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(Anche) Egitto “sceglie” democrazia. E’ chance rilancio economia europea di Rosadi e Patrone

dicembre 26, 2012 di Redazione 

Se (anche) Egitto “sceglie” la democrazia. Euro- pa meridionale guardi al Nordafrica. Immaginando possibile sviluppo comune. Può chiudere “falla” Grecia/ nostro Sud. Dando chance rilancio economia europea.

di DESIREE ROSADI e MATTEO PATRONE

L’Europa (e – l’Italia), alla ricerca di un modo per rigenerare la crescita, cessi di guardare (solo) al proprio interno, e prenda atto che i nostri fratelli della sponda sud del Mediterraneo hanno già fatto un passo verso di noi, dando luogo alla così detta Primavera araba proprio per potere accedere alla (nostra) democrazia, e che la loro voglia (di popoli giovanissimi) di fare propria anche la nostra (apparente, o in via di disfacimento) prosperità, offre un assist clamoroso (della Storia) per provare a ridare un ruolo a nostre regioni meridionali (del Vecchio Continente: dalla Grecia alla Spagna al nostro Sud) che rappresentano oggi il buco nero nel quale rischia di essere risucchiata l’Europa in crisi (a causa “loro”: è infatti per l’arretratezza e l’immobilità della – nostra – economia nel Mezzogiorno, che l’Italia fa tanta fatica a reggere il peso del proprio – comunque immane – debito. Se è vero, come abbiamo scritto più volte, che la nostra è una economia doppia – o dimezzata – che gira al Nord e non esiste, di fatto, al Sud), e che finché verranno concepite come la (semplice) periferia dell’Unione, fuori da ogni rotta (commerciale), non potranno che continuare a restare a guardare (da lontano) l’illusorio (per loro) sviluppo (?) mitteleuropeo, consolidando sempre più la propria marginalità e il conseguente declino (dell’intera “federazione”). Se l’Europa – invece di pretendere di esercitare un “controllo” su nazioni che hanno appena dimostrato – con il “sangue dei nostri martiri” – di volere davvero la pace e la democrazia – porge la mano alla Libia, ora (anche) all’Egitto, alla Tunisia, si darà la migliore garanzia di vedere portato a termine il processo, appena avviato, di piena democratizzazione (garantendo così la – propria – sicurezza e stabilità), e si assicurerà al contrario un’opportunità che non resterà però lì a lungo ad aspettare che gli attuali “amministratori” del Vecchio continente superino le proprie indecisioni (con il rischio che ne approfittino i molto più dinamici e lungimiranti giganti orientali): la possibilità (insperata) di vedere risorgere (nostre) terre che hanno conosciuto secoli fa un periodo di straordinaria ricchezza e vitalità (a cominciare dalle coste orientali e meridionali della Sicilia), e che grazie alla Primavera araba possono ora sperare di tornare ad avere una funzione, e una centralità, in un mondo che rischia di essere sempre meno a trazione “atlantica”, ma (invece di vedere sfilare ancora di più i – propri – traffici lontano dall’Europa) può confidare, puntando a rifare del Mediterraneo il proprio “centro”, di favorire l’incontro, e l’integrazione, tra Oriente ed occidente, aiutare la piena liberazione dell’Africa, e offrire una soluzione “definitiva” ai problemi (e alla crisi) delle economie europee. Désirée Rosadi, firma del giornale della politica italiana per lo (stesso) Mediterraneo e per il Medioriente e tra le maggiori conoscitrici di mondo arabo, ripercorre per gli addetti ai lavori la storia del movimento (nato dal basso) che esprime oggi il nuovo presidente dell’Egitto e traccia un ritratto obiettivo e scevro da influenze ideologiche di Morsi e delle “potenzialità” della sua leadership alla guida di uno dei paesi più importanti (e ricchi di Storia) dell’area mediterranea. di Désirée ROSADI

Nella foto, il neo-presidente egiziano Mohamed Morsi: “Rispetteremo tutti i trattati internazionali: vogliamo la pace”, ha detto

Una parola definitiva sul voto in Egitto. Henri-Levy: ‘Fratellanza non democratica’. Ma Obama è il primo a telefonare a Morsi. Conservatore liberale vocato alla pace

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di Desirée ROSADI

Della vittoria di Morsi, leader di Giustizia e Libertà (Fip) – partito legato al movimento della Fratellanza Musulmana – su Shafiq, ex primo ministro di Mubarak, è stata data una lettura approssimativa e sospettosa dalla stampa internazionale. L’affermazione di un esponente della storica organizzazione egiziana dei Fratelli Musulmani ha immediatamente messo in allarme la diplomazia di mezzo mondo.

