Top

Futuro dell’Italia. Collaboriamo per un (alto) obiettivo comune Patrone

gennaio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Si può dire che più che venduto veniva risucchiato dal mercato; e questo per il personale di vendita, abituato a sudare sette camicie per vendere un prodotto tradizionale, risultò un fatto assolutamente imprevisto e piacevole”. A dirlo è Pier Giorgio Perotti, italiano, progettista – oggi diremmo – informatico. In realtà, se abbiamo la possibilità di usare questa (“moderna”) terminologia, è – proprio – grazie a lui. Che negli anni tra il 1960 e il 1962, in Italia, inventò il primo pc. E’ quello che vedete nella foto, ed è uno dei prodotti – delle innovazioni – che fecero il successo della Olivetti. E che oggi, a distanza di cinquant’anni, scopriamo avrebbe scritto la Storia dell’uomo. A partire (ancora una volta) dall’Italia. (Quest’”ultima” volta,) solo cinquant’anni fa. Read more

2012 (ri)sia nostro anno. La Storia ci indica la via da seguire Patrone

gennaio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il 2012 “torni” ad essere l’anno dell’Italia. Nuovo Risorgimento ritrovare noi stessi. E puntare obiettivo mondo unica nazione. E’ cio’ che avrebbero voluto nostri padri. Ed é cio’ che (ora) (ri)farà Politica italiana. La nostra Storia c’indica la via da seguire.

L’Italia, se vogliamo usare una metafora (astrologica), fa – o puo’ tornare a fare – la parte del Leone. Per capire le nostre potenzialità  basta osservare i giornali quotidiani italiani, facitori - in quanto interpreti ed anticipatori – dello spirito della nazione. Essi oggi rappresentano lo specchio fedele del nostro carattere e della nostra (attuale) psicologia. Nel punto piu’ basso della loro parabola storica – se si eccettuano i limiti e l’omologazione imposti nell’era fascista – i nostri giornali riprendono e puntellano l’autoreferenzialità e la litigiosità della politica. Ad eccezione del Corriere della sera, che é tornato a svolgere la propria funzione di testata “dell’Italia”. Ma pure questa (presa di per sé, e con i nostri paraocchi attuali, scoraggiante) rappresentazione di sterilità e animosità (reciproca), (di)mostra (pero’) un carattere e una passione - e persino una capacità di “altezza” e di visione – che i principali quotidiani francesi, ad esempio (e noi consideriamo i nostri fratelli francesi i ”prediletti” tra i nostri consanguinei europei) non hanno (proprio). Ancora: non sappiamo se esistano statistiche circa l’esportazione di cervelli; ma si fa fatica ad immaginare un esportatore piu’ gettonato e “intensivo” dell’Italia. E anche questo fa trasparire le nostre attuali due facce: mancanza di sintesi; ma anche straordinarie (in senso letterale) “particelle” da “sintetizzare”. Il genio italiano, che non è solo retorica o un luogo comune, si puo’ fare risalire probabilmente al nostro “privilegio” originale: essere stati “liberi” sin dalla nostra “comparsa” (e prima evoluzione civile, fino alle vette della Repubblica e dell’impero) sulla Penisola. Il che ci ha