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Ex caserme alternativa a carceri Se manca cultura rispetto regole

gennaio 9, 2013 di Redazione 

Napolitano: “Condanna sulle carceri, umiliante”. Tocca lo Stato, ma lo tocca nella misura in cui lo Stato siamo tutti noi: perché ad essere umiliate sono le Persone (carcerate; e, ovviamente, non solo); e dunque la reazione non può essere di (distaccata) ‘indignazione’ o contrizione; ma deve essere costituita (ben oltre ogni ‘moderazione’) da una risoluta (a cominciare da ora! Esiste in fatti ancora un governo in carica, sia pure oggi impegnato in attività maggiormente appaganti, a quanto pare, per il – suo – premier) determinazione (intanto) ad alleviare le condizioni di quei cittadini (che in questo momento, mentre stiamo parlando, non hanno smesso di soffrirne: esattamente quanto ieri) e poi a risolvere strutturalmente il problema (che è – in definitiva – quello della nostra – attuale – (in)civiltà).

Come? Per ciò che riguarda il primo, urgente aspetto, si possono (immediatamente, e facilmente, riadattare ed) usare le caserme dismesse per la detenzione di coloro che sono stati condannati (o, peggio, sono ancora oggi solo accusati) di reati di minor gravità e pericolosità sociale, riducendo immediatamente il tasso di affollamento delle nostre attuali (fatiscenti) prigioni.

Tra l’altro la (loro: delle caserme oggi inutilizzate) prossimità (spesso) con i centri delle nostre città, può consentire un’immediata reintegrazione di quelle componenti (oggi abbandonate a loro stesse; e, per questo, spesso condannate – ad una vita di emarginazione e, quindi, – alla recidiva) della nostra società (così – più provinciale ed emarginata) con quella parte più ‘sana’ e fortunata che non sta scontando gli stessi problemi.

Quanto al secondo, la questione è culturale; ed attiene il valore del rigore, che per essere declinato (anche) finanziariamente e nella gestione di bilancio deve però riguardare (prima) il rispetto delle regole (tutte: a cominciare da quelle non scritte e di lealtà verso gli altri. Questa è la vera responsabilità).

Nel nostro Paese vige ormai un plebiscitarismo de facto; un plebiscitarismo che si traduce nella ricerca (preliminare) del compromesso e dell’accordo a tavolino – che presuppone sempre la manipolazione e il mancato rispetto delle regole; e l’”aggiramento” di ‘ogni’ confronto demos-cratico – che non significa demagogico o populista – e sostanzialmente della democrazia – in ogni circostanza in cui sia necessario assumere una decisione sull’organizzazione della nostra vita politica, sociale e civile.

Ebbene, si tratta di tornare (cominciando a praticarlo ognuno di noi. Sin dai più alti livelli. E a reimetterlo in un circuito culturale – anche attraverso la produzione televisiva e artistica tout court – che oggi tende a premiare quella che viene definita ‘furbizia’ e ogni forma di aggiramento delle norme) al rispetto delle regole e quindi della democrazia.

Regole, naturalmente, che grazie al (preliminare) rispetto di questo principio (che è in ultima analisi quello del rispetto – reale – per le Persone) torneranno (a ‘loro volta’) ad essere concepite – e scritte – nell’esclusivo interesse di (tutti) gli italiani.

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