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***Il futuro dell’Italia***
L’INNOVAZIONE PUO’ CAMBIARE LE NOSTRE VITE
di CRISTIANA ALICATA

gennaio 9, 2013 di Redazione 

(M. Patr.) Franco Laratta si è chiesto se il progressivo accentramento – nelle grandi città – e relativo allontanamento in termini geografici e “di ascolto” delle istituzioni e dei (loro) servizi (scolastico, sanitario) dai cittadini, sia la strada (alla quale ci ha avviati la globalizzazione) da (continuare a) seguire (senza porci in nessun modo la questione) per il futuro del nostro paese.

Accanto a questo si assiste, nel vuoto pneumatico di idee che fa un tutt’uno con l’autoreferenzialità (e anche con l’anacronismo) della nostra politica (attuale), ad un ciclico ritorno del tema dell’”infrastrutturazione” del nostro territorio come leva per la crescita. Quello che coloro che parlano di infrastrutture non sanno, è che nel 2012 il concetto di logistica e comunicazione è stato rivoluzionato dall’avvento delle nuove tecnologie. E anche da un’era della comunicazione che ha teso a “smaterializzare” la nostra (?) società e ad attribuire maggior “peso” (culturale e quindi sociale e politico) alla produzione e quindi allo scambio di beni immateriali: idee, servizi, comunicazione.

Questo combinato disposto ci offre la possibilità – e impone, anche, l’obbligo – di (r)innovare la nostra attuale concezione di “sistema dei trasporti”, anche tenendo conto dell’esigenza di non perpetuare un consumo spesso irrazionale – e che toglie spazi, in senso stretto – in tutti i sensi – ad una possibile ripresa dell’agricoltura che rappresenta una via imprescindibile in una prospettiva anche di salvezza non solo dei mercati ma del nostro stesso mondo – del nostro territorio.

Questo “sforzo” di analisi e di visione futura ci consentirà di affrontare anche due nodi più “materialistici” legati ancora alla nostra attuale concezione del trasporto: quello della crisi di un’industria automobilistica – a cominciare da una Fiat che smetta di scaricare sui lavoratori il peso delle proprie responsabilità – che nel cominciare ad immaginare possibili alternative ai mezzi di trasporto di (, ormai,) due secoli fa, può trovare la leva attraverso la quale avviare il proprio, possibile rilancio; che può essere avvantaggiato da una ricerca che – come ci spiegherà ora Carlo Ratti, ingegnere italiano con cattedra al MIT, nella prima Lezione di Impolitica tenuta sul giornale della politica italiana e de IMille dalla giovane scrittrice romana – può aiutarci a risolvere – proprio grazie a quelle nuove tecnologie – il nodo della “congestione” delle nostre città, determinando così il triplice effetto di favorire un “recupero” della domanda nello stesso mercato dell’auto (oggi inibita anche dalle sempre maggiori difficoltà di muoversi nei nostri capoluoghi – e non solo), porre le basi di quella possibile “rivoluzione” innovativa e migliorare (subito e in prospettiva) la vivibilità dei nostri centri.

Ma soprattutto ci consentirà di ripensare il modo nel quale istituzioni, servizi (scuole, ospedali), ma anche il nostro sistema produttivo (e tutti noi) “usufruiamo” del nostro territorio – il modo nel quale vi sono dislocati; anche, “virtualmente” – all’insegna di una sorta di “federalismo” – o decentramento, e capillarizzazione e ritorno anche nelle nostre campagne e lontano dalle grandi città – dei centri (che cesseranno di essere tali) nevralgici della nostra vita comune, abbattendo ad un tempo in maniera radicale i costi grazie appunto all’uso delle tecnologie e alla “smaterializzazione” delle nostre esigenze “di produzione”.

Superando la concezione liberista e “aziendalistica” di Monti nella (ri)costruzione dell’Italia di domani, puntando a riappropriarci – ritrovando una dimensione più umana, usando e non facendoci usare da mezzi di comunicazione da piegare, e dai quali non farci piegare, alle nostre esigenze di miglioramento della qualità delle nostre vite – di quella (appunto) vita bella che costituisce forse il segreto della nostra creatività – e di sicuro è una potente leva di crescita economica, molto più della depressività di un rigorismo (che è l’esatto contrario del rigore, visto che non porta alcun beneficio – anzi – sul lungo periodo, alla tenuta dei nostri conti) fatto di (soli) tagli, fine a se stesso.

