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***Il futuro della Chiesa***
SE IL PAPA LASCIASSE IL VATICANO!
di FRANCO LARATTA*

marzo 12, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ho fatto un sogno. Ho visto il papa abitare in un monastero, lontano dagli intrighi e dagli scandali vaticani! Un papa finalmente ‘libero’ da ogni condi- zionamento. Era solo un sogno, lo so, ma per un attimo ho pensato che se si realizzasse, sarebbe u- na vera e propria rivoluzione per la Chiesa cattolica. CONTINUA ALL’INTERNO di FRANCO LARATTA* Read more

Conflitto di interessi di Monti Perché non ridotto debito? Pres. Napolitano, fiducia in lei: ora ascolti nostri dubbi

gennaio 8, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

di MATTEO PATRONE

Avevamo (ancora una volta) ragione noi. Gli aiuti (?) internazionali alla Grecia sono inutili e finiscono a fondo perduto, costituiscono uno sperpero inaudito di risorse pubbliche (dei cittadini europei!) e servono soltanto a consentire la prosecuzione della speculazione da parte degli avvoltoi che si sono avventati sulla carcassa dei nostri fratelli ellenici.

Questa è la ragione (?) della previsione (comunque, infondata) dell’Fmi – che riconosce lui stesso lo sbaglio! – per una contrazione (!) dell’economia ellenica dello 0,3%, a fronte delle misure di austerità (con annesso Piano Marshall – ? – in termini di fondi e liquidità) richieste dai padrini internazionali, che invece si rivela essere tra lo 0,9 e l’1%.

Per una riduzione – sulla pelle delle Persone! – in termini di economia reale (di crescita) del 300% (! – meno 4% di de-crescita) per cento rispetto alla previsione del Fondo. In nome degli interessi degli speculatori.

Chi c’è dietro a questo (e – alla linea tenuta, financo, dalle istituzioni – ma, non dimentichiamolo mai, non elette dai cittadini, ma – tecnocratiche europee)?

E perché Monti, che ha sempre difeso quelle misure (irridendo chi sosteneva che lo stock di debito greco non possa tecnicamente essere ripagato, che ogni aiuto andrà a fondo perduto e nel frattempo resteranno ‘sul campo’ milioni di cittadini ellenici, e che dunque l’unica possibilità sia che gli investitori – che siamo – tutti – noi! – rinuncino ad una parte dei loro crediti nei confronti dei greci, per rendere la situazione sostenibile e – progressivamente – superabile) – ha fatto qualcosa di paragonabile a ciò con l’Italia, e – non ha pensato di tagliare drasticamente (mentre riduceva il deficit, che è altra cosa) – con (imponenti) misure una tantum – il nostro debito pubblico (che nel frattempo ha superato la soglia-record di 2000 miliardi)?

Perché, lo ripetiamo, ogni taglio di spesa è inutile in una economia che non cresca, e che torna (così!) a ‘mangiare’ se stessa (attraverso il ‘cappio’ degli interessi, attraverso la spirale recessiva); e un’economia non crescerà mai (senza una strategia offerta dal coordinamento della Politica alle imprese, che la chiedono, e) se gli interessi da pagare sul debito resteranno tali da inibire le banche dal finanziare imprese e famiglie; per un circolo vizioso che porta – sia pure su tempi più lunghi – sempre al default. Altro che salvezza dell’Italia! Per non parlare dei possibili, 10 miliardi di (ulteriore) buco ora denunciati dal Pd…

Perché l’economista Monti, “l’uomo più importante d’Europa” (secondo gli stessi quotidiani editi dalla finanza internazionale), il ‘salvatore della Patria’ (quale?), non ha nemmeno preso in considerazione le proposte organiche avanzate in questo senso – in una intervista al Direttore del Corriere De Bortoli; si parlava, ci pare, di una riduzione del 20% da spalmare su cinque anni – dal suo – onesto e responsabile – al punto da avere rinunciato ad uno stipendio molto più grande per servire il proprio Paese da viceministro – non ci stancheremo mai di ripeterlo – ministro dell’Economia Grilli?

E all’ombra di tutto questo spunta, ancora una volta, l’inevitabile carico di dubbi che porta con sé la partecipazione del nostro (attuale, ma – auspicabilmente. Anche per questo, presidente Napolitano – ancora per poco) primo ministro al circolo Bilderberg.

E’ morale, è istituzionalmente corretto, è onesto nei confronti dei cittadini italiani che un presidente del Consiglio della Repubblica italiana faccia parte di un comitato (nei suoi consessi, segreto) che – si dice – tende ad agire come lobby e ad influenzare (s’intende, pro domo sua) le scelte dei governanti di tutto il mondo?

Non rappresenta un (gigantesco) conflitto di interessi?

Oppure Monti risponda alla nostra domanda sul debito: perché ha lasciato che gli speculatori potessero continuare a ‘pasteggiare’ con il nostro (abnorme) debito, con il quale avrebbero potuto guadagnare molto meno, se fosse stato (repentinamente) ridotto? (M. Patr.)

***Il futuro dell’Italia***
MONTI: “IL PRIMO PROVVEDIMENTO? LA LEGGE ELETTORALE”. DIMENTICANDO GLI ITALIANI
di MATTEO PATRONE

gennaio 5, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

Monti: “Il mio primo provvedimento se dovessi restare a Palazzo Chigi? La legge elettorale”. Ad inizio legislatura, quando mancheranno cinque anni alle successive elezioni. Mentre il governo – che avrebbe potuto (e – dovuto! In mancanza della – correlativa – (ir)responsabilità dei politicanti) – ha preferito non assumersi la responsabilità di licenziarla (ora).

Con il capo del governo (in carica! Tutt’ora) ‘distratto’ (dal voto), un buon proposito per (ri)cominciare (continuando) a non offrire soluzioni. E anche la cartina di tornasole del livello di (in)’aderenza’ (etica – ?) di Monti alle esigenze (reali) degli italiani.

Montiani (di sinistra), cosa stiamo aspettando (ancora), per renderci conto del tasso di illusionismo contenuto in un’offerta (quella – personalistica – di Monti) lontana anni luce dall’impegno Politico etico, effettivo, vicino (comunque. Nonostante il livello di autoreferenzialità della politica italiana degli ultimi vent’anni) alle Persone, da tutti voi condotto nel corso dell’intera vostra presenza in politica?

O anche: chi di voi, avendo la possibilità di varare un governo in tempo di crisi (con le famiglie e le imprese che non ce la fanno ad andare avanti anche per la ‘stretta’ sul credito provocata dall’assenza di provvedimenti che questo governo – Monti – abbia assunto per abbattere una tantum – e drasticamente – il debito), avrebbe mai pensato di farlo annunciando di voler approvare – il giorno dopo le (ultime) elezioni – come primo atto, la legge elettorale?

Non si tratta di un dettaglio, ma di una scelta (Politica. Rivelatrice della distanza di Monti dagli italiani. E dunque dall’Italia e da ciò di cui il nostro Paese ha bisogno). (M. Patr.)

***Napolitano: “Si voterà ad aprile” (?)***
ORA E’ NECESSARIO AGIRE. O L’ITALIA RISCHIA
di MATTEO PATRONE

dicembre 27, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il presidente Napolitano ha deciso che la legislatura andrà a scadenza naturale. Benissimo. (Ma) una (la più rilevante) delle ragioni (che esistevano) per una chiusura anticipata e la previsione di un election day insieme alle Regionali nel Lazio e in Lombardia, è che sei mesi, per la vita di una Nazione (e per il suo governo – Politico), sono un’eternità, e che il perdurante immobilismo a cui ci ha costretti il combinato disposto dell’inefficienza (Politica) del governo Monti e la confusione (elettoralistica) della politica politicante (e delle sue truppe parlamentari), non è compatibile con l’esigenza (persistente!) del nostro Paese di assumere misure URGENTI (o, meglio, di imboccare finalmente un percorso unitario ben definito) per avviare l’uscita dalla crisi e scongiurare possibili – sicure – ricadute da crisi-del debito che lo scudo anti-spread voluto da Monti e varato da Draghi, ci eviteranno per qualche tempo (ancora), ma che non sono affatto ‘rimosse’ per sempre. E, anzi, più tempo passerà più sia il nostro debito (che cresce ogni giorno di più!) sia il nostro ‘ritardo’ sugli altri Paesi avanzati (sulla ‘scala’ di valore della modernità) si faranno più pesanti, e minacciano di rendere la (prossima) crisi (sui mercati) tale da non poter essere più sostenibile nemmeno da un Paese con i fondamentali (dei suoi nuclei di base, a cominciare dalle famiglie e dalle piccole imprese) solidi come l’Italia.

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**Monti, Grillo e i rischi per il Paese**
LA POLITICA TORNI AD AGIRE (ORA!) PER IL BENE (ESCLUSIVO) DEGLI ITALIANI
di FRANCO LARATTA*

novembre 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

A cominciare da questi restanti quattro mesi di legislatura che non possono essere trascorsi a dibattere (in televisione. Accentuando ulteriormente il senso di ‘esclusione’ e straniamento dei nostri connazionali) di leggi elettorali o del futuro (di cui agli italiani non importa nulla!) di Monti, ma piuttosto (essendo un tempo in realtà lunghissimo’, in Politica!) possono essere impiegati (intanto!) per ‘iniziare’ (unificando gli incentivi! Come chiede da mesi il presidente di Confindustria Squinzi) a riorientare il nostro sistema (integrato tra scuola, università/ formazione, ricerca e nostro tessuto imprenditoriale) nel senso dell’innovazione, introdurre (ai fini della crescita! Culturale e quindi tecnica e professionale dei nostri lavoratori e dunque della nostra economia) la formazione (leva decisiva di uguaglianza, di coesione e dunque, come detto, di sviluppo) in una non-riforma del lavoro (Fornero) che comporta, ad oggi – lo si sappia – un ‘nulla di fatto’ (non prevedendo null’altro che licenziamenti che, le prime sentenze lo hanno chiarito, non potranno essere eseguiti. E dunque promettendo di non rigenerare alcunché in termini né di occupazione né di crescita); indicare finalmente alle imprese quella strategia unitaria che esse (insensibili alle sirene dei liberisti – di professione) chiedono da tempo, inascoltate da un capo del governo che ha reso un servigio alla Nazione, ma la cui totale incapacità di immaginare (e praticare!) soluzioni (reali) – a cominciare da quegli editoriali pre-nomina nei quali, come abbiamo ricordato più volte, nemmeno sapeva ‘citare’ il relativo capitolo. Altro che “agenda Monti”! – lo rende in realtà inadeguato a risolvere definitivamente le difficoltà dei nostri attori economici (che ri-chiedono appunto al contrario il coordinamento della Politica!); tutto questo mentre molti italiani stanno (certo, anche a causa della crisi – in quanto tale. Che tutti gli altri governi del dopoguerra, va riconosciuto, non hanno avuto; e partendo, l’esecutivo dei professori, da condizioni molto peggiori da quelle di tutti i suoi predecessori. Ma il ‘problema’ è che non sta facendo ‘nulla’! Non che la situazione – nonostante gli interventi – non stia migliorando ‘abbastanza’) molto peggio di un anno fa, e 15 milioni di loro (15 milioni! In un Paese dell’occidente – e dell’Europa! – ricco e democratico – ? – come l’Italia) sono caduti in condizioni di (semi)indigenza. E’ dando quelle risposte, ora! (e non fra quattro mesi: le elezioni ‘servono’ a creare le condizioni perché tutto questo sia possibile, e non a dare un ‘senso’ – che non è quello! – a legislature che siano finalizzate soltanto a traghettare i propri protagonisti – che dovrebbero essere gli italiani! – verso quel – tutto loro – traguardo) che la Politica sgonfierà la bolla (che dipende da-lla mancanza di- tutto ciò!) del grillismo, e potrà garantire all’Italia – attraverso l’assunzione di responsabilità DIRETTA del suo principale partito – una leadership che – come dice Bersani – sia ad un tempo istituzionale e ‘rivoluzionaria’: di governo ‘e’ cambiamento. Che, in un Paese che parte da un handicap di trent’anni di arretratezza rispetto alle più moderne democrazie, sono poi la stessa cosa. Ce ne parla il deputato del Pd. di FRANCO LARATTA* Read more

***Legge elettorale***
IL PD DEVE DIRE SI’ ALLE PREFERENZE(?)
di FRANCO LARATTA*

ottobre 31, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana ha (ri)aperto ieri lo spiraglio ‘ispirato’ alcuni mesi fa dalla proposta di Massimo Cacciari e Beppe Pisanu, circa la possibilità che la maggioranza (traversale o di ‘unità nazionale’ – (ma) al di là dei ‘confini’ di partito) di cittadini-parlamentari onesti e responsabili ‘ancora’ presenti nel vituperato nostro Parlamento di oggi, voti ‘da sola’ (senza cioè la partecipazione di quella parte più ‘oltranzista’ – berlusconiana – del Pdl che vuole tenersi il Porcellum per avere diritto di vita e di morte – clientelare – sui nominati e dunque sulla nostra democrazia) una nuova legge elettorale nell’esclusivo interesse della Nazione, superando la situazione di stallo e raccogliendo (e traducendo in fatti concreti!) così l’invito del presidente Napolitano. E che questo atto di onestà e responsabilità e di ‘servizio’ nei confronti della Nazione e dei cittadini – che hanno diritto a riavere un Parlamento che torni a rappresentarli e restituisca loro quella sovranità che la nostra Costituzione assegna insindacabilmente nelle mani del popolo italiano – possa rappresentare la prova generale per una possibile, nuova alleanza costituzionale che vada dalla sinistra Democratica (e – vendoliana) a, appunto, quelle frange di ex pidiellini che non vogliono ‘consegnare’ il Paese – dopo vent’anni – a nuove intemperanze del loro leader di sempre. Lo abbiamo fatto a partire da una proposta del deputato del Pd che sollecitava tutti – dalle pagine del più ascoltato tra i siti politici del nostro Paese – a muoversi per l’approvazione di un nuovo dispositivo in vista delle elezioni. Oggi Laratta torna sull’argomento entrando nello specifico dei possibili modelli di riforma; e spiega (ancora una volta dalle colonne del ‘suo’ giornale della politica italiana) che, a proprio modo di vedere, il suo partito dovrebbe – pur di non andare a votare con la legge Calderoli – accettare anche la soluzione delle preferenze, messa in campo dal Pdl. il Politico.it, come lasciato trapelare ieri, continua tuttavia a ritenere che il ritorno ad un Mattarellum (minimamente) ‘corretto’ – via lo scorporo e dentro un ‘piccolo’ premio di maggioranza che miri a ‘contenere’ la frammentazione contribuendo a ‘scongiurare’ al tempo stesso il rischio di cartelli elettoralistici che contengano tutto e il contrario di tutto – l’unico, vero modello veramente ‘italiano’ e adatto alle peculiari esigenze di un Paese che debba conciliare diritto di tribuna, rappresentanza del territorio e tensione maggioritaria per la governabilità – e perseguibile attraverso un voto rapidissimo che non richiederebbe dibattito ‘di merito’ – resti la strada maestra da seguire. Ci torneremo su. Sentiamo, intanto, la sollecitazione al suo partito del parlamentare Democratico. di FRANCO LARATTA* Read more

***Il futuro dell’Italia***
CARO NAPOLITANO, LA MAFIA E’ (ANCORA) DENTRO UNA PARTE DELLO STATO
di RITA BORSELLINO

ottobre 30, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La vittoria di Rosario Crocetta in Sicilia può aprire – anche grazie alla straordinaria opportunità per il Pd di poter contare su un alleato animato da cittadini onesti e responsabili come il Movimento 5 Stelle – un importante capitolo nella lotta alla criminalità. Nel nostro Paese tutto si tiene: la mafia non è soltanto “la mafia”; è la corruzione che penetra fin dentro i gangli dello stesso Stato che dovrebbe agire per toglierla di mezzo. E’ quella parte delle nostre istituzioni (e del nostro sistema di sicurezza), quella terra di confine tra ciò che è fatto in nome della legge e ciò che è illecito, che, dice Rita Borsellino in questa dichiarazione rilasciata il 19 luglio 2010 (nell’anniversario della strage di via D’Amelio) – e che il Politico.it ‘porge’ oggi al nuovo presidente della Regione Siciliana – che pure ben conosce, suo malgrado, il fenomeno malavitoso – anche come manifestazione di sostegno senza se e senza ma agli interventi coraggiosi che – con l’aiuto del governo Monti – l’ex sindaco di Gela vorrà assumere per liberare finalmente il nostro Paese da questo cancro che costituisce la vera causa primaria della nostra arretratezza (“La mafia dovrà fare le valigie”, ha detto tra l’altro Crocetta) – c’è, dicevamo, chi in Italia “lavora ogni giorno per demolire” ciò che tutti noi ci impegniamo quotidianamente – per il bene dell’Italia – a costruire. E’ il ‘buco nero’, dentro lo Stato (perché è chiaro che non si tratta “dello Stato” tout court, che come disse giustamente Napolitano, “siamo noi”; bensì una ‘devianza‘ dovuta alla corruzione nel suo regolare funzionamento) che prova a “destabilizzarlo”, che fu Giovanni Falcone a denunciare per primo (poco prima di essere ucciso), e dalla cui (definitiva) estirpazione dal corpo (per il resto) sano del nostro Paese non può che passare una democrazia italiana che voglia compiersi, sessant’anni più tardi, e accedere finalmente alla propria modernità. di RITA BORSELLINO
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***La proposta***
UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE VOTATA (ORA!) DA CHI HA A CUORE LA DEMOCRAZIA
di FRANCO LARATTA*

ottobre 30, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ovvero le forze (o le singole personalità) maggiormente oneste e responsabili su cui ancora possiamo contare nel nostro depauperato Parlamento di oggi. Il cammino delle riforme costituzionali, con (il Pdl e cioè con) Berlusconi, appare improbabile. E al Cavaliere la legge elettorale va bene così com’è. Gli consente di eleggere chi vuole lui. E di esercitare sui singoli parlamentari un controllo diretto – utile quando serve votare leggi indigeribili per qualsiasi vero rappresentante del popolo – che il ritorno ai collegi uninominali ridurrebbe drasticamente. Ma perché le donne e gli uomini onesti e responsabili “ancora” presenti nella nostra assemblea legislativa, dovrebbero farsi portar via un altro pezzetto di democrazia sottostando agli umori dell’ex presidente del Consiglio in attesa del momento giusto per staccare la spina al governo Monti, quando possono approvare loro – a larga, se “contiamo” bene, maggioranza – una legge elettorale nel senso della restituzione della sovranità al suo legittimo depositario: il popolo – e, ovviamente, nel suo più Alto ed esclusivo interesse, senza calcoli ‘di parte’ – approfittando ad un tempo di questa occasione per verificare chi abbia veramente a cuore la nostra democrazia, tanto da porre – eventualmente – le basi di un (ulteriore) accordo (di governo) in vista delle prossime (e, possibilmente, ravvicinate) elezioni? Dal governo Monti il giornale della politica italiana è diviso da alcune valutazioni, ma non nel riconoscimento della legalità (Costituzionale) come valore supremo dal quale far discendere ogni altra scelta. E quando le basi da cui partire sono le stesse – quando si condividono gli stessi principi di fondo – è difficile non potersi ritrovare in una ‘prospettiva’ comune (come dimostrano le – sia pure solo ‘abbozzate – “mosse” di Monti nel senso dell’innovazione). Pd, terzopolisti davvero convinti della necessità di un cambiamento (altra ideale cartina di tornasole è la “disponibilità” – ? – a votare la cancellazione di tutti quegli organismi nei quali sono annidati figli e figliocci della politica politicante, vero punto di definizione del – la volontà di – Cambiamento), gli uomini onesti e responsabili che non ce la fanno più a stare in questo Pdl (personalità come Nunzia De Girolamo, ad esempio, che cosa possono condividere con chi accondiscende ad infrangere la legge?), e persino quella sinistra radicale che la leadership moderata e dialogante di Vendola – va riconosciuto – ha spuriato delle sue pulsioni più scomposte, raccolgano l’appello lanciato loro, mesi fa, da Massimo Cacciari e Beppe Pisanu, e – a partire dalla riforma della legge elettorale, ora, in Parlamento: che notoriamente scegliendo come possibile ‘nuova’ via da seguire il Mattarellum, può essere fatta votando una norma semplicissima che faccia decadere la Calderoli riportando in vigore in quello stesso momento la precedente – convergano nel (ri)creare le condizioni (democratiche!) per (ri)dare all’Italia una rappresentanza fatta di sole persone che abbiano a cuore il suo esclusivo (e non negoziabile) interesse. Perché cambiamento non è necessariamente sinonimo di estremismo di sinistra. Nel nostro paese significa prima di tutto tornare – ? – ad una (alta, e decisamente proiettata al futuro) normalità. Una vera democrazia liberale, senza più ombre, dopo aver finalmente estirpato la pianta del clientelismo e della corruzione, in mancanza della quale nessuna ripresa economica potrà mai durare a lungo. di FRANCO LARATTA* Read more

