Il capo dello Stato parla della magistratura, certo, gli attacchi alla quale da parte della destra risultano ancora più irresponsabili considerato che, a parte le «mele marce» emerse in questi giorni, è evidente si tratti di uno dei settori più sani del Paese. E la magistratura (appunto) c’è e invitiamo tutti ad averne grande fiducia. Ma poi c’è il Paese reale. In questo grande pezzo-denuncia che state per leggere, il deputato del Partito Democratico squarcia il velo della nostra ipocrisia e, senza sentimenti “anti”, traccia un ritratto sconsolante ma realistico (di una parte) dell’Italia profonda, quella per la quale la (presunta) “furbizia” è il solo mezzo considerato (il)lecito per “sopravvivere” nella giungla della nostra società. Ma, e in questo il presidente della Repubblica ha sicuramente ragione, c’è anche un’altra Italia sana che non aspetta altro che di tornare a farla da padrone in questo Paese per troppo tempo abbandonato nelle mani di qualcuno che non gli vuole bene (o che vuole più bene a se stesso). Il giornale della politica italiana è qui proprio per questo. Serve quella rivoluzione culturale che il Politico.it racconta da mesi e che più tardi troverà un altro momento di grande esplicazione “concreta”. Perché responsabilità significa mettere il Paese davanti a se stessi e, quindi, fare davvero tutto ciò che è nelle nostre possibilità per ridargli un grande futuro. Laratta, ora. Sulla corruzione.
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Che cosa ci facevano il presidente del Consiglio, Casini (è proprio il caso di scriverlo così?), il governatore di Bankitalia Draghi e il cardinal Bertone (più Letta) a casa del conduttore di Porta a porta una sera di due settimane fa? Festeggiavano il 50esimo anniversario del primo articolo di Vespa sul Tempo, naturalmente. Smentite dunque le indiscrezioni che volevano Silvio impegna- to in un tentativo di riannettersi il leader Udc (a com- pensare lo smarcamento di Fini), abbiamo seguito la pista giusta. Ecco che cosa ne è scaturito…
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Il deputato del Partito Democra- tico, membro della commissione antimafia, sceglie il giornale della politica italiana per dire la sua sul tema della diffusione della criminalità organizzata nel nord del nostro Paese. Una penetrazione nel tessuto sociale, affaristico e ora anche politico portata alla luce dall’inchiesta condotta da Ilda Boccasini sull’n- drangheta lombarda. Laratta lancia un appello: è necessario creare un clima di maggiore solidarietà nei confronti di quanti lottano contro le mafie, e tocca allo Stato fare il primo passo. Sentiamo.
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Il giornale della politica italiana è in grado di dimo- strare che l’esecutivo è molto più in “ritardo” delle amministrazioni regionali nell’utilizzo delle risorse comunitarie. L’accusa del ministro dell’Economia torna dunque al mittente come un boomerang. Ecco tutte le cifre. di FRANCO LARATTA Read more
Due questioni si sono intrecciate a Montecitorio il giorno dell’ultima, sfortunata (?) prova Mondiale della nostra Nazionale. La prima riguarda il piano (eversivo?) del presidente del Consiglio che prevede l’accentramento/avocazione dei poteri a sé (attraverso le riforme). Ma (per fare le riforme) è necessario (prima) creare il clima nel Paese. E parte di questa operazione è ridurre la popolarità delle altre istituzioni, oltre che degli organi di controllo. Tra queste ci sono le Camere. E’ figlia di questa azione (anti)culturale del centrodestra, secondo il deputato del Partito Democratico, il “tiro al parlamentare” che si è arricchito, proprio in rapporto alla partita dell’Italia, di un nuovo episodio: nonostante la seduta fiume abbia impedito ai deputati di vedere l’incontro con la Slovacchia alcuni cittadini hanno scritto una lettera con la quale si lamentano, appunto, del tempo che sarebbe stato “rubato” per assistere al match. Match che, appunto, come abbiamo detto, i nostri rappresentanti non hanno potuto vedere. Perché dovevano essere approvati in tempi stretti (e contingentati) provvedimenti importanti per la maggioranza. Dunque, in secondo luogo, il nazionalismo di cui si fregia una parte della destra, già messo in dubbio dal nostro Rosadi nel primo momento della narra- zione sul patriottismo che si conclude con questo pezzo di Laratta, “cede” di fronte agli interessi parti- colari del presidente del Consiglio o di propri, altri esponenti. Patriottardi? Il “j’accuse”, all’interno.