Cristiana ora, su come “rivoluzionare” (in positivo) la vita (“soffocata” dal traffico) delle nostre città.
di CRISTIANA ALICATA

(12 luglio 2012)

 

Nella foto sopra, la giovane scrittrice romana. A lato, Carlo Ratti

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di CRISTIANA ALICATA

Carlo Ratti è il primo ad essere intervistato per “Lezioni di Impolitica“. È nato nel 1971, è architetto ed ingegnere, ha uno studio a Torino ed insegna al MIT. Nel 2006, in un progetto esposto alla Biennale, ha misurato il battito cardiaco di Roma ed è da questa immagine visivamente emotiva che iniziano le nostre lezioni, come se Carlo ci consegnasse la mappa della città prima di partire. Carlo non è romano, è un italiano che vive tra Torino e Cambridge, un fuggitivo che ogni tanto torna e che sulla carta sembra, tanto per cambiare, più apprezzato fuori che in patria. Carlo è uno che, se fossi sindaco in Italia di una grande metropoli, chiamerei a fare l’assessore alla mobilità o almeno ad aiutarci a guardare la ragnatela metropolitana con occhi nuovi.

Carlo, tu sei il prototipo della generazione del III millennio. Metropolitano e nello stesso tempo apolide. Urbanista – quindi profondamente legato agli elementi solidi della costruzione tradizionale – e nello stesso tempo sei uno degli architetti (sei anche ingegnere) che più ha guardato e guarda le metropoli dal punto di vista digitale. Di Roma hai persino “misurato” le palpitazioni. Ti ritrovi in questa definizione? Cosa ti ha portato ad avere questo meta-sguardo?

Non credo di essere un apolide, anzi. Avere molte città è diverso da non averne nessuna. Certo, confrontare situazioni diverse finisce col rendere distaccato lo sguardo, ma non disincantato. Per quanto riguarda l’urbanistica credo che oggi sia un momento molto interessante, in cui le nuove tecnologie stanno cambiando radicalmente il nostro modo di capire, progettare e vivere nelle città.

Quello che sta succedendo a livello urbanistico oggi è simile a ciò che accadde due decadi fa nelle corse automobilistiche della Formula Uno. Fino ad allora il successo sul circuito dipendeva fondamentalmente dai meccanici e dall’abilità del pilota. Ma poi ci fu l’avvento della tecnologia telemetrica: l’auto da corsa fu trasformata in un computer, monitorata in tempo reale da migliaia di sensori, e diventò “intelligente”, ossia capace di rispondere alle condizioni della gara molto meglio di prima. In un modo simile, nell’ultimo decennio le tecnologie digitali hanno cominciato ad avvolgere le nostre città, formando lo scheletro di una vasta, intelligente infrastruttura. Telefonini, cellulari smartphone e tablet dai prezzi sempre più accessibili sono supportati da una fitta griglia di telecomunicazioni senza fili, a banda larga e fibra ottica. Contemporaneamente intere raccolte di dati – soprattutto messe a disposizione dal governo – che i cittadini possono consultare e ampliare rivelano informazioni di ogni tipo. Il fatto poi che vengano esposte pubblicamente alle edicole incoraggia sia le persone con una certa istruzione che chi è analfabeta a prenderne conoscenza. Se aggiungiamo a questo la crescita irrefrenabile di una rete di sensori e tecnologie digitali di controllo, tutti legati insieme da computer economici e potenti, ci rendiamo conto che le nostre città si stanno rapidamente trasformeranno in “computer all’aria aperta”.

Oggi il primo lamentato di chi abita nelle grandi città è il traffico. Inteso come deprivazione del tempo e quindi impoverimento dello spazio di libertà. Risolvere il problema del traffico sembra la nuova utopia delle amministrazioni metropolitane. Secondo te è possibile farlo?

Dal momento che siamo stati capaci di produrre tali volumi di traffico, dovremmo anche essere capaci di risolvere il problema! Crearlo, in queste proporzioni, non è stato certamente facile: ha richiesto molte energie spese nel creare il benessere necessario alla motorizzazione di massa, nell’ottimizzare la produzione dei veicoli, nel venderli… Ora, tutte queste energie potrebbero essere convogliate altrove: prima di tutto nell’uso delle nuove tecnologie per una miglior comprensione di un sistema ormai molto intricato, e secondariamente nell’offerta di alternative valide agli spostamenti individuali. Un aspetto molto interessante è che le nuove tecnologie ICT e l’uso di informazioni in tempo reale ci permettono di rendere i trasporti pubblici più simili a quelli privati in termini di qualità e affidabilità del servizio. Possiamo persino iniziare a pensare a trasporti pubblici “on demand” – un po’ come dire “un taxi per tutti”…

Quando si parla di città come Singapore o New York, che hanno piante razionali, sembra tutto più semplice: dall’uso del sottosuolo fino alla programmazione funzionale dei tempi dei semafori. È vero che una città come Roma è più difficile da gestire dal punto di vista della mobilità o è una nostra arrendevole convinzione?