(Rare) risorse vadan finanziare progetto Sia fare Italia culla mondiale innovazione Cina cresce meno se penalizza lavoratori (E’ -sola) economia (che) ci ha messi crisi Cultura può far(ci) crescere (gli italiani) Formazione primo tassello tornare grandi

ottobre 15, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

A che serve stanziare “otto-nove miliardi per lo sviluppo” – come, per esempio, avvenne alcuni mesi fa – se non si ha nemmeno un’idea di massima di come (ri)avviarlo? Perché la crescita non è (solo) una questione di risorse; e sostenere (ad ‘esempio’) la domanda è una (non) soluzione dal fiato (e dalla visione) corta, se è vero che richiede (oltre ad un cospicuo dispendio – appunto – di risorse pubbliche) la continua alimentazione di questa spirale dell’aumento della “spesa” (per la crescita. Sia essa dello stato e delle famiglie) senza fornire tutto questo di nessuna struttura programmatica e organizzativa capace di far ripartire in modo – appunto – strutturale il sistema. E di rendere sostenibile questo “sforzo”. Perché un governo non è una banca centrale. Soprattutto perché un paese non è un mercato. E il nostro non trarrà giovamento (o solo – poco - nell’immediato) da “qualche” risorsa in più da ”spendere” – pure potenzialmente in grado di restituire un po’ di respiro – se non sarà stato mobilitato – moralmente; Politicamente – verso il perseguimento di un obiettivo comune in grado di ridare speranza e, soprattutto, di ottimizzare la valorizzazione di un qualsivoglia stanziamento di risorse che rischia altrimenti di rappresentare l’ennesimo spreco colossale di denaro pubblico, destinato a disperdersi (inutilmente) in mille rivoli. Come già rischiava di avvenire con gli ammortizzatori sociali, concepiti ad hoc per addolcire la pillola dei licenziamenti, ma insostenibili economicamente e (a loro volta) destinati a non durare, e comunque utilizzati al solo scopo di rendere digeribile per i lavoratori una riforma pensata nel solo interesse delle imprese, vanificando il clamoroso potenziale che quelle risorse hanno per la nostra stessa possibile ripartenza. Perché se invece di sostenere che dobbiamo/ possiamo fare (solo) “sacrifici”, in nome di un rigore pure indispensabile, indichiamo agli italiani il sogno non solo di poterci salvare (?) ma di tornare grandi – com’è nelle nostre possibilità – e che questo è (appunto) possibile se riorientiamo (in tutti i sensi) il nostro paese grazie alla Cultura, e nello specifico del lavoro e della produzione lo facciamo nella chiave dell’innovazione utilizzando le risorse destinate agli ammortizzatori per finanziare la formazione continua, gli “otto o nove miliardi” di qualche mese fa più le decine di altri di risorse appunto stanziate a fondo perduto “per” (?) i lavoratori possono diventare decisivi per compiere quel ribaltamento di prospettiva che può – questo sì – fare riesplodere la nostra (stessa) economia. In tutto il mondo hanno capito che l’innovazione è – in tutti i sensi – la chiave della costruzione del futuro; alcuni di loro hanno già in parte sfruttato questo incredibile potenziale. Noi siamo ad un possibile annozero: il che significa che abbiamo perso tempo, ma anche che abbiamo margini che non ha nessun altro. Nemmeno India e Cina, quest’ultima già spersa sulla strada di una crescita che ora stenta a centrare il traguardo della doppia cifra – e a compiere il sorpasso sugli Stati Uniti – proprio perché ha scelto l’opzione di penalizzare la vita dei lavoratori in nome dell’utile immediato; come rischiavamo di fare noi con l’abolizione dell’art. 18 (e) seguendo la linea Marchionne. Utili che però sono destinati (e hanno cominciato) a crollare sotto il peso del’insostenibilità per la vita delle persone. La (stessa) molla dell’(attuale) crisi. La chiave, dunque, è esattamente l’opposta: abbandonare l’economia come unica via alla nostra (così, mancata) salvezza (come se non fosse stato proprio questo il modo in cui siamo piombati nella condizione attuale), tornare alla Politica e quindi alle persone: restituendo loro – attraverso la cultura, con l’obiettivo – economico, ma non solo - dell’innovazione, quella libertà che la (falsa) libertà dei mercati ha compresso – attraverso anche l’omologazione imposta dalla con-petizione fine a se stessa – e quindi la forza per trascinarci loro - noi – fuori dal guado. In questo senso la riforma del lavoro sarebbe stata (e sarà) decisiva per la crescita: perché ci può far rialzare la testa facendola rialzare ai nostri lavoratori. E’ quello che la migliore tradizione della sinistra storica – da Mazzini ad Adriano Olivetti – ci insegna; ed è quello che la sinistra di oggi deve ridarsi come propria chiave (di lettura e di cambiamento della società). Se vuole tornare a vincere (lei); e soprattutto se vogliamo tornare a vincere noi, l’Italia. (26 aprile 2012)

Futuro dell’Italia. Caro Pigi, ti han raccontato… (Prime prove di slealtà da parte Monti. Qui a Pd)

settembre 14, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ti hanno raccontato che il governo Monti era nell’interesse dell’Italia. E invece il nostro Paese, un anno dopo (perché è già quasi passato un anno), al netto delle decisioni di Draghi (di Draghi!) che ci hanno salvato dal cadere nel baratro (per il momento), sta molto peggio di prima. “Abbiamo aggravato la recessione”, dice Monti, usando la prima parola di verità da quando è presidente del Consiglio. Ti hanno raccontato che una volta esaurita l’esperienza del governo dei professori, avresti governato tu. E invece Pdl e Udc (sì, quell’Udc nel coltivare l’alleanza con il quale hai sacrificato, in questi anni, molte delle ambizioni tue e del Pd) (fanno il doppio gioco e) ‘tramano’ alle tue spalle (approfittando di un Parlamento che tu, noi, il Pd, ha colpevolmente lasciato che continuassero a ‘controllare’), preparando il terreno ad una situazione ingovernabile, dopo il voto (altro che “quella sera il mondo dovrà sapere chi ha vinto”) e alla necessità di accedere nuovamente all’opzione della Grande Coalizione, escludendo il Pd dalla guida (in prima persona) dell’Italia e favorendo una nuova ascesa di Monti (ovvero della destra, che rischia così di ritrovarsi al governo ininterrottamente dal 2008 al 2018: “Sullo statuto dei lavoratori il Pdl la pensa – ovviamente – come Mario”, dice Alfano. E non si creda che, al prossimo giro, sarebbe così facile orientare le scelte – liberiste – del neo-senatore a vita) a Palazzo Chigi. Ti hanno raccontato che se avessi corso alle primarie, le avresti vinte: e invece tutti, fuori dal Palazzo, sanno che, probabilmente, non le vincerai tu: perché gli italiani vogliono il cambiamento, e quando hai avuto la possibilità di determinarlo (caduto Berlusconi, o tutte le volte in cui, in questi mesi, si è pensato di andare al voto), hai preferito cedere il passo. E consentire che si mantenesse lo status quo. Ti hanno raccontato che se fossi rimasto leale a Monti, lui lo sarebbe stato nei tuoi confronti: e invece, dopo avere cercato di irretirti una volta con il tentativo (bloccato, in primo luogo, da il Politico.it) di abolire l’art. 18 (che avrebbe azzerato ‘ogni’ consenso possibile al nostro partito), adesso torna alla carica sui diritti delle persone più deboli, provocando e mettendo ancora una volta nell’angolo il Pd (ne parla, all’interno, il conduttore de L’Infedele). Del Partito Democratico, lo abbiamo scritto più volte, l’Italia ha bisogno come il pane: ma non aspetterà all’infinito che una classe dirigente da troppo tempo chiusa su se stessa, metta l’orecchio a terra, e si accorga che fra altri sette mesi la vittoria del centrosinistra (o almeno la sua possibilità di governare) potrebbe non essere più (?) così sicura (M. Patr.)di GAD LERNER Read more

***Mons. Nunnari: “La Politica sia servizio”***
MAFIA, IL CORAGGIO DI UN VESCOVO!
di FRANCO LARATTA*

settembre 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il deputato del Pd, già membro della Commissione Nazionale Antimafia e in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, racconta sul ‘suo’ giornale della politica italiana il gesto coraggioso, e trasparente, di questo vescovo che denunciando le infiltrazioni delle ‘ndrine nelle cerimonie religiose del cosentino, chiarisce inequivocabilmente che la Chiesa calabrese sta dalla parte delle persone oneste e responsabili che ogni giorno, anche a prezzo della propria vita, combattono per liberare il nostro Sud (e – il nostro Paese) da questo ‘cancro’ che fa sì che la nostra economia, nel Mezzogiorno, praticamente non esista, riducendo il nostro meridione – un tempo culla della civiltà – a quel grande buco nero delle nostre finanze pubbliche che in queste settimane mette a rischio (insieme a Grecia e Spagna) lo stesso futuro dell’euro e dell’Europa. Nei giorni in cui il nostro Paese piange la morte di Carlo Maria Martini, un altro, grande esempio di come la Chiesa, sia pure al netto di un’immagine colpita dagli scandali e dalle manovre dei suoi uomini di potere, continui a rappresentare un punto di riferimento – ‘quasi’, un’istituzione – nelle aree più povere e arretrate della Penisola e per i nostri connazionali più deboli, ‘spesso’ riempiendo il vuoto di una Politica che confonde la propria ‘missione’ (costitutivamente) ‘cristiana’ con la partecipazione allo show business e la propria ‘vocazione’ (?) ‘narcisistica’ e autoreferenziale. Una Politica che – al contrario – è chiamata ad essere “servizio”, dice proprio monsignor Nunnari, cioè a “partecipare alla vita delle Persone”, secondo la definizione – invece – di Antonio Gramsci. Quando ciò avverrà, vivendo a contatto con le italiane e gli italiani poveri del Sud (e non solo; sempre di più) – come cerca di fare, ‘ogni giorno’, l’arcivescovo di Cosenza – sarà possibile forse che anche la politica italiana prenda coscienza che la lotta alla mafia non è una ‘subordinata’ nell’”agenda” delle possibili ‘decisioni’ che una classe politica ormai seduta su se stessa ha perso la forza, e l’onestà, per caricarsi sulle spalle la responsabilità di assumere (da cui la “politica degli annunci” di cui il governo Monti rappresenta la ‘perfetta’ incarnazione); ma che, al contrario, costituisce la premessa di ogni possibile politica di sviluppo nel nostro Paese. E che in questa chiave la Cultura, declinata nella scuola e nella formazione sotto l’egida dell’innovazione, costituisce la leva più potente per emancipare i nostri connazionali dai rischi connessi alla persistente ‘tentazione’ (“imbroglio”, dice Nunnari) mafiosa, e (quindi) per avviare il nostro Paese – anche, attraverso una migliore alfabetizzazione del nostro Sud – sulla strada di una crescita che coinvolga, sempre più, tutti gli italiani. Il parlamentare calabrese, ora, sull’esempio di monsignor Salvatore Nunnari (M. Patr.). di FRANCO LARATTA* Read more

Care élites, I. se non cresce non si salva E Monti non sa come rigenerare crescita Sua (vera) ‘agenda’ incompatibile con ciò Irresponsabile reiterare inerzia fino a ’13

agosto 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Monti crede nell’economia sociale di mercato, ma non nell’interventismo della Politica nel libero mercato. E, come abbiamo visto, il nostro Paese – la nostra economia – ha oggi bisogno del coordinamento della Politica, o non ripartirà. Monti nei suoi editoriali pre-nomina non citava nemmeno il capitolo della crescita, parlando solo di rigore; ma il nostro Paese – la nostra economia – si salva “solo” riprendendo a crescere. Nel Paese dalle più grandi diseguaglianze del mondo (Nord-Sud, abbienti-meno abbienti, manager-lavoratori, figli di famiglie benestanti-figli di famiglie povere), e dal più alto tasso di analfabetismo di ritorno (inversamente proporzionale al tenore di vita e allo status sociale), la crescita non può che venire dalla crescita (culturale, e quindi umana, e quindi tecnica e professionale e ‘sociale’) degli italiani: e Monti invece si rivolge alle sole élite, penalizzando – con le tasse, con i tagli – le persone più deboli. Monti non crede – non ha nelle proprie corde – (nel)l’innovazione, quando l’unico indirizzo Politico dato (anche) dall’Europa vede proprio nella tensione ad una possibile, nuova civilizzazione la sola risorsa per uscire dalla crisi. Monti è un uomo del Nord, lontano geograficamente e anche culturalmente dal Mezzogiorno: e in un’Italia che (non) cresce a due velocità, con un’economia che tiene al Nord e una pressoché inesistente al Sud, non c’è salvezza possibile che non passi per un rilancio del nostro meridione, che pure ha le potenzialità per tornare, come ha indicato per primo il Politico.it, al centro del mondo. Monti ha citato una sola volta la scuola per parlare di “competizione” tra gli studenti: e invece la scuola, che è il motore di ogni possibile sviluppo, ci può fare crescere – come predica da molto tempo sul primo quotidiano italiano, ancora inascoltato, Roger Abravanel – solo rafforzandone (innovandone) i contenuti e i modelli di insegnamento. Monti taglia, “taglia tutto”, come sottolineava tempo fa Franco Laratta; ma non taglia (nel)le clientele della politica politicante, vero buco nero delle nostre finanze pubbliche. Monti è stato chiamato perché lo spread era salito sopra quota 500: ma ora che lo spread è tornato esattamente sopra quella quota, “nessuno” mette in discussione il presidente del Consiglio. Monti è una risorsa del nostro Paese: ma non è in grado di rigenerare la crescita. E senza crescita il nostro paese non si salverà.

***Il futuro dell’Italia: formarci per crescere***
UNA (VERA) RIVOLUZIONE (DI LIBERTA’)
di MATTEO PATRONE

agosto 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E’ quando non si conoscono le proprie potenzialità, quando non si sa cosa si può dare davvero, che si finisce per non riuscire ad esprimerle, e a condurre una vita molto inferiore alle proprie possibilità. Ecco perché l’istruzione e la formazione non sono soltanto la più potente leva di crescita (per il nostro Paese), ma anche il più straordinario strumento di eguaglianza che la Sinistra abbia (mai avuto: il che vale tanto più oggi, nell’era della comunicazione) per rielevare le condizioni (culturali, e quindi umane, e sociali) delle Persone (così dette) più ‘deboli’. Read more

***La resa di Monti***
PER EVITARE IL COMMISSARIAMENTO ‘SUBITO’ UN GOVERNO POLITICO
di GAD LERNER

agosto 3, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ricapitoliamo: non ha convinto i mercati; non ha saputo assumere una sola misura per rigenerare la crescita; aveva promesso che ce l’avremmo fatta da soli, e invece ora si prepara a chiedere gli aiuti: e aiuti significheranno, dopo che anche il board della Bce ha ribadito questo automatismo, di sottoporci al commissariamento da parte della Troika. Il governo Monti si è ormai arreso, e non è più in grado – nonostante gli sforzi diplomatici del presidente del Consiglio; ma come scrivevamo alcuni mesi fa, la Politica non è public relationship, ma capacità di visione e di decisione e leadership, o un Paese si limita a fare “bella figura” senza però riuscire a salvarsi e tanto meno a ripartire – di assicurare l’interesse dell’Italia. Un nuovo governo (Politico) in carica quanto prima, può invece imprimere quella svolta di cui la nostra nazione ha oggi bisogno. Giulia Innocenzi si è chiesta nei giorni scorsi a che pro continuare a permanere nell’attuale stato di ‘sospensione’ della democrazia, con tutto quanto ciò comporta in termini di sacrifici e ‘allontanamento’ dai cittadini, se tutto questo non porta quel beneficio che tutti (certo, anche noi in un primo momento: nessuno, almeno qui, ha mai infatti messo in discussione l’opportunità che questo governo nascesse, a novembre) aspettavamo. E quando invece il ritorno della Politica – la Politica vera, incarnata dal Pd, a cui il Politico.it ha dato e darà un contributo decisivo restituendo visione, idee, e in ultima analisi un pensiero (forte) – può far uscire il nostro Paese dall’apatia in cui lo ha fatto ricadere l’esaurimento della spinta propulsiva garantita inizialmente dalla formazione del governo dei tecnici, e consentire all’Italia di ‘svoltare’ e di ripartire; senza mettere in discussione non un’”agenda Monti” che (basta verificare quanti e quali dei singoli punti indicati dai quindici Democratici che hanno concepito questo artificio retorico, sia stato effettivamente messo in atto dall’esecutivo) non esiste – e se è vero, anche, che un’”agenda” (Politica) può ‘contenere’ “solo” misure per lo sviluppo, che com’è noto questo governo non ha saputo concepire – bensì quel rigore che non nasce con Monti, ma con Amato, Prodi, Ciampi e Padoa-Schioppa (giova forse ricordare che l’ingresso nell’euro non fu immaginato e completato da Monti, che allora non era ancora presidente del Consiglio, ma dai governi di centrosinistra; così come le uniche, vere liberalizzazioni che Monti, nonostante il pubblicizzato vantaggio di “non doversi preoccupare del consenso dei cittadini” (?), non ha saputo replicare); quella (stessa!) Sinistra a cui i sostenitori di Monti attribuiscono improbabili tentazioni dilapidatorie. E che invece costituisce oggi l’unica, concreta speranza (nella “solidità totale” di cui, giustamente, parla Bersani) che l’Italia ha di evitare il commissariamento e poi di riprendere un cammino interrotto ormai trent’anni fa. Gad ora, sul rischio-Troika se Monti rimarrà a Palazzo Chigi.
di GAD LERNER Read more

***Spread scende (ma grazie a Draghi)***
E’ ORA DI RESTITUIRE LA PAROLA AI CITTADINI
di GIULIA INNOCENZI

agosto 1, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il presidente del Consiglio è super esperto di ciò che, a suo dire, farebbe salire lo spread. Di volta in volta le critiche al governo, il timore dei mercati per quando lui non sarà più a Palazzo Chigi, le critiche (peraltro ipotetiche) di Olanda e Finlandia al presidente della Bce. E se il capo dell’esecutivo imparasse (invece) ad assumere misure (per la crescita) per -cosa ben più significativa- fare scendere il differenziale? Perché ora “la fine del tunnel è illuminata”, ma fino all’intervento di Draghi – e con la gestione della crisi affidata all’”uomo più importante d’Europa” – quella luce (come ricorderemo bene tutti) nemmeno si (intra)vedeva.