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E’ un vero e proprio “canto” quello che il deputato del Partito Democratico ci propone sul presente (e sul futuro) del nostro Paese. Un canto “disperato”. “Accompagnato” (è proprio il caso di dirlo) dalle parole (e, idealmente, dalle note) di
The Times They Are A-Changin’. Laratta affronta il tema del degrado politico, sociale e culturale del nostro Paese (ma soprattutto politico, “motore” - si fa per dire - di tutto il resto). Ma - attraverso (anche) la canzone di Dylan - lascia uno spiraglio per il futuro. Anzi, spalanca un portone. Quello del Paese moderno al quale questo giornale aspira e tende ogni giorno. E alla cui - verrebbe da dire - (ri)generazione cercheremo di dare sempre di più un contributo maggiore. Laratta, dunque. Con Dylan.
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Abbiamo parlato prima della possibilità di un futuro incontro tra le persone oneste e responsabili dei due poli. E dunque della nascita di una nuova cultura (politica, e non solo) che abbia come stella polare il solo interesse di tutti gli italiani. La proposta di legge presentata oggi alla Camera dal nostro Laratta è, in qualche modo, un’anticipazione di tutto questo. Anche se nasce in vista delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, dunque un evento eccezionale, e anche se si inserisce, inevitabilmente - anche se i firmatari negano l’esistenza di un rapporto - nella discussione accesa dalle prese di posizione della Lega contro il nostro Paese (è proprio il caso di dirlo), e dunque assume una funzione contingente. Cosa prevede: diffusione della cultura costituzionale nelle scuole attraverso la lettura, costante, giorno per giorno, della nostra Carta; e (ri)affermazione dell’Unità attraverso l’esposizione-diffusione di questo simbolo e dell’altro - oltre alla bandiera con i suoi colori - l’inno di Mameli, vituperato dalle camicie verdi ma, in realtà, nel cuore di tutti gli italiani. Il giornale della politica italiana è in grado di proporvi il testo del disegno di legge. Eccolo.
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Il giornale della politica italiana lo ha denunciato per primo e con più forza, perché è ciò che più sta a cuore a questo giornale. Il centrodestra sta sviluppando la linea opposta a quella che può rifare grande l’Italia: sta cioè drasticamente tagliando gli investimenti in cultura, negando così non solo la prospettiva indicata da il Politico.it di fare della cultura IL bilancio di questo Paese, per rilanciarne la competitività e ritrasformarlo in una grande culla di civiltà; ma anche il mantenimento dello status quo. Tagli all’università, tagli alle scuole. Il problema è che tutto questo fa parte di una vera e propria scelta strategica della maggioranza, che non solo non crede nel ruolo della cultura, ma crede nell’utilità della soluzione opposta: un Paese “ignorante” è un Paese che si controlla meglio. Così, dopo avere per trent’anni plasmato l’italiano medio in questo senso attraverso le televisioni, il presidente del Consiglio toglie ora loro il nutrimento che li ha tenuti “in vita” (culturalmente parlando, sempre, s’intende, ma forse non solo) fin’oggi. Il caso più clamoroso è quello dell’ateneo di Arcavacata, che subirà una riduzione di un quinto dei finanziamenti, e di fatto non potrà continuare ad assolvere alla propria funzione. Il tutto in una situazione, quello del nostro Mezzogiorno, che presenta già un grave deficit proprio nel senso nel quale la cultura, e in particolare l’università della Calabria, svolgevano il loro ruolo di contenimento dei danni e di rilancio, ovvero la predisposizione di un futuro migliore (e nelle proprie terre) per i nostri giovani. Il deputato del Partito Democratico rende con parole illuminate il senso di ciò che stanno disgregando. Sentiamo. Read more