In realtà credo che si possa fare molto di più a Roma che a Singapore. In quest’ultima città i margini di miglioramento per quanto riguarda il traffico sono ormai ristrettissimi. Non così per Roma…

Roma sembra essere la città più complicata del mondo dal punto di vista della mobilità: un sottosuolo difficilmente utilizzabile per motivi archeologici, le lungaggini burocratiche tipicamente italiane, un atteggiamento culturale meno civico che altrove e una quantità di vetture enorme. Impossibile, sembra, risolvere il problema se non lo si affronta in modo complessivo: dalle tariffe dei taxi ai parcheggi sotterranei, al potenziamento dei mezzi pubblici, al diffondersi dell’uso della bici (magari con motori elettrici ausiliari visti i dislivelli della città) passando anche per una diffusione delle rotatorie.

Sono d’accordo: si tratta di ottimizzare un sistema molto complesso, azionando leve diverse. Non c’è un ingrediente magico; si tratta invece di ottimizzare gli ingredienti esistenti e di aggiungerne di nuovi in modo puntuale…

Hai mai analizzato il caso Roma? Se il sindaco di Roma ti chiamasse a dargli una mano, quali sono le prime cose che consiglieresti di fare?

Abbiamo lavorato un po’ su Roma nel 2006, con il progetto presentato alla Biennale di Venezia Real Time Rome: http://senseable.mit.edu/realtimerome/ Come in quel progetto, come prima cosa suggerirei proprio di partire dall’analisi dei dati – nonché dall’ascolto dei cittadini…

I costi di questi provvedimenti sono sostenibili?

Certo. Le nuove infrastrutture digitali sono molto meno costose di quelle fisiche. Molto più semplice usare le ICT per far funzionare meglio la rete stradale che costruire nuove corsie. È questa la direzione in cui si stanno muovendo anche città come New York o Singapore. E in ogni caso l’assenza di provvedimenti non avrebbe forse costi ancora più alti?

Abbiamo fatto questa intervista, con Carlo, via mail mentre lui viaggiava in lungo e in largo per il mondo. Ho avuto l’impressione di una persona energica e accessibile, abituata a “rispondere” e a mettere a disposizione il suo talento. Mi sono chiesta in queste settimane come mai a parte una breve intervista su La Stampa non avessi notizia di Carlo anche in altre forme. Mi sono chiesta e mi chiedo come mai le città non lo chiamino a risolvere il più grande problema del nostro tempo. Mi sono risposta che Carlo fa parte del futuro e forse sta solo aspettando che lo raggiungiamo.

CRISTIANA ALICATA

Si ringrazia Claudia Di Paolo per il supporto della traduzione di alcuni testi

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Come nascono le Lezioni di Impolitica

Vi è […] un altro volto non nichilistico della politica ancora da esplorare ed è quello dell’impolitico. Che non è un ingenuo quanto impossibile ritrarsi dalla politica verso una dimensione ascetica, alternativa, ulteriore a quella politica: non c’è un altrove della politica, non ci è dato esiliarci da essa. L’impolitico è piuttosto una critica mista – come direbbero Wittgenstein e Simone Weil – della politica. Ovvero, la consapevolezza che la politica è temporalmente e spazialmente determinata, finita. È prendere atto che la politica, il suo fare, è senza fondamento. O meglio, che il suo fondamento, semmai, va ricercato, di volta in volta, nella prassi, nel suo quotidiano fare, a cui tuttavia la politica è destinata”. Da L’antipolitica: viaggio nell’Italia del disincanto di Giuseppe Cantarano. Donzelli Editore.