Ecco perché la co-conduttrice di Santoro a ServizioPubblico si chiede a che pro insistiamo nel voler pagare il prezzo di una democrazia “sospesa”, nei termini innanzitutto di quei “lacrime e sangue” per i cittadini non mitigati da (imprescindibili: perché i ‘sacrifici’ abbiano un senso e non siano fini a loro stessi) politiche per lo sviluppo (che continuano a mancare), se – oltre a non far uscire il nostro paese dalle secche (della nostra economia – reale) – i tecnici al potere non convincono (proprio per questo) neppure i mercati.
di GIULIA INNOCENZI
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Ecco i (veri) risultati della “cura” Monti Spread schizza “di nuovo” (?) a 480 punti Pil non si riprende ma crolla (oltre) a -2% Disoccupazione record tra nostri giovani E crescita è divenuta paravento retorico (Perché) Monti non sa come rigenerarla E senza la crescita Paese non si salverà All’interno unico vero progetto in campo

luglio 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Che cos’è, del resto, lo scudo anti-spread, se non il paravento dietro il quale celare l’incapacità dei nostri attuali governanti, di fare ripartire la nostra economia? Lo spread non è infatti un indicatore fine a se stesso; è il sintomo della fiducia dei mercati nell’andamento, appunto, di una economia (sia pure gravata da un debito atavico). Frenarlo senza contestualmente concepire misure per la crescita, significa nascondere, come detto, un sintomo, senza che il (vero) problema – che è la nostra attuale arretratezza – in termini di economia reale – e non solo l’esposizione alle ondate speculative dei mercati, di cui il superamento della prima rappresenterebbe, lei sì, la “definitiva” soluzione – però, ne sia sfiorato. E a lungo andare ciò comporterà la riemersione di quegli stessi sintomi, e porterà inevitabilmente il nostro paese a rischiare di non uscire dalla sua attuale condizione. Come Draghi continua a sollecitare ai tecnocrati e ai leader politici (?) europei, ciò di cui l’Italia e l’Europa hanno bisogno è di “scelte coraggiose”. Ovvero Politiche. Figlie di una visione e capaci di determinare (magari) un completo ribaltamento di prospettiva (restituendo alla Politica, ovvero alla democrazia, e cioè ai cittadini, il loro – legittimo – predominio sulla finanza), e non solo di “aggiustare” un meccanismo (economico-finanziario) che ci ha portati nella crisi attuale, e palesemente non rappresenta una leva sufficiente (e adeguata) per uscirne. Il solo progetto capace di dare luogo a questo ribaltamento di prospettiva, è quello – fondato sulla cultura e sull’innovazione – messo in campo in questi anni dal giornale della politica italiana, di cui riproponiamo una “sintesi” uscita la prima volta il 23 luglio 2011: ormai, quasi un anno fa. Nel corso del quale, di fatto (e al netto della propaganda), tagliando (male) la spesa ma non mettendo in atto una sola politica per la crescita, da cui lo spread invariato e il Pil che affonda a livelli (quasi) greci, “abbiamo” perso altro tempo, senza allontanarci di un millimetro (?) dal reiterato rischio-default.
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Tagli da soli non bastano. Crescita non si fa con gli annunci F. Laratta

luglio 4, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il presidente del Consiglio assomi- glia sempre più ad un liquidatore: come conferma, plasticamente, anche la nomina di un liquidatore di professione – Bondi – alla guida della revisione della spesa. Ma i liquidatori agiscono senza altra ratio che non sia quella di tagliare: tagliare la spesa, ma, a questo fine, anche il personale e i rami produttivi dell’azienda. Che poi dovrà (magari) essere rimessa sul mercato affinché qualcuno si preoccupi “anche” di fare sì che ricominci a produrre: altrimenti i capitoli di spesa ancora attivi, e i successivi investimenti non inquadrati in una pianificazione, faranno ripiombare l’azienda in rosso, e gli stessi tagli – costosi sul piano umano e produttivo; i così detti “sacrifici” – si riveleranno inutili. Un accanimento. Ecco: Monti, ancora una volta, dimentica che il bilancio è fatto di contenimento di spesa, sì, ma anche di una strategia di crescita – specie se si ha un debito enorme da ripagare – e lascia che il nostro paese prosegua sulla strada di una decrescita che il taglio alla spesa – come lo scudo anti-spread, ammesso che venga mai effettivamente varato – potrà limare di qualche decimale, ma non invertirà, condannando il nostro paese ad una persistenza sull’orlo del default che l’alleggerimento “liquidatorio” – e non in funzione di una ristrutturazione nel senso di un recupero di efficienza – della macchina dello Stato rischia, semmai, di aggravare. Perché, come scrive il deputato del Pd, anche i tagli alla spesa – fatti (comunque) male in un primo momento da Monti, costretto a nominare un altro tecnico perché facesse quello che alla prima ondata di tecnici non era riuscito – vengono messi in campo senza nessuna rispondenza ad un disegno complessivo e di rimodellamento del sistema delle nostre istituzioni e dei nostri servizi (sanitario, scolastico), e quindi “rischiano” (?) di andare a colpire “alla cieca” e in modo tale da penalizzare, alla fine, il funzionamento e (quindi) la stessa resa di bilancio del nostro comparto pubblico. E’ davvero la delocalizzazione (interna), l’accentramento (nelle città) dei nostri ospedali e dei nostri plessi scolastici – e quindi il loro allontanamento dai cittadini, sia in senso geografico sia in termini di capacità di ascolto e di interazione – il modello che vogliamo adottare nell’organizzare lo Stato e quindi l’Italia di domani? Il problema è che a questa domanda il governo Monti ha scelto di non dare una risposta, continuando a tagliare indiscriminatamente o reiterando il modello liberista che già lo aveva guidato nella non riforma (?) del lavoro – dopo la quale lo stesso ministro Fornero auspica (ex novo) un “mercato” capace di ridare occupazione ai giovani: senza rendersi conto che era evidentemente nella sua riforma, la leva attraverso la quale, avendo le idee chiare, avrebbe potuto/ dovuto perseguire quell’obiettivo ora solo sterilmente rilanciato in una dichiarazione – da (inevitabilmente) governo tecnico (quale è) e non Politico. Lo spread che permane sopra quota 400 (due anni fa, lo ricordiamo, era a 200) dimostra che tutto questo non basta al paese ma nemmeno ai mercati: e che la fase-1 e la fase-2 non possono esistere, per la semplice ragione che la fase-1 (cioè quella dei tagli) senza una contestuale fase-2 (quella della crescita) è privata della bussola della prospettiva nella quale ci si muove e finisce per rischiare di essere condotta in modo sbagliato quando non deleterio e compromissorio della possibilità di scelte strategiche future; e comunque non basta, non basterà mai a tirare l’Italia fuori dal pantano. L’accanimento (quasi ossessivo) di Monti nel ridurre la spesa, senza “completare l’opera” con misure per la crescita (che continua furbescamente ad invocare da parte dell’Europa: ma l’Europa siamo, appunto, noi! E l’Europa non crescerà, nemmeno con le più straordinarie misure assunte a livello comunitario, se il nostro paese non penserà intanto ad alleggerire la sua parte di responsabilità nella frenata del Pil continentale) maschera, come lo spettacolo pirotecnico del suo marcamento a uomo della Merkel a Bruxelles, la mancanza di visione e il conseguente vuoto di iniziativa. L’immagine (riflessa nello Specchio: ricordate?) è sufficiente ad illuderci (ancora una volta, come, per alcuni di noi, con il primo Berlusconi) che “grazie a nostre speciali risorse, possiamo cavarcela anche tirando a campare”: e invece no, presidente Monti. Come dice lei stesso, è giunto il momento di fare sul serio; il momento della sostanza. Il momento del (ritorno al)la Politica (vera). di FRANCO LARATTA*
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Scudo anti-spread meccanismo difensivo Serve (solo) mantenere (?) status quo (?) Ma Italia non si salverà senza la crescita E Monti (e l’abc) non sa(nno) come farla

luglio 1, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ha vinto l’Italia, a Bruxelles, o ha vinto Mario Monti? Il meccanismo anti-spread serve a frenare ondate speculative, ma è anche la coperta di Linus che copre l’incapacità del nostro premier di concepire provvedimenti per rigenerare la crescita. Perché lo spread resta alto – non dimentichiamolo – perché Monti ha tagliato (male) la spesa (al punto da dover nominare un altro tecnico perché lo facesse meglio) e aumentato le tasse, senza assumere alcuna misura per far ripartire la nostra economia; determinando così (però) un effetto di accentuazione delle tendenze recessive. Ed è poiché l’Italia non cresce (e, anzi, ora decresce), che a Bruxelles siamo stati costretti a chiedere l’elemosina di un contributo degli altri paesi per colmare le nostre mancanze. Il che non ha impedito a Monti che Ostellino definisce (a ragione) “altro da un tecnico, un abile politico, che vende fumo quando non sa che pesci pigliare”, di apparire come il mattatore di un vertice che, al solito, ha rimandato a data da destinarsi l’unica scelta da cui dipende (veramente) il futuro dell’Europa: quella che riguarda il modo in cui rilanciare la (nostra, in primo luogo) economia. Il meccanismo anti-spread è, infatti, un meccanismo “difensivo”; è vero che il contenimento dei tassi permette finanziamenti più facili, e questo può favorire la circolazione di una maggiore liquidità: che le imprese possono tradurre in investimenti. Ma si tratta di un “effetto collaterale”, che non promette di determinare alcuna svolta, al massimo di ridare un po’ di ossigeno (il che non è comunque nulla) a quei privati che – come lo Stato – erano in balia delle onde della speculazione. Ma a lungo andare, se il nostro paese non cresce, saremo “daccapo”: e non potremo più fingere, come fa Monti, di avere proposto lo scudo per dare un contributo disinteressato alla salvezza dell’euro, senza avere intenzione di avvalersene; e capiremo che la vittoria di Bruxelles era stata, in realtà, una vittoria di Pirro – o, forse, di Monti – utile a mascherare (abilmente) il vuoto di iniziativa di questo governo (fresco reduce dal flop del decreto sviluppo), sufficiente ad incantare la politica politicante (che di Politica, e di economia, ha ampiamente dimostrato di non intendersi – e interessarsi – granché), ma non gli italiani onesti e responsabili e, comunque, gli attori economici. Pesa il silenzio assordante di Confindustria, che solo l’altro ieri aveva definito la nostra economia “come se fosse uscita da una guerra”, proprio perché continua a perdere colpi: -2% è la previsione (stante l’attuale assenza di politiche) per quest’anno. Ed è lì, in quel segno meno che dura (se non formalmente, sostanzialmente) da trent’anni, che sta il vero buco nero in cui il nostro paese continua a rischiare di essere risucchiato; e che il meccanismo anti-spread ottenuto da Monti non tocca (se non) minimamente. E questo accade “perché” il presidente del Consiglio, ideale ambasciatore del nostro paese all’estero, ha dimostrato di non sapere come si fa la crescita.

P.s.: C’è chi ha definito le scelte (?) del vertice una “risposta dei leader ai mercati”, da cui i primi si sarebbero finalmente smarcati. E, certo, il meccanismo anti-spread serve, quanto meno, ad evitare “colpi di testa” quali quelli a cui ci hanno abituato le agenzie di rating, che sfuggono non solo (ovviamente – ?) al controllo dei governi (?), ma anche ad ogni principio di trasparenza e responsabilità (come del resto gli – stessi – mercati – ?). Ma con la decisione di intervenire in una chiave puramente “mercatista”, ovvero assumendo una misura utile a regolare (esclusivamente) il rapporto tra i debiti e la speculazione, i leader (?) europei hanno sancito ancora una volta l’egemonia (culturale) del mondo delle borse sui paesi “reali” (e, dunque, della finanza sulla Politica). Che aspettano ancora, appunto, misure per la crescita. La loro. Quella che – assicurando stabilità anche sul piano “finanziario” – tocca (direttamente) la vita dei cittadini. Che purtroppo ai tecnocrati di tutto il mondo – nominati dalle élite – bancarie – e mai “passati” per un voto popolare – sembra interessare poco.

Cara Fornero, ciò non è modello tedesco Il governo punta ‘solo’ ad abolire art. 18 E non (ri)genererà (ancora – la) crescita Ma permetterà ad imprenditori di salvarsi Ora basta (/di) prendere in giro lavoratori Germania: “operai” partecipano decisioni E viene consentito formarsi per rientrare Formazione x innovazione unica chance

marzo 15, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E l’entrata in vigore dei nuovi ammortizzatori nel 2017 (!) – anche in mancanza della necessaria copertura economica – dimostra che il governo non fa affatto sul serio, se non nell’intendimento di “cambiare” (che significa svuotare) l’articolo dello statuto dei lavoratori che difende la loro libertà (di fronte ai propri datori di impiego). Stabilire che il reintegro scatterà solo per motivi discriminatori, e prevedere indennizzi che andranno – è facile immaginarlo, a crisi economica non (certo da questo) modificata – sempre riducendosi – è tecnicamente, una presa in giro dei lavoratori, perché la discriminazione prescinde (“già”) dall’art. 18 (nel senso che chi venga licenziato per quel motivo, già oggi viene reintegrato e dovrebbe esserlo anche in mancanza di art. 18), ed è presidiata dalla nostra Costituzione; che verrà – piuttosto – contraddetta (ulteriormente) da una (mancata) disciplina dei licenziamenti che peggiorerà, e non il contrario, le condizioni attuali di quello che tutti si ostinano a chiamare “mercato” del lavoro, e che coinvolgendo la vita delle persone dovrebbe essere invece riconcepito come un luogo nel quale ci si apre agli altri e si cercano soluzioni condivise, ma non (tra i cartelli di interesse) in una falsa concertazione, bensì (tra “lavoratori” imprenditori e dipendenti) nel definire i percorsi di uscita dalla crisi delle aziende senza scaricare tutto il peso sul lavoro (in tutti i sensi). La Germania è lontanissima dal modello Fornero, caro ministro. In Germania i lavoratori partecipano ai consigli di gestione delle aziende; la loro mobilità è “interna”, nel senso che non vengono licenziati bensì restano a disposizione delle (stesse) imprese (nelle quali lavoravano) fino a quando migliori condizioni economiche – che loro stessi, restando nell’ambito dell’azienda alle cui decisioni partecipano, avranno contributo a determinare – non consentono un (immediato) reintegro. E’ vero che noi abbiamo il problema di creare nuovi posti di lavoro; ma la (mancata) soluzione prospettata dal governo non crea nuovi posti: mantiene il numero attuale, solo scatenando una competizione efferata tra un maggior numero di persone (coinvolgendo, questo sì, anche i giovani: ma facendo in modo di ridurre/) riducendo le tutele non solo (però) per chi oggi ha già il posto (? Allo scopo di far entrare gli altri) ma ponendo una ipoteca definitiva sulla (in)stabilità (delle vite) di tutti i lavoratori del futuro, che non avranno più alcun impiego a tempo indeterminato. E tutto questo senza offrire loro in “cambio” (? Si può scambiare qualcosa per la vita di una persona? Perché di questo, si parla) nulla, per gli ammortizzatori “ritardati” e vacui e perché non si offre alcuna alternativa “immediata” al lavoro. Mantenendo gli ammortizzatori (puro) costo (a “fondo perduto”. E destinato per questo ad essere cancellato al prossimo colpo di vento – di crisi), sprecando l’opportunità di tramutarli (anche la cassa integrazione) in un investimento (proficuo!) per la costruzione del futuro; ed affidando ad improbabili corsi – che faranno la fine degli attuali stage – una (inefficace) ripreparazione per un nuovo inserimento che – non determinando tutto questo alcuna crescita: ci spiegate quale sia il passaggio? Noi, vi abbiamo spiegato che la riforma del lavoro è decisiva per farci ripartire. Ma non una “riforma” purchessia, ma “la” riforma nel senso dell’innovazione – non ci sarà. In Germania, al contrario, chi non lavora si forma (sul serio); e noi possiamo farlo in modo ancora più incisivo nel senso della crescita proiettando tutto questo nella chiave (“ideologica”) dell’innovazione: imprese nella possibilità di licenziare, ma solo a Pil in crescita (altrimenti si dà luogo alla carneficina alla quale rischiamo di avviarci con questa – mancata – riforma) e dopo che sia stato istituito un sistema di formazione continua – in uno ‘sforzo’ congiunto delle imprese e dello stato – alla quale i lavoratori accedono “alternativamente” in un periodo (definito) di sospensione del lavoro per tornare poi (avvicendandosi con i loro colleghi) negli stessi (?) posti rinnovati nelle imprese che – coordinate dal governo – si stanno impegnando per innovare; e in cui esprimere tutta la (“rinfrescata”) competenza e spessore acquisito (anche per un arricchimento della propria vita! E non solo in chiave tecnico-funzionale) grazie alla formazione. Così si fa la crescita! Una crescita inarrestabile. Ma bisogna avere passione (per capirlo). E la tecnica – e questi tecnici – non ce l’ha. Ha lo stesso aplomb autoreferenziale (o referenziale nei confronti di interessi – particolari) – ben manifesto nella scortesia e nell’”arroganza” (così definita da Susanna Camusso) di alcuni suoi rappresentanti – della politica politicante (che, del resto, la sostiene). E senza passione (umana) non c’è Politica. E senza Politica l’Italia non si salverà.

