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Borsellino, lotta per nostra libertà Raccogliere testimone di battaglie

gennaio 11, 2013 di Redazione 

Una persona buona. Pura. ‘Semplice’. Dedita e appassionata al proprio lavoro. Al proprio dovere. Questo era Paolo Borsellino. Che si parli di lui in termini di destra/ sinistra, o che lo si ricordi (?) come una figura austera, lontana, un ‘eroe’ – della lotta alla mafia – e, per questo, a noi (tutto sommato) ‘estraneo’, ‘avulso’, non rende onore all’impegno, al sacrificio, ma quotidiano, di una vita come quella di ciascuno di noi trascorsa a presidiare la nostra libertà, a difenderla, giorno per giorno, cercando di risalire alla ‘radice’ di quella fonte della nostra (in)sicurezza e precarietà; di quella nostra paura sotto la minaccia della quale più facilmente distogliere lo sguardo, occuparci di altro, distrarci, per poi potere fare e disfare (delle nostre vite; da parte, appunto, di altri) a ‘proprio’ piacimento.

La vita di una persona alla mano (capace, un pomeriggio, nel pieno della sua lotta – solitaria – alla mafia, di ricevere due giornalisti stranieri, nella più totale solitudine, nella più totale mancanza di – vera – informazione delle persone, civili, buone come lui, che magari gli vivevano intorno, che lo incrociavano di tanto in tanto per strada, di quello che Borsellino stava facendo – proprio – per loro, in quello stesso momento, per poterle continuare a vedere sorridere, proprio – ‘anche’ – grazie a quel suo sacrificio), nonostante le strumentalizzazioni che in seguito ne sono state fatte, che avrebbe desiderato che ciascuno di noi conoscesse, capisse fino in fondo il senso di quel sacrificio – presidiare la nostra libertà, la nostra democrazia, e non ‘solo’ dal ‘pericolo’ mafioso – perché i nostri ragazzi di oggi continuassero ad essere (tutto sommato) liberi di fare le proprie scelte, di arrivare quasi poco responsabilmente a ‘giocare’, persino, con la libertà di esprimere le proprie opinioni; non rinunciando ad esigerla fino in fondo per sé, nelle scelte della Politica, ma anche in quelle, più banali, del nostro quotidiano, in un confronto-scontro con l’autorità (quando si fa – antidemocraticamente – meno legittima), in una pretesa di rispetto da parte (anche) di chi fa informazione che non può più considerare il proprio mestiere alla stregua di un’impresa commerciale, perché i beni che vende sono la verità, i fatti, la giustizia, dai quali dipende appunto la nostra libertà, e non possono (più) sottostare alle regole del marketing e del mercato.

Paolo Borsellino, così come Giovanni Falcone, Pier Paolo Pasolini, Pio Latorre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Antonino Cassarà, Giorgio Ambrosoli, hanno dato la vita, prima dedicandola, poi sacrificandola, per noi (sì, per ognuno di noi); nel nostro Paese di oggi, al di là della retorica, sono dimenticati: sono dimenticati perché non si sa (più – ?) per cosa hanno combattuto.

Hanno combattuto (e vinto) perché se un’avanguardia della lotta ad ogni forma di criminalità, fa un passo indietro, recede, rinuncia, si – a sua volta – distoglie, quello è il momento in cui un altro pezzetto (ma grosso) della nostra libertà, quella di tutti noi, quella che viviamo e pratichiamo quotidianamente, viene meno. Se non ce ne siamo accorti (se non ne siamo stati – irresponsabilmente, peraltro, dalle nostre istituzioni – edotti), in quegli anni, è – anche – perché, comunque, loro un passo indietro non lo hanno fatto, e hanno impedito che quella marea montante avanzasse; hanno pagato con la vita, ma hanno vinto la loro battaglia. In nome nostro. Per noi.

In una ‘guerra’ – alla mafia, ma anche alle altre forme di criminalità che pervadono il ‘corpo’ dello Stato – che però non è ancora conclusa, che non è ancora stata vinta (del tutto). E che tocca dunque a noi, ora, prima che sia tardi, portare a compimento, per una volta, (anche) in nome loro. Anche – per loro, perché il loro sacrificio non solo sia stato decisivo – lo è stato, se ora noi siamo qui a poter parlare di vincere – dopo la loro battaglia – anche la ‘guerra’ – tout court – ma sia stato la pre-condizione della più totale affermazione della democrazia e della libertà.

E’ come se ci avessero passato il testimone, per fare l’ultimo tratto, e ora dovessimo puntare dritti al traguardo. Ricongiungendoci, una volta tagliato, per primi, finalmente, con loro e con la loro (maggiore) civiltà. Compiendo per questo, in quell’istante, un percorso – quello di pieno espletamento e realizzazione della nostra democrazia – cominciato cinquant’anni fa, e creando le (imprescindibili) condizioni per la modernizzazione – anche, economica – del nostro Paese.

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