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***Il futuro dell’Italia***
L’INNOVAZIONE PUO’ CAMBIARE LE NOSTRE VITE
di CRISTIANA ALICATA

gennaio 9, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

(M. Patr.) Franco Laratta si è chiesto se il progressivo accentramento – nelle grandi città – e relativo allontanamento in termini geografici e “di ascolto” delle istituzioni e dei (loro) servizi (scolastico, sanitario) dai cittadini, sia la strada (alla quale ci ha avviati la globalizzazione) da (continuare a) seguire (senza porci in nessun modo la questione) per il futuro del nostro paese.

Accanto a questo si assiste, nel vuoto pneumatico di idee che fa un tutt’uno con l’autoreferenzialità (e anche con l’anacronismo) della nostra politica (attuale), ad un ciclico ritorno del tema dell’”infrastrutturazione” del nostro territorio come leva per la crescita. Quello che coloro che parlano di infrastrutture non sanno, è che nel 2012 il concetto di logistica e comunicazione è stato rivoluzionato dall’avvento delle nuove tecnologie. E anche da un’era della comunicazione che ha teso a “smaterializzare” la nostra (?) società e ad attribuire maggior “peso” (culturale e quindi sociale e politico) alla produzione e quindi allo scambio di beni immateriali: idee, servizi, comunicazione.

Questo combinato disposto ci offre la possibilità – e impone, anche, l’obbligo – di (r)innovare la nostra attuale concezione di “sistema dei trasporti”, anche tenendo conto dell’esigenza di non perpetuare un consumo spesso irrazionale – e che toglie spazi, in senso stretto – in tutti i sensi – ad una possibile ripresa dell’agricoltura che rappresenta una via imprescindibile in una prospettiva anche di salvezza non solo dei mercati ma del nostro stesso mondo – del nostro territorio.

Questo “sforzo” di analisi e di visione futura ci consentirà di affrontare anche due nodi più “materialistici” legati ancora alla nostra attuale concezione del trasporto: quello della crisi di un’industria automobilistica – a cominciare da una Fiat che smetta di scaricare sui lavoratori il peso delle proprie responsabilità – che nel cominciare ad immaginare possibili alternative ai mezzi di trasporto di (, ormai,) due secoli fa, può trovare la leva attraverso la quale avviare il proprio, possibile rilancio; che può essere avvantaggiato da una ricerca che – come ci spiegherà ora Carlo Ratti, ingegnere italiano con cattedra al MIT, nella prima Lezione di Impolitica tenuta sul giornale della politica italiana e de IMille dalla giovane scrittrice romana – può aiutarci a risolvere – proprio grazie a quelle nuove tecnologie – il nodo della “congestione” delle nostre città, determinando così il triplice effetto di favorire un “recupero” della domanda nello stesso mercato dell’auto (oggi inibita anche dalle sempre maggiori difficoltà di muoversi nei nostri capoluoghi – e non solo), porre le basi di quella possibile “rivoluzione” innovativa e migliorare (subito e in prospettiva) la vivibilità dei nostri centri.

Ma soprattutto ci consentirà di ripensare il modo nel quale istituzioni, servizi (scuole, ospedali), ma anche il nostro sistema produttivo (e tutti noi) “usufruiamo” del nostro territorio – il modo nel quale vi sono dislocati; anche, “virtualmente” – all’insegna di una sorta di “federalismo” – o decentramento, e capillarizzazione e ritorno anche nelle nostre campagne e lontano dalle grandi città – dei centri (che cesseranno di essere tali) nevralgici della nostra vita comune, abbattendo ad un tempo in maniera radicale i costi grazie appunto all’uso delle tecnologie e alla “smaterializzazione” delle nostre esigenze “di produzione”.

Superando la concezione liberista e “aziendalistica” di Monti nella (ri)costruzione dell’Italia di domani, puntando a riappropriarci – ritrovando una dimensione più umana, usando e non facendoci usare da mezzi di comunicazione da piegare, e dai quali non farci piegare, alle nostre esigenze di miglioramento della qualità delle nostre vite – di quella (appunto) vita bella che costituisce forse il segreto della nostra creatività – e di sicuro è una potente leva di crescita economica, molto più della depressività di un rigorismo (che è l’esatto contrario del rigore, visto che non porta alcun beneficio – anzi – sul lungo periodo, alla tenuta dei nostri conti) fatto di (soli) tagli, fine a se stesso.

Cristiana ora, su come “rivoluzionare” (in positivo) la vita (“soffocata” dal traffico) delle nostre città.
di CRISTIANA ALICATA

(12 luglio 2012)
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***Il futuro dell’Italia***
PARLARE (DI SE’) MENTRE IL PAESE AFFONDA E’ UN PROBLEMA MORALE

dicembre 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Monti: “Qualcosa farò (in termini di benedizione di liste o partecipazione alla tornata elettorale, ndr). E’ un problema morale”. E’ un problema morale essere stato scelto per guidare il Paese fuori dalla tempesta sui mercati: e, a distanza di un anno, non avere ancora assunto una sola misura per far crollare – insieme alla spesa – il valore assoluto del debito. Senza il cui abbattimento, ogni operazione di messa in sicurezza dei conti – tanto più in assenza di alcuna azione per rigenerare la crescita – è sicura di fallire. E’ un problema morale essere stati chiamati a ridurre la spesa, e averlo fatto a spese delle Persone, già duramente colpite dalla crisi; e non avere toccato, al contrario, le rendite di posizione dei poteri forti e delle clientele della politica politicante, vero canale (parassitario) della principale ‘forma’ di dilapidazione delle nostre risorse pubbliche a cui assistiamo da tempo. E’ un problema morale dire agli italiani che “si vede una luce in fondo al tunnel”, quando qualsiasi economista sa che un paese con il debito a duemila miliardi di euro, il Pil crollato a -2,4%, in cui la disoccupazione giovanile schizza oltre il 30% e la cui povertà cresce e tracima sempre più in quello che una volta era il ‘recinto’ della classe media, al primo colpo di vento (speculativo) sui mercati o anche soltanto con il tempo, non avendo prospettive di crescita (stante l’attuale ‘guida’) ed essendo l’Europa abbarbicata su una locomotiva tedesca (che mette continuamente in discussione!, e che) a sua volta ha cominciato a rallentare, (senza un’inversione di tendenza: altro che Monti-bis,) finirà per collassare. E’ un problema morale (ri)candidarsi (dopo avere più volte ‘giurato’ che non lo si sarebbe fatto mai) alla guida di un Paese che ha bisogno come il pane di crescere, senza avere alcuna idea (e tanto meno averle messo in pratica, in un anno di governo) di come fare. E’ un problema morale continuare ad ammiccare al culto del proprio personalismo-nominalismo, quando si sa (o si dovrebbe sapere) che il declino dell’Italia non verrà invertito da quello stesso, diffuso narcisismo che ne è la (con)causa, ma dall’(opposto) sgombrare il campo dal teatrino dei nomi e dei personaggi, disintossicando gli italiani da ciò; tornando finalmente ad occuparci – e a praticare – soluzioni concrete per far ripartire la nostra economia. E’ un problema morale che a tutto questo partecipi, collateralisticamente, (una parte del)la nostra stampa: pilastro di democrazia, la libera informazione è l’anticorpo ad ogni forma di autoreferenzialità della Politica; ma nel momento in cui diviene (al contrario) il (principale) puntello di quella stessa deriva che dovrebbe offrire la prima spinta a combattere, la costruzione (democratica), altrimenti capace di generare in sé le risposte ai propri punti di frattura (populismi), non può che crollare. E’ un problema morale che per interessi (particolari), si disconosca (e, anzi, dia ad intendere il contrario) che la forza che pare stia per vincere le elezioni, sia anche l’unica che, nell’ultimo ventennio, abbia garantito – con i suoi vari governi e presidenti del Consiglio – l’unica (vera! Tale da assicurare, se non fosse stata interrotta dall’-agognata! – alternanza con gli esecutivi “moderati”, una prospettiva di uscita – strutturale! – dal nostro declino) tenuta dei conti e l’ingresso dell’Italia nell’euro: minando alle fondamenta, in questo modo, ogni nostra stessa possibilità di rialzarci (con loro. E, dunque, tout court). E’ un problema morale che l’Italia stia affondando: e la politica politicante, pure (il)’legittimamente impedita’ dalla campagna elettorale, stia continuando, dopo un intero anno (e precedenti) di immobilismo, a non fare nulla per tirarla fuori dal guado. E’ un problema morale che nonostante il consenso (diffuso) alle direttrici lungo le quali poter uscire dal pantano, nessuno abbia ancora compiuto ‘una sola’ mossa per metterle in atto. E’ un problema morale non accorgersi che la più dirompente forma di propaganda elettorale, per Monti come per il resto della nostra politica, sarebbe agire. Ora.

Solo Pd può salvare e rifare grande Italia Governo Monti affidabile con poteri forti Premiership Pg affidabile per tutti italiani Questo (non ‘annunci’) migliore garanzia Per gli interessi (legittimi) di classi agiate

dicembre 16, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché è la cultura, e non “competere” (e basta), la chiave del nostro possibile Rinascimento. Non la (sola) flessibilità, perché ciascuno sia più libero di tentare di sottrarre agli altri il loro posto, le “loro” opportunità (con-petere questo significa: chiedere, ‘pretendere’ – da parte di più persone – la stessa cosa, ma non per costruirla – insieme – bensì per appropriarsene strappandola agli altri), ma la possibilità e la capacità (al “contrario” – ?) di collaborare. Una società che sia tale e non una (semplice) somma di individualità l’una contro l’altra armate; un collettivo, che marci verso un (solo) obiettivo e, per farlo, metta a sistema le proprie forze.

Da questa idea, a cascata, discende una diversa concezione del mercato del lavoro: (anzi,) non(,) un mercato (appunto) ma un sistema che metta a frutto (valorizzandole e, anzi, rafforzandole) le risorse e le capacità di ciascuno. Dove le aziende siano chiamate a rinnovarsi per crescere, e in questa tensione abbiano sì la possibilità di “licenziare”, ma solo per consentire ai propri lavoratori un nuovo momento di formazione e di crescita (individuale e non solo) così da avere risorse umane sempre più specializzate, preparate e a loro volta tese – anche “culturalmente” – verso quel (più) alto obiettivo comune.

Da cui quell’economia sociale (sia pure) di mercato, nella quale dispiegare il principio della responsabilità sociale delle aziende, di cui l’Olivetti – lo abbiamo detto più volte – fu uno straordinario esempio (di come sia capace di ri-generare non – solo – la nostra economia, ma “un” intero Paese. Molti dei figli dei dipendenti – “anche” degli operai – della Olivetti di allora sono oggi parte della nostra classe intellettuale. Grazie – magari – ad una semplice libreria a disposizione dei lavoratori nella – stessa – azienda. E ringraziano Adriano – Olivetti – come fosse – un – loro padre. Inserendo, oggi, tutto questo in una dinamica tutt’altro che assistenziale – come non lo fu allora – ma di crescita – comune).

Non, dunque, l’istinto di (pura) sopravvivenza come motore della nostra crescita, bensì la crescita come motore di un miglioramento delle nostre vite. La crescita, naturalmente, individuale, cioè culturale, cioè umana, e quindi anche tecnica e professionale, e da essa la crescita (economica: delle singole aziende e dell’intero sistema). Il resto è sottocultura di destra, avrebbe detto Pasolini.

E che molti tra coloro che per propria de-formazione più di tutti hanno la forza di guardare al futuro, nell’attuale classe dirigente Democratica, si siano lasciati omologare alla deriva mercatista della “Destrasinistra”, dimostra come sia finita la spinta propulsiva di una generazione – autrice, lo abbiamo già detto, di avanzamenti importanti: tra cui il Pd! – e come questo abbia portato ad un certo grado di sterilità.

Ma ora le idee, i contenuti tornano ad essere in campo: Sinistra è essere affidabili non più con i poteri forti, ma con noi stessi – ovvero con gli italiani e, quindi, con l’Italia. E essere affidabili con gli italiani significa compiere una (vera) rivoluzione di libertà. Che parta – che parte – da loro. E non più dalla libertà – di alcuni di Loro – di fare e disfare a proprio piacimento (delle nostre vite).

Essere affidabili significa fornire agli italiani gli strumenti per una propria libertà più profonda, da quella – semplice – di competere senza freni e criteri, come vuole la teoria mercatista – liberista – della destra. La libertà di sapere esattamente chi sono, cosa possono dare, e di scegliere quindi il loro modello di vita; e, nel farlo, di aderire – naturalmente – a questo grande progetto comune all’insegna della collaborazione.

Un giorno ci capitò di mostrare – involontariamente, in quel caso – sul più classico dei bus una copia (cartacea) di un nostro articolo il cui titolo era: “Torniamo a collaborare per un alto obiettivo comune“. La persona che lo vide, un trenta-quarantenne di (apparente) media cultura e condizione sociale, non ci voleva credere: in tutti i sensi. Nel senso che non ci credeva, ma continuava a guardarlo (il titolo) strabuzzando gli occhi. Non, perché fosse – non per questo – un articolo (in sé) fuori dal comune. Ma perché è quello che oggi gli italiani desiderano: tornare ad unirsi – e non a dividersi – nel nome di una ragione più alta.

Tecnicamente, tutto questo si pratica dandoci l’obiettivo dell’innovazione che passa attraverso la cultura e la formazione. Un sistema, e non più un mercato. Un Paese, e non più un mercato. Gli Italiani, e non più (alla) merce(/é) di pochi di noi – di loro.

MATTEO PATRONE

***Il futuro dell’Italia***
NO AD ALTRI QUATTRO MESI DI IMMOBILISMO (CINCISCHIANDO DI LEGGE ELETTORALE)

dicembre 4, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ha ragione Schifani: si stanno tenendo (il centrosinistra le ha concluse – in attesa di quelle per i parlamentari – brillantemente; il centrodestra forse le farà) le primarie: benissimo. La partecipazione, come ricorda lo stesso presidente del Senato, è (condizione) necessaria perché i cittadini abbiano il senso di poter incidere sulle proprie situazioni (del – loro – Paese) e dunque perché ogni momento di difficoltà contenga in sé anche la percezione di una possibilità di superarlo e accedere ad una fase più felice e produttiva.

Ma poi si tratta di incidere su quella situazione. E siccome per il momento i cittadini possono partecipare soltanto nel senso di scegliere i migliori candidati per la prossima tornata legislativa, è necessario che i protagonisti della scorsa, si assumano la (loro!) responsabilità di non buttare questi quattro mesi (come peraltro è stato fatto sostanzialmente per i precedenti!) che ci separano dalle elezioni che non possono – ripetiamo: non possono. Ne va della sopravvivenza del nostro Paese! – essere trascorsi semplicemente alambiccando sulla legge elettorale (CONTINUA ALL’INTERNO). (Nella foto, il ‘niet’ di Silvio)
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Scrivevamo (prima volta) 23 agosto 2011 L’Italia vada con i suoi ministri (?) in Libia Se la Sicilia è porta dell’Europa sull’Africa Pianifichiamo (ora!) uno sviluppo comune Tra di “noi” ma guardando a Cina ed India Questa è vera politica sull”immigrazione’ E può rifare Mediterraneo centro mondo
di MATTEO PATRONE

novembre 30, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

di MATTEO PATRONE

Sì, ma bisognerà vedere che tipo di scelte faranno i ribelli libici per la risoluzione dei loro conflitti interni“. “Capire se non ci sia il rischio dell’instaurazione di un governo “diversamente estremo” rispetto al regime di Gheddafi“. Il mercato, ci insegna il pensiero liberale, è (stato) lo strumento più efficace per la (parziale, ancora, ma in-sufficientemente ampia) pacificazione del pianeta. E questa è l’occasione per restituire alla Politica la poltrona di comando facendo usare a lei lo strumento-mercato, per il bene comune; ed evitare distorsioni per il (possibile, sempre che non si configuri già nelle scelte, ad esempio, interventiste dell’alleanza) processo inverso.

La possibilità di aderire ad un progetto di sviluppo comune con la nazione che per ragioni storiche e geografiche è più vicina alla Libia, può rappresentare lo stimolo ideale perché il rischio di quelle derive sia scongiurato. E dunque creare le condizioni perché quel progetto di impegno comune possa costituire soltanto ciò per cui verrebbe concepito: una grande occasione di sviluppo. Per la Libia, ma (anche) per il nostro sud.

Una volta le coste orientali e meridionali della Sicilia ospitavano alcune tra le più grandi, ricche (economicamente e culturalmente) ed evolute città del mondo; e ciò era dovuto ad una “concentrazione” delle risorse e degli scambi nel Mare nostrum. Se oggi il sud – che non è arretrato come certa propaganda “nordista” vorrebbe farci intendere, ma piuttosto privo di un orizzonte al quale rivolgersi, di un “traino”, economico, culturale, da (per)seguire – è la parte meno sviuppata del Paese, è anche per la sua lontananza dal cuore dell’Europa. Ovvero da uno dei due cuori pulsanti dell’Occidente. Cioè del centro culturale, economico, politico del mondo (fino ad oggi). Pretendere di applicare al sud la stessa ricetta che si adotta al nord significa fare violenza, appunto, alla Storia e alla geografia (e al buonsenso).

Ma se la Libia è l’avamposto, per noi, dell’Africa – ovvero di quel gigante narcotizzato che un giorno si sveglierà – e il Mediterraneo è storicamente un luogo di convergenza e di traffico tra (medio)oriente ed occidente, solo una politica (con la minuscola) incapace di alzare gli occhi e di sognare ciò che può avvenire là dove oggi c’è “solo” il “deserto”, può non vedere nella rivoluzione libica un’occasione straordinaria per l’Italia – a cominciare dal suo sud – ma anche per la stessa Africa e più in generale per gli equilibri mondiali.

Se, per esempio, l’Italia comincia ad essere (praticandolo) la punta più meridionale dell’Europa e smette di occuparsi (? Oggi, da un po’, non lo stiamo – più – facendo – bene) solo dell’approvvigionamento di petrolio per sé, coordinando e diventando “piattaforma” – con, appunto, la Sicilia e il resto del sud – perché il greggio libico possa raggiungere gli altri “porti” (in qualche caso, in tutti i sensi) del Vecchio continente, e stimola la Libia – ma, ovviamente, in un rapporto da pari a pari! – a offrirsi come punto di riferimento e da tramite con l’Europa per l’Africa più “profonda”, ciò può determinare il triplice effetto di accelerare l’integrazione delle economie europee, rappresentare un possibile volano per la “liberazione” dell’(“intera”) Africa e offrire all’Europa la possibilità di avvantaggiarsi nel partenariato con loro, compiendo appunto anche una straordinaria “missione” per la (ri)costruzione del futuro dell’umanità (oltre a fare il bene della Libia).

Anche incidendo, in questo modo, sulle migrazioni: non più, il nostro Paese, “vittima” (ancorché potenziale (?) “sfruttatrice”) di tutto ciò, bensì fautore di quei flussi che cesserebbero di essere legati all’insostenibilità della vita in alcuni luoghi (e la Libia rappresenta lo spunto primario, ma tutto questo può riguardare e coinvolgere l’intera costa settentrionale del Continente nero), e quindi a drammi e sofferenze, cominciando piuttosto ad essere parte dell’”indotto” di questo grande progetto di sviluppo comune.

E se a tutto questo si aggiunge l’idea di Romano Prodi di provare a fare del sud la piattaforma di scambio tra oriente ed occidente, portando da Napoli in giù le aziende ed i traffici con Cindia – badando bene, naturalmente, a fare del nostro Mezzogiorno il perno imprescindibile di tutto ciò – si capisce come il Mediterraneo possa avere qualche chance di tornare, appunto, al centro del mondo.

Con tutto quanto di benefico ciò comporterebbe per l’Europa tutta – che ne sarebbe, in partenariato con l’Africa, “padrone di casa” – e, attraverso l’economia e, appunto, il mercato, per la comunicazione, lo scambio, e finalmente l’incontro – e magari l’avvio, a queste condizioni di ritrovato benessere “comune” e quindi di “parità” e di equilibrio tra i luoghi del pianeta, di quel processo mondialista che possa portare il mondo a diventare, un giorno, un’unica “nazione” – tra oriente ed occidente.

Israele è solo qualche migliaio di chilometri più a est: immaginate l’effetto dirompente persino sul conflitto intestino tra israeliani e palestinesi, di un mondo arabo e di un’Europa – e persino di un’Africa – che si mettessero attorno ad un tavolo – guidati dall’Italia – per accendere un nuovo focolaio di sviluppo – a 360° – laddove oggi c’è il deserto.