Il governo ascolta (di nuovo) il Politico.it Ora Italia ha (preso) posizione sulla Siria Ecco il pezzo che l’ha spinto a ‘muoversi’

marzo 13, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

In Siria migliaia civili vengono massacrati. (Assordante) silenzio di Europa (‘e’ Italia). Non cresceremo se non farà nostro Sud. E Sud può rifarlo guardando a nordAfrica. (Ri)fare Mediterraneo culla innovazione. Ma per poterlo va aiutato popolo siriano. di MATTEO PATRONE e DESIREE ROSADI Read more

(Oggi siamo ancora) la Repubblica della corruzione di Franco Laratta

febbraio 3, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma torneremo ad essere la culla della civiltà. Giulio Tremonti, nel suo nuovo libro, attribuisce la (ir)responsabilità del declino del capitalismo – e delle istituzioni democratiche (?) su di esso, a dire il vero, (af)fondate – alla sua deriva ‘finanziarista’, al distacco della ‘macchina dei soldi’ dalla nostra realtà (comunque economica). Individuando peraltro nel tornare sui (nostri) passi compiuti in questo senso di stravolgimento della nostra economia (ma ad un livello ancora superficiale rispetto al recupero del suo concetto originale. Che è quello di un’economia al servizio di una ragione – di vita – più alta; non più fine (ma mezzo), e tanto meno fine a se stessa, ‘come’ la finanza), la possibile soluzione (“strutturale”) alla crisi. Ma il distacco al quale fa riferimento Tremonti rischia di essere ‘rintracciabile’ nella stessa natura di ‘macchina’ (finanziaria ma anche – quando ‘angustamente’ cessa di essere mezzo e diventa fine – ‘economica’) del capitalismo, che mette al centro delle nostre vite (? Appunto. Determinando un effetto di sterilità im-morale) l’esclusivo arricchimento (? Materiale). E a quale condizione è destinato, un Paese – non, un (‘semplice’) mercato – che si affida alle dinamiche economiche e finanziarie come unica ‘ragione’ (?) della propria esistenza, rinunciando non tanto ad una possibile ‘regolazione’ – che presuppone comunque una certa subalternità – ma alla necessaria primazia e leadership della Politica (cioè dei suoi cittadini con le loro esigenze più profonde)? Giulio Tremonti è anche l’ultimo ministro dell’Economia di una serie di governi (di una destra antitetica rispetto alla sua tradizione storica) anti-italiani. Una destra che nel (non) esercitare le proprie prerogative di guida del Paese, non ha mai davvero messo il bene della nazione in cima alla propria scala di priorità. Se a quella crisi di vocazione vista sopra si accompagna - o meglio se essa è, a sua volta, (con)causa di – questa perdita di spirito nazionale, come (di)mostra appunto il declino (non elettorale, certo, ma ‘solo’ per colpa della sinistra) della destra (il)liberale italiana, in che cosa può trasformarsi, quel Paese – privato di ogni “ragione più alta” – se non nell’imper(i)o, sì, ma della corruzione (dove come abbiamo detto – ma repetita iuvant – l’unico fine, anzi, valore – Monti dixit – è l’accumulo di ricchezza, e in quanto valore – “supremo” – giustifica qualsiasi mezzo)? Ecco allora che la soluzione a tutto questo non può che coincidere (non con un semplice reset che faccia ripartire poi lo stesso conto – alla rovescia, in tutti i sensi, ma) col (ri)darci una prospettiva non più solo economica (ovvero economica ma nel suo senso originale, oggi superato e dimenticato) ma (appunto) più alta; e a quale obiettivo – o vocazione – specifico può rivolgersi, la nazione che è già ripetutamente stata, nel corso della propria Storia, la terra in cui si sono decisi i destini del pianeta, se non a quello di tornare ad essere il luogo in cui si (ri)genera, attraverso il recupero di una dimensione etica e filosofica, la nostra (possibile, nuova) civilizzazione? L’imper(i)o della corruzione, ora, magistralmente descritto dal deputato del Pd. di FRANCO LARATTA*
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Mondo parla lingua (inglese) di economia E’ dominato da tecnica e (suoi) mezzi (…) Mondo (virile?) che coltiva strumentalità (‘Sole’) donne possono ‘salvare’ umanità E’ momento d’affidarci a loro (Politica) (?) D’Amico: ‘(Civilizzazione) dipende da noi’

gennaio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’astrologia, contrariamente alle credenze di chi pensa che la vita (?) sia fatta (?) di sola materia, consente una profondità di lettura della realtà che nessuna scienza ‘ufficiale’ può offrire. E l’astrologia ci dice (o ci conferma, argomentandolo) che l’essere umano è formato, nella sua essenza, da una sorta di bipolarità (complementare): il maschile e il femminile. Simbolicamente, il Sole e la Luna. Che combinati insieme – e “solo” loro – formano l’Uomo nella sua “”"forma”"” matura. Ebbene, non sorprenderà i piu’ sensibili e acuti tra le nostre lettrici e i nostri lettori, scoprire che le ultime “ere” della vita sulla Terra sono state “dominate” – invece – da altre simbologie. A cominciare da quelle legate a Marte e – oggi - Mercurio. Il pianeta della guerra, il primo, e il pianeta dell’intelligenza, sì, ma non spirituale (Nettuno), morale e filosofica (Saturno), creativa (la stessa Luna, con Plutone), bensì “pratica”. La “velocità” (ma a rischio di essere un po’ fine a se stessa, e superficializzante, mercuriale) in luogo della riflessione e della profondità. E della (nostra, possibile) (ri)generazione. Mercurio, in particolare, rappresenta la comunicazione (?). (Punto di domanda) d’obbligo perché la comunicazione (e non la sua tecnica), in quanto “scambio” (non – solo – commerciale…) di contenuti della (nostra) vita, atterrebbe alla (completa) sfera umana (appunto Sole e Luna); e invece l’uomo, sostituendoli ai contenuti, si è lasciato a sua volta “sostituire” dagli stessi mezzi per comunicare che non piu’ usa, bensì dai quali viene “utilizzato” e plasmato (deformato) a (“loro”) “piacimento”. La prossima “era” sarà invece (ri)generata dal simbolo lunare. Se il mondo maschile (ma tutt’altro che ‘virile’, almeno nel senso piu’ aperto e completo dell’aggettivo) “promette” di portarci, nostro malgrado, alla (auto)distruzione, il mondo femminile potrebbe consentirci un nuovo inizio, o, per l’appunto, una (ri)nascita. Avremo modo di sviluppare Politicamente il ‘filone’. Diciamo intanto che la prima, saggia scelta che il Paese potrebbe fare - anche non credendo a quella pre-visione – è affidarsi senza piu’ esitare alla guida delle donne: quote sì, da “oggi”, ma di uomini. Se il prossimo presidente del Consiglio sarà una donna – e perché ce l’avrà fatta, e non per un deterministico e sterile compromesso calato dal…basso tra uomini - il giornale della politica italiana ne sarà felice. Altrimenti faremo in modo di creare noi questa condizione per il futuro. E comunque chi abbia a cuore l’interesse – e il bene – dell’Italia e non solo, sostenga il piu’ possibile la libera partecipazione delle donne e, auspicabilmente, una loro assunzione di responsabilità nella forma, “diretta”, della leadership (complessiva). Libera partecipazione che le donne devono conquistarsi – o non sarà libera, né vera partecipazione – e – ‘suggeriamo’, paternalisticamente (…), loro - cambiando obiettivo: non avendo piu’ (come non è piu’ necessario) la propria (“parziale”) “emancipazione” come traguardo “intermedio” (raggiunti i risultati che il “movimento”, che suggeriamo non debba piu’ avere la non-ambizione di limitarsi ad essere tale, ha raggiunto nel corso del tempo, la donna oggi è nella condizione di aspirare direttamente ad un ruolo di guida che vada oltre i confini della propria “parzialità” di genere), bensì la ‘presa’ del Potere tout court (per ri-generarlo in Politica e fare in modo che smetta di essere fine a se stesso). ”Soluzione” che gli uomini onesti e responsabili hanno il dovere di favorire (senza vanificare, anelando ad ‘imporsi’, questa necessaria assunzione di responsabilità). Nella loro attuale posizione di maggior potere. E uno dei modi per ‘favorirla’ – in questa modalità virtuosa - è aderire finalmente ad un compiuto riconoscimento dei diritti delle donne (palesemente, comunque, non ancora avvenuto), al pari di quelli di tutti. Tra questi, anche quello ad abortire; che saranno le donne, una volta assurte al potere, a coniugare con una organizzazione politica e sociale tale da scongiurare il piu’ possibile questa non auspicabile - e dolorosa. Innanzitutto per loro – eventualità. E poi il diritto a potersi unire, civilmente, con altre donne. Con il placet (e non solo il nulla osta – ?) della società. Ovviamente quest’ultimo caso vale per entrambi i sessi. Ma è (sarebbe; sarà) una conquista “femminile” quella, di civiltà, della cessazione di ogni discriminazione sulla base del nostro orientamento sessuale (perché di questo, stiamo parlando: se è vero che il tema del riconoscimento pubblico delle coppie ‘di fatto’ sottende alla questione del riconoscimento o meno della piena eguaglianza delle persone omosessuali). In una società governata dalle donne, ci giureremmo, di discriminazioni come questa (e non solo) non dovremo piu’ sentire parlare. Non è dunque (affatto) un caso che accada con (e su sollecitazione di) due donne che rilanciamo, oggi, nell’a-patia (appunto) collettiva che “consiste” nel pensare (?) che la crisi economica si possa risolvere con gli (stessi) strumenti (ancora – !) che la hanno determinata, il tema dei diritti. Compreso quello all’obiezione di coscienza. Marilisa D’Amico è presidente della commissione Affari istituzionali del consiglio comunale milanese. Ma anche avvocato con una lunga esperienza proprio nel campo dei diritti civili. Chiara Lalli professore universitario, ed è appena uscito il suo ultimo libro dedicato, per ‘contro’ (non – ? -, speriamo d’ora in poi non piu’, in tutti i sensi), all’obiezione di coscienza. Le ascoltia- mo. di Luisa MERLINI, Alessia FURIA Read more

Italia non cresce se non cresce suo Sud Monti gira Europa non sapendo che fare Quel che serve ora è prospettiva Politica Cecita’ su Primavera araba grida vendetta La Libia non e’ soltanto quel loro petrolio Mediterraneo puo’ tornare centro mondo

gennaio 20, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Onesto e responsabile non è lasciar correre nell’indifferenza. Ricominciamo, piano piano, a rimettere le cose al loro posto: ribellarsi all’autoreferenzialita’ di una politica che, pensando a se stessa, non ha saputo accorgersi – negli ultimi venti, trent’anni – delle potenziailità del suo Mezzogiorno, e della necessità di intervenire “su” di esso per potere immaginare uno sviluppo (dell’intero Paese) del quale del resto a quella classe “dirigente” (?) non e’ mai (davvero) interessato, non solo non è incivile, ma rappresenta, piuttosto, un atto di amore verso l’Italia. Se i siciliani scelgono questo momento, non è casuale: la sopportazione di una classe “politica” (?) che – ad esempio – nella figura del presidente della nostra quarta Regione per numero di abitanti, rimanda al mittente le richieste dei lavoratori invitandoli a rivolgersi a Roma, e la certezza che farlo non porterebbe a nulla, non avendo – i lavoratori della Sicilia – nemmeno non diciamo un contatto, ma un lontano riferimento nella classe “dirigente” (ancora: ?) “nazionale” (?) – “costringendoli” così “direttamente” (in realtà dopo lunghi anni di difficile, nella concretezza della propria vita, paziente – e questo, semmai, è meno responsabile – laisser faire) alle azioni di protesta a cui assistiamo in queste ore - non sono nient’altro che la cartina di tornasole di anni e risorse buttate, di compiaciuto crogiolarsi di eletti e clientele di quest’ultimi che hann vissuto alle nostre spalle succhiandoci non solo le risorse che via via andavamo producendo, ma soprattutto quelle che avremmo potuto produrre se, al posto loro, ci fosse stata una classe dirigente onesta e responsabile; che facendo Politica - e non coltivando clientele - avrebbe subito individuato nel nodo e, insieme, nel possibile volano di un clamoroso ribaltamento di prospettiva rappresentato dal nostro sud, un’occasione alla quale dedicare prioritariamente le proprie energie; come fece Alcide De Gasperi nell’immediato dopoguerra, quando con la sua riforma agraria, che mise nelle mani e nella disponibiità di coloro che li lavoravano gli appezzamenti terrieri del Mezzogiorno, creo’ le condizioni per un rilancio economico del sud a cominciare dalle sue classi piu’ deboli. Ma nell’anno della primavera araba osservare questi signori procacciare “cibo” (in senso ampio – ?) per loro stessi e per i 1500 dipendenti della Regione siciliana – che sarà la quarta regione d’Italia per numero di abitanti, ma non in questa (s)proporzione - per non parlare delle clientele sparse nel resto del Paese – mettendoci, per assecondare le proprie pigrizie, fuori dall’autostrada di una Storia che puo’ tornare a vedere nel Mediterraneo la propria fucina, è qualcosa che non possiamo piu’ sopportare e che, infatti, ”costringe” finalmente i siciliani a ribellarsi. Ma ora e’ la Politica, a dover raccogliere quel grido di esasperazione; sapendo che farlo è l’unico modo possibile per assicurare uno sviluppo a questo Paese: perche’ se il sud non cresce, non cresce l’Italia; e la sola alternativa possibile al fallimento diventa allora necessariamente la secessione leghista. Siccome noi, che vediamo le straordinarie potenzialità della nazione posta esattamente – in primo luogo con la sua isola maggiore! - al centro di questa ideale culla (in tutti i sensi) del mondo, non possiamo né assecondare questa deriva né lasciare che i nostri politicanti – o tecnici autoreferenziali – attuali la propizino persistendo nella propria passività, il giornale della politica italiana torna a mettere – generosamente – sul tavolo del dibattito pubblico la proposta (insieme alta e concreta) concepita e avanzata nei giorni in cui anche i libici decisero di ribellarsi al regime di Gheddafi, la scorsa estate, e che – sia pure tra copiaincolla, attestati di apprezzamento e la sola mossa concreta di Paolo Scaroni che tenta di fare con Eni quello che dovrebbe fare l’Italia: unire le due sponde del Mediterraneo per riportare qui – e tra Europa e Africa – il centro degli scambi, commerciali e culturali, del pianeta - resta ancora – per quello che riguarda la politica politicante – lettera morta. Non è nei corridoi delle cancellerie europee, e nemmeno nelle salette riservate della City, la risposta alla nostra attuale difficoltà ad uscire dalla crisi, presidente Monti; bensì nella Politica. E Politica, oggi, in Italia, significa Mezzogiorno. il Politico.it lo sostiene (almeno) da quando a Palazzo Chigi (si) (ri)s(i)edeva ancora Berlusconi. Nell’anno della primavera dei nostri fratelli della sponda sud, anche il come, una volta tanto, è lì servito come su un piatto d’argento. Si trat- ta soltanto di saperlo – perchè lo si vuole – vedere. Read more

Futuro dell’Italia. Collaboriamo per un (alto) obiettivo comune Patrone

gennaio 7, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il nervosismo di Monti: “Spread oltre 500? Colpa dell’Europa, che non si muove. Oggi nessuno puo’ fare da solo”. E (quel che e’ peggio) Passera: “Il presidente del Consiglio ha ragione, la Merkel si smuova: piu’ poteri alla Bce”. Come non pensare ai loro predecessori a Palazzo Chigi e all’Economia, antesignani dello scaricabarile sulle istituzioni comunitarie? E’ con l’onesta’ e la responsabilita’ che lo contraddistinguono, che il Politico.it decise di sostenere la nascita dell’esecutivo guidato dall’ex commissario Ue, pur considerandola un atto di ripiegamento (della Politica) e denunciandone i “vizi” anche formali. Perche’ in quel momento, andare alle elezioni senza avere prima messo una pezza avrebbe significato quasi certamente il tracollo; e le caratteristiche di serieta’ e di indipendenza – nonostante una certa “organicità” ai poteri economici, dimostrata anche dai criteri delle scelte nella composizione della squadra di governo - facevano di Monti figura nella quale riporre la speranza che – senza poterci portare al di là del guado - avrebbe potuto pero’ allungare i tempi in cui mettere in campo soluzioni reali e “definitive”. A distanza di poche settimane, tocca agli stessi mercati – peraltro, a loro rischio e pericolo – ribadire cio’ che il giornale della politica italiana sostiene da tempo: ovvero che allo stadio attuale semplici aggiustamenti come quelli prospettati dal governo - nel nostro Paese ma non solo, a cominciare ovviamente dal resto d’Europa, culla – peraltro – dell’Umanesimo - non sono piu’ sufficienti, e che l’unica chance di salvarci é concepire un (effettivo) cambio di prospettiva. “Se le stesse forze progressiste, che hanno a cuore il destino dei piu’ deboli, non escono dalla logica dei forti, basata sul solo principio (economico) dell’arricchimento individuale, nella quale saranno sempre e comunque questi ultimi, ad avere la meglio, il mondo non cambiera’”, scrive Mazzini nel 1860. 150 anni piu’ tardi, passato il secolo in cui i partiti di sinistra – cosi’ come, purtroppo, li conosciamo ancor oggi – hanno raggiunto l’apice (?) della propria parabola sotto le (mentite?) spoglie dell’ideologia marxista – senza, evidentemente, riuscire a (ri?)cavarne granchè – la profezia del padre della Patria non solo trova conferma, ma puo’ essere considerata, in qualche modo, “definitiva”. Il tema è dunque uscire da quella logica (esclusivamente materiale); smettendo ad un tempo di pensare che le cose possano
migliorare contrapponendoci gli uni agli altri; pretendendo di guidare una società avendo dietro di se’ solo una parte (“armata”) di essa. Il modo per uscire da questa impasse, scriveva Mazzini, e’ “trovare una (comune) ragione piu’ alta’”. Politicamente, passa attraverso l’ambizione – e l’altezza – di (ri)pensare al/ il futuro. E di ispirare la stessa proiezione nei nostri connazionali. E’ anche il modo per assicurarci, da subito, un presente un po’ piu’ sereno, per tutti. All’interno di MATTEO PATRONE Read more

Ecco come si rigenera (nostra) economia Una crescita che nessuno ‘sa’ come fare Il sistema rifondato ora sulla innovazione Formazione continua ad integrare lavoro ‘Motore’ istruzione più avanzata a mondo Italia tornerà ad essere culla della civiltà

dicembre 9, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il governo Monti è nato per rimettere a posto i conti, nel solco della tradizione dell’azionismo italiano che nell’ultimo ventennio, con Ciampi ma – in fondo – anche con Giuliano Amato e Romano Prodi (pure, “apparentemente”, ”figli” e protagonisti di altre “storie”) ha rivisitato il proprio ruolo di “collante” della patria e di borghesia illuminata al servizio della “salvezza” del Paese dedicandosi appunto al nodo-punto di rottura di oggi: la tenuta del bilancio. Come scrive Gad Lerner ieri sul suo blog, non avrebbe potuto/ potrà fare altro e/ o di più. Per due ragioni. La prima è che, appunto, a questo lo consacra la propria eredità culturale e la – conseguente – propria formazione “personale”. In secondo luogo, si tratta pur sempre di esponenti di una generazione che, se non ha direttamente provocato l’attuale crisi, di certo non si è “accorta” che i propri “coetanei” lo stavano facendo, e non ha avuto la forza di proporre “alternative” e, comunque, di fermare la deriva quando cominciava a presentarsi, e quando sarebbe stato meno impegnativo, dispendioso e maggiormente efficace farlo. Non possiamo aspettarci “colpi di reni” da personalità dotate di grandi competenze che non hanno però mai messo in campo, appunto, una vera leadership Politica. E, tuttavia, ciò non basterà – ancora una volta, perché come si sa abbiamo già tentato tutto questo, con i due governi presieduti da Romano Prodi – perché, come il giornale della politica italiana ha indicato prima di tutti, i conti sono destinati a tornare nella loro attuale criticità se non sarà stato concepito un completo ribaltamento di piano che, insomma, ci consenta di uscire da questo tira-e-molla “affidato” alla minore o maggiore responsabilità del governo di turno e, come vediamo, alle intemperie dell’economia mondiale. L’Italia ha un solo modo per uscire “definitivamente” dal pantano: decidersi a smettere di correre (solo) ai ripari, magari quando rischia di essere (prima o poi) troppo tardi, e, invece - badando bene naturalmente a compiere ogni passo, comunque, con saggezza ed equilibrio – “uscire allo scoperto” (non, in questo caso, per carità, in termini tecnico-economici. Anzi!) e smettere di “navigare a vista”, ricominciando a disegnare una propria rotta nella fiducia, e nella speranza (per tutti), di essere seguita anche da altri Paesi. Gli Stati Uniti, la Germania (sia pure in misura “minore”), hanno oggi pochi margini (ulteriori) per compiere uno “scarto” e rimettere in moto la loro economia, perché veleggiano ai ritmi attuali con il motore pressoché a mille; ma l’Italia, l’Italia tiene, tutto sommato, il mare con la scialuppa (di salvataggio?) che le è “rimasta”, in buona sostanza – salvo gli sforzi “solitari” di imprese che nessuno ha pensato di coordinare e mettere a sistema - dagli anni Settanta. Se le nazioni delle Silicon Valley, dell’economia sociale di mercato, le hanno già provate “tutte” e hanno “scoperto” che questi sono i loro (attuali) limiti, l’Italia è in una condizione – paradossalmente – più vicina – in potenza, s’intende – a quella dei cinesi o degli indiani. Perché i margini per “insistere” sulla strada sulla quale loro lo stanno facendo ora, e che ha fatto la fortuna – e continua a consentire punte di eccellenza – soprattutto degli Stati Uniti, sono ancora, per ciò che ci riguarda, completamente “inesplorati”. E le nostre risorse “di base”, quelle che, impastate in un certo modo – quello appunto che stiamo per indicare – danno più o meno chance di “esplodere” (positivamente) nel senso in cui ci si stia muovendo, sono tra le migliori al mondo. Il nostro è un grande Paese, che senza avere bisogno di ricorrere alla progressiva riduzione dei diritti delle persone che lavorano – al contrario! – che sta aiutando la doppia cifra cinese, può mettere in campo le proprie incredibili risorse umane, penalizzate, ma non ancora “vinte”, da un ventennio (e oltre) di scellerate politiche (anti)scolastiche e universitarie, dal vuoto assoluto di modernizzazione sul piano delle politiche industriali, da lacci e lacciuoli che – immaginate – nonostante abbiano impedito, di fatto, ai nostri giovani di “muoversi”, non hanno potuto “evitare” che i nostri connazionali siano ancora tra i più “gettonati” – e, comunque, caratterizzati da una serie, appunto, di eccellenze – dalle altre economie; che non possono, oggi, considerare l’Italia – nel suo insieme – un partner inimitabile per quello che riguarda la possibilità di sinergie, politiche industriali e sul piano dell’istruzione, ma certo considerano gli italiani – e non per una questione “genetica”, ma di storia, tradizione, cultura (anche, contaminazione tra culture) - per quello che sono e che sono stati nel corso, appunto, della (nostra) Storia. E che oggi non “sembrano” più – ma, come detto, soltanto nella loro dimensione “unitaria” e complessiva – per la semplice ragione che chi sta sulla plancia, al comando, non ha più la lucidità per guidare una delle portaerei più grandi, e la miglior “ciurma” non riesce, da sola, a rimettere la prua della nave davanti a quelle degli altri. Al di là della (facile) metafora navale, il punto è – ancora una volta, sempre – lo stesso: vanno bene i tecnicismi, vanno bene gli aggiustamenti. Senza qualcuno di essi saremmo – ancora! – già “colati a picco”. Ma poi ci vuole la Politica. O tutto questo non porta altro che ad una maggiore resistenza in un gorgo della crisi dal quale, comunque, non si esce. il Politico.it indica la possibile via da ormai due anni. La nostra politica ci ascolta, ma poi preferisce continuare a crogiolarsi nella propria autoreferenzialità. Nell’attesa che qualcosa si muova – da parte “loro” – o nell’attesa di muoverci (noi), ecco, ancora una volta, i tratti generali di quello che peraltro la stessa eccellenza, sommersa, del nostro Paese sa, da tempo, essere la sola, ragionevole, importante via da percorrere. Oggi, badando nel “frattempo” – e avverrà in modo naturale proprio per i connotati dell’impostazione che ci daremmo – di riprendere a pensare al nostro futuro. Ecco, per la firma del nostro direttore, il pezzo con cui, il 6 dicembre 2010 (!), gli spunti proposti nel corso dell’anno precedente (!) furono portati alla “maturità” di quel progetto organico e complessivo che abbiamo convinto la politica italiana di oggi sia necessario, ma che la politica italiana continua a non avere e a non mettere in campo. Pena la sofferenza dell’Italia. di MATTEO PATRONE
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***L’Europa apra (“abbassi”) gli occhi***
E’ NELL’AFRICA (SOGNATA DA GHEDDAFI) LA ‘RISPOSTA’ AI NOSTRI MALI
di DESIREE ROSADI e MATTEO PATRONE

