci proseguire (fino al fallimento, per adesso rimandato solo dall’intervento di una – la ‘sola’? – persona onesta e responsabile: il presidente Draghi) nell’ormai trentennale declino? (M. Patr.)

Spread sale 370: contagio Spagna Ma s’I. fosse governata calerebbe

settembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Lo spread torna ad un passo da quota 400. ‘Colpa’ della Spagna, certo. Ma andate a vedere lo spread – per dire – rispetto ai bund tedeschi dei titoli di Stato francesi o olandesi: non sfiorano comunque (nemmeno lontanamente) cifre così alte. Il che significa (…) che esiste allora anche ancora un ‘problema Italia’: e il problema Italia consiste nel fatto che il governo Monti, il governo oggi in carica e che da due settimane – da quando ha ricominciato a vedere il traguardo di fine legislatura grazie alla ‘toppa’ messa alla falla della speculazione dall’intervento del presidente Draghi, toppa che già ora, anche prima del previsto, comincia a non bastare più a contenere i sommovimenti del mercato; in vista di un possibile impiego ‘esecutivo’ dello scudo che rinvierebbe comunque ancora una volta soltanto il momento in cui sarà (pur) necessario dare una soluzione in termini di economia reale e quindi strutturali e ‘definitiva’ al problema – non assume alcun provvedimento, non effettua alcun intervento che non siano le dichiarazioni e i nuovi ‘progetti’ di Monti, non ha fatto assolutamente nulla (di reale! Se si esclude il miglioramento dell’immagine delle nostre istituzioni. Con la quale, sola, non si va però lontano…) per il nostro Paese: perché i tagli sono stati condotti male, e avrebbero potuto essere eseguiti (in questi termini) da chiunque altro (a meno di voler considerare il presidente del Consiglio e i tecnici le uniche persone oneste di questo Paese: e la cosa sarebbe inaccettabile); e perché non è stato – e ‘mai’ sarà fatto – alcunché per rigenerare la crescita. Perché Monti non sa come si fa la crescita. E senza crescita – lo ripetiamo ancora una volta – il nostro Paese (a lungo andare) non si salverà.

E a chi, come Casini (che comprensibilmente vede minacciato il suo unico ‘argomento’ elettoral…istico), accusa di disfattismo chi insiste nel far notare la persistenza di un differenziale così alto, va ricordato che quando ci dovessimo ritrovare in default, la colpa sarà non di Monti – anche se la tenacia che il capo del governo ha nel voler restare testardamente al suo posto mentre tutti gli indicatori parlano di un pesante fallimento dell’azione del suo esecutivo, rende da ‘oggi’ l’ex presidente Bocconi co-responsabile di questo stallo – ma di una classe politica autoreferenziale che, per i propri miseri calcoli di bottega, avrà tenuto il nostro Paese sospeso così a lungo nell’attuale immobilismo da decretarne un non più invertibile declino.

Chiave crescita non ridurre diritti Ma puntare su Cultura/innovazione

settembre 25, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Al ‘problema’ della crescita – e della mancanza di lavoro – non si risponde con una riduzione dei diritti di chi lavora. Perché la prima, vera chiave della produttività, non è nella diminuzione dei diritti, ma nel loro rafforzamento; nella chiave, s’intende, di un possibile, maggiore e ‘consapevole’ impegno per produrre di più e meglio. Nella riduzione dei diritti, non c’è aumento di produttività, ma solo diminuzione dei costi (o aumento di profitto) per l’azienda: perché anche quando il risparmio (o il maggiore guadagno) che derivasse dal contenimento della ‘spesa’ (o dall’aumento del tasso di ‘intensità’ di lavoro) ottenuto per accrescere la produttività, fosse (con)diviso con i lavoratori – o quando pure il governo, dal ‘centro’, diminuisse tout court le tasse sul lavoro, a fronte comunque della scelta delle aziende, legittimata dalla Politica, di ‘peggiorare’ le condizioni sul posto dei lavoratori – ciò determinerebbe una forma di compensazione ‘immediata’ per chi lavora, ma, a lungo andare, resterebbe il peggioramento (progressivo) della condizione, e – in assenza di ciò che stiamo per vedere – tornerebbero invece a diminuire i profitti e, quindi, anche il risparmio che potesse essere diviso con chi lavora.

