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	<title>il Politico.it</title>
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	<description>Il giornale della politica italiana</description>
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		<title>***La divaricazione tra partiti e Paese*** GRIDA DI &#8220;BUFFONE&#8221; A NAPOLITANO, ITALIANI SEMPRE PIU&#8217; ESASPERATI di GAD LERNER</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 20:05:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché l&#8217;Italia era in &#8220;crisi&#8221; &#8211; e noi lo segnalavamo da tempo &#8211; già prima che cominciassimo a rischiare (direttamente) il default, e un governo tecnico, di ordinaria amministrazione (&#8220;puramente&#8221; economica) &#8211; quando non di accelerazione, tutta Politica, ma molto discutibile, sulla strada sulla quale diminuiscono ulteriormente le certezze per i nostri connazionali, aumentando e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-8004" src="http://www.ilpolitico.it/wp-content/uploads/2009/05/gad-290x192.jpg" alt="" width="290" height="192" />Perché l&#8217;Italia era in &#8220;crisi&#8221; &#8211; e noi lo <a href="http://www.ilpolitico.it/2010/02/05/24324/">segnalavamo</a> da tempo &#8211; già prima che cominciassimo a rischiare (direttamente) il <em>default</em>, e un governo tecnico, di ordinaria amministrazione (&#8220;puramente&#8221; economica) &#8211; quando non di accelerazione, tutta Politica, ma molto discutibile, sulla strada sulla quale diminuiscono ulteriormente le certezze per i nostri connazionali, aumentando e aggravando il clima di instabilità e di paura &#8211; non ha gli strumenti &#8211; e nemmeno la legittimazione &#8211; per dare le risposte, e segnare la svolta, di cui il Paese ha bisogno. La colpa, naturalmente, non è di un Monti che onestamente e responsabilmente assolve alla propria funzione, portando avanti dignitosamente &#8211; per quanto con minore brillantezza di quanto l&#8217;ottimismo della volontà del capitalismo mondiale morente, suo principale referente e beneficiario, vorrebbe attribuirgli &#8211; il proprio mandato; ma di una politica politicante che si nasconde dietro Monti &#8211; e alla sua immagine di serietà &#8211; per far calare l&#8217;onda del malcontento degli italiani (nei propri confronti). Che tali signori chiamano &#8220;antipolitica&#8221;, e che invece rappresenta l&#8217;antidoto della società civile alla vera antipolitica: quella costituita dalla (loro) Casta. Ma in questo modo il dissenso &#8211; anzi, il conflitto di interessi, sia pure in questo caso tra due diverse (?) soggettività: ma gli eletti in Parlamento e i leader dei partiti, non dovrebbero esprimere gli interessi del Paese? &#8211; osserva il conduttore de <em>L&#8217;Infedele</em>, invece di trovare &#8220;sfogo&#8221; nella contestazione aperta, nella libera (! E democratica) partecipazione e magari in libere elezioni, cresce sottotraccia, dando luogo a &#8220;deviazioni&#8221; per certi versi incomprensibili &#8211; se non in questa chiave di lettura &#8211; come quelle a cui abbiamo assistito nelle ultime ore nei confronti del meno colpevole di tutti: il presidente Napolitano. Che ha già avuto modo di &#8220;compensare&#8221; con la propria regia nella formazione del governo Monti l&#8217;insipienza di una classe (?) &#8220;dirigente&#8221; (?) che è ora chiamata ad assumersi le sue responsabilità. O rilancia &#8211; con una piattaforma POLITICA: alla cui definizione, ché la via è &#8220;una&#8221;, non esistono punti di vista, ma risposte più o meno efficaci alle evidenti esigenze del Paese, il giornale della politica italiana <a href="http://www.ilpolitico.it/2011/10/30/49852/">contribuisce</a> da tempo &#8211; l&#8217;azione del governo stesso per non solo rimanere al di qua dell&#8217;orlo del baratro, ma anche per riportarci, via via, alla posizione che ci compete nel mondo; oppure lascia. Ora. Prima che sia troppo tardi (di &#8220;nuovo&#8221; &#8211; ?). <em>di GAD LERNER</em><span id="more-53315"></span></p>
<p><em>Nella foto, Gad Lerner</em></p>
<p><em>-</em></p>
<p><em>di</em> <strong>GAD LERNER</strong></p>
<p>Per il secondo giorno di fila in Sardegna gruppi di contestatori gridano “buffone” all’indirizzo del presidente Giorgio Napolitano. E’ evidente a tutti, credo, che l’epiteto stride con la personalità del nostro capo dello Stato. Criticabilissimo, ci mancherebbe, ma difficilmente liquidabile come macchietta o comunque espressione della politica deteriore. Lo avverto come un segnale di esasperazione davvero sopra il livello di guardia. La conferma che nessun piano di risanamento potrà andare avanti a lungo con metodo tecnocratico prescindendo dalla partecipazione e dalla verifica della volontà popolare. Leggo da più parti l’opinione che sia troppo breve per il governo Monti l’orizzonte temporale della primavera 2013, e cioè che bisognerebbe dare più tempo a lui e ai suoi tecnici. Ecco, trovo che sia molto pericoloso lasciar crescere ulteriormente questa divaricazione fra economia e democrazia.</p>
<p>GAD LERNER</p>
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		<title>Se Governo Monti fa minimo (sindacale) Politica è (ri)costruzione futuro dell&#8217;Italia Ma per politicanti è assicurazione su vita Preferiscono tacere pur restare in sella Ma (nostra) modernità non può aspettare</title>
		<link>http://www.ilpolitico.it/2012/02/20/53246/</link>
		<comments>http://www.ilpolitico.it/2012/02/20/53246/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 11:41:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando la politica(?) abdica alla tecnica(?)&#8230;si finisce nella &#8211; pura &#8211; amministrazione dell&#8217;esistente, senza progettare più nulla. Ma se l&#8217;esistente è vecchio, non basta conservarlo nel migliore(?) dei modi per far sì che torni a funzionare: bisogna proprio ripensarlo e ricostruirlo. E per questo ci vuole la Politica. La Politica; e non l&#8217;economia (e basta): [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-53252" src="http://www.ilpolitico.it/wp-content/uploads/2012/02/Alfano-Bersani-e-Casini-290x181.jpg" alt="" width="290" height="181" />Quando la politica(?) abdica alla tecnica(?)&#8230;si finisce nella &#8211; pura &#8211; amministrazione dell&#8217;esistente, senza progettare più nulla. Ma se l&#8217;esistente è vecchio, non basta conservarlo nel migliore(?) dei modi per far sì che torni a funzionare: bisogna proprio ripensarlo e ricostruirlo. E per questo ci vuole la Politica. La Politica; e non l&#8217;economia (e basta): o la riprogettazione sarà per un (semplice) &#8220;mercato&#8221; e non di un Paese. E noi vogliamo continuare (?) ad essere cittadini italiani ed europei (e &#8220;del mondo&#8221;), e non (più &#8211; ?, solo) &#8220;consumatori&#8221;. Ma anche per ciò che riguarda la (sola) economia. Quali sono i provvedimenti &#8220;forti&#8221;, di svolta (rispetto al declino politico degli ultimi trent&#8217;anni, e non solo al buco nero dell&#8217;autoreferenzialità di oggi) assunti dal governo Monti, tali da giustificare l&#8217;idea che siamo nelle mani giuste (per fare tutto ciò che è necessario) e che ora possiamo stare (o tornare a stare, senza più il timore di una rivolta popolare contro la Casta?) tutti tranquilli (e ricandidare Monti, a <em>questo</em> scopo!, <em>ad aeternum</em>)? Liberalizzare l&#8217;accesso alle professioni, per quanto utile e &#8220;giusto&#8221;, è &#8211; ci mancherebbe &#8211; il minimo sindacale per un paese che voglia definirsi &#8216;moderno&#8217; (al punto che lo aveva cominciato a fare persino Bersani). E che finora non fosse stato fatto (fino in fondo) dimostra solo, ancora una volta, la (stessa) autoreferenzialità della politica politicante. Lo spread è sceso? Sì, ma tornando ai livelli degli ultimi vent&#8217;anni. &#8220;Siamo&#8221; comunque 300 punti &#8220;sotto&#8221; la Germania. Che negli ultimi due avessimo messo un piede dentro il baratro, non significa che continuare a barcollare sull&#8217;orlo sia la migliore delle nostre condizioni possibili. Ma non limitiamoci a criticare l&#8217;(in)esistente; vediamo cosa si può fare (ancora una volta). Sappiamo bene che la nostra economia è a &#8220;due velocità&#8221;. Quella del nord &#8211; al netto, certo, della crisi, che però ci ha coinvolti tutti &#8211; è equiparabile alle più ricche e floride economie d&#8217;Europa. Al sud quasi non ne abbiamo una. E&#8217; evidente che nessuna crescita &#8211; numerica, ma anche tale da avere ricadute positive sulla qualità delle nostre vite &#8211; potrà esserci se anche il sud non crescerà. Ebbene, a parte un cenno ad ipotetici incentivi per le assunzioni &#8211; ma da parte di chi, se al sud è il sistema produttivo ad essere fermo agli anni cinquanta &#8211; questo governo non ha mai mostrato di avere nei propri pensieri quel nostro sud senza la cui crescita &#8211; a partire dall&#8217;attuale condizione deficitaria e di stallo ben precedente all&#8217;inizio di questa crisi &#8211; l&#8217;Italia non si rialzerà. Il giornale della politica italiana ha già indicato in un cambio di prospettiva &#8211; nel guardare non più, dal mezzogiorno, solo alla (&#8220;lontana&#8221;) Europa ma, &#8220;insieme&#8221; all&#8217;Europa (che &#8220;siamo noi&#8221;), verso la sponda meridionale del Mediterraneo e all&#8217;Africa &#8211; il possibile volano di uno sviluppo sostenibile. Puntando a rifare del Mediterraneo il centro &#8211; economico, culturale &#8211; del mondo. Come lo sviluppo di Cindia, con cui già commerciammo &#8211; e smerciammo verso il resto del mondo. &#8220;Ricevendo&#8221; attraverso l&#8217;Asia Minore e appunto il <em>Mare nostrum</em>! Con prospettive straordinarie, perciò, oggi, anche per la possibile pacificazione del pianeta, attraverso l&#8217;incontro tra &#8220;oriente&#8221; e occidente &#8211; ai tempi di Roma, sta lì ad invocare alla &#8220;nostra&#8221;, attuale sordità (&#8220;im-politica&#8221;). I popoli che hanno dato vita alla primavera araba hanno, peraltro, come sappiamo, un&#8217;età media giovanissima: innovazione, da cui evidentemente ripartire anche &#8211; innanzitutto &#8211; al sud &#8211; non vorremo certo legare lo sviluppo della Sicilia, della Calabria, della Puglia, della Basilicata e della Campania, terre di bellezza e di cultura, all&#8217;inquinamento da combustibili fossili, peraltro in&#8230;&#8221;regressivo&#8221; esaurimento &#8211; significa, naturalmente, costruzione del futuro; chi, meglio di giovani che per le proprie storie recenti hanno in sé motivazioni straordinarie (come abbiamo visto: per questo hanno riconquistato la democrazia! Come noi non