dicembre 5, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La jamahiriyya, il “libro verde”, la commozione e l’orgoglio con cui il raìs condivise – con le migliaia di libici scesi in piazza la sera – la “festa” per la conclusione dei lavori mediante i quali era stata realizzata quella imponente serie di canali che (ri)portava l’acqua, dai fiumi dell’”interno”, al cuore della Libia, ci consegnano – ci impongono – una revisione “completa” – e maggiormente sfaccettata – della figura dell’erede di Nasser. Perché è (proprio) così che potremo farci un’idea di quale “direzione” (geo-politica, ma anche Politica tout court, ovvero – “prima” – valoriale e filosofica) “convenga” (nel senso del suo “bene” e dell’intera umanità) “prendere” all’Italia. Anche nel tempo del dittatore erano in maggioranza, infatti, i connazionali che si riconoscevano in – o comunque che non disdegnavano come sarebbe, altrimenti, “naturale” che accada nei confronti della figura di un diktator nella sua connotazione classica, “semplicemente” autoritaria ed autoreferenziale – Muammar Gheddafi: vuoi, d’”accordo”, per tutto ciò che può essere ricondotto – al contrario – proprio al suo status – e alla sua pratica – totalitaria: la morsa ideologico-”culturale”; la (annessa) “repressione”; quella “convenienza” a parteggiare/ partecipare al movimento/ partito-Stato che forse i nostri fratelli africani hanno conosciuto per la prima volta negli anni del colonialismo fascista, quando – notava Indro Montanelli – in pieno regime, “tutti, avevamo un po’ di potere. Del quale poi, da “buoni” italiani, abusavamo”. Potere di muoversi nei “limiti” (in tutti i sensi – ?) della “macchina” dello “Stato”; senza naturalmente avere “diritto” di contribuire a deciderne il “corso”. Ma a differenza di quanto era avvenuto con Mussolini, Gheddafi, preso il potere, aveva addirittura tentato un esperimento di democrazia diretta, attribuendo a neo-costituite assemblee locali il compito di “legiferare”. I libici non erano “pronti”, e preferirono continuare a lasciarsi “guidare”. Nel - nostro, invece – tempo (dell’omologazione), che riduce la nostra capacità di pensare e, quindi, di “sentire”, dando “vita” (?) ad una società nella quale – ad “esempio” – due giovani possono arrivare a trucidare i genitori, e il fratellino, di uno di loro per un semplice “capriccio” economico e materiale; nella quale può capitare che “emuli” dei “Porta a porta” “dedicati” (?) agli omicidi (per lo più familiari) di oggi – sempre per (ancora più) futili motivi - ”passeggino” indifferenti e magari sorridenti accanto al corpo di un altro essere umano (come loro) riverso, faccia contro il pavimento, sullo stesso marciapiede sul quale, poco più in là, battono i loro piedi: in una società di questo tempo – di questo tipo; sia pure nella condanna, senza appello, del “terrorismo” praticato da Gheddafi – chiedersi (sul serio) chi, e dove, sia l’”impero del male” – e, soprattutto, nei confronti di chi sia rivolto, questo “male” - non è una domanda che – tanto più nel momento in cui l’”ecosistema” capitalistico perde colpi pure al suo interno – possiamo permetterci di lasciare a forme di radicalismo politico. E’ – invece – il tema centrale, nodale, decisivo della Politica (italiana) per i prossimi anni. E se proprio l’Africa – naturalmente – continua ad essere la principale vittima di tutto ciò (nelle sue stesse terre, ma anche nelle “fughe”, verso il Vecchio continente, di chi non vuole auto(?)-imporsi una vita di stenti e di sofferenze); se il “sogno” di Gheddafi, antitetico all’attuale deriva, era di vedere il Continente nero “sopravanzare” l’Occidente all’insegna dei valori della condivisione e della (nostra) umanità; se l’Italia - da questo punto di vista – può tornare – con il suo spirito di solidarietà oggi schiacciato e soffocato sotto le scatole di cartone (lo stesso di Olmi) di un qualunque outlet in liquidazione - il luogo da cui (ri)avviare il processo inverso; se – a partire, come viene unaninemente riconosciuto, da queste pagine – la Politica ha ormai cominciato a riprendere coscienza di sé, al punto che persino Nicola Porro, in una puntata di ”In Onda”, si pone, almeno, la questione se di questo, ci si debba occupare, innanzitutto, e non solo di come risolvere il “prossimo” “problema” (concreto e/ ma ”minimalista”, senza alzare gli occhi e avere l’ambizione di modificare il quadro); se noi pensiamo che, alla fine, in gioco c’è la Democrazia – la (vera) libertà di (auto)determinarci individualmente, non più modellati a immagine e somiglianza del target che i marchi globali volevano (ri)definire; la (vera) libertà di (auto)determinarci Politicamente, che oggi i tecnici, pure punta sobria e capace di stare al proprio posto dell’iceberg del “capitalismo eugenetico” così “isolato” e battezzato da Fabrizio Ulivieri, stanno lì a ricordarci che potremmo non avere mai avuto sul serio - e se, infine, la Politica si scuote dalla pigra illusione di poter sciogliere ogni nodo aggiungendo/ togliendo regole (e basta), aspettando che siano le “cose”, in realtà, ad accadere da sole, e - per, di nuovo, “esempio” - si fa carico di aprire l’Europa – attraverso la Sicilia – ai bisogni e, insieme, alle potenzialità di quel gigante narcotizzato che è l’Africa – e che un giorno si sveglierà - noi potremmo trovare “miracolosamente” una soluzione alle nostre difficoltà continentali (a cominciare da quelle economiche), l’occasione e la necessità di ripensare un modello culturale e di sviluppo che tenga conto delle esigenze reali, e/ perché profonde, di noi donne e uomini, contribuire, infine, a rendere vicino il giorno in cui i nostri fratelli africani si rialzeranno (da soli!), restituendo al Mediterraneo il ruolo di crocevia dei traffici, economici e culturali, del mondo. E, senza nemmeno accorgercene, potremo esserci rimessi in cammino noi, italiani, con il nostro Meridione ”risorto” all’epoca in cui il sud ospitava alcune delle più ricche ed evolute città del mondo; seguiti, ancora una volta - nel corso della nostra (grande) Storia - dall’intera umanità (M. Patr.).
di Désirée ROSADI Read more

Prima di welfare e della casta (a-’politica’) Zedda: “Tagliare enti e organismi inutili” Ebbene sì, esistono, e (ci) costano. Molto Ora e senza guardare in faccia nessuno

dicembre 2, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il primo dell’attuale classe dirigente ad avere “denunciato” la questione è Nicola Zingaretti: “La vera casta – disse il presidente della Provincia di Roma, papabile per la (futura) leadership del Pd e candidato (sostenuto anche da Veltroni!) alle primarie per la scelta della candidatura a sindaco nel 2013 (…) – non sono i (così detti: bisogna naturalmente vedere come sono concepiti e organizzati) “costi della democrazia” (ovvero quelli che, più direttamente, siamo “abituati” – di questi tempi – ad “attribuire” al concetto di casta: vitalizi, prebende e rimborsi vari, che hanno comunque anche la (reale) funzione di assicurare l’indipendenza degli eletti, e dunque una democrazia che altrimenti dipenderebbe dai flussi di denaro, e dalle lobbies, nascoste) bensì i costi (indiretti) dell’autoreferenzialità della nostra attuale classe dirigente: le loro nomine, compiute negli ultimi trent’anni, a carattere familistico e clientelare, parziale e non “funzionale”, che hanno costruito attorno al corpo – tutto sommato, snello – della politica una sovrastruttura, pletorica, inefficiente, quando non inutile, e tale da generare-costituire sprechi tout court, fatta di (appunto) (false) istituzioni, consigli, commissioni, organismi vari. Che – rimarcava Zingaretti – a differenza della politica non sono nemmeno sotto il nostro controllo, non essendo sottoposti al “vaglio” del voto, bensì figlie di nomine che – essendo d’altra parte (state) fatte dai nostri politicanti di oggi – raramente rispondono a criteri di onestà e responsabilità e sono fatte nell’interesse della nazione”. (Ovvero,) di tutti. Quando, addirittura – ma non si tratta di un’eventualità tanto rara – quegli stessi organismi non siano stati creati ad hoc allo scopo di piazzare, appunto, figli e figliastri, e dunque nemmeno in origine la loro istituzione abbia corrisposto ad una reale necessità. Che cosa si aspetta a partire da lì? Questa è la vera “casta” parassita dello Stato! Completamente inutile, inattiva, frutto e fattore di reiterazione dell’autoreferenzialità e della “corruzione” (in senso ampio) della nostra (stessa) classe politica, che naturalmente su quegli organismi, e su quelle nomine, basa anche un (proprio) ritorno, appunto, di tipo clientelare, e, in ultima analisi, il fondamento (stesso) della propria (possibile) autoreferenzialità. Se il governo tecnico – come, peraltro, anche un po’ irresponsabilmente viene sostenuto: perché d’accordo sostituire per un (breve) periodo la politica, ma sarebbe veramente inconcepibile, e inaccettabile – e rappresenterebbe la fine “definitiva” prima della politica e quindi, poi, della democrazia nel nostro Paese – che si ritenesse, cinicamente e (molto) inconsapevolmente, che la politica sia “fatta così”, che il ruolo dei politici sia (anche) “fare i propri interessi” (almeno, di parte), e che non ci si possa, debba, aspettare da essa un moto, e una riappropriazione (di sé), (anche) su questo piano - ma se, comunque, dicevamo, il governo tecnico sta lì proprio per fare ciò che si suppone la politica non sia, costitutivamente (?), in grado di fare, questo è – appunto – il (sotto)”livello” dal quale cominciare. Servono comunque i voti, in Parlamento, di coloro che quegli organismi e quelle stesse nomine hanno fatto, a cui quelle clientele risalgono? Si assumano (un’-ultima – volta) la responsabilità di votare contro: il carattere tecnico e l’estraneità, appunto, dell’esecutivo garantirà la distinzione e la chiarificazione delle “colpe”. E se questo ancora non basterà a far sì che questi signori se ne vadano, una volta per tutte, a casa – col loro codazzo di (sotto)nominati, figli e rapporti clientelari – vorrà dire che la “profezia” dell’uomo forte – come alla vigilia del Ventennio fascista – rischierà di avverarsi di nuovo. Considerate le frequentazioni del “capo” (o del simbolo) della filibusta – l’”onorevole” Scilipoti – chissà che a qualcuno di loro ciò non finisca per andare pure a genio. E, magari, sentiremo taluni – naturalmente una volta cambiato “regime” (in tutti i sensi), e quindi assicurata la (propria) sopravvivenza (a-”politica”) - dire che, in fondo in fondo, ci avevano pensato; e che quella che a noi era sembrata una spudorata autoreferenzialità, era, in realtà, tattica politica. Nell’interesse, naturalmente, di tutti noi. (M. Patr.). Read more

***Il futuro dell’Italia***
UN NUOVO RINASCIMENTO PER TORNARE GRANDI
di FRANCO LARATTA*

novembre 30, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nell’antica Roma usava dare alle personalità che si erano distinte per meriti civili, bellici e comunque per moralità, una serie di rappresentazioni pubbliche, per le strade della capitale della Repubblica e poi dell’Impero, così da suscitare, nei giovani che le avessero viste, ispirazione, desiderio e determinazione ad imitarli. Si tratta dei nostri antenati. I primi italiani! Perché non utilizzare il nostro inimitato patrimonio storico, culturale, artistico per – al posto del voyeurismo “televisivo” (perché la televisione è un mezzo e può, appunto, essere anche molto altro) di oggi che sterilizza il pensiero – cominciare a mobilitare le nostre straordinarie energie, umane e, appunto, culturali? Perché quello di cui l’area archeologica più importante del mondo – naturalmente, i Fori imperiali - con la sua non adeguata valorizzazione – avete mai visto il marketing (sì, il marketing) che veicola la (ricchissima, e utilissima a – tutto – il Vecchio continente) cultura storica degli ebrei praghesi, attorno al loro incantevole quartiere, con il loro cimitero, immaginato e praticato quotidianamente da eredi di quella tradizione motivati a dare tutto, per “conservarla”, rinnovarla e “metterla in mostra” (ma in senso alto e costruttivo)? - rappresenta il simbolo più opaco e devitalizzante – il (nostro!) Stato (di) abbandon(at)o, incarnato nella mancanza di passione, la sciatteria, il disinteresse con il quale (non) “accogliamo” (naturalmente, senza – troppo – generalizzare e “assolutizzare”) i visitatori da tutto il mondo, – non viene sostituito (da noi!) con una ripresa del nostro orgoglio di essere stati – e di poter tornare ad essere – la culla della civiltà - a partire proprio dalla “riscoperta” di quegli straordinari modelli – preparandoci a rigenerare una Storia a cui nessuno ha posto la parola fine, e che sta a noi, italiani di oggi, europei di “domani”, riprendere a scrivere? Nell’era della comunicazione, in vista della (possibile) era del ritorno alle origini (la “Luna” cancerina che rappresenta il femminile, la placenta, la creazione), quando toccherà presumibilmente alle donne assumere la guida (e Dio avvicini quanto prima quel momento! Dio, e magari la nostra politica, lasciando da parte l’ipocrisia delle quote e straripando nel dare alle italiane posti di responsabilità, restituendo al nostro governo (comune) la loro sensibilità, la loro umanità, la loro onestà: naturalmente, anche qui, senza generalizzare: ma quante donne ricordate, con le mani in pasta della corruzione e dell’abbandono del nostro “spirito di servizio”? Perché hanno avuto ancora poche occasioni per mettercele, risponderanno i cinici; e allora è giunto il momento di fare questo tentativo!), in questo tempo in cui i “muri” – in senso materiale e culturale, (geo)politico – tra le nazioni sono ormai ridotti (quasi tutti) in macerie, tutto questo si traduce, lo abbiamo scritto, non, in un “ritorno” di vetero-imperialismo, ma nel rifare della cultura – della filosofia, della letteratura, dell’arte (a cominciare da quello straordinario ispiratore di “eroismo” umano che è il – grande – cinema), della musica – il nostro ossigeno. Il deputato del Pd riprende il “filone” e ci/ si sprona a muoverci. Subito. di FRANCO LARATTA* Read more

“Non abbiate paura aprire porte a Cristo” Laicamente nostro rieducarci a Bellezza Rivol. culturale per liberare (noi stessi) Dove se non da Roma può ri-partire ciò?

novembre 28, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La tecnica è (auto)difesa; la Politica è “andare all’attacco” (costruttivo). Che, come si sa, è la miglior “difesa”. La tecnica è assecondamento delle nostre “pulsioni”, figlie delle nostre necessità. E’, insomma - già – un modo per (cercare di) salvarsi. La Politica è ridefinizione di quelle necessità e quindi di quelle pulsioni. E dunque di scrivere – e non di “subire” - il nostro destino. Nel corso della Storia la Politica ha assunto, soprattutto, la forma (espansionistica) imperialista o, comunque, bellica. L’”orizzonte” che le nazioni, fino al culmine della loro “parabola” – non a caso – coinciso con la (consecutiva) esplosione delle due “grandi” (?) guerre, nella prima metà del Novecento, sapevano e, in qualche modo, potevano darsi era solo quello – ancora una volta, in proiezione, vedremo dopo: materiale - di assecondare – a loro volta – il proprio imprinting, la loro ragione d’essere (originale), ovvero la volontà (di im-potenza) di rafforzare loro stesse (su un piano “quantitativo”) nel confronto (scontro) con le altre. E’, questa, la traduzione (im)Politica del nazionalismo (fine a se stesso). Ma oggi che ci siamo ormai addentrati, da tempo - cominciando, a nostra volta, ancora, ad esserne cambiati - nell’Era della comunicazione; con la televisione, prima, e internet, oggi, che abbattono i muri delle distanze geografiche e culturali e preparano il terreno – nel senso, proprio, che “compattano” un’aia comune libera, finalmente, dai recinti dei rispettivi “pollai” – ad un possibile futuro di “unica nazione”: il concetto di nazione (particulare) si riduce – a sua volta – ad un livello, e ad una (mancanza di) finalità, puramente tecnica: le nazioni sono, oggi, lo strumento usando il quale organizzare un confronto planetario che non ha ancora raggiunto la (piena) maturità, e il coraggio, di avvenire al di fuori delle forme, appunto, ereditate dal Novecento. In questo quadro (pre)politico, la Politica può dunque tornare a (con)formarsi come libero, e condiviso, “momento” in cui poter definire il nostro (pacifico) futuro (insieme). Il che richiede, e passa attraverso, però, il recupero di un respiro etico e filosofico progressivamente (?) ridotto, appunto, (d)al (solo) “affinamento” della tecnica; ed è solo mediante una diffusione (capillare) della Cultura intesa, anche, come (ricerca della) consapevolezza (di sé), e (della) conseguente (piena) libertà, concepita per la prima volta nel corso della Storia proprio in quelle Roma (tra gli altri, Nerone) ed Atene (a cominciare da Socrate) che – non per caso – ospitarono (“già” allora) gli esempi più avanzati della possibile, piena espressione (del concetto) di democrazia, che ciò sarà possibile e potrà porre le basi della nostra “prossima” (?), e completamente nuova, “organizzazione” (“universale”). Cultura che significa, in primo luogo e “finalmente”, riaverci da una illusione: quella per cui il benessere (materiale), e (quindi) la tecnica (per “ri-cercarlo”), possano rappresentare il nostro fine “ultimo” (in tutti i sensi?), e il “contesto” (inculturale) al quale legare il Tempo che ci rimane. Una società che – attraverso gli stessi mezzi che potremo usare per invertire, e rilanciare, la tendenza: appunto quelli di comunicazione di massa – ha – con un’accelerazione negli ultimi trenta-quarant’anni - sostituito i sensi (?) all’Intelligenza, ponendo sul “trono” (televisivo) una bellezza (superficiale) che è la negazione stessa della Bellezza (“etica” e, a cascata, estetica), e i cui “spazi” sono esattamente quelli che abbiamo sottratto (che - ci - sono stati tolti) alla nostra capacità di “sentire”, o meglio di Ascoltar(ci). La Cultura, come mezzo per raggiungere la (propria) “armonia” (individuale e quindi sociale) alleggerendoci della materialità, è l’unica (praticabile) via - rivoluzionaria - che i (a loro volta, materialisti) propugnatori (ideologici) dell’uguaglianza non hanno (, proprio per questo?,) mai saputo concepire come tale. Cultura, dunque, come mezzo per una rivoluzione. Di libertà. E per un “comunismo” (più vicino al “sogno” contenuto nel Vangelo che ad un “ideale” – ? – (di) socialismo reale) frutto non di un (altro) totalitarismo, ma di una (possibile) tensione “unitaria” (anche religiosamente, in senso – qui sì. O no? - ”tecnico”). Dalla quale discenderebbe (discenderà), ad esempio, che la nostra ricerca (individuale) di un posto di lavoro (per “noi”) non possa coincidere con la sola ricerca di soddisfazione delle nostre (strette) necessità; bensì sarà fondata, mossa, arricchita da un principio di responsabilità (collettiva). E il compito di “coordinarlo” è, ovviamente, della Politica; il modo per rialzare la testa – in via metaforica - sostituire allo Specchio (televisivo, attuale; in cui vediamo la nostra de-formazione. In senso, anche, letterale) la trasparenza di una finestra (su Noi Stessi e, dunque, sul mondo). Quando avremo visto cosa c’è (davvero), al di là, ci verrà voglia di romperlo, quel vetro. E di far entrare finalmente un po’ di aria fresca. Senza paura, come ci esortava a farlo - in questo (stesso) senso - Giovanni Paolo II, di esserne contaminati. Read more