Al problema della crescita – e della mancanza di lavoro – si risponde lungo due direttrici. La prima è quella, indicata da sempre dal giornale della politica italiana, di scegliere una strategia unitaria lungo la quale sviluppare – e ottimizzare – gli sforzi per far ripartire la nostra economia. E quella direttrice non può, per noi – ma anche per le aziende, che da mesi sollecitano il governo a muoversi in questo senso, salvo ottenere solo un orgoglioso silenzio di Monti, cocciutamente fedele al suo mantra liberista – che essere quella dell’innovazione, da perseguire attraverso la ricerca e la formazione.

La seconda è che, mentre da un lato si cerca di elevare – culturalmente – la produzione e la forza-lavoro, dall’altro, proprio in virtù di questo rafforzamento della coesione della nostra società, di questa riduzione delle sacche di analfabetismo (più o meno totale) e quindi di questo possibile miglioramento, a prescindere anche dalle strette condizioni economiche e ‘sociali’ (che comunque da questo non potranno che trarre beneficio e a loro volta migliorare), delle vite degli italiani (anche di quelli più poveri, e soprattutto, in prospettiva, dei loro figli oggi minacciati di ri-vivere le condizioni dei loro genitori), è possibile credibilmente tornare ad indicare ai nostri connazionali la dignità, e l’utilità per le loro vite ma ‘anche’ per il nostro Paese, della scelta di svolgere lavori oggi considerati ‘umili’, ma essenziali alla ripartenza, e all’arricchimento, della nostra economia (artigianato, piccola distribuzione, agricoltura alla quale restituire una terra da sottrarre ad una cementificazione da fermare ‘del tutto’, puntando a recuperare – alla Bellezza e alla fruibilità – gli ‘angoli’ – già – deturpati del nostro territorio e delle nostre città), e che, ripensati anch’essi nella chiave dell’innovazione che noi definiamo a 360° nel senso (più alto) della opportunità di offrire nuovi strumenti, e modelli, alla possibile società del futuro, si distingueranno (e finiranno per accrescere la propria redditività) per la differenza, che sarà impossibile non notare, che verrà dal ‘portare’ (i ‘segni’, nella loro stessa ‘definizione’) dell’inimitato marchio italiano.

Il (più efficace) antidoto (al declino e) al rischio di derive? La Cultura

settembre 25, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La Cultura non può mai essere fascista. La Cultura è anti-fascista per definizione. Intanto, se si pensa all’apparente contraddizione dell’esistenza di ‘pensatori’ ‘organici’ ai regimi che si sono succeduti nel corso del Novecento, bisogna sapere che, come diceva Pasolini, la cultura non è né quella delle élite, né quella del popolo, né quella degli intellettuali, ma “una media tra tutte queste”; e la stessa ‘adesione’ di Heidegger al nazismo si manifestò in una – ineluttabile – negazione della Cultura (“Il Fuhrer e non teoremi né idee siano da guida al vostro vivere quotidiano”); (proprio per questo) la Cultura non può essere fascista(: ) perché la Cultura è Libertà, la più profonda e più alta delle Libertà; e il fascismo, che è appunto la negazione di quest’ultima, non può che negare anche la Cultura, che quindi non può essere fascista (ed è invece la più efficace forma – anche preventiva – di anti-fascismo).

