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***Il futuro dell’Italia***
UNA (VERA) RIVOLUZIONE (DI LIBERTA’)
di MATTEO PATRONE

maggio 17, 2012 by Redazione · Leave a Comment 

Se i nostri lavoratori, invece di essere minacciati di vedersi gettati nella povertà – alimentando una spirale di scelte estreme – loro e degli (stessi) imprenditori – che continua a stupire, e a inorridirci, nessuno degli attuali politicanti abbia la forza, e l’onestà, per contribuire almeno con una parola a fermare – vengono forniti degli strumenti per poter godere (al contrario) di una libertà più profonda di quella di sottrarsi il posto l’un l’altro nel “mercato” (“consolidato” – ? – in senso liberista) del lavoro (mossi solo da un disperato, e lacerante – la coesione e il senso di unità – istinto di sopravvivenza), formandoli (a 360°) a svolgere nuove mansioni in aziende (ri)lanciate nel senso dell’innovazione, e valorizzando poi appieno quel (“ritrovato” – ?) spessore (umano) facendoli partecipare – come accade in Germania! – alle scelte delle imprese, si otterrà il triplice effetto di non lasciare più soli (in tutti i sensi) i nostri imprenditori, di consentire agli “operai” di emanciparsi (loro, e le – proprie – famiglie – sempre di più: se è vero che i figli di genitori “istruiti” hanno – ancora – più possibilità di costruirsi un futuro all’altezza delle – nostre – aspettative) dalla loro (insostenibile) condizione (“puramente” materiale), e di determinare (attraverso la – loro – crescita. Culturale e, quindi, umana, e a “cascata” tecnica e professionale) la crescita (della – nostra – economia). E’ questa la (vera) rivoluzione (di libertà)! Ed è in questa chiave che la Sinistra (del – nuovo – ? – millennio) può (e deve) trovare la propria ragione d’esistere.

Ridotti sul lastrico? “Ma intanto paghino” Presidente Monti non h(a) cuore (italiani) Senza loro (crescita) Italia non si salverà Sinistra rigetti indifferenza capo governo

maggio 17, 2012 by Redazione · Leave a Comment 

Caro presidente del Consiglio, gli italiani che – a causa dell’autoreferenzialità della politica e dell’incapacità dell’attuale governo di offrire soluzioni – non ce la fanno a sopravvivere (e quindi, in qualche caso, a – non -pagare le tasse – mentre gli evasori, al netto dei blitz spettacolari della Finanza, continuano – sia pure di meno – a poterselo permettere), non sono evasori, ma persone a cui la Politica – e, in primo luogo, lei stesso, che oggi ne incarna il potere esecutivo – non ha saputo (da troppo tempo) dare risposte. L’affermazione per la quale essi devono pagare (ad esempio vedendosi pignorata la casa), comunque, il loro debito nei confronti del fisco, perché in questo modo poi “si potranno ridurre le tasse”, tradisce una freddezza e uno scollamento con il paese (reale. E non – solo – le sue elités), che “gridano (Politicamente) vendetta”. E va ricordato che già lei ha parlato dei nostri connazionali che hanno fatto scelte estreme come unica – percepita – via d’uscita (?) da una situazione disperata alla quale la Politica aveva voltato le spalle – non riuscendo, peraltro, come continua a risultarci assurdo e incomprensibile, ad esprimere nemmeno una parola per tentare di fermarne la spirale -, nei termini di “costi (umani)” della crisi; come se una crisi – economica – potesse “giustificare” questa “fatalità”. Le tasse vanno pagate. Sempre. Ma quando, nel pieno di una crisi acuta provocata da o comunque alla quale la Politica non ha, appunto, saputo dare risposta, si è con l’acqua alla gola, e si è debitori nei confronti dello Stato – cioè di noi stessi! – ci si può aspettare che esso muova un passo (in più  - ? – rispetto a quello che compirebbe un qualunque privato. E rispetto anche ad una rateizzazione che non risolve i problemi più gravi) nei confronti dei suoi cittadini. Subito; prima che sia “troppo tardi”. E non nella (agghiacciante) previsione (contabile) – argomento buono per gli evasori, non per cittadini disperati – che se tutti pagano, allora “si potranno ridurre le tasse”. I libri contabili prima delle persone. La ragion di Stato (?) prima della vita (degli italiani). Ma, vede, presidente Monti, il nostro paese non si salverà se non lo faranno i nostri connazionali; non crescerà se non verrà offerta loro la possibilità di farlo (per primi. Nelle loro vite. Individuali. Attraverso la cultura e la formazione). Nell’anno più acuto della crisi, questo misto di liberismo e di gelido tecnocratismo è la causa, e non la soluzione, dei nostri problemi. L’Fmi: “L’atteggiamento dell’Italia sui conti modello per gli altri paesi”. Ma se le persone non ce la fanno – e la “politica” – ? – infligge loro pure la beffa di trattarle come se portassero la colpa della nostra attuale situazione (di crisi) – i conti non tornano. Senza passione (umana), lo abbiamo già scritto, non c’è Politica. E senza Politica l’Italia non si salverà.

