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Sì a reddito minimo garantito. Ma solo a chi partecipa a formazione

gennaio 24, 2013 di Redazione 

Il reddito minimo garantito – annun- ciato stamane da Pigi, auspicabile prossimo primo ministro del nostro Paese - è una possibile, grande conquista, ma si rivelerà un (vero) passo in avanti e non una (falsa) illusione (come gli ammortizzatori – non – introdotti dalla riforma Fornero) – che rischierebbe altrimenti, in un secondo momento, di finire per tramutarsi in un clamoroso arretramento (del welfare europeo) – a condizione di essere sostenibile; e lo sarà nella misura in cui lo ‘stipendio di (dis)occupazione’ diverrà l’investimento (non più a ‘fondo perduto’, altrimenti tale sia pure riguardando la vita stessa dei nostri connazionali) che le istituzioni europee (ma – a cominciare dalle ‘nostre’!) opereranno nella crescita (delle – nostre – risorse umane. E, quindi, dell’economia – del Vecchio continente).

Ciò sarà possibile se il salario minimo garantito verrà concepito come il contributo che – lo Stato e le aziende insieme – offriranno ai (soli) lavoratori che accetteranno di (continuare a) formarsi (magari in Stati diversi dal proprio di origine; per un sistema – della formazione continua – reso operativo con il supporto dei centri di ricerca e delle università), nei periodi di (propria) transizione (e rilancio – delle proprie competenze e professionalità) da un lavoro (verso) (al)l’altro (così, grazie alla – ritrovata – capacità – e – spessore – dei lavoratori dipendenti – di accompagnare e, anzi, ‘trainare’ lo sforzo per il consolidamento delle – loro – aziende, sempre più specializzato e avanzato).

Tutto questo, nella chiave dell’innovazione.

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