Draghi salva M. da voto anticipato E da allora è ‘provvedimento zero’

settembre 24, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

16 giorni. Da quando Mario… Draghi ha sospeso il rischio-fallimento per l’Italia di un altro po’, anche se la recrudescenza della speculazione anti-euro di queste ore dovrebbe ammonire tutti circa la precarietà di questa ritrovata condizione (è la stessa nella quale versavamo fino a poco più di un anno fa, senza che a nessuno – che avesse avuto la capacità, e l’onestà, di leggere senza guardarla attraverso lenti deformanti la realtà – venisse in mente di sostenere che la nostra Nazione non fosse comunque ad un passo dal baratro) – ovvero da quando il presidente del Consiglio ha ricominciato a vedere il traguardo di fine legislatura diventare un obiettivo alla portata e ha potuto interrompere l’azione di propaganda che esercitava ogni giorno – fiancheggiato dai supporters della nostra stampa – deliziandoci con annunci e proposte di vertici europei che da ultimo anche i suoi colleghi tecnocrati hanno smesso di accogliere avendo toccato con mano l’assoluta vacuità del formato montiano – il nostro Paese non ha più conosciuto un solo, reale, concreto – per quanto inadeguato – provvedimento assunto o dal governo o, legiferato, dal Parlamento (se si eccettua – forse… – la gestione ordinaria. Che però non basta!).

Il vuoto pneumatico totale. Che significa giorni, settimane buttate (anche per una agenda, quella vera, che viene spalmata di mese in mese!) nelle quali avremmo potuto riavviare con forza la nostra economia – e cominciare a costruire, a 360°, l’Italia del futuro – e in cui invece i nostri connazionali si manterranno sulle (scarse) posizioni conquistate: che per molti di loro significano non arrivare alla terza settimana, che, detto fuor di retorica, significa fare la questua nella quarta, a volte non mangiare o sacrificare magari – anche se gli italiani, molto più lungimiranti – poiché vivono la realtà sulla loro pelle! – dei loro attuali rappresentanti, hanno capito che questa resta l’unica conquista alla quale non rinunciare, perché ne va del futuro dei loro figli e persino del nostro Paese – la possibilità di mandare a studiare (o di continuare a far studiare) i propri figli. Questa è la realtà. Significa che alcuni di loro si ritroveranno, concretamente, a vivere per la strada (non è un’espressione retorica: il numero delle persone, nostri fratelli, che si ritrovano senza casa e si vedono scivolare fino all’ultimo gradino della scala sociale – evidentemente, a quel punto, completamente abbandonati a loro stessi – cresce ogni giorno di più, nell’indifferenza totale di chi dovrebbe agire per loro!). Come suggerisce oggi Pigi Battista sul Corriere parlando delle dittature (degli altri), provassero, coloro per i quali tutto questo non rappresenta un’urgenza tale da non farli sentire in obbligo di fare alcunché da 16 giorni a questa parte, a mettersi nei loro panni; a parlare di rigore e di crescita pesandoli sulla vita reale delle Persone.

Tutto questo si lega, ‘naturalmente’, alla deriva politicista e autoreferenziale che il nostro Paese ha vissuto negli ultimi trent’anni: ciò che conta, perché questo hanno messo in primo piano i media, non sono le scelte che (non) vengono assunte (proprio per questo!), ma il protagonismo (?) dei nomi e delle facce, ai quali, soli, i giornali, la televisione, dedicano approfondimenti e prime pagine. Instillando così nel nostro senso comune l’idea che questa, sia la Politica: e contribuendo in modo decisivo a rafforzare la vanità della nostra attuale classe dirigente, a tutto discapito del suo impegno effettivo per fare (effettivamente) Politica che significa servire il Paese e tutti i nostri connazionali.

In tutto ciò, il paradosso è che chi si occupa di ‘soli’ contenuti, viene tacciato di velleità; chi da mesi fornisce linfa vitale (quella che non si vedeva da anni, in termini di proposte ed idee) ad una Politica sterile e fine a se stessa, viene tacciato, lui, di narcisismo; chi, generosamente, senza chiedere nulla in cambio – come fa peraltro da tempo ‘anche’ il giornale della politica italiana – prova a scuotere gli attuali detentori del potere perché tornino ad assolvere la propria funzione, suggerendo loro financo passaggio per passaggio ciò che andrebbe fatto – e che potrebbero immediatamente fare! – per ribaltare la situazione – e che, attenzione, questi signori raccolgono come spunto autorevole e credibile, facendo propria quella direttrice, salvo poi tornare a perdersi nel chiacchiericcio quotidiano della politica politicante – viene (appunto) ‘accolto’ come portatore di un’idea interessante, che però nessuno si premura di mettere in atto.