Governo non agisce ché non sa come (?) Merkel: ‘Riforme di Monti impressionanti’ E’ (solo) un bluff nel poker coi mercati (?) In editoriali premier non c’era la crescita Mauro: Hanno (“solo”) ritmi troppo blandi Spending reviews per vedere cosa fare Ma chi ha idee chiare parte senza esitare

novembre 26, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Del resto, lo abbiamo scritto, si tratta della stessa generazione che (non) ci ha condotto fino al punto (di rottura) attuale. Come confidare che personalità che – in un modo o nell’altro – siedono nela stanza dei bottoni da trenta, quarant’anni, senza che ciò sia “bastato” perché non ci venissimo a trovare, oggi, nello stato in cui versiamo, improvvisamente abbiano la/ le intuizione/ i – latitate fin’oggi; il che rappresenta un nodo quale che fosse il ruolo che ciascuno di essi rivestiva! Se il Politico.it incide sull’agenda (della nostra) Politica utilizzando “soltanto” (dall’”esterno”) la rete, chi ha rivestito ruoli di (effettiva) responsabilità non avrebbe potuto, sapendolo fare, modificare l’andamento delle cose? – che ci consentiranno di invertire la direzione di marcia, di abbandonare la strada del declino – che, ad un certo punto, piomba nel burrone del nostro possibile default – e, tornati al bivio, (ri)prendere quella (che sale, e ”esige” impegno, e passione; ma non – necessariamente – sacrifici! Perché, tornare grandi tutti insieme, dovrebbe essere considerato tale?) della crescita e del recupero della nostra ambizione (storica) e del nostro “respiro”? Il giornale della politica italiana confidava, piuttosto, che Monti avesse in mano le carte necessarie a vincere almeno la mano (di questa partita a poker con i cowboys dei poteri forti, ovviamente senza virgolette, oggi, internazionali) della stabilizzazione – momentanea – della nostra condizione; per dare più tempo ai (veri) medici di arrivare al capezzale del malato e dargli le medicine – e i rinvigorenti – necessari a rimetterlo in piedi. E, certo, le spending review possono essere un passaggio necessario e compatibile con la prospettiva (?) di assumere prime, “limitate” misure per, almeno, non farci sprofondare, e magari ridarci un po’ di fiato. Repubblica, con il suo direttore e con Massimo Giannini attribuisce al neonato esecutivo una “lentezza” – che anche il giornale della politica italiana aveva “sospettato”, riconducendola però, comunque, alla stessa “anzianità” (“professionale”) dei componenti il governo, e dunque ad una sorta di loro (suo) anacronismo rispetto al tempo (ai tempi) della comunicazione: cosa che comunque non ci dovrebbe far stare troppo tranquilli! - a cui gli uomini di Monti possano porre rimedio semplicemente rendendosi conto della necessità, al contrario, di agire subito. E la “risposta” del ministro per lo Sviluppo economico che – sia pure “obbligato” dal precipitare della situazione – convoca le parti coinvolte nella “sospensione” dell’attività (della Fiat) a Pomigliano con quattro giorni di anticipo sul calendario previsto, può accreditare, tutto sommato, questa ipotesi (anche se verrebbe da chiedersi, pure, perché contestualmente non abbia agito con altrettanta urgenza per fornire soluzioni “complessive”. Se, appunto, i ministri hanno qualcosa da mettere in campo. Perché, appunto/). Ma chi abbia (davvero) le idee chiare; chi abbia in mente (magari da tempo, e potendo ulteriormente affinarle) possibili soluzioni; chi, soprattutto, sia in questa condizione, psicologica e Politica, per aver partecipato, come pure non è ragionevole immaginare non abbiano fatto quelli che restano pilastri della nostra nazione, a cominciare dal presidente del Consiglio - ma se le cose stanno così, non fanno che consolidare e “confermare” la nostra tesi (di fondo) – alle vicende del nostro Paese con tanta più intensità quanto maggiore era il pericolo che incominciavamo (? Meglio: che, sempre più palesemente, stavamo correndo da tempo) a correre: può avere bisogno, chi “rispetti” tutte queste “(pre)condizioni”, per “cominciare”, di vedere, ancora, come stanno (sia pure specificamente) le cose da cui partiamo? Il premier, purtroppo, aveva già lasciato trapelare una difficoltà a farsi un’idea delle possibili ”risposte” (in questo senso) nel suo impegno, precedente la scelta di Napolitano, di editorialista del Corriere: solo in tempi recentissimi, infatti, Monti aveva cominciato ad indicare nella crescita un tassello imprescindibile della nostra salvezza; dopo aver mancato il bersaglio per lunghe settimane in cui, come tutta la nostra politica, si era “concentrato” solo sull’ipotesi-rigore. E che il nostro “problema” – o meglio la nostra straordinaria, sprecata opportunità – sia invece, da molti anni – quando non e con la conseguenza dell’inizio del nostro declino, verso la fine degli anni Settanta – la possibilità-necessità di tornare ad esprimere pienamente il nostro potenziale (che resta quello) di una tra le più grandi economie del mondo (di ieri, di oggi e – tanto più nella prospettiva che indichiamo noi - di domani) -  allo scopo di poter (solo) in questo modo sorreggere il bilancio pubblico; ma anche come “pretesto” per ridefinire i nostri obiettivi e il nostro orizzonte – è chiaro da molto tempo: tanto che il Politico.it, ad esempio, ne scriveva già nel febbraio 2010. Dunque quello che oggi ci appare è che, piuttosto, il professore non abbia nemmeno le carte per giocare questa mano “preliminare”, e che i continui annunci e rinvii rischino di costituire un bluff almeno pari a quello di Merkozy (a proposito: ma quanto sono evanescenti, a loro volta?) che – per infondere fiducia (in noi) nei mercati – annunciano la meraviglia di imminenti riforme clamorose. Ma se tutto ciò che sosteniamo è vero – perché questo, poi, resta il punto – come uscirne? Il nostro progetto (qui, qui e ancora qui. Ma anche, in dettaglio, Sud e lavoro), messo generosamente a disposizione – nella speranza che, intanto, cominciasse a realizzarlo lei – di questa classe dirigente di oggi in modo aperto, disinteressato, continuamente arricchito da nuovi spunti e integrazioni (tutto alla luce delle nostre pubblicazioni qui), è figlio dell’unico, ci permettiamo di (ri)dire, pensiero forte ascoltato nel dibattito pubblico da molto tempo a questa parte. Tanto che sembra infatti convincere (persino) la gran parte della nostra attuale politica politicante: l’idea della necessità di un “progetto organico e complessivo”, fatta propria dal Pd (sia pure senza sapere poi trarre le debite conclusioni Politiche), nasce su queste pagine; il “nazionalismo necessario” (chiamiamolo pure patriottismo, se vogliamo: nei termini in cui lo raccontiamo noi, è la stessa cosa) che porta lo (stesso) segretario Democratico ad intervenire nel dibattito sulla fiducia al governo richiamando – animatamente – l’esigenza di una nostra “riscossa” (nazionale); la “nuova politica”, quella che vada oltre la rappresentanza di specifici interessi per occuparsi di fare solo il bene della nazione (traducendo-si così, inevitabilmente, nella “fine” della destra e della sinistra); i riferimenti alla necessità di (ri)educarci alla Bellezza fatti (“propri”) da Renzi; e potremmo continuare per molto: provengono tutti da qui. E, pure, la nostra politica non sembra avere lo spessore, e il coraggio (che poi sono la “stessa” cosa), per andare fino in fondo; per cogliere, e decidersi a fare proprio e – quindi – ad attuare immediatamente l’unico progetto in campo – che ovviamente “funziona” solo se messo in atto complessivamente! Proprio perché in questa chiave, quella di dare soluzioni “di sistema”, “organiche e complessive”, “insieme alte e concrete”, è stato concepito – per salvare e rifare grande il nostro Paese. Il sindaco di Firenze che ironizza, in conclusione del suo discorso alla Leopolda, sulla nostra ambizione di – così la definisce lui – “salvare l’umanità”, tradisce uno sguardo corto – non suo, ma – di tutta una classe politica, non solo italiana, che infatti non trova di meglio, per superare le crisi, che affidarsi a tecnici che – inevitabilmente – non possono che avere – quando le hanno – soluzioni “tecniche” – ovvero tecnicistiche, prive di spessore e di prospettiva – assolutamente inadeguate a fornire una risposta che non può che consistere, invece, in una Politica che torni a svolgere la propria “funzione” riacquisendo quel respiro etico e filosofico – così definito per la prima volta da Cristiana Alicata – che, solo, può consentirle di riprendere in mano i destini del mondo – oggi appannaggio degli affaristi – e di restituircelo, un futuro. Il giornale della politica italiana resta a disposizione. Continueremo a fare questa (nostra) parte. Se, alla “fine”, ciò non sarà bastato, se saremo ancora in tempo, ci penseremo. Noi.

***Temi etici. Cioè del/il (nostro) futuro***
CHI CI “OBBLIGA” A (NON) ABORTIRE
di ANNALISA CHIRICO

novembre 23, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non è necessario essere cattolici, o credere in (“un” – ?) Dio, per non considerare l’aborto come “acqua di rose”; così come sarebbe – forse – necessario essere (davvero) credenti (in Dio, incarnato – nel “nostro” “caso” - in Gesù, e non in una delle forme, deviate, di interpretazione “strettamente” (in tutti i sensi) (dis)umana e strumentale del messaggio di Cristo) per comprendere il possibile dramma di una donna che si trovi costretta a (non) abortire. Allo stesso modo il tema dei matrimoni tra persone omosessuali – e, conseguentemente (perché è ipocrita dividere le due questioni; come se il punto non fosse come e se consideriamo davvero “normali” – o meglio ugualmente diversi a ciascun altro – coloro che hanno, appunto, questa caratteristica – sessuale e, quindi, non solo) delle adozioni da parte delle coppie composte da persone dello stesso sesso – (proprio per questo) va affrontato e sviluppato nell’ambito di una più compless(iv)a riflessione su dove vogliamo andare. Sapendo che la propria libertà – anche quella di decidere (della vita. Degli altri) finisce dove comincia la loro (quella, appunto, degli altri. Si tratti di una persona LGBT o di un bambino al quale possa essere impedito di vivere un’esistenza che era stata preparata – da “chi”, nel dubitare e nel porsi con grande serietà e senso di responsabilità la questione, “non” (?) ha “alcuna” importanza. Perché riguarda la NOSTRA vita, la NOSTRA società, della quale siamo i soli detentori e, appunto, “responsabili”. Ma dobbiamo esserlo, purtuttavia, davvero – per lui. E che stava per cominciare). Quindi, mettiamo da parte il risiko dei “nostri” (in senso stretto, affatto – ?; nel senso di “nazional-popolari”, purtroppo, effettivamente) interessi (privati e politicistici); sapendo che la nostra proiezione collettiva – pubblica – nasce (naturalmente) dentro di noi. Ma nella misura in cui sappiamo porci, però, in relazione con gli altri. Con la vita. Con l’”assoluto”. O si tratta nient’altro che di un, sia pure non (necessariamente) economico, ma (altrettanto) materiale, conflitto. Di interessi. La giovane esponente di Radicali italiani ci presenta, ora, come la guerra dei carrarmatini di plastica – con tanto di bandierina (post-)”ideologica” - sulla vita nostra e degli altri continui. In questo caso – ma esistono, appunto, “versioni” opposte (in tutti i sensi. E qui, sta il problema) – da parte di quei medici (di quei ginecologi) che, di fatto, oggi – sia pure in un clima attraversato da (contrapposti) estremismi e che va, in tutti i sensi, ripensato – impediscono quella libertà di (non, anche) abortire che la loro “scelta” (che nega quella di altri, travalicando con la propria libertà la Libertà - degli altri – ?) rende obbligata. In un senso o -/e contemporaneamente, quindi, - nell’altro. di ANNALISA CHIRICO Read more

***Verso la Terza Repubblica (?)***
IL PDL FARA’ LA FINE DELLA DC (?)
di ALDO TORCHIARO

novembre 21, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nonostante gli sforzi di Berlusconi – che comunque, neppure nella sua “versione” di “padre nobile” (?), è eterno – la creatura del predellino è destinata a non sopravvivere alla fine (“politica”) del suo leader. E se un sondaggio riservato (lo “sono” tutti, ormai, anche se poi veniamo a conoscenza degli esiti di ciascuno) in una cittadina del nord riduce quello che alle ultime elezioni è stato (ancora) il primo partito italiano ad un incredibile 10%, è “impossibile” non pensare al Ppi di Martinazzoli e all’estinzione che, in una sola tornata elettorale, portò la forza che nei precedenti cinquant’anni aveva retto le sorti del nostro Paese dalla maggioranza relativa (assoluta se si considera il grappolo di partiti alleati-satelliti) a cifre dello stesso ordine. Ed ecco che l’ipotesi di Berlusconi di restituire alla forma della sua presenza in politica il nome originale – ovviamente, Forza Italia – appare – alla luce di quel sondaggio e dell’evoluzione della situazione alla quale abbiamo assistito nelle ultime settimane – non (più – ?) una scelta per rilanciare, ma la necessità di chiamare le cose col loro nome. Anche se la (“futura” – ?) formazione guidata da Alfano rischia di non poter contare nemmeno su tutte le “anime” dell’allora Fi: liberalsocialisti e destra cattolica sarebbero già pronti a dividersi, mentre, come appare evidente almeno da quando è cominciato il declino di Berlusconi, i (veri e propri) moderati magnetizzati, negli ultimi quindici anni, dalla leadership dell’ex presidente del Consiglio, sembrano attratti da un’altra forza. Centripeta. Ce ne parla l’ex volto di Red Tv e spin doctor dell’istituto Spinning Politics. di ALDO TORCHIARO Read more

Professore (che -ci- ricorda tanto Prodi) Ecco (secondo) ‘spunto’ per suo lavoro Anzi, un/il progetto organico-complessivo Siamo certi che saprà far(n)e (buon uso)

novembre 14, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

E’ “tecnico” ogni provvedimento che venga assunto con l’intendimento di sciogliere uno specifico nodo, o di determinare un primo – circostanziato – risultato, senza porsi il problema se l’”ordine delle cose” nel quale si va ad intervenire sia, nel complesso, accettabile, se vada “confermato” o meno; se, insomma, non si debba andare oltre il semplice “aggiustamento” (di possibili criticità) e concepire, piuttosto, un completo ribaltamento “di piano”. E senza porsi il problema di quali siano le conseguenze di lunga (o, se volete, “lunghissima”) gittata di ciò che si sta pro-vocando. La Politica è esattamente il contrario – ovvero fare tutto questo – ma avendo ben chiaro l’ordine concettuale nel quale “fare” (o meglio pensare) le cose: prima si stabilisce “dove” si vuole portare il proprio Paese. Poi, logicamente, si definiscono quali passaggi – nel complesso – sono necessari per condurre in (quel) porto la propria nazione. E solo a quel punto, si entra nel merito – tecnico, appunto – dei provvedimenti “attuativi”. Una Politica – ma anche una “tecnica” – che pretenda di rimettere in funzione la macchina dello Stato (e del Paese) osservando ed eclubrando su un singolo meccanismo (magari si trattasse di un meccanismo! Spesso il dibattito pubblico si limita a cincischiare di singoli interventi, senza nemmeno – mai – porsi il “problema” di ciò che possono comportare/ innescare – non solo sul lungo periodo), senza alzare gli occhi, e guardare al motore nel suo complesso – per capire come funziona, e come quindi si possa intervenire – complessivamente, e organicamente – perché riprenda regolarmente il proprio “funzionamento” - semplicemente non raggiunge il proprio (?) obiettivo. Nei casi peggiori arreca un danno – com’è avvenuto con le “toppe” (che in realtà si sono rivelate – ma chi le ha concepite un sospetto doveva averlo – ulteriori falle) al mercato del lavoro – che porta indietro lo stato delle cose di qualche “anno”, oppure arreca danni ulteriori – o stringe nuovi nodi – che rendono poi più difficoltoso (in senso stretto, ”tecnico”, appunto), assolvere alla propria funzione. Ecco. Il primo “consiglio” che il giornale della politica italiana “offre” al neo-presidente incaricato è di carattere metodologico: a quello stesso ex commissario europeo che durante una puntata dell’Infedele riconobbe che nella situazione dell’Italia – per far fronte alla gravità e all’enorme massa di problemi. Che significa, inevitabilmente, guardare oltre e in qualche modo lasciarsi alle spalle, più che “incaponirsi” su (ciascuno) di essi, questi problemi, approntando – piuttosto –  un sistema “nuovo di zecca” che faccia tesoro di quelle difficoltà e quelle criticità che si sono presentate nella nostra esperienza recente per progettare un motore che non corra più il rischio di “rovinare” nella stessa condizione. Il che ci porta a/ – vogliamo (però, anche) rievidenziare che qualsiasi Politica non può che essere pure Culturale, o non avrà mai la capacità di cambiare le cose strutturalmente, e nella condivisione di ciascuno di noi. Lo facciamo “ancora meglio” – speriamo – portando all’attenzione di Monti un pezzo, di metà settembre, nel quale tiravamo (ulteriormente) le somme dell’elaborazione di idee per il bene e per la costruzione del futuro dell’Italia, avvenuta in questi anni, e del (conseguente) “programma”/ progetto che il Politico.it ha messo a disposizione – per il momento - dell’attuale classe “dirigente” (?). Un progetto figlio di quel principio (metodologico), e basato (Politicamente) su due direttrici: la necessità di compiere un completo ribaltamento di prospettiva che faccia dell’innovazione la stella polare di un nuovo sistema- Paese; l’esigenza, imprescindibile, per salvare l’Italia e alleggerirne il peso sull’Europa (di oggi ma soprattutto futura) – o meglio per sostituire alla “palla al piede” uno straordinario effetto-trascinamento (condiviso) – di costruire un nuovo polo (geopolitico) attorno al nostro Sud. Che traini un inizio di sviluppo che sia stabile e duraturo – e però, ad un tempo, anche “avviabile”, sensibilmente, in tempi brevi – perché non basato sul culto (illusorio) in “cattedrali nel deserto” (chi avrà la pazienza di (ri)leggere la nostra proposta, si accorgerà che “è proprio il caso di dirlo”). Bensì su un processo naturale che “spinga se stesso” e che non debba essere spinto – e trainato- da (soli) improbabili sforzi (“artificiali”) della politica italiana (o europea). Parola (d)ai contenuti, dunque. E, una volta tanto, non è retorica. Read more

