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Oggi Politica stregua carriera. Ciò complica esercizio responsabilità

gennaio 2, 2013 di Redazione 

Sabina Guzzanti: “Non candidan- domi non devo mentire per forza”.

Candidatura, lo abbiamo scritto, negli ultimi tempi, deriva da candidus, bianco, dal colore delle toghe che i senatori romani portavano a testimonianza della loro onestà e responsabilità. Ebbene, quel candidus è (ormai, comprovatamente) inconciliabile con il nostro attuale modo di intendere la Politica.

Una carriera. Un’altra forma di arrivismo. Una ‘competizione’ (non delle idee e delle risposte alle esigenze di tutti ma) tra le persone. O meglio tra personalismi. Come in qualunque altro ambito della nostra vita. Ma la Politica non è come un qualunque altro ambito della nostra vita.

La Politica è il luogo nel quale ci si assume la responsabilità di organizzare e ‘curare’ la vita (comune) di tutti. Non necessariamente immaginando (nuove) forme di collettivismo (come sferzava Silvio), ma di responsabilità comune, quella, imprescindibilmente. O si contraddice la Politica (stessa. Che, a sua volta, deriva da polis, e cioè la cittadinanza. E non la dimensione privata e particolare).

E a questo scopo è incompatibile ogni forma di preziosismo individualistico; ogni forma di chiusura (autoreferenziale) su se stessi. In nome dei propri, particolari (e talora, per ciò, illegittimi) interessi.

E quindi è inconciliabile con un modello ‘elettorale’ che prevede invece la figura (non del ‘candidato’ – secondo la sua etimologia – ma) dell”aspirante’, dell’ambizioso, dell’arrivista; che per questo, però, non sarà (non è, costitutivamente) in grado di esercitare quella responsabilità.

Per tornare alla Politica, e ai (veri) candidati (che oggi, per questa stessa ragione, nemmeno si possono “presentare”! Perché ciò li fuorvierebbe, sarebbe in contraddizione con i loro stessi aneliti e le loro stesse inclinazioni), sono necessarie due cose alternative tra loro: o un momento buio, nel quale tutti siamo messi di fronte alla miopia delle nostre scelte di oggi e ritroviamo quell’essenzialità, quella verità che può riportarci a compiere scelte più lucide e lungimiranti. Ma non è, ovviamente, auspicabile.

Oppure, molto meglio, che le persone oneste e responsabili si assumano sin da ora, e senza aspettare di ‘dover’ passare per quel momento di difficoltà, la responsabilità di sforzarsi di spalancare a tutti gli occhi sulla ristrettezza, il respiro corto del nostro attuale modo di (non) stare assieme.

Cosa peraltro non difficile, visto che lo stesso livello (economico e materiale) al quale quell’arrivismo, quel pragmatismo efficiente solo per il perseguimento (ma nella – esclusiva – dimensione privata) dei propri interessi (particolari), prometteva di dare frutti buoni per tutti (è sulla base di questo che Berlusconi, nel ’94, ebbe il grande successo elettorale che ha avuto), mostra oggi la corda di scelte prive di alcuna eticità, vicinanza alle esigenze reali delle Persone e dunque possibilità di non incorrere nel fallimento (economico) nel quale il rischio-default del nostro Paese e la più generalizzata crisi economica planetaria dimostrano siano cadute.

Se il nostro modello attuale non funziona nemmeno su quel piano pratico e utilitaristico dal quale è stato mutuato, è evidente che anche coloro che lo ‘padroneggiano’ meglio non potranno non riconoscerne l’inadeguatezza e il fatto che vada superato. Pena il fallimento, a lungo andare, dei loro stessi interessi (privati e particolari. Ma legati ai nostri ‘esiti’ comuni).

Tornare ad occuparsi delle Persone – della polis – e non (più) di se stessi. Al livello macro (berlusconiano) così come a quello micro dei tanti personalismi e particolarismi che hanno predominato nel nostro ultimo Parlamento.

Tornare ad essere candidati, ma nel senso di essere ‘bianchi’, puliti – anche da ogni tentazione e ambizione. Puramente personale.

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