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Sintesi. Economia di innovazione Formazione continua a ‘integrare’ lavoro. Cultura per Rinascimento

gennaio 12, 2013 di Redazione 

E mentre tutti cazzeggiano Paese affonda. Serve ora completo ribal- tamento di piano. Una economia rifondata sull’innovazione. Formazione continua a ‘integrare’ lavoro. Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento. Italia tornerà ad essere culla della civiltà

L’Economist: “E’ persino semplice salvare – e rifare grande – l’Italia. Il dramma è che questa classe politica non sembra averne la volontà. E (quindi) la capacità”. Lascia esterrefatti che, ora che il rischio-baratro per la nostra nazione è sotto gli occhi di tutti (si è manifestato con la concretezza dell’immediato rischio-default), il nostro dibattito pubblico continui come prima, completamente “assente”. Giornate intere dedicate a seguire la telenovela Papa&Tedesco, dando peraltro a due signori inquisiti – e ai loro guai – una dignità che non meriterebbero. Una politica che, quando non interviene – svogliatamente – per tappare qualche buco, cosa che ci manterrà in equilibrio per un altro po’, ma senza toglierci dall’orlo del burrone, invece di mettere in campo, da subito, la sua proposta per il futuro dell’Italia ciancia di - of course – Berlusconi, berlusconismo, coalizioni, centro, più o meno moderato, governi tecnici di larghe intese, legge elettorale; e meno male che Vendola ha smesso (almeno per ora) di ossessionarci con le sue ambizioni personali… Tutti elementi necessari, ma non sufficienti, e che non rappresentano il punto, ciò che serve oggi al nostro Paese. Al nostro Paese oggi serve avere le idee chiare su cosa si dovrà (dovrebbe, subito!) fare. Le conclusioni a cui (più o meno) siamo giunti tutti – tranne, ovviamente, la politica (…) - sono le seguenti.

Sopra, il simbolo della nazione

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La scuola. Il futuro dell’Italia è, banalmente, dei suoi giovani di oggi, gli adulti di domani; dai suoi giovani di domani, adulti di dopodomani. E così via. Qualsiasi politica vera – ovunque, ma tanto più in un Paese vecchio, non più funzionante e da rifondare come il nostro - parte quindi non dall’economia e nemmeno dal lavoro (che pure vanno affrontati con altrettanta forza e complessità, e lo vedremo subito dopo), ma dalla scuola. Una scuola che aveva raggiunto livelli di eccellenza (almeno prima che cominciassimo, tafazzianamente, a boicottarla). Ma (comunque) non basta. Ben al di là di qualsiasi tentazione di usare il luogo nel quale si forgia il nostro futuro come un postificio attraverso il quale dare risoluzione ad un (rilevante, ma parziale) problema sociale, la nostra scuola, la scuola dell’Italia che vuole tornare ad essere la culla della civiltà, deve avere l’ambizione di essere resa (sempre più) il luogo più avanzato dell’istruzione nel mondo, studiando ed adottando i nuovi modelli di insegnamento praticati ad esempio nel nord Europa (o concependone di nuovi, magari con l’ausilio e l’uso della scrittura – in tutti i sensi), e in ogni caso gettandosi a raggiungere l’obiettivo. E’ la prima cosa da fare (naturalmente mentre si comincia ad affrontare il resto). O costruiremo (se mai) un gigante dai piedi di argilla.

L’università e la ricerca. L’università e la ricerca, a loro volta, o sono parte e motore del sistema economico o fanno la fine di oggi, chiudendosi in se stesse e sfaldandosi al loro interno. Oltre alla riforma dal punto di vista organizzativo – della quale ragioneremo in un’altra occasione - è banale – ma non inutile – ricordare che l’università attuale puzza di muffa, e va rifondata, liberando e ricambiando, ma anche qui al solo scopo di mettere nei ruoli-chiave per il futuro del Paese chi può offrire di più, e non di dare respiro a chi magari aspetta da anni di “entrare” – ma è (ipoteticamente) figlio di questo sistema, che andrebbe quindi a perpetuare.

Così per la ricerca: no all’assunzione dei precari fine a se stessa, sì ad una (ulteriore) liberalizzazione che faccia della ricerca un luogo produttivo, nel quale non trovare “sicurezze” – chi vuole la comodità di un posto garantito può ricorrere ad altre soluzioni lavorative – ma le motivazioni – naturalmente sostenute adeguatamente anche dal punto di vista economico -necessarie a rifare dell’Italia la culla dell’innovazione, in cui si producono le idee più avanzate e - ecco il punto – si (ri)genera un sistema produttivo che tenda a diventare il più avanzato al mondo.

Università e ricerca, insomma, sono chiamate a conoscere un vero e proprio “annozero” che consenta di ripartire (da loro).

Imprese. Tutto questo, infatti, accompagna e deve essere accompagnato dallo sforzo delle imprese di (r)innovarsi, in una tensione continua alla ricerca dell’innovazione, che sul piano concettuale si lega a ciò che abbiamo indicato prima, ma per ciò che riguarda le risorse umane intreccia – e contribuisce a risolvere – il “problema” del lavoro.