siamo oggi più in grado di fare), può mettere in campo la spinta &#8211; e la cultura &#8211; necessaria a (ri)generare il (nostro) domani? Immaginate la spinta propulsiva che avremmo in un progetto di sviluppo comune tra il nostro mezzogiorno e l&#8217;Africa settentrionale (ma non solo) che miri ad accendere proprio nelle nostre terre i primi focolai di un paese che vuole tornare ad essere la culla dell&#8217;innovazione del mondo. Ma questa è politica; non (regolare) amministrazione. E richiede l&#8217;ambizione e il respiro dell&#8217;uomo politico e non la sobria (ma, a tratti, vuota. E &#8216;apparente&#8217;) regolarità del tecnico (economista). Mercato del lavoro: siamo stati noi per primi ad indicare che lo sblocco della situazione attuale passa (comunque) &#8220;anche&#8221; (o prioritariamente) dalla sua riforma. Ma nel senso che il lavoro è componente fondamentale del possibile sforzo per l&#8217;innovazione, e non soltanto perché abolire &#8211; ad esempio &#8211; l&#8217;articolo 18, o introdurre una maggiore flessibilità, libererebbe le aziende dal &#8220;peso&#8221; (dal loro, da <em>questo</em>, punto di vista) di una parte dei lavoratori, consentendo loro di licenziarli non già in una tensione alla crescita, ma alla salvezza (di sé, e &#8220;soltanto&#8221; di sé). E invece la riforma del mercato del lavoro deve prevedere una equa distribuzione, sì, ma non (solo, o prima di tutto) dei costi, bensì del contributo per tornare grandi attraverso l&#8217;innovazione. E quindi lavoro come forza motrice di un processo di rinnovamento delle aziende che siano però chiamate e coordinate &#8211; dalla Politica! &#8211; a &#8220;muoversi&#8221; programmaticamente in questo senso. Con i lavoratori che, grazie ad un Paese che offre loro gli strumenti culturali &#8211; attraverso la scuola rinnovata, attraverso la formazione permanente &#8211; per costituire &#8211; anche &#8220;tecnicamente&#8221; &#8211; le migliori risorse umane del mondo, perché coinvolte, perché protagoniste del processo produttivo e di rilancio della nazione, accolgono la flessibilità come una opportunità (di crescita) e non più come una &#8216;assicurazione&#8217;, sì, ma sulla <em>instabilità garantita</em> (?) del loro domani (?) lavorativo e quindi di vita. Ma tutto questo, appunto, richiede la Politica. Come chiederlo a chi &#8211; i politicanti &#8211; ci ha portati nella (deficitaria) condizione attuale, rendendo necessario (per la &#8211; propria &#8211; sopravvivenza) l&#8217;intervento (esterno) dei professori?<br />
<span id="more-53246"></span></p>
<p><em>Nella foto: i portavoce politicanti</em></p>
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		<title>Avevamo (ancora una volta) ragione noi Europa: &#8216;Innovazione unica via crescita&#8217; il Politico.it lo scrive da febbraio 2010 (!) &#8220;Lavoro, scuola e formazione, ricerca Vanno ora riformati in modo armonico&#8221; Tema non è art. 18 sì/no o prima/dopo Ma se vogliamo modernizzare l&#8217;Italia Magari insieme nostri fratelli nordafricani O tenerci versione vintage di Novecento</title>
		<link>http://www.ilpolitico.it/2012/02/16/53221/</link>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 21:12:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Europa, dopo il governo Monti, &#8216;ascolta&#8216; il giornale della politica italiana. E, sia pure con un certo ritardo, se si tiene in conto che gli altri continenti o hanno costruito la loro esplosione passata su questo (gli Stati Uniti. Che oggi, con Obama, tornano ad investire in questo stesso senso per uscire dalla crisi!), o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-20838" src="http://www.ilpolitico.it/wp-content/uploads/2009/11/ricerca-290x194.jpg" alt="" width="290" height="194" />L&#8217;Europa, <a href="http://www.ilpolitico.it/2011/12/29/51452/">dopo il governo Monti</a>, &#8216;<a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/02/16/news/unione_nell_innovazione-29960498/?ref=HRER1-5" target="_blank">ascolta</a>&#8216; il giornale della politica italiana. E, sia pure con un certo ritardo, se si tiene in conto che gli altri continenti o hanno costruito la loro esplosione passata su questo (gli Stati Uniti. Che oggi, con Obama, tornano ad investire in questo stesso senso per uscire dalla crisi!), o quella che si sta compiendo ora corre su questi binari (Cindia), arriva a comprendere che &#8211; come peraltro sempre, nel corso della storia &#8211; la sfida per la leadership mondiale riguarda la costruzione del futuro. E in un&#8217;era dominata dal mercato e dalla produzione, l&#8217;innovazione è il passaporto per una crescita non di nicchia o destinata a lasciare il passo al ritmo inarrestabile del gigante orientale. Ma, il Politico.it sostiene &#8211; e presto anche questo concetto, come quello dell&#8217;autoreferezialità della nostra classe dirigente; come questo, ora, dell&#8217;innovazione, entrerà nel senso comune della leadership nazionale e continentale &#8211; in un momento di crisi non solo del nostro sistema produttivo ma del modello produttivo dell&#8217;(intero) occidente &#8211; a cui, come scrive Fabrizio Ulivieri, l&#8217;oriente ha (lasciato) invadere i propri territori senza offrire nessuna peculiarità legata ad una propria nuova concezione del mondo &#8211; è necessario (per la &#8211; nostra &#8211; stessa sopravvivenza) che il concetto di innovazione venga declinato a 360 gradi, ovvero riguardi la produzione (di beni), ma coincida anche con il recupero di un respiro etico e filosofico che ci consenta di stabilire dove vogliamo andare, e quindi come; e di farlo in modo sostenibile per noi ma soprattutto per i cittadini del mondo di domani. L&#8217;Italia dunque è chiamata a svegliarsi, e, proprio in ragione della propria attuale arretratezza &#8211; e della straordinaria opportunità di potere/ dovere rifondare da zero il proprio sistema &#8211; può essere il laboratorio, e la guida, di un&#8217;Europa che punta sull&#8217;innovazione, diventando &#8211; come noi auspichiamo da tempo &#8211; la più grande Silicon valley del mondo. Ma, perché tutto questo sia sostenibile per la nostra economia &#8211; che, lo ricordiamo, è oggi composta da una &#8220;doppia&#8221;, o dimezzata, economia, che gira al nord e non esiste, praticamente, al sud &#8211; e perché lo sia anche per le nostre vite, è bene non dimenticare, nell&#8217;avviare questo processo, che il sud può e deve costituire la base da cui (ri)partire in questo senso, e magari coinvolgendo quella sponda meridionale del mediterraneo che ha scelto la democrazia proprio grazie a internet, e che con la giovane età dei suoi popoli può fornire linfa (anche, per le sue motivazioni) che oggi noi &#8211; in parte; ma &#8220;scateniamo&#8221; finalmente i giovani &#8211; del nostro sud &#8211; non abbiamo, al nostro &#8211; stesso &#8211; processo/ <a href="http://www.ilpolitico.it/2011/10/20/48893/">progetto di sviluppo (comune)</a>. E se non dimentichiamo, nell&#8217;abbracciare i nostri fratelli nordafricani, quello che hanno passato e continuano a passare &#8211; quello che hanno sofferto e continuano a soffrire &#8211; anche a causa nostra, chi ci dice che il nuovo modello di crescita (<em>umanizzato</em>) non possa essere concepito proprio nell&#8217;Italia che diventa la punta (di diamante) dell&#8217;innovazione (&#8220;del &#8220;vecchio&#8221;)? Tanto più, se si pensa anche che già oggi, il modello economico dei paesi arabi &#8211; contro ogni nostro pregiudizio &#8211; è più democratico del nostro capitalismo, prevedendo una condivisione (tra capitale e lavoro, per semplificare) dei costi e dei benefici. Come ci racconta, stasera stessa (e così, ancora una volta, il Politico.it riparte e rilancia), la nostra Désirée Rosadi. All&#8217;interno.<span id="more-53221"></span></p>
<p>La foto-simbolo, <em>di una ricercatrice al lavoro</em>, della narrazione del giornale della politica italiana sulla necessità di puntare sull&#8217;innovazione come stella polare di un nuovo sistema-Paese: caricata sul sito per la prima volta il 14 novembre 2009, <a href="http://www.ilpolitico.it/2010/02/05/24324/">il 5 febbraio 2010 accompagna il pezzo con cui il nostro direttore squarcia il velo dell&#8217;ipocrisia della nostra politica autoreferenziale</a>, ponendo per la prima volta il tema all&#8217;attenzione del dibattito pubblico. A inizio gennaio la svolta del governo, finita però &#8211; ad oggi &#8211; in un poco di fatto. Oggi l&#8217;Europa dà ragione a il Politico.it: la speranza è che con il coordinamento della Commissione &#8211; alla quale il presidente del Consiglio è molto sensibile &#8211; il processo che porti l&#8217;Italia a diventare la culla mondiale dell&#8217;innovazione possa finalmente partire</p>
<p>-</p>
<p><em>di</em> <strong>Désirée ROSADI</strong></p>
<p>Parlare, in questa stessa prospettiva, del processo di democratizzazione in atto nel mondo arabo &#8211; se con questa espressione è possibile racchiudere la molteplicità di storia ed esperienze politiche dei paesi che ne fanno parte, che vanno dal Marocco, fino all´Iraq, passando per Egitto e Libia &#8211; prevede necessariamente di fissare alcuni punti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La democrazia &#8220;civilizzatrice&#8221;</strong></p>
<p>Nonostante le recenti letture post coloniali, che superano i vecchi concetti di Oriente e Occidente e cancellano dal nostro vocabolario la distinzione tra civilizzatori e popoli &#8220;selvaggi&#8221;, ricercando invece origini e culture comuni tra i popoli del mediterraneo e dell´antica Mesopotamia, i grandi, gli storici, gli stati-potenze mondiali utilizzano il concetto di &#8220;democrazia&#8221; come passepartout.</p>
<p>Come se questa parola, al suo semplice suono, riesca ad infondere pace tra i popoli. E purtroppo non è così.</p>
<p>La democratizzazione di un paese attraverso la partecipazione popolare al voto e alle decisioni del governo deve essere necessariamente legata al rispetto dei diritti umani e al concetto di libertà. Questo vale soprattutto negli stati che, fino a ieri, erano governati da presidenti-dittatori, magari travestiti da colonnelli.</p>
<p>La &#8220;Primavera Araba&#8221; non è altro che l´inizio di questo processo di democratizzazione. Un´onda che non nasce da un´interferenza esterna, ma dal popolo stesso. Un popolo che sa di poter scegliere, votare rappresentanti che possano dare voce alle loro istanze, che non prendano in mano il potere senza applicare le riforme da loro richieste. Pretendono la loro democrazia rappresentativa. E non quella importata, modello Iraq: sette anni di occupazione militare straniera, elezioni truccate e inasprimento della violenza fra sunniti e sciiti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La loro democrazia</strong></p>
