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Pd potrà contare su singoli grillini ingroiani e montiani? Possibile vo- to disgiunto in Lombardia dice sì

febbraio 10, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non vorremmo dire gatto prima di averlo nel sacco, ma – stante l’attuale conformazione, secondo i sondaggi, del prossimo possibile Parlamento – le cose non si mettono male per il Pd. I democratici avranno infatti – si auspica – la loro maggioranza alla Camera. E al Senato (ma anche a Montecitorio: nella fotina, la democraticissima – eleggenda con Scelta Civica – Irene Tinagli) potranno contare, oltre che sui propri voti (che saranno comunque prossimi alla soglia dell’autosufficienza) il possibile contributo di senatori ingroiani, grillini e montiani: come la vicenda Lombardia dimostra – come noi avevamo preconizzato – sia ampiamente possibile. Una situazione molta diversa dal 2006, quando il bipolarismo sfrenato di allora divideva l’aula solo tra favorevoli e contrari all’esecutivo Prodi: creando un clima propizio ai tradimenti, alla compravendita di voti e a quanto poi sappiamo essere effettivamente avvenuto (cioè la caduta del governo e la fine anticipata della legislatura). Ma ciò dovrebbe motivare il Pd a dare (ora!) il meglio di sé; e non il contrario. Ad avvertire l’aria di un possibile governo di legislatura; e, finalmente, liberarsi di ogni timidezza e prudenza e – in queste ultime due settimane di campagna elettorale – impegnarsi con uno stile nuovo, raffigurando – indicando poche direttrici, chiare ed efficaci – il progetto con il quale vogliono salvare e rifare grande l’Italia. Che può essere sostanzialmente – perché il Pd si è ampiamente ispirato al nostro – sintetizzato così: puntare a rifare dell’Italia la culla dell’innovazione, ricostruendo un sistema integrato tra scuola, università/ formazione, ricerca e nostro tessuto imprenditoriale, e consacrando ogni nostro sforzo nella chiave di un recupero di competitività puntando a tornare ad essere il luogo nel quale si concepiscono le migliori nuove idee e i migliori nuovi prodotti sul mercato globale (per tornare a fare la differenza qualitativamente parlando). E, dall’altro lato, concentrare tutto questo al Sud – perché la nostra è una economia doppia, o dimezzata; e senza fare ripartire quella del Mezzogiorno la nostra stessa intera economia resterà ferma – immaginando di poter contare anche sul possibile apporto di popoli delle coste settentrionali dell’Africa che, essendo appena acceduti alla democrazia (che l’Occidente può consolidare proprio tendendo loro la mano) e giovanissimi (e desiderosi di accedere alla nostra modernità), possono darci la spinta (in termini di novità, dinamismo e motivazioni) che ancora manca per riuscire a rialzarci in piedi (a cominciare appunto dal nostro meridione). E’ così che si vincono (largamente) le elezioni; facendo respirare gli italiani offrendo loro una prospettiva (invece che – solo – ‘un po’ di lavoro’, senza saper spiegare come). Non si tratta di vendere sogni: ma di ricominciare a fare, finalmente, tutto ciò che è possibile fare. Che è molto. Molto diverso da quello che (non) è stato fatto in questi vent’anni. (M. Patr.)

Pigi: ‘B. non amerà nostre riforme’ Pd pensi solo essere baricentro I.

febbraio 10, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

Bersani: “Berlusconi avrà di che lamentarsi per le nostre riforme”. Ora: può darsi che Pigi intendesse in quanto avversario; oppure in quanto persona che ha a cuore solo interessi particolari e non il bene della Nazione. Ma che senso ha immaginare di fare qualcosa (Politicamente) perché qualcun altro debba lamentarsi? E’ questa idea della contrapposizione, novecentesca e ideologica, personalistica e figlia della subordinazione imposta da Berlusconi alla sinistra in tutti questi anni, che fa stentare il Pd/ Pigi a farsi partito-baricentro della Nazione (e non più semplice ‘-sinistra’ del centro-sinistra. Che infatti si insiste a tentare di ricostruire – non capendo che già il Pd lo rappresenta. Tutto – Spostando ogni volta il primo partito italiano – che perciò subisce – continue – emorragie (di voti) – un po’ più nella riserva indiana battezzata come ‘ghetto’ da Giuliano Amato) e, in questo modo, a ‘sfondare’ elettoralmente andando ad attrarre quel 40% di indecisi che rappresenta il vero elettorato potenziale (oltre a quello storico) dei Democratici

Sinistra per istruzione/educazione Questa (vera) rivoluzione (libertà)

febbraio 10, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il proposito di rappresentare la parte delle persone più deboli (in sé) non porta alla vittoria. La partigianeria (ideologica) di essere la parte ‘del lavoro’ fa pensare soltanto ad un ferrovecchio novecentesco. Per questo la sinistra non vince. O, quando vince, poi non riesce ad imprimere un cambio di passo (e – di direzione) alle politiche dei paesi nei quali ciò sia avvenuto: come in Francia; dove Hollande ha messo a segno qualche punto ideologico; ma non ha risolto un solo problema dei francesi (e – dell’Europa – intera).

La sinistra, proprio per il suo essere la parte più onesta e responsabile tra quelle in lizza, è chiamata semplicemente a farsi il partito del Paese. Dove per ‘Paese’ s’intende popolo; s’intendono TUTTE le persone. Ma rivolgendosi ad esse non più, nella rappresentanza di (loro; di alcune, comunque, di loro) interessi (particolari); ma del bene dell’intera Nazione. Attraverso quello di ciascuno di loro.

E il modo per perseguire il bene della Nazione attraverso quello di ciascuno di noi è nella Cultura (cioè nell’istruzione e nell’Educazione): è, in fatti, la cultura la principale leva di eguaglianza che sia mai stata a disposizione della politica mondiale; solo che nessuno l’ha mai veramente concepita, e declinata, come tale. La cultura come mezzo per la liberazione dei singoli; e, attraverso di essi (attraverso ciascuno di loro, attivamente, in prima persona) la liberazione ‘delle masse’.

Una liberazione, però, all’insegna non già di una rivoluzione (contro qualcuno), ma della libertà. La libertà dei singoli di pensare autonomamente e di essere ‘esattamente’ (da questo punto di vista) come coloro che ce l’hanno (già) fatta; e che stanno bene perché – (e)semplificando – hanno studiato e, oltre ad avere (ma grazie a ciò) le ‘giuste’ ambizioni (che non significa poi voler puntare a fare necessariamente un lavoro tecnicamente ‘intellettuale’: Adriano Sofri sostiene che più si è Alti e preparati, più si dovrebbe poter ambire – in una società equilibrata – a svolgere lavori ‘umili’ – ma in realtà ricchissimi. Di umanità – secondo i nostri canoni attuali), hanno saputo farsi valere. Da soli.

Una rivoluzione che va a immediato beneficio dell’intero paese: perché un paese che invece di avere il 75% di analfabeti di ritorno, ha delle persone colte, preparate, capaci di tenere alto lo sguardo e di vedere lontano, è un paese che, in tutte le sue declinazioni (vedi appunto discorso sullo spessore di tutti i lavori), riesce ad esprimere (se stesso) molto di più; e ad essere più competitivo.

E’ facendosi la parte della cultura – della cultura come leva per l’uguaglianza attraverso la liberazione dei singoli – e delle loro risorse intrinseche. E quindi per la competitività – nella libertà, poi, di ciascuno di intraprendere liberamente (ma, grazie alla cultura, responsabilmente) la propria ‘iniziativa’ – che la sinistra non tradisce il proprio mandato storico facendosi ad un tempo la migliore opzione (Politica. E non più post-ideologica e politicista) per tutti gli italiani.

Ambasciata unica export europeo per integrazione nostre economie

febbraio 10, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’integrazione europea non verrà da una semplice cessione di so- vranità a sovrastrutture autore- ferenziali che aggraverebbero – essendo ancora più lontane dai cittadini – la crisi di rappresentatività delle istituzioni del Vecchio continente (e – degli stati nazionali), ma dalla Politica. Ovvero le scelte capaci – al contrario – di dare soluzione a quei problemi, se immaginate e coordinate a livello comunitario, possono dare corpo a quella integrazione e dunque radicarla nella dimensione reale della vita delle Persone e renderla naturalmente stabile e duratura, fino al coronamento – che sia tale, e non un fare il passo più lungo della gamba – della costruzione dell’unità istituzionale dell’Europa (quella ‘politica’ – che in quest’altro livello, consiste – sarà già stata raggiunta attraverso quelle scelte). Oltre all’integrazione delle imprese in chiave transnazionale ed europea – della quale scrivemmo ormai mesi fa – un ulteriore passaggio potrebbe essere la creazione di un’unica ‘ambasciata’ per il coordinamento e l’esportazione dei nostri prodotti (auspicabilmente rilanciati attraverso l’innovazione) sul mercato asiatico e non solo. Per ottimizzarne la diffusione, unificare il gigante (narcotizzato) europeo anche plasticamente sul piano dell’immagine (l’Europa avrà a quel punto un’unica voce anche a livello economico), e cominciare ad immaginare (in concreto! E non nell’astrazione dei vertici europei) – e praticare! – soluzioni comuni alle difficoltà di crescita del Vecchio continente.

