Top

***Il futuro dell’Italia***
NO AI VETI DI BERLUSCONI SUI CANDIDATI ALLA PRESIDENZA
di GAD LERNER

marzo 24, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il capo dello Stato è il principale,  e ultimo, argine della nostra Nazione ‘contro’ ogni rischio di degenerazione nella tensione (sui nostri titoli di Stato) sui mercati finanziari, contro il rischio di (ri)esplosione di tensioni sociali, il rischio di insorgenza di fenomeni eversivi (due opposte, possibili derive – queste ultime – che dovremo agire con accortezza per prevenire e scongiurare nelle prossime settimane nel nostro Paese; almeno fin quando la nostra politica non avrà ripreso ad assolvere la propria funzione e avrà ricominciato ad offrire risposte – reali – ai portatori di quel malessere e di quella sofferenza), nonché il perno su cui ruota l’intera nostra architettura istituzionale e la prospettiva del possibile compimento della nostra democrazia. Richiede dunque che a svolgere quell’incarico sia una figura di peso, salda e autorevole, non certo di (vacuo, e debole) compromesso. Ha ragione dunque Berlusconi quando indica che tale identikit porti dritto al profilo di Romano Prodi, – per noi – il più degno (per l’Italia!) dei possibili successori a Giorgio Napolitano. Il Pd non si lasci sfuggire questa occasione, l’occasione di assicurare altri sette anni di guida alta, onesta e responsabile alla nostra Nazione. di GAD LERNER

Read more

***Ecco (unico) progetto per la crescita***
COSI’ SI SALVA (E RIFA’ GRANDE) L’ITALIA
di MATTEO PATRONE

febbraio 26, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’Italia ha bisogno di estirpare dal (proprio) corpo (dello Stato) la pianta della corruzione: come premessa per poter aspirare alla propria modernizzazione. ‘Una volta’ fatto questo (o, meglio, mentre il nuovo governo si dà l’obiettivo di fare ciò – con l’appoggio, auspicabilmente, dello stesso Monti e della borghesia illuminata che ruota attorno alla figura del premier, con i quali su questo ci sembra ci sia totale identità di vedute), le chiavi, come diciamo sempre, della costruzione del futuro sono due: 1) – costruire un sistema integrato tra scuola, università/ formazione, ricerca e imprese, nella chiave dell’innovazione e puntando a rifare della Cultura il nostro ossigeno; 2) – Voltare le spalle (alla – propria – autoreferenzialità – oggi, anche, ‘europea’) e, lasciando da parte atteggiamenti snobistici (e controproducenti), accorgersi che (la nostra è una economia doppia, o dimezzata, che gira al Nord e non esiste, praticamente al Sud; e senza rilanciare quest’ultima non sarà possibile far ripartire la crescita – della – intera – Europa! -; e, per questo,) è necessario tendere le mano alle popolazioni giovanissime – quelle dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo – che – al netto di possibili ‘incidenti su – questo, loro – percorso’; ma che noi possiamo scongiurare proprio e solo in questo modo! E non, appunto, snobisticamente ‘dimenticandoli’ – hanno voglia di fare proprio il nostro modello di democrazia e di sviluppo (certo, quest’ultimo, un po’ da rivedere. Come specificheremo meglio qualche riga più avanti) immaginando un possibile progetto di crescita comune con loro (puntando a rimettere al centro – degli scambi, economici, culturali – la Sicilia, la Calabria, la Campania e il resto del nostro Mezzogiorno).

Senza avere più la pretesa (vana!) di agganciare lo sviluppo del Sud ad una mittel-Europa lontana (concettualmente e geograficamente) – come diciamo sempre – ‘migliaia di chilometri’. E accorgendoci che ciò che vale per la Sicilia, può valere anche per la Grecia e per la Spagna: ovvero, le (altre) aree del meridione d’Europa ‘in sofferenza’, vero buco nero – oggi – delle finanze pubbliche europee e ‘punto di caduta’ della tenuta della costruzione europea e dello stesso euro.

Il Mediterraneo è già stato (nel corso della – nostra – Storia) tutto ciò: chi vuole provare ad individuare soluzioni REALI – e non applicare semplici tecnicismi o insufficienti ‘toppe’ per qualche falla inevitabilmente pronta a riaprirsi magari dopo l’ennesimo sperpero di soldi pubblici a fondo perduto (ad esempio sottoforma di aiuti alla Grecia) – chi vuole, insomma, restituire ‘una’ Politica all’Italia (e – all’Europa) – deve forse tenere conto di questa prospettiva.

Se poi questa non sia (esattamente: ma ci sembra che molti di questi spunti siano stati ormai abbastanza diffusamente fatti propri) la ‘linea’ di Bersani (e di Renzi), di certo è quello che – secondo noi – può (e ‘deve’) fare il (solo) Pd.

La competitività per noi cresce dunque solo utilizzando la ‘leva’ del nostro principale patrimonio: le nostre risorse umane: quelle che, quando scelgono (ad esempio) di fare ricerca, sono le più gettonate nel (resto del) mondo (mentre noi le dimentichiamo e, anzi, possibilmente ‘allontaniamo’: perché non facciano ombra ai nostri figli/ figliastri); quelle che, negli anni Sessanta, in dieci anni sono state capaci – adeguatamente guidate e coordinate da una Politica alla loro altezza – di risorgere dalle macerie della guerra e di farci diventare la quinta potenza economica del pianeta.

Come si fa? Le chiavi sono ‘sempre’ quelle: educazione; istruzione; formazione. Quest’ultima per l’oggi, l’altra per il (prossimo!) futuro. Il tutto reso maggiormente ‘appetibile’ e motivante (anche per chi ha punti di vista – e ‘sensibilità’ – Politiche – diversi, ad esempio da destra) nella chiave di una innovazione alla quale le nostre imprese possono essere ‘riorientate’ proprio approfittando della formazione per aumentare (ad un tempo) la produttività, specializzare (meglio o ‘nuovamente’) i propri dipendenti – nel senso della rinnovata produzione – ed avere da loro anche un maggior (, potenziale,) contributo in termini di creatività e di ‘indirizzo’ (nelle stesse scelte delle aziende. Anche se il presidente di Confindustria, che sappiamo essere molto sensibile sul tema dell’innovazione – e quindi, inevitabilmente, anche su quello della formazione – di cogestione non vuole sentire parlare. Ma, per capirci, il ‘modello tedesco’ è questo).

E, grazie a tutto questo – ecco il secondo fattore di competitività e di crescita, ‘figlio’ direttamente del precedente – poter uscire sul mercato con i migliori e più appetibili nuovi prodotti (anche – nella prospettiva di dare un contributo ad un arricchimento della qualità della vita delle Persone e non soltanto al fine della ’vendita’ della sola merce – incuranti delle ‘ricadute’ sociali e culturali).

Tutto ciò – che significa un modello di sviluppo a ‘misura d’uomo’ e dunque può rappresentare un fattore di innovazione anche sul piano di un nostro modo di crescere che non assomigli lontanamente, d’altra parte, a quello un po’ fine a se stesso – per quanto ammirabile – del dopoguerra, che ha rovinato le nostre città, le coste e una buona parte del nostro incomparabile territorio – può essere tanto più fruttuosamente applicato al Sud.

Per quale motivo?

Primo perché al Sud conserviamo le nostre maggiori bellezze ambientali e culturali, e applicare la formula-ministro Passera di una ripresa del modello di crescita hard-style/ pesante – fondato ‘tutto’ sull’estrazione petrolifera e sulle infrastrutture nella versione del secolo scorso (che pure non vanno ovviamente abbandonate. Anzi… in un contesto come quello che stiamo descrivendo) – è davvero antistorico e controproducente; secondo perché i popoli di cui parlavamo – quelli dell’Africa del Nord – sono molto più giovani del nostro: e ogni sforzo nella chiave dell’innovazione – cioè della (ri)generazione di futuro (a 360°) – non può che ricever una spinta ancora maggiore da ‘risorse umane’ di un’età media che si aggira intorno ai 25 anni (!) e che saranno – più ancora che, ad oggi, purtroppo – ma possiamo ricevere un’ottima iniezione di fiducia da tutto questo ad invertire anche questa tendenza all’invecchiamento degli italiani – la maggioranza di tutti noi! – protagoniste di quel futuro (oltre ad essere ‘figlie di questo tempo’). La loro partnership rappresenterebbe per noi – e non il contrario – un incredibile ed insperato traino. (29 novembre 2012) Read more

***Il futuro dell’Italia***
IL PAESE NON PUO’ ASPETTARE (A LUNGO)
di MATTEO PATRONE

febbraio 24, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

Pigi: “Ancora quattro giorni e ci riposiamo”. Ma le elezioni non sono la conclusione, ma il passaggio allo step superiore nel percorso cominciato con la campagna elettorale. Una volta chiarita la composizione del Parlamento (e, a questo punto, la capacità o meno delle nostre Camere fresche di elezione di esprimere un nuovo governo), la Politica non avrà più alibi: dovrà gettarsi anima e corpo nel dare risposte alle esigenze reali dei nostri connazionali. Tra loro, lo ricordiamo a chi fosse distratto da più fatue occupazioni (tra i politicanti), ci sono persone che – tout court; stiamo parlando di nostri connazionali! – non mangiano, e altre che non possono far studiare i propri figli; sancendo la fine della nostra civiltà (insieme alla vergogna disumana delle carceri, che il presidente Monti si è guardato bene dal mettervi mano pure dopo avere annunciato – ancora una volta – che lo avrebbe fatto) e compromettendo un futuro del nostro Paese che – a iniziare dalla possibile ripartenza della nostra economia – è legato a doppio filo alla coesione, che è quella formula magica per la quale più persone stanno bene come gli italiani che si trovano nella parte alta delle graduatorie per benessere e reddito della nostra nazione, e dunque hanno più possibilità materiali e, come dire, morali per essere consumatori e produttori efficienti e tali da assicurare una costante spinta alla nostra stessa economia. Senza coesione l’Italia non va da nessuna parte ed è per questo che rispondere al grido di dolore delle persone che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese è una priorità di sinistra ma anche di destra; e dunque vale quale che sarà il governo che si troverà ad ereditare questa situazione. La cui principale chiave risolutiva sta, ancora una volta, nell’istruzione, nell’educazione, nella formazione (da rilanciare dandoci l’obiettivo dell’innovazione). Perché un Paese di persone istruite, preparate, coscienti del proprio potenziale, capaci di creare e di produrre in modo elevato e originale, è un Paese che ‘gira’ di più e la cui economia – se si tratta dell’Italia – può esplodere fino ad una possibile, doppia cifra. Sarà dunque di qui che quale che sarà il prossimo governo della Repubblica italiana sarà chiamato a partire; proprio per risolvere – strutturalmente e più efficacemente – ogni altro singolo, specifico nodo e questione.

***Su lavoro si ‘gioca’ il futuro dell’Italia***
UNA (VERA) RIVOLUZIONE (DI LIBERTA’)
di MATTEO PATRONE

febbraio 22, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

Se i nostri lavoratori, invece di essere minacciati di vedersi gettati nella povertà – alimentando una spirale di scelte estreme – loro e degli (stessi) imprenditori – che continua a stupire, e a inorridirci, nessuno degli attuali politicanti abbia la forza, e l’onestà, per contribuire almeno con una parola a fermare – vengono forniti degli strumenti per poter godere (al contrario) di una libertà più profonda di quella di sottrarsi il posto l’un l’altro nel “mercato” (“consolidato” – ? – in senso liberista) del lavoro (mossi solo da un disperato, e lacerante – la coesione e il senso di unità – istinto di sopravvivenza), formandoli (a 360°) a svolgere nuove mansioni in aziende (ri)lanciate nel senso dell’innovazione, e valorizzando poi appieno quel (“ritrovato” – ?) spessore (umano) facendoli partecipare – come accade in Germania! – alle scelte delle imprese, si otterrà il triplice effetto di non lasciare più soli (in tutti i sensi) i nostri imprenditori, di consentire agli “operai” di emanciparsi (loro, e le – proprie – famiglie – sempre di più: se è vero che i figli di genitori “istruiti” hanno – ancora – più possibilità di costruirsi un futuro all’altezza delle – nostre – aspettative) dalla loro (insostenibile) condizione (“puramente” materiale), e di determinare (attraverso la – loro – crescita. Culturale e, quindi, umana, e a “cascata” tecnica e professionale) la crescita (della – nostra – economia). E’ questa la (vera) rivoluzione (di libertà)! Ed è in questa chiave che la Sinistra (del – nuovo – ? – millennio) può (e deve) trovare la propria ragione d’esistere.

MATTEO PATRONE

 

***Il futuro della Nazione***
UN VOTO AL PD PER RIFARE GRANDE L’ITALIA
di FRANCO LARATTA*

febbraio 21, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il M5S è la novità di queste elezioni. Ed per questo che riempie le piazze. Perché si distingue da ciò che è stato finora. E del quale il popolo italiano è stanco. I rappresentanti del Movimento 5 Stelle sono persone oneste e responsabili. Ed è per questo che il Politico.it, ancora una volta per primo, ha suggerito – come sempre venendo ascoltato – al Pd di ‘aprire’ con il Movimento di Grillo un dialogo in Parlamento. Ma il M5S da solo, privo di leadership, privo di una – reale – piattaforma Politica, tale da assicurare un governo saldo all’Italia, rischierebbe di spalancare le porte a derive peggiorative della stessa, attuale situazione di stallo. E dunque di rappresentare il (non desiderabile) ‘coronamento’ (una svolta, ma non quella sognata) di vent’anni di deriva autoreferenziale. L’unico voto utile, anche per chi ‘simpatizza’ per i 5S, non può che essere quello per il Partito Democratico: non perché – elettoralisticamente – sia la sola forza che può vincere queste elezioni (mentre le altre possono solo, nella migliore delle ipotesi, non perderle); ma perché – come il giornale della politica italiana ripete da mesi – è la componente che più di tutte si avvicina al ‘voto di protesta’ per il Movimento 5 Stelle, perché esprime il cambiamento rispetto agli ultimi cinque anni di governo delle destre di Monti e Berlusconi, e degli ultimi venti ‘riprende’ solo ciò che di buono è stato fatto (il – vero – risanamento; l’entrata nell’euro con i governi di Romano Prodi); in una tensione all’innovazione e alla costruzione del futuro ispirata (‘anche’) dalle proposte del giornale della politica italiana. Per offrire, così, quella guida sicura, quella saldezza del possibile partito-baricentro della Nazione, erede della migliore tradizione della nostra Politica – da Alcide de Gasperi a Enrico Berlinguer – che rappresenta ciò che di più desiderabile queste elezioni propongano agli elettori. Che ci sferza a votare in questo breve appunto (privo di riferimenti elettorali) per il ‘suo’ giornale alla vigilia del voto, il deputato del Pd. di FRANCO LARATTA* Read more

Servizi segreti strumento nelle mani della corruzione

febbraio 20, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

Al vertice di tutto c’è la corruzione. Per corruzione non s’intende soltanto il colletto bianco che intasca una mazzetta, ma interi gangli del corpo dello Stato ‘deviati’ che agiscono contro gli interessi di singoli cittadini o intere parti (politiche) della nostra Nazione. Fino ad assumere toni e sfumature che potremmo financo arrivare a definire eversive. I casi Telekom Serbia, l’archivio di Pio Pompa nell’attico di via Nazionale, ne sono la concretissima dimostrazione.

Ebbene, lo strumento più pervicace della suddetta corruzione sono i servizi segreti, che potendo penetrare capillarmente in ogni anfratto della nostra società, sono in grado di offrire al sistema della corruzione un patrimonio di informazioni – del tutto illegali e incostituzionali – tali da consentire di esercitare poi un potere quasi assoluto ai danni delle ‘vittime’. Servizi che – non limitandosi a raccogliere informazioni – agiscono come clava da far roteare sul capo di ‘nemici’ e avversari politici stringendoli in ‘ragnatele’ di relazioni (corrotte) nelle quali il perseguitato, suo malgrado, è ‘stretto’ senza poter ‘gridare’ di esserlo, salvo essere tacciato di millanteria.

Il potere discrezionale assoluto dei servizi è tale da configurare come detto profili quasi eversivi. E stupisce che la Politica – nonostante, naturalmente sempre a sinistra – perché della storica avversione dei ceti ‘moderati’ nei confronti dei progressisti post-comunisti stiamo naturalmente sempre parlando – ne sia stata più volte vittima: vedi i casi sopracitati; vedi il tentativo di dossieraggio nei confronti di alcuni leader del centrosinistra – non ne abbia mai preso coscienza (?) o abbia voluto trarne le debite conseguenze. Forse per quella stessa mancanza di autonomia (di pensiero) e di coraggio che l’ha portata a non avere ancora risolto il conflitto di interessi per non ‘dispiacere’ Berlusconi.

Capiamoci: non può ragionevolmente, democraticamente esistere, nel Paese culla della corruzione (finché non avremo cambiato la nostra in-cultura), un organismo dello Stato libero di agire potenzialmente, perché ‘segretamente’, a discapito di qualsiasi cittadino onesto, sia per regole d’ingaggio particolarmente premianti, sia per il ‘vizio’ d’origine della copertura dietro la quale nascondere qualsiasi tipo di azione illegale o anche solo estemporanea: perché inevitabilmente lo farà – nella patria della corruzione – in modo (corrotto e) deviato. Non abbiamo (ancora) raggiunto gli Stati Uniti quanto a maturità della nostra democrazia. E il collateralismo ‘storico’ dei servizi cosiddetti ‘deviati’ (la notizia è che probabilmente non esiste più una vera distinzione tra quelle parti che lo sono e quelle che non – ? – lo sono) con la destra neo-fascista completa il quadro.

Così mentre sulla scena si svolge l’ininfluente teatrino politicante, nel retro-scena avvengono le vere ‘operazioni’ capaci di decidere i destini del nostro Paese (finché la Politica, che ha il – vero – e potere e la conseguente golden share, sarà – autoreferenziale e – così-debole). S’intende, senza che nessuno di noi – a cominciare dai politicanti – ne sia minimamente informato. Fin quando un caso come quello di Mps esplode a poche settimane dalla fine di una campagna elettorale data da tutti i sondaggi per ‘vincente’ – sulla carta. Prima di quell’evento – per il centrosinistra e qualcuno – peraltro presidente del Copasir: è necessario toglierci di dosso la cappa inciucista e bicameralista vero freno al compimento del centrosinistra e della nostra democrazia, presidente D’Alema – si domanda come quella tempistica si sia potuta ‘verificare’ (mentre un protagonista di spicco di quella vicenda viene candidato nelle fila di una lista concorrente e ‘moderata’ – ?).

Mentre rimetterà al suo posto la finanza, la Politica – il governo dell’Italia – deve fare lo stesso anche con i servizi segreti: riducendone notevolmente la discrezionalità; e, visto che in questi anni si è potuto fare il bello e il cattivo tempo a nostra insaputa, cambiandone pervicacemente vertici e gangli fondamentali (senza pescare, nella scelta dei sostituti, nello stesso, contiguo ‘mondo’ militare dai quali provengono i rimuovendi: o si cambierà tutto senza cambiare nulla). Perché con le sole regole non si redime un corpo, se gli autori delle (possibili) malefatte restano – segretamente – gli stessi

***Il futuro dell’Italia***
LAVORO E SVILUPPO SI (RI)GENERANO CON L’ISTRUZIONE E L’INNOVAZIONE
di PIER LUIGI BERSANI*

febbraio 19, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

Lettera al Corriere della sera del candidato premier del Centrosinistra, che – ispirato dal giornale della politica italiana – indica ad una Politica per troppo tempo persa a discutere degli stessi argomenti (autoreferenziali e del tutto fuorvianti rispetto alle reali esigenze del Paese), di se stessa e dei propri personalismi, il tema-chiave per (il rilancio della nostra economia e) per la costruzione del futuro dell’Italia: nella Nazione dal più alto tasso di analfabetismo di ritorno del mondo occidentale e sviluppato, nella quale il 75% delle Persone hanno difficoltà a comprendere il significato di un testo scritto (e il cui potenziale – anche, ‘produttivo’ – è dunque fortemente trattenuto), in cui solo il 20% dei giovani è laureato (e dunque capace di – intraprendere e – generare sviluppo e innovazione: contro il 35% della media Ue!), in cui solo il 7% dei figli di genitori non diplomati arriva a laurearsi (contro il 30% di Francia e Germania: così che l’ascensore sociale – la possibilità per i figli di famiglie meno agiate – la stragrande maggioranza – di conquistare condizioni di vita migliori dei propri genitori – è bloccato e negata), la principale leva di sviluppo e progresso (e di conseguente creazione di posti di lavoro) non può che essere nell’istruzione, nell’Educazione, nella formazione. Rielevare le Persone, consentire la loro crescita e ‘liberazione’ (delle – nostre, ineguagliate – risorse – umane) per determinare (attraverso il loro ‘traino’) la ripartenza delle nostre aziende e la crescita della nostra economia. Per rilanciare la nostra produzione nella chiave dell’innovazione, della tensione a generare le migliori nuove idee e i migliori nuovi prodotti. Per (tornare ad) essere (i) più competitivi sul mercato. Come negli anni del nostro boom. Per fare dell’Italia, nel tempo, il luogo nel quale si torna a concepire il futuro del mondo. di PIGI BERSANI
Read more

***Il futuro dell’Italia***
SE OGGI IL NOSTRO E’ UN PAESE NARCISO
di MATTEO PATRONE

febbraio 12, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

La radice di tutti i mali dell’Italia è lo Specchio. “Questo Paese sembra essere sotto narcosi”, dice Toni Servillo. Noi diciamo meglio: ipnosi. Il nostro modo di (non) pensare è rifletterci. E adagiarci sulle comode fluttuazioni delle immagini. Dimenticando(ci). Di (poter) essere specchiati.