<p>È fondamentale, in questo momento, sostenere la necessità di un processo di democratizzazione all´interno di paesi che sono alla ricerca di un equilibrio politico e sociale. Il popolo lo chiede. Si tratta di un`esigenza che nasce sull´onda dei movimenti di liberazione. Un processo irreversibile, che vedrà scendere in campo nuove formazioni politiche e che incontrerà notevoli difficoltà nel suo assestamento.</p>
<p>Non esiste una ricetta comune alla democrazia. Le scelte che questi popoli compiono oggi rispecchiano la loro visione del mondo, la loro cultura e la loro religione. Costruire un sistema politico, sociale ed istituzionale che sappia far fronte alle infiltrazioni terroristiche, che difenda il territorio dalla speculazione, dalla corruzione e dallo sfruttamento esterno, non è un compito facile.</p>
<p>La &#8220;Primavera Araba&#8221; è il frutto di una volontà di voltare pagina da governi autoritari. Se andiamo a fondo nell´esperienza &#8220;rivoluzionaria&#8221; dell´ultimo anno, sono stati i giovani i veri protagonisti del cambiamento, con le loro richieste di libertà e uguaglianza. Da qui riparte la costruzione di un paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Perché democratizzare l´Islam?</strong></p>
<p>I cambiamenti repentini in seno ai paesi del nord Africa e del Medio Oriente hanno dato vita a varie interpretazioni del processo di democratizzazione.</p>
<p>Quella più ardita e di difficile comprensione è la teoria per cui è necessario democratizzare l´Islam.</p>
<p>Il concetto nasce dalla difficile gestione dei movimenti legati all´Islam radicale e del terrorismo di matrice religiosa. Da qui la necessità di &#8220;normalizzare&#8221; l´Islam, o meglio la sua applicazione politica.</p>
<p>Senza scendere in un giudizio sterile e banale sull´esperienza delle Repubbliche Islamiche (come l´Iran o l´Afghanistan), occorre specificare come i promotori della &#8220;Primavera Araba&#8221;, giovani, uomini e donne protagonisti del cambiamento, non chiedano di trasformare l´Islam in forma democratica.</p>
<p>C´è una notevole forzatura in questo tipo di lettura politica e sociale della sfera arabo-islamica praticata dalla nostra classe intellettuale. Come se la</p>
<p>religione islamica, in cui si riconosce la maggior parte della popolazione che vive tra il nord Africa e il paesi mediorientali, fosse portatrice di valori in conflitto con i concetti di uguaglianza e libertà.</p>
<p>Si può dire di più. La religione islamica è portatrice di valori ancor più elevati (come avviene per le altre religioni), come l´importanza della comunità, vista in senso solidaristico.</p>
<p>Un elemento che si rispecchia nel modello economico di tipo islamico, un sistema che molti studiosi di finanza ritengono valido per la risoluzione della crisi economica internazionale perché basato sulla condivisione di profitti e perdite.</p>
<p>Insomma, occorre saper distinguere i valori che una comunità può riconoscere come comuni e fondanti da quelli creati per alimentare odio e violenza.</p>
<p>In questo caso, possiamo sostenere a gran voce che non è l´Islam a doversi democratizzare, ma è il sistema democratico rappresentativo e partecipativo a dover attingere dai suggerimenti di quella cultura a volte arcaica, altre moderna e innovativa, e riportare al giusto equilibrio il rapporto tra religione e Stato.</p>
<p>Désirée Rosadi</p>
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		<title>Dopo l&#8217;(ennesima) Caporetto (di Genova) Non san &#8216;governarlo&#8217;, vogliono rifare Pci Cari Pigi, Massimo: (ma) Pd non è vostro Come non è (la) vostra (l&#8217;)Italia (! Di oggi) Se Pd &#8211; e l&#8217;Italia &#8211; sono dei (loro) giovani E la Politica è (ri, sì) costruire (ma) futuro E non riesumare (un) passato (ora finito)</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 10:37:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Provo vergogna per come l&#8217;Europa sta trattando la Grecia&#8221;, dice Bersani. Ovvero per la richiesta di sacrifici &#8220;immani&#8221; da far ricadere &#8211; direttamente &#8211; sui ceti popolari. E&#8217; questo il dilemma della sinistra (in Europa) oggi, si chiede Gad Lerner sul suo blog? Doversi snaturare &#8211; come Bersani sta poi facendo in Italia, dove appoggia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-53118" src="http://www.ilpolitico.it/wp-content/uploads/2012/02/Foto-Massimo-290x174.jpg" alt="" width="290" height="174" />&#8220;Provo vergogna per come l&#8217;Europa sta trattando la Grecia&#8221;, dice Bersani. Ovvero per la richiesta di sacrifici &#8220;immani&#8221; da far ricadere &#8211; direttamente &#8211; sui ceti popolari. E&#8217; questo il dilemma della sinistra (in Europa) oggi, <a href="http://www.gadlerner.it/2012/02/16/perche-sulla-grecia-nessuno-gli-da-retta.html" target="_blank">si chiede</a> Gad Lerner sul suo blog? Doversi snaturare &#8211; come Bersani sta poi facendo in Italia, dove appoggia un governo che ha la stessa <em>mission</em> e ha compiuto scelte simili, sia pure nella minor gravità della situazione, a quelle del suo collega greco Papademos &#8211; per assicurare la tenuta dei bilanci, senza poter assolvere &#8211; anzi, contraddicendo &#8211; quella che (si) ritiene essere la sua funzione (storica), redistribuire (<em>tout court</em> &#8211; ?) la ricchezza di/ in una nazione? Ebbene, questa contraddizione rischiava di non avere soluzione (?) fino a vent&#8217;anni fa. Quando non c&#8217;era il Partito Democratico. Il quale nasce per superare, in sé, questa &#8220;visione corta&#8221; e offrire alle persone &#8220;più deboli&#8221; la prospettiva di una (vera) &#8216;integrazione&#8217; &#8211; non solo <em>una tantum</em> e in forma di &#8220;elemosina&#8221; &#8211; in una società che abbia &#8211; semmai &#8211; &#8220;<a href="http://www.ilpolitico.it/2012/01/03/51561/">sempre meno persone bisognose di ricevere la carità e sempre più persone desiderose di farla</a>&#8220;. Consentire alla sinistra di tornare ad essere maggioritaria in un paese che negli ultimi quindici anni ha votato in maggioranza a destra; e (ri)costruire, così, la propria egemonia culturale, in una società (politica) che &#8211; prima di tutto con <em>questa</em> stessa sinistra (!) post(?)comunista(?) &#8211; si è progressivamente appiattita sulle (esclusive) tesi della destra. Il Partito Democratico è nato per superare l&#8217;ostilità di poteri forti, classi privilegiate, interessi vari &#8211; che tenderanno a non voler cedere mai, come non è mai avvenuto nel corso della storia, tanto meno nel secolo del comunismo, i propri benefici &#8211; offrendosi &#8211; in virtù della propria maggiore onestà e responsabilità &#8211; di agire più efficacemente degli altri per il bene di (tutto) il Paese, e, una volta riconquistato il potere, poter fornire a <span style="text-decoration: underline;">tutti</span> <a href="http://www.ilpolitico.it/2012/02/09/52865/">gli strumenti (in primo luogo Culturali) per ottenere la propria (definitiva!) &#8220;liberazione</a>&#8220;. Partendo, naturalmente, dai giovani di oggi, <em>plenum</em> della società di domani. Una liberazione ottenuta (appunto) con le proprie mani, grazie alla piena espressione (di sé/ in sé) di un (vero) principio di libertà (individuale). Che consenta una <em>crescita</em> (non solo economica) all&#8217;(intero. E non solo ad una parte &#8211; minoritaria di) Paese. Per questo, per il bene di tutti, il Politico.it non può accettare la &#8220;minaccia&#8221; di una &#8220;regressione&#8221; del Pd (quello vero, quello di cui abbiamo descritto il senso e tutt&#8217;oggi &#8211; non &#8211; &#8220;esistente&#8221; in &#8211; sola &#8211; potenza) in Pci (in cui consiste(?) in fondo già l&#8217;attuale Pd), che affrontiamo anche con le parole, che state per leggere, dei capi di Insieme per il Pd, l&#8217;associazione alla quale fa riferimento il deputato Democratico Sandro Gozi che si oppone alla deriva immaginata dall&#8217;attuale mag- gioranza del partito. <em>di G. MAESTRI e G. ROTONDO</em><br />
<span id="more-53090"></span></p>
<p><em>Nella foto, Massimo D&#8217;Alema: &#8220;Io non ci credo&#8221;, disse (del Pd) durante un convegno. Ma ricorda, Massimo, cosa tu stesso hai più volte riferito ti rispose tuo padre (lo diciamo con l&#8217;affetto, e il più che scontato rispetto, che abbiamo sempre provato per te) quando gli chiedesti se stavate facendo bene a trasformare il Pci in Pds</em></p>
<p>-</p>
<p><em>di</em> <strong>GABRIELE MAESTRI</strong> <em>e</em> <strong>GIUSEPPE ROTONDO*</strong></p>
<p><strong>Le parole sono pietre.</strong> Anche a non voler scomodare Carlo Levi, dovrebbe essere chiaro a tutti che le parole hanno un significato ben preciso, che merita di essere rispettato da chiunque, innanzitutto da chi le ha scelte e da chi le ha accettate. Così, se nel 2007 abbiamo scelto di chiamarci «Partito democratico», occorre avere ben chiaro il motivo per cui lo abbiamo fatto per cui vogliamo continuare a mantenere questo nome e, se del caso, a difenderlo.</p>
<p><strong>Non ci siamo chiamati «democratici» per assomigliare al partito degli Stati Uniti</strong> che porta lo stesso nome; non abbiamo scelto di chiamarci così per dire semplicemente che ci piace la gente, quella che ogni tanto discute, vota, va alle nostre feste e, tra una salsiccia e un bicchiere di vino, ci permette di raccogliere un po&#8217; di soldi per le nostre attività. Abbiamo deciso di chiamarsi «democratici» perché siamo convinti che le persone e le loro idee – quelle serie, importanti, che possono far stare meglio tutti – meritino il massimo rispetto e devono essere ascoltate: per questo, un partito è democratico se permette che, piantati alcuni paletti di base in cui dirigenti, iscritti e simpatizzanti si riconoscono senza problemi, sia proprio il suo «popolo», cioè la base, a decidere dove è giusto andare e, per quanto possibile, come arrivarci.</p>
<p><strong>Leggiamo in questi giorni di un «progetto per un nuovo Pd»,</strong> che dovrebbe ricostruire il nostro partito come «un grande Pse italiano». L&#8217;idea, per come è strutturata, non ci convince. Più che di un “nuovo PD”, la sezione Italiana del PSE sarebbe un ritorno ad un passato archiviato perché privo di strumenti culturali e quindi politici per interpretare la crisi delle nostre società e quindi proporre soluzioni efficaci capaci di ridare forza e speranza alla gran parte dei cittadini, presupposto per un nuovo ciclo di sviluppo culturale, sociale ed economico che porti ad una società più giusta , libera e solidale. Occuparsi di molti, non di pochi. Questo all’essenza è il significato di “sinistra” nella società contemporanea e non l’aderenza o meno a modelli e schemi del passato.</p>