E quando, allora, di fronte a quell’immobilismo irresponsabile, altri si mettono in gioco in prima persona per assumersi la responsabilità di fare ciò che loro, semplicemente, nonostante le mille sollecitazioni, continuano – non si sa bene perché – ad esitare dal fare, la reazione è, naturalmente, l’ostracismo. L’ostracismo di una classe dirigente a cui non importa nulla del nostro Paese, ma solo della propria sopravvivenza (politicante). E che non vuole dunque nemmeno sentire parlare di Politica vera. (M. Patr.)

‘Ci sentiam di scalare montagna?’ Come si ‘butta’ vittoria annunciata

settembre 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Pdl e Udc si preparano a votarsi tra di loro una legge elettorale che – tra proporzionale e preferenze – è l’opposto di quella che il Pd vuole (da sempre: perché è nell’interesse del Paese!). Questo grazie (anche) al piccolo particolare che, non essendo andati al voto quando era il momento (più volte), il Parlamento è rimasto saldamente in mano della vecchia maggioranza. Nel farlo, nessuno può escludere che ritrovino le ragioni per una possibile alleanza (anche perché “Vendola non ha niente a che vedere con noi”). Intanto Monti continua ad annunciare che “ogni sforzo del governo sarà da oggi dedicato a creare le condizioni perché il nostro Paese possa tornare a crescere” (lo fa dal giugno scorso) mentre sempre più italiani scivolano sotto la soglia di povertà grazie ad un governo (di destra) che – oltre a non (saper) fare nulla per favorire lo sviluppo – quando taglia lo fa a discapito di chi già è in difficoltà.

Altri sette mesi passeranno perché finalmente il partito dato per vincitore nei sondaggi, abbia la possibilità (negata fino ad oggi da se stesso) di raccogliere i frutti (degli errori di Berlusconi) e assumersi finalmente la responsabilità di tirare fuori dalle secche questo Paese. Quanti guasti dovremo ancora sopportare, perché i timori di Pigi (“E’ una responsabilità da far tremare i polsi”. “Ve lo dico col cuore: prima di muoverci ce lo dobbiamo dire se ce la sentiamo di scalare la montagna, di assumerci questa responsabilità nel momento più difficile”, ancora domenica, alla festa nazionale di Reggio) possano essere ‘vinti’ dalla (preminente) necessità – per l’Italia! – che il Pd faccia finalmente ciò di cui il nostro Paese ha bisogno?