Ma unico progetto in campo resta nostro Serve ora completo ribaltamento di piano Una economia rifondata sull’innovazione Formazione continua a ‘integrare’ lavoro Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento Italia tornerà ad essere culla della civiltà

maggio 15, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La cultura non è (soltanto) la conservazione (pure imprescindibile) dei beni del passato. E l’investimento nella cultura non può consistere (solo) nello stanziamento di fondi per creare “centri di attrazione culturale” (che significa, poi, turistici) (sia pure) al Sud. E nemmeno nel (solo) finanziamento (pubblico o privato) delle cosiddette “politiche culturali”; e cioè dell’attività “culturale” ai massimi (?) livelli (attuali). A caccia di un (così, improbabile) punto di equilibrio – quindi – commerciale. La cultura, scriveva Einstein, non è nei frutti della ricerca scientifica; ma nello stimolo “a comprendere, al lavoro intellettuale” – e quindi nella sua rigenerazione – che essa offre ad un (intero) popolo. La cultura non è nella (semplice) conservazione de – ad “esempio” – i Fori imperiali a Roma; ma nella “grandezza di spirito” di quei nostri antenati che – come scrive Goethe nel suo Viaggio in Italia – essi rievocano, motivandoci a ricercarla, a tentare di imitarla, di “compiere opere” (in senso ampio; a 360°) di “pari” respiro. La cultura è vedere nel grande patrimonio che ci è stato tramandato dai nostri avi, non un oggetto di consumo (sia pure – nell’accezione diffusa oggi – “culturale”); ma un motivo di ispirazione, di ricerca, di approfondimento. E (quindi) di tensione all’arricchimento. (Anche) in questo senso la cultura può rifare grande l’Italia: non (solo) perché può aumentare gli introiti del nostro turismo (“culturale”), ma perché mobiliterà le nostre energie. Che, come ci dicono quelle opere – e i nostri avi: da Leonardo a Michelangelo, per “tacere” – ne abbiamo detto fino a questo momento – della culla della civiltà occidentale – sono quelle della più grande tradizione culturale al mondo. Che possiamo “rigenerare” (all’interno la sintesi del programma del giornale della politica italiana, che muove tutto dall’idea della cultura e dell’innovazione come chiave del nostro possibile Rinascimento), e non soltanto limitarci (come semplici “spettatori”) ad osservare.

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***Il futuro dell’Italia***
CARI ABC, OGGI LA (VERA) ANTIPOLITICA SIETE VOI
di PAOLO GUZZANTI