Lo Specchio è, innanzitutto, quello nel quale ci guardiamo la mattina. Il nostro è un Paese narciso. E, per questo, sterile. Siamo narcisi perché così ci ha insegnato la televisione. Secondo Specchio (del nostro declino).

La televisione oggi è il grande fratello. La televisione, ma anche (molti) giornali. I contenuti hanno lasciato il posto al gossip: vero (?) e proprio (???); ma anche sportivo, sociale, “politico”. La (nostra) politica oggi (non) è. Gossip.

Se leggete i nostri giornali fino a qualche mese fa – quando il nostro impegno a riportare l’attenzione sui contenuti e l’esplosione della fase finale della crisi hanno costretto tutti quanti a piu’ savi consigli – troverete “chi ha incontrato Schifani”, come esemplificava – raccogliendo il nostro spunto – il (da noi) stimato Guido Crosetto. A quale dei due forni pensa di rivolgersi Casini. Ma non un contenuto sul futuro dell’Italia (oggi, invece, i Settegiorni di Verderami sono – per fortuna – un po’ più – ma non ancora del tutto – isolati).

Un grande (?) Ballando con le stelle collettivo e consolatorio, al quale (gli italiani sono purtroppo “affezionati” e dal quale sono – appunto – narcotizzati e che può finire solo assumendocene in prima persona la responsabilità, e al quale) – di fronte alla televisione o sfogliando una rivista di gossip, pardon: quotidiano – abbandonarsi per non pensare.

Ma se nessuno pensa – e si assume la responsabilità di portare a conseguenze CONCRETE il proprio pensiero, diventando “attore” (ma in senso Alto), diceva Madre Teresa, dell’impegno per gli altri (perché questo, è la Politica) – il Paese va (appunto) allo scatafascio. Ma eravamo troppo impegnati ad ammirarci. E a fare le pulci – i parassiti – alla vita degli altri.

Le vite degli altri – Paesi sono state per molto tempo l’unico riflesso sano. Poi è arrivato il Politico.it e con essa è tornata – sta tornando – la Politica. Il Paese delle meraviglie – l’Italia – è, infatti, dentro lo Specchio, e non nella nostra immagine (riflessa). La cultura è ciò che – come l’immaginazione per Alice – può farci (ri)entrare (in noi). Tornare ad Ascoltarci. La nostra (vera) Musica, fidatevi (di Noi), è (ancora) la migliore al mondo.

MATTEO PATRONE

***Il futuro della Nazione***
ORA SPOIL SYSTEM (IN NOME DELL’ITALIA) DELLA NOSTRA BUROCRAZIA, FRENO ALLO SVILUPPO
di MATTEO PATRONE

febbraio 6, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

La Repubblica italiana, erede della più grande tradizione del mondo, fondata sulla più avanzata e raffinata Costituzione, è il punto più alto della Politica mondiale.

Si tratta adesso di riadeguare le proprie istituzioni, i propri sistemi, i propri modelli economici.
Read more

Un anno dopo, siamo a punto di partenza “Posto fisso? Monotono. Meglio cambiare‘Monotono’ è Stato che limita (se stesso) E ciò è per (‘fissità’ ma anche) precarietà ‘Mobilità’, sì, ma in chiave di innovazione Per (ri)generare (il – lavoro e) ‘noi stessi

febbraio 2, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

(2 febbraio 2012) Nella chiave di un (semplice) ‘contenimento (?) dei danni’ (puramente materiale) chiaro che l’affermazione del presidente del Consiglio – secondo la quale il posto fisso sarebbe ‘monotono’, e sia meglio ‘cambiare’ (in tutti i sensi) – fa rabbrividire, e che la prospettiva (è, la stessa) ‘precarietà’ (e – non può essere accettata).

Read more

Avevamo (ancora una volta) ragione noi Il presidente Monti ci (ri)ascolta (ancora) “Sì connessione tra istruzione e imprese E sì alla formazione continua per operai” Ecco primo punto della (nuova) Agenda Sì alleanza post-voto tra Scelta Civica-Pd

gennaio 19, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Un altro successo, dunque, de il Politico.it ma, soprattutto, dell’Italia. Che vede avvicinarsi la messa in atto di quella che rappresenta la sua ‘unica’, ma perché ‘main stream’, perché figlia della propria Storia, perché immaginata sulla base di una ricognizione delle reali necessità della nostra Nazione – e non di (meri) politicismi – direttrice e prospettiva: quella di tornare ad essere – com’è sempre stata, più o meno ‘programmaticamente’, nel corso di tutta la propria lunga tradizione – la culla dell’innovazione. La culla – concependo il senso di tutto questo a 360°, coinvolgendo non solo la produzione ‘materiale’ ma anche la ricerca, il recupero, come intuito per prima da Cristiana Alicata, di un respiro etico e filosofico – della civiltà. Il luogo nel quale si concepiscono le migliori e più innovative idee, i modelli del futuro; e nel quale – per questo, e non per una semplice riduzione dei diritti delle Persone (che lavorano): su cui, anzi, con la formazione – e Monti ebbe modo di anticipare la sua adesione a questa nostra più generale linea prospettica – puntare come principale leva della ripresa e della nostra più complessiva ripartenza – si attraggono gli investimenti più corposi e degli imprenditori più illuminati – del pianeta. Perché l’Italia sia – sarà – il luogo nel quale si torna a concepire, cinquant’anni dopo (ancora) l’invenzione del (primo) pc da parte dell’Olivetti di Ivrea, il futuro del mondo”. All’interno. di MATTEO PATRONE
Read more

Monti a destra, sua (sotto)cultura mercati (Suo) governo affidabile con i poteri forti E Sinistra è essere affidabili con Persone Torneremo ad essere la culla della civiltà

gennaio 18, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

di MATTEO PATRONE

Perché è la cultura, e non “competere” (e basta), la chiave del nostro possibile Rinascimento. Non la (sola) flessibilità, perché ciascuno sia più libero di tentare di sottrarre agli altri il loro posto, le “loro” opportunità (con-petere questo significa: chiedere, ‘pretendere’ – da parte di più persone – la stessa cosa, ma non per costruirla – insieme – bensì per appropriarsene strappandola agli altri), ma la possibilità e la capacità (al “contrario” – ?) di collaborare. Una società che sia tale e non una (semplice) somma di individualità l’una contro l’altra armate; un collettivo, che marci verso un (solo) obiettivo e, per farlo, metta a sistema le proprie forze.

Da questa idea, a cascata, discende una diversa concezione del mercato del lavoro: (anzi,) non(,) un mercato (appunto) ma un sistema che metta a frutto (valorizzandole e, anzi, rafforzandole) le risorse e le capacità di ciascuno. Dove le aziende siano chiamate a rinnovarsi per crescere, e in questa tensione abbiano sì la possibilità di “licenziare”, ma solo per consentire ai propri lavoratori un nuovo momento di formazione e di crescita (individuale e non solo) così da avere risorse umane sempre più specializzate, preparate e a loro volta tese – anche “culturalmente” – verso quel (più) alto obiettivo comune.

Da cui quell’economia sociale (sia pure) di mercato, nella quale dispiegare il principio della responsabilità sociale delle aziende, di cui l’Olivetti – lo abbiamo detto più volte – fu uno straordinario esempio (di come sia capace di ri-generare non – solo – la nostra economia, ma “un” intero Paese. Molti dei figli dei dipendenti – “anche” degli operai – della Olivetti di allora sono oggi parte della nostra classe intellettuale. Grazie – magari – ad una semplice libreria a disposizione dei lavoratori nella – stessa – azienda. E ringraziano Adriano – Olivetti – come fosse – un – loro padre. Inserendo, oggi, tutto questo in una dinamica tutt’altro che assistenziale – come non lo fu allora – ma di crescita – comune).

Non, dunque, l’istinto di (pura) sopravvivenza come motore della nostra crescita, bensì la crescita come motore di un miglioramento delle nostre vite. La crescita, naturalmente, individuale, cioè culturale, cioè umana, e quindi anche tecnica e professionale, e da essa la crescita (economica: delle singole aziende e dell’intero sistema). Il resto è sottocultura di destra, avrebbe detto Pasolini.

E che coloro che per propria de-formazione più di tutti hanno la forza di guardare al futuro, nell’attuale classe dirigente del centrosinistra, si siano lasciati omologare alla deriva mercatista della “Destrasinistra” dimostra come sia finita la spinta propulsiva di quella generazione – autrice, lo abbiamo già detto, di avanzamenti importanti: tra cui il Pd! – e come questo abbia portato all’attuale sterilità (autoreferenziale) del centrosinistra.

Ma ora le idee, i contenuti tornano ad essere in campo: Sinistra è essere affidabili non più con i poteri forti, o con gli Stati Uniti, ma con noi stessi – ovvero con gli italiani e, quindi, con l’Italia. E essere affidabili con gli italiani significa compiere una (vera) rivoluzione di libertà. Che parta – che parte – da loro. E non più dalla libertà – di alcuni di Loro – di fare e disfare a proprio piacimento (delle loro vite).

Essere affidabili significa fornire agli italiani gli strumenti per una propria libertà più profonda, da quella – semplice – di competere senza freni e criteri, come vuole la teoria mercatista – liberista – della destra. La libertà di sapere esattamente chi sono, cosa possono dare, e di scegliere quindi il loro modello di vita; e, nel farlo, di aderire – naturalmente – a questo grande progetto comune all’insegna della collaborazione.

Un giorno ci capitò di mostrare – involontariamente, in quel caso – sul più classico dei bus una copia (cartacea) di un nostro articolo il cui titolo era: “Torniamo a collaborare per un alto obiettivo comune“. La persona che lo vide, un trenta-quarantenne di (apparente) media cultura e condizione sociale, non ci voleva credere: in tutti i sensi. Nel senso che non ci credeva, ma continuava a guardarlo (il titolo) strabuzzando gli occhi. Non, perché fosse – non per questo – un articolo (in sé) fuori dal comune. Ma perché è quello che oggi gli italiani desiderano: tornare ad unirsi – e non a dividersi – nel nome di una ragione più alta.

Tecnicamente, tutto questo si pratica dandoci l’obiettivo dell’innovazione che passa attraverso la cultura e la formazione. Un sistema, e non più un mercato. Un Paese, e non più un mercato. Gli Italiani, e non più (alla) merce(/é) di pochi di noi – di loro.

MATTEO PATRONE

Monti a destra, sua (sotto)cultura mercati E’ (suo) essere affidabile con poteri forti E Sinistra è essere affidabili con Persone

gennaio 9, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

E’ la cultura, e non “competere” (e basta), la chiave del nostro possibile Rinascimento. Non la (sola) flessibilità, perché ciascuno sia più libero di tentare di sottrarre agli altri il loro posto, le “loro” opportunità (con-petere questo significa: chiedere, ‘pretendere’ – da parte di più persone – la stessa cosa, ma non per costruirla – insieme – bensì per appropriarsene strappandola agli altri), ma la possibilità e la capacità (al “contrario” – ?) di collaborare.

Una società che sia tale e non una (semplice) somma di individualità l’una contro l’altra armate; un collettivo, che marci verso un (solo) obiettivo e, per farlo, metta a sistema le proprie forze.

Da questa idea, a cascata, discende una diversa concezione del mercato del lavoro: (anzi,) non(,) un mercato (appunto) ma un sistema che metta a frutto (valorizzandole e, anzi, rafforzandole) le risorse e le capacità di ciascuno. Dove le aziende siano chiamate a rinnovarsi per crescere, e in questa tensione abbiano sì la possibilità di “licenziare”, ma solo per consentire ai propri lavoratori un nuovo momento di formazione e di crescita (individuale e non solo) così da avere risorse umane sempre più specializzate, preparate e a loro volta tese – anche “culturalmente” – verso quel (più) alto obiettivo comune.

Da cui quell’economia sociale (sia pure) di mercato, nella quale dispiegare il principio della responsabilità sociale delle aziende, di cui l’Olivetti – lo abbiamo detto più volte – fu uno straordinario esempio (di come sia capace di ri-generare non – solo – la nostra economia, ma “un” intero Paese. Molti dei figli dei dipendenti – “anche” degli operai – della Olivetti di allora sono oggi parte della nostra classe intellettuale. Grazie – magari – ad una semplice libreria a disposizione dei lavoratori nella – stessa – azienda. E ringraziano Adriano – Olivetti – come fosse – un – loro padre. Inserendo, oggi, tutto questo in una dinamica tutt’altro che assistenziale – come non lo fu allora – ma di crescita – comune).

Non, dunque, l’istinto di (pura) sopravvivenza come motore della nostra crescita, bensì la crescita come motore di un miglioramento delle nostre vite. La crescita, naturalmente, individuale, cioè culturale, cioè umana, e quindi anche tecnica e professionale, e da essa la crescita (economica: delle singole aziende e dell’intero sistema).

Il resto è sottocultura di destra, avrebbe detto Pasolini. E che coloro che per propria de-formazione più di tutti hanno la forza di guardare al futuro, nell’attuale classe dirigente del centrosinistra, si siano lasciati omologare alla deriva mercatista della “Destrasinistra” dimostra come sia finita la spinta propulsiva di quella generazione – autrice, lo abbiamo già detto, di avanzamenti importanti: tra cui il Pd! – e come questo abbia portato all’attuale sterilità (autoreferenziale) del centrosinistra.

Ma ora le idee, i contenuti tornano ad essere in campo: Sinistra è essere affidabili non più con i poteri forti, ma con noi stessi – ovvero con gli italiani e, quindi, con l’Italia.

E essere affidabili con gli italiani significa compiere una (vera) rivoluzione di libertà. Che parta – che parte – da loro. E non più dalla libertà – di alcuni di Loro – di fare e disfare a proprio piacimento (delle loro vite).

Essere affidabili significa fornire agli italiani gli strumenti per una propria libertà più profonda, da quella – semplice – di competere senza freni e criteri, come vuole la teoria mercatista – liberista – della destra.

La libertà di sapere esattamente chi sono, cosa possono dare, e di scegliere quindi il loro modello di vita; e, nel farlo, di aderire - naturalmente – a questo grande progetto comune all’insegna della collaborazione.

Un giorno ci capitò di mostrare – involontariamente, in quel caso – sul più classico dei bus una copia (cartacea) di un nostro articolo il cui titolo era: “Torniamo a collaborare per un alto obiettivo comune“. La persona che lo vide, un trenta-quarantenne di (apparente) media cultura e condizione sociale, non ci voleva credere: in tutti i sensi. Nel senso che non ci credeva, ma continuava a guardarlo (il titolo) strabuzzando gli occhi. Non, perché fosse – non per questo – un articolo (in sé) fuori dal comune. Ma perché è quello che oggi gli italiani desiderano: tornare ad unirsi – e non a dividersi – nel nome di una ragione più alta.

Tecnicamente, tutto questo si pratica dandoci l’obiettivo dell’innovazione che passa attraverso la cultura e la formazione. Un sistema, e non più un mercato. Un Paese, e non più un mercato. Gli Italiani, e non più (alla) merce(/é) di pochi di noi – di loro.

MATTEO PATRONE

(24 febbraio 2012)

Il fallimento del governo Monti (e della riforma Fornero)
(NUOVO) RECORD DI GIOVANI DISOCCUPATI. ORA LA FORMAZIONE

gennaio 8, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nonostante il governo Monti abbia ‘cercato’ di creare lavoro (?) “per i giovani” (?), per superare il ‘famoso’ dualismo (non più ‘garantiti’ e ‘non garantiti’, ma solo ‘non garantiti’), la disoccupazione giovanile tocca (nuovamente: è impennata proprio nell’ultimo anno) il record storico.

Perché il (vero) obiettivo del governo era (abolire – tout court – l’art. 18 -; ed è in primo luogo grazie a il Politico.it se non ci è riuscito -, e) consentire alle aziende la piena libertà di licenziare; e in ogni modo favorire, ancora una volta, solo una parte. Che non era certo quella dei giovani (lavoratori).

Di qui il fallimento di una riforma del lavoro ‘dimezzata’, ma (proprio) perché l’obiettivo che l’esecutivo si era dato, nel confezionarla, non era fare il bene del Paese ma solo quello di una parte.

Qui, e non nelle resistenze di chi invece difende l’interesse dell’Italia (ovvero di tutti), sta il punto di caduta (dell’esecutivo dei professori e) della riforma del lavoro Monti-Fornero.

Il modo per favorire la crescita (dell’occupazione. E non di una disoccupazione – ‘meglio’ – ? – distribuita – tra giovani e ‘vecchi’) è puntare (non su una – maggiore – disoccupazione – di chi oggi è sicuro; secondo il paradosso per cui si crea lavoro licenziando quei pochi che sono sicuri; per creare così una – nuova – generazione di lavoratori – non, tutti garantiti, come vuole la propaganda – montiana – ma tutti insicuri) sull’innovazione che si declina attraverso la ricerca e la formazione.

Formazione non come strumento (e pretesto. Ideologico) per consentire di assumere a tempo determinato (i contratti di apprendistato reintrodotti dalla riforma Fornero), ma come motore della crescita dei lavoratori e dunque delle aziende.

Tutti i sistemi economici e produttivi che funzionano (anche – in tempo di crisi), sono fondati sul principio che la vera risorsa da valorizzare sono le Persone; quelli che, al contrario, puntano meramente a ridurne ai diritti, sfruttandole, recedono (di più. Come la Cina che ha visto sfumare la prospettiva del sorpasso, in termini di crescita – del Pil – nei confronti degli Stati Uniti).

Avendo in Italia (anche così! Con tutto l’impegno dell’antiPolitica a ridimensionarle e scoraggiarle) le migliori risorse umane del mondo (come dimostra che siano le più gettonate dagli altri paesi), non è difficile immaginare quale sia la chiave per far ripartire la nostra economia…

A condizione di avere, però, questo, nella mente e nel cuore. E non soltanto il desiderio di favorire interessi (particolari). (M. Patr.)

***Aprirci (‘da subito’) alla Turchia***
PER RISOLVERE LA CRISI (SIRIANA E DELLA NOSTRA ECONOMIA)
di MATTEO PATRONE

gennaio 4, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un’Europa che non fosse tecnocratica e ombelicale, immaginando di accelerare i tempi e di allargarsi (da subito) alla Turchia, acquisirebbe immediatamente una posizione di vantaggio (rispetto ad ogni altro, possibile competitore. A cominciare dalla – stessa – Russia, che oggi ha un rapporto privilegiato – anche, ma non solo, per ragioni geografiche – con le nazioni del blocco asiatico meridionale, e dagli Stati Uniti) nel confronto (Politico e commerciale) con i Paesi dell’area (medio) orientale (a partire dalle stesse Cina e India, che guarderebbero con favore ad un Continente occidentale che si aprisse ai ‘contributi’ e alla collaborazione con il mondo – arabo e – panasia- tico), e comincerebbe così a porre le basi per quella riorganizzazione – e correlativo ‘riorientamento’ – dei traffici (e dunque degli equilibri – anche – geopolitici) che da Cindia giungono (e provengono da) al Vecchio continente, che potrebbe fare dell’Italia – e in particolare del nostro Mezzogiorno – la piattaforma di accesso all’Europa e la ‘rampa di lancio’ (dell’economia europea) verso l’Asia (attraverso il corridoio dello stretto di Suez e del Mar Rosso. Forse non si ha idea di quanto ‘prossima’ sia l’India attraverso la via del mare – di cui parlò per primo – ancora una volta – Romano Prodi – Verificare per credere – ma anche attraverso la stessa fascia mediorientale). CONTINUA ALL’INTERNO
Read more


CARO MONTI, NON HAI SALVATO L’ITALIA PERCHE’ L’ITALIA NON E’ SALVA
di MATTEO PATRONE

dicembre 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Chiariamo una volta per tutte: Monti non ha salvato l’Italia per la semplice ragione che l’Italia è – a tutt’oggi – tutt’altro che salva. Per salvare l’Italia Monti avrebbe dovuto fare tre cose: tagliare la spesa (ma in modo razionale e proficuo per la nostra stessa ripartenza! Non in modo tale da reprimerla ulteriormente – ‘da soli’!); ridurre drasticamente il debito con un intervento una tantum (perché in presenza di duemila miliardi di debito, non ci sono risorse da investire, le banche faticano a finanziare imprese e famiglie e l’economia si ferma a causa dell’aumento del costo dello stesso debito); rigenerare la crescita: indicando una prospettiva forte e unitaria alla quale dedicare e nella quale concentrare tutti i nostri sforzi.
CONTINUA ALL’INTERNO
Read more

Gad:’Lista Monti partorirà topolino’ Perché pres. non ha fatto bene I.

dicembre 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Dopo, sia ben chiaro, avere assi- curato stabilità alla guida Politica del nostro Paese in un momento in cui (però) Berlusconi (e non ‘la sinistra’, che finché era stata al governo – lei – aveva – a sua volta – assicurato la tenuta dei conti molto meglio – ! – numeri alla mano, di quanto abbia fatto Monti quest’anno) aveva rischiato (? O, scientemente, ricercato) di farci fallire (subito).

Ma – fatta la doverosa premessa – il presidente del Consiglio che ha portato la nostra tassazione al livello più alto del mondo (oltre il 50%), che ha dato vita alla categoria degli ‘esodati’ (persone – persone – che, dopo aver lavorato una vita, si ritrovano oggi – in un limbo – senza stipendio e senza pensione), che ha consentito che il Pil crollasse fino al suo minimo storico (-2,4%), che ha lasciato che il debito raggiungesse la soglia (insostenibile perché le banche possano continuare a finanziare famiglie e imprese) dei 2000 miliardi (senza pensare – o, almeno, ‘realizzare’ – di – doverlo – provare ad abbattere), che ha sacrificato la (qualità della) vita di molti nostri connazionali (i famosi “costi umani” della crisi) in nome di un equilibrio dei conti (per il quale, essendo i tagli stati fatti male – proprio per questo – sarebbero stati inutili, e) che sarebbe stato garantito (? Solo per ciò che riguarda il ‘riverbero’ sull’andamento dei mercati) dall’attivazione dello scudo anti-spread da parte di Draghi, davvero, qualora si presentasse alle elezioni (o desse la propria benedizione ad una lista che portasse il suo nome), potrebbe sperare, in una Nazione da… sempre (? Che cos’era, del resto, la dialettica tra Pci e Dc, se non un – primo – bipolarismo? Per non parlare della – nostra – tradizione – comunale – che risale fino all’archetipo della contrapposizione tra guelfi e ghibellini) costitutivamente bipolarista (con buona pace dei centristi senza arte né parte), di andare (molto) oltre i numeri (pulviscolari) collezionati in questi anni dal centro?