E’ Cultura chiave ns. Rinascimento Scriveva (‘già’) Mazzini 150 anni fa

settembre 9, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ciò che il giornale della politica italiana ha suggerito in questi mesi – e cioè che la nostra crescita (economica) passa per la crescita (culturale e quindi umana, e a cascata tecnica e professionale, dei nostri connazionali) – era sostanzialmente già ‘contenuto’, oltre un secolo fa, nel pensiero di Mazzini. Il padre della Patria, nell’ultima parte della propria vita, ebbe modo di leggere i primi testi pubblicati da Marx: “Creerà divisioni insanabili tra parti diverse della società, alla fine si rivelerà controproducente rispetto ai nostri stessi obiettivi”. Che erano quelli, cristiani, di tendere sempre più verso una società della collaborazione, in cui le persone, raggiunta la piena maturità (dell’Io. Attraverso la cultura) si aprono alle altre, facendo ciascuna la propria parte per far funzionare al meglio quel (ritrovato) convivio umano. Mazzini considerava sciocco pretendere semplicemente che le classi meno agiate si appropriassero di quegli stessi privilegi delle persone ricche che contestavano: perché in quel modo non facevano altro che legittimare quella spinta, individualistica, al possesso, alla sopraffazione, nella quale pratica coloro che si erano affermati fino a quel momento (e che avevano perciò anche dalla loro i mezzi che nel frattempo erano riusciti ad accumulare) avrebbero finito sempre per prevalere. Inoltre, anche quando i ‘deboli’ fossero riusciti a conquistare i “mezzi” e quindi il potere, secondo la concezione marxista, il ricordo delle sofferenze che avevano dovuto patire sarebbe stato sufficiente a mantenerli su una linea di condotta giusta ed equanime (, forse,) per qualche generazione; ma a lungo andare le parti si sarebbero completamente invertite, e gli eredi dei ‘ricchi’ di un tempo si sarebbero trovati a giocare il ruolo dei più ‘deboli’, e viceversa, senza alcun avanzamento per la società nel suo complesso. C’è un solo modo, diceva Mazzini, per fare il bene – ad un tempo – di tutti; per risollevare le classi in difficoltà, senza penalizzare chi già oggi sta bene, e che non c’è nessuna buona ragione per voler vedere “soffrire” in futuro. Quel modo è esattamente l’opposto della pretesa di cambiare le coscienze (?) con la forza; di assicurare la libertà della ‘forza-lavoro’ attraverso una nuova forma di ‘dittatura (del proletariato’). E’ fare sì che gli sforzi per conquistare una migliore condizione sociale delle Persone più deboli, coincidano con una loro crescita: non solo – o direttamente – sul piano della onorabilità sociale, secondo i canoni – strettamente legati alla ricchezza materiale – in ‘vigore’ fino a quel momento; ma da un punto di vista Culturale, così che la loro (vera) emancipazione (dalla condizione di schiavitù – sociale), coincida con la conquista di una Libertà più profonda, da quella ‘assicurata’ dalla semplice disponibilità di mezzi (economici) per ‘stare nel mercato’; la libertà di sapere esattamente chi sono, e cosa possono dare, e quindi di farlo, e offrire ad un tempo così il maggior contributo possibile alla crescita (anche, economica) della comunità di appartenenza. Quelle persone, arricchitesi sul piano morale prima ancora che finanziario, una volta raggiunta una posizione preminente nella società, non dimenticheranno il loro passato, la loro precedente condizione, e non vorranno semplicemente sostituirsi ai privilegiati di un tempo; bensì saranno portate a spendere le loro (ritrovate) capacità, per far compiere un ulteriore avanzamento (non solo produttivo ma anche morale e culturale) all’intero, loro Paese. L’obiettivo dell’innovazione (a 360°), da perseguire attraverso la Cultura declinata nella scuola e la formazione, è ciò che ci può far lasciare del tutto alle spalle il Novecento (delle due facce della stessa medaglia capitalistica e marxista), e contribuire a rendere la nostra società un po’ più intimamente cristiana. E mazziniana.

Maroni: ora Sud fuori da zona euro Europa ‘nasce’ se lo ‘fa’ (prima) I.

settembre 7, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Lo scudo anti-spread è una (non) soluzione mercatista che allunga soltanto i tempi nei quali le vere soluzioni (Politiche) potranno essere messe in campo. Ed è ora di dirci che la crisi dell’euro è (prima di tutto, ancora) una crisi delle singole economie (nazionali), e che nessuna soluzione ‘europea’ (per quanto, Politica) potrà fermare l’emorragia finanziaria di singole macroregioni su cui, ancora, non può che ‘funzionare’ meglio l’azione dei rispettivi governi nazionali. E il nostro si occupa ‘solo’ (tecnicamente, o verrebbe da dire, meglio, meccanicamente) della costruzione europea, che però, senza risolvere (prima! O almeno contestualmente) il guasto delle nostre economie (reali! Cioè ‘delle’ vite dei nostri connazionali) in difficoltà, rischia di generare una (pure, legittimata e comunque ineluttabile) sovrastruttura (ma) dalle basi d’argilla, pronta a crollare (o a disgregarsi) al primo colpo di vento populista o separatista (vedi, da ultimo, il fantomatico referendum per l’esclusione del nostro Mezzogiorno dalla zona euro, promosso in questi giorni dal furbetto Maroni). E dunque male fa il governo Monti a cercare di mascherare dietro quella sorta di “europeismo della volontà” – che è un tutt’uno con l’elitarismo delle attuali tecnocrazie al potere (da cui ci mise in guardia per primo Galli Della Loggia sul Corriere) – i limiti della propria azione – Politica – reale. Detto questo, lo scudo anti-spread, che avrebbe rappresentato un guscio vuoto in mancanza della leadership del presidente Draghi, tuttavia va ascritto ai (rari) meriti (effettivi) di Monti, che lo immaginò e impose al Consiglio europeo di fine giugno. (M. Patr.)