MATTEO PATRONE

(23 agosto 2011)

Casini tradisce ancora una volta Bersani Ex Cdl si vota legge elettor. a piacimento Umiliato (di nuovo) primo partito italiano Intanto Monti non governa, Italia affonda (anche se premier ora finge non vedere) Pd tolga (adesso) sua fiducia a esecutivo Si vada a un voto troppo a lungo rinviato (che è regola – sospesa – in democrazia!) Restituendo dignità a un Parlam. abusato E una Politica (vera) al Paese (in declino)

novembre 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il segretario di se stesso brilla soltanto per la propria passività (e correlativa arrendevolezza). Mentre si disputano primarie in cui pretende il voto per essere candidato del centrosinistra a Palazzo Chigi, Bersani, leader (?) del primo partito italiano, fa affondare il Pd sulla riforma della legge elettorale – da cui dipende la possibilità  - di chiunque vinca! – di tramutare quel vantaggio in una effettiva possibilità di governare – votata a maggioranza (contro il parere, ripetiamo, del primo – e non di poco! Il doppio del Pdl, ultimi rilevamenti alla mano – partito del Paese secondo tutti i sondaggi) dalla vecchia Casa delle Libertà, puntellata da un Udc che – come sempre – agisce per la sola, propria convenienza di parte, a dispetto di ogni forma di lealtà e di accordo pre-esistente. Qualunque cosa uscirà dal voto dopo questo blitz non sarà (stato concepito; o predisposto) per il bene dell’Italia (ma sulla base di interessi particolari). Se il Partito Democratico vuole davvero essere il partito della Nazione, e compiere la propria vocazione di incarnare il suo solo, esclusivo interesse, il segretario Democratico deve prendere coscienza che il problema è un Parlamento lasciato (dallo – stesso, ‘colpevole’ – Pd! Che ha fin’oggi disdegnato di assumersi fino in fondo la propria responsabilità) in balia di potenziali ‘autori’ di sbandate di segno unilaterale e fazioso come quella a cui abbiamo assistito martedì, che non vanno nella direzione ‘auspicata’ dalle forze più oneste e responsabili della Nazione, come non andrebbero in questa direzione altri sei mesi di (sicuro! Vista la sordità ad ogni appello e financo all’esplicazione specifica dei singoli passaggi da compiere per far uscire l’Italia dal pantano) immobilismo dell’esecutivo. E tutto questo (lo diciamo con dispiacere) nonostante il punto fermo messo sulla scadenza naturale della legislatura dal presidente Napolitano: ecco il ‘risultato’ (della loro pervicacia nel difendere i propri interessi), presidente: una nuova riforma elettorale (concepita; e votata!) a vantaggio (comunque la si pensi sugli attori in campo!) di una parte e non dell’Italia, con il Parlamento peraltro reiteratamente alla mercè di personaggi ambigui e sleali. Il governo Monti (questa legislatura, la stessa possibilità di questi ‘signori’ di esercitare una totale discrezionalità sulle vite degli italiani per avere mantenuto una preminenza parlamentare ottenuta ormai cinque anni fa e contraddetta da ogni successiva tornata elettorale! Quella stessa, vecchia maggioranza, peraltro, che ha portato il nostro Paese ad un passo dal fallimento! Quale livello di responsabilità può avere?) – per consentire la formazione, pure allora imprescindibile – a default ormai ad un passo che, allora sì, doverosamente sconsigliò l’immediato ritorno alle urne – del quale, si è convenuto di proseguire una legislatura altrimenti naturalmente conclusa – in un sistema bipolare! – dalle dimissioni del leader della coalizione vincente nel 2008(!) – il governo Monti, dicevamo, non fa da tempo (nulla) il bene dell’Italia. E tutti coloro che non vogliono che la prossima sia (al contrario!) una legislatura non (solo) di ‘ricostruzione’ ma di cambiamento (e la prima espressione di cambiamento sarà un governo che governi – nell’interesse di tutti gli italiani), approfittano della debolezza di Pigi, della sua ingenuità (politica), di una (ipocrita?) lealtà che nessuno però – a cominciare dal premier – che non ha fatto nulla per evitare la forzatura sulla legge per il voto – ? – mentre il leader del Pd molto ha fatto per salvare – immeritatamente – il suo governo che non governa – per non parlare, appunto, di Casini – ricambia. Perché il ‘cambiamento’ è (in questa fase storica, nient’altro che) governare per fare finalmente del nostro un (grande!) Paese moderno e ‘vincere’ (però, per questo) tutte le resistenze (non solo di carattere economico! Vedi editoriale di Angelo Panebianco qualche settimana fa sul Corriere) che hanno impedito finora all’Italia di poter aspirare ad essere quella ‘culla’ di una (possibile, nuova) civilizzazione (contro ogni modello puramente liberista che mira a reiterare invece il far-west che abbiamo conosciuto fino ad oggi; proprio ora che la comunità mondiale invoca invece un nuovo punto di riferimento – che per noi non può che essere rappresentato dall’Italia (e – dall’Europa)! – che indichi a tutti una via da percorrere che non sia la pervicace – ma non innocente – insistenza sulla strada che ci ha condotti nel disastro – che la motivano ad essere la sua Storia e la sua ineguagliata tradizione culturale), e di non rischiare un mese sì e l’altro anche (ancora oggi!) – miseramente – di fallire. Perché, si badi bene, è a quelle stesse resistenze che dobbiamo il nostro – enorme – buco di bilancio (e sarebbe ora di cominciare a chiamare quelle persone con il loro nome: criminali anti-italiani), se è vero che la conservazione (fine alla reiterazione delle – loro – rendite di posizione) non porta soltanto – direttamente – allo sperpero – alla ‘consumazione’ – delle nostre risorse; ma anche al congelamento di ogni Politica (vera). E dunque non solo al debito monstre, ma al – sempre meno ‘sostenibile’ – declino in cui ci siamo inoltrati da trent’anni a questa parte. Il bene del Paese, come abbiamo scritto più volte, ‘coincide’ (oggi) con l’interesse (“di parte” – ?) di un Pd che si deve fare ‘partito dell’Italia‘. Se non si vuole che per altri cinque anni (o almeno fino al sicuro, così – nella reiterazione dell’attuale immobilismo – fallimento di bilancio) il Paese sia ostaggio di forze conservatrici e dedite soltanto ai propri interessi (particolari), si dica finalmente la parola fine su di una legislatura ormai palesemente svuotata di senso e resa inutile (dall’immobilismo dei tecnici e dalla confusione della politica autoreferenziale: se persino lo stesso Casini ne chiede ora la chiusura anticipata! Ma solo perché – gli – conviene), che allontana sempre di più i cittadini (non dalle ‘istituzioni’ in generale ma dal Parlamento!, pietra angolare della nostra democrazia) e a fine gennaio o ai primi di febbraio si vada a votare per ridare (alla Lombardia, al Lazio, al Molise e) al Paese quello che l’Italia merita: un governo (e un Parlamento) che abbia(no) nella mente e nel cuore il solo desiderio di fare (disinteressatamente) il suo bene. O rischia di non esserci limite al peggio.

***Il futuro dell’Italia (e – dell’Europa)***
DECRETI OMNIBUS, LEGGE STABILITA’ (ED EUROBOND), LA “SOLUZIONE” (?) ALLA CRISI NON E’ IN UN RAGIONIERISMO

ottobre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Politica, e non tecnica (o, verrebbe da dire, liberismo, essendo ormai calati in un mondo plasmato sui principi del laisser faire – non solo economico – e della deregulation – che si legge “ulteriore cessione di sovranità della Politica – ? – ai mercati”, così che il semplice aggiustamento delle norme costituisce un atto di – ‘ulteriore’, più marcata e ‘convinta’, ‘abbandonata’ – adesione – e di fede – all’attuale sistema). Visione, e non soltanto stretto calcolo contabile. Un radicale cambiamento di prospettiva, e non un timido aggiustamento-consolidamento della linea (della deriva. Economicista ovvero liberista) che ci ha portati all’attuale punto (di rottura). Così come nei giorni della lettera della Bce al nostro governo, il tema (anzi, la dicotomia) è sempre la stessa: tra “chi” (? Il giornale della politica italiana) indica una prospettiva e soluzioni Politiche (e, dunque, tali da mobilitare i nostri connazionali) e chi - molti politicanti che si ritrovano per le mani questa gatta da pelare senza sapere (senza avere mai saputo) cosa fare (come dimostrano i vertici in cui la crescita la fa da padrone, sì, ma solo nei ripetuti annunci di chi vi prende parte. E da qualche tempo non assistiamo nemmeno più a questi! Avendo, l’intervento – apparentemente o, propagandisticamente, – ‘risolutivo’ di Draghi consistito nella fornitura dello scudo anti-spread, anestetizzato la nostra consapevolezza – e relativa vigilanza – che non ci troviamo affatto lontano dall’orlo del baratro, anzi!) – pensa che la via d’uscita ad una crisi (che continua! Almeno per le Persone estranee ai circoli delle élite italiane ed europee) legata proprio al predominio dell’economia – e, quindi, della – fredda – tecnica – sulla Politica, possa essere in una serie di atti di pura gestione contabile (e/ o – esclusivamente – de-regolativi). I padri dell’Europa – Altiero Spinelli, Jacques Delors, la migliore tradizione tedesca – pensavano invece – per ciò che riguarda la prospettiva europea – all’elezione diretta del presidente del Vecchio continente (eppure oggi sappiamo che nemmeno questo basterebbe senza una – precedente! – assunzione di responsabilità – nell’agire – Politico! – degli attuali leader – ? – dei singoli Paesi), e non lasciavano che le cassandre della finanza mondiale si divertissero a vederci (ancora. Sia pure meno dichiaratamente) alambiccare – a livello nazionale come comunitario, ad esempio con gli eurobond – su quale provvedimento sia migliore per suscitare (in buona sostanza) in loro il maggior livello di interesse. L’Italia, come l’Europa, ha – diremmo, abbastanza ovviamente! - pieno diritto alla propria (naturale, oseremmo dire, in contrasto con l’artificiosità del – sostanziale – ‘commissariamento’ da parte degli speculatori per interposte – ? – istituzioni finanziarie) sovranità; ed è nell’esercitarlo fino in fondo e senza retropensieri, nella più (matura) libertà e puntando ad essere affidabile soltanto con se stessa (che significa anche mantenere una seria linea di rigore! Che non può essere però – esaustiva e – fine a se stessa), che sta la capacità di “vedere” finalmente di cosa ha bisogno il nostro paese (e non soltanto i “mercati” – con tutte le loro sovra-strutture – più o meno trasparenti – che pure, poi, ci voltano le spalle). L’Italia ha bisogno di ridarsi un orizzonte da perseguire, e quell’obiettivo non può che essere puntare a tornare ad essere la culla mondiale dell’innovazione (a 360°), che significa modernizzare (e rendere il più avanzato al mondo) il nostro sistema produttivo (oggi fermo agli anni ’70), significa avere la motivazione per offrire – attraverso la formazione – ai nostri lavoratori la possibilità di una (propria) crescita (e quindi, a cascata, quella della nostra economia), significa restituire a ciascun nostro connazionale una motivazione più alta, dal semplice “tiriamo avanti” (quante - troppe - volte sentiamo nostri concittadini, persino tra i più giovani, – essere “costretti” ad – usare questa espressione?), del quale il consolatorio (?) voyeurismo televisivo è con-causa, e non (solo) effetto, dello stato di depressione (che fa rima con recessione) nel quale siamo caduti. Dall’estero si guarda all’Italia con stupore: lo stupore di chi ha ben chiaro (a differenza del diretto interessato) il valore di chi sta osservando, ma non lo vede per nulla rappresentato in questa continua espressione di litigiosità, arrendevolezza, cinismo, autolesionismo. Tutti figli, naturalmente, della nostra perdita di fiducia. Perché non crediamo più di potercela fare e, frustrati, puntiamo solo a salvare (ciascuno) il nostro strapuntino. Ma gli anni (di – auspicabile – uscita! E non solo – liberisticamente, attendisticamente, fideisticamente – ? Nella stessa ‘religione’ che ci ha ridotti nella condizione attuale – tra “pochi mesi”, dopo i quali le vite di molti nostri connazionali rischiano di essere a pezzi) della crisi più grave dal ’29, possono essere gli anni dell’Italia: gli anni in cui chi deve ripartire da “zero”, non è svantaggiato, ma in vantaggio: perché ha la motivazione (ulteriore) per cercare un completo cambiamento di prospettiva, e non limitarsi a vivacchiare. Questo, in fondo, è ciò che invece sta facendo Monti: mettere le pezze (sempre a discapito di chi sta già peggio), per consentirci di tirare avanti, navigando a vista (ad usum mercati), finché ci sarà (per loro) qualcosa da spartirsi. Invece è il momento di rialzarci in piedi, perché non solo lo possiamo fare, ma perché solo da noi, paese culla della civiltà occidentale, può partire la soluzione alla crisi del nostro attuale modello di sviluppo. il Politico.it “torna”, con il suo direttore, a dare il proprio contributo a questa “assunzione di consapevolezza”. Così.
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Ora basta con (euro)vertici e chiacchiere Italia punti adesso decisa su innovazione Scuola, università/ formazione, la ricerca Costruire sistema integrato per ripartire E progetto sviluppo insieme a Nordafrica Grecia, Spagna, Sud: chance di salvezza Torneremo ad essere la culla della civiltà

ottobre 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Monti annuncia un vertice sugli euroscettici per la “prossima primavera”. Van Rompuy presenterà le sue proposte per un bilancio comune nel vertice “di dicembre”. Ecco la dimostrazione plastica di come questi signori concepiscono il loro impegno: un calmo, diluito, prolungato mandato nel tempo. Ma i problemi di oggi richiedono l’immediatezza di risposte rapide!, e possibilmente più efficaci della continua convocazione di vertici nei quali non si decide nulla. Politica!, e non chiacchiere. Che cos’è la possibile politica europea, concretamente, in questo momento? Un governo italiano che metta in campo una leadership forte per trainare il nostro sistema fuori dalla crisi riavviandolo sulla strada della crescita nel darci la stella polare dell’innovazione da perseguire attraverso la ricerca e la formazione. I “fatti” che chiede Squinzi. Una linea chiara!, e non una serie di regole e regolette e piccoli incentivi a pioggia che bastano a riempire i cinquanta minuti di una conferenza stampa, ma non a far uscire le nostre imprese dalla crisi. Ma per questo ci vuole una concezione (non statalista ma) che preveda un ruolo forte del governo nello spingere – nel coordinare – le imprese ad uscire dal pantano. Quello che chiedono loro: una strategia! Predisponendo un sistema integrato tra scuola, università/ formazione, ricerca e tessuto imprenditoriale. Nell’ultimo decreto innovazione, che pure rappresentava un passo in avanti, c’erano solo (nuove o vecchie, e riscritte) regole: ma la Politica non è mettere (solo) delle regole; per quello ci sono già le authority. La Politica è assumersi (in prima persona!) la responsabilità di dire quale direzione vogliamo prendere, e mettersi alla guida dell’impegno di tutti nel muoversi – ciascuno dalla propria ‘postazione’ sociale, parte del sistema – in quella direzione.

E poi è ora di finirla di prenderci in giro: la Grecia, con la solita, grigia, vampiristica e tradizionale politica di bilancio, non può essere salvata: perché il suo debito è un enorme buco nero che risucchia qualsiasi tentativo, e qualsiasi aiuto, i quali dunque rappresentano uno spreco fine a se stesso e ad oltranza, che saremmo costretti a reiterare all’infinito. La Grecia ha bisogno di due cose: che (si superi questa concezione vampiristica concedendo non solo ‘altro tempo’, ai greci, ma la possibilità di vedere ridotte le proprie pendenze nei NOSTRI confronti: o l’Europa deflagrerà in un modo molto meno ‘sostenibile’ di quello che ci aspetta – comunque! – se continueremo a stringere il cappio finanziario intorno al collo dei nostri fratelli di Atene; e che) i politicanti europei smettano di guardarsi l’ombelico, chiusi nei palazzi di vetro (offuscati) di Bruxelles e, compiendo un giro su se stessi di 180°, vedano che a poche centinaia di chilometri dalla Sicilia, ma anche dalla Grecia e dalla Spagna – guarda te il caso: proprio le aree depresse e in difficoltà! Vuoi vedere che a volte la Storia serve soluzioni semplici, che però soltanto chi abbia davvero a cuore i ‘propri’ popoli – e non soltanto le passerelle dei vertici europeicisti – è in grado di vedere? – ci sono popolazioni giovanissime che hanno appena compiuto uno sforzo per liberarsi di dittature che noi stessi avevamo alimentato e sostenuto (!), e che non aspettano (ciò nonostante!) che un nostro cenno per proiettarsi – insieme a noi: ma li immaginate quei grandi centri di ricerca e di innovazione euroafricani, che potremmo aprire in Sicilia, frequentati dai nostri giovani – ‘prossimi’ ad essere liberati dal cancro della mafia! Anche grazie/ – e da quei ragazzi tunisini, libici, egiziani, che in questo modo!, assicureremo alla democrazia; e non voltando loro le spalle perché magari hanno una vera religiosità e non si sono ancora lasciati sterilizzare dal mercato omologante che ha ridotto nella mediocrità le nostre classi dirigenti – evitando (o limitando nell’apposito spazio) tra l’altro quel modello di sviluppo (?) pesante con cui il ministro Passera minaccia di voler deturpare gli ultimi angoli incontaminati della Penisola – nella prospettiva di un grande progetto di crescita comune nel quale – vista la loro giovane età – sarebbero loro a trainarci!, e non viceversa. Cosa stiamo aspettando (ancora)?

Ve lo diciamo noi: una classe dirigente figlia di questo tempo. Che avverta le necessità della società di oggi; a cui guardi con i filtri della cultura moderna. Una cultura mondialista! La cultura di internet; e non dello “scontro di (in)civiltà”. E che abbia voglia – anche perché poi dovrà viverlo! – di costruirlo sul serio!, il (proprio) futuro. E non trovare il modo di passare comodamente una vecchiaia, ai cui ritmi (calanti) piegare la scansione – sempre più diluita! Mentre cittadini greci – ed italiani! – muoiono suicidi ‘perché’ i loro governanti pensano soltanto a loro stessi – degli impegni e delle decisioni (?) della politica del Vecchio continente.

***Il futuro dell’Italia***
TORNIAMO A COLLABORARE PER UN (ALTO) OBIETTIVO COMUNE
di MATTEO PATRONE

ottobre 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Si può dire che più che venduto veniva risucchiato dal mercato; e questo per il personale, abituato a sudare sette camicie per vendere un prodotto tradizionale, risultò un fatto assolutamente imprevisto e piacevole”. A dirlo è Pier Giorgio Perotti, italiano, progettista – oggi diremmo – informatico. In realtà, se abbiamo la possibilità di usare questa (“moderna”) terminologia, è – proprio – grazie a lui. Che negli anni tra il 1960 e il 1962, in Italia, inventò il primo pc. E’ uno dei prodotti – delle innovazioni – che fecero il successo della Olivetti (nella foto, Adriano, il padre di tutto ciò). E che oggi, a distanza di cinquant’anni, scopriamo avrebbe scritto la Storia dell’uomo. A partire (ancora una volta) dall’Italia. (Quest’”ultima” volta,) solo cinquant’anni fa.
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***Il futuro dell’Italia***
LA PRODUTTIVITA’ AUMENTA CON LA FORMAZIONE
di GIULIA INNOCENZI

ottobre 14, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Togliamocelo dalla testa: non è vero che l’unica via alla crescita (?) sia ridurre gli spazi (di vita) dei lavoratori. Abolire l’art. 18. Ridurre i tempi delle pause nel corso di una giornata di lavoro. Ridurre – o non armonizzare – i salari. Chiedere semplicemente ai lavoratori di lavorare di più, come ha proposto il – pur da noi stimato – presidente di Confindustria. Questa è (anche) la tesi dell’ad Fiat, che non è il presidente del Consiglio – portatore di una responsabilità generale – e non ha (infatti) esitato, in tempi recenti, a mettere il proprio stretto interesse di attore sul mercato davanti ad ogni principio di opportunità non solo nei confronti dei lavoratori ma dell’intera nazione – chiudendo stabilimenti, trasferendo armi e bagagli in America, minacciando di farlo ancora, di più – nonostante – come hanno ricordato in molti – la casa torinese (?), oltre ad essere un simbolo del nostro Paese, (lo è anche perché) ha ricevuto cospicui aiuti da parte dello Stato dal dopoguerra ad oggi e ha come minimo un debito di riconoscenza – o un legame di comune appartenenza – con tutti noi. (E invece) noi possiamo rendere il sistema-Italia (il) più appetibile non solo perché il diritto dei lavoratori viene ridotto all’osso, come avviene in Cina, dove – però, attenzione (!) – per questo – causa di numerosi, continui suicidi tra i “lavoratori”-schiavi – la prospettiva di uno sviluppo inarrestabile, a doppia cifra e superiore, per ritmo e intensità, a quello degli Stati Uniti comincia a traballare. Ma puntando sull’innovazione che si persegue attraverso la ricerca e la formazione; ovvero sul nostro capitale umano. Che, come dimostra la fuga di cervelli (nella quale siamo assolutamente il Paese capofila al mondo!), come dimostrano le parole dell’ex presidente Bce (!) Trichet (che prima di inviare, insieme al suo successore Draghi, la letterina di cui quel poco di “agenda Monti” che esiste davvero costituisce il più fedele, ed esclusivo, calco, si confessò stupefatto per come l’Italia, “con quelle sue risorse umane” – furono le sue, sinceramente ammirate, parole; e non con i ‘suoi’ margini di sfilacciamento in senso liberista del proprio unico, ultimo fattore di tenuta: la coesione – non riuscisse ad uscire dalla situazione di stallo), è, culturalmente, il più ‘fertile’ al mondo. Siamo la terra che ha dato i natali al genio di Leonardo, di Michelangelo, la patria della creatività; che cosa stiamo aspettando (ancora) a far riemergere – ‘anche’ tra i lavoratori dipendenti! Che potranno così esserlo sempre meno – dal modello di produttività alienante e, in ultima analisi, controproducente che propone Marchionne – attraverso la formazione e la Cultura – la nostra principale leva di produttività, di crescita, e di rigenerazione (della nostra produzione e) del nostro futuro?
Come ci spinge a ‘valutare’, all’interno, la co-conduttrice di Santoro a ServizioPubblico.
di GIULIA INNOCENZI Read more

Cooperazione, annuncio di Monti Vera si fa collaborando Nordafrica

ottobre 1, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Cooperazione? Così sono solo parole. La Lega: “Aiutarli, sì, ma a casa loro”. Quando esiste (invece) un’opportunità di sviluppo (comune). Dietro l’ubriacatura montiana restano le esigenze dell’Italia: a) – Rilanciare economia del nostro Sud; b) – Avviare crescita puntando su innovazione. Possiamo farlo con la sponda (in tutti i sensi) Sud del Mediterraneo

Non stupisce che i principali supporters dell’ipotesi di un bis di Monti siano i portatori di una idea (?) di ‘politica’ (?) fondata sul personalismo e sul vuoto pneumatico di contenuti e proposte (e, quindi, di scelte concrete). E non stupisce che la prospettiva di un bis di Monti, sia l’altra faccia della Politica, ovvero si accompagni ad una discussione nominalistica e del tutto sterile e autoreferenziale, consentita dal peccato originale della propaganda pervasiva che ha portato i nostri connazionali a perdere di vista il fatto che nell’ultimo anno – proprio quello del governo Monti! Che ‘sconta’ evidentemente la crisi, che però “abbiamo contribuito ad aggravare” – tutti i principali indicatori del nostro stato di salute come Paese sono peggiorati: dal tasso di occupazione (soprattutto giovanile) alle tasse (che con Monti hanno raggiunto il record del mondo: stupisce davvero che, ora, ai convegni per sostenere Monti come successore di se stesso, si vedano personalità già lette in coda ad appelli anti-tasse – nel solco dei tea party – come quelli di Fermare il declino di Oscar Giannino), ad un Pil che affonda al -2,5% (il che mette ancora del tutto in discussione anche la salvezza finanziaria del nostro Paese, che non può prescindere dall’accrescimento, oltre al taglio della spesa, degli “introiti” – come testimonia, sia pure in modo deleterio, lo stesso aumento delle tasse perpetrato da Monti! – e dunque conferma il fallimento di Monti – e chi pensasse di negarlo, ma non pare che nessuno abbia ancora avuto (gli) argomenti (per farlo), lo deve fare nel merito, e non, appunto, nominalisticamente e trionfalisticamente, con un danno alla ‘verità’ e quindi potenzialmente alla stessa ‘tenuta’, soprattutto in chiave futura, della nostra democrazia – su ogni piano della sua – mancata – azione).