Monti: “Messo l’Italia in sicurezza” No: siamo ancora su orlo default

dicembre 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non sappiamo di chi sia il (de)merito, di certo c’è che l’Italia è tutt’altro che stata “messa in sicurezza”. Il debito pubblico (in proporzione) più grande del mondo, un deficit pronto a riesplodere non appena la scelta di far ricadere i tagli sulle Persone (senza toccare i veri canali di sperpero delle nostre risorse pubbliche) mostrerà tutti i propri (di Monti) limiti (di visione – Politica), l’assoluta polverizzazione di qualsivoglia provvedimento per la crescita, faranno sì che, al primo colpo di vento della crisi (sui mercati) – o anche soltanto con lo scorrere del tempo – se questa tendenza (a crogiolarsi sul ‘prestigio e la credibilità’ – legati allo charme personale del premier, capace di affabulare il mondo intero – sul proprio vuoto – di contenuti) non sarà (al più presto) invertita – agevolando la nascita di un governo Politico che restituisca una prospettiva (di crescita) al nostro Paese – l’Italia mostrerà (suo malgrado) di non essere affatto stata ‘messa in sicurezza’: e, a quel punto, ci si chiederà come un intero Paese (un’intera, meglio, classe dirigente – nazionale ma ‘anche’ europea) si sia potuta lasciar ipnotizzare – fino al punto di non vedere più, e ‘tanto meno’ ‘accettare’, gli indicatori – tutti negativi! – della nostra economia reale, ulteriore riprova – se ce ne fosse bisogno – dell’assoluta inconsistenza dell’(in)azione di Monti – dal presidente del Consiglio uscente.

***Il discorso di Gettysburg***
NESSUN AMERICANO SIA MORTO INVANO
di ABRAHAM LINCOLN

novembre 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Una Nazione nasce (sempre) da (almeno) un conflitto: tra nativi e colonizzatori, tra conservatori e pionieri, tra resistenze territoriali e tensioni federative. Gli Stati Uniti da un po’ di tutto questo: ed è per ciò che oggi sono la più grande (e compiuta) democrazia del mondo, ovvero la terra (promessa) della Libertà. Perché hanno sconfitto le resistenze che covavano al loro interno; e, sulla memoria degli americani morti per questo ideale, hanno costruito il loro futuro, il loro (comunque, grande) presente. Anche l’Italia ha avuto i suoi conflitti. E anche noi abbiamo una lunga tradizione di eroi che sono morti perché oggi, ciascuno di noi, potesse godere della libertà della quale continuiamo (sia pure – sempre più – parzialmente – ?) a godere. I partigiani della Resistenza al nazifascismo (padri della nostra Libertà! E che né la sinistra né la destra dovrebbero strumentalizzare o manipolare ai fini della loro – vuota – propaganda); coloro che, nel cinquantennio successivo, hanno dato la vita per vincere le resistenze che, in una eco profonda, perdurano – si potrebbe dire – dal giorno della marcia su Roma di Mussolini, che consegnò il Paese erede della prima civiltà umana moderna e dei fasti del Rinascimento, nelle mani della “carica di mediocri” (cit.) il cui (sotto)potere (in particolare a Roma, ‘città dei ministeri’) è la cifra di una parte (rilevante) del conflitto sotto il quale soggiace, a tutt’oggi, l’anelito dell’Italia a diventare finalmente una grande nazione moderna. Ebbene: questo accade perché mentre “noi” (?) abbiamo dimenticato – Giovanni Falcone, Paolo Borsellino – morti solo vent’anni fa! E completamente esclusi dal portato – reale! – della nostra vita comune – in nome di quelle resistenze! – Pier Paolo Pasolini, Giorgio Ambrosoli, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Antonino Cassarà, Pio La Torre – gli Stati Uniti, al contrario, sono nati sulle fondamenta sicure del ricordo (vivo!) di quei loro patrioti, senza i quali non sarebbero oggi il più grande presidio della Libertà dell’intera umanità. Una (ri)nascita (di quelle “grandi anime”, nel loro impegno per il proprio Paese) che ‘risale’ a colui che raccolse, Politicamente, l’eredità di quegli eroi, facendone la sintesi (che non significa ‘compromesso’! Degli – Alti – ideali) nel costruire l’America – liberale – moderna; il suo nome è Abraham Lincoln, e sebbene sia stato il primo presidente (Repubblicano) della Storia, ancora oggi si stenta (evidentemente) a relegarlo nel recinto di una parte. Perché il discorso tenuto sui prati di una delle battaglie-chiave della guerra di secessione, quella da cui (ri)nacque la federazione, è un richiamo a ragioni più alte di – e ‘(in)toccabili’ da – qualsiasi interesse (particolare o parziale), ad una unità che non è consistita soltanto in un gentlemen (?) agreement (di facciata) con cui sigillare l’esito (magari mal digerito) di una elezione presidenziale – unico “valore” – in realtà estetico, e quindi, preso di per sé, sterile – che sembra essere stato colto dalla politica politicante nell’ultimo confronto tra Obama e Romney – Ma da una reale condivisione delle ragioni della propria Storia e di un (conseguente! E non retrivo) comune orizzonte da perseguire, alla quale la Memoria – prima ancora che la propaganda, come minimo ‘fuorviante’, dei partiti – che essendo ‘presi’ soprattutto da loro stessi, spesso parlano a vuoto – può dare, come cerca di fare oggi il Politico.it riproponendo il discorso di Lincoln, un contributo decisivo. di ABRAHAM LINCOLN Read more

(Sola) produttività porta più profitti Competitivi valorizzando Persone

novembre 12, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’accordo (e – la reale opportunità per rendere il nostro sistema più competitivo e non ‘solo’ più produttivo; ovvero per migliorare la qualità dei nostri prodotti e della nostra presenza sul mercato e non soltanto per diminuire i costi, e quindi aumentare i profitti, dei – soli – imprenditori) ‘regge’ soltanto se il governo (che già parla di “prodotto finito e autosufficiente”, come se potesse limitarsi a tagliare il cuneo fiscale in ‘cambio’ di maggiore libertà per le imprese di ‘impiegare’ – a proprio piacimento – i propri dipendenti), metterà in piedi (assumendosi le sue responsabilità – esecutive!) anche la parte del testo dedicata alla formazione e al raccordo tra sistema scolastico/ universitario e aziende.

Magari reintroducendo un capitolo-ricerca – e innovazione! – che è completamente sparito dall’orizzonte di un esecutivo che, del resto, dovrebbe occuparsi di governare, e non di ‘far governare’ – per scaricare su di loro la propria (ir)responsabilità di non sapere che pesci pigliare – e ciò nonostante di progettare improbabili (nel senso di poco credibili) secondi mandati – le parti sociali.

Altrimenti l’accordo sulla produttività costituisce soltanto una (ulteriore) prova di deregulation che, togliendo risorse (in tutti i sensi) ai (veri) fautori della produttività (e della – più importante – competitività!) delle imprese – i lavoratori – a lungo andare, complice magari anche – una rispolverata. Ad opera di un Monti-bis? Ad – una riforma del lavoro che progressivamente torni a cercare di consentire maggiore libertà di licenziare, ridurrà il valore competitivo – cioè di innovazione! Che non può che passare per la formazione delle – nostre! – risorse umane – delle imprese italiane (che nella loro modulazione più competitiva – quella dei Piccoli – chiedevano infatti l’esatto opposto. Ovvero una strategia incentrata, appunto, sull’innovazione).

Senza valorizzare questo straordinario patrimonio dell’Italia – i nostri ‘operai’, ovvero tutti noi – che marciranno (immobili nelle loro ‘precedenti’ – cioè ataviche: nel Paese occidentale dal più alto tasso di analfabetismo di ritorno (‘del mondo’) – condizioni ‘culturali’ – e quindi tecniche e professionali) sotto i colpi del liberismo d’antan di Monti, pronto a rispondere alla crisi dovuta all’eccessiva preminenza dell’economia (finanziaristica) sulle Persone, rafforzando – nel nostro Paese! – quel predominio dal quale stanno oggi scappando persino i (più liberisti! Sia pure a modo loro) cinesi, che hanno visto a causa ‘sua’ ridursi fortemente la propria prospettiva di crescita; uccidendo così quella coesione (che ‘richiede’ in primo luogo la (ri)elevazione della qualità del nostro ‘personale’! Perché tutti possiamo diventare ‘più bravi’ e quindi più competitivi: e non il contrario!) che rappresentava uno degli ultimi fattori di tenuta della nostra già provata (dall’immobilismo del governo) economia reale.

***Il futuro dell’Italia***
NON FATE VIOLENZA IN NOME DI CRISTO
di GAD LERNER

novembre 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La religione non è l’oppio dei popoli. E’ la strumentalizzazione degli stessi appartenenti alla casta che hanno diffuso questa ‘diceria’, che trasforma la fede (o, meglio, il suo merchandising) in una (cieca) leva di sottomissione e, quindi, di determinazione (dal…basso) delle scelte delle Persone. Così come il presunto respiro ‘religioso’ di movimenti storici come quello stesso del nazismo (e le sue varianti italico-fascistoidi), costituisce, in realtà, una deformazione del cristianesimo – in salsa pagana – che sostituisce Dio con degli idòla, che come tutti i simboli para-religiosi pagani – a differenza della verità immutabile recata sulla Terra da Gesù – possono essere piegati a proprio piacimento e manipolati ad usum delle proprie convenienze politocratiche del momento. La (vera) fede non porta nessun estremista norvegese ad uccidere nessun altro essere umano; così come, evidentemente, a concepire olocausti. E non porterebbe nemmeno ragazzi in preda della frustrazione e della disperazione – quali sono i neo-fascisti anche italiani di oggi – a scegliere di ‘superare’ – o, meglio, di ‘anestetizzare’ – quella sofferenza dando sfogo al proprio odio – che è in realtà un odio verso la propria ‘taciuta’ – a loro stessi – inadeguatezza – verso gli altri immaginando (o, addirittura, praticando) forme di violenza (fisica o morale) nei confronti di cittadini nella gran parte incolpevoli della deriva nel senso dello svuotamento di valori della nostra società. Se solo la Chiesa, rinnovando il proprio linguaggio (oggi percepito come falsamente simbolistico, e proprio per questo manipolabile da chi non sa, o non vuole, coglierne il senso più profondo) avesse il coraggio di mostrare che la fede, essendo ‘apertura’ a Dio e non (tanto, o prima) all’uomo, ci può consentire di ‘sostenere’ la (nostra) inadeguatezza (degli altri) senza essere costretti a scavare un solco tra noi e loro, guidati e ‘difesi’ – nella nostra ‘integrità’ – dalla vicinanza di Dio, e anzi darci la forza di rappresentare per loro – senza cadere nel gorgo della violenza (di qualunque tipo essa possa essere) – un (nuovo) punto di riferimento, un inizio di un percorso verso la fede e Dio e dunque verso quella “società della collaborazione” - e non più della (sola) competizione – alla quale ci spinge tutta la tradizione cristiana, quell’odio, quella frustrazione, potrebbero essere superati verso l’esito di una comunità a misura d’uomo in cui non dover nascondere (dietro il paravento di ogni forma di violenza) i propri limiti e le proprie debolezze. E non dovremmo vedere più alcun bambino avere (da parte di adulti – ? – che confondono, appunto, la religiosità con il – vuoto – fanatismo) i capelli rasati per disegnare la forma di una croce, ennesima prova del paganesimo – e della mancanza di fede – di una parte dei (sedicenti) “cristiani” (che hanno dimenticato però Cristo e Dio) del nostro Paese di oggi. Gad ora, sull’episodio aberrante di cui è stato vittima il bambino di Caldogno. di GAD LERNER Read more

***Il futuro dell’Italia***
UN TEATRINO POLITICANTE (SULLA PELLE DEGLI ITALIANI)

novembre 1, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Monti è all’esclusivo servizio dell’Italia e di tutti noi. Ma quando alcuni mesi fa il Politico.it denunciò che con la campagna elettorale alle porte, non gli sarebbe più stato possibile continuare (?) a governare, lui fece spallucce, arrivando solo oggi – quattro mesi di immobilismo e di mancate soluzioni alla crisi dell’Italia più tardi – a riconoscere questo evidente dato di realtà.

“Per noi dopo Monti c’è solo Monti”, dice(va) Casini. Che oggi lavora per andare al voto anticipato – mettendo in discussione non solo la prosecuzione nella prossima legislatura, ma la stessa sopravvivenza in questa dell’esecutivo dei professori – perché in Sicilia ha scoperto che gli conviene (più che continuare a brandire un’agenda Monti che, all’improvviso, nessuno cita più).

Passera ha a cuore gli italiani: ce lo ha fatto capire quando, nel momento di maggiore crisi (di soluzioni) a cui il reiterato immobilismo di questo governo ci aveva ridotti, ricordava un giorno sì e l’altro anche che “la crisi è grave e gli italiani soffrono”, senza però mettere in campo una sola soluzione concreta per farci uscire concretamente dalla situazione di difficoltà (a proposito: come possono un governo e un Parlamento ir-responsabili, non avere ancora approvato il successivo, tanto agognato e atteso decreto – sia pure insufficiente – sull’agenda digitale da noi ribattezzato – innovazione?).

E ponendo, con la propria ‘convergenza’ con uno dei maggiori gruppi editoriali italiani nella propaganda (fine a loro stessi) pro governo Monti, un’ipoteca sulla corretta informazione sullo stato della crisi e sull’azione dell’esecutivo, impedendo così una (sana, e altrimenti fisiologica) reazione “di rigetto” all’immobilismo di Monti e della politica politicante, creando le condizioni per l’ulteriore impasse in cui oggi – complice la campagna elettorale – ci siamo ficcati.

Bersani (e – il Pd – ? Attuale) mette “l’Italia al primo posto”: ma la sua (incrollabile) “lealtà a Monti fino al 2013″ sembra non tenere conto né del numero (crescente) di disoccupati (e di persone che non ce la fanno a ‘vivere’), né dello stato di assoluta inconcludenza a cui (la stessa propensione dei suoi gruppi a votare contro ogni provvedimento di quel governo a cui il suo partito è così convintamente leale!,) sta oggi costringendo l’esecutivo dei professori, ‘minacciando’ (non solo di continuare a reiterare ma) di ‘moltiplicare’ il tanto (da noi) sottolineato immobilismo per altri sei, inutili mesi di abbandono dell’Italia nella sua condizione deficitaria. Non certo nel suo interesse.

Alcuni autorevoli quotidiani italiani hanno a lungo sostenuto l’indispensabilità del governo Monti (“A Monti non c’è alternativa”) contro ogni dato di realtà: le cifre della crisi – anche a livello macroeconomico e finanziario – dicevano che stava facendo malissimo (al nostro Paese: perché un Paese della “credibilità e del prestigio” internazionali non se ne fa nulla, se non trova soluzioni REALI alle proprie difficoltà), ma loro, (in)coerentemente, continuavano a sostenerlo; le non-riforme del governo mostravano la corda (la riforma del mercato del lavoro, ad esempio, è ‘finita’ – in tutti i sensi? – con la sentenza sulla prima – ! – richiesta di certificazione di un licenziamento avanzata dal proprietario dell’impresa, che ha immediatamente stabilito il reintegro del lavoratore licenziato: meglio così, visto l’approccio unilaterale e fine a se stesso della sola – per fortuna, grazie a noi, rientrata – abolizione dell’art. 18: ma non ci si venga a raccontare che ci dobbiamo aspettare la crescita, perché senza una vera riforma del lavoro – nella chiave dell’innovazione da perseguire attraverso la ricerca e la formazione – essa non ci sarà) ma non la loro difesa (d’ufficio).

Per non parlare di Berlusconi.

La politica politicante prosegue nel suo teatrino: per altri cinque (o due, o tre: tutto tempo che potremmo dedicare, incisivamente, alla ripartenza del nostro Paese, e invece immoliamo – per colpa nostra! – alla sopravvivenza – politicante – di questi signori) mesi il governo non governerà; la legge elettorale rimarrà la stessa; Bersani ci delizierà con qualche ulteriore sua prolusione contro il “modello di partecipazione 5 Stelle” – sì, proprio le 5 Stelle che votano la scelta di ogni candidato, prevedono una “rotazione” degli eletti, basano ogni loro decisione sul concetto di “democrazia dei cittadini” che prevede una perfetta identità – sia pure in forma rappresentativa – tra corpo elettorale e classe dirigente. E lo diciamo noi che, come ripetiamo ogni giorno, pensiamo che non Grillo – anche se il punto non è il comico – evidentemente inadatto a Palazzo Chigi – ma i cittadini che si fanno classe dirigente – ma il – vero – Pd rappresenti l’unica forza in grado di salvare e rifare grande questo Paese – in cui vede “un nuovo eccezionalismo occidentale”, non in linea con la “democrazia rappresentativa”: per intanto, Dio ci scampi dalla conservazione del modello di “rappresentatività” (?) dei partiti autoreferenziali, che rischia di portare l’Italia, dopo averla spinta fin sull’orlo del baratro, dentro il tunnel di una nuova ‘avventura’.

Dentro la quale, ne siamo certi, ciascuno dei nostri rappresentanti, troverebbe senza difficoltà una parte in commedia.

***Il futuro dell’Italia***
BASTA UN VOTO (ORA!) PER TORNARE AL MATTARELLUM
di GAD LERNER

novembre 1, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il conduttore de L’Infedele fa notare che, a questo punto, all’election day in due delle prime cinque regioni italiane, sarebbe logico agganciare un voto (nazionale) anticipato che non toglierebbe nulla ad una legislatura la cui “scadenza naturale” avverrebbe comunque di lì a poche settimane. Il Parlamento abbia un sussulto di orgoglio e di dignità e – facendosi ‘aiutare’ dalla semplicità e dalla rapidità di questo passaggio che non richiede nemmeno una dicussione ‘di merito’, avendo com’è noto tutti noi già sperimentato questo modello – rinunci alle leggi “ad partem” (fosse anche essa la ‘coalizione’ “costituzionale” – ? – dei partiti presenti oggi a Camera e Senato) e con un solo voto (!) scelga di abrogare il Porcellum e ristabilisca la legge Mattarella: una legge concepita per far funzionare il sistema e non a vantaggio di qualcuno in particolare, che risponde (al limite introducendo un piccolo premio di maggioranza che contenga la frammentazione e aiuti Pd e Pdl a non accollarsi il peso dei ricatti dei piccoli cartelli elettoralistici e personali) alle esigenze peculiari di una società che voglia garantire diritto di tribuna, rappresentanza del territorio e tensione maggioritaria per dare finalmente una direzione di marcia chiara e ‘irreversibile’ al nostro Paese. di GAD LERNER Read more