offerto pregi – che abbiamo visto – ma anche difetti: la nostra cialtronaggine, la nostra (apparente) superficialita’. (Altro) sintomo, pero’, della (stessa) libertà. In seguito questa nostra libertà si e’ ridotta: quando i nostri comuni sono stati sottoposti al dominio delle sovranità straniere. Ma eravamo “arrivati” ai comuni stessi – pure modello di pratica amministrativa – perche’ prima ci eravamo…dissolti, e ci eravamo dissolti a causa delle invasioni dei barbari, ai quali avevamo aperto pero’ la porta…noi. Nel momento in cui, all’apice della nostra parabola di allora, avevamo preso a privilegiare i nostri interessi (particolari). Dando luogo all’imper(i)o, si’, ma della corruzione. E, da corrotti, facile preda. Quegli interessi si sono rafforzati, non potendo dedicarci a ricercare una nuova ragione di unità, quando le potenze straniere ci hanno tolto la nostra possibilità di autodeterminarci, rafforzandoci (o, meglio, indebolendoci) della/ nella nostra faziosità; e soffocando il nostro anelito ad essere popolo. Il (primo) Risorgimento ha messo una pezza solo sul piano formale; affidandoci (“”"”"solo”"”"”) una (pur imprescindibile) sopra-struttura. La deresponsabilizzazione (o la mancata responsabilizzazione) dovuta a quel (pur valoroso, e allora ineluttabile) modo di agire – con l’emblema della “conquista” forzosa del nostro sud – si e’ ripetuta all’ennesima potenza negli anni venti e trenta, e non ha trovato un antidoto efficace nell’opera del primo, e finora unico, continuatore del Risorgimento: Alcide De Gasperi. Che ci ha indicato, coinvolgendoci, un obiettivo comune; con i risultati – di quel coinvolgimento e di quella responsabilizzazione – che non solo conosciamo, ma dei quali beneficiamo, vivendone di rendita, tutt’oggi; ma non riuscendo ad andare oltre, purtuttavia, la (piu’ che mai) necessaria, allora, dimensione economica e materiale, in buona sostanza (“”"solo”"”) amplificando (e si tratta, appunto, comunque, di una amplificazione) a livello nazionale e collettivo i nostri interessi particolari. Quindi (in tutti i sensi) fine di tutto cio’: e riesplosione di quei particolarismi, nelle individuali, (“sporadiche”) espressioni del nostro carattere. Oggi l’Italia é un gigante che non sa di esserlo; esattamente alla stregua di una donna o di un uomo che non “lavorino” (nel campo in cui sono i migliori) da tanto tempo, e quindi non (ri)conoscano piu’ le proprie capacità. L’antidoto é il ritorno della Politica. I migranti possono aiutarci nello sforzo e indicarci la strada. Il nostro compito, oggi, non è piu’ quello di (ri)”conquistare” (territori) - “misura” della grandezza di una nazione fino all’ultima guerra – (ri)aprendo, appunto, le ostilità; ma, esattamente all’opposto, fornire nuova linfa, idee, e la nostra leadership, al processo di possibile unificazione (prima europea e, quindi, attraverso l’Europa, mondiale). E’ quello che avrebbero voluto, ne siamo certi, i padri della Patria. Ed e’ quello che, con tutti noi stessi, darem(m)o la vita per conseguire. Read more

