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Soluzioni concrete (e urgenti!) per uscire dalla crisi Giulia Innocenzi

gennaio 9, 2013 di Redazione 

di MATTEO PATRONE

Abbiamo capito che la soluzione alla crisi dell’Italia (e – dell’Europa) non può passare che per un rilancio del nostro Sud: poiché la nostra economia, oggi, è una economia doppia, o dimezzata; che gira al nord e non esiste praticamente al sud. E perché questo, rappresenta il principale buco nero delle nostre finanze (e, dunque, di quelle europee e il terreno scivoloso su cui rischia di venir meno la tenuta dell’euro e del progetto politico di unità del Vecchio continente). E che la nostra economia al sud non può essere rilanciata, sperando di agganciarla ad uno sviluppo mitteleuropeo lontano migliaia di chilometri (geografici e culturali); e che, invece, compiendo un giro di 180° su loro stessi, i nostri attuali leader (?) politici europei scoprirebbero una sponda settentrionale dell’Africa, animata da popolazioni giovanissime che non desiderano altro che ‘raggiungerci’ nella (nostra!) modernità, fatta di democrazia e benessere (anche) materiale. E che coinvolgendoli in un progetto di sviluppo comune con noi, potrebbero offrire (loro a noi!) il traino per il rilancio dell’economia non solo nel nostro mezzogiorno ma anche della Grecia e della Spagna, ovvero: i punti deboli dell’Europa e della sua tenuta. Perché nessuno ha ancora mosso un passo in questa direzione, nonostante tutti riconoscano la necessità di una soluzione lungo questa direttrice?

Abbiamo capito che l’industria dell’auto non si rigenererà (continuando sulla stessa falsariga) perché il mercato “è saturo”, o, come dice la vulgata, “se una famiglia ha già un’auto, ce l’ha e non ne compra un’altra”; tanto meno in un periodo di crisi. Abbiamo capito che la chiave per la risollevazione di ogni nostro comparto produttivo – e tanto più uno che con i prodotti già sul mercato oggi, non può sperare di piazzarne molti altri di qui a qualche tempo! – è puntare sull’innovazione, cioè immaginare nuove soluzioni (appunto produttive), nuovi prodotti – ‘magari’ nella prospettiva di un cambiamento anche della nostra concezione nell’uso di quel tipo di oggetto di consumo, o per le nostre stesse vite – che possano superare la ‘saturazione’ attuale del mercato, accrescere la qualità delle nostre esistenze e, in generale, ridare sostenibilità e/ perché utilità – per tutti noi, e non soltanto per i propri introiti – agli interessi economici in essere. E dunque che l’industria dell’auto – a cominciare dalla Fiat! – potrà essere rilanciata ‘soltanto’ cominciando a lavorare – ad esempio – al concepimento della possibile ‘auto’ del futuro, visto che quella che ci ritroviamo in dotazione risale ormai a due secoli fa. Ed è sempre meno compatibile con le nostre esigenze di (vivibilità e) sostenibilità ambientale, per non parlare della prospettiva di una sempre maggiore riduzione della disponibilità dei combustibili attualmente utilizzati per far marciare le nostre auto, e dunque di un progressivo aumento del costo (della benzina!) per gli automobilisti. Sono già in uso com’è noto altre forme di alimentazione (ad esempio elettrica) dei nostri mezzi, ma potrebbero evidentemente essere pensate e poi applicate con maggiore incisività e ‘soddisfazione’ su un modello completamente nuovo che fosse – anche nelle proprie dinamiche di funzionamento e persino di ‘movimento’ – più in linea con questa esigenza di un miglioramento della qualità della vita nelle nostre città (e non solo) e di un migliore rapporto con l’ambiente.

Perché l’ad Fiat fa la questua dal governo italiano, minacciando di chiudere e delocalizzare stabilimenti se non avrà quello che (impudicamente) chiede, e non prova invece a fare della Fiat l’industria (mondiale dell’auto) che concepirà per prima una ulteriore evoluzione, e ‘sostituzione’, dell’attuale concetto di automobile? E’ così che la Fiat uscirebbe dalla crisi di lungo periodo, e si disporrebbe a contribuire a scrivere anche un pezzetto di Storia.

Abbiamo capito che il punto di forza della nostra economia sono le nostre piccole imprese: un tessuto combattivissimo che, infatti, tiene comunque botta, con la qualità, con l’originalità del marchio italiano, a questo periodo di crisi. E al tempo stesso che quelle imprese sono troppo ‘piccole’ per poter sperare, da sole, (non solo di ‘tenere il mare’ – della competizione. Globale – ma anche) di far uscire la nostra economia dal pantano in cui si è incagliata (e senza quella spinta, ‘nessuna’ nostra impresa può confidare davvero di farcela).