***Il futuro dell’Italia***
L’IMMOBILISMO DI MONTI-GIOLITTI METTE A RISCHIO LA DEMOCRAZIA (?)
di GAD LERNER

ottobre 23, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

I tecnocrati – a cominciare da Monti – riducono il governo economico della nostra società, ad un fatto finanziaristico. In questo modo trascurano le condizioni di vita reali delle Persone. Queste ultime vivono infatti in condizioni (economiche, sociali) sempre peggiori; ciò fa sì che esse si trovino sempre più spinte sulla soglia dell’esasperazione, quando non già della disperazione. I nostri connazionali vedono che la Politica – sterilizzata e omologata – nel senso della mediocrità – dalla società dei consumi – quando si ‘esaurisce’ – è proprio il caso di dirlo! – in quelle tecnocrazie, ma anche quando – in altri Paesi – continua ad essere scelta dai cittadini – non è capace di risolvere questa situazione o addirittura è interessata soltanto ai propri affari (siano essi personalistici, parziali o addirittura privati). Ciò crea l’humus ideale per l’attecchimento del populismo di quei demagoghi che non si fanno scrupoli ad aizzare questo sentimento – questa percezione – di ‘tradimento’ da parte della propria classe dirigente – che dovrebbe rappresentare per un Paese quello che una madre o un padre sono in una famiglia! – nei cittadini. Accanto a questo, c’è chi pensa che accendere focolai di conflitto (a volte, anche violento) sociale possa favorire questa esacerbazione degli animi che, a sua volta, può contribuire a rendere ineluttabile un maggior “decisionismo” (per usare un eufemismo). In Grecia, il primo ministro Samaras parla di rischio (addirittura) nazista (Alba Dorata è il terzo partito ellenico). Da noi, assistiamo per la prima volta in queste ore – con una sistematicità che dovrebbe ‘impressionare’ e preoccupare una politica impegnata invece a definire l’incarico che dovrà essere dato a Monti per ‘ricompensarlo’ del suo sacrificio (a vantaggio – ?) del Paese in questo anno, a partire dal 2013 – a scorribande di squadracce proto-fascistoidi nelle scuole. Abbiamo già visto tutto questo. Quando, all’inizio del Novecento, una politica “parruccona e inconcludente” spalancò le porte – in questo stesso, IDENTICO modo! – all’avvento del regime. Montanelli diceva che le “democrazie non vengono uccise: muoiono da sole. Al più vengono seppellite da coloro che ne raccolgono le ceneri per dare forma alle loro autocrazie”. Sono passati esattamente cento anni. Monti-Giolitti – quella personalità capace di restituire “prestigio e credibilità” – ma non una guida incisiva ed efficace! – alla nostra Nazione che politicanti impegnati nella sola prospettiva della conservazione del loro potere, “richiamano in servizio” una e più volte alla guida dell’esecutivo (?) perché ‘salvi le apparenze’ (è questo che fanno storicamente le figure – prive di sostanza! – autorevoli – ? – e “rassicuranti” di Monti e Giolitti) – reiterando però contemporaneamente, con la loro public relationship e con una ‘politica degli annunci’ priva di spessore effettivo e di concretezza decisionale, il nostro – trentennale – immobilismo e correlativo declino – Monti, dicevamo, annuncia (ancora una volta) che tra pochi mesi potremo avere i primi, “chiari” (perché adesso, l’ex presidente Bocconi docet, “ci sono ma non li vediamo”: la crisi è “psicologica”: ricordate?) segni di uscita dalla situazione di difficoltà. Quei segni passivamente – fideisticamente – “attesi”, secondo il mantra liberista, decidendo (decidendo! Perché le alternative – le proposte! Considerate dai più tra l’”altro” forti e autorevoli – ci sono) di non intervenire, e lasciando che siano gli attori economici – che chiedono l’opposto! – a disincagliare la “macchina” della loro azienda dal pantano nel quale si è venuta a trovare: salvo trascurare il piccolo dettaglio che, com’è noto, senza una spinta – senza il coordinamento e la guida della Politica! – ciò non potrà però avvenire (che per pochi). Pochi mesi nei quali quella esasperazione (anche da parte della media borghesia imprenditoriale!) crescerà ancora. Mentre le élite se ne staranno comodamente sedute nei salotti – o ai vertici europei, versione moderna dei rassemblement della grande borghesia (poco) illuminata – e sempre più italiani cadranno in una condizione di indigenza. Non solo il nostro Paese, ma la stessa tenuta della democrazia in Europa – e quindi l’Europa stessa! Molto più (che) per accondiscendere facendo bene i “compiti a casa” alla propria reiterata sudditanza al predominio del mercati – rischia di essere messa in discussione e di non poter reggere tutto ciò ancora a lungo. La Politica (il Pd! Anche a costo di sfiduciare questo governo: un’ipotesi è quella di un election day che unisca le Regionali nel Lazio e in Lombardia – consentendo così anche uno straordinario risparmio sui costi dell’autoreferenzialità della – vera – antipolitica! – al più tardi a gennaio) si assuma (ora!) la responsabilità di riprendere in mano il pallino del gioco. O la Storia, che non si ripete mai due volte allo stesso modo, questa volta farà – solo per noi – un’eccezione. Gad, ora, sulla ‘distrazione’ – rispetto alle condizioni della nostra economia reale e dunque della vita dei nostri connazionali – da parte del presidente del Consiglio. di GAD LERNER
Read more

***Il futuro dell’Italia***
APOLOGO SULL’ONESTA’ NEL PAESE DEI CORROTTI
di ITALO CALVINO

ottobre 15, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma non avremo mai nessuna forza, nessuna credibilità, nessuna possibilità di cambiare ciò che non va se non cominceremo da noi stessi. Se non avremo il coraggio, e l’onestà, di rifiutare una raccomandazione per noi o per qualcuno che ci è vicino. Se non avremo il senso di giustizia di riconoscere il merito di altri, anche quando mettesse in ombra (o addirittura contrastasse) noi (o i nostri interessi). Se non avremo la lealtà di dimostrare la nostra amicizia fino in fondo nei confronti di qualcuno, ma senza che questo ci porti mai a frapporci tra queste persone e l’accertamento (a tutti i livelli) della verità. Se non avremo il coraggio persino di rinunciare ad una opportunità - per quanto legittima – qualora capissimo di non potere dare il meglio. Per gli altri. Il racconto che state per leggere uscì su Repubblica il 15 marzo 1980. Prima di Tangentopoli, prima – ovviamente – di Penati e Fiorito. Ma il più grande scrittore del secolo scorso – che il 15 ottobre compirebbe 89 anni – descrive l’Italia (?) come fosse oggi. Un buon modo, da qui, per (ri)cominciare. di ITALO CALVINO
Read more

Dl innovazione, giusto plauso al governo Ma (nuove) regole non bastano (ancora)

ottobre 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La prima, fondamentale cosa da dire riguardo al decreto sviluppo licenziato ieri dal Consiglio dei ministri, è che si tratta di un nuovo, grande risultato de il Politico.it: mentre il resto della stampa, e della politica politicante, si occupa di regole per le primarie e di leggi elettorali, di promozione di se stessa e di altre amenità autoreferenziali, il giornale della politica italiana, ormai dal febbraio di tre anni fa, e con una accelerazione negli ultimi mesi, è impegnato per favorire la presa di coscienza che l’unico modo per far ripartire la nostra economia – e anche per rigenerare culturalmente la nostra società – è puntare sull’innovazione che si persegue attraverso la ricerca e la formazione. Il riconoscimento dell’urgenza di imboccare questa prospettiva dato dal capo dello Stato lo scorso agosto – in una lettera al governo che naturalmente ha avuto un peso decisivo nello spingere l’esecutivo sulla strada dell’impegno per l’innovazione; anche se va ricordato che molti mesi prima, proprio in seguito ad una costante campagna di ‘sensibilizzazione’ e di sollecitazione del – solo – giornale della politica italiana in questo senso, l’esecutivo dei professori aveva già assunto una misura una tantum (e, sia pure, spot) per favorire l’innovazione al sud – ha rappresentato, lo abbiamo scritto, il punto di arrivo della prima parte del nostro lavoro: quella fondata sull’obiettivo di favorire appunto quella presa di coscienza collettiva, così che il riorientamento del nostro sistema nel senso dell’innovazione potesse essere propiziato da un clima di attenzione e di disponibilità da parte della nostra classe dirigente. Tutto questo oggi comincia a produrre frutti anche sul piano, più concreto, che dovrà caratterizzare la seconda fase del nostro impegno: quello della vera e propria messa in atto dei propositi che abbiamo enunciato. Il governo licenzia infatti un decreto sviluppo che mira a fare del’innovazione un fattore strutturale della possibile ripartenza- e della crescita – della nostra economia, di fatto cominciando a realizzare il nostro progetto. La volontà espressa nel decreto da parte dell’esecutivo di promuovere tra gli italiani la conoscenza dei nuovi strumenti per favorire la nascita di start-up e dunque l’innovazione d’impresa, attraverso forme di promozione ‘pubblicitaria’ (ma vengono in modo minaccioso alla mente le campagne televisive/ pubblicità progresso patrocinate dalla presidenza del Consiglio, passate alla storia per la loro invisibilità), è sicuramente una componente essenziale per consentire che le molte misure ‘di dettaglio’ – la creazione di una vera e propria legislazione dedicata alle start up e all’innovazione – possa essere appunto conosciuta e quindi ‘praticata’ – evitando che resti lettera morta – dai cittadini. E le regole in sé sono sicuramente – di questo non era dato dubitare, rispetto alle capacità dell’ex commissario europeo e anche del ministro per lo Sviluppo, oltre che dello straordinario patrimonio di tecnici e funzionari di cui, ancora,  paradossalmente – rispetto allo scadimento della classe politica – la nostra struttura ministeriale continua a disporre: basti vedere il caso dell’ex direttore del tesoro Vittorio Grilli, strumentalmente e ingiustamente buttato nel tritacarne degli scandali legati alla corruzione della politica politicante – e del suo sottobosco di clientele e strutture di potere – al quale la figura sobria, generosa – per chi non lo sapesse il ministro Grilli ha rinunciato ad uno stipendio alcune volte superiore a quello che oggi prende, per mettersi al servizio del governo Monti e del proprio paese, in un primo momento senza neppure poter avere la ‘dignità’ dell’effettivo riconoscimento del suo ruolo di ministro – dell’attuale titolare dell’Economia è inconfondibilmente estranea agli occhi di chiunque non rincorra pretestuosamente visibilità e magari un posto in Parlamento – le regole, dicevamo, sono sicuramente interessanti e ‘innovative’: nello specifico, poi, si tratterà – come lo stesso esecutivo si ripromette di fare – di monitorare e verificare la loro efficacia e utilità. Sono un (buon) inizio (anche se si intravvede appena, ma questo dipende del resto probabilmente da ciò che stiamo per indicare a seguire, l’idea di un ‘sistema’ integrato tra la scuola, l’università e la formazione, la ricerca, e il nostro tessuto imprenditoriale – compreso, anzi, esaltato più degli altri, il ‘comparto’ – che dovrà evidentemente essere sempre meno ‘considerato’ tale, ‘a parte’ rispetto agli altri – delle nostre start up! Che è vero che – come accade negli Stati Uniti – proprio per le loro caratteristiche intrinseche – l’originalità, la capacità creativa di chi le avvia – tendono naturalmente ad una forma di ‘anarchia’ imprenditoriale; ma immaginate che tipo di spinta alla generazione di numerose, e con più possibilità che alcune di loro vadano ‘ in porto’, start up potrebbe venire da una scuola e da una università che – senza rinunciare, anzi, imprescindibilmente ritrovando!, il proprio spessore educativo e culturale (a 360°) – a tutto questo fossero ‘preparate’ a contribuire e a stimolare, creando un clima culturale propizio a tutto ciò). Quello che continua a mancare, tuttavia, è l’assunzione di responsabilità di una leadership che non solo indichi ai cittadini – semplicemente informandoli – cosa possono – ‘tecnicamente’; ‘regolarmente’ – fare; ma mobiliti il loro impegno in questo senso, indicando una prospettiva che non prenda forma soltanto in una (pur virtuosa) nuova regolamentazione; ma nell’assunzione appunto di responsabilità di un presidente del Consiglio che si faccia portatore di una idea (di fondo), dell’indicazione di un orizzonte comune verso il quale portare il nostro Paese, e che per questo metta in campo non solo la propria capacità – in questo caso sì, strettamente ‘tecnica’ – di ridefinire le regole; ma anche di rappresentare un punto di riferimento coordinando lo sforzo delle nostre imprese, del nostro sistema dell’istruzione e culturale, e in generale di tutti noi, per tornare a fare del nostro paese il luogo nel quale si concepisce – sul piano produttivo ma, magari, in prospettiva, anche artistico, etico e filosofico – il futuro del mondo. P.s.: Si noti come, aprendo le home page dei siti dei principali quotidiani del nostro Paese – i siti in-ter-net! Stiamo parlando di un decreto per l’innovazione tecnologica, a cominciare dalla Rete – i pezzi dedicati al decreto innovazione siano ‘soppiantati’, nella ‘gerarchia’, dal taglio ai costi della politica e da altre notizie più o meno effimere o di ‘contesto’ – tipo la discussione sulla ‘forma’ che il Pdl assumerà sulle schede elettorali, o di nuovi, tremebondi, ‘patti tra i partiti’ – ma che nulla hanno a che vedere con lo sforzo reale per far ripartire la nostra economia – ovvero direttamente con la Politica vera – Finché i quotidiani continueranno ad imitare le riviste di gossip, alla nostra democrazia continuerà a mancare – anche se ‘dovesse’ tornare/ anche quando tornerà fino in fondo la Politica – una delle gambe. Senza la quale rischia di non poter restare in piedi – a lungo.

POSSIBILE CHE NON LO VEDIATE?

ottobre 3, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il bollettino della crisi è, giustappunto, un bollettino “di guerra”, come disse lo stesso presidente del Consiglio. Nel 2012 i consumi pro capite degli italiani presentano “la peggior variazione negativa della storia della Repubblica dal 1946”. L’Istat prevede un crollo dei salari nel 2013. L’Ires della Cgil afferma che, tra il 2012 e il 2014, i consumi delle famiglie degli operai si ridurranno di circa 600 euro l’anno per una perdita complessiva nel triennio di 1.806 euro. Il che significa un nuovo aumento del numero di italiani che crolleranno sotto la soglia della povertà. E tutto questo ‘a fronte’ (e a causa) di un Pil (cioè di una crescita) che (tra)c(r)olla al -2,5% (dove prende il nome di de-crescita, cioè piena recessione: ulteriore perdita di potere d’acquisto, aziende che chiudono, nuovi gruppi di lavoratori licenziati, e un circolo vizioso che certo non rende più agevole la sostenibilità delle finanze pubbliche), di una disoccupazione ai massimi storici; nonostante (! O proprio per?) una tassazione che ha raggiunto il “record mondiale” (non è un’iperbole, ma un dato di fatto: 55%). La crisi (nella sua genesi) non è certo colpa di Monti. Ma se non ne usciamo (e, anzi, se la situazione peggiora ogni giorno di più) la colpa è solo di Monti (che ha la responsabilità del governo – che non sta producendo – del Paese! Ciascuno di noi provi a ricordare l’ultimo provvedimento dell’esecutivo: non gli verrà in mente, se non sottoforma di annuncio). Ma la politica politicante autoreferenziale di oggi (convinta dai media montiani di essere inadeguata e inaffidabile: non tutti sono Berlusconi, dal – facile – confronto col quale trae gran parte del proprio prestigio il capo del governo. Durante i governi Prodi l’Italia aveva ripreso a crescere, sia pure poco, e i conti erano stati – rimessi! – perfettamente in ordine! Come non è avvenuto con Monti, che ha tagliato male, dovendo peraltro nominare, lui, tecnico nominato, un nuovo tecnico che facesse ciò che lui non era stato in grado di fare – !) lo vuole per altri cinque anni. Al termine dei quali il nostro Paese, salvo nuovi interventi di… Draghi, rischia di ‘non esserci’ più (o di essere stato definitivamente commissariato: è forse questo che vogliono le tecnocrazie ‘europee’ – ? – e dunque anche Monti, che del resto già parlava di “inutilità” dei Parlamenti nazionali?). E’ giunto il momento di aprire gli occhi. Prima che sia troppo tardi. di M. DONADI* Read more

Una domanda (di un lettore) sul secessionismo leghista

settembre 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Se una regione, per esempio la Lombardia, volesse diventare stato indipendente (come era successo, per esempio, con gli ex stati jugoslavi), può farlo? Deve chiedere il “permesso” a qualche organismo sovranazionale?

L’Italia è, costitutivamente, uno Stato unitario e “indivisibile” – come recita appunto la Carta – e non è prevista l’”uscita” di nessuno. Quindi non c’è ‘permesso’ possibile – che evidentemente dovrebbe essere chiesto ai detentori della sovranità, cioè gli italiani nel loro complesso attraverso le loro istituzioni rappresentative – che possa essere ‘rilasciato’ e quindi chiesto. Detto questo, ormai anche il nostro Paese è avviato nella prospettiva dell’unità europea, nell’ambito della quale avrà sempre più rilievo il ruolo dei governi ‘regionali’, nella chiave di una organizzazione federale del Continente: quindi una Lombardia che – per pura ipotesi – volesse immaginare di rendersi più indipendente, farebbe bene a dare una mano – invece di osteggiarla, come la spinge a fare la Lega – alla ripartenza del Sud: perché sarà proprio facendo ripartire l’economia di tutto il Paese – che non può prescindere da quella del Mezzogiorno – che faciliterà l’integrazione e l’unità Politica europea, coronando l’aspirazione ad essere interdipendente non solo con la Sicilia, ma anche (più direttamente vista la prossimità geografica) con la Baviera e il resto della mittel-Europa.

***Il futuro dell’Italia***
CONTRO L’IMMOBILISMO, IL RINNOVAMENTO
di GIUSEPPE ROTONDO

settembre 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un nuovo sistema per dare spazio alle nuove generazioni. Giuseppe Rotondo, coordinatore di ‘Insieme per il Pd’, affronta il tema del ricambio della classe dirigente. Ma nell’intervista spiega anche i problemi del profilo identitario del Partito democratico.

In Italia il rinnovamento generazionale è un tema “sempreverde”. Quindi significa che non si attua mai. Cosa devono fare i giovani per conquistare la propria opportunità?

“È un problema in molti campi, potremmo dire è una delle cause del fatto che la società italiana è ingessata, bloccata, ferma, non avanza a livello culturale, sociale ed economico. Non c’è rinnovamento perché troppi settori sono gestiti da caste, da ambienti chiusi, non c’è meritocrazia e quindi non c’è democrazia dell’accesso, si entra solo per cooptazione. Se questo è il quadro, allora non dipende dai giovani, è difficile conquistare qualcosa in queste condizioni. Bisogna cambiare sistema, rompere i monopoli delle caste, aprire tutti i settori al ricambio secondo meccanismi trasparenti e meritocratici”.

Il Pd è nato per le nuove generazioni, ma sin dalla sua nascita è stato guidato dai dirigenti provenienti da Ds e Margherita. C’è il rischio che il partito perda consensi perché appare già “vecchio”?

“Credo che non sia un rischio, ma una realtà. Hanno fatto invecchiare un bambino appena nato. Se il Pd fosse stato visto come il progetto originale e innovativo per cui era stato pensato, ora, in questo periodo di rifiuto della vecchia politica vista come capace solo di gestire potere fine a se stesso, avrebbe raccolto il consenso che invece si è indirizzato verso il MS5 o si è annullato nell’astensione. È naturale che, rimanendo la stessa dirigenza, il PD sia visto appunto come i DS e come la Margherita. Ecco quindi che il tema del rinnovamento non è un tema marginale: non si tratta di ambizioni personali, come la vecchia dirigenza vorrebbe far passare, ma di dare un futuro ed un senso politico al PD”.

Su argomenti delicati, come diritti gay e bioetica, la base del partito sembra più laica della segreteria. Come si può trovare il punto di incontro con i cattolici del Pd?

“Proprio perché plurale il PD non può essere un partito che cerca sempre la mediazione al ribasso, l’unanimismo. Un partito che ha paura di votare, dividersi e quindi scegliere. Nello statuto ci sono molti strumenti democratici per decidere in modo chiaro su quei temi, come i referendum interni che permettono ad iscritti ed elettori di poter determinare scelte su questi temi: non dovremmo avere paura ad utilizzarli.

Tutti i partiti progressisti al mondo hanno posizioni chiare e concordanti su questi temi: non possiamo solo noi tentennare nelle scelte o peggio avere posizioni che sono tipiche di partiti conservatori. Altrimenti qualcuno potrebbe domandarsi se è compatibile essere progressisti e cattolici allo stesso tempo. Io, personalmente, penso proprio di sì: uno dei primi atti di Andrew Cuomo, governatore dello stato di NYC, figlio di Mario, famiglia di dirigenti cattolici e democratici come lo sono i Kennedy, è stato far approvare una legge che ha aperto i matrimoni anche a persone dello stesso sesso. Allora il problema non è essere cattolici o meno, ma semplicemente essere conservatori o progressisti su certi temi. Dobbiamo essere laici: non vuol dire essere laicisti, come i teo-con ci accusano di essere, significa semplicemente riconoscere che la politica è indipendente dal Magistero della chiesa di Roma, niente di più”.

L’alleanza con l’Udc non è vista bene da gran parte dell’elettorato. Per quale motivo c’è questa tentazione che a sua volta genera il rischio di marginalizzare il rapporto con Sel e Idv?

“Credo che per l’elettorato il problema sia innanzitutto che cosa noi vogliamo, quali sono le nostre proposte chiare per l’Italia da qui a 10 anni, il nostro modello di società. Dopo aver chiaramente definito questo, allora verranno le alleanze. Bene allora ha fatto Bersani, che di fronte alla manifesta opposizione di Casini al riconoscimento giuridico delle coppie dello stesso sesso, ha ribadito che il PD, una volta al governo, tra le molte cose che dovrà fare in molti settori per dare un’impronta progressista alla società Italiana, ci sarà anche il riconoscimento delle unioni civili tra persone stesso sesso e quindi chi vuole allearsi con il Pd deve sapere che noi non rinunceremo, in nome delle alleanze, a dare un governo di impronta progressista a questo paese. Questo mi sembra l’approccio giusto, che può essere compreso dalla base. All’elettorato Pd spaventa che i nostri valori possano essere sacrificati in nome di tatticismi”.

Come immagina un “partito di massa”, quale è il Pd, del Terzo Millennio?

“In una società post-ideologica, dove le scelte di voto non sono determinate a priori in base all’adesione ad un ideologia simile a una fede, ma che necessità sempre piu’ di idee forti che indichino il percorso che tenda a una società piu’ giusta, equa, libera e democratica, un partito può essere di massa solo se è un partito aperto, vaso comunicante con la società. Un partito non ingessato in strutture decisionali verticistiche, che fa leva invece sulla cittadinanza attiva e sulla partecipazione. E che abbia un turnover costante della sua classe dirigente a tutti i livelli attraverso meccanismi trasparenti e meritocratici e non attraverso la cooptazione. Il radicamento nella società contemporanea caratterizzata dalla frammentazione sociale, dipende dalla capacità di attingere continuamente nuove risorse dalla società stessa. Serve meno politica fatta tutta la vita dagli stessi soggetti e più cittadini che provenendo dagli ambiti sociali più vari decidano di dedicare una parte della loro vita alla politica in un partito, portando con sé la ricchezza del proprio trascorso nella società.

Un partito che sappia accendere la speranza perché indica chiaramente un percorso di cambiamento per un progresso della società sul piano culturale, sociale ed economico. Un partito che mostri che una società più giusta, più equa, più solidale e libera per uno numero sempre crescente di persone, è possibile”.

Stefano Iannaccone

Insieme per il Pd promuove la discussione e la composizione in rete di un possibile programma da offrire ai candidati alle primarie del centrosinistra: lo trovate qui.