Perché si parla di Monti e non dell’Italia. Della quale, del resto, Monti non si è occupato (nei fatti), occupandosi piuttosto dei mercati e di se stesso (e, al limite, della costruzione europea, che però non può prescindere – altro che soluzioni a livello continentale! – da singoli Paesi in difficoltà che rimettano in moto – in prima persona! E non aspettando che l’Europa, che del resto siamo noi, estragga dal cilindro la soluzione a tutti i nostri problemi – le proprie economie – come sollecita a fare da mesi del resto il presidente Draghi – cessando così di rappresentare quel buco nero delle finanze pubbliche europee che costituisce il principale fattore di rischio per la tenuta dell’euro e della stessa Europa).

Se si parlasse dell’Italia, ad esempio ad un forum sulla cooperazione, si capirebbe che, nel mondo globalizzato, la modalità più efficace, sostenibile e producente (anche per i propri interessi) per ‘aiutare’ il cosiddetto ‘terzo mondo’, non è l’assistenzialismo, non è un contributo a-politico e più vicino al modello della beneficenza una tantum che porta più benefici all’immagine di chi la fa, che reali passi in avanti per la condizione dei cittadini di quelle Nazioni; ma rendersi conto che l’Africa – che ‘dista’ dalla Sicilia un terzo, ‘forse’ un quarto di Bruxelles o Francoforte – costituisce il focolaio del possibile sviluppo del futuro, e che la Primavera araba che ha riportato la democrazia (sì, pur con tutti i limiti che incontra chi vi accede con le proprie sole forze, abbandonato a se stesso da un occidente miope e interessato, dopo decenni di dittatura) rappresenta un possibile assist della Storia – per l’Italia, ma anche per la Grecia e la Spagna e più in generale per l’Europa – per provare a riportare nel Mediterraneo il centro degli scambi culturali e commerciali, e contribuire così, ad un tempo, in modo decisivo, alla ‘salvezza’ di quelle neonate democrazie, al possibile risveglio dell’intero Continente nero – senza fare beneficenza a fondo perduto – e alla costruzione di una possibile ‘autostrada’ di crescita per i prossimi decenni per un Vecchio continente che, se continua invece a guardare soltanto il proprio ombelico, rischia di avvi(t)arsi sulla strada di un poi difficilmente invertibile declino (a cominciare dai rischi-default delle Nazioni che, per la loro posizione geografica, più direttamente e quindi corposamente, ne verrebbero coinvolte e beneficiate!).

Tutto questo mentre i giganti orientali contenderanno agli Stati Uniti la leadership economica mondiale riempiendo quei ‘vuoti’ che, a due passi da noi, la sterilità e l’autoreferenzialità delle tecnocrazie e della politica politicante europee avranno disdegnato di ‘colmare’ (compiacendosi piuttosto di presunte superiorità culturali e di civiltà), prediligendo – magari – la discussione (in corso!) su quali liste mettere a sostegno della ricandidatura di un presidente del Consiglio che non solo non ci ha salvato, ma ha ‘consolidato’ (?) la nostra condizione di Paese barcollante sull’orlo del baratro (economico. Al netto degli interventi di Draghi).

E che mantenere altri sei mesi a Palazzo Chigi mentre nel Paese impazza la campagna elettorale – e i nostri connazionali si trovano, dal par loro, sempre più in difficoltà – e addirittura pensare di riproporre per altri cinque anni alla guida (?) dell’Italia, rappresenta la via più breve per continuare a restare (come ora) immobili. Mentre Cina e India, desiderose di cambiare davvero – e non a parole, sostenute da una stampa che probabilmente assolve alla propria funzione con più lungimiranza e (quindi) responsabilità della nostra; per quel che riguarda il nostro Paese al netto forse del Corriere della sera, che nonostante il suo evidente conflitto di interessi, continua ad offrire anche punti di vista critici nei confronti del governo e in ogni caso della nostra situazione economica – la propria condizione, stringeranno partnership esclusive con Nazioni (dal grande potenziale! Non foss’altro perché rappresentano la porta dell’Africa – più profonda – e per la stupefacente giovane età delle proprie popolazioni) che si trovano appunto a poche migliaia di chilometri di mare dalla Sicilia.

Che, nel frattempo, inseguendo (quando ciò dovesse avvenire, visto che in realtà il Sud è oggi completamente assente dal dibattito pubblico – del resto concentrato su Monti – del nostro Paese) un improbabile traino dell’Europa (continentale), sarà magari fallita. Insieme inevitabilmente al progetto storico della stessa, Europa unita.

***Il futuro dell’Italia***
MI CANDIDO ALLE PRIMARIE DEL PD
di MATTEO PATRONE

settembre 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Madre Teresa diceva che non basta “scrivere libri”; che bisogna “diventare attori” (in prima persona) dell’impegno per gli altri. In tre anni il Politico.it ha contribuito in modo decisivo a cominciare a cambiare le coordinate della politica italiana: oggi tutti, a destra come a sinistra, hanno capito che l’unico modo per rigenerare la crescita e far ripartire la nostra economia è riorientare il nostro sistema nel senso dell’innovazione che si declina attraverso la ricerca e la formazione. La lettera di agosto in cui il capo dello Stato invitava anche il governo ad impegnarsi su queste tre priorità, ha rappresentato l’ideale punto di arrivo della prima parte del nostro lavoro: quella mirata a far maturare questa presa di coscienza (diffusa) nella nostra attuale classe dirigente e non solo. Ma, abbiamo scritto quella sera, l’intero nostro impegno non sarà alla resa dei conti valso a nulla (o a molto poco), se tutto ciò non diventerà la prospettiva reale nella quale torni a muoversi il nostro Paese. Per questo, e nella speranza di essere degni di riprendere il discorso (interrotto dalle generazioni che si sono succedute) dei nostri nonni, che dedicandosi (disinteressatamente) a perseguire l’esclusivo bene della nostra Nazione (a costo di rinunce e sacrifici personali), ci hanno lasciato la straordinaria eredità che in trent’anni di dissolutezza non siamo ciò nonostante riusciti a dilapidare del tutto, decidiamo di metterci in gioco, sostenuti dalla consapevolezza di farlo per la necessità di realizzare qualcosa, e non al fine di una mera – e non necessariamente desiderabile – esposizione personale. Perché, come diceva Margaret Thatcher, “Noi non volevamo diventare importanti; ma realizzare cose importanti”. Per questo, mi candido alle primarie del Pd (e – del centrosinistra): per farne quel partito di tutti gli italiani che, solo, può avere l’ambizione, e la forza, di salvare e – ad un tempo – rifare grande questo Paese. Avendone a cuore solo il suo bene.

MATTEO PATRONE Read more

***Il futuro dell’Italia***
IL PD PUO’ FARE A MENO DEI TECNICI
di GAD LERNER

luglio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E la Sinistra non ha bisogno di legittimazione. E’, anzi, l’unica forza in grado di coniugare non (solo) equità e rigore, equità e sviluppo, come si dice – ormai – con un pizzico di retorica di troppo. O, meglio, effettivamente questi stessi binomi ma nella loro declinazione moderna, e attuale. Che – cosa ben più importante – può assicurare la salvezza dell’Italia e/ attraverso la crescita/ rinascita degli italiani. La destra, lo abbiamo già visto, vede Nazione e Popolo come due entità distinte. E invece una nazione in cui il semianalfabetismo di ritorno riguarda il 60% dei cittadini – record negativo assoluto nell’occidente civilizzato – la cui scuola è ferma all’organizzazione (didattica. Perché quello che conta sono i contenuti e le modalità di insegnamento, e non i livelli di competizione tra gli studenti) della riforma Gentile (governo Mussolini), la cui televisione pubblica è ormai una succursale della tivù commerciale (di proprietà del maggiore populista del Paese), è una nazione che cresce (in tutti i sensi) solo se cresce (culturalmente) il suo popolo; e, ad un tempo, quella crescita può determinare la piena espressione dello straordinario potenziale delle nostre risorse umane, che costituiscono il nostro vero – e invidiato e ‘ricercato’ in tutto il mondo, come dimostra la ‘caccia’ al laureato italiano aperta dall’industria tedesca, raccontata domenica sul Corriere da Dario Di Vico: alla quale non si risponde però – passivamente – puntando a ‘gestire’ quel nuovo ‘mercato del lavoro’ europeo, ma facendo in modo che le nostre migliori intelligenze siano finalmente valorizzate innanzitutto nel nostro paese – patrimonio (e, appunto, fattore di crescita – economica); e costituire – nello stesso momento! – la più efficace leva di eguaglianza che sia mai stata concepita nella Storia politica della Sinistra: ‘citata’, l’”Educazione”, per la ‘prima volta’ da Mazzini, e ‘andata perduta’ nel ‘nichilismo’ de facto (materialista) del marxismo. Scuola, università e formazione, ricerca, il tutto collegato al nostro sistema produttivo: è questo che è ‘necessario’ ed essenziale per la rinascita del nostro paese. E, potendo l’Italia contare sulla più straordinaria tradizione storica e culturale del mondo – che non si traduce solo nell’eredità dei beni – archeologici, architettonici – che ci sono stati tramandati dal passato, ma nella nostra potenzialità di riavere quello stesso ‘respiro’, di rigenerare quella stessa ‘cultura’ – il ritorno della Politica (e della – vera – Sinistra) può coincidere con il Nostro ‘ritorno’ in cima a quelle classifiche mondiali che oggi ci vedono arrancare nelle retrovie. Gad ora, all’interno, sull’(ingiustificato) ‘senso di inadeguatezza’ dell’(attuale) classe dirigente del centrosinistra. di GAD LERNER Read more

***Legge elettorale***
BASTA UN VOTO PER TORNARE AL MATTARELLUM
di MASSIMO DONADI*

luglio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un voto che potrà essere espresso dalla maggioranza – trasversale – presente in Parlamento e intenzionata a cambiare la legge elettorale, sì, ma nell’interesse del Paese e non della (propria) parte. Il presidente Napolitano, che oggi torna ad invocare la riforma, aveva detto: “Si proceda anche a maggioranza”. E il Pdl minaccia di farlo. Con la vecchia. Cioè, con la Lega. E di produrre, di fatto, un ‘Porcellum-2′: cioè una legge che, al netto delle tecnicalità, è funzionale al proprio tornaconto. E allora il Parlamento abbia un sussulto di orgoglio e di dignità, e voti la nuova legge elettorale, a maggioranza, convergendo sull’unico modello che mette tutti d’accordo perché non lo vuole (quasi) nessuno per una ragione semplice: è il miglior modello per l’Italia, perché è italiano (!), ha già funzionato (per 12, lunghi anni! E ha consentito a due legislature di essere portate a compimento), garantendo l’alternanza, offrendo un ideale punto di equilibrio tra rappresentanza territoriale e voto di opinione, maggioritario e proporzionale. Per evitare le ammucchiate basta – se del caso – eliminare lo scorporo e magari prevedere un (piccolo) premio di maggioranza, e ad un tempo che le forze in campo smettano di occuparsi (comunque, solo) di loro stesse, e riprendano a confrontarsi e a presentare al Paese i loro progetti. Pd, terzo polo, Idv, le frange oneste e responsabili del Pdl, ‘anticipino’ la forzatura della destra e abroghino il Porcellum restaurando la legge Mattarella: e poi, a ottobre/ novembre, si torni subito a votare. di MASSIMO DONADI* Read more

***Sul decreto sviluppo***
CARO MONTI, ORA AL PAESE SERVE UNA SVOLTA
di ANDREA SARUBBI*

luglio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un governo di destra (liberista) non ha probabilmente nelle sue corde i provvedimenti – o, meglio, le azioni – necessarie a salvare (e rifare grande) l’Italia. Nemmeno se alla sua guida c’è una persona onesta e responsabile come il presidente Monti e non un volto del populismo berlusconiano degli ultimi vent’anni. Per due possibili ragioni. La prima è che i governi liberisti, per definizione, (si) negano ogni possibilità di coordinamento e/ o “dirigismo” (così chiamano la funzione di leadership e orientamento – anche del sistema economico – da parte della Politica): e una economia in crisi – sia pure frutto di una congiuntura internazionale sfavorevole; ma nel caso dell’Italia, anche dell’arretratezza del nostro sistema produttivo, fermo agli anni Settanta, e della trentennale latitanza della politica che ha causato tutto ciò – per rimettersi in gioco ha invece bisogno proprio di una “spinta”, come la definisce nel pezzo che state per leggere il deputato del Pd; quella che noi immaginiamo potrà venire (nel modo più efficace e lungimirante) “solo” dal darci l’obiettivo di tornare ad essere la culla mondiale dell’innovazione. Il governo, come vedremo nel pezzo di Sarubbi, anche per le sollecitazioni in questo senso del presidente di Confindustria, ha in qualche modo recepito questa “indicazione” (che il Politico.it gli rivolge da tempo), limitandosi per il momento ad unificare gli incentivi nel senso della ricerca (inizialmente “azzoppata”) e, appunto, dell’innovazione; il che è un ottimo passo in avanti – come lo sono altri provvedimenti contenuti in questo decreto, ad esempio gli incentivi alle ristrutturazioni – senza consumare altro suolo – nella chiave del risparmio energetico – ma non basta ancora ad imprimere quella “spinta”, quella svolta che (se vogliamo sperare di tornare a crescere significativamente, e non solo di uno 0,) non potrà venire che con un pizzico di sano coordinamento politico che potrà poi progressivamente essere allentato quando il sistema si sarà rimesso in moto. La seconda ragione è che la destra (pure) storica e “cavouriana”, di cui Monti rappresenta la perfetta (re)incarnazione, ha nel suo dna il riconoscimento della primazia del bene “della nazione”, come soggettività “ideale” e (in parte) astratta, “familiare” alla cultura elitaria di cui i suoi esponenti sono espressione, su quello “del paese” (ovvero del “corpo vivo” del “popolo”, degli italiani): ed è per questo che pone il risanamento del bilancio prima e “sopra” la vita dei nostri connazionali, facendo pagare “soltanto” a loro (attraverso i tagli, attraverso le tasse; magari immaginando di introdurre la possibilità del licenziamento facile) il prezzo del rigore. E’ infatti vero, come dice Monti e come abbiamo detto noi per primi, che il modo per “aiutare” gli italiani (e nella fattispecie le persone più deboli) è salvare l’Italia, perché se lo Stato fallisce sarà un problema per tutti (e tanto peggio andrà proprio per le persone che già oggi stanno soffrendo): ma la salvezza dell’Italia – che verrà solo con la ripresa della crescita – non potrà prescindere dal “contributo” (e quindi dal coinvolgimento) di “ciascuno” dei nostri connazionali, secondo le possibilità che ciascuno esercita nel nostro sistema economico: in quanto (semplici) consumatori, come “imprenditori” (compresi piccoli artigiani e start-up con zero dipendenti) o come (collaboratori) “dipendenti” di questi ultimi. “Deprimere” la capacità di spesa dei primi, gettare nell’instabilità i lavoratori consentendo (e, anzi, suggerendo) agli imprenditori di puntare a salvare solo loro stessi introducendo (come era stato fatto in un primo momento, sempre nella chiave, liberista, di ridurre semplicemente i lacci perché chi ne ha – “già” – le forze possa tornare a muoversi da sé) la possibilità di licenziare, non è, per così dire, un buon viatico perché ciò possa avvenire in modo virtuoso. Detto ciò, non vorremmo più sentire dire – come già invitava a prestare “attenzione” dal fare il direttore De Bortoli – che lo spread pressoché sugli stessi livelli dell’ultimo Berlusconi, indichi una situazione (anch’essa) uguale ad allora: i tagli alla spesa non bastano (e sono stati fatti certamente in modo disordinato, come dimostra l’inevitabile passo indietro del governo proprio sulla ricerca) ma erano (e sono) necessari per consolidare un bilancio che per essere sostenibile ha bisogno di crescita ma anche di vedere ridotte le proprie spese improduttive. E’ poi “facile” (?) immaginare cosa sarebbe successo se, oltre a non realizzare quei tagli, alla guida del paese fosse rimasto, in vece della figura onesta e responsabile – ed autorevole – del suo successore, il “leader dei moderati”. Con Monti abbiamo dunque fatto un altro tratto di strada che con Berlusconi ci sarebbe probabilmente stato negato; ma ora senza una “spinta” – senza la leadership della Politica vera che non sembra però essere nelle corde di questo governo – rischiamo di non riuscire a percorrere quello successivo. Mentre un esecutivo Politico nel pieno delle sue funzioni che sappia quale direzione imprimere al paese, potrà cominciare – da subito, senza aspettare altri sette-otto mesi di fibrillazioni mercatiste – a far rinascere la nostra economia. Sarubbi ora, sui comunque importanti (e che ora vanno nella – stessa – giusta direzione) contenuti del decreto sviluppo.
di ANDREA SARUBBI* Read more

***Il futuro dell’Italia***
VENDOLA E DI PIETRO? ENTRINO NEL PD

luglio 20, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Le elezioni si avvicinano. Nel centro-centrosinistra partono i veti incrociati: “mai con Casini”, dice Vendola; “siamo noi che non vogliamo”, risponde Casini. E i Democratici (o almeno Finocchiaro): “Con chi attacca il Quirinale (Di Pietro) il discorso-alleanze è chiuso”. Ma se la legge elettorale – com’è probabile – resterà la stessa (ma anche in caso contrario), verso altrettanto probabili (a questo punto) elezioni anticipate, e l’alleanza con l’Udc – per quanto mal digerita dalla base Pd – eviterebbe il rischio (che in effetti esiste) di un “ricompattamento” dell’area moderata, con ricadute (nella “ghettizzazione” della sinistra così interpretata da Giuliano Amato) di occhettiana memoria capaci di (ri)mettere in discussione una vittoria data per certa dai sondaggi, perché il primo partito italiano – nato per rappresentare tutta l’area progressista – non propone a Idv e Sel (a condizione di accettare naturalmente da subito il principio “una testa un voto”) di confluire dentro se stesso - attraverso proprio il “rito” delle (a questo punto, pure, eventuali) primarie – allargando tutto ciò anche ad associazioni e società civile, come già fatto da Bersani (nell’indicazione dei candidati Democratici al Cda Rai) nell’unico atto riuscito della sua segreteria? Si riunirebbero così finalmente elettori – quelli del centrosinistra “erede” dell’Unione – che la pensano allo stesso modo su tutto, e che da anni chiedono l’unità dei partiti che li rappresentano (e che se fosse raggiunta per una sincera adesione dei loro protagonisti, e non per mero calcolo elettoralistico, porterebbe un valore aggiunto capace di “compensare” l’eventuale “recupero” di un Berlusconi intenzionato a mettere in campo una creatura nuova – o (apparentemente) rinnovata), puntando a (superare – ?) quel 40% che costituisce la soglia di realizzazione del partito a vocazione maggioritaria tratteggiato da Veltroni (che è il Pd nella sua conformazione originale), e disinnescando ad un tempo – assorbendoli dentro di sé – leadership a (persistente) “rischio” di radicalismo e populismo come quelle di Vendola (ormai, da tempo, meno) e Di Pietro. Un Pd forte – che ha bisogno naturalmente di una guida altrettanto forte – bilancerebbe la (pur necessaria) alleanza con Casini (e magari con l’ala più innovativa e onesta e responsabile dei futuristi di Fini) senza rischiare (ovviamente tutto ciò andrebbe centrato sul programma del “partito dell’Italia” e non ridotto a mera operazione politicista) di subire emorragie a sinistra. Sul tema dell’innovazione, da perseguire con la cultura e con la formazione, più potenti (e finora mai utilizzate fino in fondo) leve di eguaglianza e insieme di crescita, sarebbe probabilmente motivato a confluire anche quell’(“altro” – ?) 40% di italiani che da molti anni non vota, e che non vedrebbe l’ora di aderire e sostenere un progetto di (vero) cambiamento. Unica condizione, la disponibilità-determinazione a votare riforme anti-conservatrici e di rottura (col passato; compreso quello clientelare: capito, Casini?), per accettare confluenze ed alleanze, alla quale il Pd non dovrebbe (mai) rinunciare. O tradirà se stesso (e soprattutto il nostro paese). Ecco come, ormai nel settembre 2011 (un anno fa!), nelle settimane dell’incontro di Vasto (foto), il nostro direttore “anticipava” questa stessa “sfida” lanciata ai leader di Italia dei Valori e Sinistra Ecologia e Libertà.
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Spread non è indicatore ‘indipendente’ Mercati non tengono conto di (soli) tagli Non potrebbero ignorare Pil che cresce Non c’è scorciatoia a stato emergenziale Italia salva rigenerando economia (reale) Ecco, ancora una volta, modo in cui farlo Attesa non porterà con sé una soluzione Agire (subito) o è meglio tornare a votare