Puo’ partire dai migranti il nostro nuovo Risorgimento di M. Patrone

gennaio 3, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

A Rosarno i raccoglitori di arance nordafricani si ribellano al capora- lato. Nel casertano i lavoratori senegalesi fanno paura alla camorra. Al ritmo delle canzoni di Miriam Makeba. Come noi, e (nemmeno) i nostri giovani, non siamo più capaci di fare. Perché non avvertiamo più necessità, e non “crediamo” più in niente. Chi ‘viene’ da una vita di stenti e sofferen- ze, reiterata, come non si aspettava, al suo “sbarco” nell’Occidente ricco e “democratico” (? “Esattamen- te” com’era avvenuto ai nostri nonni, forgiati dalle guerre e dalla dittatura), invece, ”sa” ancora avere bisogno, e quindi volere. Chi, se non i migranti (e gli altri – “nostri” (!) - emarginati), può costituire il motore di una ripartenza che avvenga all’insegna dell’etica e di un (ritrovato) respiro filosofico, e non solo, più, delle banche e dei mercati? di MATTEO PATRONE
Read more

‘Diam le briciole e si salvi chi puo” L’autoreferenzialita’ della sinistra

gennaio 3, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

De Gaulle: “Non amo i socialisti perche’ non sono socialisti”. Qualcuno potrà brandire una caricatura di Sarkozy, per segnalarci che il gaullismo é una declinazione del conservatorismo e comunque una opzione politica di destra. Ma Sarkozy non é De Gaulle, che in Francia ricordano soprattutto per avere guidato – con coraggio e generosità – il proprio Paese fuori dalla palude della guerra e avere dato il là ad una ripresa che ha offerto la possibilità del benessere anche a coloro che, altrimenti, sarebbero stati peggio. E qui sta il punto: se in vece di De Gaulle avessimo avuto, alla testa della Francia, uno dei rappresentanti del post-comunismo italiano di oggi, avremmo assistito ad una politica assistenziale che li’ per li’ avrebbe riavvicinato le condizioni dei deboli a quelle dei meno deboli; salvo, magari, qualche anno (o mese) piu’ tardi, ritrovare l’intero paese impoverito e, in buona sostanza, un “numero” di persone che non ce la potevano fare maggiore di quello di partenza. Ed é in questo che, come dice De Gaulle, i socialisti non sono tali: perche’ quella che mettono in campo non é una reale opzione per assicurare buone condizioni di vita in modo stabile e duraturo a tutti, a cominciare, ovviamente, da chi non le ha; ma solo di offrire (loro) un illusorio palliativo che – tanto piu’ se tutto questo avviene in un Paese in condizioni difficili come l’Italia oggi – ha la durata di un lampo nel cielo e – quel che e’ peggio – rischia di generare fenomeni involutivi e, in ultima analisi, impoverenti per l’intera società. I veri socialisti, al contrario, non sentono il bisogno di dichiarare di esserlo, e di manifestarlo apparentemente; i veri socialisti hanno davvero a cuore le condizioni di… tutti; “piangono” per loro e – se fanno politica e se ne assumono la responsabilità – immaginano una strategia organica e complessiva per consentire al proprio Paese – se questo e’ messo male – di rialzarsi, e di farlo in un modo e in una (rinnovata) prospettiva – anche, se non soprattutto, culturale – nella quale ci siano sempre meno persone bisognose di ricevere la carità, e sempre di piu’ desiderose di farla. Perche’ la carità è santa; e, appunto, beato e’ il paese che ha in se’ le motivazioni per farla (diffusamente). Ma e’ una proiezione individuale, che non ha nulla a che vedere con la politica. La politica che facesse la carità – scegliendo la (sola, o prioritaria) via dell’assistenzialismo - non sarebbe una politica ‘caritatevole’, ma una politica deficitaria. Che, a lungo andare, aumenterebbe la poverta’. Read more

2012 ‘torni’ ad essere l’anno dell’Italia. Come con Alcide Patrone

dicembre 31, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il 2012 “torni” ad essere l’anno dell’Italia. Nuovo Risorgimento ritrovare noi stessi. E puntare obiettivo mondo unica nazione. E’ cio’ che avrebbero voluto nostri padri. Ed é cio’ che (ora) (ri)farà Politica italiana. La nostra Storia c’indica la via da seguire.