***Continui annunci, provvedimenti zero***
SENZA CRESCITA L’ITALIA NON USCIRA’ DALLA CRISI
di GAD LERNER

agosto 22, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il ministro Passera ha fatto notare nei giorni scorsi che la crisi di produttività è “peggio” dello spread per il nostro Paese. In realtà non è “peggio”, bensì ne è la causa (prima). Perché è vero che i mercati sono ‘indipendenti’. Ma se un Paese cresce rigenererà le risorse necessarie a ‘pagare’ qualsiasi debito, e in ogni caso la sua economia entrerà in un circolo virtuoso che renderà il bilancio strutturalmente solido. Non sono concetti inafferrabili. Ma i principi di base della più essenziale dottrina economica. E’ per questo che il Politico.it scrive da tempo che l’Italia non si salverà se non lo faranno i suoi cittadini. Perché la nostra salvezza passa per la crescita (e non per il suo continuo ‘annuncio’, reiterato interminabilmente da Monti – senza che nel frattempo sia stata assunta alcuna misura – tra vertici europei e Meeting di Cl), e la crescita passa per una rielevazione delle condizioni (culturali, quindi sociali, quindi professionali) dei nostri connazionali. Ed è inevitabile che il governo che non è stato in grado di assumere alcuna misura per la crescita, finisca per essere lo stesso che parla oggi di “uscita dalla crisi vicina”, mentre gli italiani annaspano nelle loro sempre peggiori situazioni economiche: perché Monti e Passera guardano solo agli indicatori mercatistici, ed è proprio per questo (per la loro distanza dal Paese ‘reale’) che non hanno ancora saputo mettere in campo un solo provvedimento – che non può, a differenza della propaganda, prescindere appunto dalla nostra economia reale, cioé dai cittadini – per uscire dalla crisi. Gad, ora, sull’immobilismo dell’esecutivo dei professori. di GAD LERNER Read more

Ecco come si rigenera nostra economia Senza spendere un “solo” euro in più Ricominciamo (subito) a costruire futuro Sarà così che ci salveremo da default

luglio 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Per far ripartire la nostra economia non servono “nuove” risorse; in questi trent’anni abbiamo speso milioni di euro (che non avevamo), senza che questo ci abbia consentito di discostarci minimamente dallo zero (o poco più) in termini di crescita del Pil. E, al tempo stesso, non basta (solo) tagliare, tagliare, ossessivamente tagliare per poter sperare che questo, come per magia, rimetta in moto il nostro sistema produttivo. E non sarà nemmeno riducendo ancora le regole, e lasciando che ciascuno possa perseguire più liberamente il proprio (solo) tornaconto (ad esempio consentendo il licenziamento selvaggio, come questo governo aveva provato a fare in Primavera, perché le aziende possano scaricare la zavorra dei lavoratori e così salvare loro stesse, senza che questo determini un solo passo in avanti sulla strada della crescita, e, anzi, minacciando di aggravare ulteriormente la recessione gettando nella povertà altri milioni di lavoratori e le loro famiglie), che potremo farcela. Così come l’Europa non ne uscirà se pretenderà – allo stesso modo – di risolvere i propri problemi tirando fuori dal cilindro, di nuovo, come per magia, un colpo di genio (?) di ingegneria finanziaristica. La prima regola per uscire presto dalla crisi è smettere di avere fretta di uscirne in un colpo solo: e smettere di disperarsi nel vedere che i propri (in quel modo, vani) tentativi non sortiscono alcun risultato; e (ri)alzare, invece, lo sguardo (da terra, dove ci siamo abbattuti) e ricominciare a guardare al futuro. Provando ad immaginare cosa vogliamo fare dell’Italia e del Vecchio continente per il domani; quale sia “il” progetto. Quel sogno che vogliamo condividere con i nostri connazionali e provare a perseguire insieme. Politicamente, le ricette essenziali sono due: puntare a rifare del nostro paese la culla dell’innovazione, e provare a (ri)creare un nuovo centro (geopolitico, e non politicista) attorno al nostro Sud. Per entrambe le cose non servono nuove risorse: si tratta, innanzitutto, di riconoscere che la riforma del lavoro – vera chiave, come da noi indicato sin da dicembre, per sbloccare la situazione di stallo – è inadeguata, e al tempo stesso che ci avrebbe messi sulla strada sbagliata la (tanto auspicata e “pianta”, nel suo essere stata, da noi, evitata) piena abolizione dell’art. 18. Il modo per far ripartire la nostra economia attraverso il lavoro è fare (direttamente) di quest’ultimo una leva di crescita: e ciò avviene se il lavoro smette di essere concepito come un mero strumento delle aziende per soddisfare proprie (strette) esigenze produttive, bensì diventa – lui! – il motore della (loro) ripartenza. Come? Mentre le aziende puntano – coordinate dalla Politica – a compiere gli sforzi necessari a ricominciare a guardare al futuro, come l’intero paese, e a rinnovare la propria produzione nel senso dell’ideazione di nuovi prodotti e servizi (attraverso innanzitutto la ricerca – non solo “scientifica” ma anche artistica e filosofica – che non va considerata, e organizzata, come un ramo “morto” e fine a se stesso del nostro sistema economico, ma come il “sistema linfatico” del nostro possibile incremento di produttività e rigenerazione di civiltà), i lavoratori smettono di essere considerati una ruota di scorta (o, variabilmente, quando i piani finanziaristici di manager superpagati si rivelano inadeguati a rimettere in sesto bilanci, una “palla al piede”) e viene fornito loro ciò che serve perché possano tenere il passo – e, anzi, accompagnare e accelerare – questa inversione a “u” delle aziende dal rischio-fallimento al rilancio per far ripartire il sistema: e ciò che serve a questo scopo è – persino banalmente, giunti ormai all’anno di grazia 2012: e ancora non lo abbiamo capito – offrire loro gli strumenti di una (maggiore) conoscenza; introducendo quella formazione (continua) che non sia concepita come un bonus a fondo perduto offerto a dipendenti che saranno così (de)motivati a considerarla come un optional della loro attività professionale, finendo per non partecipare (male) ai corsi e rendendo la loro istituzione una (ulteriore) spesa a fondo perduto; bensì come una potente leva per accrescere la produttività, attraverso una (ri)elevazione degli “operai” e dunque il rinnovamento e il rafforzamento delle loro capacità: tecniche e professionali (tout court), ma anche creative e co-decisionali, mettendoli nella condizione – specie se le aziende volessero sperimentare anche forme di cogestione – di dare un contributo anche concettuale al rilancio delle loro imprese. Trasferendo (ecco una delle possibilità) lo sperpero di risorse oggi indirizzate a sovvenzionare ammortizzatori sociali che rappresentano (lo abbiamo già scritto) un colossale spreco concepito solo come forma di compensazione nei confronti di dipendenti ai quali veniva rubata la certezza del posto fisso per tutta la vita, a (contribuire a) finanziare la formazione (sostenuta da un impegno congiunto delle imprese e dello Stato, con il coinvolgimento del nostro sistema universitario, che potremo così cogliere l’opportunità per riallacciare – insieme ad una scuola da trasformare nel motore fondamentale della costruzione del nostro domani – al sistema culturale e produttivo): trasformando quella spesa (oggi, a “vuoto”) in un investimento. Un investimento che – nello sforzo collettivo per rifare del nostro paese la culla dell’innovazione – genererà in breve tempo crescita, e anche nuova occupazione: chi non lavora partecipa infatti ai corsi (ai quali la – possibile, da subito; o comunque introducibile progressivamente – indennità di (dis)occupazione che non è più tale, consentirà di “rientrare” in un’economia dalla quale erano stati estromessi anche come consumatori, e quindi contribuirà a sua volta, direttamente, alla ripresa) alternandosi periodicamente con i colleghi nel passare da questi al posto di lavoro: per una continua tensione al rinnovamento, alla crescita (di sé, e dunque delle aziende), nell’impegno (comune) per tornare a realizzare i migliori prodotti sul mercato, puntando magari anche – mentre ciò avviene – ad immaginare di concepirli nella prospettiva di un possibile arricchimento delle nostre vite, ovvero concependo soluzioni (produttive, ma anche modelli filosofici e “morali”) che rispondano a reali (e “futuribili”) esigenze (anche di “liberazione” da un modello di vita straniante e foriero di sofferenza e, per molti, disperazione) di tutti noi. Concentrando, ed ecco la “seconda” direttrice, tutto questo nel Mezzogiorno: ma non, provando a impiantare aziende che debbano poi “dialogare” (solo, ma certamente questo vale nel “governare” il passaggio dei possibili traffici con Cindia e, poi, con l’Africa) con un sistema economico – commerciale – europeo lontano – con Bruxelles – migliaia di chilometri, finendo per rendere insostenibile ogni investimento (com’è avvenuto fino ad oggi); ma approfittando della (ulteriore) spinta propulsiva nel senso dell’innovazione che può venire dal coinvolgere nella creazione dei nuovi poli (di ricerca e) produttivi – concepiti tenendo conto anche della necessità di salvaguardare il nostro territorio: immaginando ad esempio di portare la produzione intellettuale, più che l’industria pesante, nei luoghi ancora intoccati della nostra (pen)isola – le (giovanissime!) popolazioni del Nordafrica, capaci – con la loro voglia di accedere, dopo che alla democrazia, anche al nostro (apparente, e in disfacimento) benessere – di portare alla Sicilia, alla Calabria, e alle altre regioni del nostro sud, quelle (ulteriori) motivazioni, quella necessità (morale) di (ri)prendere in mano finalmente il proprio destino, che consentirà loro – “oltre” che di ripartire – di (farlo) “cacciando” quanti fin’oggi hanno prosperato (“parassitato”) sulle loro vite, liberando, così, ad un tempo, le risorse oggi sperperate per stipendiare persone che non svolgono alcuna funzione (a cominciare dal sovrannumero dei ‘deputati’ dell’assemblea siciliana, ma, naturalmente, non solo) per poter essere impiegate nel finanziare quel grande progetto di sviluppo di quello che oggi è il vero buco nero dell’economia (italiana ma, anche, europea). E’ così che si fa la crescita. E senza che sia necessario “trovare” un solo euro in più di quelli che stiamo già spendendo (male).

Moderati vincono le prime elezioni libere Ora Italia vada con i suoi ministri in Libia Se Sicilia è la porta dell’Europa sull’Africa Pianifichiamo insieme sviluppo comune Tra di “noi” ma guardando a Cina ed India E’ questa vera politica sull”immigrazione’ E può rifare Mediterraneo centro mondo

luglio 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

di MATTEO PATRONE

La possibilità di aderire ad un progetto di sviluppo comune con la nazione che per ragioni storiche e geografiche è più vicina alla Libia, può rappresentare lo stimolo ideale perché il rischio (sempre presente, a pochi mesi dalla destituzione di Gheddafi) di derive sia scongiurato. E dunque creare le condizioni perché quel progetto di impegno comune possa costituire soltanto ciò per cui verrebbe concepito: una grande occasione di sviluppo. Per la Libia, ma (anche) per il nostro sud.

Una volta le coste orientali e meridionali della Sicilia ospitavano alcune tra le più grandi, ricche (economicamente e culturalmente) ed evolute città del mondo; e ciò era dovuto ad una “concentrazione” delle risorse e degli scambi nel Mare nostrum. Se oggi il sud – che non è arretrato come certa propaganda “nordista” vorrebbe farci intendere, ma piuttosto privo di un orizzonte al quale rivolgersi, di un “traino”, economico, culturale, da (per)seguire – è la parte meno sviluppata del Paese, è anche per la sua lontananza dal cuore dell’Europa. Ovvero da uno dei due cuori pulsanti dell’Occidente. Cioè del centro culturale, economico, politico del mondo (fino ad oggi). Pretendere di applicare al sud la stessa ricetta che si adotta al nord significa fare violenza, appunto, alla Storia e alla geografia (e al buonsenso).

Ma se la Libia è l’avamposto, per noi, dell’Africa – ovvero di quel gigante narcotizzato che un giorno si sveglierà – e il Mediterraneo è storicamente un luogo di convergenza e di traffico tra (medio)oriente ed occidente, solo una politica (con la minuscola) incapace di alzare gli occhi e di sognare ciò che può avvenire là dove oggi c’è “solo” il “deserto”, può non vedere nella rivoluzione libica – e nelle prime elezioni democratiche che ne sono seguite oggi, i cui esiti annunciano una vittoria moderata sui partiti religiosi – un’occasione straordinaria per l’Italia – a cominciare dal suo sud – ma anche per la stessa Africa e più in generale per gli equilibri mondiali.

Se, per esempio, l’Italia comincia ad essere (praticandolo) la punta più meridionale dell’Europa e smette di occuparsi (? Oggi, da un po’, non lo stiamo – più – facendo – bene) solo dell’approvvigionamento di petrolio per sé, coordinando e diventando “piattaforma” – con, appunto, la Sicilia e il resto del sud – perché il greggio libico possa raggiungere gli altri “porti” (in qualche caso, in tutti i sensi) del Vecchio continente, e stimola la Libia – ma, ovviamente, in un rapporto da pari a pari! – a offrirsi come punto di riferimento e da tramite con l’Europa per l’Africa più “profonda”, ciò (molto più delle soluzioni di ‘”ingegneria finanziaria” che non risolvono i nostri problemi economici prospettate ancora ieri sera dai tecnici) può determinare il triplice effetto di accelerare l’integrazione delle economie europee, rappresentare un possibile volano per la “liberazione” dell’(“intera”) Africa e offrire all’Europa la possibilità di avvantaggiarsi nel partenariato con loro, compiendo appunto anche una straordinaria “missione” per la (ri)costruzione del futuro dell’umanità (oltre a fare il bene della Libia).

Anche incidendo, in questo modo, sulle migrazioni: non più, il nostro Paese, “vittima” (ancorché potenziale (?) “sfruttatrice”) di tutto ciò, bensì fautore di quei flussi che cesserebbero di essere legati all’insostenibilità della vita in alcuni luoghi (e la Libia rappresenta lo spunto primario, ma tutto questo può riguardare e coinvolgere l’intera costa settentrionale del Continente nero), e quindi a drammi e sofferenze, cominciando piuttosto ad essere parte dell’”indotto” di questo grande progetto di sviluppo comune.

E se a tutto questo si aggiunge l’idea di Romano Prodi di provare a fare del sud la piattaforma di scambio tra oriente ed occidente, portando da Napoli in giù le aziende ed i traffici con Cindia – badando bene, naturalmente, a fare del nostro Mezzogiorno il perno imprescindibile di tutto ciò; ma senza disdegnare di allargare il discorso anche a Grecia e Spagna, le altre regioni del nostro meridione d’Europa in difficoltà – si capisce come il Mediterraneo possa avere qualche chance di tornare, appunto, al centro del mondo.

Con tutto quanto di benefico ciò comporterebbe per l’Europa tutta – che ne sarebbe, in partenariato con l’Africa, “padrone di casa” – e, attraverso l’economia e, appunto, il mercato, per la comunicazione, lo scambio, e finalmente l’incontro – e magari l’avvio, a queste condizioni di ritrovato benessere “comune” e quindi di “parità” e di equilibrio tra i luoghi del pianeta, di quel processo mondialista che possa portare il mondo a diventare, un giorno, un’unica “nazione” – tra oriente ed occidente.

Israele è solo qualche migliaio di chilometri più a est: immaginate l’effetto dirompente persino sul conflitto intestino tra israeliani e palestinesi, di un mondo arabo e di un’Europa – e persino di un’Africa – che si mettessero attorno ad un tavolo – guidati dall’Italia – per accendere un nuovo focolaio di sviluppo – a 360° – laddove oggi c’è il deserto.

MATTEO PATRONE

***La (vera) risposta alla crisi***
COME SI FA LA CRESCITA? (RI)EDUCANDO GLI ITALIANI

luglio 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Lo dicono gli esempi migliori della nostra (stessa) tradizione. A cominciare, sì, dagli anni del nostro boom e dal caso eccezionale dell’Olivetti capace di scrivere la Storia – inventando il primo pc – fornendo ai suoi dipendenti una scuola, una biblioteca, la possibilità di formarsi e poi di contribuire in modo decisivo a (que)l successo offrendo – oltre alla propria fatica – una loro (“ritrovata”) creatività. Ma lo dicono anche le nostre aziende di oggi che reggono – e, anzi, vincono – (al)l’impatto con (/del)la crisi, come riferisce sul Corriere Dario Di Vico raccontando il caso di Paolo Ponti, che trasforma la falegnameria del padre in un campione del nostro export puntando a fare dei propri collaboratori non (più, rispetto al modello, ad “esempio”, della Fiat di Marchionne) tanti, omologhi addetti ad una catena di montaggio, ma altri (e portatori di una loro originalità) autori del (suo, stesso – ?) “prodotto”. La crescita si fa dunque in primo luogo formando (e, così, rielevando) gli italiani; puntando a “trasformarli” nel più straordinario motore del (possibile, e necessario) impegno nella chiave dell’innovazione delle nostre aziende. E’ noto che, in quest’idea della formazione (e più in generale dell’educazione e della cultura) come chiave della nostra (doverosa) ripartenza, si ritrovino sia il presidente di Confindustria sia il “nuovo” governatore di Bankitalia. Al presidente del Consiglio avevamo provato a indicarlo. Monti, sensibile a tutto ciò che può sminare il terreno (politico) intorno lui, aveva mostrato di recepire la nostra “sollecitazione”. Ma, (più) fedele al mantra liberista della riduzione dei costi come unica via per la salvezza dell’”impresa” (poco importa se ciò significa gettare sul lastrico milioni di lavoratori, come aveva rischiato di fare, prima dell’intervento de il Politico.it, con il placet del segretario del Pd e della leader della Cgil, con l’abolizione dell’art. 18), il capo del governo ha poi preferito continuare con i (soli) tagli di spesa. Ma un paese non è un’azienda (improntata al liberismo); è una comunità di persone (come le aziende che possono rifare grande l’Italia). E la sua unica possibilità di farcela, sta nella capacità di mobilitare e mettere a sistema il meglio che può venire da ciascuna di loro.
Read more

Intellettuali, tornate a fare (vera) Politica E i giornali (ri)diano spazio ai contenuti Relegando nel “ghetto” gossip politicista Si (ri)costruisce così il futuro dell’Italia

giugno 27, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

I nostri operatori culturali si sono lamentati, in questi anni, per il taglio alle risorse e, quindi, al personale che il governo Berlusconi soprattutto, ha imposto nell’ambito delle sue politiche (?) economiche. E la retorica che di volta in volta si alza dalle barricate di quella politica politicante diretta rappresentante degli specifici interessi che vengono toccati nell’uno o nell’altro caso, ha (per una volta ingiustamente) investito l’esecutivo del Cavaliere. Che naturalmente non era nel giusto. Fedele al mantra tremontiano per cui la cultura non si mangia. Ma non erano nel giusto neppure quegli operatori culturali che giustificano la richiesta di maggiori risorse (pubbliche), con la semplice invocazione del loro “diritto” a svolgere quel lavoro. Il diritto al lavoro è sacrosanto, lo sancisce la nostra costituzione (lo diciamo, pro memoria, anche al ministro Fornero). Ma va declinato – per non essere fine a se stesso, e quindi, in ultima analisi – com’è oggi! – insostenibile – in funzione delle esigenze di una nostra economia che sia, a sua volta, implementata nella prospettiva (complessiva) che la Politica ha deciso di dare al paese. Ebbene, in questa prospettiva la cultura non può limitarsi ad essere un “postificio” (© Oscar Giannino); in questo caso non è del tutto peregrina l’affermazione secondo cui si tratterebbe di un ulteriore pozzo succhia risorse che non  ha giustificazioni, in quanto, creando lavoro, non (ri)genera però uno sviluppo senza il quale quei posti diventano da un certo momento in poi non più sostenibili. E in questa contrapposizione con i “socialisti della cultura”, non può che emergere una fazione contrapposta composta dai liberisti che vogliono ridurre anche la rigenerazione del nostro futuro ad un puro fatto di mercato. Per uscire dalla rissa politicante, che uccide la cultura e quindi il nostro paese, gli operatori della cultura devono smettere di salire sulle barricate contro la politica, e riaversi del loro ruolo: quello di interpretare la società, di leggerla, e di offrire a quella politica alla quale devono collaborare (non necessariamente facendosi simbolicamente candidare a qualche incarico di prestigio, anzi, esattamente all’opposto), gli spunti, le idee, le possibili vie di uscita e di ricostruzione prospettica della nostra società che oggi è affidata non più agli intellettuali – che hanno appunto abdicato al loro ruolo, sminuendosi al rango di “smerciatori di prodotti culturali” (vedi il proliferare quantitativo di libri di cui nessuno, a parte il nome (spesso, famoso) dell’autore, non saprebbe indicare una sola idea originale e di rilievo che sia in essi contenuta), risucchiati nel panmercatismo che tutto appiattisce, e sterilizza il pensiero – ma ai pochi casi di (vero) patriottismo che, spesso o (quasi) sempre se si eccettua il caso del giornale della politica italiana – sono incarnati da persone che provengono da altri paesi e da altre esperienze culturali (vere): è il caso, ad esempio, di Bill Emmott, o di Paul Ginsborg, o dello stesso – prima della svolta autoreferenziale imposta alla Fiat – Sergio Marchionne. Alcide De Gasperi scriveva che una società finalmente rigenerata economicamente (e questo rapporto di causa-effetto valeva sicuramente per l’Italia ridotta alle macerie dell’immediato dopoguerra) conoscerà poi anche un rinascimento culturale che le consentirà di esprimere artisti degni della ritrovata prosperità raggiunta attraverso le vie della (pura) gestione economica. In un tempo in cui la crisi dell’economia è figlia dell’occupazione che essa stessa ha compiuto degli spazi della politica e delle nostre vite – svuotandole di valori, riducendole a pura funzione nella chiave dell’arricchimento – proprio o di chi detiene il controllo dei “mezzi” (in tutti i sensi?) – l’affermazione del padre della Patria va ribaltata: sarà solo attraverso un rinascimento culturale, che rifaccia della cultura un fatto etico (ovvero collegato alle nostre esistenze) e non più solo “formale”, che potremo sperare di ridare un futuro (vincente) alla nostra economia. I (veri) intellettuali, gli uomini di cultura, i cineasti, gli artisti che in questo nuovo “clima” non trovano le motivazioni per tirare fuori la loro identità e restituire all’Italia la sua capacità di essere profonda “in superficie”, come ci vedeva Goethe, cioè di sfiorare la “perfezione” (dello stile ovvero delle idee), tirando a campare (senza acuti) nell’apatia che caratterizza oggi una (larga) parte del nostro paese, sappiano che il futuro dell’Italia passa per le loro mani, per la loro capacità creativa (in chiave, ovviamente, moderna e innovativa). (Ri)cominciate ad indicarci la strada. E i nostri giornali, i più onesti e responsabili che in questi anni hanno cercato di tenere in vita il dibattito delle idee – slegandolo però dalla “politica”, a sua volta ridotta a – puro – gossip, relegandolo nel “ghetto” delle pagine apposite – rimettano loro, in cima alla propria gerarchia, a dettare l’agenda della discussione pubblica, dando così anche un contributo a che i nostri connazionali si riabbiano della loro capacità critica, della loro capacità di pensare, della propria curiosità, e quindi di loro stessi e della loro potenzialità di essere protagonisti – diretti – del nostro possibile rilancio. La Politica, spinta a cercare di trovare in sé le stesse motivazioni (e, quindi, rielevata), con-peterà con voi – e con tutti noi – alla definizione (e alla – contestuale! – “realizzazione”) del nostro domani. Sparso questo seme dell’impegno e di una ritrovata intensità a livello di “cultura popolare”, il nostro paese sarà pronto a riaversi del proprio percorso storico, con più solidità, determinazione e lungimiranza di quanta non gliene assegnerebbe una semplice – e che rischierebbe di avere l’effetto dell’accanimento terapeutico di tendenza greca – soluzione economicista.

