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Sartori: “Riv. digitale da superare” No; va superata società di gossip

gennaio 23, 2013 di Redazione 

Sartori ha ragione e, ad un tempo, sbaglia.

Ha ragione quando critica la società del Prozac: una società che – raggiunto il benessere – ha smesso (illusoriamente) di avere bisogno di impegnarsi, e ha smesso di pensare criticamente.

E lo ha fatto, in ispecie, sostituendo alla riflessione, ai contenuti, al confronto e all’azione sulla base delle proposte, la società – che potremmo definire – del gossip.

Una società dove non conta ‘cosa’, ma ‘chi’ (da cui, a cascata, una (de)meritocrazia delle relazioni, e non dei meriti. Ma di questo parleremo magari dopo).

E dove non conta ‘perché’, ma come o dove o insieme a chi.

La società dell’immagine (e delle immagini. Fotografate) e non dei testi scritti (che infatti quasi più nessuno è in grado di capire, secondo l’involuzione del ritorno all’analfabetismo).

Fin qui – o, meglio, nella sua denuncia dell’abbrivio di tutto questo, che noi siamo poi andati a definire (meglio) – Sartori ha ragione.

Dove ha torto è nel (non) proporre soluzioni (a tutto ciò). O per lo meno la sua ricetta indica già una delle direttrici, ma non indica come arrivarci e soprattutto non le indica tutte.

La direttrice che Sartori indica è quella del ritorno alla concretezza dello studio funzionale ad un lavoro artigianale o tecnico o comunque pratico. A cominciare dall’agricoltura.

Sacrosanto. E, tuttavia, la società dell’immagine non ha il proprio punto di caduta nella rivoluzione digitale (anche se in quella tecnologica tout court, sì; – se non – per la parte, appunto, di proliferazione dell’immagine e della deriva voyeuristica e in cui tutti noi pensiamo di essere protagonisti di un reality show, del quale siamo ad un tempo, appunto, recitanti e operatori).

Bensì nella società del gossip.

Dunque è da questo (effetto. – Certo, – della sostituzione di alcune nostre funzioni con strumenti atti a compierle al posto nostro. E dunque di una sorta di ‘reazione’ della comodità), che dobbiamo guardarci, e non dall’innovazione (purché sia anche, e non solo – tecnologica).

Innovazione che può, invece (ecco la modalità), essere la leva attraverso la quale rimuovere quel macigno (di inconsistenza) dalle nostre (in)coscienze.

Perché quel macigno si rimuove tornando a dare spazio – sui giornali. Come ha fatto meritoriamente lo stesso Sartori stamani – in televisione, ai contenuti e non più al teatrino autoreferenziale che non significa nulla.

‘Ha perduto se stesso’, titola l’HuffingtonPost su Fabrizio Corona. Ma (se dà tanto rilievo alle sue vicende) a essersi ‘perduta’ (nei miasmi. Del gossip) è la società (e – cioè – la stampa) italiana.

Sarà mettendoci alle spalle tutto questo che torneremo a dare spazio alle Persone. Perché non è spiandole voyeuristicamente dal buco della serratura che mettiamo le persone al centro della nostra vita; così ci mettiamo la (loro – ?) immagine, e la persona rimane nascosta, esiliata e soffocata (nel suo isolamento) dietro il velo (patinato) di quella fotografia (spesso luccicante. Come gli specchietti per le allodole).

I mezzi, senza un respiro etico e filosofico (la cui mancanza è ‘provocata’ da ciò), diventano totalizzatori delle nostre vite che piegano a proprio piacimento facendo diventare noi gli strumenti della propria esecutività.

Noi non fotografiamo per cogliere un punto di vista, un luccichio negli occhi della persona che amiamo; oggi noi fotografiamo perché abbiamo una macchina fotografica nuova con opzioni luccicanti che ci porta a desiderare di usarla e di fotografare; oppure fotografiamo (ad altri ‘livelli’) perché tutto questo ha svuotato (di desideri; di aspirazioni; di sensibilità. Sostituendo l”anima’ della nostra società con l’attaccamento – in tutti i sensi – a quegli strumenti-funzioni) i nostri connazionali, che si accontentano di vedere – sui loro palmari. Appunto – dove Corona è stato catturato e come.

Rimanendo al di qua dei fatti. Senza penetrarli nella loro sostanza. Chiedendoci solo chi, quando e come. E non più cosa e perché.

Ma così facendo smettiamo di usare le nostre intelligenze. E, come ogni cosa che non venga usata, esse finiscono per marcire; o per lo meno per cadere, appunto, in disuso e per non darci più l’immediatezza del loro supporto.

L’innovazione (a 360°, e non più soltanto tecnologica) in quanto motivazione (anche – economica) a tornare (tutti insieme. Ed ecco le altre direttrici) a studiare, a ricercare, per rifare del nostro Paese la culla (dell’innovazione e) della civiltà (del futuro), per essere noi, qui, ad introdurre le principali innovazioni e novità (anche, comunque, ripetiamo, tecnologiche: non c’è in tutto questo nessuna caccia alle streghe. Al massimo agli stregoni. Che fa rima con televisioni di Berlusconi. E anche a livello di – necessaria – produzione agricola e artigianale), può rappresentare la modalità – la leva – attraverso la quale superare questa condizione, e (ri)aver(ci di) una crescita. Umana e, quindi, economica.

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