luglio 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Oltre Monti” e “Monti-bis”. E’ l’auspicio delle forze “responsabili” di destra e sinistra. Ora: che cos’è responsabilità (almeno – ma non solo – in Politica)? Per noi è avere in testa il solo interesse della nostra nazione, e fare tutto ciò che è necessario – anche a costo di compiere dei sacrifici – per perseguirlo. Si dirà: ma infatti noi pensiamo di fare il bene dell’Italia cercando di dare continuità all’”agenda Monti”. Benissimo. Ma allora la domanda è: che cosa sta facendo Monti per perseguire l’interesse dell’Italia? L’Italia oggi è in crisi perché è in crisi (innanzitutto) la sua economia. L’interesse dell’Italia è dunque nella ripartenza della propria economia. Che cosa sta facendo Monti perché ciò avvenga? Un giro all’estero per cercare di attrarre investimenti nel nostro paese. Ma perché qualcuno dovrebbe investire in una economia (e in un paese) in crisi? Per renderla attrattiva, bisogna prima rifondarla; e per rifondarla non basta cambiare (togliere) qualche regola e spostare qualche incentivo da qui a lì. Bisogna che la Politica ridia una leadership, un orientamento, alla nostra nazione; un obiettivo, insieme alto e concreto, da perseguire, che consenta di restituire voglia, fiducia, determinazione ai nostri connazionali; e “poi” proceda a far discendere le scelte necessarie a coordinare quell’impegno nel perseguire il rinnovato orizzonte comune. E quell’obiettivo, com’è sempre stato nel corso della Storia (nei momenti di crisi e di “ripensamento”), non può che essere innovare. A 360°. Che significa farlo sul piano della produzione, ma anche culturalmente. Facendo dell’Educazione il perno attorno al quale può ruotare tutto ciò. Un paese in cui i lavoratori dedicano parte della loro giornata lavorativa – o periodi di alternanza con il lavoro tout court – a formarsi, a studiare, a crescere per far crescere poi – con il loro ritrovato spessore, culturale, e quindi umano, e quindi anche tecnico e professionale – le loro aziende; le quali diano loro l’opportunità di valorizzare le proprie ritrovate competenze avviando – grazie alla ricerca – nuovi filoni produttivi; mentre la Politica rifonda la scuola – in questo – stesso – senso: puntando cioè a trasformarla in un motore di crescita, economica e culturale, per una possibile, nuova civilizzazione – e crea il clima necessario restituendo all’Italia l’imprinting di una nazione che fa dello studio, della creatività, dello stesso impegno (anche – politico) la propria cifra: è in un paese così, in cui si rigenera il futuro (non solo dell’Italia ma del mondo intero), che gli investitori hanno voglia di portare le loro imprese. Un paese che quindi, oltre a innovare nella produzione, rigeneri il proprio filone artistico (ovviamente tenendo conto delle nuove modalità espressive e anzi sperimentandone di nuove), cinematografico, letterario, che, cari signori, non sono divertissement: sono la fonte di ispirazione di una comunità che non sia fondata sul solo consumo, e quindi sulla competizione, da essi sia omologata e perda, alla fine, la propria identità e con essa la ‘tenuta’ necessaria per non smarrirsi e cominciare un declino. La cultura non è una spesa a fondo perduto (se ben governata); la cultura è il respiro di una nazione. E la salvezza dalla stessa, emergenziale situazione di oggi, si persegue costruendo, poco alla volta, il nostro futuro. Rassicurando così i mercati; che oggi non possono esserlo: se non altro perché – tagli a parte: ma dopo aver tagliato, cioé ridotto, la nostra “consistenza” (sia pure, in quei casi, infruttifera), bisognerà pure che “compensiamo” e, anzi, invertiamo – senza aumentare subito la spesa – questa “diminuzione”; altrimenti, lo dicono le parole stesse, non cresceremo – non stiamo, tecnicamente, facendo nulla. Aspettando inutilmente una riduzione di uno spread che non potrà venire, perché i tagli da soli non bastano, perché non rigenerano una economia; al limite – e questo è sicuramente un merito che va riconosciuto a Monti – allungano i tempi entro i quali questa rigenerazione – le scelte Politiche necessarie a determinarla – può essere compiuta. Ma quei tempi non sono infiniti; e la nostra spesa, pure inusitata (e finora, peraltro, ridotta male), non è illimitata. Il rapporto deficit/Pil non migliora oltre una certa soglia, se non si agisce anche sul Pil. E per questo ci vuole la Politica. Che nessuno impedisce a Monti di fare: se ormai continue, ripetute sollecitazioni – che pure il presidente del Consiglio aveva mostrato di considerare: come dimostra la riallocazione di fondi per il Sud nel senso dell’innovazione che aveva compiuto a maggio, e anche il capitolo, sia pure svuotato di risorse, sulla formazione nella riforma del lavoro – verranno accolte (immediatamente), saremo i primi a compiacercene. Altrimenti, l’attesa a questo punto è inutile: o si interviene subito o ogni giorno che passa il rischio-default aumenta. E allora è meglio che si torni a votare.

L’Italia non è né Grecia né Spagna Governo Pd può far ripartire paese

luglio 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’Italia non è la Spagna, l’Italia non è la Grecia: quello che non è stato possibile ai neo-governi (conservatori) in quei due paesi, è forse possibile per la nazione che ha il nostro tessuto di piccole imprese, la consistenza e la tenuta del risparmio delle nostre famiglie, che ci pongono un passo avanti alla Spagna (che adesso ci aveva sorpassato, ma non è mai stata la settima potenza industrializzata del mondo), ma anche rispetto ad una Grecia la cui situazione (finanziaria) non è mai stata nemmeno paragonabile alla nostra (per non parlare del vuoto trentennale di politica che ci siamo (auto)imposti, che ci consegna margini di movimento (e di crescita) inediti). Il fatto che i loro nuovi governi non abbiano risolto la situazione, non significa che ciò non possa avvenire da noi. E poi la prospettiva non è quella di avere un qualsiasi altro esecutivo (in Grecia e Spagna, bisogna ricordare, sono oggi al potere forze – comunque – conservatrici), ma un governo del Pd: che poi gli attuali dirigenti non pensino di essere all’altezza, non è una buona ragione per consegnare a questa incertezza l’intera prospettiva, ma semmai per fare un passo indietro – mentre si chiude la parentesi-Monti – e lasciare spazio a nuove forze capaci di agire per salvare il nostro paese.

Senato ‘approva’ il semipresidenzialismo Se il Parlamento è ostaggio di Pdl e Lega Pd (e Idv) ponga(no) ora fine a stillicidio Non si lasci il Paese sotto scacco destra

luglio 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E’ questo, e non un (nuovo) governo a guida Democratica che assuma finalmente i provvedimenti di cui l’Italia ha bisogno, il vero fattore di instabilità di questo paese. L’instabilità di non sapere che piega prenderà da un giorno all’altro la discussione in Aula perché il primo partito italiano, (non) guidato da Bersani, impaurito dalla prospettiva di doversi assumere in prima persona la responsabilità di affrontare la situazione di difficoltà in cui è calato il nostro paese, cincischia, lasciando però che nel nostro Parlamento continui a prosperare una maggioranza di destra (s)composta dalle più irresponsabili pulsioni personalistiche e populiste di Lega e Pdl. La prova (ulteriore), in qualche modo anticipata dall’intervista di stamane sull’Unità a Massimo D’Alema, si è avuta oggi, quando la vecchia maggioranza ha approvato da sola – e contro il parere degli “alleati” – una riforma che stravolgerebbe completamente il senso delle nostre istituzioni, tasformando una repubblica parlamentare in una sostanzialmente presidenziale, senza che né nel paese, né nelle aule di Camera e Senato – giustamente impegnati a confrontarsi su temi più seri, al momento, e/ perché più urgenti – si sia nemmeno potuto abbozzare uno straccio di dibattito comune. E questo potrà riguardare, dall’oggi al domani (e con una prevedibile climax nell’inoltrarci nella campagna elettorale), qualsiasi provvedimento partorito dall’aula o licenziato dal governo: la ritrovata “morsa” (sulle nostre istituzioni democratiche: si parla infatti di un possibile scambio tra Pdl e Lega in vista delle prossime elezioni che prevederebbe una sorta di desistenza da parte leghista nel non presentarsi alle politiche in cambio della guida della regione Lombardia: che rappresenterebbe un ulteriore passo per il pieno controllo del nord e verso una secessione mascherata, di questi tempi (per molti, finto-europeisti), in – maggiore – autonomia nella chiave della federazione continentale) tra le due forze più estreme (o spregiudicate) del nostro arco costituzionale promette, in presenza di una qualsiasi, rinnovata esigenza privatistica di Berlusconi o di una “voglia” dell’alleato nordista, di dare luogo a inusitate fughe in avanti – contando appunto sullo strapotere della loro maggioranza parlamentare – minacciando lei, così, la credibilità e l’affidabilità del nostro paese (anche rispetto ai mercati e ai nostri partner europei) e generando l’effetto opposto a quello che gli altri membri della “strana maggioranza” sostengono, sventolando presunte ragioni di “responsabilità” e di “interesse del paese”, di voler sortire. Lo spread è tornato sopra quota 500, Monti non sa, nella chiave della crescita, che pesci pigliare, il Parlamento continua ad essere in balia del populismo e degli interessi della metà più caotica e meno responsabile dell’arco delle forze parlamentari, che speravamo di avere consegnato al dimenticatoio con le dimissioni di Berlusconi (non dimentichiamo che si tratta degli stessi deputati e senatori che hanno sostenuto il precedente governo e che il Cavaliere aveva battezzato alla loro nomina attraverso le liste bloccate del Porcellum), e che rischiamo di (ri)vedere moltiplicati nei mesi che ci separano dalla data del voto, per un ulteriore aggravio di instabilità: come abbiamo scritto una settimana fa, è ora che il Pd si carichi finalmente sulle spalle questo paese: prima che sia (davvero) troppo tardi.

Ma tema non sia (ora) chi si allea con chi Ma cosa vogliamo fare del nostro paese Serve ora completo ribaltamento di piano Una economia rifondata sull’innovazione Formazione continua a ‘integrare’ lavoro Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento Italia tornerà ad essere culla della civiltà

luglio 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La questione non è “oltre Monti” o “Monti bis”. E nemmeno quali alleanze comporre. La questione, anche per rassicurare i mercati circa la stabilità del nostro sistema politico dopo la fine della parentesi tecnica, dovrebbe essere qual è il progetto per l’Italia. Quali sono, a partire da questo, i programmi concreti che si intendono mettere in campo per far ripartire la nostra economia. E, possibilmente, non solo. Di tutto questo, al solito, nel dibattito pre-elettorale tra i protagonisti della politica politicante, non c’è traccia. Ed è per questo che i mercati – ma anche i nostri partner europei – hanno paura di quello che potrà accadere “dopo”. Non, per un ritorno della Politica in quanto tale (ovviamente – ?). Ma per il ritorno di questa (modalità di – non – fare) politica che ha (però, rispetto a quanto viene sostenuto da chi, in queste settimane, lo ha rilevato) un solo modo per offrire reali garanzie di continuità (nel rigore e nella serietà) con l’esperienza montiana, e ad un tempo per rappresentare la soluzione (il superamento) ai limiti mostrati da quest’ultima (e dunque per poter rappresentare una soluzione più in generale alla crisi del nostro paese): ed è appunto tornare ad occuparsi dei (soli) “contenuti”. E non è sufficiente, a questo fine, indicare la scelta di campo rispetto a Monti: perché Monti rappresenta un punto di partenza imprescindibile per ciò che riguarda, appunto, i capisaldi del rigore (non solo finanziario) e della serietà; ma sul piano Politico, come dimostra che il presidente del Consiglio giunga solo oggi alla conclusione (che noi predichiamo da tempo) che sia necessario intervenire (prioritariamente! Prima che sia – “ancor più” – troppo tardi) sulla (nostra) economia reale (assumendo misure per far ripartire la crescita), la questione è più complessa. E, ad un tempo, dalla sua risoluzione non si può prescindere non solo per rassicurare i nostri partner (ai quali dovrà bastare l’impegno per la continuità nel rigore e nella serietà); ma per avere qualche chance che l’opportunità di avere a novembre un (nuovo) governo (Politico) nel pieno delle sue funzioni – da noi per primi indicata e “sponsorizzata” – venga valorizzata per quello per cui era stata immaginata, ovvero per poter da subito – senza aspettare la primavera – mettere in campo i provvedimenti necessari (ad uscire dalla crisi – per l’Italia, ormai trentennale). Se non si sa come agire, è meglio fare un passo indietro (perché solo questo, immaginare e mettere in atto ciò si vuol fare per il proprio paese, è la Politica. Il resto è – “pura” – autoreferenzialità). In questo senso, la sola opzione sul terreno – il solo “pensiero forte” della nostra politica di oggi – è quella “raccontata” ormai da due anni dal giornale della politica italiana. Che torna, in questo lunedì di fine luglio in cui il nostro paese si trova ad un bivio, a riproporla.
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***Spending (p)review***
LA “MANNAIA” DI MONTI SUI DEBOLI. MENTRE LA CASTA PROSPERA
di MASSIMO DONADI*

luglio 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché il governo, il cui unico riferimento sono le tecnocrazie europee e i mercati – e non ciascuno di noi – ha il (solo – ?) obiettivo di mantenere in vita se stesso, e per questo non si azzarda neppure a toccare i (veri!) sprechi che gravano sulla nostra spesa, quelle clientele della politica politicante annidate in organismi para-pubblici a fondo perduto (nel senso che non servono a nulla, se non ad assicurare le prebende, e una – altra – ? – “poltrona”, ai propri membri) che trovano la loro “vetta” paradigmatica nella pletora di dipendenti della (pur autonoma – ?) Regione Siciliana, vero buco nero della nostra finanza (perché l’autonomia della Regione, buona per le assunzioni, non vale per il pagamento degli stipendi che ricade su tutti noi), e rispetto alle quali la “sparizione” del tetto ai gettoni dei manager pubblici dai provvedimenti del governo (“rivelata” stamane dal Corriere) tradisce l’ipocrisia e la strumentalità di questo esecutivo (come nel caso dello scudo anti-spread, “coperta di Linus” della insipienza di Monti nel rigenerare la crescita, prima chiesto “ma non ce ne avvarremo”, e che ora che ce ne vogliamo “avvalere” non sarà comunque “pronto” prima di settembre, così che nella volatilità dei mercati di agosto saremo pronti noi a rischiare il default; avendo fino ad oggi passato il nostro tempo a tirare la giacchetta ai nostri partner europei, invece di concepire misure per la crescita che avrebbero risolto definitivamente il problema e senza farci dipendere da altri), che colpisce senza pietà i “poveri” per lasciare inalterati i privilegi (altro che lotta alle corporazioni) dei ricchi (dipendenti dello Stato). I voti dei cui referenti politicanti sono però necessari al professore (?) per rimanere in carica fino al 2013 (e poi magari avanzare la propria ri-candidatura a Palazzo Chigi, con tanti saluti a chi lo avrà sostenuto fino ad allora “lealmente” – prevedibilmente non ricambiato, come anticipa la visita del drappello di deputati Pdl a Palazzo Chigi per decidere sulla Rai escludendo il Pd – appoggiato magari da un Berlusconi la cui riproposizione come “candidato”, vista l’inutilità e gravosità per il Cavaliere – anche per la contrarietà delle cancellerie europee – potrebbe essere sostituita da un – naturale, data l’identità “di destra” dell’ex presidente Bocconi – sostegno futuro alla premiership del professore), e non vanno messi a rischio. Ma, così, si mette a rischio solo la vita degli italiani (e/ anche attraverso la tenuta – di “lungo” – ? – periodo – del nostro bilancio): mentre amici e parenti dei politicanti possono continuare a prosperare (e a sperperare, con la loro presenza e in-direttamente, soldi pubblici). Come ci racconta il capogruppo di Idv alla Camera, che passa in rassegna alcuni degli altri (costosissimi) organismi che i tagli della salvifica “agenda Monti” (che non hanno mancato di schiantare la nostra ricerca e di far compiere un altro passo verso la privatizzazione al sistema sanitario – perché questa è la strada tracciata) hanno dimenticato di sfiorare.
di MASSIMO DONADI
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“Schiaffo” mercati a Monti: spread a 380 “Non ci hai ‘offerto’ art. 18, ci rivaliamo” Ma gov. non dev’esser affidabile co’ loro Ma agire nell’esclusivo interesse italiani E oggi ciò significa (ri)generare crescita Anche per (ri)mettere in sicurezza debito Ma questo Monti (proprio) non lo sa fare Esecutivo proff. è ancora utile al Paese? Crespi: “Maggioranza di noi pensa di no”
di GAD LERNER

aprile 9, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La creatività, cita Giulio Giorello domenica sul Corriere, è riordinare elementi al cui uso siamo abituati quotidianamente, ma che nell’ordine attuale non danno la resa che possono dare in un ordine nuovo. Il giornale della politica italiana ha già indicato nella formazione continua – tassello per ciò che riguarda il lavoro di un completo ribaltamento di prospettiva in cui torniamo a fare della cultura il nostro ossigeno, (ri)sostituendo i contenuti al gossip, riavendoci della nostra capacità di pensare, recuperando il gusto per lo studio – la chiave per fare del lavoro (e della forza lavoro) il principale motore del rinnovamento delle aziende nel senso dell’innovazione. E – quindi – per rigenerare (una) crescita (che può arrivare “fino” alla doppia cifra). Il governo, invece, spiega il conduttore de L’Infedele, usa “gli strumenti tradizionali della scuola economica neoliberista”. Che è come infierire sul malato iniettando altro vaccino della stessa malattia che l’ha portato nelle condizioni in cui si trova oggi. Perché Monti ‘pretende’ di ascoltare i mercati. Ma i mercati, abbiamo già avuto modo di dirlo, non perseguono il bene dell’Italia, ma il loro. E quando nel nostro paese (la Politica) (si) torna a discutere per stabilire di non prendere una decisione – l’abolizione dell’art. 18 – che non è nell’interesse generale, ma solo di una parte e, al limite, degli investitori di Wall Street, ecco che loro si ribellano, come anticipato dal loro giornale, e come vediamo in queste ore. Perché è evidente che il nostro spread non sale (peraltro, da almeno dieci giorni) solo per la crisi occupazionale negli Stati Uniti – come tentano di accreditare, fuorviandoci, stamane i commentatori – ma anche perché non abbiamo sacrificato la libertà dei nostri lavoratori sull’altare della (loro) convenienza. Il compito di un governo dell’Italia, però, non è fare la loro convenienza; ma quella del paese (e non – di – un mercato). Quell’”affidabilità” nei confronti degli italiani, e non nei confronti di Wall Street, che abbiamo già rivendicato come condicio sine qua non per fare Politica nel nostro paese. E il bene dell’Italia, oggi, sarebbe (ri)generare la crescita; (ri)producendo la quale si metterebbe peraltro il nostro debito in sicurezza al di là di ogni tentazione famelica degli investitori. Ma Monti, lo abbiamo già scritto, questo non lo sa fare. E perciò cincischia intorno a provvedimenti preliminari – quale sarebbe stata, comunque, anche l’abolizione dell’art. 18 – che girano intorno al punto, senza mai centrarlo. Perché il suo “referente” (Etico) non siamo tutti noi, ma i mercati. Ed è anche per questo che, come ci rivela Luigi Crespi, i professori hanno sperperato in poche settimane il patrimonio di fiducia che avevano accumulato presso gli italiani, scendendo oggi al di sotto del 50%. Perché i nostri connazionali sono disposti ad accettare ogni sacrificio – per il bene, di tutti – ma non (ulteriore) sofferenza “spesa” sull’altare della salvezza di (solo) una parte di loro (o, peggio, dei “dominatori” stranieri: una tendenza, quella a “calare le brache” nei confronti dei conquistatori, che attraversa tutta la nostra storia – “recente”). Una riforma unilaterale e – in ultima analisi – anti-italiana – senza essere, come abbiamo già scritto, anticiclica – che infatti l’esecutivo è stato costretto a rimangiarsi. Ma ora Catricalà: “In Parlamento sarà possibile re-introdurre maggiore flessibilità”, gli fa eco anche il presidente del Consiglio da Israele. Il Pd è chiamato a tenere ferma la barra, o contraddirà la propria funzione (di “partito dell’Italia”, e non – tanto - dei – soli – lavoratori). Che è, semmai, quella di approfittare del passaggio parlamentare per introdurre la formazione (continua) nei momenti di transizione da un lavoro all’altro come chiave per mantenere i nostri lavoratori “sempre” occupati, dare quindi un senso ad ammortizzatori sociali che cesserebbero così di essere tali e diventerebbero una indennità di (dis)occupazione finalizzata a dare più forza, competenza, specializzazione, libertà alle nostre risorse umane, e infine per attivare un circolo virtuoso nel quale aziende e lavoratori sarebbero entrambi impegnati per (far) crescere (loro stessi e le proprie aziende), e quindi capace, in questo caso per davvero, di (ri)generare la crescita. Altrimenti, scrive Gad nel pezzetto che stiamo per leggere, “la recessione rischia di mangiarsi anche un governo impegnato solo a pagare il debito”. Ovvero incapace, “aggiungiamo” noi, di offrire (al paese, e non ai mer- cati) alcuna soluzione per ripartire. di GAD LERNER Read more