Eppure è bastata la telefonata di Obama al nuovo presidente egiziano per calmare gli animi. Il suo omologo americano gli ha garantito appoggio per la transizione istituzionale. Anche l’italiano Monti saluta con soddisfazione la salita al potere di Morsi, auspicando che la strada del nuovo Egitto sia quella del rispetto dei diritti dell’individuo e delle minoranze religiose e del pluralismo politico. Il “falco” Netanyahu sembra voler proseguire il dialogo obbligato con l’Egitto, anche se la stampa israeliana intravede il pericolo nell’elezione di un adepto della Fratellanza.

Diffusa in Egitto, l’organizzazione islamica della Fratellanza Musulmana fin dalla sua nascita nel 1928 ha denunciato l’occidentalizzazione della società nella fase della conquista dell’indipendenza degli egiziani dopo il crollo dell’impero Ottomano. Il suo fondatore, Hasan al-Banna, era un insegnante di Ismailia, che chiedeva la scolarizzazione e il riscatto dei lavoratori egiziani e della povera gente secondo l’etica islamica della solidarietà comunitaria.

Ma questo movimento nato dal basso ha trovato l’opposizione del re e, in seguito al colpo di Stato del 1952, del governo egiziano. La presa del potere da parte degli Ufficiali Liberi chiuse il capitolo del regime autocratico di re Faruq, che rifiutava il riconoscimento di un sistema costituzionale egiziano, relegando così il popolo in un angolo buio della società. Tuttavia, nonostante la rivoluzione nasseriana abbia portato sviluppo economico e riforme, la nuova élite militare si dimostrò da subito intollerante nei confronti delle proteste sociali e dei partiti. La Fratellanza Musulmana venne subito messa al bando e nel 1966 Sayyd Qutb, uno degli esponenti politici più noti del movimento fu condannato a morte insieme ad altri sei fratelli. L’organizzazione aveva appoggiato la rivoluzione nasseriana, ma puntava all’instaurazione di uno stato tutt’altro che laico.

Il primo ad aprire l’Egitto alla Fratellanza fu Anwar Sadat, presidente dal 1970 al 1981. Sadat utilizzò il dialogo con la Fratellanza Musulmana per contrastare la sinistra nasseriana, riportando così alla luce alcune “leggi” islamiche, come quelle sulla morale pubblica. La Fratellanza ha cooperato per avere in cambio la possibilità di diffondersi nella società egiziana. La mossa di Sadat era strategica: favorire l’Islam moderato per contrastare il duro impatto con il pensiero khomeinista della rivoluzione iraniana.

Alla fine degli anni ’70, con il fallimento del nazionalismo arabo e la devastazione causata dalle guerre arabo-israeliane, aveva preso il sopravvento l’ideologia islamica radicale, che vedeva in uno stato islamico l’unica soluzione per combattere il nemico e conquistare una propria identità e dignità. Nel 1981, quando Sadat venne ucciso da un gruppo armato collegato ad una formazione islamica radicale chiamata al-Jihad, la Fratellanza Musulmana raccoglieva adesioni tra gli studenti universitari e i sindacati. Nel frattempo la falange islamica fondamentalista trovava terra fertile tra le fasce diseredate della popolazione. La lotta contro il radicalismo è stato il leit motiv del regime di Mubarak, insediatosi alla morte di Sadat, che ha guardato positivamente le posizioni pacifiste dei Fratelli Musulmani, permettendo loro di entrare in parlamento sotto il nome di Giustizia e Libertà.