Se (anche) Egitto “sceglie” la democrazia
Europa meridionale guardi al Nordafrica
Immaginando possibile sviluppo comune
Può chiudere “falla” Grecia/ nostro Sud
Dando chance rilancio economia europea

giugno 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’Europa (e – l’Italia), alla ricerca di un modo per rigenerare la crescita, cessi di guardare (solo) al proprio interno, e prenda atto che i nostri fratelli della sponda sud del Mediterraneo hanno già fatto un passo verso di noi, dando luogo alla così detta Primavera araba proprio per potere accedere alla (nostra) democrazia, e che la loro voglia (di popoli giovanissimi) di fare propria anche la nostra (apparente, o in via di disfacimento) prosperità, offre un assist clamoroso (della Storia) per provare a ridare un ruolo a nostre regioni meridionali (del Vecchio Continente: dalla Grecia alla Spagna al nostro Sud) che rappresentano oggi il buco nero nel quale rischia di essere risucchiata l’Europa in crisi (a causa “loro”: è infatti per l’arretratezza e l’immobilità della – nostra – economia nel Mezzogiorno, che l’Italia fa tanta fatica a reggere il peso del proprio – comunque immane – debito. Se è vero, come abbiamo scritto più volte, che la nostra è una economia doppia – o dimezzata – che gira al Nord e non esiste, di fatto, al Sud), e che finché verranno concepite come la (semplice) periferia dell’Unione, fuori da ogni rotta (commerciale), non potranno che continuare a restare a guardare (da lontano) l’illusorio (per loro) sviluppo mitteleuropeo, consolidando sempre più la propria marginalità e il conseguente declino. Se l’Europa – invece di pretendere di esercitare un “controllo” su nazioni che hanno appena dimostrato – con il “sangue dei nostri martiri” – di volere davvero la pace e la democrazia – porge la mano alla Libia, ora (anche) all’Egitto, alla Tunisia, si darà la migliore garanzia di vedere portato a termine il processo, appena avviato, di piena democratizzazione (garantendo così la – propria – sicurezza e stabilità), e si assicurerà al contrario un’opportunità che non resterà però lì a lungo ad aspettare che gli attuali “amministratori” del Vecchio continente superino le proprie indecisioni (con il rischio che ne approfittino i molto più dinamici e lungimiranti giganti orientali): la possibilità (insperata) di vedere risorgere (nostre) terre che hanno conosciuto secoli fa un periodo di straordinaria ricchezza e vitalità (a cominciare dalle coste orientali e meridionali della Sicilia), e che grazie alla Primavera araba possono ora sperare di tornare ad avere una funzione, e una centralità, in un mondo che rischia di essere sempre meno a trazione “atlantica”, ma (invece di vedere sfilare ancora di più i – propri – traffici lontano dall’Europa) può confidare, puntando a rifare del Mediterraneo il proprio “centro”, di favorire l’incontro, e l’integrazione, tra Oriente ed occidente, aiutare la piena liberazione dell’Africa, e offrire una soluzione “definitiva” ai problemi (e alla crisi) delle economie europee. Read more

***Il futuro dell’Italia***
RESTITUIAMO I PARTITI (E LA POLITICA) AI CITTADINI
di ANDREA SARUBBI*

giugno 25, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La scelta di Bersani di far indicare ad alcune associazioni i due candidati al consiglio di amministrazione Rai che il Pd avrebbe poi sostenuto, riscatta (almeno in parte) una segreteria altrimenti, come abbiamo avuto modo di rilevare più volte, deficitaria (per la Sinistra e per il paese) e fallimentare. Quella di Pigi è una scelta “necessaria” almeno fino a quando i partiti non torneranno a svolgere il proprio ruolo – nella versione moderna – e avranno loro la forza – la legittimazione - per indicare candidati (anche, al proprio interno) ad un tempo autorevoli e rappresentativi, e riprendere a svolgere degnamente e non (più) autoreferenzialmente la propria funzione. Perché i partiti non sono, come indica una sentenza molto discutibile della Corte di Cassazione, “associazioni private” (tali, quindi, da dover/ poter perseguire un proprio, particolare scopo, non necessariamente coincidente con l’interesse generale); bensì il corpo, il canale intermedio tra i cittadini e le istituzioni. Uno strumento a disposizione dei primi per poter accedere, e dare forma (e sostanza), alle seconde. “Lo Stato siamo noi”, ci ha ricordato recentemente il presidente Napolitano; e siamo noi gli unici, legittimi ”padroni” di tutto ciò che costituisce la macchina della Politica e dell’amministrazione: partiti, Parlamento, istituzioni. Dunque i partiti non sono “altro” dalla società civile; e tanto meno, come ci dirà il deputato Democratico, può esistere una “competizione” (che presuppone una divaricazione – e una distinzione di motivazioni e persino di obiettivi – che non si addice a chi deve concorrere al solo, unico scopo del bene comune) tra loro; bensì i partiti sono una forma – organizzativa - della società civile per fare Politica. E, nell’era della comunicazione, in cui la ricerca tecnologica ci ha fornito degli strumenti per una (ora) possibile partecipazione diretta alle decisioni (il giornale della politica italiana è forse il caso più lampante di come internet consenta di essere protagonisti ai massimi livelli della vita democratica del proprio paese anche senza l’”autorizzazione” dei partiti), possono e devono (se non vogliono essere legittimamente sostituiti da una forma di democrazia diretta) diventare sempre più un “filtro” (democratico) attraverso cui questa partecipazione deve, però, svolgersi nella maggiore libertà possibile (che significa anche sulla base di regole stringenti e applicate rigorosamente); e far tendere la nostra democrazia verso una coincidenza sempre maggiore tra Politica e società (o, meglio, tra società e politica): dove la Politica cessa di essere un “mestiere”, o una “carriera”, e recupera il proprio senso originale: quello di servizio - dei cittadini che di volta in volta assumono incarichi pubblici – nei confronti dei nostri connazionali. E, in questo modo, riavere un settore pubblico efficiente e consapevole di essere, a sua volta, al servizio del paese. E non di se stesso. E attraverso di ciò smettere di disincentivare/ scoraggiare – attraverso lo Stato! – investimenti dall’estero, la capacità/ volontà (creativa) di intrapresa degli italiani, e vedere così rimosso il principale ostacolo, oggi, alla ripresa della nostra economia. Il parlamentare Democratico, ora, ci parla del “richiamo” (in questo – stesso – senso) di Cittadinanzattiva, l’associazione che “riunisce” (idealmente) tutti i cittadini che non intendono lasciare il nostro paese – disinteressandosene – nelle mani di chi, nella deriva individualistica del nostro “stare assieme”, ha oggi la possibilità di fare e disfare a proprio piacimento della cosa pubblica (ricordate le risate intercettate nella notte del terremoto de L’Aquila?) e in buona sostanza, quindi, delle nostre vite. Perché libertà non è rinchiudersi nella propria dimensione “domestica” e familiare e lasciare che pochi occupino lo spazio (pubblico) di molti; “libertà è (rioccupare quel – nostro! – spazio, libertà è) - come ci stimolava Gaber - partecipazione”. di ANDREA SARUBBI* Read more

Crescita, (la) riforma del lavoro decisiva Se introduce formazione -come Germania E riorienta sistema in chiave innovazione O sarà (ennesimo) provvedimento inutile “Capace”(?) di ‘spostare’ (solo) uno “0,” ‘Mentre’ Italia può crescere a due cifre(!)

giugno 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Come abbiamo spiegato quando l’iter del ddl ancora stentava di fronte all’ostacolo della (pretesa. Dal governo) abolizione dell’art. 18, la questione del lavoro non si esaurisce nella dicotomia assunzione-licenziamento. Ovvero, in ultima analisi, sulle regole e sui contratti. Questa è la visione tecnocratica e liberista, che consiste nel mettere i paletti (meglio se nel toglierli) e poi nel lasciare andare (le aziende alle loro scelte e – di solito – i lavoratori al loro destino). E’ la visione mercatista, quella propria della destra (americana), che la BcUe – col pretesto della crisi – battezza al suo sbarco nel Vecchio continente, con tanto di copertina di Time dedicata all’uomo che la sta(va – ?) importando: appunto, Mario Monti. Ma là dove i mercati del lavoro funzionano – per il bene dei loro paesi e non – solo – degli investitori di Wall Street – non funziona così. Danimarca e (anche) la Germania, i due modelli che una politica sterile incapace di immaginare un sistema adatto alla specifica, nostra situazione nazionale, ha analizzato, stanno lì a dimostrarlo. In Germania i lavoratori sono inclusi nelle decisioni (imprenditoriali) delle aziende (e quando vengono licenziati restano – contrattualmente – nella loro orbita, venendo reintegrati non appena il momento di difficoltà delle imprese viene superato); in entrambi i paesi c’è la formazione continua. E (comunque) il mercato del lavoro, come dovrebbe avvenire per ogni comparto della nostra vita pubblica, si ri-definisce sulla base di un’idea di fondo del paese che si vuole (ri)costruire; e non soltanto adeguandosi (tecnicamente) alle scelte (peggio se, nella loro versione integrale, deficitarie) del mondo circostante. L’Italia può avere una alta ambizione, che si capisce bene come un governo dell’età media superiore a quello del precedente (già alta di suo, e guidato da un ultrasettantenne) – dunque composto di persone che hanno attraversato tutti i trenta anni del nostro declino, senza avere la capacità, evidentemente, di invertirlo – non possa avere avuto le risorse (morali e culturali) per sostanziare in un’idea e in un progetto concreto. il Politico.it – ma non solo noi: in genere tutte le forze più dinamiche e avanzate del nostro paese, oggi ridotte dall’antipolitica al potere alla semi-clandestinità – pensa – da tempo – che la straordinaria qualità delle nostre risorse umane e la nostra tradizione storica – e l’esigenza stessa di questo tempo, non solo nella Penisola: se dalla crisi vogliamo imparare qualcosa, e non soltanto farla pagare ai più “deboli” – ci diano la possibilità di puntare ad altro che ad una semplice “annessione” al mercato Usa – peraltro fondato su questa stessa innovazione: solo che Obama, ogni qual volta fa i complimenti a Monti, si dimentica di suggerirglielo - come, ad “esempio”, a (ri)diventare (come siamo stati più volte nella nostra Storia, da Roma prima culla della civiltà al genio di Leonardo passando per la rivoluzione artistica di Michelangelo) la culla mondiale dell’innovazione (a 360°). E questo obiettivo – questa idea di futuro – si concreta efficacemente in una riforma del lavoro fondata sulla formazione continua, e (a cascata, per ottimizzare la valorizzazione dei frutti che questo rafforzamento, e non indebolimento all’insegna della paura, delle nostre risorse umane, produrrà) anche – eventualmente – sulla cogestione. Politica, e non tecnica. Di tutto questo, nella deregulation di Monti non c’è (mai stata) traccia. Prendere o lasciare. Ma lo spettro delle opzioni – e delle sfumature, e della ricchezza della Politica – è molto più ampio. E le esigenze del paese invocano ben altro, dalla (semplice; e riduttiva) introduzione della libertà per le aziende di licenziare (“sia pure” con tutte le garanzie – per i lavoratori – del caso). Al di là della scadenza del 28 giugno, che varrà comunque poco se il presidente del Consiglio si presenterà con una riforma (approvata) incapace (però) di risolvere i nostri problemi, perché – nel mettere mano al sistema del lavoro come (unica) chiave per sbloccare la nostra attuale situazione (di crisi) – dovremmo accontentarci di un provvedimento incompiuto, parziale e, in ultima analisi, tutt’altro che anticiclico? Read more

Ecco come integrare economie europee Stringendo sinergie (fusioni) tra aziende E rifacendo imprese campioni (mondiali) Rilanciando “insieme” (nostra) economia Così – Politicamente – si fa(rà) la crescita E non agendo su (vuote) sovrastrutture

giugno 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il predominio nelle commissioni. Il blitz di ieri su semipresidenzialismo-federalismo. E la minaccia di una riforma approvata a (vecchia) maggioranza. Che – dopo la porcata di Calderoli nel 2006 – modifica il nostro sistema istituzionale senza prevedere contrappesi e senza la partecipazione delle forze che, oggi, rappresentano la maggioranza (relativa) degli italiani. In nessun altro paese d’Europa (e non solo), il partito di maggioranza relativa (di destra o sinistra non importa), costitutivamente vocato ad assumersi lui – in un sistema bipolare – la responsabilità di caricarsi sulle spalle la propria nazione, potendo andare alle elezioni e vincerle, accetterebbe di regalare alla ex maggioranza – di colore opposto – uscita sconfitta da tutti gli ultimi appuntamenti elettorali, di continuare ad esercitare la propria golden share sul Parlamento. Mentre il governo che costituisce il motivo del sacrificio – fatto in nome della sola “responsabilità nei confronti del paese”!, naturalmente - vende per decisiva per la salvezza dell’Italia e dell’euro una non-riforma del lavoro che il presidente degli industriali definisce “una boiata” – con tanto di condivisione del giudizio da parte di quei partiti che, se con una mano tolgono (ipocritamente e strumentalmente) “consenso” a questo esecutivo, dall’altro (proprio per potere continuare a farlo!) lo tengono in vita – e per il resto è immobile da mesi: se si eccettua un dl sviluppo di fronte al quale le stesse forze politiche stanno cercando ancora oggi di capire quale sia la funzione – districandosi tra le mille e nessuna opzione di questo provvedimento “omnibus e niente” - e la possibile – ? – utilità, e che di certo non sposterà più di uno zero virgola per un paese che ha le potenzialità per crescere in doppia cifra e la necessità, a questo fine, di una svolta – e non più di continuare a vivacchiare (finché ci riesce). Perché in questi sei mesi Monti ha puntato a salvare l’Italia (?) assumendo provvedimenti che, di fatto, l’hanno mandata (o hanno accentuato questa tendenza) in recessione, e questo significa che la nostra economia è “pronta” a generare altro debito, e che ogni sforzo compiuto per risistemare (in questo modo, male) un bilancio che, così, è già tornato a non essere in ordine, verrà vanificato. E tutto questo con l’aggravante di guidare una nazione che ha le potenzialità per essere una delle maggiori economie del mondo, e le cui possibili soluzioni per rigenerare la crescita sono sotto gli occhi di tutti, già praticate – di fatto – da quella parte di paese che la politica, interessata – solo – a se stessa, nemmeno conosce, ma che le altre nazioni ci invidiano e cercano di strappare per farne gli assi portanti delle loro imprese, dei loro centri di ricerca, delle loro università. Noi, motivando (attraverso tutto ciò) al rientro questi nostri ambasciatori (come sta facendo, ad esempio, la Germania! Mentre con un orecchio – non – sente le nostre lagnanze circa un “rigorismo” praticato soltanto da Monti e che la Merkel, nel suo paese, “accompagna” con misure per la crescita) – e consentendo alle migliaia “come” loro che restano invischiate nella ragnatela di interessi particolari che soffoca ogni tentativo di ripartenza del nostro paese di occupare i posti oggi usurpati da vari figli e fratelli dei politicanti e dei loro amici - avvieremmo un sistema produttivo oggi fermo agli anni Settanta, sulla strada, finalmente, della modernità, esercitando un potenziale di crescita da, appunto, doppia cifra. Come Stati Uniti e Cina, abbiamo già scritto, e lo ripetiamo. Tecnicamente, questo si pratica (ri)orientando il nostro sistema – la nostra mentalità – nel senso (non più della conservazione – di noi stessi ma) dell’innovazione (a 360°), rifacendo della terra che ha generato, nel corso della sua Storia, le anticipazioni di futuro di Leonardo, il genio di Dante, la rivoluzione artistica di Michelangelo, il luogo nel quale – superando il provincialismo e il complesso di inferiorità che le umiliazioni a cui ci hanno costretto i politicanti negli ultimi trent’anni ci hanno affibbiato - si torna ad avere – e a praticare – un respiro assoluto, e ad avere l’ambizione di scrivere pezzi della Storia del mondo – e non più, solo – gossipparamente - dei vari scandali a cui ci siamo condannati negli ultimi vent’anni - e del (nostro) futuro. Per preparare tutto questo si tratta di costruire un sistema integrato tra una scuola rinnovata e in cui siano stati iniettati nuovi stimoli (puntando a rifarne il punto più avanzato dell’istruzione nel mondo: attraverso i modelli di insegnamento, attraverso i contenuti, lo studio, e non la regressione – in senso aziendalistico, “poco” importa che avvenga a livello primario o universitario - dell’istituzione del premio dello studente dell’anno), l’università e (una) formazione continua (da introdurre: da parte dello Stato! E non più abbandonata all’iniziativa – non sostenuta e non estesa alle altre – di (poche) virtuose imprese, che a causa dell’arretratezza del sistema – ovvero della Politica – si trovano, invece che a riesplodere, a dover pagare – più del dovuto - questo sforzo compiuto, in ultima analisi, in funzione della crescita di – tutto – il paese), la ricerca e il nostro tessuto imprenditoriale. Un sistema, finalizzato a generare le migliori nuove idee e i migliori (e più avanzati) prodotti (sul mercato), valorizzando risorse umane che, grazie all’educazione, all’istruzione, diventeranno loro stesse motore di una crescita che consisterà, in primo luogo, in una possibile ripresa delle nostre esportazioni, laddove oggi stiamo perdendo – proprio perché gli altri si rinnovano, si modernizzano, si specializzano, e noi, ostacolati e non spinti - in questo senso – da un governo che preferisce disperdere le proprie risorse in mille rivoli, non avendo chiaro il punto attraverso cui è possibile avviare uno sviluppo consistente e duraturo, rimaniamo fermi alla condizione – deficitaria – di…ieri. Perché la domanda cala, in tempo di crisi, ma le esportazioni dell’Italia, “chissà perché”, calano - o non recuperano – più di quelle di altri paesi a noi vicini - quote di mercato. Dove le risorse di ciascuno siano valorizzate in funzione di quelle degli altri. Anche inducendo le nostre imprese a stringere sinergie (quando non direttamente fusioni) tra loro e a livello comunitario, determinando così – e non attraverso inutili organismi e sovrastrutture calati dall’alto – una (reale!) integrazione delle economie europee. In cui il merito è assicurato dalla tensione (comune) verso lo stesso obiettivo, se è vero che è la motivazione a rifare grande (insieme) il proprio paese, così che lo scopo dell’impegno di ciascuno debba essere crescere in funzione (anche) delle esigenze della comunità di appartenenza, acquisendo e praticando quella “responsabilità generale” (o collettiva) che fa la differenza tra mille individualità che agiscono ciascuna per il proprio tornaconto, e facendo solo ciò che è necessario a loro stesse, e un collettivo, in cui ciascuno è decisivo ad un tempo nel colmare le mancanze degli altri e nell’integrare i loro punti di forza, e in cui tutti fanno anche quella parte di lavoro che non servirebbe strettamente a loro, ma serve a mandare in porto l’operazione complessiva: se è vero che è così che le migliori risorse vengono alla luce, e si “ottiene” (veramente) il merito, e non soltanto la (sterile) applicazione della legge del più forte. E, ovviamente, potremmo andare avanti (quasi) all’infinito, nello specificare e nell’arricchire la descrizione di come si esce (Politicamente) dall’attuale situazione, invece di provare ad uscire (tecnicamente. E con l’ausilio di qualche giornale – di nuovo – amico) dall’angolo, di immagine, in cui ci si era – col proprio vuoto di iniziativa durato, fino al flop del dl sviluppo, per ben sei mesi – ficcati. A questo governo, e soprattutto alle sue (mancate) politiche, esiste eccome un’alternativa. Come non potrebbe essere altrimenti, visto che non è possibile immaginare che un grande paese come l’Italia, e la sua democrazia, siano in grado di offrire solo una classe dirigente autoreferenziale e interessata al mantenimento del proprio potere, e un governo privo di alcuna partecipazione alla vita dei cittadini, e incapace, perciò, di generare alcunché. Un’alternativa al fallimento, che consiste nel vedere il nostro paese risorgere e conoscere il proprio nuovo Rinascimento.