Partito Democratico, adesso tocca a te (Con noi) la Cgil torna quella di Cofferati E salva sinistra/operai da sconfitta finale (Ma) ora il Parlamento ritorna/ i sovrano
(Ri)dica no a (sola!) abolizione dell’art. 18

marzo 21, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Eravamo arrivati al punto di non ritorno. Nella notte del ‘vertice’ tra Monti e l’abc della politica politicante Bersani aveva definitivamente calato le brache (alla sinistra). Che era sul punto di essere completamente inglobata e assimilata dalla destra. Senza che ciò fosse in alcun modo necessario per il bene del paese: no, presidente Napolitano, questa riforma non persegue l’interesse generale, ma quello dei (soli) imprenditori. Che avendo la possibilità di licenziare nel momento piu’ acuto della crisi – ovvero, in (piena) recessione – scaricheranno la zavorra dei lavoratori alleggerendo i propri costi e salvando loro stessi, ma senza far ripartire alcunché. E determinando una carneficina sociale: molte aziende – le piu’ piccole – e i loro lavoratori non hanno mai avuto l’art. 18, ma quelle con piu’ di 15 dipendenti – una minoranza, le aziende – hanno sotto contratto – per contro – la stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti italiani. Dunque: altro che questione “simbolica”, in gioco c’è – proprio – la libertà di licenziare. La crescita si fa in altro modo. Il giorno successivo il vertice la nostra strigliata. Il segretario Pigi capisce la portata dello scivolone (“E’ stato un errore parlare di accordo, quella notte”), ma soprattutto Susanna Camusso rimette in campo gli attribuiti che avevamo imparato a conoscer quand’era segretario confederale di Epifani. La leader della Cgil, grazie al nostro spunto, capisce finalmente che “l’unico obiettivo del governo è abolire l’art. 18″, e non “fare qualcosa per il lavoro” (che non aumenta se – solo – cresce il numero di aspiranti agli – stessi! – posti, generando – semmai – una sfrenata e controproducente competizione selvaggia. Tra poveri), e alza il muro del principale sindacato italiano. Monti, resosi conto che il gioco è stato scoperto (da noi), sente l’odore del (suo) sangue e si getta sulla preda: “Sull’art. 18 non si discute piu’, la partita è chiusa”, contando sul krumirato delle altre parti sociali (?). La partita non è (affatto) chiusa, ma serve un ultimo sforzo. Il presidente del Consiglio ha rimesso la palla alla Politica, facendo conto sulla debolezza di Pigi. Ma nel momento in cui ha rischiato (rischia) di scomparire, la Sinistra può – proprio in questo momento – tornare ad avere un senso e riprendere il proprio cammino. Vincente. Il Pd dica no a questa non-riforma. E se necessario sfiduci questo governo. Di destra. Amici dell’ala riformista, il licenziamento selvaggio, che uccide la coesione, serve solo ad una (piccola) parte. Non fa il bene del paese. Il bene del paese è smettere di cercare di salvare il salvabile, a discapito dei soliti noti, puntando – piuttosto – a (ri)fare dell’Italia la culla mondiale dell’innovazione. Licenziabilità di tutti, a quel punto, ma con la formazione permanente a rimettere in circolo la forza-lavoro “licenziata” e ripreparata e “rielevata” per accompagnare (e, magari, con la compartecipazione, e conseguente – maggiore – fidelizzazione dei lavoratori alla direzione delle aziende – come da (vero) modello tedesco! – contribuire a definire) lo sforzo di imprese coordinate dalla Politica nella chiave dell’innovazione. Indennità per chi partecipa ai corsi, pronto a tornare al lavoro pochi mesi dopo, avvicendandosi con chi ‘esce’ dall’impiego. E così via. Il salario di disoccupazione immaginato da Monti rappresenta soltanto un clamoroso spreco di risorse pubbliche (!) sperperate a fondo perduto per soddisfare il capriccio delle imprese di poter licenziare come e quando vogliono solleticato da Berlusconi nel 2001. Quando le indennità di (dis)occupazione possono invece costituire – associate alla formazione continua – un (proficuo) investimento nella costruzione del futuro dell’Italia. Liberando le nostre ineguagliate risorse (umane). E rafforzando (e non il contrario) la coesione. Così si fa la crescita. La sottolineatura dell’ipotesi di aumento del costo del lavoro per le assunzioni a tempo determinato – perché, dice Fornero, la “via maestra” dovrebbe essere il più produttivo rapporto di lavoro stabile – è l’ultimo specchietto per le allodole/ “presa in giro” da parte del governo – che rinnova così il proprio conflitto di interessi e (di)mostra di non agire nell’interesse generale – nei confronti dei lavoratori (e di chi, tra i loro “rappresentanti” – ? – pare voler farsi prendere in giro): è evidente che una volta abolito (svuotato; “deviato”) l’art. 18 nessuna impresa sarà “costretta” ad assumere a termine, perché a termine saranno di fatto divenuti anche i contratti a tempo indeterminato, che di fatto non esisteranno più. Interessi (particolari), e non interesse (generale). Caro Pd, la salvezza della Sinistra è nelle tue mani. E, con essa, quella di milioni di cittadini “deboli” e delle loro famiglie.

Ma in tre mosse Monti getta la maschera ‘Sinistra critica visione ‘arida/finanziaria” “La Fiat ha il diritto di fare ciò che vuole” “Parti sociali, fidatevi: sì a prescindere” Sì, il presidente è proprio uomo di destra Pd/Pigi, perché mai lo sostieni – ancora? La Politica ritrovi ora respiro (culturale)

marzo 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il villaggio di cartone di Olmi. Sconcerto, di Toni Servillo. La Cultura, (così) chiave del nostro possibile Rinascimento, ci offre una lettura spietata ma, finalmente, realistica della nostra condizione (sociale). La con-petizione (anche solo all’acquisto, status-symbol – in tutti i sensi – dell’era dei mercati) porta all’omologazione (per la legge – del mercato – che la “concorrenza” – sociale – si batte innanzitutto pareggiandone le caratteristiche) e, così, alla sterilità (di pensiero). Come in Fahrenheit 451, di Bradbury e soprattutto di Truffaut, ciò è foriero di tre conseguenze: la (nostra) “falsità” (e quindi delle nostre relazioni); la perdita della capacità critica e quindi della libertà; la caduta (per – tutto – questo!) in uno stato (velato) di (profonda) disperazione che solo una mancata presa di coscienza ci consente – illusoriamente – di sopportare (?). E che – ad esempio – in Cina, dove tutto ciò è spinto alle (piu’) estreme conseguenze, non stanno (infatti. E tragicamente) sopportando piu’. In realtà questo è il momento in cui rinunciamo al – scegliete voi la percentuale – della Bellezza (possibile) delle nostre vite, oggi ridotte a (squallidi) consumi (di – anche attraverso l’incultura del gossip totalizzante – e come noi stessi, ri-definiti – in tutti i sensi – “consumatori”) e in cui – “come” (?) una persona depressa – non crediamo (pensiamo) piu’ in (a) niente, e tanto meno in (a) noi stessi, e finiamo per concludere (svuotati e sconfitti) che niente è possibile fare (individualmente e collettivamente) per cambiare (nemmeno Politicamente) questo stato di cose e restituirci dignità. E invece no. Olmi, Servillo, gli uomini-libro di Fahrenheit ci dicono che la cultura è la chiave per ritrovare il (nostro) orizzonte, e quindi Noi (in – prima – persona). Cultura non, come altro ramo – morto – della (sola) nostra economia. (Nella – stessa – competizione – e non il contrario -/,) fine (oggi) a se stessa. E quindi – come denunciava (all’opposto) Pierluigi Battista giovedì sul Corriere – fonte (come tutti gli altri comparti della nostra attuale “vita” – ? Sarebbe “meglio” dire mercato – comune) di corruzione e di sprechi. Cultura come rigeneratore della (nostra) umanità. Della nostra Libertà. Che si ottiene esattamente nel modo opposto a quello “liberista” e (finto)liberale: riproduttore di una falsa condizione di libertà che in realtà è quella dei poteri forti di tenerci schiacciati – in quella condizione – sotto i propri interessi. Ecco che cosa distingue la destra dalla sinistra in questo tempo. Proprio quella Libertà in nome della quale i “conservatori” ci hanno ridotti in un nuovo stato di “schiavitu’”, (im)Morale e quindi esistenziale. La Politica non è l’economia. Ha il compito di offrire un orizzonte a noi e alle nostre vite e non soltanto agli interessi di qualche banca o potentato. Sarà proprio in quel modo, che l’Italia tornerà a crescere e che renderà sostenibili e futuribili gli interessi economici. Riportandoli nel loro alveo: quelli di strumenti. E non di fini a cui piegare (in tutti i sensi) noi stessi.
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Italia può conoscere crescita a due cifre E la chiave è (proprio) riforma del lavoro Innovazione sia nuovo obiettivo comune Formazione per la crescita dei lavoratori Che (coinvolti) faranno crescere aziende Presidente Monti, ci (ri)ascolti (ancora) Torneremo ad essere la culla della civiltà

marzo 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La contestazione che alcuni altri rivolgono al presidente del Consiglio circa la sua riforma del lavoro è che “manca ancora completamente (a margine) lo sforzo per la crescita”. Nel senso che, bene il lavoro, ma poi – a parte – bisogna (pur) anche crescere. A riguardo Monti ha (un) torto e (una) ragione. Partiamo da quest0′ultima. Fu il Politico.it, poche ore dopo che l’ex presidente Bocconi disse che il tema della riforma del mercato del lavoro non era “matura”, ad indicare al governo che era proprio quella – ecco il punto – la sede, il livello nel quale trovare la chiave per rigenerare la crescita, e che lo sblocco di (tutta) la situazione, dunque, passava proprio di lì. Fu così che il presidente del Consiglio, il giorno dopo, riprese in mano la questione e disse che, al contrario (di quanto sostenuto poco prima), quella riforma era (divenuta) ”urgente”. Poi però Monti ha (avuto - un) torto: ma non perché la nostra valutazione fosse errata, ma perché è inadeguata (a questo scopo) la riforma del lavoro che poi l’esecutivo ha concepito. Giusto dunque che la riforma del lavoro sia “prioritaria”. Ma non è prioritario un accordo su qualcosa che persegue solo interessi (particolari) e non assolve alla propria funzione di essere invece la chiave per far ripartire la crescita. In un convegno tenutosi in settimana a Milano Sergio Romano ironizzava sulla crisi (esistenziale) della Cina di fronte ad una (propria) crescita al 7%, inferiore a quel boom che tutti ci aspettavamo. Questo ci dice due cose: la prima è che lo (stesso) modello riproposto da Monti – quello basato sulla (sola) libertà di licenziare, con ammortizzatori che, come segnalava ieri Antonio Polito sul Corriere, servono a salvarci e non a rilanciare – sta mostrando in Cina (dove “per questo” si assiste ad una inquietante sequela di suicidi) tutti i suoi limiti, e la sua pericolosità (sociale). La seconda è che, però, gli altri non sono dei marziani e (soprattutto) noi non siamo (mai stati!) dei lillipuziani. E possiamo aspirare non solo ad un misero punticino in più di Pil all’anno (che sarebbe comunque già molto, nella situazione da zero virgola attuale) ma ad una crescita di quelle dimensioni (cinesi. Attuali e potenziali). Se non (?), in prospettiva, a doppia cifra. Perché le nostre risorse intrinseche, fatte di straordinario “materiale” umano, di una straordinaria, vitale, vivace tradizione culturale, di una spettacolare posizione geografica e anche di un sistema delle (piccole) imprese che – a fronte della latitanza della politica – si è mantenuto tra i più solidi e competitivi al mondo (e in questo senso la “voglia” di Monti di aiutare gli imprenditori a conservare questo patrimonio è necessaria e va sostenuta), ci offrono “fondamentali” tali, quando troviamo la quadra per ripartire, da poter riesplodere. Come peraltro ci dicono tutti (dall’estero). Ma dobbiamo avere l’ambizione di provarci, e non soltanto limitarci a mettere qualche toppa alle nostre attuali difficoltà. Il lavoro può essere importante non solo per alleggerire il peso (economico) sulle nostre aziende in questo momento di crisi (attraverso l’abolizione-svuotamento dell’art. 18); e non solo per mettere in pratica tutto ciò in modo un po’ più responsabile di quello prospettato dalla riforma Berlusconi-Sacconi (e non Biagi) del 2001. A proposito: Alfano riprende il nostro spunto di ieri e conferma che questo governo si prepara (fino ad ora) a realizzare ciò che la destra aveva in animo sin dal 1994, e non era stata capace di fare. A (ulteriore) riprova delle nostre (buone) ragioni e della cantonata (speriamo possa rimediare) presa nella “notte” da Bersani. Che cos’è, in buona sostanza, che genera crescita? Una buona idea. Un buon dinamismo. E idee e dinamismo possono riguardare o i lavoratori (almeno quelli che hanno oggi accesso alla stanza delle decisioni) o gli imprenditori. Immaginate invece se la prima e la seconda venissero da entrambi e – non ci crederete - anche da chi li deve coordinare-indirizzare: la Politica. E’ chiaro che il potenziale di crescita si rafforzerebbe notevolmente. Ebbene, questa (virtuosa) condizione non è utopica e si può ottenere dandoci (la Politica) l’obiettivo di (ri)diventare (l’Italia) la culla dell’innovazione mondiale, e fornendo (le imprese e la politica) ai lavoratori le condizioni e gli strumenti per essere importanti e offrire un valore aggiunto in questo senso (attraverso la formazione – continua – e in generale un clima maggiormente “culturale”; sulla cultura come chiave del nostro possibile Rinascimento, e non solo come ramo – morto - della nostra società “denunciato” giovedì da Pigi Battista torneremo auspicabilmente nei prossimi giorni. E facendo partecipare – come in Germania! Questo è il vero modello tedesco – i lavoratori alla definizione del percorso – di innovazione – delle stesse imprese), e alle aziende (la Politica) la partnership, il coordinamento, il coinvolgimento necessario ad impostare (insieme) questo cambio di prospettiva. Chiaro che se invece di essere in piedi, emozionati dall’idea, i nostri rappresentanti (?) stanno (ben) seduti e mettono svogliatamente qualche toppa qua e là (alla cosiddetta antiopolitica), non andremo da nessuna parte. Ma se torna la passione, l’Italia può conoscere quel nuovo Rinascimento che non sarà solo (strettamente) economico; e proprio per questo ci può dare qualche chance di una crescita (futura) addirittura a doppia cifra. Si può fare. Non lo dice (solo) Walter. Ma il momento di muoverci è adesso. Questa (? Al contrario) riforma del lavoro.

Avevamo (ancora una volta) ragione noi E ora coinvolgiamo fratelli nordafricani Per fare insieme pressione su Assad
Il nostro Sud può tornare centro mondo

marzo 14, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ventiquattrore dopo il nostro articolo in cui denunciavamo il silenzio, persistente, dell’Italia (e – dell’Europa) sulla repressione – sul massacro – della rivolta in Siria, il governo – ancora una volta – ci “ascolta” e – anche alla luce di rapporti che svelano l’orrore delle pratiche utilizzate da Assad per colpire i propri stessi connazionali – ritira il proprio corpo diplomatico dal paese mediorientale, intervenendo finalmente in una situazione (internazionale) in cui troppe reticenze e troppa (falsa) prudenza stanno compromettendo il tentativo del popolo siriano di accedere finalmente alla democrazia e, comunque, ad un prezzo inaccettabile. Ma, indicavamo ieri al presidente del Consiglio, non possiamo fermarci qui: non lo possiamo fare sul piano diplomatico, perché questo nostro (primo) gesto non basterà a fermare la furia assassina di Assad; ma non possiamo farlo – nemmeno – sul piano politico, perchè suggerivamo ieri come a margine della crisi siriana si celino straordinarie opportunità per l’uscita dalla nostra, stessa crisi, e comunque per l’avvio di quel rilancio strutturale – leggi: la famosa crescita – per il quale il governo non ha ancora saputo compiere una vera mossa (quale non potrà esserlo una – falsa – riforma del lavoro finalizzata alla sola abolizione dell’art. 18 – gli ammortizzatori sono uno specchietto per le allodole insostenibile economicamente e destinato a non durare – e alla salvezza degli imprenditori, a discapito dei lavoratori – dipendenti – e quindi – in assenza dell’indicazione di un orizzonte comune da perseguire e della scelta di ri-unirci e di collaborare insieme all’insegna appunto del rilancio per perseguirlo – senza nessun beneficio per la nostra crescita. Al massimo, per salvare qualche azienda in più. Ma senza ripartire). Perché l’attrazione di investimenti sarà facilitata da un esecutivo – un paese – che esprima una leadership convincente a livello internazionale, e in qualche modo si faccia apprezzare; e perché la primavera araba offre un clamoroso, potenziale co-traino per lo sviluppo del nostro sud, e smettere di voltarsi dall’altra parte – a cominciare dalla Siria in rivolta – significa mettere le basi per una possibile politica economica comune. In un Mediterraneo – che comprende la Grecia!, e – che, aprendosi agli scambi – da/ verso l’Europa (continentale) e non solo – con l’oriente di Cindia – e considerato che parliamo della sponda settentrionale dell’Africa, quel gigante narcotizzato che un giorno si sveglierà e offrirà il nuovo, principale focolaio di crescita al mondo intero - può aspirare realisticamente a tornare ad essere il centro – geopolitico, perchè culturale ed economico – del pianeta. Cosa stiamo aspettando? Impostiamo – ora! – con i nostri fratelli arabi dei paesi già “liberati” una comune pressione sulla Siria – e non solo sui giacimenti petroliferi – perché il massacro cessi immediatamente. E perché la (vera) democrazia trionfi (una volta tanto - anche da/ per noi).

E’ la generazione che rifarà grande Italia Sono nipoti dei padri della (nostra) Patria De Gregorio: “Raccolgono eredità nonni” Falcomatà: ‘Ma essere giovani non basta’
di ALESSIA FURIA

marzo 8, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma è un buon inizio. In tutti i sensi. Perché solo chi sia “figlio di questo tempo” può avvertire le necessità (morali) legate a questa fase storica per il nostro Paese. Perché le vive (sulla propria pelle), perché in Politica “gli spazi vuoti non esistono”; ma non, in chiave politicante-politicista, ma perché laddove c’è un’esigenza (profonda), ci sarà anche qualcuno capace di “soddisfarla”. E dunque, oggi, di trovare (avere) le risorse necessarie a (ri)dare una prospettiva all’Italia. Così come avvenne nel dopoguerra con i nonni – guidati da Alcide De Gasperi – degli stessi ragazzi di oggi che vogliono riprendere il filo di quel discorso, interrotto dalla generazione di mezzo, quella dei padri, che trovandosi (a loro volta) in una fase storica in cui il nostro Paese – grazie a quello sforzo originale – aveva raggiunto il benessere della quinta potenza economica del mondo, hanno finito per sedersi (sulla poltrona – del potere. “Figli” – a loro volta. Cooptati – del Sessantotto), avviando il declino che ci ha portati alla crisi (acuta) degli ultimi mesi e al rischio-default. La sensibilità di Concita de Gregorio, ieri, su Repubblica, rileva il “legame” che esiste, “è ormai chiaro”, tra “la generazione dei più vecchi e quella dei più giovani”. A cui appartiene Fabrizio Ferrandelli, i presunti brogli dei cui rappresentanti di lista confermano però come non tutto si esaurisca con la questione generazionale. Ce lo ricorda anche il nostro Franco Laratta, che in coda all’intervista a Falcomatà che stiamo per scoprire denuncia una (triste) vicenda di familismo autoreferenziale avvenuta alle nostre spalle nella stessa Calabria di Giuseppe. Ma è proprio per accedere ad una boccata di aria fresca, dopo la doccia fredda delle primarie palermitane, che oggi il giornale della politica italiana avvia una serie di interviste con esponenti di questa stessa generazione di nati dopo il 1980 – alla quale il Politico.it, in tutte le sue “forze”, “appartiene” – accomunati, però, da una reale “connessione sentimentale” con quelle esigenze (profonde) degli italiani la cui soddisfazione è il solo senso della Politica.”Pensare non solo alle prossime elezioni ma alle prossime generazioni”, certo, e sono naturalmente coloro che ri-entrano in questa prospettiva (in tutti i sensi) – i giovani di oggi – ad avere questa possibilità. (Da) subito. Partiamo (proprio) da quel Sud in cui l’esigenza è ancora più forte, poiché là, in assenza – geo-politicamente – di un “traino”, di una prospettiva, l’autoreferenzialità dell’antipolitica è diventata (vera e propria, e diffusa) corruzione, e dunque ancora maggiore distanza da un qualsivoglia abbozzo di risposta alle “chiamate” della società. Il sud, lo abbiamo scritto, può ripartire solo se comprende – se la Politica, comprende – che le sue risposte non possono essere le (sole) stesse da dare al nord; e se si accorge che – appena qualche migliaio di chilometri – di mare – (ancora) più a sud, proprio dei giovani hanno gettato le basi per una (loro) ripartenza (dopo almeno un ventennio di – pieno – regime – autoritario. Sia pure con le peculiarità della Libia e di Gheddafi), che può – magari! – avvenire all’insegna di un progetto di sviluppo comune. Per rifare del Mediterraneo – e, quindi, delle terre a sud di Napoli – il (possibile) centro del mondo (del futuro. Appunto, in tutti i sensi. Compreso quello di ri-cominciare dall’innovazione). Giuseppe Falcomatà è impegnato ogni giorno proprio nel tentativo di scardinare l’attuale blocco della politica politicante – e corrotta – calabrese. In quella Reggio che (almeno nel suo caso) fu già illuminata dalla esperienza della Primavera propiziata dall’amministrazione guidata da suo padre, Italo, che raccoglieva il 70% dei consensi, “facendosi nemici (tra i politicanti) a destra e a sinistra”. A riprova di un fatto molto semplice: che la Politica vera, molto più del politicismo o, peggio, della demagogia e del populismo, è così profondamente nell’interesse del Paese, che il Paese, quando la riconosce, la premia ampiamente. Come ha fatto anche con Falcomatà, eletto con ben 2500 preferenze. Ce ne parla lui stesso.
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***Il ritorno del grande sondaggista***
CARI PIGI, VENDOLA, DI PIETRO: LA VOSTRA STAGIONE E’ FINITA
di LUIGI CRESPI

marzo 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E comincia il tempo in cui le persone tornano a scegliere in base all’”offerta politica”, ai contenuti; perché nell’Italia in cui finisce (anche, “così”), oggi, ciò che era cominciato nel dopoguerra, gli italiani chiedono alla Politica di tornare ad indicare loro un orizzonte, e il modo in cui, concretamente, lo si possa perseguire. Per ritrovare la motivazione che consentì ai nostri nonni – forgiati dalle guerre e dalla dittatura – di compiere il boom e di lasciarci un’eredità tale da vivere di rendita fino, appunto, ad oggi. Quando però quell’esplosione di capacità, di genio, di creatività ha terminato la propria spinta propulsiva, la propria onda lunga, ed è necessaria – ora! – una classe dirigente che sappia – perché ne sente l’esigenza (morale) avviarne una nuova. Ora, prima che sia troppo tardi. Tutto questo è perfetta- mente (?) “certificato” (speriamo non sia proprio il caso di dirlo), scrive l’ex spin doctor di Berlusconi, dal volto (al contrario) e dalla vittoria (sia pure ora rimessa in discussione), nelle primarie del centrosinistra a Palermo, di Ferrandelli – ma anche dal buon risultato di Davide Faraone – 31enne ex Idv che proponeva – perché aveva, da dire – qualcosa per la città. E, comunque, una visione, una – in tutti i sensi – prospettiva. quella che l’attuale classe dirigente autoreferenziale non è più in grado di offrire. Perché non (ne) sente più (la) necessità. E quindi sì, caro Pigi, è ora di “toglierci dai c…”. Ma non tutti (noi), ma voi che siete al potere da (ben più di) vent’anni, i trenta del nostro declino, e di certo – è ormai comprovato – non avete le risorse (morali, e – quindi – Politiche) per farci rialzare in piedi e ripartire. Come – sia pure in modo diverso – non le ha il presidente del Consiglio e il suo governo, Politico nel momento in cui sarebbe meglio si limitasse ad essere tecnico (quando minaccia di – non – riformare il lavoro abolendo l’art. 18, configurando una concezione – Politica – liberista e legata – in tutti i sensi? – al mondo dei mercati), e tecnico quando dovrebbe essere Politico (se è vero che sia necessario offrire un punto di riferimento al Paese non solo nei termini, meritori, di un buon esempio – di sobrietà, direbbe Papaleo – ma anche come leadership e capacità di indicare un orizzonte e suscitare il necessario entusiasmo. Necessario ad un Paese che ha bisogno di rialzarsi, e ritrovare se stesso, e non solo di vedersi cambiare regole che non ha la forza – di fare – per “rispettare” – in senso – anche – alto). Il commento del capo di Crespi Ricerche. di LUIGI CRESPI Read more