Da tempo mi interrogo su come si reinterpreta l’ascolto in politica. Un tempo, all’inizio della Repubblica, chi faceva politica aveva anche vissuto gli strati sociali e li rappresentava perché li incarnava. C’è una grande dialettica in questi anni su cosa veramente sia la Società Civile rispetto ai partiti e si contrappongono questi due insiemi come se non fossero l’uno parte dell’altro. Il mancato ricambio in politica e l’allevamento di polli dentro i partiti ha creato una professionalizzazione della politica ed anche un distacco rispetto alla vita quotidiana dei cittadini per un motivo banale quanto difficile da risolvere: l’esercizio della politica è sempre più ristretto e quindi sempre più aristocratico. Non esiste democrazia nella partecipazione. O fai politica o non la fai. Questa voragine viene riempita spesso dai movimenti che nascono su onde emotive, ma che si esauriscono e vengono cannibalizzati dal sistema partiti. I politici di oggi sono abituati ad ascoltare per categorie rappresentate, spesso da associazioni o sindacati che vivono la stessa crisi di partecipazione ed ascolto dei partiti stessi, con il risultato che chi parla non racconta esattamente come stanno le cose per incapacità e chi ascolta finisce quindi per avere un quadro distorto della situazione su cui agire.

Manca la politica che si mette con l’orecchio a terra, come facevano gli indiani. Che “sente arrivare” le cose, non le subisce e quindi interviene modellando le sovrastrutture sociali per accogliere i cambiamenti. Ma come si fa ad ascoltare davvero? E chi bisogna ascoltare? E chi dice che le persone che decidiamo di ascoltare siano davvero rappresentative della realtà che ci circonda e ci consentano di prendere decisioni che riguardano tutti?

Qualcuno risponderebbe che i partiti sono strutturati per questo. Ed è vero: distribuiscono deleghe tematiche e ci sono (ci dovrebbero essere) gli esperti del determinato settore.

Eppure in questa riduzione blindata, in questa professionalizzazione settoriale mi sembra che si perda qualcosa (e spesso si cade in contraddizioni corporativistiche), come se i pezzi non riuscissero mai ad avere una coerenza, una fluidità. Quel collante invisibile che mette insieme tutto e che rende la complessità dell’esistenza umana e il diritto alla felicità di tutti il vero obiettivo primario di chi fa politica. Ho deciso di uscire da una dinamica organizzata e semplicistica, direi confortevole, per entrare in un’ottica impervia, quasi anarchica. Più vicina alla mia natura di chi sopra ogni cosa scrive. Prima ancora di fare politica.

Così ho deciso di imbarcarmi in questa avventura tutta politica ed insieme assolutamente impolitica. Quella di rovesciare il mondo e creare un luogo dove è chi fa politica che intervista, è chi fa politica che si mette in gioco nella sua capacità di chiedere, nella sua curiosità. Non è detto che riuscirò a fare sempre le domande giuste e a tutte le persone che incontrerò chiederò come regola di farmi notare anche questo: le domande che non mi è venuto in mente di fare e che, non facendo, rischiano di dare un quadro incompleto del tema in oggetto.

Come si ascolta il respiro di una città come Roma, come si scovano i tumori che stanno per nascere e quelli che sono già guariti? Come si leggono i flussi umani, i bisogni reali, quelli da accudire davvero senza proclami, senza comunicati stampa che annunciano cambiamenti che poi non hanno alcun impatto sul nostro quotidiano?

Le lezioni di impolitica di questa rubrica parleranno di Roma. È qui che vivo ed è questa città che rappresenta la vera sfida italiana alla modernità. A Roma c’è tutto e non c’è nulla. Roma è tutto, ma le mancano tantissime cose per essere una metropoli del III millennio. È la sede della politica che istintivamente ci piace di meno, ospita il Vaticano, un altro Potere che si dispiega nella città in diverse forme, alcune meravigliose, altre inquietanti. È annidata e impenetrabile ed in alcuni tratti così banale e provinciale da fare male alle viscere. Capitale mondiale di cultura e nello stesso povera, poverissima, di strumenti culturali di diffusione, di quelle ramificazioni fruibili che sono fondamento stesso di una città. Insomma Roma va ri-fondata, ri-collocata dentro nuovi confini perché possa essere di nuovo sconfinata e non rattrappita sui propri antichi fasti e sommersa di cubature di cemento. Roma soffoca ed è malata, è coperta di polvere, come allergica a se stessa. In alcune ore del giorno e della notte si sente ancora quel respiro flebile che affascina ancora abitanti e passanti più di ogni altra città del mondo. Quello che vorrei è riuscire a fornire un racconto di essa, una mappa ai naviganti che serva a trovare i punti da toccare e da curare per farla tornare a respirare profondamente.

C. A.

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