<p><strong>Il Pd è nato per essere avanguardia di pensiero,</strong> idee, soluzioni, contaminazioni, ricerca per tutta la sinistra Europea in crisi ed in cerca di identità. Il liberismo selvaggio è frutto dell’incapacità del socialismo europeo di proporre alternative credibili e, di certo, non si esce dalla crisi attuale riproponendo il vecchio dualismo liberismo-socialismo. Ecco allora, che ritorno al passato, sezione del PSE, sarebbe un arretramento, una sconfitta di idee e proposte nuove non solo per i progressisti Italiani ma anche e soprattutto per il PSE stesso.</p>
<p><strong>Se qualcosa nel Pd deve essere cambiato (aggiornato, sistemato,…),</strong> a dirlo dev’essere la base, fatta di persone che ogni giorno vivono pienamente all&#8217;interno della società e conoscono, tutti INSIEME, i problemi da risolvere e le cose da fare. Se mutazione dev&#8217;essere, non può avvenire principalmente ad opera di funzionari e dirigenti del partito: essere democratici non vuol dire questo.</p>
<p>GABRIELE MAESTRI <em>e</em> GIUSEPPE ROTONDO*</p>
<p><em>*portavoce di <a href="https://www.facebook.com/pages/Insieme-Per-il-Pd/186931091622?ref=ts" target="_blank">Insieme per il Pd</a></em></p>
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		<title>Competere, sì, ma per tornare grandi -noi Ecco ch&#8217;accade dove si compete (e stop) E ora basta con ipocrisie sull&#8217;articolo 18 Vero intento società liberista (selvaggia) Giulia: Politica ora (ci) tuteli (nostra vita)</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 16:36:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-52990 alignleft" src="http://www.ilpolitico.it/wp-content/uploads/2012/02/thumbfalse1310542329576_475_280-290x144.jpg" alt="" width="290" height="144" />Perché il &#8216;sogno americano&#8217; è, per molti, un incubo. L&#8217;incubo di migliaia di persone cacciate dalle loro città &#8211; dai sindaci! &#8211; perché vanno in giro &#8220;con gli abiti puzzolenti&#8221; (Severgnini). (Ma) è proprio con la società &#8220;affidabile&#8221; di cui parla l&#8217;editorialista del <em>Corriere</em> (affidabile, per chi? Abbiamo &#8211; forse &#8211; &#8216;padroni&#8217; &#8211; ? &#8211; Maestri? Giudici che devono sancire la nostra &#8216;affidabilità&#8217; &#8211; nei loro confronti ? Noi siamo affidabili &#8211; ma sul serio &#8211; quando lo siamo (&#8216;solo&#8217;, o prima) con  noi &#8211; stessi, e dunque con l&#8217;Italia; e attraverso di essa con &#8211; &#8216;per&#8217; &#8211; il resto del mondo) che ci ritroveremo in quella stessa condizione (di in-stabilità). Quando invece noi abbiamo una (lunga) tradizione non della <em>dolce vita</em> &#8211; perché nessuno di noi, la fa, neppure i garantiti &#8211; ma della <em>vita bella</em>; quella in cui l&#8217;uomo viene prima delle cose e in cui si può ancora guardare negli occhi. Ecco: la società che Monti vuole costruire è esattamente quella basata su modello americano; non per nulla (ma davvero) &#8220;non siamo mai stati così vicini all&#8217;Italia&#8221;, ha detto (lo stesso) Obama. Ma un Paese così è un Paese che risponde solo ai suoi padroni: banche, potentati, società (reti &#8211; o cartelli? &#8211; di aziende. Spintamente) capitalistiche, che vedono nell&#8217;Italia non una terra sorella, ma un (possibile, e possibilmente sempre più &#8216;libero&#8217;. E/ ma &#8216;potenzialmente&#8217; &#8211; ? &#8211; &#8216;loro&#8217;) mercato. Ma se Monti vuole davvero cambiare la nostra vita (in &#8216;positivo&#8217;, auspicabilmente), perché vuol togliere l&#8217;articolo 18 ai giovani &#8211; <em>plenum</em> dei lavoratori di domani &#8211; senza toccare quello di chi ha già il posto? In questo modo, non si creerà (molto) più lavoro (oggi), ma quello di domani sarà tutto (ancora più &#8211; ?) precario. Perché non tocca il comparto pubblico, fonte principale dei (nostri &#8211; ?) sprechi? Perché il punto di riferimento del presidente del Consiglio sono i (soli &#8211; ?) mercati &#8211; che Monti va peraltro continuamente a &#8216;trovare&#8217; (nelle <em>city)</em>. E&#8217; un tecnico (? E&#8217; tecnica, o &#8211; cattiva &#8211; Politica, portarci verso una &#8211; &#8216;nuova&#8217;-? &#8211; società meno &#8211; in ultima analisi &#8211; libera?), d&#8217;accordo; ma non ci pare di averlo ancora mai rintracciato &#8211; ad esempio &#8211; al sud, tra la nostra gente. Priorità, cinquant&#8217;anni fa, di Alcide De Gasperi, e priorità ancora &#8211; e tanto più &#8211; oggi di un&#8217;Italia &#8211; e non di &#8216;una&#8217; &#8211; ? &#8211; banca &#8211; che voglia rimettersi in piedi &#8211; e non &#8216;ciascuno&#8217; di noi. E questo impone anche di non scontentare gli amici (e i figli) degli amici, annidati negli organismi (para)pubblici &#8211; fonte, come abbiamo detto, del principale e finora inviolato spreco colossale nazionale &#8211; perché in questo modo viene assicurata la permanenza in vita del suo governo (naturalmente gli amici di cui sopra sono i politicanti). Quando si compete e basta, può capitare che ci siano &#8211; ad esempio &#8211;  ospedali che dovendo sopra(?)-vivere, hanno bisogno (loro) di &#8216;accogliere&#8217; e &#8216;curare&#8217; (anche se non ne hanno bisogno &#8211; gli italiani) sempre più persone, pur di non vedersi tagliare spese, posti, e in ultima analisi lo stesso &#8216;intero&#8217; centro &#8211; e parliamo di ospedali pubblici &#8211; Ancora una volta non, nel nostro &#8216;interesse&#8217;, ma <em>per (un, proprio) interesse</em>. Ma la vita la viviamo noi e che gli interessi crescano non significa automaticamente che migliori la sua qualità. Il modo per fare i (nostri) interessi, al contrario, è aiutarci a crescere; sì, ma economicamente solo come conseguenza (proficua &#8211; in tutti i sensi) di un nostro arricchimento (individuale): ma non &#8211; solo &#8211; materiale; ma culturale. <a href="http://www.ilpolitico.it/2012/02/02/52452/">L&#8217;innovazione figlia della cultura e della formazione</a> come unica, possibile chiave di un&#8217;Italia che torna grande &#8211; lei, e non il capitalismo morente (e i suoi &#8216;capitani coraggiosi&#8217; &#8211; ?). E ora Giulia sulla (stessa) ipocrisia sul/ del(?)l&#8217;articolo 18.<span id="more-52985"></span></p>
<p><em>Nella foto, Giulia Innocenzi</em></p>
<p>-</p>
<p><em>di</em> <strong>GIULIA INNOCENZI</strong></p>
<p>Monti arriva tardi: i giovani non &#8220;devono abituarsi a non avere un posto fisso nella vita&#8221;, perché già ora quasi nessuno ce l&#8217;ha e quasi nessuno lo sogna. Monti deve rivolgersi ai sindacati e a quei partiti che ipocritamente hanno scaricato tutta la flessibilità su di noi, raccontandoci prospettive di un mondo che non esiste più. Basta descriverci come i bamboccioni che aspettano il posto fisso: pensate invece a darci le tutele che devono accompagnare la flessibilità, e subito.</p>
<p>GIULIA INNOCENZI</p>
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		<title>Inno alla gioia di Beethoven Inno Europa (Ri)suoni(amolo) insieme a canti nazionali Viaggio in Italia atto d&#8217;amore per &#8220;noi&#8221; (!) Facciamo leggere Goethe (nuovi) italiani Europa tornerà ad essere culla (di) civiltà</title>
		<link>http://www.ilpolitico.it/2012/02/10/52936/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 15:29:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-52942 alignleft" src="http://www.ilpolitico.it/wp-content/uploads/2012/02/Foto-Ludwig-Johan-290x148.jpg" alt="" width="290" height="148" /><strong>(E noi siamo la Politica, quelli che tirano le fila, quelli che vanno in gol, che fanno la Sintesi &#8211; come abbiamo fatto noi oggi, ora, qui).</strong> Ecco che cosa intendiamo quando parliamo del Vecchio continente come culla dell&#8217;umanesimo. Sappiamo tutti, ovviamente, che le nostre terre sono i luoghi in cui è nato e si è sviluppato il (libero) pensiero (illuministico), innervato e traendo origine (e non contrapponendosi! Quale tremendo equivoco) dal cristianesimo. Entrambi &#8216;figli&#8217; anche della concezione filosofica (cioè della &#8211; ricerca della &#8211; verità!) dell&#8217;antichità greca della conoscenza come chiave per (ri)dare dignità alle nostre vite. Ebbene, ciò è vero in quanto tutto ciò non è limitato (ovviamente) ad un piano formale e simbolico, bensì affonda le proprie radici nell&#8217;etica. Ovvero nel modo di pensare (la nostra vita). La <em>nona sinfonia</em> di Beethoven si chiama Inno alla gioia non per caso: ed è ad una civiltà della gioia (così ri-definita da Fabrizio Ulivieri), appunto, positiva, che miri a costruire il futuro e non a salvarsi (semplicemente) dalle insidie del Tempo che sta la ragione fondante dello spirito europeo. Ed è per questo che sentirlo (ri)suonare accanto al nostro splendido &#8211; ma chi è che dice che si tratta solo di un motivetto? L&#8217;avvertite la carica, sincera, di generoso patriottismo? Qualcuno che non conosce, <em>in tutti i sensi</em>, la Storia - Inno di Mameli, fonte di ispirazione per ogni italiano che voglia tornare a dare tutto &#8216;per&#8217; la propria nazione (e cioè, &#8216;attraverso di essa&#8217;, per se stesso e per tutti gli altri nostri fratelli del mondo), favorirà l&#8217;Europa (unita) più di qualsiasi mercato (interno). Ma ancora più patriottico è, ed in apparenza &#8211; ma solo in apparenza &#8211; si tratta di un paradosso, il diario dell&#8217;agognato, e finalmente compiuto, viaggio nel nostro paese del padre della cultura tedesca (e non solo). Goethe desiderava sin da bambino visitare l&#8217;Italia e in particolare Roma, &#8216;capitale del mondo&#8217; (come la ri-chiamava lui e come intendiamo tornare presto a richiamarla, non solo per rievocarla e &#8216;prepararla&#8217;, anche noi). Quando la vide percepì subito la grandezza che il patrimonio che ci era (già) stato lasciato dai nostri avi infondeva in ogni spirito che l&#8217;ammirasse con la sensibiità &#8211; data dalla cultura &#8211; per poterlo Ascoltare. E, ad un tempo, il grande poeta tedesco già si accorgeva dei primi (? In realtà il nostro direttore ha già <a href="http://www.ilpolitico.it/2012/01/26/52245/">ricostruito</a> in modo diverso &#8211; rispetto a questa definizione di &#8216;inizio&#8217;, non da Goethe, naturalmente &#8211; da questo punto di vista, la nostra Storia) segni del nostro decadimento, &#8216;piangendo&#8217; per la Bellezza (di Roma) progressivamente rovinata (con le nostre mani). Ebbene, leggere <em>Viaggio in Italia</em> &#8211; scritto, appunto, da