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Futuro dell’Italia. Collaboriamo per un alto obiettivo comune Patrone

dicembre 26, 2012 di Redazione 

“Si può dire che più che venduto veniva risucchiato dal mercato; e questo per il personale di vendita, abituato a sudare sette camicie per vendere un prodotto tradizionale, risultò un fatto assolutamente imprevisto e piacevole”. A dirlo è Pier Giorgio Perotti, italiano, progettista – oggi diremmo – informatico. In realtà, se abbiamo la possibilità di usare questa (“moderna”) terminologia, è – proprio – grazie a lui. Che negli anni tra il 1960 e il 1962, in Italia, inventò il primo pc. E’ uno dei prodotti – delle innovazioni – che fecero il successo della Olivetti. E che oggi, a distanza di cinquant’anni, scopriamo avrebbe scritto la Storia dell’uomo. A partire (ancora una volta) dall’Italia. (Quest’”ultima” volta,) solo cinquant’anni fa.


Eccolo (possibile) ‘ribaltamento di piano’ Collaboriamo per (alto) obiettivo comune -Imprese, unite forze tornando ‘campioni’ Ridà senso nostro impegno (quotidiano) -Lavoratori ‘motore’ (nostra) innovazione E nel/per farlo alleggeriamo (materialità) L’Italia sarà di nuovo la culla della civiltà

di MATTEO PATRONE

Il padre della psicanalisi – la nostra capacità-potenzialità di capire il senso ultimo (?) e la radice prima (?) delle “cose” (dell’Uomo) - Sigmund Freud, capì per primo che quando ci si comincia ad interrogare, individualmente, sulle “ragioni” della propria vita, (è perché) ”si è malati”. Parafrasando Freud, e allargando il concetto alla nostra dimensione collettiva, potremmo (però) (ri)definire che quando la Politica, al contrario, non lo fa, non solo è “malata”, ma è – di fatto – già “morta”.

Non il senso ultimo dell’impegno “politico” di “ciascuno” di “noi – con il rischio di deragliare nel calcolo personalistico, quando non privato (nel senso, letterale, di “privare” – privatizzare – (del)la Politica la collettività); anche se una riflessione sul motivo per cui ci si dovrebbe impegnare in Politica, proprio per evitare forme di “impegno” che hanno tutt’altra origine, e quindi esito, dalla motivazione-”vocazione” a fare il bene del Paese, sarebbe auspicabile – ma il senso ultimo – o meglio l’orizzonte – di una società. Di uno stare insieme.

Ecco. Da questa “declinazione” del concetto di Stato – che non è, solo, un (più o meno funzionante) ”congegno” concepito per soddisfare le nostre esigenze laddove noi non siamo in grado – da soli - di arrivare, bensì il frutto della decisione di fare, appunto, ”un tratto di strada insieme” - traiamo il primo valore dei tre che andremo ad enunciare, intorno ai quali costruire il possibile ribaltamento di piano – politico, cioè valoriale, cioè, anche, filosofico e morale – che potrà essere alla base dell’Italia e, magari, non solo, del futuro.

Stare insieme vuol dire collaborare; e collaborano persone che, da un lato, non hanno ragioni di avversarsi – o di ritenere che gli altri possano avversarle – e/ anche perché, dall’altro lato, hanno un obiettivo-sogno comune nel tentare di realizzare il quale impegnarsi. Insieme. Perché questa è la pre-condizione per non disperdere energie, non (auto)limitarsi; in ultima analisi, per poterci riuscire. IN CONCRETO: Immaginate nostre aziende in difficoltà che, mentre la Politica rifonda il sistema – anche, in questa chiave – e prepara così una crescita che potrà riportare le nostre imprese – e i nostri lavoratori – al “largo” del mercato globale, scelgano (però) di affrontare (meglio) questo periodo di crisi – e di superarlo – stringendo sinergie – quando non direttamente fusioni – tra loro all’insegna, anche qui, della scelta di alzare l’asticella dei propri (dei nostri!) obiettivi e, quindi, della propria funzione. Un sistema(-Paese) ancora più integrato e fondato su “campioni” in grado, con il loro (ritrovato) peso (assoluto), di competere efficacemente nel mondo. Senza disdegnare di allargare tutto questo – come già è avvenuto, ma più come effetto del nostro (attuale) deragliamento – per il quale ci siamo trovati nella necessità di “sostituire” alcuni “vagoni” del nostro treno – che non per una (nostra. Ancora una volta…) scelta (in “positivo”!) - in una dimensione-proiezione europea e, perché no, (già) mondiale. Per rafforzare l’integrazione tra le nostre (del Vecchio continente) economie, e per cominciare, ad un tempo, ad assolvere alla funzione (della – stessa – Europa) di far tendere l’umanità verso il (proprio) destino (“pacificante”, e rigenerante – futuro) di “unica nazione”.

