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Formazione non sia pretesto per assumere a tempo determinato. E non prolunghi ciclo studi giovani. Sia un mezzo per (accompagnare sforzo d’innovazione delle aziende e) migliorare vita delle Persone (e – di tutti noi)

febbraio 10, 2013 di Redazione 

La formazione è malintesa da chi, pure – come Monti – ha ormai fatto propria la nostra indicazione in questo senso. La formazione non è né un pretesto per assumere a tempo determinato né un modo per prolungare inutilmente il ciclo di studi che uno studente abbia appena terminato. I giovani non hanno bisogno di ulteriore apprendimento quando escono dalle nostre scuole; l’apprendimento del lavoro, per ciò che riguarda loro, si fa sul campo, molto più utilmente. Ed è l’intero ciclo di studi che deve essere orientato nella direzione dei lavori che abbiamo bisogno che vengano fatti e che più rispondano alle attitudini di ciascuno dei nostri studenti.

La formazione, invece, è il modo per parificare – detto brutalmente – la preparazione delle generazioni precedenti che già si trovano al lavoro, a quella dei nostri giovani (che stanno sicuramente ‘avanti’ a loro in termini di istruzione ed educazione). E’ un fatto culturale e umano tout court prima ancora che tecnico e professionale; formazione come ritorno alla scuola prima ancora che come consolidamento del florilegio di corsi e stage professionali che stancamente vengono seguiti dai lavoratori in attesa di potersi finalmente rimettere a lavorare. E, certo, ‘anche’ come strumento per ripreparare i nostri lavoratori a svolgere un’altra mansione nel passaggio da un lavoro all’altro: nuova o più specializzata. In imprese che si siano impegnate a riorientarsi nel senso dell’innovazione.

Ma il punto di caduta – o, meglio, di non piena valorizzazione – delle nostre risorse umane – quelle già impiegate, quelle neo-licenziate; molto più che per i nostri giovani. Se non quelli che hanno anche abbandonato il percorso di studi – oggi, è che sono toccate da un fenomeno di analfabetismo (di ritorno) che peggiora tout court la qualità delle loro vite, li rende così meno capaci di cogliere le opportunità anche professionali e – a cascata – meno produttivi (di quanto potrebbero essere in ragione delle loro straordinarie qualità intrinseche) sul luogo di lavoro.

E’ un fatto, come detto, culturale prima che tecnico; un investimento che – a dispetto di quanto (non) pensino coloro che sostengono che “con la cultura non si mangia” – può determinare un risveglio dei nostri connazionali capace di restituire all’Italia (tutto) il proprio spessore, la propria ambizione e avviarla verso il proprio, possibile Rinascimento.

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