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‘Personalizzazione’ fu ‘già’ causa fine Roma antica.Porta corruzione

gennaio 2, 2013 di Redazione 

Così scrivevamo (già) all’inizio del 2011: ormai, due anni or sono.

La repubblica romana, parallelamente alla democrazia ateniese, fu il prodromo delle moderne (?) democrazie. E’ a loro, e non al modello americano, che la politica italiana deve guardare per rifare grande l’Italia. Partire dai fondamentali. Anche perché la Storia (che si ripete) conferma: siamo (?) nella situazione di allora. L’«inurbamento» – ovvero l’afflusso delle popolazioni dalle campagne alla Città, insieme all’allargamento dell’”impero” e all’inglobamento di popoli meno o diversamente civilizzati – favorì lo stesso fenomeno che i trent’anni di “reazione” (anti)culturale del presidente del Consiglio (attraverso le sue televisioni) hanno accelerato nell’Italia di oggi: uno sfilacciamento del senso civico, una sorta di “abbandono” – preludio della fine della civiltà – che portò i romani a cominciare a scegliere i propri rappresentanti non più in ragione della loro sapientia, ma sulla base di altre virtù (?): l’affabilità, la disponibilità, la simpatia, diremmo oggi. Una personalizzazione della politica che preparò (appunto) il principato, l’involuzione della repubblica in una sorta (lo diciamo con il vocabolario di oggi) di regime. Le due cose – l’impoverimento culturale, e il decadimento della politica con la crisi della democrazia e l’accentramento dei poteri – portarono – certo, in qualche tempo, ma le basi erano più solide di quelle di oggi – alla fine di Roma. La parabola è la stessa. L’economia il detonatore della crisi di oggi. Il giornale della politica italiana lo ha denunciato per primo, con la lungimiranza e la responsabilità (lo diciamo senza polemica, ma come stimolo) che gli altri quotidiani non hanno avuto e non hanno. Oggi conviene lo stesso Berlusconi: «Possiamo salvarci», dice, prendendo improvvisamente coscienza della crisi della nostra (in)civiltà. E promette soluzioni. Ma conosciamo le promesse del presidente del Consiglio. E, anzi, la stessa scelta di parlarne ci assicura che nessuna soluzione verrà data. Anche perché LA, soluzione, è quella rivoluzione culturale (da perseguire in primo luogo attraverso proprio le televisioni) che il Politico.it invoca e della cui necessità solo su queste colonne sembra essersi presa coscienza. Riproporre un esempio, e uno stimolo, di virtù. La chiave è la cultura popolare; restituire all’Italia la propria capacità di pensare, la propria intelligenza, e con essa la voglia di impegnarsi. Ce lo insegna proprio la Storia di Roma: quella civiltà fu possibile grazie al collante dei valori, oltre che per una religiosità che oggi non è più possibile, e che possiamo sostituire proprio con la cultura. Solo così si salva l’Italia. Anzi, la si rifà grande. Ma non c’è più tempo da perdere: imboccata la strada del declino, diventerà a quel punto molto più difficile riuscirci. (M. Patr.)

(1 gennaio 2011)

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