Un altro, inevitabile passaggio potrebbe essere (non già una ‘conferenza euromediterranea’, ingessata e fine a se stessa come tutti gli incontri istituzionali orchestrati dall’attuale politica politicante autoreferenziale, ma) favorire un incontro tra le leadership dei paesi dell’Europa mediterranea e meridionale – a cominciare dal nostro, oltre alla Francia, alla Spagna e alla Grecia – e i rappresentanti dei paesi arabi che hanno acceduto (con tanta fatica, e ora stanno tentando di salvare quelle conquiste minacciate dall’isolamento a cui l’occidente continua a costringere i propri fratelli della costa settentrionale dell’Africa) alla democrazia per sviluppare possibili strategie di un progetto di sviluppo comune (all’insegna dell’innovazione) che possa contribuire a riportare il centro degli scambi, commerciali e culturali, nel Mediterraneo.

E in particolare nel nostro Sud, se solo il prossimo governo sarà così lungimirante da capire che tutto questo potrà e dovrà partire – più proficuamente per noi – in primo luogo dall’Italia.

Formazione non sia pretesto per assumere a tempo determinato. E non prolunghi ciclo studi giovani. Sia un mezzo per (accompagnare sforzo d’innovazione delle aziende e) migliorare vita delle Persone (e – di tutti noi)

febbraio 10, 2013 by Redazione · Commenti disabilitati 

La formazione è malintesa da chi, pure – come Monti – ha ormai fatto propria la nostra indicazione in questo senso. La formazione non è né un pretesto per assumere a tempo determinato né un modo per prolungare inutilmente il ciclo di studi che uno studente abbia appena terminato. I giovani non hanno bisogno di ulteriore apprendimento quando escono dalle nostre scuole; l’apprendimento del lavoro, per ciò che riguarda loro, si fa sul campo, molto più utilmente. Ed è l’intero ciclo di studi che deve essere orientato nella direzione dei lavori che abbiamo bisogno che vengano fatti e che più rispondano alle attitudini di ciascuno dei nostri studenti.

La formazione, invece, è il modo per parificare – detto brutalmente – la preparazione delle generazioni precedenti che già si trovano al lavoro, a quella dei nostri giovani (che stanno sicuramente ‘avanti’ a loro in termini di istruzione ed educazione). E’ un fatto culturale e umano tout court prima ancora che tecnico e professionale; formazione come ritorno alla scuola prima ancora che come consolidamento del florilegio di corsi e stage professionali che stancamente vengono seguiti dai lavoratori in attesa di potersi finalmente rimettere a lavorare. E, certo, ‘anche’ come strumento per ripreparare i nostri lavoratori a svolgere un’altra mansione nel passaggio da un lavoro all’altro: nuova o più specializzata. In imprese che si siano impegnate a riorientarsi nel senso dell’innovazione.

Ma il punto di caduta – o, meglio, di non piena valorizzazione – delle nostre risorse umane – quelle già impiegate, quelle neo-licenziate; molto più che per i nostri giovani. Se non quelli che hanno anche abbandonato il percorso di studi – oggi, è che sono toccate da un fenomeno di analfabetismo (di ritorno) che peggiora tout court la qualità delle loro vite, li rende così meno capaci di cogliere le opportunità anche professionali e – a cascata – meno produttivi (di quanto potrebbero essere in ragione delle loro straordinarie qualità intrinseche) sul luogo di lavoro.

E’ un fatto, come detto, culturale prima che tecnico; un investimento che – a dispetto di quanto (non) pensino coloro che sostengono che “con la cultura non si mangia” – può determinare un risveglio dei nostri connazionali capace di restituire all’Italia (tutto) il proprio spessore, la propria ambizione e avviarla verso il proprio, possibile Rinascimento.

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