maggio 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il Movimento 5 Stelle non è un movimento (che – in quanto tale – già dice di non voler e di non poter essere) populista. E Grillo non ne è un/il leader, né, tanto meno, un uomo forte (che possa raccogliere la – tragica - tradizione di demagoghi e incantatori già capaci di scelte terribili, a cui viene accostato). E ha ragione (una volta tanto) Giuseppe Cruciani quando dice che il presidente Napolitano non si dovrebbe occupare della battaglia (tra le forze – in campo) politica/che; perché di questo, si tratta. Il Movimento 5 Stelle avanza proposte concrete, non agita semplicemente “fantasmi” e lo fa coltivando un rapporto diretto – personale – con i nostri connazionali, contribuendo a restituire questo paradigma di sobrietà, umiltà e identità con i cittadini, alla nostra politica (oggi autoreferenziale). Inoltre compie uno sforzo per l’innovazione del linguaggio – ovvero, dei contenuti; non ci riferiamo alle esternazioni del suo più noto rappresentante, che resta un comico e che solo nel paese della politica politicante possono rappresentare un “pericolo” per ”partiti tradizionali” che dimostrano così di non essere più tali, ovvero di avere cessato di assolvere alla propria funzione – e quindi della Politica (italiana e non solo) e del paese. Da Grillo e dal Movimento 5 Stelle, dunque, non viene alcun pericolo per la democrazia; il vero pericolo per la democrazia viene da una politica “parruccona e inconcludente”, come quella che negli anni ’10 del ’900 preparò il terreno all’ascesa del fascismo. Il Pd al 25% (di quale vittoria stiamo parlando, Pigi?), il Pdl schiantato e in molte realtà importanti ridotto al rango di partitino del 5%, (il terzo polo è in origine, una operazione politicista, e dunque non c’era da attendersi nessuna esplosione rispetto a risultati che sono sempre stati questi, per Casini, Fini e Rutelli. Il quale d’altronde giudica il suo 2,5% “confortante”,) - ma soprattutto l’astensione “mai” così elevata per una tornata di elezione dei sindaci (!) – ci dicono che gli italiani – anche grazie al “seme” gettato da il Politico.it, che anticipò parlando per primo di autoreferenzialità la presa di coscienza, che sarebbe avvenuta in seguito, di una politica che persegue solo i propri interessi – sono stanchi di questa classe dirigente, non per un fatto formale o “estetico” (ché la crisi ha staccato dallo Specchio molti dei nostri concittadini, mentre i politicanti restano attaccati alla tivù – in tutti i sensi), ma perché – e la situazione di difficoltà ha, appunto, reso più chiaro e percepibile questo stato di cose – si sono accorti che l’attuale classe dirigente (?) ha girato le spalle al paese e non ha più quel rapporto “etico”, di identità e partecipazione, che, solo, la può mettere in condizione intanto di occuparsi di loro (e non di loro – stessi) e, poi, di avere la forza (morale e creativa) per offrire delle soluzioni. Ma quel che è peggio, ciò fa temere alla politica politicante – anche alla luce dell’emersione di fenomeni come quello del nostro giornale, che – primo e finora unico caso nel nostro paese – dalla sola rete è stato ed è capace di dettare l’agenda ad una politica appunto altrimenti smarrita e inconcludente – di perdere la famosa “poltrona”, e la porta ad arroccarsi (ulteriormente). E a dare vita, ad esempio, a questa “maggioranza” (?) che mette insieme forze che la pensano all’opposto su tutto, al solo scopo di reiterare il (loro) potere. Ma nel momento in cui la fine della spinta propulsiva si sclerotizza in (questo) sistema (e nell’attuale, conseguente immobilismo), quello è il punto (di non ritorno?) in cui il paese non (lo) può più sopportare, perché non vede (più) soluzioni – se non in elezioni ancora troppo lontane in cui eventualmente, in loro presenza, sostenere forze capaci di offrire la possibilità di una svolta rispetto a questo “consociativismo emergenziale”, come lo definisce l’ex vicedirettore de il Giornale nel pezzo all’interno; ma, quindi, anche – potenzialmente – in senso antidemocratico e “autoritario” – e come i nostri connazionali freddamente “speculati” dal presidente Monti può scegliere (in tutti i sensi) una risposta “estrema”. Ma è nell’autoreferenzialità della politica – e nella pretesa di questi politicanti di continuare ad aeternum a stare sulla scena – perché di questo, si tratta; il famoso narcisismo. Che è l’esatto opposto, caro Di Vico, della democrazia e della partecipazione, che sono un antidoto, e non un ulteriore “sintomo”, a/ di tutto ciò - il male (non tanto) oscuro che può uccidere la nostra democrazia; non nella reazione che, come si sa, è sempre figlia (e, spesso, non responsabile. In tutti i sensi) di ciò che l’ha provocata. E siccome a questo fattore (scatenante) si può porre fine – semplicemente prendendo atto che dopo 20, 30, 40 anni di impegno pubblico (?) si può anche prendere in considerazione la possibilità di fare altro – i democratici traggano le loro conclusioni. O accrediteranno la tesi di chi – a cominciare da noi – pensa che la vera antipolitica, oggi, siano loro.
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“Ora 900 milioni per l’innovazione al Sud” Avevamo (ancora una volta) ragione noi Adesso governo raccoglie la nostra sfida E (ri -?)mette Italia sulla via della crescita