Ultimi paradossi populismo berlusconiano Pdl addita antidemocraticità (poteri forti) ‘Pd’ vi ri(n)corre (da sempre) per salvarsi Blair: ‘Destra/sinistra non han più senso’ Da berlusconismo esce solo con Politica Che è (“anche”) “ciò” che serve all’Italia
di GINEVRA BAFFIGO

novembre 13, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Politica che non è – naturalmente – né la strizzata d’occhio di Cicchitto alla base popolare; né coincide con la concezione bersaniana di un gioco di squadra che altro non è che l’àncora di salvataggio di leadership inconsistenti. Che sono costrette, perciò, a farsi sostituire. Nell’assunzione di responsabilità. Della guida. Che si declina - in primo luogo – nell’indicazione della strada. E nel sostanziamento del progetto. Oggi l’Italia non ha (?) né l’una né l’altro. E “deve” affidarsi alla dettatura della Bce. Rispetto alla quale comunque il profilo “tecnico” – e la stessa affinità culturale – di Monti è la garanzia, semmai, di una indipendenza che la nostra politica politicante autoreferenziale di oggi non è – appunto – in grado di assicurare. Ma così il Paese vivacchia. E non (se) ne esce. L’attuale classe dirigente non può sopravvivere a questo viatico concepito da Napolitano per salvarci dall’onda lunga della passività berlusconiana. Ovvero il momento in cui alzare gli occhi dallo Specchio – superare l’autoreferenzialità, che è un tutt’uno con il formalismo – non può essere calendarizzato oltre le (future) dimissioni del governo Monti – per mandato esaurito – o la fine della legislatura. E comincia con un profondo rinnovamento della classe dirigente. Rinnovamento – in questo Bersani ha ragione - aperto. A chi non (si) guarda allo specchi(ett)o (retrovisore). E alza, piuttosto, lo sguardo (all’orizzonte). La nostra vicedirettrice ci racconta ora l’ultimo giorno di Berlusconi premier.
di GINEVRA BAFFIGO Read more

***L’addio (?) a/ di Silvio***
E LA FOLLA URLA: “BUFFONE, BUFFONE! DIMISSIONI, DIMISSIONI!”
di FRANCO LARATTA*

novembre 12, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Al passaggio del “corteo” di auto dell’ormai ex presidente del Consiglio. Una vera e propria via crucis. Da Palazzo Chigi a Palazzo Grazioli, al Quirinale. Migliaia di nostri connazionali ai bordi delle strade per dire addio al mattatore (in chiaro – ? – scuro) della “nostra” (?) ”politica” (?) degli ultimi vent’anni. Il governo Monti, possibile – a meno di non esporre la stessa presidenza della Repubblica a “tirate per la giacca” (leggi: accuse di collateralismo) nei confronti di (presunti) tentativi ribaltonistici – solo con il sostegno (di una larga parte, almeno) del Pdl, non avrà vita facile. E lo spauracchio (ma soprattutto, ora, per la tenuta dell’Italia) del voto anticipato resta dietro l’angolo. Ma in quelle elezioni – qualunque sarà il momento in cui diverranno ineludibili – Berlusconi non sarà più, con tutta (!) probabilità, il candidato del centrodestra. “E’ una giornata storica - scrive il deputato del Pd – E’ finita la Seconda Repubblica. E’ finita la ‘discesa in campo’ dell’uomo che diceva ‘io amo l’Italia’!”. Ora, a suo dire, non la ama più. Ma, soprattutto, non lo ama più l’Italia (?).
di FRANCO LARATTA* Read more

Sta dunque per nascere I governo Monti “Scelta” dichiara inadeguatezza ‘politica’ A Mario diciamo: comincia ad/da innovare Nuova classe dirigente ri/costruirà futuro
di GAD LERNER

novembre 10, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Mario Monti è un economista apprezzato in tutto il mondo, che ci assicura un pronto “recupero” di credibilità. Ma anche una gestione capace, probabilmente, di “salvare” – momentaneamente – l’Italia dal tracollo. E dunque, in mancanza (ancora) di un Pd in grado - mesi fa – di assumere la leadership del Paese, va bene così. E, come ragioneremo in seguito con Gigi Crespi, la recalcitranza di Lega e Italia dei valori conferma la loro (più spiccata) autoreferenzialità – nella diffusa autoreferenzialità della generazione alla quale appartengono i loro “capi” – e il populismo di questi due movimenti – non a caso, nonostante la progressiva (ri)organizzazione dei separatisti – che prima verranno “riassorbiti” in due forze maggioritarie, di centrodestra e di centrosinistra, capaci di rappresentare – dandosi il solo scopo di fare il bene del Paese! Sia pure, eventualmente, a partire da sensibilità e punti di vista non del tutto collimanti – e di “rieducare” anche le istanze dei loro “popoli”, meglio sarà – in primo luogo – per la nostra democrazia, e dunque per l’Italia. Ma – premesso che ora va bene così, e il giornale della politica italiana fornirà tutto il proprio (possibile) apporto in termini di proposte e “suggerimenti” al futuro presidente del Consiglio e al suo governo – in questo stesso momento stiamo celebrando (? Anche. In tutti i sensi) il funerale di una classe “dirigente” (?) e – se di ciò non prenderanno atto i suoi “protagonisti” – della stessa possibilità (almeno in tempi brevi) di una Politica nella nostra nazione. Perché se una generazione porta il Paese alle condizioni attuali, non è (naturalmente) in grado di fornire gli anticorpi alla malattia che lei stessa ha provocato, e non ha la responsabilità di prendere coscienza di tutto ciò e di farsi – prontamente – da parte, è evidente che quella generazione ha fatto il suo tempo, e non può – onestamente e responsabilmente – avere la “pretesa” di reiterare tutto questo. Dunque con Monti, adesso. Ma un minuto dopo – dopo che il suo mandato (in senso tecnico. In tutti i sensi – ?) sarà esaurito - tornino (?) in campo le idee - e coloro che le pro/pre-pongono - su dove vogliamo (ri)portare – per il futuro! – l’Italia. Evitando di cedere alla tentazione di ricandidare senz’altro - ci rivolgiamo, naturalmente, al Partito Democratico, giustamente rintuzzato su questo punto da Goffredo de Marchis in un’intervista di qualche giorno fa a Veltroni – un tecnico che tutti confidiamo possa fornire un’ottima risposta in termini di “gestione” – e scioglimento dei nodi – dell’esistente, ma dal quale non “possiamo” (ragionevolmente) attenderci le (vere) risposte – Politiche! – a partire dalle quali cominciare a (ri)definire e costruire, appunto, il nostro futuro. Prima di passare la palla a Gad, che commenta la nomina, di fatto, del presidente della Bocconi, alla celebrazione, ancora una volta, che non entra nel merito delle questioni – dove sono i contenuti nel dibattito sulla salvezza dell’Italia? Appunto, come rilevavamo nei giorni scorsi, tutto è ridotto ad un “plebiscito” – sì o no – sulle indicazioni della Bce – portiamo l’elemento, utile, che Mario Monti ha dovuto scrivere una significativa serie di editoriali da presidente del Consiglio “in pectore”, prima di arrivare anche alla sola presa di coscienza che, oltre al rigore, era necessario agire perché il nostro Paese riprendesse a crescere (“Fare” un po’ di “archivio” per credere). Dunque, oggi l’Italia, forse, comincerà a salvarsi. Per un altro po’. Ma poi verrà il momento, finalmente, in cui torna la Politica. E, oltre a cercare di sbarcare il lunario, proveremo a lasciare un’eredità – un Paese - un po’ più significativa – e duratura! - alle generazioni che verranno dopo di noi. di GAD LERNER Read more

***L’Italia ad un passo dalla bancarotta***
CI STA TRASCINANDO NEL BARATRO (?)
di GAD LERNER

novembre 9, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Altro che avere messo “gli interessi del Paese davanti ai miei”, qual è il mantra che il presidente del Consiglio ha adottato per propagandare come qualcosa di cui dovremmo rendergli merito la (semplice) “promessa” (delle sue!/)di dimissioni fatta ieri al capo dello Stato. Come il giornale della politica italiana sospetta da tempo, a Berlusconi sembra non importare del possibile default dell’Italia; quando non abbia intravisto in questa (mancanza di) prospettiva un potenziale “modo” per uscire dall’angolo in cui si è ficcato. Il “colpo di coda” del Caimano che molti vaticinano da mesi, e che il rinvio dell’atto ufficiale di addio a Palazzo Chigi quanto meno non scongiura. Intanto, però, il Paese va a picco. Ma di questo porta responsabilità un’intera generazione, che – figlia del Sessantotto - ha gozzovigliato con/nel benessere raggiunto e che proprio per questo si (ci!) avviò – ormai trent’anni, o poco più, fa – sulla china del declino. L’uscita da tutto ciò non può dunque passare per una reiterazione neppure di quella metà (?) della nostra politica (?) autoreferenziale di oggi che in questi (ultimi. Speriamo non in tutti i sensi) vent’anni si è opposta (?) a Berlusconi. Come dimostra l’inconsistenza di un Pd che sostiene l’ipotesi di un governo di larghe intese per “fare subito le riforme necessarie al Paese”, sì; che chiedeva però anche (ormai) molte settimane or sono. Non avendo un’idea, e la forza, per seguire/compiere la propria vocazione (e ”urgenza” storica!): quella di partito erede della tradizione risorgimentale che in questa fase (appunto) storica (perché se lo statista - ma noi diremmo: l’uomo politico tout court – è colui che non pensa al presente ma alle generazioni successive la Politica è la scienza – e pratica. Umana – che ha il senso della Storia. O non è) avrebbe dovuto (dovrà) caricarsi sulle spalle l’intero Paese e, mentre lo salva, condurlo a rioccupare la propria posizione nel mondo. Il conduttore de L’Infedele, ora, sul rischio (che a questo punto è qualcosa di molto più “prossimo” e concreto)-default. di GAD LERNER Read more

***La “visita” ad Auschwitz-Birkenau***
MA NEL MONDO I GENOCIDI CONTINUANO
di FRANCO LARATTA*

novembre 8, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non solo nella ex-Jugoslavia di Slobodan Milosevic. In Ruanda. E altre e meno “visibili” tragedie si consumano – tutt’oggi! –  nel continente nero e non solo. E “noi” “sembriamo” non accorgercene. “Conserva in me il timore della sofferenza, così che io possa essere vicino a chi soffre”. L’orrore perpetrato nei confronti degli “altri” ci riguarda (?) solo quando riguarda noi (?). Come nel caso di quello che resta il momento più buio della storia – recente – dell’umanità. E, certo, l’orrore più “grande” a cui l’uomo si sia spinto nel “nostro” – civile (?) – occidente. In Europa! E solo sessant’anni fa. Il viaggio di alcuni parlamentari – tra cui il deputato del Pd - nel Campo-”simbolo” (?) dell’olocausto nazista offre a tutti noi la possibilità di una riflessione (Politica!) sui rischi della “scelta” (?) del populismo e dello (stesso, “semplice”) (ricorso alla) piazza (peraltro rievocati dallo stesso deputato calabrese alcune settimane fa). Un Paese civile non prevede fischi. Quelli (non) ascoltati (fino in fondo: o avremmo “capito”) nei giorni degli arresti di Avetrana. Ma anche quelli di piazze apparentemente Democratiche, “apparentemente” – magari! – “giustificati” e “razionali”. Il “tumulto” (che è il contrario del moto dell’anima) - elevato (?) a sistema da parte di governi irresponsabili - mantiene in atto il rischio che ciò che è stato – nonostante i “Mai più!” degli stessi (?) leader (?) democratici (?) - si ripeta (nelle “stesse” forme). “Non penso a tutto il male, ma a ciò che di bello rimane ancora”, scrive Anna Frank nel suo Diario negli ultimi giorni di “prigionia”. Noi, proprio per onorarne la grandezza, faremmo “bene” a tenerlo a mente. Sapendo che “tutto questo” può (ri)accadere – se non rimaniamo “vigili” (in tutti i sensi) – a ciascuno di noi. di FRANCO LARATTA*
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***Il potere del popolo (tutto)***
L’ITALIA (SI) AIUTI A RIALZARSI (CON) I PROPRI “ULTIMI”
di MATTEO PATRONE

ottobre 13, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Gli ultimi saranno i primi”. Ma in una società nella quale sono i primi, a volte, ad essere (gli) ”ultimi” (in tutti i sensi), qual è il destino degli uni e degli altri? Mentre il sindaco di New York offre di pagare loro il biglietto perché se ne vadano via, lontano dalla (mancanza di) Sguardo, quello di Milano – che può diventare davvero, come profetizzava Stefano Boeri, la “capitale del mondo” - restituisce le panchine al centro storico (senza braccioli che impediscano di sdraiarvisi!) ben consapevole che un Decoro senza (pubblica) dignità (in tutti i sensi) non esiste. Ma - ancora - non basta. Le persone che vediamo ogni giorno tenderci la mano (in tutti i sensi?) ai bordi delle nostre strade sono spesso (e sempre di più) persone di qualità e competenze (professionali). Perché, allora - ad un punto nel quale il welfare o (viene) cambia(to) o muore, e in cui abbiamo contemporaneamente bisogno di imprimere una spinta alla nostra economia - non legare un’assistenza i cui costi cessino di essere “a fondo perduto”, e dunque l’imprescindibile (ma reale! E sostenibile) impegno di tutti noi per tirare queste persone fuori dalla loro (attuale) condizione, con l’opportunità di farlo valorizzandone la Ricchezza a vantaggio del Paese? di MATTEO PATRONE Read more

***Il richiamo della folla***
L’(ANTI)POLITICA (RI)GENERA IL RISCHIO TOTALITARIO
di FRANCO LARATTA*

ottobre 6, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Dove l’antipolitica è, però, questa politica italiana autoreferenziale di oggi. Che con la sua mancanza di volontà, e (conseguente – ?) incapacità di concepire prospettive e di prendere decisioni (concrete), ingigantisce il vuoto di Politica e, quindi, di risposte. La bramosia, attizzata dalla (successiva) rabbia e dalla (possibile) disperazione, rischia non soltanto di creare le condizioni per una (crescente) conflittualità sociale, ma anche per/la quale può essere canalizzata (in senso deleterio) in due modi: attraverso la riaccensione di focolai di estremismo nello stesso corpo sociale, che possono (?) riportarci all’incubo del terrorismo (interno, e non senza la possibilità di pericolosi collegamenti alle forme “globali” che assume attualmente); evitando tutto questo ma attraverso quell’autorità(rismo) che, mediante il populismo – e contando su un materialismo (crescente) condizione di tutto ciò – può strumentalizzare la sofferenza che pervade la nostra comunità trasformandola in consenso nei confronti di una soluzione, appunto, antidemocratica. Ma la “medicina” non è, in un qualche richiamo all’ordine e alla disciplina rivolto non si sa bene a chi; bensì nell’assunzione di responsabilità di una politica che, abbiamo visto, costituisce il “tappo” (per usare le parole di Mieli) che ha impedito al vapore (dei bisogni della gente!) di uscire e ha trasformato il nostro Paese in una pentola a pressione pronta ad esplodere. Assunzione di responsabilità che non può che consistere in una sola scelta (dopo tanti richiami all’”azione” spentisi nel silenzio): lasciare. Ma non, soltanto questo governo. Anche coloro che, nel teatrino che (questa) politica ha messo in scena negli ultimi quindici anni, hanno fatto da spalla all’attore protagonista. E che non riescono più ad uscire dallo (sterile) cliché. Il deputato del Pd interviene evidenziando i possibili, primi sintomi di un ritorno alla foll(i)a. di FRANCO LARATTA* Read more

***SILVIOGATE*** TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE di FRANCO LARATTA*

settembre 27, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Da parte lesa nel processo ai coniugi Tarantini, il presidente del Consiglio diventa sul finire di questo settembre probabile imputato, ai sensi dell’articolo 377 bis del codice penale. Non sarebbe infatti più da ritenersi vittima di un ricatto, ma istigatore dell’indagato Giampaolo Tarantini, al quale avrebbe “suggerito” di dichiarare il falso all’autorità giudiziaria. Sappiamo tutti, sostenitore e non, che Berlusconi si è imposto in Italia e nel mondo come uomo fuori dal comune. Per intelligenza, certo. O se preferite per scaltrezza. Come è possibile dunque che l’uomo dell’impero Fininvest si sia esposto ad una fine del genere? Un uomo consapevole di essere intercettato, una figura pubblica della sua portata esposta al pubblico giudizio, come può aver lasciato delle tracce così evidenti? Come ha potuto lui, “Cavaliere” della personalissima crociata contro le toghe rosse, rendere loro il lavoro così facile? Dov’è finito il calcolo, l’astuzia? E gli amici?(!) Il premier sembra essere rimasto da solo. Bossi: un alleato di comodo in attesa delle prossime elezioni. Tremonti: un nemico in casa. Quanto agli altri, sembrano essersi dispersi nel corso che faticosamente la giustizia è riuscita a compiere in questi anni. Ne sono rimasti pochi. E difficile è dire se siano ancora da considerare “amici” del premier. Franco Laratta tratteggia qui sulle nostre colonne un quadro di “tutti gli uomini del presidente” Berlusconi, di quelli che lo hanno aiutato nella sua ascesa al potere o -per dirla come l’uomo di Arcore- nella sua discesa in campo, e quelli che invece il premier ha dovuto aiutare per mantenersi saldo sullo scranno più alto della politica italiana. di FRANCO LARATTA*. Read more

“PECCATI” ITALIANI: BERLUSCONI “COLPEVOLE”, MA NON E’ IL SOLO. LA QUESTIONE MORALE DI UN PAESE IN CRISI di LUIGI CRESPI

settembre 25, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Dopo mesi di silenzio la Chiesa sembra infine pronunciarsi contro quegli «stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica». Così il cardinale Angelo Bagnasco mette all’”Indice” «i comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui». «Mortifica dover prenderne atto», ed al contempo «rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonchè la reciproca, sistematica denigrazione, poichè è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico». La Cei dunque si scaglia contro il mondo della politica, ma anche contro la società che genera e tollera questo modus vivendi. «I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà – aggiunge il cardinale – . Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune». Bisogna «purificare l’aria, perchè le nuove generazioni, crescendo, non restino avvelenate». Parole come pietre. Ma non un solo nome. Non quello che in fondo tutti si aspettavo: quello del presidente del Consiglio. La Chiesa si dimostra oltremodo democratica nel non far ricadere su di un’unica testa la condanna di immoralità. In questo modo il messaggio potrà vantare una eco molto più grande: “così fan tutti”(o quasi?), non solo Berlusconi. Senza per questo cedere ad un fin troppo facile qualunquismo, è giusto ricordare che lo stato di rovina e la mancanza di credibilità della nostra classe dirigente sono frutto anche di ben altri, altrettanto noti, personaggi dell’arena politca italiana. Luigi Crespi nel breve affresco che segue ritrae un problema si estenmde ben oltre una persona, ben oltre un partito, in modo trasversale, auspicando un rinnovamento, una rigenerazione per il bene del Paese. Sentiamo. Read more