Caro Monti, te lo dice pure Confindustria Decreti omnibus non bastano far crescita ‘Se’ incentivi si disperdono in mille rivoli Politica deve dir dove vuol portare Italia Squinzi: ‘Puntare su ricerca/ innovazione’ Gad: “O mercati (‘ora’) aggrediranno noi”

giugno 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché l’innovazione costituisce, ad un tempo, il risultato e la “causa” (il motore) di ogni – vera – politica di crescita (economica), se è vero che non ci può essere crescita (arricchimento) senza ricerca, e la ricerca porta appunto alla generazione di nuove idee. “Come hanno ben capito in altri paesi”, scrivono gli industriali. Perché quelle stesse nazioni che fingiamo di prendere a modello, hanno costruito su questo – e non sul liberismo – la propria attuale, maggiore solidità (economica e non solo). E’ il caso degli Stati Uniti, culla delle start-up e dell’innovazione (tecnologica). Ma è il caso – anche – dell’India – oltre che della – stessa – Germania – che tiene infatti il passo delle (sue) aspettative a differenza di un gigante cinese che avendo prediletto la prospettiva di un “guadagno” (facile e) immediato – “come” in una speculazione finanziaria; facendo scontare ai – “soli” – lavoratori i “costi” del (proprio, mancato) sviluppo – si ritrova ora a crescere meno del previsto, e a vedere allontanarsi il traguardo di un possibile sorpasso nei confronti dell’economia americana. Come abbiamo già scritto è la Cultura, e non competere – e basta – la chiave del nostro possibile Rinascimento. Non è un caso che l’azienda di maggior successo della nostra Storia abbia fondato proprio sulla formazione (dei – propri – dipendenti) e sulla creatività (liberata da un clima – aziendale ma “familiare” – in cui ciascuno riceveva gli stimoli e, ad un tempo, la serenità – leggi: il contrario della minaccia del licenziamento selvaggio – necessaria a dare il meglio) la capacità di generare quella invenzione/ scoperta che costituisce il perno attorno a cui ruota la nostra (attuale) civiltà: il primo pc. L’innovazione, appunto, come risultato e “motore” della crescita (culturale, cioè umana e, a cascata, tecnica e professionale) degli italiani, e, attraverso di essa, della nostra economia. Sarà dandoci questa prospettiva (a 360°) – e non continuando a mettere una toppa qua e là – che potremo salvare l’Italia. E, allora, potremo confidare di tornare a crescere (in una – possibile – doppia cifra; e non dell’ennesimo zero virgola – in negativo? – a cui rischia di condannarci l’ultimo – ? – decreto “sviluppo” – ?). E di evitare un “contagio” che è frutto – in realtà – solo della “nostra” (?) incapacità (di rigenerare, appunto, la crescita). Perché, come ci ricorda il conduttore de L’Infedele, il voto greco non risolve affatto la crisi dell’eurozona; visto che i mercati, ben più che alla Grecia, puntano (ora) al bersaglio grosso: (la Spagna e, soprattutto,) il nostro paese, che dopo sei mesi di governo Monti si ritrova sull’orlo del baratro “esattamente” (?) come prima. di GAD LERNER Read more

Ora basta con il “razzismo” anti-tedesco Panebianco: ‘A rischio l’unità dell’Europa’ Schaeuble: (E’) Germania leader crescita E frena perché -invece- noi non lo siamo Ora sistema-Paese rivolto a innovazione Pigi: “Noi partiti non siamo palla al piede” ‘Rischia’(?) esserlo paese guidato da voi Prima (di tutto) Italia si rialzi in piedi (lei!) Solo così aiuterà davvero unità europea E (allora) Merkel non (ci – ?) frenerà più

giugno 14, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble ha lodato il presidente del Consiglio. Ricordando poi a Monti che gli dava di gomito spiegandogli (che aveva finalmente capito, e lo andava ripetendo per il mondo) che ora è necessario anche qualche provvedimento per la crescita, che la Germania è “anche la locomotiva” di quest’ultima. Già. Perché nell’ondata populistico-demagogica che ha coinvolto opinioni pubbliche e governi bisognosi di coprire il proprio vuoto di iniziativa (e che speriamo non comprometta, a lungo andare, il processo di unificazione europeo: Angelo Panebianco parla, giustamente, di tentazione nazionalistica, e ci ha pensato il segretario del Pdl ad incarnarla “perfettamente” minacciando – ! – reazioni – non si sa bene quanto composite, visto il “soggetto” – attuale – del Parlamento italiano se la Merkel non ci darà retta – !), ci si è dimenticati di un particolare: la Germania frena nel concedere l’allargamento dei cordoni della borsa perché non vuole rischiare di far trascinare la propria economia che gira, nella spirale della (possibile) serie di default a cui rischia di andare incontro l’Europa, d’accordo; e questo può apparire esigente ed anche egoista. Ma solo se si dimentica che l’economia della Germania gira perché i tedeschi hanno da tempo adottato misure forti (a “cominciare” da una – vera – riforma del lavoro basata sulla formazione e sulla cogestione) per riprendere a crescere, ed è da questo punto di vista – dal punto di vista di chi non solo ha mantenuto in ordine i propri conti, ma lo ha fatto anche sapendo avere la visione necessaria a rimettere in moto la propria economia – che i tedeschi non si fidano di partner che, al contrario, hanno (di)mostrato di non avere alcuna idea di come riavviare lo sviluppo. Perché avrebbe voglia la Germania a concedere il proprio placet per forme di obbligazioni comunitarie, o a “condividere” il peso dei debiti, o ancora ad aumentare la liquidità del fondo salva-stati; ma se questi governi, dopo aver pure fatto una rigorosa (? Ma quanto efficace, al di là di una pubblicistica estremamente favorevole – al governo Monti – se nel nostro paese non si è lontanamente toccata la principale fonte dei nostri sprechi: il cattivo funzionamento e le forme di parassitismo presenti nella nostra pubblica amministrazione, e l’esecutivo dei tecnici è stato costretto a chiamare un altro tecnico che provasse a fare meglio ciò che loro non erano stati capaci di fare?) politica di bilancio, appaiono del tutto immobili e privi di idee per quanto riguarda l’impostazione della “fase-2″ (che in realtà avrebbe dovuto avvenire insieme ai tagli alla spesa, se solo Monti avesse avuto una qualche idea di come si fa la crescita), perché la Germania dovrebbe accontentarsi della garanzia del loro (illusorio, e temporaneo, in mancanza di sviluppo) riaggiustamento dei conti, se pure questo – e le misure eventualmente assunte grazie alla concessione dei tedeschi! – sarà vanificato (o tremendamente appesantito) dalla mancanza di “movimento” del Pil? Il problema è sempre lo stesso: i tecnici, ma anche una politica soppiantata (anche psicologicamente) dall’economia, hanno una deformazione che li rende capaci di scrivere ottime (?) regole, alle quali non sanno però dare “applicazione”; sanno costruire l’impianto, ma la crescita richiede che dentro questa cornice si porti la sostanza di una concreta politica di sviluppo per il nostro paese, che significa diventare attori – lo Stato! – di scelte reali per ridare un indirizzo al nostro sistema produttivo. La costruzione di un sistema integrato tra scuola, università/ formazione, ricerca e, naturalmente, il nostro tessuto imprenditoriale, per rifare del nostro paese la culla dell’innovazione. Monti aveva raccolto il nostro spunto, abbozzando qualcosa nel riallocare i fondi destinati al Sud; salvo poi ricrollare nell’immobilismo a cui ci ha abituati da quando gli abbiamo impedito di sacrificare la vita di milioni di lavoratori e delle loro famiglie sull’altare dell’imbarazzo per il proprio vuoto di iniziativa, per il semplice fatto che tutto ciò non è nelle sue corde, perché l’innovazione è un concetto familiare solo a chi – oltre al passato, e alla sua conservazione – si muova anche nella dimensione della costruzione del futuro. E perché non è nelle corde di un tecnico-economista, assumersi in prima persona la responsabilità di dare una direzione di marcia – e non soltanto un impianto di regole – al paese che guida. Politica, e non tecnica. Capacità di visione e decisione e leadership, e non soltanto di spalancare – attraverso la deregulation – le porte del nostro paese ai mercati. Perché, come (i) barbari, ne facciano poi ciò che vogliono – loro.

***Il futuro dell’Italia***
LA CRESCITA? SI OTTIENE FORMANDO GLI ITALIANI
di MATTEO PATRONE

giugno 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il governo continua ad annunciare misure per la crescita che però, puntualmente, non vengono assunte. E ha voglia il ministro per lo Sviluppo (?) (a puntare – ancora – sulle – sole – infrastrutture – e sul relativo consumo – al di fuori di qualsiasi programmazione – di territorio, e) a dire che – per rilanciare il Pil – non esistono “ideone”. Non le avrà chi ha passato la sua vita a far quadrare i conti di istituti (che – in questi anni: ma non stiamo parlando – proprio – di questo? – hanno agito) spesso a discapito di quegli stessi cittadini comuni nella cui crescita (che non passa per il loro – ulteriore – impoverimento) sta – invece – la chiave per rilanciare la nostra economia. “Non c’è Politica senza partecipazione ai destini delle persone”, diceva Gramsci. E non basta ripetere ogni giorno che “la crisi è grave, i disoccupati sono tanti”, per rifarsi un’innocenza alla quale gli italiani – e non i poteri – forti – oggi non credono più. Read more

***Per superare l’immobilismo***
ELEZIONI DOPO L’ESTATE, RIDIAMO VOCE AI CITTADINI
di LUIGI CRESPI

giugno 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

In oltre sei mesi il governo Monti – tradendo le attese (dei più) – ha dimostrato di non essere la risposta alle nostre difficoltà. Il default non è stato scongiurato – come avrebbe garantito un governo Politico capace di avviare, nel mettere in sicurezza i conti, la costruzione del futuro – ma solo “sospeso”. E la spirale recessiva nella quale le stesse politiche messe in campo dall’esecutivo dei tecnici hanno fatto crollare la nostra economia, rischia oggi di abbreviare – e non di allungare – i tempi di una possibile (ri)caduta. I continui annunci di imminenti provvedimenti per la crescita – da Palazzo Chigi così come nei vertici internazionali – costituiscono la (“migliore”) garanzia che nessuna misura sarà effettivamente presa, ed è dunque il perseverare nell’affidare a personalità che – non avendo peraltro alcuna legittimazione popolare – non hanno la necessaria prossimità con i cittadini – nelle cui risorse (oggi frustrate, soffocate, penalizzate anche da una tassazione che minaccia di essere ulteriormente aumentata) sta la possibile chiave per rilanciare la nostra produttività – a rappresentare un “salto nel buio” per la democrazia; e non elezioni che – anche attraverso il ricambio di una classe politica che è la principale responsabile – ma non esaurisce l’intero spettro di opzioni elettorali – della situazione nella quale ci troviamo – possono restituirci un governo che non abbia più ad esitare nell’assumere i provvedimenti che servono al nostro paese: (ri)costruzione (e riorientamento) di un sistema integrato tra scuola, università/ formazione, ricerca e, ovviamente, tessuto imprenditoriale nel senso dell’innovazione; attraverso anche il riconoscimento e la valorizzazione di quella parte più moderna e dinamica del nostro paese, che attende ormai da anni che le nostre istituzioni facciano accedere – non solo facendone una colonia dei mercati – l’Italia ad una modernità dalla quale siamo ancora esclusi. Concentrazione di questi sforzi nel nostro Sud, che solo la burocrazia/ tecnocrazia che ha preso in ostaggio la politica, può pensare di legare al traino di una Mitteleuropa lontana migliaia di chilometri (e fuori da qualsiasi rotta commerciale che possa giustificare un tentativo di aggancio ad un sistema produttivo che non ha mai guardato a sud – come provano, peraltro, le crisi spagnola e greca, e dell’intero meridione del Vecchio continente), e che la Primavera araba invita a “voltarsi” verso quelle regioni settentrionali del continente africano – dirimpettaie della Sicilia – l’età media giovanissima delle cui popolazioni – e il loro desiderio di accedere, finalmente, ad una compiuta democrazia – impone alla Politica (e non alla tecnica) di valutare la possibilità di un progetto di sviluppo (comune). Serve, come dice ora (anche) Oscar Giannino, discontinuità. Per salvare un nostro paese che – dopo decenni di normale (mediocre) eccezionalità – merita finalmente un po’ di (eccezionale: nel senso di straordinaria) normalità. E anche di quella qualità che le élites che esercitano la (loro) golden share sul nostro paese, non sono state evidentemente in grado di esprimere. di LUIGI CRESPI Read more

Fassina? Dice ciò che in molti pensano
NEL PD COVA LA RIBELLIONE (A MONTI E A BERSANI)
di MASSIMO DONADI*

giugno 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Molti Democratici mi avvicinano e mi dicono: non ce la facciamo più a votare provvedimenti che non condividiamo”. E la ragione è molto semplice: il governo Monti è un governo di destra, fedele (o – a volte, sembra – prono) all’ideologia liberista, che prevede la competizione (sfrenata) come unico mantra a vantaggio di “chi (pochi) ce la fa”; ed è completamente indifferente alle istanze delle persone più “deboli”. E tutto questo è semplicemente il contrario di ciò che – serve per uscire dalla crisi e che – la Sinistra è chiamata a mettere in campo. Perché se nell’anno (più acuto) della crisi, la soluzione (?) adottata è rafforzare le misure assunte nello stesso senso – appunto, utile a fare gli interessi degli speculatori; a cui non importa nulla della salvezza dell’Italia! – che ci ha portati nell’attuale situazione – ovvero il laissez faire gli attori economici – o finanziari – in nome di un predominio della (fredda) economia sulla Politica, attraverso la deregulation – è evidente che questa distonia non può essere fatta propria da chi è chiamato a porre rimedio ai danni arrecati dalle ricette (sbagliate) della destra. E infatti nel Pd, scrive il capogruppo alla Camera di Italia dei Valori, sono in tanti a pensarla come il loro responsabile economico: ma non hanno (per ora) lo stesso coraggio (in pubblico: mentre nei corridori di Montecitorio, confidano di non farcela più a votare provvedimenti di questo governo che non condividono). Serve discontinuità, o non ci salveremo. E quanto all’assenza o meno di una prospettiva (alternativa) nella quale muoversi, il giornale della politica italiana – molto ascoltato da una classe dirigente che però, pur riconoscendo la forza e l’autorevolezza di ogni nostra proposta, preferisce far proprie solo quelle che fatti due conti paiono convenirle (come nel caso dell’art. 18; sul quale, pure, alla fine Pigi è riuscito comunque a sentirsi in colpa – con i suoi alleati di governo, non certo con i lavoratori, che pensavate – e a ringraziare per la concessione che la a e la b – e Monti – gli avevano fatto), nel tentativo (disperato) di salvarsi dalla propria (ormai inevitabile, tanto più quanto più insisterà nell’anteporre i propri – presunti – interessi – particolari – al bene del paese) sparizione – mette in campo da mesi le chiavi di un nuovo pensiero forte per la Sinistra: dalla critica del modello (fallimentare: in senso letterale) mercatista della destra, alla definizione di un progetto per far ripartire la crescita, all’indicazione di un orizzonte nuovo per i lavoratori (e i loro rappresentanti). E siccome l’unico scopo della Politica (italiana) è (oggi) salvare l’Italia, ecco che ogni proposta coincide – essenzialmente – con ciò di cui (pensiamo) abbia bisogno (a prescindere da destra e sinistra!) il paese. Perché come l’inefficacia (anzi, la dannosità) delle misure (di destra) assunte da Monti dimostra, e com’è peraltro sempre stato nel corso della Storia, è (inevitabilmente) da Sinistra – ovvero da una reale e disinteressata partecipazione ai destini delle Persone – che si ha la prospettiva (giusta) per fare gli interessi del proprio paese. Per una ragione molto semplice: che la Sinistra agisce per fare il bene di (tutti!) gli italiani – e (dunque) dell’Italia – la Destra, per difendere i privilegi (che Monti dice di voler eliminare, ma che poi reitera: non toccando nemmeno lontanamente gli organismi nei quali sono annidati i figli e gli amici dei potenti, nonostante l’esorbitante – e del tutto infruttuoso! – dispendio di risorse pubbliche; “parificando” la scuola pubblica a quella – delle élites – privata: per poi, magari, un giorno, scoprire che il nuovo governo – di destra – in carica fino al 2018 che la persistenza dell’esecutivo dei tecnici rischia di propiziare, ha introdotto l’obbligo – anche nella scuola dello Stato! – di pagare una retta per poter accedere alle lezioni. Perché questa, è la “logica” – ?) di quei pochi che ce l’hanno (già) fatta (e continuano a farcela, sì, ma a “discapito” di ciascuno di noi. E quindi dell’Italia). di MASSIMO DONADI*

Read more

Fioroni: Competizione sola cifra governo Perché Monti ‘aderisce’ a modello(?) Usa E vuole fare di nostro paese un ‘mercato’ In mano (loro) banche, potentati, società Competere, sì, ma per tornare grandi -noi Ecco ch’accade dove si compete (e stop) Vero intento società liberista (selvaggia) Giulia: Politica ora (ci) tuteli (nostra vita)

giugno 4, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché il ‘sogno americano’ è, per molti, un incubo. L’incubo di migliaia di persone cacciate dalle loro città – dai sindaci! – perché vanno in giro “con gli abiti puzzolenti” (Severgnini). (Ma) è proprio con la società “affidabile” di cui parla l’editorialista del Corriere (affidabile, per chi? Abbiamo – forse – ‘padroni’ – ? – Maestri? Giudici che devono sancire la nostra ‘affidabilità’ – nei loro confronti ? Noi siamo affidabili – ma sul serio – quando lo siamo (‘solo’, o prima) con noi – stessi, e dunque con l’Italia; e attraverso di essa con – ‘per’ – il resto del mondo) che ci ritroveremo in quella stessa condizione (di in-stabilità). Quando invece noi abbiamo una (lunga) tradizione non della dolce vita – perché nessuno di noi, la fa, neppure i garantiti – ma della vita bella; quella in cui l’uomo viene prima delle cose e in cui si può ancora guardare negli occhi. Ecco: la società che Monti vuole costruire è esattamente quella basata su modello americano; non per nulla (ma davvero) “non siamo mai stati così vicini all’Italia”, ha detto (lo stesso) Obama. Ma un Paese così è un Paese che risponde solo ai suoi padroni: banche, potentati, società (reti – o cartelli? – di aziende. Spintamente) capitalistiche, che vedono nell’Italia non una terra sorella, ma un (possibile, e possibilmente sempre più ‘libero’. E/ ma ‘potenzialmente’ – ? – ‘loro’) mercato. Ma se Monti vuole davvero cambiare la nostra vita (in ‘positivo’, auspicabilmente), perché non tocca il comparto pubblico, fonte principale dei (nostri – ?) sprechi? Perché il punto di riferimento del presidente del Consiglio sono i (soli – ?) mercati – che Monti va peraltro continuamente a ‘trovare’ (nelle city). E’ un tecnico (? E’ tecnica, o – cattiva – Politica, portarci verso una – ‘nuova’-? – società meno – in ultima analisi – libera?), d’accordo; ma non ci pare di averlo ancora rintracciato – ad esempio – al sud, tra la nostra gente. Priorità, cinquant’anni fa, di Alcide De Gasperi, e priorità ancora – e tanto più – oggi di un’Italia – e non di ‘una’ – ? – banca – che voglia rimettersi in piedi – e non ‘ciascuno’ di noi. E questo impone anche di non scontentare gli amici (e i figli) degli amici, annidati negli organismi (para)pubblici – fonte, come abbiamo detto, del principale e finora inviolato spreco colossale nazionale – perché in questo modo viene assicurata la permanenza in vita del suo governo (naturalmente gli amici di cui sopra sono i politicanti). Quando si compete e basta, può capitare che ci siano – ad esempio –  ospedali che dovendo sopra(?)-vivere, hanno bisogno (loro) di ‘accogliere’ e ‘curare’ (anche se non ne hanno bisogno – gli italiani) sempre più persone, pur di non vedersi tagliare spese, posti, e in ultima analisi lo stesso ‘intero’ centro – e parliamo di ospedali pubblici – Ancora una volta non, nel nostro ‘interesse’, ma per (un, proprio) interesse. Ma la vita la viviamo noi e che gli interessi crescano non significa automaticamente che migliori la sua qualità. Il modo per fare i (nostri) interessi, al contrario, è aiutarci a crescere; sì, ma economicamente solo come conseguenza (proficua – in tutti i sensi) di un nostro arricchimento (individuale): ma non – solo – materiale; ma culturale. L’innovazione figlia della cultura e della formazione come unica, possibile chiave di un’Italia che torna grande – lei, e non il capitalismo morente (e i suoi ‘capitani coraggiosi’ – ?).