Il secondo caposaldo è immaginare, in questa (stessa) chiave, un impegno (individuale) che non sia solo strettamente funzionale alla “produzione” (utilitaristica) di un “bene” (materiale), bensì motivati da un senso, e da una volontà, più alta, dalla quale far discendere, a cascata, un ripensamento (un arricchimento. Per sé, e per gli altri) della propria funzione (sociale) e del proprio “lavoro”. IN CONCRETO: Immaginate un’azienda che, dall’attuale modello (puramente, appunto) utilitaristico e “funzionale”, faccia proprio quel principio di “responsabilità sociale” dell’impresa che la Politica ha il compito di instillare nel processo di “ingrossamento” delle nostre imprese nella chiave dell’innovazione, che è chiamata a mobilitare e a coordinare. Un modello che – come abbiamo avuto modo di indicare più volte – ha già avuto lo straordinario esempio, nella NOSTRA Storia, dell’esperienza di Adriano Olivetti alla guida della casa di produzione di macchine da scrivere creata dal padre. Un modello di impresa che declini quel principio di responsabilità sociale non, nel senso assistenzialistico che tende a demotivare (, al contrario), ulteriormente le nostre “risorse umane”. E che, esattamente all’opposto, scelga la via della loro responsabilizzazione, facendoli – sempre più – protagonisti (anche) dei processi decisionali (nella stessa definizione del percorso di innovazione e, appunto, “ingrossamento” dell’azienda) fornendo loro le condizioni (umane), e gli strumenti (culturali. In sinergia con uno Stato che avrà rifatto della propria scuola il punto più avanzato dell’istruzione del mondo) che possano consentire all’Italia di cominciare a riprendere a generare “miracoli” (che non saranno più tali) come quello di un’Olivetti che, negli anni Sessanta, inventa quel dispositivo-interattore dell’uomo che oggi costituisce il perno attorno a cui ruota l’evoluzione umana e della (nostra) società: il (primo) computer. Con un design – del pc come delle precedenti macchine da scrivere – che ispira tutt’oggi le forme dei più (?) moderni ordinateur, frutto della liberazione (del genio e della creatività) – e della scelta di investire (anche) in questo senso - di, appunto, risorse umane concepite non più come “ruota (di scorta)”, o subordinate (in tutti i sensi, anche sintatticamente) della macchina-azienda, ma come (“unico”. Ancora, in tutti i sensi) motore (della stessa impresa e, quindi, dell’Italia).

Il terzo caposaldo è, per poter dare il meglio in questo senso, e per poter ottimizzare gli sforzi, ridurre, progressivamente, la nostra ricerca (spesso, compulsiva) e quindi la nostra (successiva) necessità di accedere a beni materiali.

Parentesi per i politicanti incapaci di guardare oltre i concetti avuti da altri e di comprendere, quindi, che “dietro” quella parete ci possono essere altri contenuti (ai loro occhi, nascosti) e, pure, altre “pareti”: solo il retorico ideologismo di chi scende in piazza cantando, romanticamente, Bella ciao, senza avere nemmeno lontanamente (?) la percezione dell’alto grado di moralità (in senso ampio) con cui i nostri nonni davano senso e forza a quei (loro) canti; o (anche) gli ambientalisti fini a loro stessi che occupano la val di Susa pretendendo di fermare la storia. Punto. Purchessia. Senza occuparsi di cosa accadrà (accadrebbe) dopo: solo questa duplice “tendenza”, può (- appunto – tendere a) pretendere di cambiare il modello attuale semplicemente respingendolo. E di poter sopravvivere, nel “villaggio globale”, semplicemente aderendo ad uno schema – è la naturale conseguenza “politica” – di decrescita (che loro definiscono) felice, mentre il resto del mondo – al quale siamo (inter)connessi – cresce. E supponendo (in tutti i sensi) che una scelta di isolamento oltranzista, sul modello della Cuba castrista (che nel frattempo ha già cambiato strada), possa – a cascata – cambiare i destini dell’umanità.

La Politica, al contrario, ha i loro stessi dubbi; in qualche caso ha i loro stessi aneliti. Ma si pone il problema (che è, anzi, una straordinaria opportunità) di trasformarli, o meglio di incanalarli, in una soluzione: concreta e (in quanto tale) costruttiva. Dunque l’obiettivo resta – fondamentalmente – lo stesso: una società (materialmente. Spiritualmente, al contrario, “pesantissima”) ”leggera” (nell’accezione calviniana); sobria; capace di risparmiare. E di risparmiarsi (in tutti i sensi). E che, ad esempio, consuma quanta acqua è necessaria, non di più; lo stesso per il territorio (che, anzi, non consuma più). Per lasciare all’umanità – che nel Tempo prende la forma delle generazioni che si succedono – eguali possibilità (e, soprattutto, potenzialità) rispetto al presente. E, insieme, il “patrimonio” (catalizzatore dell’espressione, sempre più “piena”, di quelle potenzialità) di una nuova cultura, appunto, della sobrietà. Del risparmio. Ma a tutto questo non si arriva, impuntando i piedi; mentre gli altri avvertono l’esigenza (“materiale”, ma prima – anche – culturale e quindi psicologica) di continuare a vivere nel modo in cui viviamo oggi. Bensì trasformando progressivamente la società, rendendo quei cambiamenti “necessari”, o meglio spontanei, perché progressivi, e figli, ad un tempo, della presa di coscienza e sempre, comunque, della libertà (di scelta) di ciascuno di noi.

Se noi riacquisiamo il senso di un percorso comune da fare insieme; se questo percorso conduce alla realizzazione di un sogno (condiviso). Se per raggiungerlo – se NEL (cercare di) raggiungerlo – cominciamo a guardare agli altri in un’altra (appunto, questa) prospettiva; se cambia il nostro modo di “vederli” (in tutti i sensi) e di “sentirli” (cioè – di - tornare ad Ascoltarli). Se in questa chiave cambiamo anche il nostro modo di concepire la nostra “funzione”, e il nostro ruolo, e soprattutto la nostra importanza – il nostro (possibile) “respiro” (individuale!). Se tutto ciò ci motiva a – e ci mette nella condizione di – avere un rapporto più libero con la (nostra) materialità, e assaporare il gusto della sobrietà e della (conseguente, sempre maggiore) libertà; se tutto questo accade – e può, accadere; se la Politica ci crede – l’Italia potrà conoscere un nuovo Rinascimento che non consisterà – solo – nel portare a maturazione i frutti di questo nostro (recente) passato; ma anche nell’inizio della rigenerazione del futuro. (Che torneremo ad avere,) dell’(intera) umanità.

MATTEO PATRONE

(12 dicembre 2011)

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