un cittadino &#8211; allora &#8211; di un altro (?) Paese &#8211; consente (proprio per questo!) di riprendere coscienza, e di riallacciare un rapporto, con i fili della nostra storia e della nostra identità. E, senza imposizioni, ma proprio per la bellezza di (ri)scoprir(lo/)ci, andrebbe fatto leggere a tutti. A cominciare dai nostri giovani (nelle scuole! Ma, di nuovo, senza tedianti imposizioni. Al contrario!), e da quei migranti che Matteo Patrone ha già <a href="http://www.ilpolitico.it/2012/01/03/51043/">indicato</a> come i possibili co-fautori, e innervatori decisi, del nostro possibile Risorgimento, che da Goethe, prima ancora che da &#8216;noi&#8217;, possono cogliere il respiro della nostra anima (nazionale ma in un senso, appunto, aperto). Il che non deve (più in generale) in nessun modo sorprenderci: perché quella di cui parliamo non è la cultura (italiana), ma la Cultura (occidentale, ma non solo). E la cultura (occidentale) è la cultura europea. Il pensiero greco, abbiamo detto, fino all&#8217;illuminismo (passando per i valori della rivoluzione francese e di Napoleone) sulla traccia sicura del Cristianesimo. Fino all&#8217;avvento dell&#8217;inglese (con gli Stati Uniti) e dell&#8217;impero dell&#8217;economia. Ecco: far (ri)suonare l&#8217;<em>Inno alla gioia</em> di Ludwig e leggere <em>Viaggio in Italia</em> di Wolfgang, può ridarci il senso di un cammino da (re/)intraprendere. e quindi &#8220;facciamolo&#8221;. Subito. Per salvare l&#8217;Europa (così, sì, davvero&#8230;) ed evitare di (dis)imparare &#8211; soltanto, s&#8217;intende &#8211; a &#8216;competere e a concorrere&#8217;, mentre il mondo muore di una competizione sfrenata di chi ha a cuore (?) soltanto il proprio arricchimento (? Sì, ma materiale).<br />
<span id="more-52936"></span></p>
<p><em>Nella foto, a sinistra Ludwig van Beethoven, a &#8216;destra&#8217; Johan Wolfgang von Goethe</em></p>
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		<title>Basta presidenti di Consiglio economisti Monti: &#8220;Cambierò la vita (?) degli italiani&#8221; Come? &#8216;Abituarli competere-concorrere&#8216; Ma Gesù non dice: competi prossimo tuo L&#8217;economia da sola non salverà l&#8217;Europa (In più da crisi -per-stessa- economi(c)a) E&#8217; cultura chiave di nuovo Rinascimento Come ci insegnò Olivetti cinquant&#8217;anni fa Torneremo ad essere la culla della civiltà</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 20:26:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non ricordiamo, tra gli insegnamenti di Cristo, uno in particolare che riguardi il libero mercato. Anzi: se non ricordiamo male, fu Gesù a cacciare i mercanti dal tempio. E Giovanni Paolo II disse: aprite le porte a Cristo. E non ad un venditore di polizze o di obbligazioni finanziarie. E pare che sia proprio stata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-41818 alignleft" src="http://www.ilpolitico.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-adriano-olivetti-290x219.jpg" alt="" width="290" height="219" />Non ricordiamo, tra gli insegnamenti di Cristo, uno in particolare che riguardi il libero mercato. Anzi: se non ricordiamo male, fu Gesù a cacciare i mercanti dal tempio. E Giovanni Paolo II disse: aprite le porte a Cristo. E non ad un venditore di polizze o di obbligazioni finanziarie. E pare che sia proprio stata l&#8217;economia, a portarci nella condizione &#8211; di crisi &#8211; attuale. L&#8217;economia stravolta rispetto alla propria funzione originale: che non è quella di &#8216;governo del mondo&#8217; &#8211; sia pure nella versione <em>soft</em> di un esecutivo di professori, con la loro deformazione umanistica &#8211; ma di regolazione (!) degli scambi commerciali, per concorrere ad un funzionamento del sistema-pianeta e non per sostituirlo: il governo del mondo è la Politica; e oggi la Politica vede una sola via d&#8217;uscita &#8211; o, meglio, di rilancio - per le nostre vite: e quella via d&#8217;uscita è la stessa che Adriano Olivetti &#8211; in Italia! &#8211; offerse a se stesso e ai propri dipendenti, trasformando la sua azienda &#8211; ad un tempo &#8211; in un luogo di crescita (culturale e &#8211; quindi &#8211; spirituale!) dei suoi collaboratori, e di <em>crescita</em> (economica! <a href="http://www.ilpolitico.it/2012/01/26/52237/">Perché è ridando valore e &#8211; alti &#8211; scopi alle persone</a> che anche il livello materiale può tornare ad essere efficiente, e produttivo, e in ultima analisi ritornare sotto il segno più. Magari con una doppia cifra a seguire). &#8220;La cultura non si mangia&#8221;, disse (volgar- mente) Giulio Tremonti. Infatti è lui il ministro dell&#8217;Economia che ha accompagnato gli ultimi passi dell&#8217;Italia verso il baratro (nonostante alcuni mesi di gestione &#8211; ma solo economica! E &#8220;difensiva&#8221; &#8211; maggiormente &#8220;oculata&#8221; &#8211; ?). E in effetti la cultura non si mangia, ma può dare da mangiare. Olivetti stessa è uno degli esempi (in tutti i sensi) di azienda protagonista del nostro <em>boom</em>, e ancora oggi lascia il segno (a distanza di cinquant&#8217;anni!) sul suo settore di competenza, in particolare quello tecnologico. Dopo avere scritto &#8211; non &#8216;dimentichiamolo&#8217; &#8211; un pezzo di storia dell&#8217;umanità, proprio grazie alla cultura, che consentì ad una squadra di genii (resi tali da un clima &#8211; culturale &#8211; tale da favorire la collaborazione e il miglior rendimento &#8220;reciproco&#8221;) di inventare il primo pc. E ne sanno qualcosa i giovani arabi, se è vero che è grazie ad un pc (ad una serie di pc), ad internet, ma soprattutto ai contenuti trasmessi attraverso queste reti, che oggi tornano a vedere una prospettiva per le loro vite (individuali e di popolo), dopo il &#8216;ritorno&#8217; &#8211; da loro (ri)conquistato &#8211; alla democrazia. In questo pezzo del marzo 2011, il nostro direttore tirò le somme di una serie di elaborazioni riguardo al possibile ruolo della cultura nel nostro nuovo Rinascimento, proprio a partire dalla Primavera araba. Ve lo riproponiamo &#8211; anche ad un presidente del Consiglio troppo vezzeggiato dai centri &#8211; non a caso &#8211; dell&#8217;economia mondiale &#8211; per ricordare che la cultura non si mangia, ma grazie alla cultura (&#8220;popolare&#8221;, diffusa) si può (tornare a) vivere, e salvare, (solo) così, la culla (appunto) della cultura occidentale e dell&#8217;umanità: l&#8217;Europa. A partire da quella che è stata e tornerà ad essere la sua testa (pensante): l&#8217;Italia.<br />
<span id="more-52865"></span></p>
<p><em>Nella foto, Adriano Olivetti</em></p>
<h3>Il mondo arabo si è (già) democraticizzato L’ha fatto nell’anima (del proprio popolo)E il merito non è di bombe ma di internet E trasferiscono in politica ‘nuova’ cultura Che è figlia (direttamente) di conoscenza Usiamola per (ri)generare il nostro futuro</h3>
<p>-</p>
<p><em>di</em> <strong>MATTEO PATRONE</strong></p>
<p>Ecco che cosa intende il giornale della politica italiana quando parla di rivoluzione cuturale, anche (soprattutto!) per il nostro Paese. Ecco com’è avvenuta la reazione anti-culturale provocata da trent’anni di incidenza, prima “culturale” poi (raccogliendo i frutti) direttamente politica del presidente del Consiglio. Viviamo nell’era della comunicazione, che non è semplice (maggiore) opportunità di scambio di “messaggi” ma la creazione – proprio per la sua “facilità”, anzi, la naturalezza dell’espressione e della messa in circolo – di un grande vaso comunicante universale. L’acqua contenuta nel vaso sono le idee, i sogni, l’intelligenza. In una parola: la cultura. Ma non, la piattaforma ideologica di una nazione o di un continente. Bensì l’espressione dell’anima (di un popolo; dell’umanità) e la sua (progressiva) civilizzazione (ovvero tensione all’arricchimento). L’uomo anela, abbiamo (già) scritto, alla cultura, all’intelligenza; e quando il progresso ha offerto – ora anche ai popoli islamici – la possibilità di abbeverarsi senza soluzione di continuità a questa fonte inebriante, ma nel senso della (ri)scoperta della lucidità, coloro che avevano accesso a questa fonte, che potremmo davvero definire dell’Eterna giovinezza, o dell’eterno ritorno alle origini, hanno cominciato a “con-petere” per arricchirsi nella stessa maniera, e crescere, e (ri)conquistarsi così la stessa libertà. Quando la condizione dell’anima (individuale, e di popolo) è stata tale da non poter più sopportare i lacci che la situazione politica dei loro Paesi (e culturale, ma in questo caso nell’altro senso dell’ideologia al potere) imponeva loro, sono scoppiate – a partire da una scintilla, è proprio, purtroppo – ? – il caso di definirla così – le rivoluzioni. E siccome anche altri popoli meno (per il momento) “pronti” avevano tuttavia avuto ugualmente la possibilità di abbeverarsi a quella fonte, ecco che l’intero mondo arabo ha subito uno scossone, lo scossone della Libertà e, quindi, della democrazia. Altro che, come sostiene invece il deputato Pdl Lehner, esista un “muro” tra noi e quei popoli. Siamo figli dello stesso Dio, e, quando siamo messi nella condizione di farlo, aneliamo (appunto) allo stesso strumento/obiettivo (parziale – ?): l’arricchimento dell’anima, la Bellezza. La chiave di tutto questo ha un solo nome: conoscenza. Cultura. Mentre i popoli mediorientali accedono “per la prima volta” (nella – nostra – modernità) a questo bene prezioso, è necessario che chi ne dispone da più tempo e con ancora maggiore consapevolezza si faccia carico di prepare il passo ulteriore, che è il ritorno ad una (ulteriore) dimensione etica e filosofica (collettiva). Ed è (per noi inevitabilmente, o comunque “necessariamente”) l’Italia, culla della civiltà, a potersi dare questo compito: quello di ricreare le condizioni per una (ri)generazione di futuro, nel sapere dove e perché vogliamo andare. E quindi come. La rivoluzione culturale, che restituisca a tutti i nostri connazionali il desiderio della conoscenza, dello studio, che rifaccia per ciascuno di noi della cutura il nostro ossigeno, la chiave della nostra quotidianità, è ciò che può liberare – come sta facendo nel mondo arabo, ad un altro, per il momento, “livello” – il genio per la costruzione del futuro. Abbiamo fatto esattamente l’inverso per trent’anni; ed ecco che ci siamo involuti. Anche se rimane un blocco inossidabile di ricchezza: quella in cui consiste il nostro valore intrinseco, figlio di una lunga tradizione, e per questo duro da vincere. Disarmiamoci rispetto a questa “battaglia”, e recuperiamo il senso della sfida. Il senso del “progresso”, ma nel senso dell’evoluzione e dell’arricchimento. In una parola: della (nuova) civilizzazione. Dopo l’era della comunicazione, verrà quella del ritorno alle origini. Facciamo che non sia il frutto di – per esempio – un disastro nucleare, ovvero che non consista nell’azzeramento, come “vorrebbe” (o tenderebbe a determinare) una parte di questa destra italiana irresponsabile, bensì il frutto del compimento dell’umanità. (Ri)creiamo la (nuova) civiltà (del futuro), adesso, partendo dalla culla dell’attuale: l’Italia.</p>