Inno alla gioia di Beethoven Inno Europa (Ri)suoni(amolo) insieme a canti nazionali Viaggio in Italia atto d’amore per “noi” (!) Facciamo leggere Goethe (nuovi) italiani Europa tornerà ad essere culla (di) civiltà

febbraio 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

(E noi siamo la Politica, quelli che tirano le fila, quelli che vanno in gol, che fanno la Sintesi – come abbiamo fatto noi oggi, ora, qui). Ecco che cosa intendiamo quando parliamo del Vecchio continente come culla dell’umanesimo. Sappiamo tutti, ovviamente, che le nostre terre sono i luoghi in cui è nato e si è sviluppato il (libero) pensiero (illuministico), innervato e traendo origine (e non contrapponendosi! Quale tremendo equivoco) dal cristianesimo. Entrambi ‘figli’ anche della concezione filosofica (cioè della – ricerca della – verità!) dell’antichità greca della conoscenza come chiave per (ri)dare dignità alle nostre vite. Ebbene, ciò è vero in quanto tutto ciò non è limitato (ovviamente) ad un piano formale e simbolico, bensì affonda le proprie radici nell’etica. Ovvero nel modo di pensare (la nostra vita). La nona sinfonia di Beethoven si chiama Inno alla gioia non per caso: ed è ad una civiltà della gioia (così ri-definita da Fabrizio Ulivieri), appunto, positiva, che miri a costruire il futuro e non a salvarsi (semplicemente) dalle insidie del Tempo che sta la ragione fondante dello spirito europeo. Ed è per questo che sentirlo (ri)suonare accanto al nostro splendido – ma chi è che dice che si tratta solo di un motivetto? L’avvertite la carica, sincera, di generoso patriottismo? Qualcuno che non conosce, in tutti i sensi, la Storia - Inno di Mameli, fonte di ispirazione per ogni italiano che voglia tornare a dare tutto ‘per’ la propria nazione (e cioè, ‘attraverso di essa’, per se stesso e per tutti gli altri nostri fratelli del mondo), favorirà l’Europa (unita) più di qualsiasi mercato (interno). Ma ancora più patriottico è, ed in apparenza – ma solo in apparenza – si tratta di un paradosso, il diario dell’agognato, e finalmente compiuto, viaggio nel nostro paese del padre della cultura tedesca (e non solo). Goethe desiderava sin da bambino visitare l’Italia e in particolare Roma, ‘capitale del mondo’ (come la ri-chiamava lui e come intendiamo tornare presto a richiamarla, non solo per rievocarla e ‘prepararla’, anche noi). Quando la vide percepì subito la grandezza che il patrimonio che ci era (già) stato lasciato dai nostri avi infondeva in ogni spirito che l’ammirasse con la sensibiità – data dalla cultura – per poterlo Ascoltare. E, ad un tempo, il grande poeta tedesco già si accorgeva dei primi (? In realtà il nostro direttore ha già ricostruito in modo diverso – rispetto a questa definizione di ‘inizio’, non da Goethe, naturalmente – da questo punto di vista, la nostra Storia) segni del nostro decadimento, ‘piangendo’ per la Bellezza (di Roma) progressivamente rovinata (con le nostre mani). Ebbene, leggere Viaggio in Italia – scritto, appunto, da un cittadino – allora – di un altro (?) Paese – consente (proprio per questo!) di riprendere coscienza, e di riallacciare un rapporto, con i fili della nostra storia e della nostra identità. E, senza imposizioni, ma proprio per la bellezza di (ri)scoprir(lo/)ci, andrebbe fatto leggere a tutti. A cominciare dai nostri giovani (nelle scuole! Ma, di nuovo, senza tedianti imposizioni. Al contrario!), e da quei migranti che Matteo Patrone ha già indicato come i possibili co-fautori, e innervatori decisi, del nostro possibile Risorgimento, che da Goethe, prima ancora che da ‘noi’, possono cogliere il respiro della nostra anima (nazionale ma in un senso, appunto, aperto). Il che non deve (più in generale) in nessun modo sorprenderci: perché quella di cui parliamo non è la cultura (italiana), ma la Cultura (occidentale, ma non solo). E la cultura (occidentale) è la cultura europea. Il pensiero greco, abbiamo detto, fino all’illuminismo (passando per i valori della rivoluzione francese e di Napoleone) sulla traccia sicura del Cristianesimo. Fino all’avvento dell’inglese (con gli Stati Uniti) e dell’impero dell’economia. Ecco: far (ri)suonare l’Inno alla gioia di Ludwig e leggere Viaggio in Italia di Wolfgang, può ridarci il senso di un cammino da (re/)intraprendere. e quindi “facciamolo”. Subito. Per salvare l’Europa (così, sì, davvero…) ed evitare di (dis)imparare – soltanto, s’intende – a ‘competere e a concorrere’, mentre il mondo muore di una competizione sfrenata di chi ha a cuore (?) soltanto il proprio arricchimento (? Sì, ma materiale).
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Basta presidenti di Consiglio economisti Monti: “Cambierò la vita (?) degli italiani” Come? ‘Abituarli competere-concorrereMa Gesù non dice: competi prossimo tuo L’economia da sola non salverà l’Europa (In più da crisi -per-stessa- economi(c)a) E’ cultura chiave di nuovo Rinascimento Come ci insegnò Olivetti cinquant’anni fa Torneremo ad essere la culla della civiltà

febbraio 9, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non ricordiamo, tra gli insegnamenti di Cristo, uno in particolare che riguardi il libero mercato. Anzi: se non ricordiamo male, fu Gesù a cacciare i mercanti dal tempio. E Giovanni Paolo II disse: aprite le porte a Cristo. E non ad un venditore di polizze o di obbligazioni finanziarie. E pare che sia proprio stata l’economia, a portarci nella condizione – di crisi – attuale. L’economia stravolta rispetto alla propria funzione originale: che non è quella di ‘governo del mondo’ – sia pure nella versione soft di un esecutivo di professori, con la loro deformazione umanistica – ma di regolazione (!) degli scambi commerciali, per concorrere ad un funzionamento del sistema-pianeta e non per sostituirlo: il governo del mondo è la Politica; e oggi la Politica vede una sola via d’uscita – o, meglio, di rilancio - per le nostre vite: e quella via d’uscita è la stessa che Adriano Olivetti – in Italia! – offerse a se stesso e ai propri dipendenti, trasformando la sua azienda – ad un tempo – in un luogo di crescita (culturale e – quindi – spirituale!) dei suoi collaboratori, e di crescita (economica! Perché è ridando valore e – alti – scopi alle persone che anche il livello materiale può tornare ad essere efficiente, e produttivo, e in ultima analisi ritornare sotto il segno più. Magari con una doppia cifra a seguire). “La cultura non si mangia”, disse (volgar- mente) Giulio Tremonti. Infatti è lui il ministro dell’Economia che ha accompagnato gli ultimi passi dell’Italia verso il baratro (nonostante alcuni mesi di gestione – ma solo economica! E “difensiva” – maggiormente “oculata” – ?). E in effetti la cultura non si mangia, ma può dare da mangiare. Olivetti stessa è uno degli esempi (in tutti i sensi) di azienda protagonista del nostro boom, e ancora oggi lascia il segno (a distanza di cinquant’anni!) sul suo settore di competenza, in particolare quello tecnologico. Dopo avere scritto – non ‘dimentichiamolo’ – un pezzo di storia dell’umanità, proprio grazie alla cultura, che consentì ad una squadra di genii (resi tali da un clima – culturale – tale da favorire la collaborazione e il miglior rendimento “reciproco”) di inventare il primo pc. E ne sanno qualcosa i giovani arabi, se è vero che è grazie ad un pc (ad una serie di pc), ad internet, ma soprattutto ai contenuti trasmessi attraverso queste reti, che oggi tornano a vedere una prospettiva per le loro vite (individuali e di popolo), dopo il ‘ritorno’ – da loro (ri)conquistato – alla democrazia. In questo pezzo del marzo 2011, il nostro direttore tirò le somme di una serie di elaborazioni riguardo al possibile ruolo della cultura nel nostro nuovo Rinascimento, proprio a partire dalla Primavera araba. Ve lo riproponiamo – anche ad un presidente del Consiglio troppo vezzeggiato dai centri – non a caso – dell’economia mondiale – per ricordare che la cultura non si mangia, ma grazie alla cultura (“popolare”, diffusa) si può (tornare a) vivere, e salvare, (solo) così, la culla (appunto) della cultura occidentale e dell’umanità: l’Europa. A partire da quella che è stata e tornerà ad essere la sua testa (pensante): l’Italia.
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Caro Pigi, ecco a cosa andiamo incontro Monti come Dini nel ’95. Ma ora pro Silvio Il governo ha (ri)messo in sicurezza conti E democrazia richiede pur sempre il voto Togli il (tuo) sostegno prima che sia tardi Qui progetto/programma per (nostro) Pd

febbraio 7, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ebbene sì. Il governo Monti rischia di diventare per il centrodestra ciò che il governo Dini rappresentò per il centrosinistra nel ’95. E, quel che è peggio, a parti (doppiamente) invertite. Perché nel ’95 l’esecutivo presieduto dall’ex direttore generale della Banca d’Italia fu il frutto di un ribaltone (ispirato dal presidente Scalfaro, a cui va il nostro ricordo), che pose fine alla prima esperienza a Palazzo Chigi del Cavaliere e assicurò – poi – la vittoria alle elezioni di un anno e mezzo dopo della sinistra. Che nel ’95, caduto Berlusconi per mano di Bossi, aveva bisogno di riorganizzarsi; e di trovare un candidato vincente. Quell’anno D’Alema fece un uno-due che rimarrà negli annali della politica politicista (?): ricucì (un rapporto. E una, conseguente, alleanza) tra sinistra riformista e centro cattolico progressista; e trovò in Romano Prodi l’uomo che avrebbe portato i post (?) comunisti al governo per la prima – e poi anche una (breve) seconda – volta nel corso della loro storia. Fu così che il periodo di governo del centrosinistra – cominciato di fatto con Dini, che fu decisivo (al punto da entrare poi nella squadra di Massimo neo-presidente del Consiglio, nel ’98) per dare al Pds il tempo di riorganizzare il fronte progressista – potè proseguire, sia pure in modo incompiuto per ciò che riguarda il possibile cambiamento (Politico. Del Paese), fino al 2001. Oggi tutto questo rischia di ripetersi ma a favore della destra: Berlusconi, andando al voto in primavera – e tanto più pochi mesi or sono, quando però le condizioni economiche dell’Italia non consentivano responsabilmente di propiziare questa ‘avventura’; ma oggi, grazie naturalmente a Monti, sì – avrebbe (ancora) difficoltà a riproporsi in chiave vincente; ma cosa accadrà tra dodici mesi, per di più se la linea dell’esecutivo dei professori tenderà a premiare sempre più – e, così, a (pure, peraltro, com’era auspicabile) ri-generare – una visione e un programma di cultura politica (giudica ad esempio Amenduni su Fb) ‘di destra’? La riforma (?) del mercato del lavoro immaginata da Monti non è ciò che serve all’Italia, e rappresenterebbe davvero un peccato (Politico; grave) regalare altri cinque anni (almeno) ad una gestione a rischio di essere poco onesta e responsabile come quella che i pur eredi del Cavaliere – e non ancora la destra che pure tutti sogniamo possa tornare a competere anche da noi – finirebbero per offrire, con le proprie, stesse mani. Fino ad oggi al centrosinistra è mancato il progetto, e un programma. Ma il giornale della politica italiana – i cui spunti sono ormai unanimemente riconosciuti per la loro autorevolezza e largamente seguiti e ascoltati – non elabora, ormai da mesi, contenuti Politici per un esercizio fine a se stesso; e, sia pure in una prospettiva che noi auspichiamo maggiormente unitaria (ma del Paese, e non delle forze politiche politicanti di oggi), è chiaro che si tratta di contenuti ispirati ad una sensibilità progressista. Allora, caro Pigi, eccoli ancora una volta a tua (nostra) disposizione: il progetto, il programma, e persino un (possibile) governo (con ‘nuovo’, rigenerato programma). Il momento, se ci credi, è adesso; fra un anno rischia di non essere più. Quello del centrosinistra.

Ma Martone e Monti si contraddicono (?) Primo: “Ragazzi, a lavorare, non studiate” Secondo: ‘Basta col posto di lavoro fisso’ Ma che fine fa (così) chi non ha studiato quando si ritrova a (ri)perdere il lavoro? No a buonismo, ma nemmeno terrorismo Siamo donne/ uomini e non ‘consumatori’ Una società di responsabilità e creatività Cui scelte servano a fare il bene. Di tutti Senza passione (umana) non si fa Politica

febbraio 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La destra ha vinto la propria battaglia storica. Anche grazie alla collaborazione dei marxisti. Al centro della nostra vita oggi c’è il consumo. E alla possibilità di averlo, individualmente e collettivamente (la crescita), dobbiamo piegare ogni nostra scelta, ogni altra istanza, ogni nostra potenzialità. Non importa se ciò poi genera mostri (e mostruosità – televisive – ?) come (anche) quelli di Avetrana. O, meno spettacolarmente (?), consente che persone – italiani come noi! Nostri fratelli – muoiano, nell’anno di grazia 2012, assiderati perché non hanno una ‘fissa dimora’. Il mondo va così e ci dobbiamo adeguare. L’articolo 18 è una nostra chimera. Negli altri Paesi (al di fuori dell’Europa) è già previsto che – insieme alla libertà, vitale, di costruire i propri percorsi professionali – se uno sbaglia, o sbaglia qualcuno al posto suo, può perdere tutto. E ci sono sindaci che invitano coloro che vengono a trovarsi in questa condizione – spesso frutto di eventi dei quali queste persone non hanno alcuna responsabilità – a lasciare la città, per poter (tutti insieme – ?) dimenticarli(/selo). Adeguiamoci, dicono i (veri…) garantiti di oggi (?); liberalizziamo, “semplicemente”, il mercato del lavoro. Noi invece abbiamo un’altra idea. Un’idea positiva del futuro, in cui lo Stato non abbandona ‘tutti’ al proprio destino, rimuovendo per altro gli ultimi ostacoli (regolativi) al cannibalismo sociale reciproco; bensì – virtuosamente e non più in modo parassitario, un modo spesso reiterato, soprattutto, dagli stessi predicatori della ‘spietatezza’ (che non va confusa con il – necessario – rigore!) nei rapporti di lavoro; nella foto, Martone è con Brunetta – li motiva, li coordina e guida verso un orizzonte (comune). Il merito è la discriminante assoluta di ogni assunzione (a differenza di quelle perpetuate, o addirittura direttamente vissute in prima persona, dagli stessi propugnatori della ineluttabilità del nostro adeguamento al resto del mondo). E le aziende non sono ingessate nel dover mantenere a vita le stesse persone. Ma tutto questo mentre e perché insieme ci mettiamo in marcia – collaborativamente – verso quell’obiettivo. Il lavoro non è più (così) uno strumento (di tortura – sociale) in mano alle (sole – ?) imprese, ma l’occasione attraverso cui ciascuno di noi partecipa – con le (sue – in tutti i sensi – ?) aziende, attraverso di loro, cioè di sé; responsabilmente e in modo creativo – a rigenerare la nostra economia, ma anche la nostra vita. Una società in cui il lavoro non si perde, ma si lascia (temporaneamente) per tornare ad apprendere e potere poi fare (meglio) lo stesso (?) (o uno – nuovo) impiego, (r)innovati anche in se stessi grazie alla formazione continua (come detto, e siamo stati noi ad indicarlo per primi, ‘ripresi’ poi dai vari giuslavoristi – un po’ – autoreferenziali come il senatore Ichino e lo stesso Tito Boeri, associata ad una indennità di (dis)occupazione strettamente vincolata alla partecipazione, attiva, al (per)corso di formazione; sostenuto, questo sistema, da uno ‘sforzo’ congiunto delle imprese stesse e dello Stato), pronti a dare molto di più perché finalmente liberi (di esprimere appieno – tutte – le proprie potenzialità), è una società che – senza fare “terrorismo” – innova e – così – cresce (molto più delle altre). Una società in cui invece di rinunciare all’università ‘tutti’ la frequentano (o comunque studiano), concependo lo studio non più come “pura” (, tecnica) preparazione funzionale a svolgere un (solo) mestiere, bensì come mezzo per (ri – ?)avere piena consapevolezza di sé ed essere liberi (anche di fare altri lavori), è una società in cui ci sono molti meno disoccupati anche perché tutti fanno il lavoro che (veramente) vogliono e hanno il talento per fare (anche tra quelli che oggi non facciamo più, ma proprio in ragione dell’altra faccia della medaglia – non certo al merito: in tutti i sensi! – dello stesso terrorismo – sociale) e (anche per questo) lo fanno nel migliore dei modi. (Ma) nessuna crescita – duratura – sarà possibile senza (“prioritariamente”, o almeno contestualmente) un basilare ammoder- namento di un nostro motore – la scuola! – rimasta ferma ai tempi della riforma Gentile (I anno dell’era fascista – …). Ecco, ancora una volta, allora, il programma del giornale della politica italiana.
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31% di nostri giovani oggi è senza lavoro Silenzio (indecente) nostra (?) politica (?) Galli Della Loggia: ‘Monti l’ha resa inutile’ Governo: “Cambiamo regole assunzioni” Ma senza ‘traino’ ciò non può (?) bastare Lavoro non cresce se non lo fa economia E essa cresce se lavoro aiuta a innovare E se (ri)diamo prospettiva al nostro Sud Ecco – e(c-)come – Politica tornerà “utile” Chi non ha più da ‘dare’, ora faccia posto

gennaio 31, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Romano Prodi ripete spesso che i giovani, il potere, se lo devono conquistare (da “soli”). E noi siamo d’accordo. Abbiamo detto la stessa cosa, per le stesse ragioni (di fondo), “alle” donne pochi giorni or sono. Ma quel pezzo contiene anche una proposta “che non possono rifiutare” per gli uomini: chi ha posti di responsabilità, scrivevamo, si assuma (appunto) quella responsabilità facendo in modo che la partecipazione femminile, che sarà libera ed effettiva solo se le donne se la saranno conquistata da sola, (però) non trovi inutili – ed autoreferenziali – ostacoli. Ecco. Per i giovani vale la stessa regola: il potere ce lo dobbiamo prendere con le nostre mani, ma possibilmente – visto che in gioco c’è il futuro del Paese e non una guerra tra bande (almeno così la vediamo noi) – senza dover spendere inutili energie per vincere la resistenza di personaggi attaccati oltre ogni ragionevole giustificazione alla propria poltrona. il Politico.it diceva infatti anche un’altra cosa in quel pezzo: se il prossimo presidente del Consiglio sarà donna, noi ne saremo felici. Nella trasposizione (non) metaforica sulla nostra politica politicante autoreferenziale di oggi, potremmo dire che – allo stesso modo – noi saremmo felici se ciò che va fatto – e che da mesi, ormai, indichiamo e specifichiamo con ampia organicità – venisse (immediatamente! Senza passare, intanto, per ‘ulteriori’ elezioni) fatto (anche da qualcun altro). Ma se ciò non avviene – come scrivevamo anche in relazione alle donne – ci dovremo (pur) pensare. Proprio per quella ragione: che in gioco non ci sono nostre (o vostre) ragioni personali; ma il futuro dell’Italia. Che non può più aspettare. Per questo, facciamo, per così dire, un ultimo tentativo. Suggerendo – con la solita, e disinteressata, e responsabile generosità – il modo (l”unico’, possibile) per uscire (strutturalmente) da questa situazione di stallo. Immaginate infatti che il prossimo governo non sia altrettanto responsabile come l’esecutivo dei tecnici: è evidente che – come avvenuto peraltro varie volte negli ultimi diciotto anni – le misure prese per riconsolidare il bilancio verrebbero se non cancellate, potenzialmente annullate da – ad esempio – una politica economica più da cicala che da formica (ne abbiamo avuti numerosi esempi, ed è per questo del resto che ci troviamo oggi nella situazione attuale), tale da vanificare ogni intervento della fase precedente che non fosse stato – appunto – strutturale. Ed è quindi in questa direzione che ci si deve muovere: creando le condizioni per una ripresa sistemica. A questo scopo né il lavoro, né tanto meno il bilancio si affrontano -ovviamente – affrontando – tout court – il lavoro e il bilancio (come fossero compartimenti stagni e non parti, organiche, della nostra vita comune!); e tanto meno cambiandone semplicemente qualche regoluccia. Per il bilancio, abbiamo già assistito alla dimostrazione: l’attuale presidente del Consiglio ha scritto innumerevoli editoriali, in estate, da – ovviamente – premier in pectore; e in nessuno di essi era contenuta la ricetta che, alla fine, lo stesso Monti avrebbe compreso era necessario adottare per la possibilità stessa, di consolidare il bilancio: ovvero impegnarsi per riattivare la crescita. Cioè una cosa – apparentemente – lontanissima ed “estranea” (ma in verità neanche tanto…) da una (“semplice”) politica di bilancio! Che Monti non avesse nelle sue corde questo tema – o meglio questo metodo – lo dimostra che di crescita, ancor oggi, non vediamo neppure la traccia di un provvedimento stimolatore. E senza la crescita, appunto, il bilancio torna ad affondare – sempre che non rimanga in quella condizione – per la semplice ragione che un’economia che non giri, è un’economia in perdita, e in perdita, inevitabimente, finisce per essere anche lo Stato che la deve ‘sostenere’ (sulle proprie spalle). Così il lavoro: come pensare che l’occupazione cresca, semplicemente, rendendo in buona sostanza più impegnativa – sia pure con la prospettiva della possibilità di licenziare; che non significa però poterlo fare – comunque – selvaggiamente! Sennò non vedremmo (appunto) la differenza tra le nuove forme contrattuali e la precarietà (come detto) selvaggia. E quindi senza troppa motivazione, e convenienza, ad assumere da parte di aziende che non potranno comunque toccare la loro attuale forza-lavoro (da cui, ci perdonerà, l’apparente, parziale ipocrisia del senatore Ichino sulla ipotesi di (non) abolire l’articolo 18 nell’ambito della sua proposta) – l’assunzione di nuovi senza (appunto, poter) rivedere la situazione contrattuale delle attuali dipendenze? La verità è che se l’economia non cresce, nessuna forma contrattuale basterà ad aumentare (considerevolmente) la nostra occupazione; e l’economia non cresce (intanto per una semplice modifica delle modalità di assunzione senza toccare i ‘garantiti’, appunto; e “poi”) se la Politica non smette di delegare ogni responsabilità progettuale alle aziende (e ai privati), e non si assume la (propria) responsabilità di tornare ad indicare (lei almeno) un orizzonte verso il quale muoverci (come Paese!), e a coordinare gli sforzi per metterci in cammino e raggiungerlo. Ecco: il giornale della politica italiana, da tempo, gliene indica (almeno) due, quelli sui quali si basa il suo progetto. Torniamo a suggerirli oggi, ancora una volta; se ciò non basterà, ne trarre- mo le debite conseguenze (politiche, naturalmente). Read more

