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Nostri genitori,’deviati’ da ‘sbornia’ ’68ina. Torniamo alla lezione nonni

gennaio 2, 2013 di Redazione 

La passività, i tempi lunghi, l’inconcludenza di una generazione ‘corrotta’ (nel benessere portato dalla ‘liberazione’) del Sessantotto, ricadono anche nelle nostre vite personali (di figli di ‘esponenti’ di quella generazione).

Ciò ci consente di rilevare (in presa diretta) come questa inconcludenza sia strettamente legata al nichilismo di questa generazione: essa non ha valori, grandi sogni, obiettivi; solo un utilitarismo che si accompagna – paradossalmente – ad un ‘ego’ spesso smisurato (proprio rispetto a questa riduzione delle ambizioni e delle prospettive).

Ed è chiaro che le due cose sono (concausalmente) connesse: la liberazione (dei costumi) ha portato al benessere (‘senza limiti’); il bagno di benessere ha ridotto la nostra Nazione (come – quelle di – tutto il mondo – occidentale) al panmercatismo (tutto è mercato) e al materialismo (sfrenato. Che è poi la sostituzione della Politica con la – sola – economia e, oggi, – compiendo un passo ‘ulteriore’, si fa per dire – finanza).

Dove gli oggetti, i ‘beni’ materiali, le ‘proprietà’ prendono il sopravvento sul – possibile – romanticismo delle Persone, là avviene uno svuotamento che – al primo traballare di quel saldo appiglio materiale – diventa un baratro al quale sfuggire nevroticamente o praticando forme di (comunque, ossessivo) esercizio del potere. Fine a se stesso. Fino al suo possibile stravolgimento (in Politica – ?) con accenti – legati a quell’ego sproporzionato e ‘infondato’ – ‘autoritari’.

Stravolgimento che, non essendo sorretto da adeguati valori (morali), non può che finire (sempre, sul piano politico) in un buco nell’acqua, come l’esistenza ‘collettiva’ di questa generazione ‘di mezzo’ che ‘aspetta’ (è proprio il caso di dirlo…) – dopo aver ricevuto il testimone dai nostri nonni, che al contrario giganteggiarono portando l’Italia prima fuori dal fascismo e poi a diventare – dalle macerie – la quinta potenza economica del mondo (commettendo il solo errore di non accompagnare quello sviluppo con un adeguato – e che avrebbe ‘salvato’ i loro figli – Rinascimento culturale. Quello da cui ripartire, appunto, oggi) – di passarlo a quelle generazioni di nati dalla seconda metà degli anni settanta in avanti, nelle quali, osservando il comportamento, le scelte, il linguaggio di alcuni dei loro ‘esponenti’, è già possibile intravvedere un consistente cambio di ritmo (e di direzione. Di marcia).

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