L’Italia, se vogliamo usare una metafora (astrologica), fa – o puo’ tornare a fare – la parte del Leone. Per capire le nostre potenzialità  basta osservare i giornali quotidiani italiani, facitori - in quanto interpreti ed anticipatori – dello spirito della nazione. Essi oggi rappresentano lo specchio fedele del nostro carattere e della nostra (attuale) psicologia. Nel punto piu’ basso della loro parabola storica – se si eccettuano i limiti e l’omologazione imposti nell’era fascista – i nostri giornali riprendono e puntellano l’autoreferenzialità e la litigiosità della politica. Ad eccezione del Corriere della sera, che é tornato a svolgere la propria funzione di testata “dell’Italia”. Ma pure questa (presa di per sé, e con i nostri paraocchi attuali, scoraggiante) rappresentazione di sterilità e animosità (reciproca), (di)mostra (pero’) un carattere e una passione - e persino una capacità di “altezza” e di visione – che i principali quotidiani francesi, ad esempio (e noi consideriamo i nostri fratelli francesi i ”prediletti” tra i nostri consanguinei europei) non hanno (proprio). Ancora: non sappiamo se esistano statistiche circa l’esportazione di cervelli; ma si fa fatica ad immaginare un esportatore piu’ gettonato e “intensivo” dell’Italia. E anche questo fa trasparire le nostre attuali due facce: mancanza di sintesi; ma anche straordinarie (in senso letterale) “particelle” da “sintetizzare”. Il genio italiano, che non è solo retorica o un luogo comune, si puo’ fare risalire probabilmente al nostro “privilegio” originale: essere stati “liberi” sin dalla nostra “comparsa” (e prima evoluzione civile, fino alle vette della Repubblica e dell’impero) sulla Penisola. Il che ci ha offerto pregi – che abbiamo visto – ma anche difetti: la nostra cialtronaggine, la nostra (apparente) superficialita’. (Altro) sintomo, pero’, della (stessa) libertà. In seguito questa nostra libertà si e’ ridotta: quando i nostri comuni sono stati sottoposti al dominio delle sovranità straniere. Ma eravamo “arrivati” ai comuni stessi – pure modello di pratica amministrativa – perche’ prima ci eravamo…dissolti, e ci eravamo dissolti a causa delle invasioni dei barbari, ai quali avevamo aperto pero’ la porta…noi. Nel momento in cui, all’apice della nostra parabola di allora, avevamo preso a privilegiare i nostri interessi (particolari). Dando luogo all’imper(i)o, si’, ma della corruzione. E, da corrotti, facile preda. Quegli interessi si sono rafforzati, non potendo dedicarci a ricercare una nuova ragione di unità, quando le potenze straniere ci hanno tolto la nostra possibilità di autodeterminarci, rafforzandoci (o, meglio, indebolendoci) della/ nella nostra faziosità; e soffocando il nostro anelito ad essere popolo. Il (primo) Risorgimento ha messo una pezza solo sul piano formale; affidandoci (“”"”"solo”"”"”) una (pur imprescindibile) sopra-struttura. La deresponsabilizzazione (o la mancata responsabilizzazione) dovuta a quel (pur valoroso, e allora ineluttabile) modo di agire – con l’emblema della “conquista” forzosa del nostro sud – si e’ ripetuta all’ennesima potenza negli anni venti e trenta, e non ha trovato un antidoto efficace nell’opera del primo, e finora unico, continuatore del Risorgimento: Alcide De Gasperi. Che ci ha indicato, coinvolgendoci, un obiettivo comune; con i risultati – di quel coinvolgimento e di quella responsabilizzazione – che non solo conosciamo, ma dei quali beneficiamo, vivendone di rendita, tutt’oggi; ma non riuscendo ad andare oltre, purtuttavia, la (piu’ che mai) necessaria, allora, dimensione economica e materiale, in buona sostanza (“”"solo”"”) amplificando (e si tratta, appunto, comunque, di una amplificazione) a livello nazionale e collettivo i nostri interessi particolari. Quindi (in tutti i sensi) fine di tutto cio’: e riesplosione di quei particolarismi, nelle individuali, (“sporadiche”) espressioni del nostro carattere. Oggi l’Italia é un gigante che non sa di esserlo; esattamente alla stregua di una donna o di un uomo che non “lavorino” (nel campo in cui sono i migliori) da tanto tempo, e quindi non (ri)conoscano piu’ le proprie capacità. L’antidoto é il ritorno della Politica. I migranti possono aiutarci nello sforzo e indicarci la strada. Il nostro compito, oggi, non è piu’ quello di (ri)”conquistare” (territori) - “misura” della grandezza di una nazione fino all’ultima guerra – (ri)aprendo, appunto, le ostilità; ma, esattamente all’opposto, fornire nuova linfa, idee, e la nostra leadership, al processo di possibile unificazione (prima europea e, quindi, attraverso l’Europa, mondiale). E’ quello che avrebbero voluto, ne siamo certi, i padri della Patria. Ed e’ quello che, con tutti noi stessi, darem(m)o la vita per conseguire.