***Il futuro dell’Italia***
VENDOLA E DI PIETRO? ENTRINO NEL PD
di MATTEO PATRONE

gennaio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

I capi della sinistra radicale propongono a Bersani un’alleanza elettorale (?). Ma perché quello che dovrà essere – di gran lunga e stabilmente – il primo partito italiano, dovrebbe regalare la (propria) golden share – assicurando loro voti che altrimenti non raccoglierebbero mai – a due movimenti minoritari, populistici e personali come Idv e Sel?
di MATTEO PATRONE Read more

***La proposta***
STATO DEBITORE, LE IMPRESE POSSANO DETRARRE IL CREDITO
di GIULIA INNOCENZI

gennaio 24, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’Infedele ieri si chiedeva, giustamente, perché i pensionati (o, meglio, i pensionabili) “colpiti” dalla (stessa) riforma del governo non si siano ribellati all’esecutivo dei professori come fanno, invece, categorie come quella degli autotrasportatori, e se questa non possa essere la prova che le agitazioni a cui assistiamo in questi giorni altro non costituiscano che la piu’ tipica reazione e difesa corporativa contro un cambiamento che mira a ridurre i (loro) privilegi e a garantire piu’ opportunità per tutti. Certamente questo è un elemento, ovviamente, piu’ che presente, tra le altre, nella ribellione dei tir. Così come soltanto un osservatore che peccasse di ingenuità potrebbe non accorgersi che le ipotizzate infiltrazioni mafiose non solo siano facili da documentare (vedi la comparsa, nei cortei, di noti esponenti delle famiglie), ma possano avere riguardato (in modo decisivo) anche le dinamiche stesse in ragione delle quali le proteste si sono avviate. E se i pensionati non si sono, a loro volta, ‘sollevati’ è sicuramente anche perché una maggiore cultura della responsabilità, in un momento peraltro in cui le difficoltà del Paese rischiavano di essere fatali, li ha potuti condurre a piu’ prudenti consigli. Dunque le manifestazioni di questi giorni vanno prese con le molle, e in qualche caso l’intera società civile e democratica - e il giornale della politica italiana, pur critico con il presidente del Consiglio, non si tirerà indietro nemmeno, o tanto meno, in questo senso - è chiamata a fare argine a favore di un governo che – sia pure con i limiti di visione politica che noi per primi abbiamo denunciato – agisce onestamente e responsabilmente per perseguire l’interesse generale. Ma la prima occasione di osservare da ‘vicino’ il movimento, ad ‘esempio’, nato in Sicilia – e allargatosi a macchia d’olio, come rilevato nella stessa trasmissione di ieri sera, in tutta Italia – ci è stata offerta da un altro dei (pochi) programmi di approfondimento giornalistico (vero) della nostra televisione, oltre a quello del nostro Gad Lerner: servizio pubblico di Michele Santoro e Giulia Innocenzi. E in quell’occasione furono gli inviati di Santoro, e non (solo) i controversi animatori della protesta, a far notare come l’”intera” regione, l’intera isola fosse scesa in piazza. Al punto che poi, ancora ieri sera, qualcuno si è spinto a collegare tutto questo con quel fenomeno (storico) di ribellismo meridionale che puo’ essere fatto risalire addirittura al periodo risorgimentale ed essere letto come una forma di leghismo (neo-)borbonico, con tanto di (immancabile) opzione secessionistica. E’ proprio per questo, – esempio, forse, di (difensiva) chiusura su se stessi, ma anche della diffusione e del carattere “universale” (?) della protesta – che sarebbe un atto di irresponsabilità e prova di (ulteriore) autoreferenzialità pretendere di ridurre tutto cio’ al “rango” di pura (o esclusiva) difesa corporativa (di “pochi”) e “semplice” frutto (?) avvelenato della contaminazione mafiosa. Come affrontarlo? Nel capire che i “virtuosismi tecnici” – anche quando sono benedetti e vanno nella direzione invocata, come nel caso delle liberalizzazioni, che contribuiranno ad un cambiamento della nostra cultura dei rapporti (sociali) e persino, con cio’, della democrazia – pure (ma non solo) per il rapporto poco soddisfacente tra tempi e benefici previsti (con il rischio di un – apparente – accanimento su chi già, comunque, ‘soffre’), non tanto (o non solo) non ‘bastano’ ma non si dovrebbero “avere” preliminarmente o da soli; e che il principio per cui lo Stato mette le regole (anzi, le toglie) e lascia l’intera iniziativa ai privati e alle loro forme associative e imprenditoriali – per poi lavarsene, in qualche modo, le mani – non è (più – ?) adatto a consentirci di affrontare questa fase in cui quello stesso modo di (dis)organizzare la nostra vita comune si è dimostrato fallace e troppo esposto ad una frammentazione che in molti casi puo’ implodere in devianze e scelte meno oneste e responsabili – che le regole da sole non bastano a scongiurare – di esponenti di quella società civile di cui la Politica deve tornare ad essere considerata una espressione, e che ha percio’ il compito di guidare e coordinare. Come abbiamo scritto ieri, il modo migliore per coniugare leadership e creazione delle condizioni per una libera iniziativa sempre piu’ onesta, responsabile e potenzialmente efficace, è una nuova concezione della Cultura non piu’ come mera conservazione (estetica, o in qualche caso addirittura formale) dei beni che ci sono stati tramandati dal passato; bensì come (“sua”) riappropriazione (da parte) di noi stessi, attraverso una diffusione capillare, anche nella prospettiva di un possibile Rinascimento (appunto) culturale, filosofico, artistico che – ricollegandosi, eticamente, alle nostre vite – puo’ aiutarci a definire con piu’ consapevolezza e chiarezza il nostro futuro. Un impegno che non si esaurisce, naturalmente, in poche settimane; per affrontare – invece – l’emergenza (anche, ma non solo, economica) che vede nostre imprese al collasso in primo luogo, pensate un po’, per l’insolvenza dello Stato nei loro confronti (il principale creditore di noi stessi, infatti, siamo proprio e sempre noi, e i mancati pagamenti sono la principale palla al piede di questo periodo delle nostre aziende), Giulia rilancia stamane la pro- pria proposta di una deducibilità fiscale del credito. Read more

Giovani, destra vuol differenza classe (?) Tremonti: “Si riabituino a far lavori umili” E per Sacconi meglio (così) non laurearsi Sì, tutti mestieri hanno funzione e dignità E ora “onore” va spostato sulla persona Ma l’Italia vuole essere culla della civiltà E (ri)concorrere alla Nuova Civilizzazione Il diritto alla cultura rivà reso universale E serve sempre più “vostra intelligenza”

gennaio 23, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Studiate. Perché abbiamo bisogno della vostra intelligenza”. Antonio Gramsci avrebbe potuto pronunciare questa frase nell’Italia di oggi, e avrebbe colto l’esigenza di una diffusione della cultura (popolare), per preparare, liberandone appunto le risorse intrinseche, il nostro Paese al proprio possibile Nuovo Rinascimento. Che, “tecnicamente”, passa anche attraverso un sistema economico (ma non solo) che – come il Politico.it indica ormai dal febbraio di due anni fa – dovrà avere al proprio vertice l’innovazione. E a questo scopo non solo non possiamo permettere/ permetterci che lo studio torni ad essere una prerogativa di pochi (come minacciava di voler determinare la destra al governo), ma dobbiamo creare le condizioni – facendo della nostra istruzione la più avanzata al mondo; integrando e mettendo nella condizione il sistema delle imprese e del lavoro di favorire e raccogliere la spinta che verrà dall’istruzione rifondata – perché il lavoro intellettuale divenga una necessità sempre maggiore per tenere il passo di una nostra economia finalmente avviata ad uno sviluppo duraturo. Senza per-ciò abbandonare il filone degli altri mestieri, bensì l’esatto contrario: un’Italia che si riabbia della propria capacità di pensare è un’Italia (più) libera e capace di riassegnare alla Persona il proprio primato sociale, così che la “differenza” possa non essere più fatta dell’impiego che ciascuno svolge, bensì dal proprio valore umano e dalla propria saggezza. Una consapevolezza, quella della cultura come chiave della nostra liberazione (e del nostro stesso possibile rilancio economico), che ispira anche il “programma” (“politico”) dei movimenti cristiani nel corso della (nostra) Storia. Ce lo ‘dimostra’ Giulia, oggi. Riproponendoci un passaggio di un fondo dell’allora direttore de Il Popolo, il quotidiano della Democrazia Cristiana, Guido Gonella. Era il 1944; la fine di un’era (buia) e, come insegna la “consolante dottrina del progresso” di Cattaneo, l’inizio, quindi, di un ulteriore passo in avanti. Gonella scrive che il fine essenziale della Dc è “educare le masse”. Il direttore del Popolo minim(al)izza - o meglio rende essen- ziale - un ragionamento che può essere portato alla sua sublimazione: “educare” non solo per rendere capaci di “deliberare” tra proposte politiche differenti, non solo per liberare dai demagoghi e dagli “avventurieri” (fondamento, del resto, della democrazia e della possibilità di mantenere e far evolvere lo stesso “sistema”). Ma per liberare (tout court). Liberare dalle limitazioni imposte dalla mancanza di consapevolezza di sé, rendere gli italiani liberi di essere – in “definitiva” – (fino in “fondo”) loro stessi; come italiani e come individui. Come italiani, attraverso (anche) una ripresa (controllata e contestualmente implementata verso lo sbocco europeista) di un patriottismo-nazionalismo che ci svincoli da una subordinazione psicologica per la quale continuiamo a non sentirci degni di essere nazione, e dunque di poterci (pienamente) autodeterminare. Come individui, rifacendo della cultura il nostro ossigeno, e fornendo così a ciascuno gli strumenti della propria libertà. Un popolo, una nazione, che tornino ad essere coscienti (di sé), sono nella condizione di riprendere a scrivere la Storia, come hanno già fatto i loro avi. E di riportare così l’Italia,e con essa l’Europa, al centro del mondo. Read more

***Il futuro dell’Italia***
L’UOMO POLITICO DEVE AVVERTIRE I BISOGNI DELLA GENTE “COMUNE”
di ANTONIO GRAMSCI

gennaio 21, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il rigore – morale e non (solo) economico – che il giornale della politica italiana indica come pre-condizione di qualsiasi reale impegno e di qualsiasi Politica in grado di fare davvero il bene del Paese e (quindi) di tutti, o comincia nelle nostre vite (individuali; “private”) o non può essere. Se non rinunciamo ad un (“superfluo”) appagamento, se non ci caliamo quotidianamente nella sofferenza alla quale sono costrette le persone che dobbiamo “rappresentare” (e, possibilmente, a partire da cio’, guidare fuori dal guado), non ci libereremo della nostra corruzione, della nostra ipocrisia, e non saremo mai in grado di fare veramente qualcosa di importante per…noi. “Senza immaginare improbabili – e comunque non necessari; almeno per “tutti” – atti di santità”, scrivevamo lo scorso luglio definendo i canoni di un impegno Politico “vero”. Ma la tensione o è quella – in quella (alta) direzione – o non è; ed è esattamente in quella tensione che è possibile trovare la forza (morale) – quando non addirittura la fede – di fare cio’ di cui abbiamo bisogno. Nel pezzo che state per leggere, uscito per la prima volta nel 1917 su L’Avanti e edito da Chiarelettere nella raccolta di scritti gramsciani Odio gli indifferenti, un altro dei nostri padri denuncia cio’ che di fronte al dato Istat secondo cui ben 8 milioni di nostri connazionali (non) vivono, oggi, in condizioni di povertà (anche, materiale), non ci possiamo (piu’) permettere: la (“”"nostra”"”) indifferenza (“politica”). La (‘attuale’) autoreferenzialità. di ANTONIO GRAMSCI Read more

***Lotta (condivisa) all’evasione fiscale***
MA IL BLITZ DI CORTINA SIA UNA VERA VITTORIA. OVVERO, DI TUTTI
di GAD LERNER

gennaio 8, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Piu’ la sinistra invoca l’attenzione del presidente del Consiglio – come di qualunque altra autorità, piuttosto che assumersene, peraltro, in “prima persona” la responsabilità – (“solo”) per rivendicare giustizia sociale e redistribuzione, piu’ questi principi basilari di una società onesta e responsabile – nei confronti, in primo luogo, di se stessa e del proprio futuro – diventano “battaglie (o bandiere) della sinistra”, accentuando la tentazione revanscista del restante 75 per cento della popolazione e allontanando la soluzione ai loro problemi per coloro che soffrono. Piu’ la sinistra brandisce la Costituzione come un’arma contro altri cittadini italiani che hanno tutto il diritto – e, certo, anche il dovere; ma come vedremo esiste, secondo noi, un modo piu’ efficace per garantirne non solo il rispetto ma la piu’ importante condivisione - di percepirla (a loro volta) come la propria Costituzione, piu’ quell’area di sensibilità e di opinione vedra’ la Carta come fumo negli occhi, come un simbolo dell’avversario. E, inevitabilmente (?), tendera’ a non amarla. E’ vero, naturalmente, anche il contrario; se non fosse che la destra – questa ”nostra” destra (anti)italiana di oggi - sembra essere portata ad “occuparsi” soprattutto di interessi particolari quando non addirittura (come abbiamo visto negli ultimi diciotto anni) privati; e spesso, come fa notare il ministro dell’Economia nell’intervista di oggi al Corriere, in contrasto non solo sul piano etico ma anche direttamente economico con l’interesse del Paese. Al contrario, quegli stessi valori (o principi) “difesi” dalla sinistra sono, appunto, valori fondanti che abbiamo il dovere di promuovere – e non, solo, di pavoneggiare come “nostri” – assicurandone una sempre maggiore condivisione da parte di tutti. E’ per questo che il Politico.it non ama i caroselli (non – ideali) a cui abbiamo assistito per le nostre strade (soprattutto, virtuali) dopo l’intervento della Guardia di Finanza che ha posto fine ad una accentuata, naturalmente inaccettabile e – semplicemente - parassitaria tendenza all’evasione – nel caso specifico – a Cortina d’Ampezzo. Quei festeggiamenti rappresentano la principale “garanzia” che i comportamenti giustamente e doverosamente stigmatizzati da tutti noi e censurati, nella loro azione investigativa, dalle forze dell’ordine saranno – spiace rilevarlo – prevedibilmente reiterati. Non appena, magari, a Palazzo Chigi si sara’ seduto uno degli eredi di Berlusconi. Chi commette un errore (un reato) va “fermato” e – piu’ che “fatto pagare”, come (?) in una “ritorsione” fine a se stessa; tutt’altra cosa, davvero, dal “far pagare” il corrispettivo dovuto all’Agenzia delle Entrate - coinvolto (in positivo!) in una rinnovata prospettiva (comune) che consenta (che assicuri; molto piu’ dei nostri possibili canzonamenti) di trovare sempre piu’ “strutturalmente” e preventivamente – ovvero, psicologicamente e culturalmente; e non solo per effetto dell’auspicabile rigore del governo di turno – di evitare di ricadere negli stessi errori. Perche’ ne vale la pena! E non “soltanto” perche’ glielo grida – facendogli le smorfie - un ex elettore bertinottiano. Il commento, ora, del conduttore de L’Infedele (in onda lunedi’ sera alle 21.10 ovviamente su La 7). di GAD LERNER
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***Rivoluzione (solare) nazionale***
E’ (GIA’) COMINCIATO IL NOSTRO (NUOVO) RISORGIMENTO (?)
di TIZIANA BIANCHI

dicembre 25, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un governo che, finalmente, governa. Al punto da indurre la nostra politica autoreferenziale degli ultimi vent’anni a tornare ad occuparsi dell’Italia. Come il confronto – di merito! – sul mercato del lavoro – qualunque sia la posizione nella quale ci si riconosce; qualunque sia il modello (la “soluzione”) che si ritenga più adatta al nostro Paese – dimostra. Ultima settimana dell’anno, tempo di pre-visioni (astrologiche) per quello che verrà. Sul giornale della politica italiana ciò non può che tradursi in un oroscopo (politico). Ma, com’è nello stile e nella sensibilità de il Politico.it, non (solo) un “gioco” con cui dedicarsi peraltro - ancora una volta, autoreferenzialmente – ai (singoli) protagonisti. Ma, al contrario – come noi facciamo ogni giorno, da almeno tre anni - all’Italia. Un’Italia che, alla luce dei “segnali” a cui abbiamo accennato, potrebbe – senza essersene resa conto fino in fondo – avere già cominciato a risalire la china. Ma per arrivare-tornare al livello che le compete: quello di punto di riferimento per (tutta) l’umanità. La culla della civiltà attuale. E, di nuovo, di quella futura. E tutto questo, rivendichiamo con orgoglio, è cominciato su queste pagine: è qui, che nel febbraio 2010 – quando la maggior parte di noi non ne aveva sentore - si parlò per la prima volta della necessità di “salvare l’Italia”, e di farlo – come entrerà ”presto”, a sua volta, nel “senso (Politico) comune” – attraverso un “completo ribaltamento di piano” all’insegna dell’innovazione; è sempre qui che, per la prima volta, si è tornato a parlare – senza paura; ma non per questo senza prudenza e percezione dei pericoli e dei rischi che tutto questo può comportare – di “nazionalismo necessario”. Quel “ritrovato orgoglio nazionale” di cui rende merito il presidente Napolitano. E che il Politico.it ha indicato sin dal primo momento – e torniamo a suggerirlo, come dovremo continuare a fare “tutti” - nel corso dell’”intero” cammino – per stemperare ogni possibile eccesso - debba avere uno “sbocco (valvola di sfogo) europeista”. E consistere, Politicamente, non, in un “ritorno” di vetero imperialismo; ma nel “dominio” della cultura. Quella cultura con cui la nostra nazione – o meglio i nostri antenati – ha gettato le basi per l’attuale civiltà occidentale. E che consegna a noi oggi – in un momento in cui lo stesso Occidente, in crisi identità, è chiamato a ripensare il proprio modello di sviluppo – la stessa, rinnovata responsabilità (ri-generativa). L’esito del possibile impegno in questo senso, proviamo a scrutarlo – in questo divertissement natalizio – con la nostra Tiziana Bianchi, che “legge” il futuro (prossimo) della nostra nazione. Il nostro nuovo Risorgimento potrebbe essere già cominciato. A patto che continuiamo sulla strada intrapresa. il Politico.it – fonte dell’”innovazione” (Politica) avvenuta fin qui – continuerà a fare la propria parte affinché ciò sia assicurato. E per consentire all’Italia di assolvere fino in fondo alla propria funzione storica: oggi, quella di rappresentare il perno – appunto, geo-Politico; culturale – attorno a cui costruire un (nuovo) mondo che possa diventare, un giorno, “unica nazione”. di TIZIANA BIANCHI

