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Il Pd assente da scena mediatica Candidature (in sé) non bastano

gennaio 3, 2013 di Redazione 

Le candidature di personalità assimilabili – per età, profilo Politico e caratteriale, – al segretario, hanno già mostrato la corda (e portato il centrosinistra alla sconfitta) nel recente passato: basti ricordare i casi di Bortolussi e Morcone in Veneto e a Napoli.

La prospettiva nella quale l’attuale segreteria Pd guarda la società e imposta la possibile strategia Politica, è, per così dire, un po’ attempata e spesso si rivela inefficace. Ma a maggior ragione ciò rischia di accadere se – come in questo caso – le candidature nemmeno hanno alcun tipo di impatto sulla realtà sociale e, quindi, elettorale.

Si tratta dello stesso modello – in ultima analisi personalistico e ‘spettacolare’ – che caratterizzò la scelta dei capilista nei giorni dell’avventura del (primo) Pd di Veltroni: un Pd Politicamente ancora più attrezzato di questo, e che proprio sulla tattica di caratterizzare la propria campagna elettorale sulla selezione di una serie ci candidature simbolo – l’operaio, la ricercatrice, il professore liberista, financo Calearo, ecc. – mostrò di non avere ancora raggiunto la piena maturità ideologica (che significa di idee, di piattaforma, di contenuti, e non di retrivo oscurantismo novecentesco) e di essere costretto a cedere alla scorciatoia di affidarsi a forme di personalizzazione alla stregua di quelle che esaurivano la proposta (?) di Berlusconi.

Ma il Pd o è contenuti, responsabilità, che significa un rapporto vero ed effettivo (cioè capace di dare risultati) con il Paese, oppure, nella sua funzione di partito dell’Italia – l’unica che lo esprima e nella quale può dunque avere un reale successo anche elettorale – viene a perdere appeal e – in una situazione come quella di oggi – rischia di non sfondare (e di non avere quindi la maggioranza al Senato) o di farsi rimontare (notevolmente) e magari financo di rimettere in gioco una vittoria che fino a qualche settimana fa pareva del tutto fuori discussione.

Tralasciando di richiamare le innumerevoli occasioni in cui il Politico.it tentò di scuotere la dirigenza democratica facendo notare che Monti non stava risolvendo alcun problema del Paese e che quindi il Pd aveva il dovere, oltre che l’opportunità (per non mettere a repentaglio la vittoria), di precorrere la soluzione del voto anticipato, ora è necessario – ma proprio necessario, e non più prorogabile – che il Pd si metta a declinare il proprio progetto – non le proprie candidature! Per una campagna elettorale che, tra l’altro, lo diciamo a Bersani, non comincerà ‘fra un po” - ”Renzi AVRA’ un ruolo in questa campagna elettorale” -; è già cominciata e fra un po’, piuttosto, finirà!, visto che manca soltanto un mese alle elezioni -; pena, se non lo farà, il rischio di essere eclissato dalla scena mediatica ed elettorale, e arrivare al voto con un fiato corto che può riservare (ancora!) sorprese amare a chi per oltre un anno e mezzo è stato in (incolmabile) vantaggio sugli avversari, e ora pare ancora una volta stare ‘facendo di tutto’ per buttare via la sua chance.

Sono state fatte le primarie, ma le primarie servono alla partecipazione, poi ci vuole la proposta, o la Politica continua a servire soltanto a se stessa e non alla costruzione del futuro dell’Italia.

(se ci accaloriamo tanto, non è – certo – per ‘foga giovanilistica’, ma perché – a volte il punto sembra sfuggire ad una parte della classe dirigente – la responsabilità di governare l’Italia è della Politica; e l’Italia ha oggi una certa urgenza di essere governata. Un’urgenza che riguarda problemi seri, a cominciare da quello della corruzione che non è un (mero) fatto ‘di costume’, ma attiene direttamente alla possibilità che il nostro Paese ha di superare la propria crisi strutturale – prima ancora che quella congiunturale – simboleggiata e ‘sostanziata’ nel nostro immane debito pubblico; e così facendo – e solo così facendo! E non attraverso meri canali redistributivi una tantum – assicurare la libertà e la possibilità di garantirsi nuovo benessere agli italiani del futuro. Insomma è una questione seria (e urgente), e la vera e giusta domanda da porsi sarebbe perché ci accaloriamo – e avvertiamo così tanto l’urgenza – soltanto noi).

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