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Monti in campo,questione (s)lealtà (istituzionale). Ora passo indietro

dicembre 31, 2012 di Redazione 

Pigi ha ragione: chi può garantire che Monti, premier – non eletto e votato da un Parlamento di non eletti – direttamente – e candidato (contro i partiti che lo avevano sostenuto), non usi la macchina (elettorale e non solo) a proprio vantaggio?

E’ un precedente che (anche alla luce delle dichiarazioni di Monti sull’inutilità dei parlamenti e la scelta di scendere, pardon, ‘salire’ nella contesa nonostante il – ripetuto – giuramento che non lo avrebbe fatto. Il che non depone a favore della lealtà del premier) impone (almeno) una riflessione sull’opportunità che sia lui a condurre il Paese al voto rimanendo al suo posto per altri due mesi (mentre impazzerà la battaglia elettorale. E lui non potrà-vorrà – comunque – come – non – sta facendo adesso – occuparsi dell’Italia).

Anche Dini – l’altro caso di governo ‘tecnico’ nella Storia della Repubblica italiana – fece qualcosa del genere.

Ma egli si candidò poi con la stessa coalizione che lo aveva sostenuto (e ‘legittimato’) in Parlamento. E in qualche modo non venne quindi meno all’impegno assunto ‘con gli elettori’ (tramite la loro rappresentanza parlamentare).

In quella (seconda parte della) legislatura (cominciata nel ’94) anche Forza Italia (passata all’opposizione) votò – in qualche frangente - a favore del governo, che però nacque sulla base del ribaltone che non sarebbe stato possibile senza una maggioranza che prescindesse da FI. Era quella stessa coalizione di forze con cui poi Dini si presentò al voto.

‘Nemmeno’ quello – siamo tutti d’accordo – fu comunque un caso particolarmente ‘felice’ (oltre che di coerenza: vedi alla voce ribaltone. Con Dini che diventa premier dopo essere entrato nell’agone della Politica – ma su un piano meramente tecnico-esecutivo e non ‘politico’, essendo i ministri nominati dal capo dello Stato su indicazione non dei partiti ma del presidente del Consiglio incaricato, una sorta di nomina ‘politica’ di seconda istanza – come responsabile del Tesoro nel primo gabinetto Berlusconi) di attenzione verso le istituzioni.

Il caso oggi è più rilevante: Monti si candida contro i (due, principali) partiti che costituivano il 90% della ‘strana maggioranza’ che ha votato per un anno la fiducia al suo governo (non solo con ciò rinunciando a ma mettendosi contro la sua ‘fonte di legittimazione’ – democratica).

In mancanza dell’appoggio dei quali non avrebbe potuto né varare né condurre l’esecutivo per un anno (che poi è la pre-condizione per aver potuto accumulare il patrimonio di consenso, o almeno di visibilità, che ora Monti desidera ‘spendere’ nell’agone elettorale).

Con l”aggravante’ che Monti stesso aveva assicurato loro non avrebbe mai compiuto questa scelta pena non poter avere il loro – iniziale – sostegno…

Al punto che Pd e Pdl si dichiarano adesso quanto meno ‘spiazzati’ per la decisione del premier (per non parlare delle perplessità del presidente della Repubblica che lo ha indicato – già qui, peraltro, ‘contravvenendo’ – tutti quanti. Bisognerebbe non farlo – mai – perché le regole – che saranno rispettate da tutti solo se tutti si impegneranno a farlo quotidianamente - sono la sola garanzia della tenuta della nostra democrazia – alla prassi costituzionale che prevede che sia il Parlamento a farlo allo stesso capo dello Stato che poi lo nomina).

In questo quadro le condizioni perché Monti possa guidare serenamente il Paese alle elezioni ci sembra si siano, quanto meno, incrinate.

Dimostri la sua sensibilità istituzionale facendo un passo indietro (rispetto al suo attuale ruolo preminente o al suo – nuovo – impegno – ‘di parte’).

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