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Strada da percorrere la indicano i grandi Laici/cattolici, da Jung a Giovanni Paolo II La fede (di farcela) chiave nostro futuro Comunismo (evangelico) fine da trovare (E solo) la Politica può ‘guidare’ tutto ciò

dicembre 23, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Io sono il bene” è un’affermazione che nessun uomo può fare propria. Il “bene” (“integro” e unitario) sta nell’Assoluto, che vari popoli e tradizioni, nel corso della Storia, hanno identificato religiosamente in una specifica rappresentazione di Dio. Ma fare (perseguire) il bene (o il “buono”, per dirla con Platone) è (può, deve essere) il nostro obiettivo. E da cosa può essere mosso e sostenuto, questo anelito, se non dalla “scoperta” (in qualche caso attraverso l’identificazione e – nel Cattolicesimo – anche l’”incarnazione”) del bene stesso? Ce lo dicono i grandi. Credenti in (un) Dio e non. a cui è dato cogliere che nell’anima – “Qualcosa di meglio” del corpo, e della natura (circostante) – sta la possibile via-risorsa della “salvezza” (per usare una simbologia religiosa). E questa via è la fede. Fede come senso di e relazione con l’Assoluto. Che consente di elevare, appunto, la propria anima (e, quindi, se stessi) e di superare “l’insostenibile condizione umana” (Sant’Agostino). Un “raggio” irregimentante che colma ogni lacuna, che compensa ogni mancanza; o meglio consente di “camminare” sopra di esse dando forma ad una (possibile) perfezione. E’ la Bellezza. Rieducarci alla Bellezza, trovando la fede, è il modo in cui le persone oneste e responsabili potranno restituirci un orizzonte.
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Giulia: ‘No, i ricchi non sono tutti evasori Camusso sbaglia a ricreare (ora) conflitti’ Ci contendiamo torta che sta per (ri)finire Se unica “politica” è rivendicare rendite Impegno condiviso per ritornare grandi Pd assuma leadership di ‘guidare’ Monti

dicembre 19, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ha torto, Susanna Camusso – e a maggior ragione lo avrebbe un Pd che si trincerasse nelle stesse posizioni neo-socialiste (?) e conservatrici – a contestare un principio di inquità nella manovra del governo. O meglio la manovra è, iniqua; ma non per le ragioni (i pretesti?) assistenzialistici e post(?)-sessantottini che sono alla base delle critiche del segretario della Cgil. La manovra è inqua perché non crea le condizioni affinché il sistema-Italia possa rimettersi in moto e aspirare nuovamente – attraverso non solo la produzione di beni, ma anche quella culturale – a rappresentare un modello, un punto di riferimento e la fonte di credibilità e di autorevolezza di un Paese che possa, così, tornare ad esercitare la propria leadership nel mondo. E, perciò, (non) “assicura” un (prossimo?) futuro di nuove, o ulteriori difficoltà per tutti. E, naturalmente, ciò riguarda soprattutto una classe media e neo-emarginata che non ha la solidità (economica) per sopportare questo “urto”, e contemporaneamente si vede impedita quella libertà (di azione, di movimento, nei “margini” dello Stato – di diritto) in mancanza della quale (le) è negata ogni prospettiva di crescita. Ma la Camusso non si (pre)occupa di nulla di tutto ciò. Come non lo fa l’(attuale) Pd. Il mantra è lo spostamento, ora, della “coperta” delle nostre attuali (in)disponibilità (economiche) da chi sta già abbastanza al caldo per non temere un lieve abbassamento della temperatura, su chi (appunto) rischia di congelare. Ma, come il giornale della politica italiana ha rimarcato più volte, quella coperta è ormai consunta, e trascinarsela da una parte all’altra – come continuerebbe ad avvenire se l’unica risposta alla crisi di oggi fosse la, solita – negli ultimi trenta-quarant’anni – “tentazione” di “premiare” (?) più gli uni o gli altri dello “spettro” (è proprio il caso di dirlo?) della nostra società – significherebbe solo, (molto) presto, ritrovarci di fatto (nuovamente, e completamente) scoperti gli uni (chi ha meno risorse già oggi) e, prima o dopo, anche gli altri (i “ricchi”). Una crisi che ci spoglia delle nostre comodità e delle nostre certezze “materiali” (a livello individuale ma anche come Paese), rappresenta invece la straordinaria opportunità per (ri)trovare quel senso di necessità del cambiamento di cui la manovra Monti è solo la pre-condizione, e di cui la redistribuzione (tout court) costituirebbe invece la semplice negazione. La premessa di una reale svolta e ripartenza sono quelle onestà e responsabilità nell’agire politico che riguardano non solo l’etica (pubblica) individuale, ma anche le scelte dei “partiti”. Non potremo avere nessun cambiamento, ovviamente, se ciascuno – più o meno velatamente, più o meno autolegittimandosi con giustificazioni più o meno demagogiche e più o meno attraversate da ipocrisia, a volte, di sorta – vi opporrà la pretesa delle proprie rendite di posizione; e non avremo nessuna stabilità nel cambiamento – ovvero la speranza che l’alternanza al governo non significhi l’aleatorietà, di ritorno (o continua), di ogni sforzo – se quelle onestà e responsabilità non costituiranno la scelta di fondo, “radicale”, di ogni forza in campo senza retropensieri, incertezze e puntate di piedi. La Cgil tornerà ad avere una funzione, e un futuro, quando prenderà atto di tutto ciò, e del principio fondamentale della Politica: dare la priorità al futuro, l’unica dimensione che abbiamo la possibilità di (ri)”definire” (quasi) completamente. “Che” poi è anche il modo per offrire l’unica “speranza” veramente possibile e non illusoria anche agli “adulti” di oggi: garantire, o meglio avviare – perché loro possano poi continuare il percorso intrapreso – un possibile domani nuovamente degno ai giovani di oggi, ai nostri “figli”. E, a maggior ragione, vale per un Partito Democratico che, in assenza di un clima di responsabilità (diffuso) nel Paese, sarebbe la forza chiamata a (ri)alimentarlo assumendosi lui la leadership di trarre le conseguenze Politiche di tutto questo. Come farlo, nel concreto, il Politico.it ha già più volte avuto modo di indicare. Peraltro ascoltato, come le parole di Monti sulla necessità, ora, di impostare riforme “organiche” – dal “progetto organico e complessivo” di cui noi parliamo da mesi – dimostrano. Ma che una politica-tecnica “sterilizzata” dall’era del benessere, e dall’illusione che i traguardi raggiunti nel corso della nostra storia recente giustificassero un “disimpegno” e una maggiore leggerezza nel governo della nostra vita (comune) – da cui la prossimità al default alla quale ci siamo progressivamente “calati” (le brache) appunto dagli anni ’70-’80 in poi, “regalo”, anche, del Sessantotto – non è più capace di sostanziare. La serietà e il disinteresse (?) del governo dei professori, da soli, non sono condizione sufficiente per salvare – e rifare grande – l’Italia. Il resto (o meglio ciò che – ne – resta) è (ulteriore) autoreferenzialità. Giulia ora, sull’”equivoco” della Camusso. di GIULIA INNOCENZI Read more

Classe politica (?) che non sa e non decide Come già negli anni venti “dopo” la guerra Creò le condizioni per l’avvento dei regimi Fatevi da parte prima che sia troppo tardi

dicembre 12, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La Germania ha paura del fantasma di Weimar. E “decide”, così, di non decidere. Sarkozy non teme confronti. Ma non ha contenuti da mettere in campo, e così si limita a fare il maestrino-giudice universale, minacciando fuoco e fiamme e, soprattutto, ricordando a tutti che la fine è vicina. Da noi, D’Alema propone la riunione delle forze progressiste europee, così che poi, a quel punto, possano stilare e proporre un programma comune. Altri, propongono di riformare prima l’architettura istituzionale: così che poi, a quel punto, qualcuno possa decidere cosa fare. Ecco. E’ esattamente in questo clima di sterilità ed attendismo, che all’inizio del Novecento le piantine fino ad allora deboli e da molti ridicolizzate dei futuri regimi totalitari, ebbero modo di germogliare e poi di rafforzarsi, fino a diventare, dopo il passaggio della guerra, i tentacoli che strinsero nella morsa mortale (purtroppo, in tutti i sensi) l’Europa di allora. Mussolini e Hitler? Considerati, dai più, alla stregua di “sfigati” estremisti, un po’ pazzi, capaci al più di raccogliere attorno a sé minoranze di personaggi del loro calibro. Già. Finché la condizione dei cittadini europei non divenne tale da non consentire più, a persone abituate – e ieri meno di oggi – a valutare e a quantificare il proprio livello di benessere sulla base, in buona sostanza, del solo potere d’acquisto, di sopportare che al proprio disagio e alle proprie, in qualche caso, sofferenze, si contrapponesse, in modo stridente, una politica parruccona e inconcludente, nonostante (per di più!) un grado di dignità ben superiore a quella dei “poltronisti” di oggi. Immaginate Giolitti e uno Schifani, o un Casini: paragone impossibile. E, certo, rispetto ad oggi questa differenza di spessore e di dignità si articolava-traduceva anche in un livello di partecipazione (diffusa, popolare) e “mobilitazione” nazionali-nazionalistiche – le nazioni sono appunto frutto degli anni immediatamente precedenti – ben più grande, che costituisce componente essenziale perché quelle piantine di cui abbiamo parlato abbiano potuto ingrossarsi, di uno scontento che trovava nello “spirito forte” di quelle fazioni ancora minoritarie un elemento di non contraddizione (anzi), o di non estraneità rispetto a possibili soluzioni-prospettive “politiche” da imboccare purché li/ ci portassero fuori dalla “crisi”. E, tuttavia, avere una classe politica “giolittiana” – ci perdoni lo statista – nel senso più deteriore dell’aggettivo, ovvero che il suo unico obiettivo appare, oggi, reiterare se stessa, e così – ancora – il leader del partito che potrebbe/ dovrebbe fornire una “risposta” a questo punto di rottura, Pigi, rimanda a sua volta alla costruzione di una coalizione di salvezza nazionale la definizione di quelle idee, di quei piani, di quel progetto, di quelle soluzioni - non può lasciarci dormire sonni tranquilli. Lo abbiamo già scritto: non decidere – e non, per colpa di una “falla” nei meccanismi decisionali: la falla c’è, ma riguarda la capacità di attivare quei meccanismi sulla base di sogni, idee, proposte concrete – è di per sé antipolitica e, semmai, minaccia di sostituire la “piazza” – e le voci critiche, ma sempre in chiave costruttiva!, come la nostra - onesta e responsabile che chiede soltanto uno scatto di reni, con un’antipolitica vera, quella che coincide con la negazione (“finale” – ?) della democrazia. Se non “ne” avete più, fatevi da parte. Essere giovani non è tutto – e lo può dire con forza e credibilmente il Politico.it che non ha mai strumentalizzato questo ipotetico “vantaggio”, parlando sempre e solo di contenuti – ma, ad un certo punto dei cicli e della Storia, può essere la “sola” cosa che serve. Ad evitare, al”meno”, il rischio di una dittatura. Read more

Le imprese assumono le (loro) iniziative Ma la Politica coordini gli sforzi (comuni) -Aiutandole a ‘unirsi’ tornando ‘campioni’ -”Portandole” dov’è (possibile) sviluppo Partnership con Africa sull’innovazione L’Italia tornerà (così) al centro del mondo FOTO: ministro Passera prende/a appunti

novembre 24, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Aziende che si uniscono per (meglio) superare la crisi. In attesa che la (nostra) Politica ristrutturi l’(intero) sistema nel senso dell’innovazione. E che, però – tutt’altro che restando ad aspettare – lo facciano cercando quelle partnership che consentano loro non solo di “puntellarsi” e, così, di salvarsi; ma anche – già – di colmare possibili lacune (non solo “di bilancio” o – in senso ampio – “patrimoniali” ma anche tecnico-concettuali) accrescendo la propria competitività. E, poi, adottando il modello (americano) che prevede che le migliori intelligenze negli (specifici) settori coinvolti nella (possibile) innovazione-ideazione di un prodotto, collaborino a concepirlo. Magari costituendo tutto ciò nei luoghi nei quali quella (eventuale) novità sul mercato sia in grado di intercettare gli interessi (e l’interesse. Commerciale) delle comunità (inter-nazionali?) che stanno attorno. Read more

***Il futuro (è) dell’Italia (!)***
IL TEMA NON E’ BCE SI’, BCE NO, MA COSA VOGLIAMO (FARE) NOI
di MATTEO PATRONE

novembre 9, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

E’ l’Italia a (dover) decidere del(/il) proprio domani. E non uno di quegli istituti (per quanto “istituzionalizzati”) che, attraverso la “proiezione” (sia pure, a tratti, “deviata”) della finanza hanno provocato quella stessa crisi dalla quale le ricette della Banca centrale europea dovrebbero aiutarci ad uscire.E l’Europa – che in passato abbiamo provocatoriamente “fuso” con il “suo” (?) centro di controllo economico-finanziario (“BcUe”), ma che è (ben) altro dalla Torre di Francoforte – non sopravviverà se, invece di affidarsi ai suoi (al suo!) popolo/i – rappresentato dalla (sola!) Politica – continuerà a rifugiarsi nella scorciatoia delle (non) soluzioni tecnich(istich)e “battezzate” dai banchieri (più o meno centrali). Il che dovrebbe farci riflettere anche sul nome di colui (di coloro) al quale(/ai quali) vogliamo affidare il dopo-Berlusconi. di MATTEO PATRONE Read more

***Le (promesse/)dimissioni di Silvio***
QUESTA VOLTA E’ (DAVVERO) FINITA (?)
di GAD LERNER

novembre 8, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma un Pd che avesse assolto (dall’inizio!) alla propria funzione originale (di partito chiamato a caricarsi sulle spalle l’Italia nel momento di massima difficoltà – storica, in tutti i sensi – dal tempo della guerra e della fine del fascismo, riprendendo il filo della – propria! – tradizione risorgimentale), mettendo in campo una proposta forte – sostanziata nel progetto organico e complessivo indicato da il Politico.it di cui Pigi ha colto la necessità (facendo proprio, e prendendo a sventolare, il concetto, ma) senza riuscire a concretizzarlo - per la costruzione del futuro del Paese, avrebbe accelerato-anticipato tutto questo di diversi mesi. Ora ci siamo, comunque, ma la domanda è: il presidente del Consiglio – che nonostante non abbia più (i) numeri diceva, fino a poche ore fa, di non avere (nemmeno, a – quel - momento – ?) intenzione di dimettersi – accetterà (fino in fondo) il “verdetto” senza tentare quel “colpo di coda” (da Caimano) che molti, a cominciare da D’Alema, profetizzano da tempo? di GAD LERNER Read more

‘Politica’ oggi concepisce solo leva tasse (E pure Einaudi: ‘Strumento eguaglianza’) Solo quoz. familiare non farà fare più figli Senza l’entusiasmo di orizzonte comune E tocca alla (vera) Politica indicare strada Rifaremo (insieme!) dell’Italia culla civiltà

novembre 3, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La classe “dirigente” (?) moderata (tale solo psicologicamente) del nostro Paese (e non solo) ha nella propria ideologia il valore (? “?” per loro) della famiglia. Ma non avendolo veramente a cuore – come accade anche per l’Italia (?) – finisce per non trovare soluzioni al problema dello sfaldamento e, per quello che riguarda le (“nuovissime”) generazioni, della perdita di fiducia (generalizzata) e quindi della demotivazione ad assumersi l’impegno e la responsabilità di (ri)costruire (per il futuro!) il nucleo fondamentale (in tutti i sensi) della nostra società. Del resto la “salubrità” dell’istituto familiare è un effetto, e non (?) una (con)causa, dello stato di salute di una nazione. I concetti di patria&famiglia sono, infatti, strettamente legati. Ma non soltanto su un piano “simbolico”. O meglio di un simbolismo da (che si può) declinare Politicamente. Perché la prima ragione – insieme, s’intende, alle difficoltà economiche. Che discendono – però - da questo! - dello sfaldamento delle famiglie – e la “perdita di interesse” da parte dei più giovani rispetto a questo modello di vita e di società (di base) – è il nostro (dis)orientamento collettivo. Un Paese che non sia più tale, perché la politica non è più in grado di offrire un orizzonte – e quindi un (alto) obiettivo, e una motivazione, e l’entusiasmo che si accompagna naturalmente a chi abbia la possibilità di perseguirlo – perde fiducia (in sé e nel proprio domani) e non ha più la “forza” (morale) di assumersi un impegno (“definitivo”). O lo assume, appunto, con la leggerezza (o meglio, Italo ci perdoni, con la superficialità) di chi non (può) comincia(re) un percorso di vita – proiettato nel futuro – ma soltanto si muove a testa bassa (in tutti i sensi), (perché/)e senza sapere dove andare (“insieme” agli altri), nel quotidiano. La vera leva per ridare forza alle nostre famiglie – quelle di oggi e, soprattutto, quelle che – altrimenti – non ci saranno domani – è (quindi) – per titoli. Che abbiamo lungamente e ampiamente – e continueremo a farlo! – “sostanziato” – (salvare e, però) rifare grande l’Italia, o meglio cominciare a farlo dicendo dove vogliamo andare e che, sapendolo, ce la possiamo fare (davvero). Quello che il giornale della politica italiana fa da mesi (anni?). E che la nostra politica autoreferenziale di oggi – compresa quella le cui uniche idee sono lette ed estratte da queste pagine – non fa. E non saprà mai (ri)fare. Naturalmente – s’intende – senza di noi. Read more

Politica credibile se onesta-responsabile E politica non sia “premio” per qualcuno Fare politica è L’atto di dedizione all’Italia E comporta (persino) ‘sacrifici’ e rinunce Non solo (dunque) il taglio a costi politica Ci vuole (pure-qui) rivoluzione culturale

novembre 1, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’uomo politico “vero”, quello capace di fare il bene del proprio Paese – unico scopo di un uomo politico vero – è come l’uomo di chiesa: può assolvere alla propria funzione solo se rinuncia ad essere parte della causa che è chiamato ad amministrare. Deve potere provare gli stessi sentimenti per tutti. Come l’uomo di chiesa nutre un amore più grande delle pochezze materiali che lo mette al riparo dalle tentazioni, così l’uomo politico è orientato solo dalle scariche di adrenalina che prova quando immagina l’Italia che, nel complesso, si rimette in moto e poi imbocca la corsia di sorpasso. L’uomo politico non può avere una casa molto più appagante di quella della media dei cittadini: perché questo lo corromperebbe. L’uomo politico può arrivare a rinunciare sua sponte – al di là di ogni imposizione legislativa – ai benefit del parlamentare quando non anche ad una parte dello stipendio: perché si nutre (naturalmente senza immaginare improbabili – ma non impossibili, e comunque non necessari, almeno per tutti – atti di santità) dei cambiamenti (in progress) che determina nella società, e gode dei moti di giustizia e morali. L’uomo politico vero, quando capisce di non avere più nulla da dare al Paese, si dimette (subito): avendo naturalmente cominciato a fare politica solamente allo scopo. L’uomo politico va in televisione solo se è necessa- rio a comunicare qualcosa, o a farsi responsabil- mente “interrogare”: e poi, magari, persino, se ne esce. Rifiuta il salotto televisivo, perché lo fuorvierebbe. L’uomo politico, insomma, deve avere più Io che “ego”: altrimenti è solo un fanfarone.

***Lo scambio epistolare tra governo e BcUe***
“BENE” I TECNICISMI, MA POLITICA E’ INDICARE LA STRADA
di MATTEO PATRONE

ottobre 27, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La lettera (per nulla impegnativa – ?, in tutti i sensi?) con cui l’esecutivo risponde alle sollecitazioni dei commissari dell’Italia, contiene elementi di indirizzo – come il (sia pure solo abbozzato, anche qui, in tutti i sensi) impegno per un rilancio (anche) culturale della funzione scolastica, e l’ingresso (finalmente!) del concetto di innovazione (tout court) in un documento ufficiale partorito dalla nostra politica autoreferenziale (anche – perché anziana: basta leggere il riferimento ai “giovani” come una categoria-compartimento stagno a parte con cui si conclude proprio la lettera alla Commissione) di oggi. Ma – per usare una metafora – non si può “vedere” l’orizzonte guardandoci le scarpe (leggi: i – tanto, retoricamente, branditi - ”problemi” dell’Italia). Perché un Paese che abbia (appunto) dei problemi (e nel caso specifico – vale sicuramente per - il nostro) rischia di essere un Paese che deve (completamente) (ri)pensare il proprio futuro. E non troverà le risposte nelle sue (attuali) difficoltà. Il punto è che l’Italia non deve “porre un argine” alla crisi, altrimenti ne verrà (prima o dopo) travolta; bensì immaginare – prescindendo, anche (soprattutto!) psicologicamente da essa (e dal percorso che ci ha portati a cadervi dentro) – (dunque) ex novo (rispetto appunto ai – deficitari – ultimi trent’anni. La nostra Storia è invece un patrimonio imprescindibile da (coin)volgere nella nostra elaborazione) il proprio domani. il Politico.it – ne trovate due esempi nella colonna centrale – ha già, e più volte, e ormai da – molto – tempo, avuto modo di indicare una possibile prospettiva. Nel giorno della discussione – ormai filologica! E raramente Politica – sulla lettera del governo seguita/ preceduta da quella della BcUe, il nostro direttore pone (invece) una questione meto- dologica, indicando (comunque, ancora una volta) le (possibili) linee-guida della costruzione del futuro.
di MATTEO PATRONE
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Gli impegni (?) con l’Europa. Silvio-Totò a vertice Ue di Franco Laratta

ottobre 26, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il presidente del Consiglio (?) e il ministro (?) dell’Economia all’incontro in cui si decide come rispondere alla crisi. E al quale l’Italia (?) avrebbe dovuto presentarsi con un (proprio) piano (per la crescita!) da adottare nel nostro Paese. Il deputato del Pd ha avuto accesso alla trascrizione (segreta!) del colloquio tra i nostri (?) rappresentanti (?) e il Cancelliere tedesco. E lo ha passato al (“suo”) giornale della politica italiana, che è in grado di pubblicarlo in esclusiva. di FRANCO LARATTA* Read more

***La morte di Gheddafi***
UNA RIVOLUZIONE (CULTURALE) NATA SU (DA) INTERNET
di MATTEO PATRONE

ottobre 20, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La fine del dittatore segna la conclusione (comunque, tragica) di un “movimento” (in tutti i sensi) – la (cosiddetta) “primavera araba” - iniziato nei primi mesi del 2011. Ma quello che per la Libia può rappresentare (anche) un punto d’arrivo (parziale), per l’Italia è (piuttosto) la ”chiamata” (indifferibile!) della (nostra) Storia ad assumerci le responsabilità che essa stessa ci attribuisce. La nazione che anticipò la modernità con la democrazia (avanzata) di Roma antica, la terra di Dante, Leonardo, Michelangelo, di fronte alla propria ex colonia – destinata a diventare un prezioso partner in nome di una prospettiva di sviluppo comune nel solco (anche, di nuovo, storico – in tutti i sensi) del Mediterraneo – che ritrova la Libertà (del proprio popolo) grazie alla contaminazione culturale – dall’occidente ma non solo – consentita (come intuì per primo Fabrizio Ulivieri) da quel grande (ri)generatore di democrazia che è la Rete, non può più aspettare: ciò che è accaduto in Nord Africa può essere rilanciato – a partire dalla nostra attuale, comunque “migliore”, condizione – per rifare dell’Italia la culla della cono- scenza e, quindi, dell’innovazione. E ricominciare a costruire, “da Roma” – e, dunque, dall’Europa – il futuro del mondo. di MATTEO PATRONE
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