<p>MATTEO PATRONE</p>
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		<title>Ora Silvio sta solo p(r)en(/r)dendo tempo Se riforme istituzionali devono essere(?) che rispondano a (reali) esigenze Paese (Vero) tema non è bipolarismo(?) sì o no L&#8217;Italia ritrovi sua vocazione (nazionale) E Camera sia l&#8217;assemblea che la esprime Mentre il Senato diviene &#8220;delle Regioni&#8221; Deputati eletti su base (&#8216;solo&#8217;) nazionale E campagna sia &#8216;incalzata&#8217; da/su Internet Così si cancellano lobbies e clientelismo E si restituisce a Politica proprio respiro</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 22:36:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-52760 alignleft" src="http://www.ilpolitico.it/wp-content/uploads/2012/02/Senato-romano-290x180.jpg" alt="" width="290" height="180" />Un tema, quello delle &#8220;riforme&#8221; (?), su cui la nostra politica autoreferenziale di oggi é ferratissima (?). Ma qual è, oggi, la piu’ grande esigenza del Paese, in rapporto alla sua (classe) Politica? &#8220;Solo&#8221; riavere l&#8217;elezione diretta dei (propri) rappresentanti? O anche assicurare che ciò avvenga al di là di ogni rapporto elettorale (o, meglio, elettoralistico) opaco e anti-politico? E restituire alla classe dirigente la capacità di (ri)generare il futuro (della nazione), e non solo di curare gli interessi (particolari) di un (singolo) territorio? Questa, peraltro, è la Politica: partire da un&#8217;idea di fondo, basata su di una ricognizione efficace delle reali necessità del Paese (e, quindi, della &#8211; sua &#8211; Politica, e dei suoi &#8220;sistemi&#8221;), e da essa &#8211; e non il contrario &#8211; far discendere le specifiche ricette. Nell&#8217;ambito di un&#8217;organizzazione e di un progetto complessivo e organico, quale il giornale della politica italiana sferza la politca politicante a ricercare da tempo. E vale anche (se non appare palesemente chiaro che valga soprattutto in questo caso, in cui si parla in origine di intervenire su di un &#8220;sistema&#8221;, già in essere, costitutivamente, come tale) per le riforme istituzionali. Il resto si chiama tecnica (quando è comunque morale e onesta e responsabile), oppure semplice &#8220;pastrocchio&#8221;. Spesso, concepito per mantenere in essere propri interessi (parziali, quando non personalistici o addirittura privati). Parliamo di quelli di un&#8217;intera classe &#8220;dirigente&#8221; (?), che punta alle riforme per restituire (?) linfa (?) a se stessa, ma in questo modo senza, appunto, avere nemmeno lontanamente (?) idea di ciò che serva all&#8217;Italia. E dell&#8217;ex presidente del Consiglio, che &#8211; a sua volta &#8211; (ci) sembra pensare semplicemente (come fa ogni volta che propone un &#8216;tavolo&#8217;) a guadagnare tempo e/ per recuperare consensi (lo fece anche con Veltroni a governo Prodi in carica. &#8220;Sia pure&#8221; &#8211; in quel caso &#8211; su proposta di Walter. Prodi, puntualmente, cadde&#8230;), in vista di un&#8217;auspicata vittoria (oggi teoricamente difficile, ma solo allo stato attuale delle cose) alle prossime elezioni. Ma di questo abbiamo già parlato ieri. Affrontiamo ora comunque &#8211; come se non fosse questa la platea di addetti ai lavori &#8220;interessati&#8221; (ahinoi, in tutti i sensi. E per questa stessa ragione lo proponiamo!) &#8211; il merito delle riforme. E lo facciamo, come sempre, Politicamente; a partire da una concezione complessiva e scendendo poi ad indicare, in dettaglio, le possibili &#8220;ricette&#8221; &#8216;attuative&#8217;. Avvertenza: ad una classe politica del secolo scorso, quale quella oggi al potere, alcune formule &#8211; come quella di una campagna elettorale immaginata &#8220;solo&#8221; (o in larghissima parte) su internet, in un confronto diretto e molto più onesto (e stringente) con i cittadini; o di un sorteggio per definire i confronti a due tra i candidati solo nazionali &#8211; potrà risultare astrusa e dura da digerire; ma questo &#8211; per chi non l&#8217;ha compreso &#8211; è il (possibile, e secondo noi auspicabile) futuro. E&#8217; anche in questo modo che il giornale della politica italiana, ancora una volta, vuole inverare la propria promessa &#8211; il proprio impegno &#8211; di contribuire (in modo decisivo) a ri-fare del nostro Paese la culla della civiltà.<span id="more-52731"></span></p>
<p><em>Nella foto, il Senato della Roma repubblicana</em></p>
<p><em>-</em></p>
<p><strong>Premessa:</strong> la crisi della politica dipende dalla crisi culturale del Paese e non solo, e non si risolve con la tecnica ma con una iniezione di Politica (cioè agendo &#8211; direttamente &#8211; per/ &#8220;su&#8221; il Paese, e non sostituendo i tecnici nell&#8217;organizzare il sistema &#8211; e viceversa).</p>
<p><strong>E tuttavia un intervento di riforma delle istituzioni può essere utile (anche) in questo senso.</strong></p>
<p><strong>Ma non nel modo</strong> &#8211; e, appunto, per le &#8221;ragioni&#8221; (?) &#8211; concepito dai politicanti.</p>
<p><strong>L&#8217;obiettivo primario è restituire</strong> &#8211; con la tecnica non si fa (ma con) la Politica &#8211; la &#8220;vocazione nazionale&#8221; (invocata &#8211; anche &#8211; dal presidente Napolitano) alla nostra rappresentanza. Senso della nazione &#8211; o, anche, &#8220;dello Stato&#8221; &#8211; chiave imprescindibile di ogni impegno alto, onesto e responsabile.</p>
<p><strong>E ciò si ottiene esattamente nel modo opposto che nel &#8220;ridare&#8221; (in &#8220;pasto&#8221; &#8211; ?) i deputati al territorio!</strong></p>
<p><strong>Perchè ciò è fonte di corruzione e clientelismo</strong> e non di democrazia.</p>
<p><strong>Ciò si può fare</strong> &#8211; al contrario &#8211; restituendo al Paese la facoltà di scegliere i suoi rappresentanti. Ma al Paese! (e non &#8211; appunto &#8211; &#8220;al paese&#8221;). Nella sua complessità e generalità.</p>
<p><strong>Bene.</strong> Cinquant&#8217;anni fa naturalmente questa possibilità sarebbe apparsa improbabile non solo agli autoreferenziali. Ma nell&#8217;era di internet e della comunicazione, in luogo di immaginare scivolosi e inutili trasferimenti dell&#8217;atto di votare dalle cabine elettorali alla Rete, molto meno (in)visibile e soggetta a possibile inquinamento &#8211; &#8220;specie&#8221; nel caso di un momento delicato come quello - perché non dovremmo utilizzare internet per consentire una campagna elettorale <em>sine loco</em> a candidati (appunto) &#8220;del Paese&#8221; (da subito, anticipando ciò che peraltro diventerà naturale in seguito)?</p>
<p><strong>Il Senato</strong>, dicono gli autoreferenziali di oggi, sia trasformato in “camera delle regioni”. Benissimo. Cio’ avvenga, naturalmente, consentendo una diretta rappresentanza – qui, anche, si’ – dei singoli territori in quella assemblea; e dunque piccoli collegi uninominali. Ma se il Senato diventa &#8220;dei territori&#8221;, perche’ la Camera deve restare un ibrido? Perche’ non dovrebbe vedere compiuta finalmente la propria vocazione originale, (ri)diventando l’(alta) camera delle leggi (&#8220;generali&#8221;) ma in una chiave complessiva, prospettica, strategica e nazionale? Come (in parte, anche) ai tempi del Senato romano?</p>
<p><strong>Per essere sicuri che le campagne elettorali affrontino il merito delle questioni </strong>e si svolgano nell&#8217;interesse del Paese, immaginiamo ”confronti diretti” – secondo la formula dell’uninominale – tra (&#8220;coppie&#8221; di) due candidati nazionali, sottoposti al voto dell&#8217;intero suffragio universale, libero (ciascuno di noi) di scegliere di esprimersi su (ma anche in &#8211; ?) uno tra i diversi &#8220;duelli&#8221; (consentendo tra l&#8217;altro anche un successivo diretto &#8216;confronto&#8217; &#8211; assoluto &#8211; tra le &#8216;preferenze&#8217; raccolte da ciascun neo-deputato). <strong>Lo spostamento della campagna su internet &#8211; <em>condicio sine qua non</em> per non trasformare il tutto in un (altro, dopo l&#8217;attuale) <em>reality show</em> -</strong> associata naturalmente ad una necessaria presenza “fisica” sul territorio nazionale, e alla visibilità televisiva a quel punto assicurabile in eguale (e limitata) misura a tutti i candidati &#8211; e con forti limitazioni anche alla possibilità/ necessità di (auto)finanziamento &#8211; imporrà in modo stringente – incalzati, i candidati, dalla Rete – di discutere di soli contenuti. Confronti a due semplicemente, in mancanza di un “riferimento” territoriale, sorteggiati tra i 500-600 candidati che – nello spirito dell’uninominale – saranno giunti al secondo turno.</p>
<p><strong>Fatta una selezione preliminare sulla base delle firme raccolte o di un altro criterio (magari) piu’ democratico ed affidabile</strong> &#8211; che ora non ci occupiamo di indicare - le “primarie” avvengano nelle stesse modalità del secondo turno, ma tra un numero – ovviamente – maggiore di candidati rispetto all&#8217;1 vs 1 del turno successivo. E tra tutti i candidati indipendentemente da, anche qui, la loro &#8220;appartenenza&#8221; (?). Non dovrebbe infatti essere contemplata la sola &#8220;appartenenza&#8221; all&#8217;(intera) nazione?</p>
<p><strong>In un Paese in cui si possa fare Politica nel suo solo interesse,</strong> almeno alla Camera &#8211; ma, perciò, a cascata, anche al Senato, nonostante, qui, i &#8211; persistenti e, anzi, (ri)consolidati &#8211; legami territoriali - rischiano di non esserci più non solo corruzione (?) e clientele, <em>lobbies</em> e potentati, ma persino partiti e liste elettorali. ﻿Bensì solo contenuti (progetti, e programmi) e candidati, finalmente &#8211; davvero &#8211; liberi da &#8220;vincoli (ma &#8211; &#8220;comunque&#8221; &#8211; parziali) di mandato&#8221;. Il che rende evidentemente la proposta di difficile (di)gestione da parte dell&#8217;attuale classe &#8220;dirigente&#8221; (?), a tutte queste soprastrutture arroccata; ﻿﻿e va, invece, nel senso di una &#8220;Politica dei cittadini&#8221; come(, appunto,) nell&#8217;esempio (anche) della <em>polis</em> greca. &#8220;Diffusa&#8221;, grazie ai mezzi di comunicazione di massa, nazionalmente.</p>
<p><strong>Prospettiva come minimo innovativa (!).</strong></p>