Perché la linea strategica di favorire la sinergia, la (ri)costruzione di filiere, quando non direttamente la fusione – sollecitata costantemente da Dario Di Vico sul Corriere – tra questi nostri campioncini – così che diventino presto dei giganti in grado di competere per la leadership, nei rispettivi settori, del mercato universale; anche con la fiducia di poterlo fare scavando un bel solco e acquisendo un certo vantaggio sui propri più immediati ‘concorrenti’, se è vero che l’Italia non solo non deve puntare minimalisticamente a ‘salvare il salvabile’, ma ha la possibilità, sul medio-lungo periodo, di perseguire un livello di crescita pari a quello di Cina e Stati Uniti e quindi, in tempi di maggiore espansione (dell’economia mondiale), a due cifre – non è ancora diventata opzione Politica di questo governo?

Perché il governo Monti è un governo liberista, che crede nella totale indipendenza degli attori economici nella gestione delle dinamiche di sviluppo. Ma oggi sono quegli stessi protagonisti del nostro sistema produttivo!, a chiedere che la Politica dia loro una strategia (e – correlativi – leadership e coordinamento. Domandare per credere). E, in questo quadro, la migliore strategia non può che legarsi a questa prospettiva di maggiore integrazione ed unità, messa al servizio del perseguimento di quell’obiettivo di innovazione e di immissione sul mercato dei migliori nuovi prodotti e delle migliori nuove idee.

Parimenti abbiamo capito che l’Europa dei tecnocrati rischia di segnare, paradossalmente e (a)simmetricamente, la fine dell’Europa tout court. E che l’unica Europa possibile è l’Europa delle Persone, degli europei – com’è tornato a ripetere in questi giorni il responsabile delle Politiche Ue per il Pd Sandro Gozi – che ‘nasca dal basso’ – per usare un’espressione comunque abusata e quindi resa sterile, ‘inutile’ – e nel ‘vivo’ dei popoli d’Europa, per trasferirsi poi alle proprie istituzioni.

Abbiamo capito quindi che “l’unione fa la forza”, e che a livello europeo la fa soprattutto – per intanto – quella degli attori economici. Perché, allora, chi crede nell’Europa unita e vuole trovare una soluzione concreta alla crisi puntando a ridare stabilità alla stessa moneta unica – che, togliamocelo dalla testa, lo scudo anti-spread non ha messo definitivamente in sicurezza! Ma solo per un altro po’ – non favorisce quella stessa politica di integrazione e ‘fusione’ tra industrie e filiere produttive (che significa anche contaminazione e inter-scambio tra le culture delle rispettive cittadinanze, ulteriormente motivate – (così) come già accade(va?) con l’Erasmus tra i nostri giovani – ad ‘intrecciarsi’ in un unico, nuovo popolo d’Europa), non solo a livello nazionale, ma ‘prima ancora’ europeo?

Perché Monti non riunisce intorno ad un tavolo i leader di altri Paesi e i responsabili delle loro e delle nostre imprese, per immaginare possibile forme di sinergia e (maggiore) integrazione (naturalmente in una chiave di economia sociale di mercato, per fare il bene delle Persone e non per legittimare nuovi tagli! In chiave di crescita, e non di ripiegamento – e ridimensionamento – autodifensivo. Con eventuali incentivi strettamente legati a questo modello di sviluppo e alla ‘marcia in più’ – in termini di produttività, ma non solo perché vengano compressi i diritti dei lavoratori – che quelle super-imprese dovranno avere)? Senza lasciare che questo tipo di ‘interazione’ si verifichi soltanto a nostro danno, quando qualche nostro asset non ce la fa più (o, meglio, noi abbiamo bisogno di svenderlo per finanziarci – il nostro attuale sperpero di risorse pubbliche) e le potenze ‘estere’ vengono da noi a portarcelo via ottenendo il miglior prezzo (per loro) nella nostra liquidazione.

Ma la vera domanda è: perché, a fronte di tutte queste opzioni ampiamente visibili e discusse (e diffusamente considerate ‘utili’), i governi – il governo Monti – si ostinano a prodursi in meri virtuosismi ragionieristici, o al massimo in (passive) forme di liberalizzazione appena più lungimiranti, e non adottano invece questa linea di politica economica che potrebbe farci uscire ‘seduta stante’ – e non fra “pochi mesi” – dalla crisi?

Soluzioni ‘concrete’ che convengono ai governi, ma soprattutto alle nostre democrazie. Che non aspetteranno ancora a lungo che chi detiene oggi il potere in Europa, si decida ad occuparsi – finalmente – dei cittadini. Perché il loro livello di indignazione e di rabbia sta raggiungendo la soglia di guardia; e male fa il presidente Monti a ‘lavarsene le mani’ crogiolandosi nell’idea che da noi questo tipo di reazione non ci sia stata. Non si vede; ma c’è. Come ci spiega, nel tweet che trovate all’interno, la co-conduttrice di Santoro a ServizioPubblico. (Matteo Patrone)

Nella foto, Giulia Innocenzi

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di GIULIA INNOCENZI

Libero non ha apprezzato lo spot di Servizio Pubblico, che ritiene che la ricetta della sottoscritta e di Santoro contro la casta dei politici sia di “ammazzarli tutti”. Non è vero forse il contrario, e cioè che mandare in onda la rabbia e l’indignazione dei cittadini serva proprio per lanciare l’allarme e per far capire che c’è bisogno di soluzioni concrete ORA?

GIULIA INNOCENZI

(27 ottobre 2012)

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