Read more

Capitalismo, gemello (anti)demo- cratico del comunismo Guzzanti

dicembre 28, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’impegno di Mazzini, Pasolini e Havel. In questi giorni di festa (?), in cui la transizione dal Natale al Capodanno segna solo apparentemente la staffetta annuale tra festività religiosa e laica, dello spirito e della nostra materialità - celando in realtà, sotto un velo di ipocrisia, lo sfruttamento asettico del Natale di Cristo (ma chi si ricorda – consapevolmente -, che a questo è “dedicato” il 25 dicembre?) a fini ugualmente “laici” (?) e commerciali – il giornale della politica italiana, (non) prendendo (in nessun modo) il fiato (perché non ce lo possiamo più permettere) dal quotidiano, incalzante impegno per dare il proprio contributo a salvare e rifare grande l’Italia e, attraverso la culla della civiltà occidentale e dell’umanità che ritrova se stessa e torna ad assolvere alla propria funzione originale, (ri)dare un orizzonte (pienamente democratico, e di possibile unica nazione) al mondo in cui viviamo, affronta – o, meglio, approfondisce – una serie di riflessioni sulla nostra situazione attuale. E lo fa approfittando della “sintonia” – come non potrebbe essere altrimenti – in quest’analisi, con tre grandi intellettuali italiani che hanno speso la propria vita – e stanno spendendo ancora il proprio impegno, come il primo articolo della serie sta qui a dimostrare - per provare a (ri)darci una prospettiva in questo senso. E di cui noi, idealmente, intendiamo raccogliere il testimone. Si tratta di Paolo Guzzanti, Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Mazzini. Il padre dell’Italia unita, già nell’800 – e da posizioni tutt’altro che moderate! (E) proprio per questo – denunciava il rischio (?) del materialismo in una stessa opzione – allora non ancora materializzatasi (in tutti i sensi? Fino in fondo) come tale – (marxista-)comunista che pure veniva pensata, e messa in campo per rendere più giusta ed eguale una società gravata dai privilegi e dalla concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi, a scapito dei lavoratori. Ma lo faceva, intui’ profeticamente Giuseppe, pretendendo di giustificare il cambiamento all’insegna degli stessi principi che, prima, avevano “giustificato” la formazione e il consolidamento di quella situazione diseguale: e cioé in nome della ricchezza, quella ricchezza (materiale) che, semplicemente, il comunismo (marxista. E a detta del suo stesso ideologo) voleva non superare (come valore finale e totalizzante) ma semplicemente trasferire dagli uni agli altri. Ma come ci si puo’, aspettare, scrive Mazzini ”Dei doveri dell’uomo”, che chi é già ricco, senza che venga indicata una ragione piu’ alta che possa coinvolgere e, quindi, convincere anche costoro, ceda la propria fetta di torta ad altri che vogliono semplicemente – pensa la pretesa – prenderne il posto? Non ce lo si puo’, infatti, aspettare. Ed é per questo che, 150 anni dopo la denuncia di Mazzini, passato il secolo del comunismo!, non stiamo meglio, da questo punto di vista, ma, al limite, peggio (se é vero, ad esempio, che il 10 percento della nostra! popolazione, detiene percentuali bulgare della ricchezza totale). Come profetizzo’, circa un secolo piu tardi, Pier Paolo Pasolini: che vedeva nel consumismo una nuova forma di fascismo, che omologando con metodi circuitivi – nel senso dell’offerta del ben essere - la nostra società, avrebbe portato ad una sua progressiva sterilizzazione (morale), e quindi, conseguentemente, ad una totale capacità di controllo (anti)democratico da parte di quelle che oggi chiamiamo mercati e tecnocrazie e banche e multinazionali e poteri forti vari. Che su questa strada si trovassero non solo il comunismo ma anche il post comunismo, lo capi’ anche Vaclav Havel, che superata la minaccia del totalitarismo sovietico temeva una deriva conformistica all’insegna della fine della verità e dell’ipocrisia. Tutti e tre, evidentemente, avevano visto giusto. Raccogliere il loro testimone nei giorni della (finta) festa del Natale e in vista dell’inizio dell’anno in cui era stata profetizzata una fine del mondo che rischia, in realtà, di essersi già “compiuta” o comunque “irrimediabilmente” avviata – e per mano nostra e non di una pioggia di asteroidi – significa condividere, rafforzare e rilanciare le loro riflessioni. Ma una volta terminato il periodo della piu’ accentuata distonia nel corso dell’anno con i motivi dell’etica e della ragione – proprio quando, ipocritamente (appunto), si predica (?) e si rivendica l’impegno opposto - verrà il tempo della Politica (agita). Potendo anche contare su quei mezzi di comunicazione di massa che certamente non aveva Mazzini, e che non erano ancora abbastanza democratici (ammesso che lo siano, e lo restino, oggi) per poter essere utilizzati fino in fondo da Havel e Pasolini. Per cominciare Guzz affronta il passaggio (di testimone) tra comunismo e post comunismo anche attraverso le parole dello stesso Havel.
di PAOLO GUZZANTI Read more