maggio 4, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana scrive, ormai dal febbraio 2010 (!), che l’innovazione è l’unica chiave del nostro possibile rilancio. E che, visto che oggi abbiamo “due” (o, meglio, una – dimezzata) economie – una che, al netto della crisi, continua a girare al nord; ed una che non esiste, di fatto, al sud. Ed è quest’ultima che azzoppa un Pil che – come ricordava il presidente del Consiglio qualche tempo fa – da troppo tempo è fermo al palo di cifre imbarazzanti – la nostra più grande esigenza-opportunità era avviare proprio nel nostro Mezzogiorno il progetto che avrebbe potuto (che “dovrà”) portarci a diventare la – possibile – più grande Silicon Valley del mondo. Ancora mercoledì ricordavamo che l’Italia è già la culla della ricerca. Senza (volerlo) essere (tale). Perché 16 (!) dei migliori 188 ricercatori del mondo vengono dal nostro paese; nonostante una Politica – e, a cascata, le sue clientele – che volendo mantenere (in tutti i sensi) se stessa, non vede di buon occhio (e, anzi, contrasta. E comunque non sostiene – come dovrebbe) i suoi migliori cervelli, costretti così a lasciare l’Italia. Ebbene, messo alle strette da una tornata amministrativa che – con un astensionismo mai così alto per l’elezione dei sindaci e il buon risultato di un movimento più anti-sistema che antipolitico quale il Movimento 5 Stelle – ha confermato l’alto tasso di “sofferenza” di un paese che fino a ieri pareva essere stato abbandonato dal governo a “vantaggio” dei mercati (unico destinatario – anche “verbale” – delle attenzioni del premier), l’esecutivo ci “ascolta” e punta a coniugare questa doppia esigenza – riorientare il nostro sistema nel senso dell’innovazione e incrementare l’economia inesistente al sud – in una serie di provvedimenti che ancora non bastano, ma costituiscono comunque il primo atto – propiziato da il Politico.it, che dopo aver fermato la deriva liberista della Destrasinistra sul lavoro, incassa questo nuovo, in prospettiva ancora più importante, passo in avanti – capace di (ri)generare (strutturalmente) la crescita. Che il presidente del Consiglio – anche per rispondere a quella “svolta a sinistra”, certo – lo chiami (“semplicemente”) “piano per l’equità” – dimostrando forse di non “rendersi – fino in fondo – conto” di avere toccato le corde più sensibili per un possibile sviluppo (strutturale): l’istruzione, (quindi l’autoimprenditoria giovanile, per la quale, va riconosciuto, il governo aveva già messo in campo impegno e – in termini di defiscalizzazione e incentivi – risorse,) l’innovazione – non riduce la portata delle decisioni dell’esecutivo. Che vanno però, ora, sostenute – con – la relativa – convinzione – coordinando l’impegno perché lo stimolo offerto al rinnovamento delle aziende – e ad un inizio di cambio di prospettiva culturale – non si disperda (vanificando anche lo stanziamento di risorse, come nel nostro paese, e tanto più al sud, non è infrequente – per usare un eufemismo – che avvenga) ma costituisca l’inizio di un percorso. Quello che può portare l’Italia – nel (breve, se sapremo mobilitare – attraverso la cultura – le nostre – migliori – energie) tempo – a tornare, dopo anni di annaspamento nelle retrovie, sulla corsia di sorpasso del mondo.
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Tagli spesa, perché accanirsi su scuola? Crescita (strutturale) riparte (solo) di qui Perché governo non tocca loro clientele? Vera fonte di principale spreco nazionale

aprile 29, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Ma perché” quando si parla di taglio alla spesa, invece di “guardare” alla scuola (! Di cui, per crescere, bisognerebbe prioritariamente ricominciare ad occuparsi. Politicamente – e in chiave ri-costruttiva e non di – ulteriore – destrutturazione – e non solo amministrativamente) e alla (in)sicurezza, non si comincia da quegli organismi (para)pubblici (“familistici” e clientelari. Della “nostra” – ? – “politica” – ? – Appunto) che rappresentano il principale – e tutt’oggi inviolato – spreco colossale nazionale?