Oggi, la salita al potere di Morsi rappresenta la rivincita, dopo decenni di messa al bando e costante controllo da parte dei regimi che si sono succeduti, di una formazione politica che vuole aprire il suo governo a membri di altri partiti. Ne è dimostrazione la proposta d’incarico di primo ministro a Mohamed El-Baradei, premio Nobel per la pace. L’ingegnere Morsi non ha in mente la teocrazia paventata dall’opinione pubblica internazionale, ma un modello di società che segua il riferimento della legge coranica, la Sharia. È un conservatore convinto, che osteggia il concorso di Miss Egitto (perché offre un’immagine sbagliata della donna), e allo stesso tempo sceglie un vice presidente copto e sostiene la partecipazione femminile nella sfera pubblica. Morsi ha le idee chiare anche nei rapporti con l’Iran, con cui vuole stabilire un equilibrio strategico per l’area mediorientale.

L’unica nota stonata è quella del movimento rivoluzionario. È vero che piazza Tahrir ha festeggiato la vittoria di Morsi, ma al suo interno ci sono posizioni discordanti. I timori riguardano gli equilibri di potere che si andranno ad instaurare. C’è il rischio che la giunta militare non ceda campo al Fratello Musulmano, e poi desta preoccupazione l’ambiguità politica della formazione vincente. Come se, all’oscuro di tutti, si stesse tramando per qualche accordo tra forze contro rivoluzionarie. Di fatto, la Fratellanza ha mantenuto uno sguardo critico e una posizione moderata nel corso delle sommosse di piazza.

La vittoria di Morsi e quindi della Fratellanza Musulmana, contiene due elementi determinanti per la costruzione del l’Egitto post-rivoluzionario. Prima di tutto, è evidente come la scelta popolare non sia altro che la risposta al fallimento prima della regime nasseriano laicista e di ispirazione socialista, e poi della democrazia occidentalizzante, liberista e dittatoriale di Mubarak. In secondo luogo, ma non meno rilevante, emerge la possibilità di mettere fine allo strapotere dell’esercito egiziano. Perché a detenere il vero potere nella storia dell’Egitto contemporaneo sono stati i militari, determinando gli equilibri politici del Paese per oltre mezzo secolo.

Morsi è l’uomo giusto al momento giusto, l’unico che può trovare l’equilibrio perduto, anzi mai trovato. Può mettere d’accordo tutti, se saprà conquistare la fiducia degli egiziani dimostrando apertura e rispondendo a chi mantiene le distanze con le dovute riforme. Senza deludere le aspettative di piazza Tahrir, che chiede quella liberazione – racchiusa nel significato stesso del suo nome – che aspetta di compiersi da quel lontano 1952.

Désirée Rosadi

L’Italia vada con i suoi ministri (?) in Libia (e in Egitto). Se la Sicilia è la porta dell’Europa sull’Africa. Pianifichiamo (ora!) uno sviluppo comune. Tra di “noi” ma guardando a Cina ed India. Questa è vera politica sull”immigrazione’. E può rifare Mediterraneo centro mondo

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di MATTEO PATRONE

Sì, ma bisognerà vedere che tipo di scelte faranno i ribelli libici per la risoluzione dei loro conflitti interni“. “Capire se non ci sia il rischio dell’instaurazione di un governo “diversamente estremo” rispetto al regime di Gheddafi“.

Il mercato, ci insegna il pensiero liberale, è (stato) lo strumento più efficace per la (parziale, ancora, ma in-sufficientemente ampia) pacificazione del pianeta. E questa è l’occasione per restituire alla Politica la poltrona di comando facendo usare a lei lo strumento-mercato, per il bene comune; ed evitare distorsioni per il (possibile, sempre che non si configuri già nelle scelte, ad esempio, interventiste dell’alleanza) processo inverso.

La possibilità di aderire ad un progetto di sviluppo comune con la nazione che per ragioni storiche e geografiche è più vicina alla Libia, può rappresentare lo stimolo ideale perché il rischio di quelle derive sia scongiurato. E dunque creare le condizioni perché quel progetto di impegno comune possa costituire soltanto ciò per cui verrebbe concepito: una grande occasione di sviluppo. Per la Libia, ma (anche) per il nostro sud.