Annuncio di Monti: ora la crescita Stavolta agire, o fare posto ad altri

settembre 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma dopo tante belle parole – al meeting di Cernobbio – la situazione rimane la stessa: la disoccupazione alle stelle, sempre più italiani scivolano nella povertà, la nostra economia decresce al 2,4% (per tutto il prossimo anno secondo le previsioni). E fra qualche mese/ anno, pure a scudo anti-spread varato (che significa anche solo istituito, visto che la sua principale funzione è quella, preliminare, di deterrenza della speculazione, come fece notare per primo il ministro Grilli), ciò significherà ritrovarci esattamente nella situazione di un anno fa: perché Monti-bis o non Monti-bis, una economia che non genera ricchezza è un’economia che non può pagare il proprio debito, e i cui ‘costi’ a lungo andare sono destinati ad aumentare; e un bilancio in cui pure vengano contenute le spese ma che non alimenti il segno più, è un bilancio che, alla fine, torna sotto il segno rosso.

A questo punto la questione è semplice: o Monti si assume subito la responsabilità di mettere in campo la leadership necessaria a riorientare il nostro sistema – come adesso, dopo mesi di ‘resistenza’, anche il premier dichiara di voler fare – nel senso dell’innovazione, partendo dalla ricerca e dalla formazione, cioè coinvolgendo nello sforzo per la ripartenza non soltanto gli imprenditori ma anche ciascuno dei nostri lavoratori – cosa per la quale, per avviare intanto la formazione e preparare i nostri ‘operai’ ad accompagnare le loro imprese nel senso di una riqualificazione e di un riorientamento del loro ‘impianto’ produttivo – e che una volta che avrà ‘informato’ i lavoratori, genererà una ‘spinta’, un bisogno di far sì che l’impresa possa cominciare ad innovare che corrisponderà, ne siamo certi, anche a ritrovate condizioni economiche che consentano di poter cominciare a realizzarlo più ampiamente e ‘definitivamente’  - non serve individuare particolari risorse, ma solo avere la capacità, e la visione, di avviare una collaborazione virtuosa tra la nostra scuola, l’università, la ricerca e il nostro sistema produttivo (e all’interno di quest’ultimo, come cerca di sollecitare bene quasi ogni giorno Dario Di Vico sul Corriere parlando di filiera e di ‘fusioni’) – oppure il dibattito sul Monti-bis non può che finire subito, e ricominciare immediatamente quello sul voto anticipato (che noi continuiamo a considerare la soluzione maggiormente nell’interesse del Paese, visto che – per dirla con Ottone – “prediche” come questa ne abbiamo e ne sono state fatte tante, e come si vede non hanno sortito alcun effetto), perché – non è una nostra pruderie – passare altri sette mesi ad annunciare ad ogni occasione di incontro con la stampa, che “ogni sforzo del governo sarà da oggi finalizzato a creare le condizioni perché il nostro Paese possa tornare a crescere”, e ritrovarsi, il giorno dopo, con altri lavoratori (e – le loro famiglie! Quelle tanto solleticate dalla politica politicante) praticamente ‘sulla strada’, e le previsioni di (de)crescita di nuovo peggiorate rispetto al mese precedente – senza che nel frattempo sia stato fatto ‘nulla’, è qualcosa che non ci possiamo più permettere di sostenere.

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