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Ma quelle risorse vadan finanziare progetto Sia rifare Italia culla mondiale innovazione Cina cresce meno penalizzando i lavoratori (E’ – sola) economia (che) ci ha messi crisi Cultura può (ri)far(ci) crescere (gli italiani) Formazione primo(?) tassello tornare grandi

aprile 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

A che serve stanziare “otto-nove miliardi per lo sviluppo”, se non si ha nemmeno un’idea di massima di come (ri)avviarlo? Perché la crescita non è (solo) una questione di risorse; e sostenere la domanda è una (non) soluzione dal fiato (e dalla visione) corta, se è vero che richiede (oltre ad un cospicuo dispendio – appunto – di risorse pubbliche) la continua alimentazione di questa spirale dell’aumento della “spesa” (per la crescita. Sia essa dello stato e delle famiglie) senza fornire tutto questo di nessuna struttura programmatica e organizzativa capace di far ripartire in modo – appunto – strutturale il sistema. E di rendere sostenibile questo “sforzo”. Perché un governo non è una banca centrale. Soprattutto perché un paese non è un mercato. E il nostro non trarrà giovamento (o solo – poco - nell’immediato) da “qualche” risorsa in più da ”spendere” – pure potenzialmente in grado di restituire un po’ di respiro – se non sarà stato mobilitato – moralmente; Politicamente – verso il perseguimento di un obiettivo comune in grado di ridare speranza e, soprattutto, di ottimizzare la valorizzazione di quello stanziamento di risorse che rischia altrimenti di rappresentare l’ennesimo spreco colossale di denaro pubblico, destinato a disperdersi (inutilmente) in mille rivoli. Come già rischia di avvenire con gli ammortizzatori sociali, concepiti ad hoc per addolcire la pillola dei licenziamenti, ma insostenibili economicamente e (a loro volta) destinati a non durare, e comunque utilizzati al solo scopo di rendere digeribile per i lavoratori una riforma pensata nel solo interesse delle imprese, vanificando il clamoroso potenziale che quelle risorse hanno per la nostra stessa possibile ripartenza. Perché se invece di sostenere che dobbiamo/ possiamo fare (solo) “sacrifici”, in nome di un rigore pure indispensabile, indichiamo agli italiani il sogno non solo di poterci salvare (?) ma di tornare grandi – com’è nelle nostre possibilità – e che questo è (appunto) possibile se riorientiamo (in tutti i sensi) il nostro paese grazie alla Cultura, e nello specifico del lavoro e della produzione lo facciamo nella chiave dell’innovazione utilizzando le risorse destinate agli ammortizzatori per finanziare la formazione continua, gli “otto o nove miliardi” più le decine di altri di risorse appunto stanziate a fondo perduto “per” (?) i lavoratori possono diventare decisivi per compiere quel ribaltamento di prospettiva che può – questo sì – fare riesplodere la nostra (stessa) economia. In tutto il mondo hanno capito che l’innovazione è – in tutti i sensi – la chiave della costruzione del futuro; alcuni di loro hanno già in parte sfruttato questo incredibile potenziale. Noi siamo ad un possibile annozero: il che significa che abbiamo perso tempo, ma anche che abbiamo margini che non ha nessun altro. Nemmeno India e Cina, quest’ultima già spersa sulla strada di una crescita che ora stenta a centrare il traguardo della doppia cifra – e a compiere il sorpasso sugli Stati Uniti – proprio perché ha scelto l’opzione di penalizzare la vita dei lavoratori in nome dell’utile immediato; come rischiavamo di fare noi con l’abolizione dell’art. 18 (e) seguendo la linea Marchionne. Utili che però sono destinati (e hanno cominciato) a crollare sotto il peso del’insostenibilità per la vita delle persone. La (stessa) molla dell’(attuale) crisi. La chiave, dunque, è esattamente l’opposta: abbandonare l’economia come unica via alla nostra (così, mancata) salvezza (come se non fosse stato proprio questo il modo in cui siamo piombati nella condizione attuale), tornare alla Politica e quindi alle persone: restituendo loro – attraverso la cultura, con l’obiettivo – economico, ma non solo - dell’innovazione, quella libertà che la (falsa) libertà dei mercati ha compresso – attraverso anche l’omologazione imposta dalla con-petizione fine a se stessa – e quindi la forza per trascinarci loro - noi – fuori dal guado. In questo senso, presidente Monti, la riforma del lavoro è decisiva per la crescita: perché ci può far rialzare la testa facendola rialzare ai nostri lavoratori. E’ quello che la migliore tradizione della sinistra storica – da Mazzini ad Adriano Olivetti – ci insegna; ed è quello che la sinistra di oggi deve ridarsi come propria chiave (di lettura e di cambiamento della società). Se vuole tornare a vincere (lei); e soprattutto se vogliamo tornare a vincere noi, l’Italia.

