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Nostro nuovo Rinascimento passa per liberazione (culturale) italiani

gennaio 22, 2013 di Redazione 

Monti inefficiente? Il Financial Ti- mes sbaglia. Al presidente del Consiglio si possono rivolgere (a nostro modo di vedere. E lo abbiamo fatto nel corso di tutti questi mesi) due critiche su tutte: non sa come rigenerare la crescita (e nemmeno, purtroppo, sembra avere ben chiaro cosa serve/servisse al nostro Paese per uscire, strutturalmente, dalla crisi); non ha abbastanza coraggio quando di fronte si trova resistenze o forme di condizionamento pervasive e che si oppongono alla piena esplicazione del suo anelito alla modernizzazione del nostro Paese.

Può, forse, essere ricondotta a quest’ultimo ‘filone’ la mancanza di tentativi di riforma nella seconda parte del suo anno di governo (quella della famigerata ‘politica degli annunci’), quella in cui, dopo il fallimento dell’agguato per la piena abolizione dell’art. 18, è sembrato che l’esecutivo presieduto dal professore avesse esaurito la propria carica propulsiva.

Ma la vera critica che si deve rivolgere a Monti è di non avere le idee chiare: la sua cultura liberale lo porta a mettere in gioco soluzioni di mero stampo liberista; cioè pura deregulation. Che spesso significa più libertà di trattare i dipendenti ad (improprio) usum delle esigenze puramente finanziarie e di bilancio delle proprie aziende.

Ma, come scriviamo a lato, un Paese incagliato in una crisi che va ben oltre la mera mancanza di liquidità di questi ultimi mesi, non uscirà semplicemente consentendo alle aziende di liberarsi della zavorra dei lavoratori e con una – pur necessaria – semplificazione della burocrazia (sempre in secondo piano nell’Agenda deregolativa di Monti) che rappresenta la vera palla al piede del nostro (altrimenti combattivo) tessuto (auto)imprenditoriale (anche – dei giovani. Che non possono, in ragione di ciò, tecnicamente riuscire ad avviare una propria impresa. A meno di non aver(n)e una famiglia(re.) alle spalle).

L’Italia potrà uscire dalla crisi (che, per quello che la riguarda, è in atto non dal 2002 ma almeno dagli anni Ottanta, quelli della Milano da bere e dell’inizio del declino – autoreferenziale. E con esso dell’accelerazione nell’accumulo del nostro debito-monstre – della politica – oggi, così – politicante) solo puntando a ‘rielevare’ (culturalmente. E, così, a liberare) le proprie risorse (umane).

In una Nazione nella quale il 70% dei cittadini non sa districarsi tra le maglie di un breve testo per comprenderne il significato, appare in fatti evidente che qui – in questa forma di semianalfabetismo (di ritorno: che equivale a dire che abbiamo abbandonato la nave del nostro Paese alla deriva, senza offrirgli una guida che avrebbe saputo evitare questo arretramento di cinquant’anni rispetto alle conquiste – di civiltà – ottenute nel secondo dopoguerra) – sta invece il (vero) freno ad una ripartenza che non può prescindere dal coinvolgimento, dalla mobilitazione di TUTTI i nostri connazionali.

Altrimenti quella (mancata) ripresa (generalizzata) consisterà nella ‘liberazione’ di (sole) poche imprese (a cominciare da quelle grandi che poi, di tutta risposta, portano i loro stabilimenti all’estero). Che salveranno la pelle. Loro. Ma non il Paese. Non la nostra economia nel suo complesso. Il ‘solo’ in grado di generare ricchezza. Diffusa. E, quindi, quel circolo virtuoso che potrà ottimizzare la resa degli investimenti dei grandi capitali.

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