<p><strong>Ma la Politica (non) deve limitarsi a &#8220;fotografare l&#8217;esistente&#8221;,</strong> come recita una (efficace) formula di chi, ad esempio, pone il proprio veto al riconoscimento delle coppie di fatto, (o) Politica è costruzione del futuro, a tal punto da saper riconoscere che &#8211; davvero! &#8211; il futuro dipende (anche &#8211; ?) dalla Politica &#8211; e dai suoi sistemi &#8211; e che non ci potrà essere un futuro (diverso) se diversa non sarà la Politica, ovvero se non supererà le sue distorsioni (&#8220;peggiori&#8221;), ma anche parzialità, personalismo, priva(tizza)zione(?)</p>
<p><strong>E sia ben chiaro che per quanto accentuando,</strong> “programmaticamente”, la responsabilità individuale, questa bozza di riforma non va affatto nel senso del presidenzialismo (almeno in un primo momento), ma, al contrario, rigenera la democrazia parlamentare. E, con essa, auspicabilmente &#8211; e non solo propagandisticamente &#8211; la (nostra) Politica.</p>
<p>P.s.: Il governo, frutto dell&#8217;elezione diretta o meno del presidente del Consiglio, sarà formato &#8211; ed agirà &#8211; secondo le stesse logiche nel solo interesse del Paese. Ed avrà o non avrà i voti &#8211; dei &#8220;singoli&#8221; parlamentari &#8211; sulla base della funzionalità o meno dei propri provvedimenti a perseguire il bene della nazione.</p>
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		<title>Caro Pigi, ecco a cosa andiamo incontro Monti come Dini nel &#8217;95. Ma ora pro Silvio Il governo ha (ri)messo in sicurezza conti E democrazia richiede pur sempre il voto Togli il (tuo) sostegno prima che sia tardi Qui progetto/programma per (nostro) Pd</title>
		<link>http://www.ilpolitico.it/2012/02/07/52679/</link>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 11:02:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ebbene sì. Il governo Monti rischia di diventare per il centrodestra ciò che il governo Dini rappresentò per il centrosinistra nel &#8217;95. E, quel che è peggio, a parti (doppiamente) invertite. Perché nel &#8217;95 l&#8217;esecutivo presieduto dall&#8217;ex direttore generale della Banca d&#8217;Italia fu il frutto di un ribaltone (ispirato dal presidente Scalfaro, a cui va il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-52682 alignleft" src="http://www.ilpolitico.it/wp-content/uploads/2012/02/pier_luigi_bersani_ansa-290x181.jpg" alt="" width="290" height="181" />Ebbene sì. Il governo Monti rischia di diventare per il centrodestra ciò che il governo Dini rappresentò per il centrosinistra nel &#8217;95. E, quel che è peggio, a parti (doppiamente) invertite. Perché nel &#8217;95 l&#8217;esecutivo presieduto dall&#8217;ex direttore generale della Banca d&#8217;Italia fu il frutto di un ribaltone (ispirato dal presidente Scalfaro, a cui va il nostro ricordo), che pose fine alla prima esperienza a Palazzo Chigi del Cavaliere e assicurò &#8211; poi &#8211; la vittoria alle elezioni di un anno e mezzo dopo della sinistra. Che nel &#8217;95, caduto Berlusconi per mano di Bossi, aveva bisogno di riorganizzarsi; e di trovare un candidato vincente. Quell&#8217;anno D&#8217;Alema fece un uno-due che rimarrà negli annali della politica politicista (?): ricucì (un rapporto. E una, conseguente, alleanza) tra sinistra riformista e centro cattolico progressista; e trovò in Romano Prodi l&#8217;uomo che avrebbe portato i post (?) comunisti al governo per la prima &#8211; e poi anche una (breve) seconda &#8211; volta nel corso della loro storia. Fu così che il periodo di governo del centrosinistra &#8211; cominciato di fatto con Dini, che fu decisivo (al punto da entrare poi nella squadra di Massimo neo-presidente del Consiglio, nel &#8217;98) per dare al Pds il tempo di riorganizzare il fronte progressista &#8211; potè proseguire, sia pure in modo incompiuto per ciò che riguarda il possibile cambiamento (Politico. Del Paese), fino al 2001. Oggi tutto questo rischia di ripetersi ma a favore della destra: Berlusconi, andando al voto in primavera &#8211; e tanto più pochi mesi or sono, quando però le condizioni economiche dell&#8217;Italia non consentivano responsabilmente di propiziare questa &#8216;avventura&#8217;; ma oggi, grazie naturalmente a Monti, sì &#8211; avrebbe (ancora) difficoltà a riproporsi in chiave vincente; ma cosa accadrà tra dodici mesi, per di più se la linea dell&#8217;esecutivo dei professori tenderà a premiare sempre più &#8211; e, così, a (pure, peraltro, com&#8217;era auspicabile) ri-generare &#8211; una visione e un programma di cultura politica (giudica ad esempio Amenduni su Fb) &#8216;di destra&#8217;? La riforma (?) del mercato del lavoro immaginata da Monti non è ciò che serve all&#8217;Italia, e rappresenterebbe davvero un peccato (Politico; grave) regalare altri cinque anni (almeno) ad una gestione a rischio di essere poco onesta e responsabile come quella che i pur eredi del Cavaliere &#8211; e non ancora la destra che pure tutti sogniamo possa tornare a competere anche da noi &#8211; finirebbero per offrire, con le proprie, stesse mani. Fino ad oggi al centrosinistra è mancato il progetto, e un programma. Ma il giornale della politica italiana &#8211; i cui spunti sono ormai unanimemente riconosciuti per la loro autorevolezza e largamente seguiti e ascoltati &#8211; non elabora, ormai da mesi, contenuti Politici per un esercizio fine a se stesso; e, sia pure in una prospettiva che noi auspichiamo maggiormente unitaria (ma del Paese, e non delle forze politiche politicanti di oggi), è chiaro che si tratta di contenuti ispirati ad una sensibilità progressista. Allora, caro Pigi, eccoli ancora una volta a tua (nostra) disposizione: il <a href="http://www.ilpolitico.it/2012/01/30/52352/">progetto</a>, il <a href="http://www.ilpolitico.it/2012/01/31/52392/">programma</a>, e persino <a href="http://www.ilpolitico.it/2010/12/06/40386/">un (possibile) governo</a> (con &#8216;nuovo&#8217;, rigenerato programma). Il momento, se ci credi, è adesso; fra un anno rischia di non essere più. Quello del centrosinistra.</p>
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		<title>Ma Martone e Monti si contraddicono (?) Primo: &#8220;Ragazzi, a lavorare, non studiate&#8221; Secondo: &#8216;Basta col posto di lavoro fisso&#8217; Ma che fine fa (così) chi non ha studiato quando si ritrova a (ri)perdere il lavoro? No a buonismo, ma nemmeno terrorismo Siamo donne/ uomini e non &#8216;consumatori&#8217; Una società di responsabilità e creatività Cui scelte servano a fare il bene. Di tutti Senza passione (umana) non si fa Politica</title>
		<link>http://www.ilpolitico.it/2012/02/06/52566/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 21:02:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copertina1]]></category>
		<category><![CDATA[buonismo]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Martone]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[La destra ha vinto la propria battaglia storica. Anche grazie alla collaborazione dei marxisti. Al centro della nostra vita oggi c&#8217;è il consumo. E alla possibilità di averlo, individualmente e collettivamente (la crescita), dobbiamo piegare ogni nostra scelta, ogni altra istanza, ogni nostra potenzialità. Non importa se ciò poi genera mostri (e mostruosità &#8211; televisive [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-52574" src="http://www.ilpolitico.it/wp-content/uploads/2012/02/Foto-Martone-Brunetta-290x191.jpg" alt="" width="290" height="191" />La destra ha vinto la propria battaglia storica. Anche grazie alla collaborazione dei marxisti. Al centro della nostra vita oggi c&#8217;è il consumo. E alla possibilità di averlo, individualmente e collettivamente (la crescita), dobbiamo piegare ogni nostra scelta, ogni altra istanza, ogni nostra potenzialità. Non importa se ciò poi genera mostri (e mostruosità &#8211; televisive &#8211; ?) come (anche) quelli di Avetrana. O, meno spettacolarmente (?), consente che persone &#8211; italiani come noi! Nostri fratelli &#8211; muoiano, nell&#8217;anno di grazia 2012, assiderati perché non hanno una &#8216;fissa dimora&#8217;. Il mondo va così e ci dobbiamo adeguare. L&#8217;articolo 18 è una nostra chimera. Negli altri Paesi (al di fuori dell&#8217;Europa) è già previsto che &#8211; insieme alla libertà, vitale, di costruire i propri percorsi professionali &#8211; se uno sbaglia, o sbaglia qualcuno al posto suo, può perdere tutto. E ci sono sindaci che invitano coloro che vengono a trovarsi in questa condizione &#8211; spesso frutto di eventi dei quali queste persone non hanno alcuna responsabilità &#8211; a lasciare la città, per poter (tutti insieme &#8211; ?) dimenticarli(/selo). <em>Adeguiamoci</em>, dicono i (veri&#8230;) garantiti di oggi (?); liberalizziamo, &#8220;semplicemente&#8221;, il mercato del lavoro. Noi invece abbiamo un&#8217;altra idea. Un&#8217;idea positiva del futuro, in cui lo Stato non abbandona &#8216;tutti&#8217; al proprio destino, rimuovendo per altro gli ultimi ostacoli (regolativi) al cannibalismo sociale reciproco; bensì &#8211; virtuosamente e non più in modo parassitario, un modo spesso reiterato, soprattutto, dagli stessi predicatori della &#8216;spietatezza&#8217; (che non va confusa con il &#8211; necessario &#8211; rigore!) nei rapporti di lavoro; <em>nella foto, Martone è con Brunetta</em> &#8211; li motiva, li coordina e guida verso un orizzonte (comune). Il merito è la discriminante assoluta di ogni assunzione (a differenza di quelle perpetuate, o addirittura direttamente vissute in prima persona, dagli stessi propugnatori della ineluttabilità del nostro adeguamento al resto del mondo). E le aziende non sono ingessate nel dover mantenere a vita le stesse persone. Ma tutto questo mentre e perché insieme ci mettiamo in marcia &#8211; collaborativamente &#8211; verso quell&#8217;obiettivo. Il lavoro non è più (così) uno strumento (di tortura &#8211; sociale) in mano alle (sole &#8211; ?) imprese, ma l’occasione attraverso cui ciascuno di noi partecipa – con le (sue &#8211; in tutti i sensi &#8211; ?) aziende, attraverso di loro, cioè di sé; responsabilmente e in modo creativo – a rigenerare la nostra economia, ma anche la nostra vita. Una società in cui il lavoro non si perde, ma si lascia (temporaneamente) per tornare ad apprendere e potere poi fare (meglio) lo stesso (?) (o uno &#8211; nuovo) impiego, (r)innovati anche in se stessi grazie alla formazione continua (come detto, <a href="http://www.ilpolitico.it/2012/01/30/52352/">e siamo stati noi ad indicarlo per primi, &#8216;ripresi&#8217; poi dai vari giuslavoristi &#8211; un po&#8217; &#8211; autoreferenziali come il senatore Ichino e lo stesso Tito