Chi non vede le potenzialità di Europa e Africa “unite”? Laratta

dicembre 21, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il deputato del Pd ci racconta una Rosarno nella quale non è cambia- to nulla. Due anni dopo, i migran- ti, costretti a raccogliere le arance, sfruttati, in condizioni disumane, sono pronti ad una nuova rivolta. Il giornale della politica italiana, (anche) per questo, non ha cambiato idea riguardo alla necessità che la nostra politica – e l’Italia – abbia ben chiara la priorità di rimettere in piedi prima di tutto se stessa, facendo in modo che il nostro Paese cessi di rappresentare una “palla al piede” piu’ o meno “pesante”, al momento (ma potenzialmente-prossimamente di nuovo devastante, come lo è stata per tutta l’estate), sugli equilibri europei e non solo. Ciò significa, in primo luogo, rinunciare ad ogni tentazione buonista e assumere una linea di rigore che non può che tradursi, anche, nel far dipendere la capacità di accoglienza di nuovi, possibili cittadini che decidiamo di offrire, dalle esigenze che l’impegno per salvare e rifare grande l’Italia impone. Anche e proprio perché, appunto, nelle condizioni attuali l’abbassamento senza regole e senza limiti delle frontiere non determina effetti positivi per nessuno: per i nostri connazionali e per i possibili immigrati, che come vediamo vivono oggi (in gran parte) in condizioni non molto migliori di quelle dalle quali erano scappati cercando una prospettiva nel Vecchio continente e in particolare da noi. Ed ecco il punto. L’Italia avrà chance di rialzarsi in piedi e di rioccupare la posizione che le compete nel mondo, e ad un tempo di dare risposta (proprio per questo!) alle richieste d’aiuto che vengono dai barconi che attraversano, quando ci riescono, il Mediterraneo, se darà a se stessa, e ai migranti, una prospettiva. Che non può consistere nell’illusorio e consolatorio affidamento in una “buona sorte” che si occupi di sistemare le cose dopo che – tra l’altro – avremo fatto “entrare” tutti indiscriminatamente, accrescendo il (nostro) disagio sociale, alimentando circuiti di insicurezza, non risolvendo i nostri problemi (come non li risolve crogiolarsi nell’idea che gli immigrati “ci servano” – quantitativamente -: come abbiamo già visto, ciò non risolve, almeno, di sicuro, il problema della mancanza di lavoro dei nostri giovani – è un eufemismo – e continua a rappresentare una soluzione-tampone e di sopravvivenza che non promette di consentirci di uscire definitivamente dalla “palude”), e senza offrire – appunto – quella “prospettiva” alle persone che vengono da sud. Ma se l’Egitto, la Libia, la Tunisia – dove la Primavera araba è iniziata – sono i nostri vicini – come la Francia, la Svizzera, l’Austria – dall’altra parte del Mediterraneo (che non è l’oceano Pacifico! Dove pure, a differenza nostra, una collaborazione tra le due sponde la cercano, eccome), e se la (nostra) collaborazione tra le (nostre) due sponde ha già fatto di quest’area, nel corso della Storia, il centro (culturale, commerciale) del mondo, perché non cogliere la straordinaria opportunità delle contestuali nostra “crisi d’identità” (che ci impone di ripensare il nostro modello di sviluppo) e apertura-anelito alla democrazia dei nostri fratelli nordafricani (tra l’altro popoli giovanissimi! Che possono costituire una forza propulsiva senza eguali, oggi, nel mondo), per impostare un possibile progetto di costruzione di un futuro comune, avendo la forza (Politica) di provare a scriverla, la Storia – andando oltre i nostri (attuali) schemi – piuttosto che subire, ancora (e “sempre”?), un ineluttabile declino? di FRANCO LARATTA*
Read more

