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Puo’ partire dai migranti il nostro nuovo Risorgimento di M. Patrone

dicembre 26, 2012 di Redazione 

A Rosarno i raccoglitori di arance nordafricani si ribellano al capora- lato. Nel casertano i lavoratori senegalesi fanno paura alla camorra. Al ritmo delle canzoni di Miriam Makeba. Come noi, e (nemmeno) i nostri giovani, non siamo più capaci di fare. Perché non avvertiamo più necessità, e non “crediamo” più in niente. Chi ‘viene’ da una vita di stenti e sofferen- ze, reiterata, come non si aspettava, al suo “sbarco” nell’Occidente ricco e “democratico” (? “Esattamen- te” com’era avvenuto ai nostri nonni, forgiati dalle guerre e dalla dittatura), invece, ”sa” ancora avere bisogno, e quindi volere. Chi, se non i migranti (e gli altri – “nostri” (!) - emarginati), può costituire il motore di una ripartenza che avvenga all’insegna dell’etica e di un (ritrovato) respiro filosofico, e non solo, più, delle banche e dei mercati? di MATTEO PATRONE

Nella foto, Rosarno, un anno dopo: da un’immagine di (ulteriore, “maggiorata”) sofferenza, una (possibile) speranza (tricolore)

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di MATTEO PATRONE

Noi, tutti, siamo soltanto dei “corrotti” (in senso psicofisico e non – solo – mazzettaro). Noi non sentiamo più (alcuna necessità – morale). Le persone che soffrono o che hanno sofferto sono le sole capaci di avvertire la sofferenza (degli altri). E sono perciò le più vicine al “limite” del “buono”, secondo la concezione platonica. E il “buono” – cioè la saggezza – è la premessa imprescindibile della Politica.

Se invece di trattarli, e di convincerli sempre “più” (?) di essere, alla stregua di stracci, facciamo capire ai nostri immigrati (e a tutti gli emarginati) di poter essere (e non, solo, “rappresentare”) - in primo luogo moralmente; e non solo come mera forza-lavoro, merce e (potenziale) schiavitù dell’era moderna - la principale risorsa, e potenziale forza (propulsiva), di questo Paese – agendo trasversalmente come nuova nervatura di una società, e di una nazione, altrimenti afflosciate su loro stesse – l’Italia (e - l’Europa!) troverà (da subito) una capacità di reagire, e di farlo all’insegna di un recuperato spessore etico, che diversamente rischia di poter venire solo da uno di quei passaggi bui della Storia che (ri)generano, ma dopo la devastazione, la propensione al progresso di un popolo e dell’intera umanità (Cattaneo).

E, “politicamente” (come se tutto ciò non avvenisse su tale piano), una nazione che faccia della diversità non (tanto) etnica, ma culturale e prima ancora morale – dovuta alle vicende di vita di ciascuno di noi – la propria principale “arma” (di pace), a quale ruolo può assurgere, se non a quello – il più nobile, oggi – di strumento per fare in futuro del mondo, un unico Paese?

MATTEO PATRONE

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