MATTEO PATRONE

***Il futuro dell’Italia***
SMETTETE DI UMILIARE VOI STESSI
di ENRICO DE NICOLA*

maggio 25, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Ma perché la Sinistra non vuole andare alle elezioni?”, chiede un comune cittadino. E, al contrario, propone la reiterazione di questa strana maggioranza – di “solidarietà nazionale” – ?  Sarebbe meglio dire: (solidarietà,) politicante – che, attraverso il governo delle banc…cioè, dei professori, persegue gli interessi dei poteri forti, rassicurati dalla garanzia (e, per interposto Pigi, la prospettiva. Specie se si arriverà al 2013 e le possibilità che la destra ri-vinca le elezioni saranno tutte state messe in gioco – dal Pd) che nulla cambi – ovvero di poter continuare a fare e disfare a (proprio) piacimento – delle nostre vite? Quando Sinistra è invece sinonimo di Libertà, ma la – vera – libertà, quella per la quale la democrazia non è (“solo”) nelle sue regole – e dunque nella certezza che non saranno rispettate. A discapito dei più deboli – ma nella rielevazione (delle persone più “umili”. Attraverso la cultura) così da rendere materiale un suffragio universale che, nel (precario. Per le nostre stesse istituzioni democratiche) equilibrio della contrapposizione tra poteri (forti), che punta a soffocare ogni tentativo di indipendenza e, appunto, democraticità, è oggi condizionato dallo stato di subordinazione (e, quindi, manipolazione) delle persone che soffrono (e che questo governo aveva minacciato – i nostri lavoratori – con il placet del segretario di se stesso – di gettare ulteriormente nella povertà – attraverso la (piena) abolizione dell’art. 18). Una politica che, rievocando esperienze di unità (dei partiti. Quand’erano ancora, però, veri corpi intermedi tra i cittadini e le istituzioni) – per reiterare se stessa – senza avere nemmeno una lontana idea dell’alto grado di moralità che muoveva coloro che li hanno preceduti (in questo “stesso” – ? – tipo di esperienza – di solidarietà. Tra loro stessi), ci consegna (?) (così. Perché nessuna ripartenza – nessuna crescita – può prescindere dall’”arricchimento” – culturale, quindi morale, quindi umano e materiale – lo abbiamo detto più volte – di tutti gli italiani) un paese in declino. E’ allora importante, come ci propone il deputato del Pd, riascoltare le parole che Enrico De Nicola, primo presidente (provvisorio) della Repubblica Italiana, pronunciò al momento del suo insediamento. Una generazione, quella dei nostri nonni, forgiata dalle guerre e dalla dittatura, che avvertiva l’urgenza (morale e, poi, materiale) di risollevarsi da un ventennio di umiliazioni (auto(?)-imposte. Come quelle di oggi), e che fu quindi capace di generare il nostro boom. Lasciandoci un’eredità talmente consistente da consentirci di vivere di rendita, vera chiave, però, del nostro attuale livello di corruzione, e dunque della nostra “rovina”. Ebbene, il giorno dopo una festa della Repubblica che ha – a sua volta – smesso di celebrare una comunità – quella nazionale: perché questo, è la Repubblica – che – vanificata nei rigoli dei suoi molti particolarismi – ha dimenticato di essere tale (al punto da consegnarsi, ancora una volta, al “controllo” di sovranità esterne: oggi, quella del – predominio dei – mercati), il giornale della politica italiana prova a suscitare, ancora una volta, nelle parti più oneste e responsabili della nostra attuale classe dirigente, quel ritorno di orgoglio e di dignità che – traducendosi, inevitabilmente, nella scelta di procedere ad un rinnovamento – che passa attraverso elezioni – che ora viene invocato anche dal capo dello Stato – può consentirci di risorgere senza passare per uno di quei momenti bui della Storia che, scrive Cattaneo, (ri)generano, ma dopo la devastazione, la propensione al progresso di un popolo e dell’intera umanità. Ecco come De Nicola spinge i nostri connazionali di allora (tutti noi. Oggi) a ripartire dopo avere toccato il fondo. “Ogni umiliazione inflitta al suo onore, alla sua indipendenza, alla sua unità – dice De Nicola riferendosi all’atteggiamento delle nazioni vincitrici nei nostri confronti dopo la guerra – provocherebbe non il crollo di una Nazione, ma il tramonto di una civiltà”: una (lunga) “tradizione” che il giornale della politica italiana rievoca costantemente. Ad una classe dirigente – e ai piccoli potentati provinciali di casa nostra che mettono i loro interessi particolari davanti a quello del paese – troppo presa però dalla conservazione del (proprio, inutile) potere, per potersi accorgere di essere alla guida dell’Italia.
di ANDREA SARUBBI*
Read more

Fitch: fuga investitori da Italia (e Spagna) ‘E’ questo governo continua a non agire (Ma) crescita non si genera con annunci La Politica non è apparire (a “vertici” – ?) Ma un impegno senza sosta per ripartire Il decisionismo di Monti (a due velocità) Via la concertazione per abolire l’art. 18 ‘Paralisi’ quando si tratta di fare crescita Non sono in gioco interessi (particolari)?

maggio 23, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Quando si trattò di spazzare via 150 anni di conquiste di diritti dei lavoratori, il presidente del Consiglio invocò – e praticò – un modo di decidere “moderno”. Che significava, senza discussione coi sindacati. Perché “bisogna fare in fretta”. Ma ora che sul tavolo non c’è più l’abolizione dell’art. 18, quella fretta sembra essere svanita. Le agenzie di rating, pure nel loro opportunismo, continuano a segnalare che l’emergenza non è finita. E non è finita perché il governo Monti, a dispetto di una critica straordinariamente generosa, ha fatto poco di ciò che andava fatto, e ha fatto molte cose (come gli contestano in molti) che non bisognava fare: non è – ancora – ad “esempio” (è, in realtà, la chiave di ogni politica seria di taglio alla spesa) intervenuto sugli organismi (para)”pubblici” (?) occupati dalle clientele della politica politicante, assicurazione sulla vita per il suo esecutivo, che può così continuare a perseguire (que)gli interessi (particolari). Ma anche principale fonte dei nostri sprechi di denaro pubblico. E unico, vero capitolo di spesa a non avere alcuna utilità (per i cittadini). Ma siccome i referenti del governo Monti non siamo noi, ma i poteri (“forti” – ?) che tirano (indisturbati. Da questa politica autoreferenziale che “mirano” a conservare al potere il più a lungo possibile) i fili della nostra vita comune, a rigor di logica può accadere che ad essere tagliati siano – invece – i servizi a ciascuno di noi, e – non potendo contare su quella straordinaria riserva di liquidità, vedi ad esempio al capitolo Arcus – e che siano aumentate le tasse. A beneficio della casta, e non degli italiani, che vedono infatti il loro paese al palo come ai tempi del governo Berlusconi (in termini di produttività – rilanciata – ? – , non c’è stato alcun cambiamento. E non esiste “fase 1″ e “fase 2″, ma una – sola – possibilmente lungimirante politica di governo della nostra economia. Attuata da parte di una classe dirigente che tagliando i veri sprechi, riaccresca la fiducia dei nostri connazionali nei suoi confronti e (, quindi,) di loro stessi e, se lo fa, è perché è a sua volta motivata a superare l’andazzo – autoreferenziale – da un – più alto, della propria sopravvivenza – obiettivo da perseguire). Con un po’ più di rispetto a livello internazionale (che non basta però ad impedire la “fuga” – o il mancato approdo – di – nuovi – investimenti), dove però il timore che l’Italia possa “seguire la Grecia”, continua ad essere vivo. E lo dimostra, appunto, la valutazione di Fitch. Quegli stessi potentati che Monti è andato continuamente a trovare. E che – a differenza di “noi” – a giudicare anche da uno spread che è tornato ai livelli di fine estate, non sembrano dare più molto peso alle sue (sole) parole. Read more

Se il Corriere (MTM) liscia il pelo a Pigi/Pd E destra (con Monti) continua governare Interessi (particolari) tengono unito il Pdl A sinistra si punta (solo-propria) salvezza Renzi: ‘Per me (così) nessuna solidarietà’ Ma Pd è nato per essere partito dell’Italia E per salvare (sì, ma) nostri connazionali Formazione per innovazione per ripartire

maggio 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Matteo Renzi, accusato – in modo comunque ambiguo e opportunistico; davanti alla giunta del Senato e non dai magistrati – di avere ricevuto 70 delle migliaia di euro che l’ex tesoriere della Margherita Renzo Lusi distribuiva – a suo dire – ad alcuni esponenti del partito, lamenta di non avere ricevuto “la solidarietà di alcun esponente del Pd”. Fatta salva la necessaria prudenza – e premessa, da parte nostra, la totale fiducia nell’estraneità di Matteo – quello che Renzi pone è un problema che va oltre – ovviamente – il singolo caso, e ha una valenza Politica prima ancora che umana e di stile. Oggi, per chi non se ne fosse accorto, il Pd (più Idv, più Sel) è maggioranza schiacciante nel paese. Di fronte alla stessa situazione, ma a parti invertite, i pidiellini avrebbero già staccato la spina al governo e sarebbero corsi ad incassare la cambiale. I Democratici aspettano che Berlusconi risalga nei sondaggi. Per, ancora una volta tafazzianamente, incassare – piuttosto – l’ennesima sconfitta (autoimposta). “Ma Bersani continua a sostrenere Monti per responsabilità nei confronti del paese ancora sottoposto alle turbolenze finanziarie”, dirà qualcuno. Ma perché quello che è nato per essere il “partito dell’Italia”, non dovrebbe considerare più responsabile – anche alla luce della dimostrata inefficacia dell’esecutivo dei tecnici – caricarsi sulle spalle lui, questa nazione, senza dividere l’(ir)responsabilità con chi fino a…ieri, fa ostruzionismo in Parlamento per favorire un singolo cittadino di fronte alla legge? La risposta è la stessa al problema posto da Renzi: il Pd (ovvero la classe dirigente derivata da Ds e Margherita; ma non solo), annichilito dal Cavaliere, ha perso fiducia in se stesso, e in particolare il senso della propria funzione e della propria “missione”. Mentre il Pdl – sia pure per (il)legittimi interessi (particolari) – è compatto intorno ad “un” obiettivo. E’ questo – oltre alla leadership, ora sulla via del tramonto, dell’ex presidente del Consiglio – che spinge i pidiellini a superare ogni veto, ogni tentazione di contrapposizione, ogni divisione (interna e reciproca), per lanciarsi come un sol uomo verso il traguardo. Nel pd, accade esattamente il contrario: privato – allo stesso modo degli italiani! – di una “ragione più alta”, ciascuno è – invece – lanciato nella difesa del suo strapuntino, nella chiave della quale, evidentemente, le disavventure di Renzi – come quelle di “chiunque” – non rappresentano un motivo di sofferenza (Politico), ma un’occasione per avvantaggiarsi su un pericoloso avversario (interno). Ma mentre “noi” ci diamo la zappa (reciprocamente) sui piedi, la destra, sotterraneamente (ma neanche troppo), continua ad esercitare la sua golden share sul potere (Politico) in Italia: in attesa di vedere la luce (di sondaggi favorevoli) e staccare lei – o comunque favorire – la spina al (il superamento del) governo Monti, per consolidarsi in una nuova maggioranza e in una nuova legislatura. Senza l’ingombro del Pd. E soprattutto della sua (possibile, prossima) vittoria. Ma ora il giornale della politica italiana ha indicato la strada che per troppo tempo è mancata all’orizzonte dei Democratici: Sinistra, nell’era dei mercati e tanto più della crisi, è essere affidabili con gli italiani, e non più con le banche e gli altri potentati. E’ mettere il proprio gigantesco e generoso corpo (intermedio) – quello del più grande, oggi e, auspicabilmente, sempre più domani – partito italiano, tra gli interessi (particolari) dei poteri (forti) e l’interesse (generale) dei cittadini. Il modo di farlo, coniugando – come si dice, inefficacemente perché poco lucidamente, oggi – “equità e rigore”, è darci l’obiettivo dell’innovazione che si persegue attraverso la cultura e la formazione. Come abbiamo scritto più volte, la crescita (culturale, quindi umana, quindi tecnica e professionale) degli italiani come motore della nostra crescita (economica). Solo la Sinistra, oggi, può salvare l’Italia. Perché senza (o, peggio, a discapito dei) suoi connazionali il paese non si salverà. Read more

Ridotti sul lastrico? “Ma intanto paghino” Presidente Monti non h(a) cuore (italiani) Senza loro (crescita) Italia non si salverà Sinistra rigetti indifferenza capo governo

maggio 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Caro presidente del Consiglio, gli italiani che – a causa dell’autoreferenzialità della politica e dell’incapacità dell’attuale governo di offrire soluzioni – non ce la fanno a sopravvivere (e quindi, in qualche caso, a – non -pagare le tasse – mentre gli evasori, al netto dei blitz spettacolari della Finanza, continuano – sia pure di meno – a poterselo permettere), non sono evasori, ma persone a cui la Politica – e, in primo luogo, lei stesso, che oggi ne incarna il potere esecutivo – non ha saputo (da troppo tempo) dare risposte. L’affermazione per la quale essi devono pagare (ad esempio vedendosi pignorata la casa), comunque, il loro debito nei confronti del fisco, perché in questo modo poi “si potranno ridurre le tasse”, tradisce una freddezza e uno scollamento con il paese (reale. E non – solo – le sue elités), che “gridano (Politicamente) vendetta”. E va ricordato che già lei ha parlato dei nostri connazionali che hanno fatto scelte estreme come unica – percepita – via d’uscita (?) da una situazione disperata alla quale la Politica aveva voltato le spalle – non riuscendo, peraltro, come continua a risultarci assurdo e incomprensibile, ad esprimere nemmeno una parola per tentare di fermarne la spirale -, nei termini di “costi (umani)” della crisi; come se una crisi – economica – potesse “giustificare” questa “fatalità”. Le tasse vanno pagate. Sempre. Ma quando, nel pieno di una crisi acuta provocata da o comunque alla quale la Politica non ha, appunto, saputo dare risposta, si è con l’acqua alla gola, e si è debitori nei confronti dello Stato – cioè di noi stessi! – ci si può aspettare che esso muova un passo (in più  - ? – rispetto a quello che compirebbe un qualunque privato. E rispetto anche ad una rateizzazione che non risolve i problemi più gravi) nei confronti dei suoi cittadini. Subito; prima che sia “troppo tardi”. E non nella (agghiacciante) previsione (contabile) – argomento buono per gli evasori, non per cittadini disperati – che se tutti pagano, allora “si potranno ridurre le tasse”. I libri contabili prima delle persone. La ragion di Stato (?) prima della vita (degli italiani). Ma, vede, presidente Monti, il nostro paese non si salverà se non lo faranno i nostri connazionali; non crescerà se non verrà offerta loro la possibilità di farlo (per primi. Nelle loro vite. Individuali. Attraverso la cultura e la formazione). Nell’anno più acuto della crisi, questo misto di liberismo e di gelido tecnocratismo è la causa, e non la soluzione, dei nostri problemi. L’Fmi: “L’atteggiamento dell’Italia sui conti modello per gli altri paesi”. Ma se le persone non ce la fanno – e la “politica” – ? – infligge loro pure la beffa di trattarle come se portassero la colpa della nostra attuale situazione (di crisi) – i conti non tornano. Senza passione (umana), lo abbiamo già scritto, non c’è Politica. E senza Politica l’Italia non si salverà.

Ma unico progetto in campo resta nostro Serve ora completo ribaltamento di piano Una economia rifondata sull’innovazione Formazione continua a ‘integrare’ lavoro Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento Italia tornerà ad essere culla della civiltà

maggio 15, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La cultura non è (soltanto) la conservazione (pure imprescindibile) dei beni del passato. E l’investimento nella cultura non può consistere (solo) nello stanziamento di fondi per creare “centri di attrazione culturale” (che significa, poi, turistici) (sia pure) al Sud. E nemmeno nel (solo) finanziamento (pubblico o privato) delle cosiddette “politiche culturali”; e cioè dell’attività “culturale” ai massimi (?) livelli (attuali). A caccia di un (così, improbabile) punto di equilibrio – quindi – commerciale. La cultura, scriveva Einstein, non è nei frutti della ricerca scientifica; ma nello stimolo “a comprendere, al lavoro intellettuale” – e quindi nella sua rigenerazione – che essa offre ad un (intero) popolo. La cultura non è nella (semplice) conservazione de – ad “esempio” – i Fori imperiali a Roma; ma nella “grandezza di spirito” di quei nostri antenati che – come scrive Goethe nel suo Viaggio in Italia – essi rievocano, motivandoci a ricercarla, a tentare di imitarla, di “compiere opere” (in senso ampio; a 360°) di “pari” respiro. La cultura è vedere nel grande patrimonio che ci è stato tramandato dai nostri avi, non un oggetto di consumo (sia pure – nell’accezione diffusa oggi – “culturale”); ma un motivo di ispirazione, di ricerca, di approfondimento. E (quindi) di tensione all’arricchimento. (Anche) in questo senso la cultura può rifare grande l’Italia: non (solo) perché può aumentare gli introiti del nostro turismo (“culturale”), ma perché mobiliterà le nostre energie. Che, come ci dicono quelle opere – e i nostri avi: da Leonardo a Michelangelo, per “tacere” – ne abbiamo detto fino a questo momento – della culla della civiltà occidentale – sono quelle della più grande tradizione culturale al mondo. Che possiamo “rigenerare” (all’interno la sintesi del programma del giornale della politica italiana, che muove tutto dall’idea della cultura e dell’innovazione come chiave del nostro possibile Rinascimento), e non soltanto limitarci (come semplici “spettatori”) ad osservare.

Read more

***Il futuro dell’Italia***
CARI ABC, OGGI LA (VERA) ANTIPOLITICA SIETE VOI
di PAOLO GUZZANTI

maggio 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il Movimento 5 Stelle non è un movimento (che – in quanto tale – già dice di non voler e di non poter essere) populista. E Grillo non ne è un/il leader, né, tanto meno, un uomo forte (che possa raccogliere la – tragica - tradizione di demagoghi e incantatori già capaci di scelte terribili, a cui viene accostato). E ha ragione (una volta tanto) Giuseppe Cruciani quando dice che il presidente Napolitano non si dovrebbe occupare della battaglia (tra le forze – in campo) politica/che; perché di questo, si tratta. Il Movimento 5 Stelle avanza proposte concrete, non agita semplicemente “fantasmi” e lo fa coltivando un rapporto diretto – personale – con i nostri connazionali, contribuendo a restituire questo paradigma di sobrietà, umiltà e identità con i cittadini, alla nostra politica (oggi autoreferenziale). Inoltre compie uno sforzo per l’innovazione del linguaggio – ovvero, dei contenuti; non ci riferiamo alle esternazioni del suo più noto rappresentante, che resta un comico e che solo nel paese della politica politicante possono rappresentare un “pericolo” per ”partiti tradizionali” che dimostrano così di non essere più tali, ovvero di avere cessato di assolvere alla propria funzione – e quindi della Politica (italiana e non solo) e del paese. Da Grillo e dal Movimento 5 Stelle, dunque, non viene alcun pericolo per la democrazia; il vero pericolo per la democrazia viene da una politica “parruccona e inconcludente”, come quella che negli anni ’10 del ’900 preparò il terreno all’ascesa del fascismo. Il Pd al 25% (di quale vittoria stiamo parlando, Pigi?), il Pdl schiantato e in molte realtà importanti ridotto al rango di partitino del 5%, (il terzo polo è in origine, una operazione politicista, e dunque non c’era da attendersi nessuna esplosione rispetto a risultati che sono sempre stati questi, per Casini, Fini e Rutelli. Il quale d’altronde giudica il suo 2,5% “confortante”,) - ma soprattutto l’astensione “mai” così elevata per una tornata di elezione dei sindaci (!) – ci dicono che gli italiani – anche grazie al “seme” gettato da il Politico.it, che anticipò parlando per primo di autoreferenzialità la presa di coscienza, che sarebbe avvenuta in seguito, di una politica che persegue solo i propri interessi – sono stanchi di questa classe dirigente, non per un fatto formale o “estetico” (ché la crisi ha staccato dallo Specchio molti dei nostri concittadini, mentre i politicanti restano attaccati alla tivù – in tutti i sensi), ma perché – e la situazione di difficoltà ha, appunto, reso più chiaro e percepibile questo stato di cose – si sono accorti che l’attuale classe dirigente (?) ha girato le spalle al paese e non ha più quel rapporto “etico”, di identità e partecipazione, che, solo, la può mettere in condizione intanto di occuparsi di loro (e non di loro – stessi) e, poi, di avere la forza (morale e creativa) per offrire delle soluzioni. Ma quel che è peggio, ciò fa temere alla politica politicante – anche alla luce dell’emersione di fenomeni come quello del nostro giornale, che – primo e finora unico caso nel nostro paese – dalla sola rete è stato ed è capace di dettare l’agenda ad una politica appunto altrimenti smarrita e inconcludente – di perdere la famosa “poltrona”, e la porta ad arroccarsi (ulteriormente). E a dare vita, ad esempio, a questa “maggioranza” (?) che mette insieme forze che la pensano all’opposto su tutto, al solo scopo di reiterare il (loro) potere. Ma nel momento in cui la fine della spinta propulsiva si sclerotizza in (questo) sistema (e nell’attuale, conseguente immobilismo), quello è il punto (di non ritorno?) in cui il paese non (lo) può più sopportare, perché non vede (più) soluzioni – se non in elezioni ancora troppo lontane in cui eventualmente, in loro presenza, sostenere forze capaci di offrire la possibilità di una svolta rispetto a questo “consociativismo emergenziale”, come lo definisce l’ex vicedirettore de il Giornale nel pezzo all’interno; ma, quindi, anche – potenzialmente – in senso antidemocratico e “autoritario” – e come i nostri connazionali freddamente “speculati” dal presidente Monti può scegliere (in tutti i sensi) una risposta “estrema”. Ma è nell’autoreferenzialità della politica – e nella pretesa di questi politicanti di continuare ad aeternum a stare sulla scena – perché di questo, si tratta; il famoso narcisismo. Che è l’esatto opposto, caro Di Vico, della democrazia e della partecipazione, che sono un antidoto, e non un ulteriore “sintomo”, a/ di tutto ciò - il male (non tanto) oscuro che può uccidere la nostra democrazia; non nella reazione che, come si sa, è sempre figlia (e, spesso, non responsabile. In tutti i sensi) di ciò che l’ha provocata. E siccome a questo fattore (scatenante) si può porre fine – semplicemente prendendo atto che dopo 20, 30, 40 anni di impegno pubblico (?) si può anche prendere in considerazione la possibilità di fare altro – i democratici traggano le loro conclusioni. O accrediteranno la tesi di chi – a cominciare da noi – pensa che la vera antipolitica, oggi, siano loro.
di PAOLO GUZZANTI Read more

Pagina successiva »

Bottom