Lavoro. Oggi il lavoro è bloccato e, spesso, improduttivo (o meno produttivo di quanto potrebbe) per chi ha il posto fisso, precario e altrettanto improduttivo – almeno nella chiave della costruzione del futuro, proprio e dell’Italia – per chi lo ha a tempo determinato (o peggio). Questo è un punto molto delicato, sul quale i dubbi sull’opportunità di compiere un passo dal quale, va detto con chiarezza, sarebbe difficile tornare indietro sono intensi. E tuttavia un Paese che conoscesse contemporaneamente una completa “libera(lizza)zione”, attraverso (anche) l’abolizione degli ordini, e fornendo (così) ai giovani lo strumento per accedere con le proprie forze; il ritorno (a cominciare dallo Stato) ad un rigore per il quale si smette di assumere in modo improduttivo, si comincia a cambiare culturalmente il punto di vista sull’”idea”, generale, di sistema (mancante o non funzionante) che ruota intorno alla raccomandazione, si cancellano seduta stante di tutti gli organismi e le società (pubbliche) inutili (con i loro posti altrettanto “inutili”, e occupati applicando la logica del sistema bloccato); un Paese che fosse impegnato (e motivato) a rilanciare se stesso (anche attraverso una ripresa, misurata e strettamente funzionale, dell’orgoglio nazionale), un Paese così potrebbe forse permettersi di compiere questo passo ulteriore: quello di superare ad un tempo sia il posto fisso per tutta la vita sia la precarietà (con piani di uscita graduale e “controllata” di chi oggi ha la sicurezza e si troverebbe, a quel punto, spiazzato e magari senza paracadute per “limiti” di età e di preparazione – appunto) costituendo un sistema per cui chi non lavora accede – ecco lo strumento - alla formazione permanente, che mette nella condizione di poter affrontare un nuovo lavoro o di corrispondere alle (ora, sempre) rinnovate esigenze di specializzazione delle aziende, nel loro (continuo) percorso-tensione all’innovazione. Formazione permanente messa in campo attraverso un’azione congiunta delle imprese e dello Stato, con il supporto dell’università. Partecipando alla quale si abbia diritto allla indennità di (dis)occupazione, e dalla quale (appunto) si passa ciclicamente – sostituendo gli altri al lavoro e viceversa – in ragione delle esigenze di (continua) innovazione delle imprese e del sistema.

E’ chiaro che tutto ciò va implementato progressivamente, e che può funzionare solo in un’economia “esplosiva”.

Un’economia che, per questo, sia fondata sulla responsabilità e sulla creatività. La responsabilità di avere in mano il proprio futuro lavorativo, che in un’Italia finalmente liberata e che ha voglia e (sempre più) bisogno di riconoscere il merito ci si possa costruire (più facilmente) “da sé”. La creatività che grazie alla responsabilizzazione – in un rapporto equilibrato, e naturalmente da affinare, tra esigenze di innovazione e produttività e “tranquillità” personale – viene liberata e consente di dare il meglio sia quando si avvia una propria impresa sia quando si lavora per altri.

Cultura. Ma l’Italia non si accontenta dell’economia. L’Italia vuole tornare ad essere la culla della civiltà (non soltanto “tecnica”). Per farlo ha bisogno della cultura come (proprio) ossigeno. Ma il modo per raggiungere questa virtuosa condizione non è investire più soldi nelle cosiddette ”politiche culturali” (tout court). Ma creare le condizioni sia per una (ri)generazione della cultura (della “produzione”/ espressione – meglio – culturale) sia perché questo consenta una sempre maggiore sostenibilità e produttività (qui sì) anche economica. Il modo per farlo è (anche) usare i mezzi di comunicazione di massa che oggi vengono usati per renderci più simpatico tizio o caio (che naturalmente non avranno mai detto una parola utile al Paese) e che possono invece diventare lo strumento attraverso cui creare un clima, e rinnovare una cultura (di massa), attraverso il ritorno alla curiosità, all’interesse (per i contenuti), attraverso lo studio, che, da un lato, “libereranno” ulteriormente il Paese (mediante ciascuno di noi), mettendoci nella condizione (tra l’altro) di partecipare con efficacia al nuovo sistema produttivo (e di incrementarlo ulteriormente) ma anche di scegliere, se del caso, vite completamente diverse (questo è il senso della libertà! Libertà non di applicare gli schemi che ci vengono imposti, ma di “scegliere” i nostri); dall’altro potranno consentire ad un’Italia che la politica in questo senso asseconderà (e, se ne sarà capace, anche guiderà), di tornare ad essere il luogo nel quale si concepisce - offrendolo agli “altri” - attraverso il recupero di una dimensione etica e filosofica, il futuro del mondo.

Vedi anche: Il governo che può rifare grande l’Italia

(23 luglio 2011)

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