***A rischio la democrazia(?)***
E’ GIUNTO IL TEMPO DI UNA NUOVA REPUBBLICA
di FRANCO LARATTA*

aprile 14, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il corto circuito è ormai prossimo: cancellata da anni l’attività parlamentare (le camere ridotte a organi di ratifica dei decreti del governo); immobiliz- zate (anche a causa della crisi finanziaria) le istituzioni nazionali e locali; azzerata l’autorevolezza della politica, sottoterra la fiducia dei cittadini verso i partiti. Il sistema politico democratico rischia così di ‘saltare’ in aria! di FRANCO LARATTA* Read more

***Senza crescita il debito non tiene***
E SE LE MANOVRE DI MONTI “FOSSERO” (?) DANNOSE?
di GAD LERNER

aprile 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’accanimento terapeutico nei confronti della Grecia è ormai evidente a tutti. Le misure di austerità servono forse a “ripagare” gli investimenti degli investitori, ma aggravano sempre di più le condizioni di vita (?) di cittadini che peraltro, com’è stato detto sin dall’inizio, hanno responsabilità solo relative per l’affondamento del debito. E, comunque, non consentono di uscire dalla situazione di stallo, in cui il rischio-default continua ad essere alimentato da una economia che – potremmo dire – mangia se stessa, ricavando dalle risorse che andrebbero destinate alla crescita la liquidità per pagare il debito, che però, così, torna a cascata ad aumentare: perché l’economia si ferma, e, al di là di casse dello stato che vedono diminuire – al netto della forzosità dei “prelievi” – è proprio il caso di chiamarli così – ad hoc – le loro entrate, mette in difficoltà un intero paese, che dunque non riesce ad uscire dal pantano. La situazione da noi era diversa. Perché il debito era (ed è) “pagabile” senza comportare (in realtà) eccessivi sacrifici da far sostenere ai nostri connazionali, e può appunto essere “coperto”, consentendoci di uscire “definitivamente” dalla situazione di crisi. Dove in Grecia c’era invece un vero e proprio buco nero, che risucchiava ogni tentativo. Ma, il giornale della politica italiana lo scrive da luglio (!), tutto ciò è vero solo a condizione, anche per noi, per noi che lo possiamo fare, di crescere: se non cresciamo, i nostri sforzi, pure di portata inferiore, e che vanno ad incidere in misura minore su di una situazione comunque meno grave, la cui crisi è meno “profonda” e radicata”, vengono vanificati. Ebbene, il governo Monti non sa come si fa la crescita: lo dimostra che lo stesso presidente del Consiglio, lo abbiamo scritto più volte, nei suoi editoriali pre-nomina, sul Corriere, non aveva mai saputo sostanziare e, anzi, fino alla fine non aveva nemmeno citato, il relativo capitolo: perché, semplicemente, non è nelle corde di un tecnico economista, abituato a lavorare sulle regole e poi a lasciare fare “i mercati”, immaginare invece di impostare lui una prospettiva nuova per un paese (e non per un mercato), e mettere in campo la leadership necessaria a mobilitare le forze della nazione perché si mettano in cammino verso quel traguardo (di assumersi in ultima analisi lui la responsabilità “di intrapresa”! Ecco perché gli imprenditori vogliono non tanto “uno di loro” – che hanno già avuto – ma “uno come loro”). Politica, e non tecnica. Capacità di cambiare completamente piano, e non solo di modificare la posizione dei trattini dentro lo stesso disegno (ma, beninteso, senza poter riprodurre alcuna figura che non sia, magari, la più nitida definizione di quella precedente). Monti questo non lo sa fare. E’ per questo che lo spread torna a salire. E, soprattutto, che ci sono persone – nostri connazionali! – che oggi scelgono addirittura di compiere il gesto eclatante – e “definitivo” – di tentare di uccidersi dandosi fuoco davanti ai palazzi delle nostre istituzioni: se si sono venuti a trovare in quella condizione non è certo colpa di Monti, che è al comando da pochi mesi; ma se non ne usciamo la colpa è solo di Monti- o, meglio, anche della politica politicante che continua a sostenerlo per sostenere – sostentare: è proprio, ahinoi, il caso di dirlo – se stessa – che persevera in quel girare intorno al punto (che è la crescita) al quale assistiamo da mesi. Non basta, cari signori, avere una figura (in tutti i sensi) autorevole; nel momento in cui il sistema non regge più, serve la Politica, e la Politica non è figura, è sostanza; non è public relationship, è capacità di visione e decisione e leadership. E’ per questo che il giornale della politica italiana, ancora una volta per primo, e per la seconda volta in due giorni con il conduttore de L’Infedele, si chiede se questo governo sia ancora nell’interesse del paese: ammesso che abbia mai agito in questo senso, e non (solo) per “far piacere” ai mercati. Matteo Patrone