Boeri,</a> associata ad una indennità di (dis)occupazione strettamente vincolata alla partecipazione, attiva, al (per)corso di formazione; sostenuto, questo sistema, da uno &#8216;sforzo&#8217; congiunto delle imprese stesse e dello Stato), pronti a dare molto di più perché finalmente liberi (di esprimere appieno &#8211; tutte &#8211; le proprie potenzialità), è una società che &#8211; senza fare &#8220;terrorismo&#8221; &#8211; innova e &#8211; così &#8211; cresce (molto più delle altre). Una società in cui invece di rinunciare all&#8217;università &#8216;tutti&#8217; la frequentano (o comunque studiano), concependo lo studio non più come &#8220;pura&#8221; (, tecnica) preparazione funzionale a svolgere un (solo) mestiere, bensì come mezzo per (ri &#8211; ?)avere piena consapevolezza di sé ed essere liberi (anche di fare altri lavori), è una società in cui ci sono molti meno disoccupati anche perché tutti fanno il lavoro che (veramente) <em>vogliono</em> e hanno il talento per fare (anche tra quelli che oggi non facciamo più, ma proprio in ragione dell&#8217;altra faccia della medaglia &#8211; non certo al merito: in tutti i sensi! &#8211; dello stesso terrorismo &#8211; sociale) e (anche per questo) lo fanno nel migliore dei modi. (Ma) nessuna crescita &#8211; duratura &#8211; sarà possibile senza (&#8220;prioritariamente&#8221;, o almeno contestualmente) un basilare ammoder- namento di un nostro motore &#8211; la scuola! &#8211; rimasta ferma ai tempi della riforma Gentile (I anno dell&#8217;era fascista &#8211; &#8230;). Ecco, ancora una volta, allora, il programma del giornale della politica italiana.<br />
<span id="more-52566"></span></p>
<p><em>Nella foto, Michel Martone con Brunetta. Le ricette del sottosegretario (condivise dai predecessori &#8211; ? &#8211; del suo attuale datore di lavoro) confliggono con quelle del presidente del Consiglio: a meno di non pensare al licenziamento &#8211; selvaggio &#8211; di persone che per di più non siano nemmeno state adeguatamente preparate, il che rappresenterebbe l&#8217;involuzione completa di una civiltà moderna</em></p>
<p>-</p>
<p><strong>La scuola.</strong> Il futuro dell’Italia è, banalmente, dei suoi giovani di oggi, gli adulti di domani; dai suoi giovani di domani, adulti di dopodomani. E così via. Qualsiasi politica vera – ovunque, ma tanto più in un Paese vecchio, non più funzionante e da rifondare come il nostro – parte quindi non dall’economia e nemmeno dal lavoro (che pure vanno affrontati con altrettanta forza e complessità, e lo vedremo subito dopo), ma dalla scuola. Una scuola che aveva raggiunto livelli di eccellenza (almeno prima che cominciassimo, tafazzianamente, a boicottarla). Ma (comunque) non basta. Ben al di là di qualsiasi tentazione di usare il luogo nel quale si forgia il nostro futuro come un postificio attraverso il quale dare risoluzione ad un (rilevante, ma parziale) problema sociale, la nostra scuola, la scuola dell’Italia che vuole tornare ad essere la culla della civiltà, deve avere l’ambizione di essere resa (sempre più) il luogo più avanzato dell’istruzione nel mondo, studiando ed adottando i nuovi modelli di insegnamento praticati ad esempio nel nord Europa (o concependone di nuovi, magari con l’ausilio e l’uso della scrittura – in tutti i sensi), e in ogni caso gettandosi a raggiungere l’obiettivo. E’ la prima cosa da fare (naturalmente mentre si comincia ad affrontare il resto). O costruiremo (se mai) un gigante dai piedi di argilla.</p>
<p><strong>L’università e la ricerca.</strong> L’università e la ricerca, a loro volta, o sono parte e motore del sistema economico o fanno la fine di oggi, chiudendosi in se stesse e sfaldandosi al loro interno. Oltre alla riforma dal punto di vista organizzativo – della quale ragioneremo in un’altra occasione – è banale – ma non inutile – ricordare che l’università attuale puzza di muffa, e va rifondata, liberando e ricambiando, ma anche qui al solo scopo di mettere nei ruoli-chiave per il futuro del Paese chi può offrire di più, e non di dare respiro a chi magari aspetta da anni di “entrare” – ma è (ipoteticamente) figlio di questo sistema, che andrebbe quindi a perpetuare.</p>
<p>Così per la ricerca: no all’assunzione dei precari fine a se stessa, sì ad una (ulteriore) liberalizzazione che faccia della ricerca un luogo produttivo, nel quale non trovare “sicurezze” – chi vuole la comodità di un posto garantito può ricorrere ad altre soluzioni lavorative – ma le motivazioni – naturalmente sostenute adeguatamente anche dal punto di vista economico -necessarie a rifare dell’Italia la culla dell’innovazione, in cui si producono le idee più avanzate e – ecco il punto – si (ri)genera un sistema produttivo che tenda a diventare il più avanzato al mondo.</p>
<p>Università e ricerca, insomma, sono chiamate a conoscere un vero e proprio “annozero” che consenta di ripartire (da loro).</p>
<p><strong>Imprese.</strong> Tutto questo, infatti, accompagna e deve essere accompagnato dallo sforzo delle imprese di (r)innovarsi, in una tensione continua alla ricerca dell’innovazione, che sul piano concettuale si lega a ciò che abbiamo indicato prima, ma per ciò che riguarda le risorse umane intreccia – e contribuisce a risolvere – il “problema” del lavoro.</p>
<p><strong>Lavoro.</strong> Oggi il lavoro è bloccato e, spesso, improduttivo (o meno produttivo di quanto potrebbe) per chi ha il posto fisso, precario e altrettanto improduttivo – almeno nella chiave della costruzione del futuro, proprio e dell’Italia – per chi lo ha a tempo determinato (o peggio). Questo è un punto molto delicato, sul quale i dubbi sull’opportunità di compiere un passo dal quale, va detto con chiarezza, sarebbe difficile tornare indietro sono intensi. E tuttavia un Paese che conoscesse contemporaneamente una completa “libera(lizza)zione”, attraverso (anche) l’abolizione degli ordini, e fornendo (così) ai giovani lo strumento per accedere con le proprie forze; il ritorno (a cominciare dallo Stato) ad un rigore per il quale si smette di assumere in modo improduttivo, si comincia a cambiare culturalmente il punto di vista sull’”idea”, generale, di sistema (mancante o non funzionante) che ruota intorno alla raccomandazione, si cancellano seduta stante di tutti gli organismi e le società (pubbliche) inutili (con i loro posti altrettanto “inutili”, e occupati applicando la logica del sistema bloccato); un Paese che fosse impegnato (e motivato) a rilanciare se stesso (anche attraverso una ripresa, misurata e strettamente funzionale, dell’orgoglio nazionale), un Paese così potrebbe forse permettersi di compiere questo passo ulteriore: quello di superare ad un tempo sia il posto fisso per tutta la vita sia la precarietà (con piani di uscita graduale e “controllata” di chi oggi ha la sicurezza e si troverebbe, a quel punto, spiazzato e magari senza paracadute per “limiti” di età e di preparazione – appunto) costituendo un sistema per cui chi non lavora accede – ecco lo strumento – alla formazione permanente, che mette nella condizione di poter affrontare un nuovo lavoro o di corrispondere alle (ora, sempre) rinnovate esigenze di specializzazione delle aziende, nel loro (continuo) percorso-tensione all’innovazione. Formazione permanente messa in campo attraverso un’azione congiunta delle imprese e dello Stato, con il supporto dell’università. Partecipando alla quale si abbia diritto allla indennità di (dis)occupazione, e dalla quale (appunto) si passa ciclicamente – sostituendo gli altri al lavoro e viceversa – in ragione delle esigenze di (continua) innovazione delle imprese e del sistema.</p>
<p>E’ chiaro che tutto ciò va implementato progressivamente, e che può funzionare solo in un’economia “esplosiva”. Al cui tasso di crescita, eventualmente, vincolare la possibilità di licenziare: si può fare se l’economia cresce – di un certo numero di punti – e se licenziare serve a innovare r-innovando la forza-lavoro; non si può fare in recessione – e, attenzione, che oggi ci troviamo in questa situazione. Per cui, a maggior ragione, o si reimposta l’intero sistema, innervandolo anche di una nuova prospettiva e ‘conseguenti’ motivazioni, o assisteremmo ad una ‘carneficina’ (sociale) – se ha il solo scopo di alleggerire la parte di difficoltà che pesa sulle aziende, scaricandola sui lavoratori.</p>
<p>Un’economia che, per essere esplosiva, sia fondata sulla responsabilità e sulla creatività. La responsabilità di avere in mano il proprio futuro lavorativo, che in un’Italia finalmente liberata e che ha voglia e (sempre più) bisogno di riconoscere il merito ci si possa costruire (più facilmente) “da sé”. La creatività che grazie alla responsabilizzazione – in un rapporto equilibrato, e naturalmente da affinare, tra esigenze di innovazione e produttività e “tranquillità” personale – viene liberata e consente di dare il meglio sia quando si avvia una propria impresa sia quando si lavora per altri.</p>
<p><strong>Cultura.</strong> Ma l’Italia non si accontenta dell’economia. L’Italia vuole tornare ad essere la culla della civiltà (non soltanto “tecnica”). Per farlo ha bisogno della cultura come (proprio) ossigeno. Ma il modo per raggiungere questa virtuosa condizione non è investire più soldi nelle cosiddette “politiche culturali” (<em>tout court</em>). Ma creare le condizioni sia per una (ri)generazione della cultura (della “produzione”/ espressione – meglio – culturale) sia perché questo consenta una sempre maggiore sostenibilità e produttività (qui sì) anche economica. Il modo per farlo è (anche) usare i mezzi di comunicazione di massa che oggi vengono usati per renderci più simpatico tizio o caio (che naturalmente non avranno mai detto una parola utile al Paese) e che possono invece diventare lo strumento attraverso cui creare un clima, e rinnovare una cultura (di massa), attraverso il ritorno alla curiosità, all’interesse (per i contenuti), attraverso lo studio, che, da un lato, “libereranno” ulteriormente il Paese (mediante ciascuno di noi), mettendoci nella condizione (tra l’altro) di partecipare con efficacia al nuovo sistema produttivo (e di incrementarlo ulteriormente) ma anche di scegliere, se del caso, vite completamente diverse (questo è il senso della libertà! Libertà non di applicare gli schemi che ci vengono imposti, ma di “scegliere” i nostri); dall’altro potranno consentire ad un’Italia che la politica in questo senso asseconderà (e, se ne sarà capace, anche guiderà), di tornare ad essere il luogo nel quale si concepisce – offrendolo agli “altri” – attraverso il recupero di una dimensione etica e filosofica, il futuro del mondo.</p>
<p><em>(11 luglio 2011)</em></p>
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