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Primo ‘mattone’. Ricerca al centro nuovo sistema Paese M. Patrone

dicembre 26, 2012 di Redazione 

(5 febbraio 2010) Il giornale della politica italiana guarda al futuro. Lo fa in ogni mo- mento della sua narrazione quo- tidiana. Ogni nostro sforzo è teso a contribuire a fare dell’Italia un Paese più moderno, più giusto, più unito. La chiave è la nostra politica e quindi questo è il posto giusto. Oggi il nostro giornale apre lanciando una proposta-provocazione per il futuro del Paese: guardare ai prossimi decenni non significa rattoppare il sistema Italia qua e là, bensì concepire un rinnovamento totale sulla base di un piano organico e complessivo. Come sempre accade nella storia i grandi cambiamenti sono nell’aria. Lo spirito del tempo effettivamente contiene già i semi di questa evoluzione. La chiave, lo abbiamo capito tutti, sta nell’innovazione. E quindi nella ricerca. Ma per questo non basta aumentare gli investimenti – senza che ciò diventi un pretesto per non investire – bensì è necessario riorganizzare, internamente e in rapporto con il resto del Paese, il sistema. il Politico.it si fa carico non di “inventare”, cosa per la quale abbiamo l’umiltà di non credere di essere nella condizione, bensì di esplicitare e di tirare le somme di questo spirito del tempo. Lanciando una proposta concreta per il rinnovamento dell’Italia. Il dibattito è aperto, naturalmente. Buona lettura.

Nella foto, una ricercatrice al lavoro

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di MATTEO PATRONE

La questione è posta nei termini sbagliati. Non si tratta di dare più risorse alla ricerca. Si tratta di reimpostare il sistema Italia in modo tale che la ricerca ne divenga oggi uno dei pilastri, e in futuro il motore di uno sviluppo senza il quale il nostro Paese è destinato ad un declino inarrestabile.

La sfida lanciata da Cina e India non può essere vinta. La competizione in termini assoluti è impossibile. La qualità è il passaporto per un mercato di nicchia; a queste condizioni l’Italia perde (sempre più) posizioni nella classifica mondiale della competitività diventando più povera.

Apertura o protezionismo sono un falso problema. Perché non è quello il campo nel quale l’Italia può competere. L’Italia ha di fronte una sola strada per assicurarsi un futuro degno: puntare a diventare la culla mondiale dell’innovazione, e innovazione significa ricerca, e ricerca significa non, dare più soldi al sistema attuale, bensì rivoltare completamente sia il mondo dell’università e della ricerca in sè sia cambiare completamente il rapporto con il resto del Paese, da un punto di vista culturale, sociale, economico.

Internamente convivono, lo sappiamo, ancora baronie e familismo. I concorsi vengono vinti raramente dai più bravi. Il ricambio delle cattedre è un’utopia. E’ necessario aprire e liberare il sistema, applicando quella meritocrazia che finora è solo un’arma retorica nelle mani della nostra politica.

Culturalmente l’abbiamo detto: la ricerca deve cessare di essere concepita come un lusso o qualcosa di superfluo bensì deve diventare la stella polare del futuro sistema Italia. Per far questo bisogna aprire e liberare, come detto, e poi investire, ma investire nell’ambito di un piano che intrecci anche socialmente ed economicamente la nuova stella polare con il resto del Paese.

Socialmente, l’università e la ricerca devono diventare il vertice superiore di un triangolo fatto da un lato di un’istruzione primaria rinnovata e in cui vengano iniettati nuovi stimoli, verso lo sbocco del vertice del triangolo ma anche verso un mondo del lavoro che acquisisca insieme mobilità e sicurezza e questo è l’altro lato del triangolo: la soluzione di lungo periodo al problema del lavoro non sono – naturalmente – gli ammortizzatori sociali che pure sono necessari, come paracadute per le persone che oggi perdono il lavoro e rischiano di crollare nella povertà; la soluzione di lungo periodo è l’istituzione di un sistema di formazione permanente, che offra sia alle persone che escono dall’istruzione primaria e non scelgono lo sbocco universitario sia ai nuovi disoccupati, continue nuove opportunità di apprendimento e quindi di formazione verso un nuovo inserimento anche in altri ambiti nel mondo del lavoro. Indennità di disoccupazione, magari, per le sole persone che accettano di aderire a questo sistema di formazione e per il periodo necessario alla preparazione al reinserimento nel nuovo lavoro.

E qui entra in gioco il piano economico: il sistema delle imprese in Italia ha bisogno di rinnovarsi – ed essere stimolato a rinnovarsi – e aprirsi alle specializzazioni e all’innovazione della nuova ricerca italiana, e contemporaneamente partecipare al sistema della formazione permanente e disporsi ad accogliere le persone che escono da quel sistema. Fondato, quest’ultimo, magari su un’iniziativa congiunta dell’università e delle imprese stesse, con fondi privati e finalizzati appunto all’innovazione (di sé) e quindi alla riconquista di posizioni nel mercato globale.

Solo così si salva l’Italia. Anzi: si torna a fare dell’Italia, nel tempo, un grande Paese moderno.

MATTEO PATRONE

(5 febbraio 2010)

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