Una volta le coste orientali e meridionali della Sicilia ospitavano alcune tra le più grandi, ricche (economicamente e culturalmente) ed evolute città del mondo; e ciò era dovuto ad una “concentrazione” delle risorse e degli scambi nel Mare nostrum. Se oggi il sud – che non è arretrato come certa propaganda “nordista” vorrebbe farci intendere, ma piuttosto privo di un orizzonte al quale rivolgersi, di un “traino”, economico, culturale, da (per)seguire – è la parte meno sviluppata del Paese, è anche per la sua lontananza dal cuore dell’Europa. Ovvero da uno dei due cuori pulsanti dell’Occidente. Cioè del centro culturale, economico, politico del mondo (fino ad oggi). Pretendere di applicare al sud la stessa ricetta che si adotta al nord significa fare violenza, appunto, alla Storia e alla geografia (e al buonsenso).

Ma se la Libia è l’avamposto, per noi, dell’Africa – ovvero di quel gigante narcotizzato che un giorno si sveglierà – e il Mediterraneo è storicamente un luogo di convergenza e di traffico tra (medio)oriente ed occidente, solo una politica (con la minuscola) incapace di alzare gli occhi e di sognare ciò che può avvenire là dove oggi c’è “solo” il “deserto”, può non vedere nella rivoluzione libica un’occasione straordinaria per l’Italia – a cominciare dal suo sud – ma anche per la stessa Africa e più in generale per gli equilibri mondiali.

Se, per esempio, l’Italia comincia ad essere (praticandolo) la punta più meridionale dell’Europa esmette di occuparsi (? Oggi, da un po’, non lo stiamo – più – facendo – bene) solo dell’approvvigionamento di petrolio per sé, coordinando e diventando “piattaforma” – con, appunto, la Sicilia e il resto del sud – perché il greggio libico possa raggiungere gli altri “porti” (in qualche caso, in tutti i sensi) del Vecchio continente, e stimola la Libia – ma, ovviamente, in un rapporto da pari a pari! – a offrirsi come punto di riferimento e da tramite con l’Europa per l’Africa più “profonda”, ciò può determinare il triplice effetto di accelerare l’integrazione delle economie europee, rappresentare un possibile volano per la “liberazione” dell’(“intera”) Africa e offrire all’Europa la possibilità di avvantaggiarsi nel partenariato con loro, compiendo appunto anche una straordinaria “missione” per la (ri)costruzione del futuro dell’umanità (oltre a fare il bene della Libia).

Anche incidendo, in questo modo, sulle migrazioni: non più, il nostro Paese, “vittima” (ancorché potenziale (?) “sfruttatrice”) di tutto ciò, bensì fautore di quei flussi che cesserebbero di essere legati all’insostenibilità della vita in alcuni luoghi (e la Libia rappresenta lo spunto primario, ma tutto questo può riguardare e coinvolgere l’intera costa settentrionale del Continente nero), e quindi a drammi e sofferenze, cominciando piuttosto ad essere parte dell’”indotto” di questo grande progetto di sviluppo comune.

E se a tutto questo si aggiunge l’idea di Romano Prodi di provare a fare del sud la piattaforma di scambio tra oriente ed occidente, portando da Napoli in giù le aziende ed i traffici con Cindia – badando bene, naturalmente, a fare del nostro Mezzogiorno il perno imprescindibile di tutto ciò – si capisce come il Mediterraneo possa avere qualche chance di tornare, appunto, al centro del mondo.

Con tutto quanto di benefico ciò comporterebbe per l’Europa tutta – che ne sarebbe, in partenariato con l’Africa, “padrone di casa” – e, attraverso l’economia e, appunto, il mercato, per la comunicazione, lo scambio, e finalmente l’incontro – e magari l’avvio, a queste condizioni di ritrovato benessere “comune” e quindi di “parità” e di equilibrio tra i luoghi del pianeta, di quel processo mondialista che possa portare il mondo a diventare, un giorno, un’unica “nazione” – tra oriente ed occidente.

Israele è solo qualche migliaio di chilometri più a est: immaginate l’effetto dirompente persino sul conflitto intestino tra israeliani e palestinesi, di un mondo arabo e di un’Europa – e persino di un’Africa – che si mettessero attorno ad un tavolo – guidati dall’Italia – per accendere un nuovo focolaio di sviluppo – a 360° – laddove oggi c’è il deserto.

MATTEO PATRONE

(23 agosto 2011)

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