Futuro dell’Italia. Collaboriamo per un (alto) obiettivo comune Patrone

dicembre 12, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Si può dire che più che venduto veniva risucchiato dal mercato; e questo per il personale di vendita, abituato a sudare sette camicie per vendere un prodotto tradizionale, risultò un fatto assolutamente imprevisto e piacevole”. A dirlo è Pier Giorgio Perotti, italiano, progettista – oggi diremmo – informatico. In realtà, se abbiamo la possibilità di usare questa (“moderna”) terminologia, è – proprio – grazie a lui. Che negli anni tra il 1960 e il 1962, in Italia, inventò il primo pc. E’ quello che vedete nella foto, ed è uno dei prodotti – delle innovazioni – che fecero il successo della Olivetti. E che oggi, a distanza di cinquant’anni, scopriamo avrebbe scritto la Storia dell’uomo. A partire (ancora una volta) dall’Italia. (Quest’”ultima” volta,) solo cinquant’anni fa.
Read more

Governo Monti, conflitti d’interessi andavano risolti. Prima M. Patrone

dicembre 12, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ha ragione Ferruccio de Bortoli. E fa specie che il giornalismo (?) italiano (?) consenta che la sola voce del direttore del Corriere si alzi per “segnalare” una così pesante ipoteca sul neonato esecutivo (ed è bene sottolineare come a farlo sia il direttore di un giornale il cui consiglio di amministrazione è retto da personalità legate alla stessa Banchintesa, ad esempio, “del” ministro per lo Sviluppo e le Infrastrutture – che “giura”, però, di essere ora ”capo” dei soli dicasteri. Seppure una perfetta “assicurazione” sulla (futura, in tutti i sensi) limpidezza dei comportamenti sarebbe rappresentata dalla scelta di evitare l’impegno, o comunque l’assunzione di un ruolo (appunto, pubblico), di chi, specie se dopo molto tempo, abbia appena lasciato uno dei quei cda (o “relative” proprietà) - Come a dire che – invece – il conflitto di interessi si configura solo quando si traduce in effettive distorsioni? No. Ma De Bortoli dimostra che è possibile andare oltre gli “interessi”, all’insegna dell’onestà e della responsabilità). Ha ragione de Bortoli a denunciare il non più unico, bensì triplice (?), conflitto di interessi che non mette il governo nella condizione di svolgere con la necessaria serenità il compito decisivo – per la “sopravvivenza” del Paese – a cui è stato chiamato. E a chiedere che venga risolto. Subito. O saranno gli stessi banchieri, a dare adito alle teorie (?) che vogliono la rete delle banche internazionale impegnata ad avvolgere dei propri tentacoli il mondo. Fantasie? Forse. Di certo c’è che, dopo Berlusconi, l’Italia non può permetter- si lo stesso ”lusso”. Tanto meno ora.
di MATTEO PATRONE Read more

Cristiana: ‘Uno Stato che protegga come una famiglia’ di G. Baffigo

dicembre 10, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non più, dunque, una società “castale” (in tutti i sensi), bensì un welfare che piuttosto che “investire” sul nucleo “chiuso” della famiglia così com’è oggi, crei una comune rete non assistenziale ma costituita da strutture che aiutino la vita di tutti. Sul modello delle socialdemocrazie nordeuropee, che significa anche abbattimento (appunto) dei compartimenti stagni delle corporazioni e dei vari lacci e lacciuoli e privilegi (che sono la stessa cosa), per una società liberale che non “dimentichi” – però – di essere un “collettivo”. La giovane esponente Democratica e scrittrice romana, intervistata dalla nostra vicedirettrice, dice la sua anche su Renzi (“E’ un sindaco Pd, lo devono capire e ricordare tutti a cominciare da lui stesso”) e sulla candidatura di Giovanni Bachelet alla segreteria dei Democratici laziali. di GINEVRA BAFFIGO
Read more

Pagina successiva »

Bottom