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***L’ultimo rilevamento***
CROLLO PD, IL PDL LO AGGUANTA A (BASSA) QUOTA 25%
di LUIGI CRESPI

aprile 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Quando solo cinque mesi fa le due forze maggioritarie del nostro Paese erano distanziate da un abisso di 10 punti percentuali. E il Pd avrebbe vinto a man basse le elezioni. Potendo assolvere lui – come è suo compito – originale – e come avrebbe acquietato i famelici mercati sapere – alla funzione di salvare e rifare grande l’Italia. Come oggi non sta avvenendo. E ora gli italiani si sono lasciati alle spalle gli scandali che hanno caratterizzato l’ultima fase della carriera politica di Berlusconi (“travolti” da più impellenti esigenze non soddisfatte da una politica piuttosto impegnata a preservare se stessa, legate alla crisi, e dalle ricadute – sul paese – di nuovi scandali), e tornano in sintonia con la (sua) creatura. E se l’attuale esecutivo non riuscirà a tirare fuori l’Italia dalle secche (come ha già secondo noi dimostrato di non saper fare, come suggeriscono i nuovi picchi dello spread ma anche il vuoto pneumatico di spunti e piani per la crescita, con tanto di giornali “amici” costretti – per salvarlo – a paventare “salti nel buio” in caso di nuove elezioni – democratiche: “Monti – mai passato per il voto, ndr – non ha alternative”, ha scritto Dario Di Vico. Ovvero qualcosa che assomiglia molto all’ipotesi, ovviamente molto ipotetica, di sospensione del sistema), il Pdl passerà comunque all’incasso, tornando in corsa (essendo, meglio, appunto già tornato) e scongiurando una sconfitta già certa. A fronte della quale – e del proprio ritorno al potere – i Democratici avrebbero invece potuto compiere la propria vocazione di partito “del” futuro avviando subito il nostro paese nella prospettiva della innovazione, facendo ripartire immediatamente la – stessa – ? – crescita. ”Ma ora i nostri connazionali – scrive il grande sondaggista – si stanno dimenticando di Berlusconi”; mentre gli elettori Pd – tornati ad aumentare quando il Politico.it è intervenuto per preservare la vita di milioni di lavoratori e delle loro famiglie convertendo il segretario di se stesso a più savi consigli che a quelli di calare definitivamente le brache a 150 anni di conquiste dei diritti dei lavoratori e non solo – fuggono verso quella che Pigi chiama “antipolitica”, e che è invece il grido di disperazione di un’area di opinione e di sensibilità – “allargabile” a quel 40% di persone che oggi non votano – che dalla forza più onesta e responsabile di questo paese si aspetta di più: “Tocca solo a noi?”, si domandava retoricamente un Pigi dallo sguardo stanco sabato a Cortona. Se è vero, come noi pensiamo che sia vero, come sostiene il deputato del Pd, che “non tutti – in questa “melma” autoreferenziale: il vero “populismo”, caro Bersani, è questa “maggioranza” artificiosa che si regge solo sugli interessi – convergenti – della Casta – sono uguali”, è il momento di dimostrarlo. Se a questo si aggiunge che l’attuale governo, come intuito per primo da Dino Amenduni – e come ampiamente argomentato, spiegato e criticato da noi – è evidentemente di destra, e che Casini è (da sempre) naturale alleato di un Pdl post-Berlusconi (ma anche, come sappiamo, pre), Bersani rischia di compiere il capolavoro di (ri)consegnare – a conti fatti – il Paese per dieci anni consecutivi nelle mani delle forze conservatrici. Con quanto, specie nel momento di questa crisi, che richiede un completo cambiamento di prospettiva che non può essere assicurato da una destra – (post-)montiana – organica a poteri forti e mercati, ciò rischia di comportare per il paese.
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