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De Bortoli: ora licenziamenti facili Così ‘unità riformisti’ ‘cade’ subito

gennaio 20, 2013 di Redazione 

Il mascheramento della piena abolizione dell’art. 18 con la sua ‘sospensione’ (per cominciare: secondo step dopo il primo ‘assalto alla diligenza’ – da noi fermato nel suo intendimento ‘risolutivo’, e che pure ottenne – la sostituzione dell’obbligo di reintegro con la possibilità di accettare una buona uscita) per due o tre anni (!) all’inizio del periodo di assunzione (?) dei lavoratori a tempo indeterminato (…), (re)incontrerebbe la nostra decisa, assoluta e implacabile opposizione e, crediamo, di tutto il Pd.

Le proposte di maggior liberalizzazione del mercato del lavoro non sono la chiave del futuro; sono la chiave del fallimento (globale. Del passato).

Si chieda in Cina cosa sta portando una compressione (tout court) dei diritti dei dipendenti.

Il futuro si chiama formazione continua, si chiama spinta all’innovazione della quale i lavoratori divengano il principale fattore di determinazione; si chiama, forse, cogestione.

Si chiama rimettere al centro le Persone (e non più, come dice anche il Santo Padre per il resto ossequiosamente citato da Monti e dal direttore del Corriere, il – solo – “profitto”. A discapito delle vite degli altri).

E all’ombra di questo (e non il contrario; se mai) libertà di licenziare; o – meglio – di (ri)assumere personale più preparato, ‘liberato’ e pronto a dare il proprio (decisivo!) contributo al processo di crescita e di innovazione delle aziende.

Perché tutto ciò non rappresenta un ‘accessorio’ alla teoria del licenziamento ‘selvaggio’ (perché di questo, si tornerebbe a parlare e questo è il retropensiero alla base di ogni proposta che sia articolata a partire dall’abolizione dell’art. 18 e solo a ‘compensazione’ con tutto il resto) ma la CHIAVE di una (vera, equilibrata) riforma del lavoro.

Nell’interesse di tutti. Per la crescita. E non solo della possibilità (di pochi imprenditori poco illuminati: perché tutti gli altri continuano a chiarire che questo NON è il punto, ben conoscendo il ruolo decisivo svolto dalle proprie risorse umane – che dunque non si possono tradire! – nella maggiore tenuta o nel successo delle proprie aziende) di esercitare una golden share (e dunque di tornare indietro di 150 anni nella storia dei rapporti industriali e tra ‘padroni’ – che tornerebbero ad essere tali – e dipendenti) sulle vite dei propri lavoratori.

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