Top

Critiche a Monti non irresponsabili E Pd non rinunci alle sue primarie

gennaio 9, 2013 di Redazione 

La democrazia, spiega Luciano Canfora, non è (solo) una questio- ne di sistema po-litico-istituzionale, ma ha a che fare con il modo in cui la società vive quel contesto di regole che si è data. Angelo Aquaro, oggi su Repubblica, raccontando le nozze di un senatore gay, riferisce che non si ricandiderà anche perché i poteri forti non gli avrebbero consentito la rielezione. Eh? Se nella più grande e consolidata democrazia del mondo, la ricandidatura di un senatore di lunga data può essere messa in discussione – a discapito dell’eventuale libera scelta dei suoi elettori – dalla capacità di pervasione e di influenza di non meglio precisati “poteri” (non democratici), è evidente che da noi dobbiamo prestare il triplo dell’attenzione. E qui ci rivolgiamo a tre uomini delle nostre istituzioni sulla cui sincera ispirazione democratica non è lecito dubitare: il presidente Napolitano, il segretario del Pd, il direttore del Corriere De Bortoli. Il capo dello Stato in realtà ci ha già risposto (prevenendoci): a chi (gli) proponeva (tentando di trascinarlo nella solita, svilente “mercificazione” alla quale ci ha abituato questo parlamento di nominati, dalla quale Napolitano si è prontamente tenuto lontano) la possibilità del prolungamento del suo mandato oltre la scadenza naturale del 2013, Giorgio ha risposto di no. Le regole avrebbero anche potuto consentirlo: oggi non è previsto, ma una riforma costituzionale, fatta da un parlamento (sia pure non fino in fondo, vista la sua “nomina” e non diretta elezione da parte dei cittadini) legittimato a votarla, avrebbe potuto permettere a Napolitano di restare in carica un altro anno. Formalmente, la democrazia non ne sarebbe stata minimamente toccata. Ma nella sostanza? Secondo la definizione di Canfora, avremmo avuto una stortura, che lo storico avrebbe potuto ricondurre ad un’altra sua definizione, quella del regime politico-istituzionale a cui si rischia di scadere in questi casi, la “democrazioide”. Canfora in realtà dice che da tempo, il nostro paese si è lasciato andare a questo tipo di deriva. Ma, ed è il senso di questo nostro tentativo di dare un contributo ad una maggiore presa di coscienza circa quanto sta avvenendo – per molti, riteniamo, non del tutto consapevolmente – in queste settimane nel nostro paese, il rischio, secondo noi, è che la “deriva” possa aggravarsi. Ed è qui che entrano in gioco Bersani e De Bortoli. Il Pd ha scelto, legittimamente anche se per noi non facendo in questo modo l’interesse degli italiani, di sostenere il governo Monti fino al 2013. Benissimo. Sancita questa scelta, sollecitato da Matteo Renzi, che scalpitava pronto a scendere in campo, Bersani aveva finalmente accettato – con tanto di riconoscimento di Franco Marini a Pippo Civati durante la “storica” direzione: “Hai vinto su tutta la linea” – di “indire” le primarie. O meglio di indire l’assemblea – o di prevedere l’occasione – nella quale l’effettiva decisione sull’elezione per la scelta del candidato premier, sarebbe avvenuta (perché nel Pd, come nel resto della politica italiana autoreferenziale di oggi, si preferisce parlare e annunciare piuttosto che agire direttamente: ma lasciamo da parte questo aspetto “formale” che è, in realtà, di assoluta sostanza – politica). Ebbene, da alcuni giorni sembra che l’indizione delle primarie nell’assemblea che si terrà nelle prossime settimane, non sia più così certa; e che le primarie potrebbero anche non tenersi più. Lasciando perdere le motivazioni, sulle quali ci siamo lungamente soffermati (l’autoreferenzialità della politica, la volontà di salvare se stessa di un’intera generazione e classe dirigente che ha terminato il suo ciclo), ciò su cui vorremmo attirare l’attenzione di Pigi sono gli effetti, possibili, di “lunga” gittata di questa non-decisione: un meccanismo democratico sia pure non previsto dallo Statuto del partito in questa circostanza, verrebbe accantonato, lasciando il posto ad una decisione “oligarchica” (in senso tecnico) maturata nel palazzo e senza la partecipazione, se non tradendola, degli elettori. La stessa cosa che, più o meno, rischia di avvenire a livello politico generale: il governo tecnico è, ovviamente, perfettamente legittimato a restare in carica fino a che ne avrà i voti del Parlamento, di qui alla scadenza “naturale” della legislatura nel 2013: la nostra Costituzione prevede che quando un esecutivo non ha più i voti in Aula, il presidente della Repubblica possa dare mandato “esplorativo” ad un possibile, nuovo incaricato, di verificare la possibilità di formare un nuovo governo, stante la disponibilità a votarne la fiducia dei maggiori gruppi parlamentari: se la fiducia viene votata, il nuovo governo nasce e resta in carica – appunto, legittimamente – fino alla successiva, eventuale sfiducia (o alla conclusione della legislatura). Dunque, sono – ovviamente – completamente fuori luogo le accuse di “sovvertimento della democrazia” rivolte allo stesso capo dello Stato e a quanti hanno reso possibile la nascita del governo Monti. Ma adesso – ed ecco il punto – si sta facendo largo, in particolare nell’area che ha nel primo quotidiano italiano il suo canale di comunicazione con l’opinione pubblica, la “vulgata” che dopo Monti ci sia il vuoto; e che quindi bisogna fare tutto ciò che è lecito affinché Monti possa restare alla guida del paese anche oltre il limite naturale del 2013. Ma il concetto di “lecito”, in democrazia, richiama alla distinzione di Canfora tra democrazia e democrazioide: dove entrambe sono, appunto, “lecite”, ma solo la prima “riconosce” fino in fondo una sovranità che, Costituzione alla mano, nel nostro paese è saldamente nelle mani del popolo, cioè di tutti noi (insieme). Come ci si assicura di restare (?) nella prima e di non scadere nella seconda? Evitando, innanzitutto, argomenti estremi come quelli secondo cui “non c’è alternativa a Monti”, e quanti sostengono l’opposto siano “degli irresponsabili”; e imparando che la democrazia, anche in Italia, è (libero) confronto tra offerte alternative. Chi punta ad evitare quel confronto, cancellando una primaria, o escludendo dall’orizzonte “culturale” ogni possibile alternativa al presidente in carica – che peraltro sta facendo malissimo, altrimenti noi, che accettiamo lezioni su tutto, ma non sulla responsabilità, saremmo i primi a sostenerlo – rischia di far crollare l’Italia in una sorta di democrazioide. Oltre la quale, davvero, c’è “un salto nel buio”. (M. Patr.)

(9 luglio 2012)

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom