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Politica non si limiti ad ‘arbitrare’ Sia allenatore imprese M. Patrone

dicembre 26, 2012 di Redazione 

La Politica non deve limitarsi ad ‘arbitrare’. Politica deve essere ‘allenatore’ imprese. (Ri)costituendo (e coordinando) sistema. Consacrato obiettivo-innovazione (a 360°). L’Italia ha potenziale da grande economia. Se ‘(ri)cerca’ (e non “aspetta”) la crescita. Liberismo (da solo) non basta (ripartire). Ed è stato Draghi “primo”(?) a sostenerlo di MATTEO PATRONE

“La Politica deve fare le sue scelte”. C’è più Politica nell’intervento del governatore della Bce – che non a caso ha fatto la differenza! Contrariamente a quanto era avvenuto per il turbinio di vertici e controvertici e rinvii di decisioni della “politica” (tecnocratica) europea – di quanto non ce ne sia in tutta la politica economica condotta fino ad oggi da questo governo. Ormai nessuno, nemmeno a Sinistra (almeno quella più moderna e responsabile), mette infatti in discussione il libero mercato, portatore di pace e di quel benessere capace di creare le condizioni perché qualsivoglia paese possa dedicarsi a pensare, “poi”, a tutto il “resto”. Il dibattito pubblico (dal primo contributo del giornale della politica italiana al fondo di Massimo Mucchetti – sul Corriere del 27 luglio scorso - che da tempo segnala l’incongruenza che stiamo per affrontare) si concentra dunque sui confini tra Politica ed economia; tra ciò che va lasciato alla “libera iniziativa” degli attori economici, e ciò che deve fare invece la Politica per governare il sistema. Ma nel momento in cui proprio il sistema capitalistico va in crisi perché la Politica, a furia di limitarsi a fare (come – le – viene predicato) l’”arbitro del gioco”, è caduta in “soggezione” dei giocatori (economici) in campo, quell’assunto – quella di una politica “sopra” e “un passo indietro” le parti – non può più essere credibilmente elevato a dottrina inoppugnabile. E, anzi, sono oggi proprio i nostri imprenditori, che a differenza dei cosiddetti “liberisti di professione” vivono “sul campo” la realtà della crisi, a chiedere “adesso” con più insistenza che il nostro paese – con questo o con un altro governo – cambi una “linea” di politica (economica) “sbagliata”. Perché quando un sistema produttivo finisce nelle secche (e per evitare poi che ci finisca di nuovo), non basta “fischiare un fallo” (mentre gli autori del disastro si nascondono nell’antidemocratica – in senso tecnico – mancanza di trasparenza delle oligarchie finanziarie e speculative) o fissare o togliere nuove regole per disincagliarlo. Bisogna che la Politica cessi di essere semplice “arbitro”, e torni a ricoprire quel ruolo di “allenatore” per il quale Monti – dice in un’intervista – vorrebbe essere ricordato, non accorgendosi (?) di avere svolto fino ad oggi l’”opposta” funzione (appunto, di semplice “arbitro” che fissa e toglie i paletti alla “libera iniziativa”) senza riuscire ad imprimere così nemmeno una piccola spintarella alla crescita (che non arriverà “mai”, e comunque non in tempi sufficientemente rapidi e in misura adeguatamente – all’Italia – consistente, se ci si limiterà a – non – “creare le condizioni”) relegandoci piuttosto in un (persistente, come annunciano anche le previsioni ‘nere’ di Confindustria) stato di recessione. Che dipende certo dalle temperie mondiali, e a invertire la quale potrà dare aiuto un’Europa finalmente “politica”. Ma solo a patto che (anch’)essa (, dopo di noi,) cominci a quel punto a svolgere finalmente il ruolo di “allenatore”, e non si limiti a fare l’”arbitro” di una partita “universale” che verrà altrimenti lasciata in balia dei “capricci” di una stretta oligarchia di “innominati” (poteri) e d(e)i (quella parte di) “giocatori d’azzardo” della speculazione internazionale. (continua all’interno)

Nella foto, Mario Draghi

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La Politica non è l’”arbitro del gioco” (economico). Perché se così fosse vorrebbe dire che il “gioco” – cioé le nostre vite – è deciso dagli attori economici (e finanziari), che però rispondono, nella declinazione delle loro attività – fatto salvo (?) un principio non “universale” di responsabilità sociale – (solo) a loro stessi, e non sono democraticamente eletti; e dunque “significherebbe” (?) consegnare le decisioni sulla nostra vita (comune e non solo) nelle mani di personaggi che non “dipendono” da noi, e dunque, in buona sostanza, ridurci in una sorta di “dittatura” morbida (o “edonistica”, come la chiamava Pasolini). E in dittatura finisce sempre che una stretta oligarchia finisca per fare i propri interessi a “costo” del declino (e della caduta in povertà) della loro comunità. E’ esattamente quello che è successo con la crisi, e che rischia di perpetuarsi – o di rinnovarsi ciclicamente – se continuiamo a pensare che la Politica, appunto, debba solo limitarsi ad “arbitrare” la partita. Per quello, in verità, ci sono già le authority. E, per altri versi, le banche centrali. La Politica deve essere, semmai, l’allenatore della “squadra” della propria nazione; dare agli attori economici del proprio paese uno schema di gioco, un obiettivo; e poi, certo, lasciare che siano i campioni a giocarsela. Con quel grado di (assoluta) libertà (nel rispetto delle regole. Non solo mercatiste) che i migliori allenatori sanno offrire alla loro squadra per consentire la piena espressione della (migliore) creatività dei loro giocatori. I quali, attenzione, stanno oggi chiedendo al popolo italiano proprio di dare loro un (nuovo; o comunque disposto a cominciare a svolgere questo ruolo) allenatore! Perché questo è ciò che serve in tempi normali, e perché quando una squadra perde da tanto tempo, a meno di avere straordinari fuoriclasse capaci di tirarsi fuori da soli dalle secche (psicologiche) di una crisi che dura da anni (i casi migliori della nostra – soprattutto, piccola – impresa) – e che comunque finiscono poi, a quel punto, per (essere costretti a) giocare “da soli”, senza arrivare ad un risultato sufficientemente positivo né per loro né per la squadra nel suo complesso – sono gli stessi giocatori a chiedere alla Società un allenatore capace di restituire loro motivazioni e schemi vincenti: come stanno in effetti facendo, dicevamo, i nostri imprenditori, che, ben lontani dall’ideologismo teoretico dei liberisti di professione (ma che non vivono la realtà “del campo”), chiedono che la Politica ridia loro un indirizzo, e coordini i loro sforzi in un ricostituito sistema-paese. Quel sogno di tornare ad essere la nazione-guida in campo scientifico, filosofico, economico che si può perseguire dandoci l’obiettivo dell’innovazione (a 360°! Inutile che si cerchi di minimizzare questa prospettiva restringendola alla sola realtà industriale) e consacrando ad esso un nuovo sistema integrato tra scuola, università e ricerca, e il nostro tessuto imprenditoriale. E’ così che si rifà grande l’Italia. E, anzi, che si “torna” a fare della nostra nazione, nel tempo, un grande paese moderno. (M. Patr.)

(27 luglio 2012)

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