IL “TEAM” DI BERLUSCONI: UN CAPPELLO D’ASINO AL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE di GAD LERNER

settembre 25, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Se i neutrini superano la velocità della luce, le notizie sul web non sono certo da meno. Soprattutto se nel dover rivalutare la statura del genio di Einstein, ci troviamo di fronte all’imbarazzo di ben altra “ignoranza”. Alla stupefacente notizia del Cern è seguito infatti un pomposo comunicato del ministero di Viale Trastevere, che nello sciorinare l’eccellenza della ricerca italiana (quasi fosse merito di uno Stato che la sostiene) riesce piuttosto a sprofondare in una gaffe abissale. A detta della Gelmini lo Stato italiano avrebbe finanziato un tunnel di collegamento Ginevra-Gran Sasso (una megaTAV?!) e lo avrebbe fatto con solo 45 miliardi di euro (che il ministro è convinto di aver ceduto ai fisici per farvi correre al suo interno i velocissimi neutrini). Il team di Berlusconi riesce sempre a sorprendere (o forse no). E forse e proprio questo il problema. All’interno, di GAD LERNER. Read more

‘Obiettivo’ (finale) ‘mondo unica nazione’ Non ci si arriva aprendo strada a conflitti Vaneggiando di “libera (?) circolazione” In vasi (sì) comunicanti (ma,ora) diseguali Il nostro contributo sarà rialzarci in piedi Aiutando a farlo (anche) Continente nero E torneremo a guida nuova Civilizzazione

settembre 25, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

I buonisti di casa nostra sono, in realtà, i peggiori nemici dei nostri fratelli di altri Paesi. Con la loro “pretesa” ideologico-populistica di abbattere (tutte) le frontiere in un pianeta caratterizzato (ancora) da profondi squilibri e diseguaglianze – per cui la “circolazione” non può essere (allo stato attuale) ”libera” - mettono l’Italia nella triplice difficoltà di un aumento della pressione ai nostri confini, di travisare completamente il modo in cui affrontare il tema delle migrazioni e di un’ulteriore esacerbazione della contrapposizione tra chi vive già qui e chi viene da fuori. Strumentalizzando gli (stessi) stranieri, piegati ai propri scopi propagandistici. Strumentalizzazione che è (anche, però) “nascondere” (o, irresponsabilmente – o marginalmente - trascurare) le potenzialità che l’Italia ha nel determinare un cambiamento delle condizioni dei loro Paesi attraverso il rilancio di se stessa e, (necessariamente) “dopo”, agendo sulle dinamiche geopolitiche. Il mercato, lo ha scritto per primo Gabriele Federici sul nostro giornale, favorisce la relazione pacifica tra le nazioni. Ma, come abbiamo (“ben” – ?) visto in questi mesi, (pre)dominando la Politica finisce per essere (a sua volta) fattore di (ulteriori) distorsioni che, incidendo sulle (stesse) dinamiche sociali (in primo luogo interne agli stessi Paesi) rischiano di riproporre gli stessi problemi attraverso un percorso (solo) più lungo. Ma un mercato che sia “affidato”, invece, alle mani, sagge e lungimiranti, della Politica può mantenere la propria funzione di “collegamento” riducendo i propri effetti distorsivi. Immaginate – come abbiamo già scritto – un’Italia che, dopo essersi rimessa in piedi (e ciò può avvenire solo se la Politica – italiana – si occupa di questo, prima – di (non) occuparsi – (che) dei problemi di altri), torni a valorizzare la propria Storia (anche diplomatica), la propria posizione (geografica) e il recupero di un “respiro” Culturale facendosi motore – con l’effetto primario di rimettere il nostro sud al centro -delle reti di relazione commerciale e culturale- del mondo – di un “incontro” tra Africa ed Europa e, a partire da questo, favorendo una “normalizzazione” – nel senso di un abbattimento delle tentazioni colonialistiche e di un aiuto a camminare con le proprie gambe -offrendo un antidoto alla narcotizzazione perpetrata dai vecchi -e nuovi- Paesi (appunto) colonizzatori- nei confronti del Continente nero – attraverso il nostro Mezzogiorno, degli “scambi” (in senso ampio) tra Oriente e la stessa Africa. E lo faccia non in nome dei (soli) interessi economici dei Paesi coinvolti, ma (ri)cominciando a vedere l’economia come leva (al servizio) di un possibile sviluppo – o progresso – più ampio, di respiro (appunto) culturale. Immaginate Paesi che, a “margine” (?) degli scambi economici, promuovano (ad esempio) progetti di ricerca comuni, in campo scientifico-tecnologico ma non solo. Immaginate un’Italia che, tornata ad essere la nazione-guida (dal punto di vista morale, filosofico) del mondo, riunisca Paesi che nella logica del (solo) mercato “rischiano” di avere ancora “ragioni” (?) per osteggiarsi, in uno “sforzo” (?) comune – attraverso anche sempre maggiori contaminazione e, appunto, scambio – per (ri)definire i nostri orizzonti. Immaginate un mondo che, a ormai un “passo” dalla propria (progressiva) (auto)distruzione, recuperi quel respiro filosofico che gli consenta di aprirsi, inaspettatamente, nuove prospettive. Utopia? Non necessariamente. Di certo (!) si può partire dall’Italia, che in “mano” a chi sappia cosa fare può tornare ad essere il luogo in cui si (ri)genera, giorno per giorno, il futuro del mondo. Ulivieri ora, sui semi di tutto questo; l’incontro tra culture nel Paese, stretto tra buonisti e razzisti (che come il presidente del Consiglio e la “classe” (?) “dirigente” (?) del centrosinistra si “tengono” – e alimentano - a vicenda), di “oggi” (?). E’ il giorno del cinema sul giornale della politica italiana. Il giornale di Attilio Palmieri, il giovane e talentuoso critico de il Politico.it, e del nostro professore. Il cinema chiave – attraverso la Politica – della costruzione del futuro. di FABRIZIO ULIVIERI Read more

DIECI DOMANDE A SILVIO BERLUSCONI di FRANCO MONTORRO

settembre 23, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il Colle in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno scolastico lancia un appello alla coesione nazionale di fronte al «peso delle gravi difficoltà che l’Italia sta affrontando». Coesione nazionale, giustissimo. Ma alle istanze ideali è anche giusto contrapporre la concretezza dei fatti, quella che vede il Bel Paese costellato da realtà plurime, talmente distanti fra loro a livello concettuale da avere come unica incidenza il verificarsi sullo stesso territorio. Realtà fisicamente limitrofe, se non sovrapposte, che funzionano a compartimenti stagni. Non si contagiano. Non si  conoscono. O meglio solo talune ne conoscono di altre. Di Silvio Berlusconi a quanto pare non sapremo mai abbastanza. Ma quanto e cosa sa della vita della maggior parte degli italiani Silvio Berlusconi? Che idea può essersi fatto l’uomo di Arcore sui cittadini, sulla loro vita, sui loro problemi quotidiani? Non sarà un concetto di  vita italiana alquanto alterato dalla sua personalissima esperienza del vivere? E soprattutto, un leader così distante dal popolo che intende governare, è in grado di interpretarne le istanze?  Ce lo domandiamo da tempo –ormai da anni– ed oggi qui sulle nostre colonne se lo chiede anche Franco Montorro, che evitando una fin troppo facile risposta, rivolge piuttosto dieci domande al nostro presidente del Consiglio. Sentiamo. Read more

***SULLA SCIA DI S&P*** ESTABLISHMENT ITALIANO COMPATTO: BERLUSCONI SE NE VADA di GAD LERNER

settembre 21, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Mattinata con Bossi ed i fedelissimi della nordica alleanza. In serata lo aspetta Giorgio Napolitano. Silvio Berlusconi prova a riparare l’irreparabile. In fondo mancano pochi mesi alla fine della legislatura ed una simbolica azione diplomatica potrebbe evitare un cambio della guardia a palazzo Chigi ante tempo. I “bollettini” esteri, che declassano il sistema Italia e la sua leadership politica, non fanno che aggravare la critica situazione in cui versa il Paese. La crisi economica sembra non raggiungere ancora il suo apice. Quanto a quella politica, i due appuntamenti dei prossimi giorni sembrano preoccupare enormemente l’uomo di Arcore:  giovedì la Camera voterà la richiesta di arresto per il deputato Pdl Marco Milanese, deputato del Pdl ed ex consigliere politico di Giulio Tremonti, mentre per mercoledì prossimo è in agenda il voto di sfiducia sul ministro delle Politiche agricole, Saverio Romano. La maggioranza è inerme sotto lo scrosciare furioso degli eventi che l’avversano. Silvio Berlusconi cerca il suo più rassicurante ed ottimistico sorriso senza trovarlo, e nella smorfia improbabile che gli si disegna in viso l’establishment italiano legge più che la disperazione il segno inconfutabile della sua follia. E parla chiaro: “Berlusconi deve farsi da parte”. Read more

S&P DECLASSA L’ITALIA: DOVE SONO FINITI I GRANDI DEMOCRATICI E I GRANDI LIBERALI DEL PDL? di MASSIMO DONADI*

settembre 20, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Cala la scure di Standard & Poor’s sulla malandata economia del Bel Paese. Per molti era solo questione di tempo, ed infatti ecco che l’agenzia di rating americana presenta il conto: «le prospettive di crescita dell’economia si sono deteriorate» ed il governo Berlusconi «non sembra in grado di dare risposte efficaci». La replica del Cavaliere non tarda: «Le valutazioni di Standard & Poor’s sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose e appaiono viziate da considerazioni politiche. Vale la pena di ricordare che l’Italia ha varato interventi che puntano al pareggio di bilancio nel 2013 e il governo sta predisponendo misure a favore della crescita, i cui frutti si vedranno nel breve-medio periodo». Si attende dunque la vendemmia in un autunno inoltrato, per quanto molto “caldo”? Si vedrà. Intanto ad alzare i toni (e temperature) del contenzioso ci pensa Emma Marcegaglia,  che al taglio del rating all’Italia reagisce ferina: «L’Italia è un paese serio e siamo stufi di essere lo zimbello internazionale». Confindustria chiede ormai con regolarità quotidiana al governo le riforme che consentano al Paese di evitare il baratro. E questo sembra non riuscire a rispondere. Non a Confidustria. Non al Paese. Read more

Ma non son cittadini che devon guidarci Leadership d’una nazione è della Politica E la Politica è fatta – solo – dagli Uomini Che hanno responsabilità indicare strada Noi lo facciamo (da) prima/ meglio di tutti Ulivieri: Cine americano aiuta democrazia

settembre 18, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma il leader non è (mai) l’egoico (che è il contrario di eroico) che punta a sopraffare (più o meno candidamente) i propri simili, ma la guida – da qualunque “posizione” nella società eserciti questo suo respiro! – che muove collettivamente un popolo verso il “destino comune” (anche a “costo” di “rinunciare” a qualcosa per sé!). Il cinema americano ci racconta, a più riprese, una società Usa in cui il patriottismo indicato da Enrico Procopio come leva per recuperare – almeno! – la responsabilità (collettiva), è elemento fondante di un vivere insieme che si declina nella lealtà nei confronti della nazione e nell’impegno – condiviso – per la (costante, nuova) affermazione della Democrazia. Una democrazia, d’altra parte, dei (plus)valori più che della Cultura. E così, se la “lezione” - ad esempio - di Soderbergh ci conferma che il cinema, come la televisione, come in generale l’intera produzione culturale, possono appresentare (anche) uno strumento utile ad instillare (o, ancora, a liberare) in un popolo valori come l’onestà, la responsabilità, la Cultura (stessa) – avviando così una vera e propria rivoluzione culturale – il divario tra la rappresentazione e la realtà di una democrazia americana – come abbiamo visto – manipolata dal sistema economico – per cui, ad esempio, tutti hanno -effettivamente- le stesse possibilità di farcela, ma se non ce la fai per la società cessi di esistere – ci suggerisce che la nostra strada non può che essere quella di un respiro (appunto) maggiore. Una società che ”scelga” la Cultura come proprio ossigeno, e – attraverso la propria liberazione - possa conoscere quel nuovo Rinascimento che rifarà dell’Italia, nel Tempo, la culla della civiltà. Ulivieri ora, titolare della rubrica di cinema più influente (ma sulla realtà!) con il nostro Attilio Palmieri, ci racconta, appunto, Contagion. di FABRIZIO ULIVIERI Read more

Perché ‘pareggio’ bilancio con Pil a ‘+0,’? Nostro è potenziale da grande economia Se solo la Politica “concepisse” Crescita Ora! Sud sia reso snodo Cindia-Africa-Ue Si usi la leva lavoro puntando a innovare Mentre si (ri)fà nuovo motore scuola-uni Cultura (più formazione) nostro ossigeno L’Italia può ritornare al centro del mondo

settembre 13, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Se invece di essere rappresentato come – e di consistere in - una sorta di “mendicata” (con tutto il rispetto per i mendicanti, che andranno coinvolti – come tutti – nella nostra ripresa nazionale. E potranno essere “decisivi”! Andando ad integrare la nostra rete di volontariato e di servizi, in “cambio” di un aiuto a riavere, subito, migliori condizioni – minime! – di vita e di una nuova chance che la stessa opportunità di lavorare al fianco, di conoscere e di mostrare loro le proprie qualità a chi opera nel settore e non solo, offrirà loro), l’”aggancio” – vaticinato da Romano Prodi ormai (almeno!) cinque anni fa e dal giornale della politica italiana più volte rilanciato e integrato – con Cin-dia, fosse stato da subito immaginato come il passo iniziale di un grande progetto di sviluppo del (nostro) sud e anche di integrazione politico-diplomatica tra Oriente, Europa e Africa - come il Politico.it suggerì ancora poche settimane fa - avremmo evitato oggi l’effetto (quanto meno apparente) di “svendita” del nostro Paese e il sospetto che, alla fine, a guada- gnarci non saranno il sud e i nostri connazionali ma, una volta ancora, i soliti noti (oltre alla Cina).

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Ogni settimana al cinema con il Politico.it 30% dei nostri giovani non studia-lavora Ma ‘abbiam bisogno di più lavoratori’ (?) Persone migranti risorsa umana-culturale (Ma sviluppo renda immigrazione scelta) Ma (è) ora Italia rimetta in piedi se stessa Smettendo di essere una “palla al piede” Poi darà corso a vocazione mondialista Ulivieri: “Cose dell’altro mondo, tre stelle”

settembre 4, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Certo che è strana la “politica” (?) “italiana” (?) (autoreferenziale di oggi). Piange la disoccupazione giovanile. Cioè molti di noi sono senza lavoro. Ma – oltre a continuare a non muovere un dito per generare crescita, e con essa nuovi posti – sostiene non abbiamo abbastanza manodopera per mandare avanti la nostra economia (!). E che abbiamo perciò bisogno di (altre) persone che occupino posti di lavoro che evidentemente, quindi, (anche) ci sono. Se in questo stesso momento un alieno atterrasse, e avesse la sventura di farlo proprio a Roma negli anni di questa nostra politica politicante abile solo a trovare una buona motivazione per non ridursi gli stipendi e perpetuare il proprio potere fine a se stesso, si domanderebbe – come minimo – se gli sia sfuggito qualcosa. “Ma – è la vulgata – gli italiani non vogliono più fare certi mestieri”. Ma il compito di far incontrare la domanda e l’offerta, dando alle aziende la possibilità di crescere, e ai nostri connazionali di costruirsi un futuro, di chi è, se non della Politica? Quindi la vera domanda è: perché la Politica invece di commentare quello che accade come se si trovasse seduta in tribuna (o al bar), non assolve alla propria (unica, in tutti i sensi) funzione? Come? L’Italia ha bisogno di compiere un completo ribaltamento di prospettiva che faccia dell’innovazione la nostra stella polare. E questo, da un lato, comporta ricostruire il nostro sistema scolastico-universitario-formativo affinché – (re)integrato con il comparto (direttamente) produttivo – diventi il motore dello sviluppo offrendo ai nostri giovani la miglior preparazione (a tuttotondo) al mondo. E “così” (in altre occasioni abbiamo specificato questo passaggio, e torneremo a farlo, “perfezionando”), attraverso la crescita, aumenteranno le opportunità di lavoro intellettuale. Ma, dall’altro lato, questo significa anche un ”aggiornamento” della nostra cultura sociale e del lavoro per cui, mentre ci si assicura che tutti, e sempre di più, e per tutta la vita, abbiano la possibilità di accedere ai migliori strumenti culturali – e dunque alla propria “liberazione” - nello stesso momento si cambia concezione (e la Politica ha gli strumenti per farla cambiare!): non conta “più” (solo), per il valore e il prestigio personale, fare un lavoro (oggi considerato) “importante”, e magari ben remunerato. Bensì tutti i lavori hanno la stessa dignità – perché sono, ciascuno per il suo ruolo, essenziali per rifare grande il nostro Paese – e le persone non vengono “giudicate” più (per questo, bensì) per la loro dignità e per la loro saggezza. Questo ci consentirà, progressivamente, di tornare a fare (meglio) tutti i mestieri. Di (cominciare a) “risolvere” (così) il problema della disoccupazione (giovanile). Di capillarizzare, nella società, nei servizi, nei mestieri, nella produzione artigianale e – in “seguito” – artistica e culturale, il nostro possibile, nuovo Rinascimento (attraverso un “capitale umano” che compia il proprio incomparabile potenziale). E attraverso la (piena) liberalizzazione dei nostri circuiti produttivi (di cui abbattere le pareti che li separano l’uno dall’altro, sia sul piano della circolazione delle risorse umane sia sul piano della interazione e della “contaminazione” tra loro), e grazie ad un (ulteriore) cambiamento culturale per cui – finita l’era del posto fisso per tutta la vita – non ci appaia (e smettiamo di farlo ”pensare” loro) più un delitto se un giovane sperimenta, intraprende, cambia, perde un lavoro, fino a trovare il “filo” del proprio percorso – attraverso tutto questo, dicevamo, favorendo la libera iniziativa, la liberazione della creatività (anche attraverso una riforma del mercato del lavoro “congiunta” a quel passaggio per la crescita a cui abbiamo accennato sopra, e che abbiamo anche specificato in molte occasioni. Con, su questo, qualche dubbio in più), l’Italia può tornare ad essere un crogiuolo di vitalismo e produttività (in senso ampio, e alto). E riconquistare la propria grandezza (anche) economica. Gli immigrati? In questa prospettiva se “sparissero”, come nel film di Patierno di cui stiamo per leggere, il sistema-Italia non ne riceverebbe uno scossone. Ma questo non significa chiudere (o meglio sbattere) le porte. Significa, invece, come il giornale della politica italiana ha scritto qualche settimana fa, governare i flussi di immigrazione (e di migrazione in generale) in funzione di un piano di sviluppo comune – ad esempio – con la Libia e, attraverso di essa, con l’Africa profonda (alla condizione imprescindibile della democrazia), facendo sì che l’(im)migrazione (ma anche dall’Italia alla Libia!) contribuisca a condurre in porto questo piano di sviluppo comune, smettendo di rappresentare l’effetto di uno sradicamento obbligato di chi lascia la propria Terra perché, anche a causa della scarsa lungimiranza della nostra politica politicante di oggi (che non coglie l’occasione per far crescere il nostro Mezzogiorno, e con esso per contribuire a cambiare la Storia del mondo – anche – uscendo dal pantano insieme all’Africa), là la vita (o sarebbe meglio dire la sopravvivenza) ha smesso di essere sostenibile. Cose dell’altro mondo, appunto. Di cui ci racconta, ora, Fabrizio Ulivieri. Read more

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