La Lega, sì. I ministri in camicia verde che disertano le celebrazioni per la festa della Repubblica e a Varese fanno suonare “La gatta” di Gino Paoli al posto dell’Inno di Mameli. Su tutto questo - e sulla reazione, piccata, del presidente della Repubblica - torneremo in serata, nel Diario. Ma il Paese, quello è un’altra storia. Il deputato del Partito Democratico nota, e ci riferisce, come in tutta Italia si sia palesata una gran voglia di «ritrovarsi», nel nome (appunto) di una Patria che a questo punto della Storia è forse nel nostro cuore più di quanto l’(apparente) superficialità indotta non celi sotto una patina di dis-trazione. A destra - come oggi anche a sinistra - si torna (o si ri-comincia) a parlare di (una) Nazione, nel segno dell’orgoglio per l’Italia e per una ritrovata voglia di (ri)farla grande. E’ (anche) questa la leva con la quale smuovere (senza - però - drogarle) anche le coscienze intorpidite (o intorbidite?) dal Grande Fratello televisivo (in tutti i sensi): narrare (e così preparare) un futuro nel quale il nostro Paese torni ad essere grande (e, così, unito nei suoi vari livelli). Cosa per la quale ha bisogno di tutto se stesso (ancora una volta, in tutti i sensi). La base di partenza, ci segnala comunque colui che firmò un disegno di legge per promuovere i simboli (e, con loro, i contenuti) della Costituzione, del tricolore e dell’Inno nazionale nelle scuole, è comunque buona: la retorica leghista mostra tutta la sua inconsistenza. Ma l’azione culturale, oggi intessuta dalle stesse dinamiche sociali che per altri versi segnano le divisioni (ad esempio) tra nord e sud, va rilanciata. E su questo la nostra politica può ritrovare la propria unità. Isolando gli estremisti.
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Nella preceden- te legisla- tura propose di vendere il patrimonio delle spiagge del nostro Paese. E forse anche il Colosseo. Corrado Guzzanti (a proposito: a quando il ritorno in Rai?…) lo ritrae mentre annuncia che la Sardegna è sul mercato. Il ministro dell’Economia abbassa un po’ il tiro, ma non smette di trovare soluzioni paradossali e, a modo loro, “creative” ai nostri problemi di bilancio. L’ultima venuta è l’idea di fare pagare il pedaggio sulla nostra strada più “famosa” (o sarebbe meglio dire famigerata), a sua volta entrata nell’immaginario collettivo come protagonista di battute, sketch, ironie (ingenerose) nei confronti del nostro Sud e come esempio del male atavico del nostro Paese della pesantezza, dell’inconcludenza, della collusione?, del nostro apparato statale (e in particolare delle opere pubbliche). E’ una fonte inesauribile di introiti per la mafia che banchetta tra cantieri e appalti di risistemazione, e - soprattutto - un cruccio per chi deve percorrere il collo e la punta del nostro stivale, alla quale arriva (quando non si verificano, purtroppo, tragici incidenti) al termine di giorni e notti trascorsi in interminabili code nel gelo dell’inverno (il tracciato fu deviato in quota) o sotto il sole cocente dell’estate. Dunque non esattamente un “servizio” da farci pagare. Anche perché, è il racconto dello scrittore calabrese, che ieri per primo ha fatto esplodere il bubbone nelle mani del ministro, non si tratta in realtà neppure di una vera autostrada… Un pezzo che, almeno nello stile, richiama Sciascia e che ha molto di “nostro” anche perché racconta un pezzo di politica italiana di anni ‘70. Buona lettura e buona politica su il Politico.it.
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