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Il csx si basi sul ‘metodo Vendola’ Innovazione/ricerca/studio futuro I.

dicembre 13, 2012 di Redazione 

Quando Vendola cita – a – propria – ‘discolpa’ – i risultati alla Regione Puglia, non è strumentale. La Puglia è oggi una delle più dinamiche e moderne regioni italiane. Una delle regioni, cioè, in cui le imprese ricevono – dal potere – pubblico – più linfa (vitale): nel senso che il governatore della Puglia, invece di limitarsi (liberisticamente) a ‘dirigere il traffico’ – e a sovvenzionare, con accenti clientelari, la conservazione – di rendite di posizione – spinge, con la sua visione di futuro (e – correlativo – coordinamento. Che non è il dirigismo statalista! Più fervidamente radicato nei pensieri dei sedicenti liberali che non dei supposti “comunisti”), la modernizzazione, l’innovazione, la futuribilità (del proprio sistema economico e) delle stesse aziende.

La Puglia è una delle (poche) regioni italiane in cui si investe (oltre che ‘nella ricerca’,) nella (vera!) liberazione di risorse (intelligenza, creatività, voglia di essere decisivi per far riesplodere l’economia del nostro Paese) giovanili attraverso il sostegno all’autoimprenditorialità dei giovani. Autoimprenditorialità, non centri sociali. Perché Vendola – riconosciuto da tutti come una “persona perbene” – ha a cuore gli interessi della sua Regione e dei propri concittadini, e da questo – e non da un retaggio ideologico novecentesco che, pure, esercita a volte su di lui un richiamo che incide più però sul suo linguaggio che non sulle sue decisioni – fa discendere le proprie scelte.

Ed è, paradossalmente (ma anche no), dal ‘modello Vendola’, che il centrosinistra deve trarre l’ispirazione (metodologica) su come (impostare la navigazione, e) affrontare i prossimi cinque anni (auspicabilmente di governo). Non, mediare tra (vecchie) correnti (di potere). E siamo sicuri che financo il segretario del Psi (ma i socialisti non sono già dentro il Pd?) Nencini, sia – a sua volta – comunque già ‘perfettamente’ lanciato in quest’ottica. Non, cercare un compromesso (al ribasso). Che non farebbe il bene dell’Italia. Ma – proprio come fa Vendola in Puglia – puntare ad unire (come dice Veltroni, sul programma, e, per noi, ancora più in particolare,) lanciando il cuore oltre l’ostacolo, ovvero spogliandosi dei vecchi (e, ormai, angusti) orizzonti (politici e ideologici) e pensando solo all’Italia del futuro.

Un’Italia che punti a tornare ad essere la culla dell’innovazione (a 360°): perché l’innovazione, ovvero la ricerca, (non è solo ‘tecnologica’, come si ostinano a non ‘vedere’ alcuni commentatori e anche alcuni leader politici, ma) è la spinta (vitale) al (continuo) rinnovamento, alla continua ricerca di ‘perfezionamento’, avanzamento verso una (sempre maggiore) modernità. Accompagnando tutto questo con il rafforzamento (e, anzi, il rilancio, in chiave sistemica rispetto a tutto ciò) delle sue (naturali) fondamenta: la scuola, la formazione, l’università.

Un’Italia così, un’Italia che punta (dritta) alla propria modernità (a quel punto molto più facile da perseguire: contando sulla – ritrovata – non, ‘speranza’, che è sinonimo di attendismo e, spesso, di disfatta; ma – fiducia ed entusiasmo dei propri connazionali), è un’Italia che non deve pensare di essere ‘seconda’ (e, quindi, – servizievolmente – ‘affidabile’) con nessuno. Italiani tutti coinvolti nel perseguire, insieme, questo (più alto) obiettivo comune. Quello di rifare del nostro Paese il luogo nel quale – secondo un vitalismo, una, appunto, tensione, un riorientamento collettivo: si potrebbe sintetizzare, con uno slogan, dal gossip – totalizzante – allo studio come nostro ossigeno – si concepisce il futuro (nostro ma non solo): a livello (non troppo – ‘strettamente’: perché abbia comunque anche un portato ‘etico’ – che non significa moralistico, ma – tale da essere utile al miglioramento, all’avanzamento – innovativo – delle vite di tutti noi) produttivo (e commerciale), ma anche filosofico, artistico, ‘culturale’ (sempre, anche qui, perché abbia una ricaduta – di crescita – sulle nostre vite e, a sua volta, sulla nostra produzione artigianale e industriale, e non fine – rigorosamente – a se stesso, diventando altrimenti a quel punto una falla – parassitaria. Di sovvenzionamenti a fondo perduto – nelle nostre finanze pubbliche).

Nell’anno della crisi del capitalismo – e della necessità di una cesura: non, con il mercato, fattore di equilibrio e pacificazione tra i ‘luoghi’ del pianeta; ma con l’individualismo sfrenato a cui far cedere il passo al (necessario, o non ci salveremo) altruismo – serve una Politica che (ritrovando, così, se stessa), torni ad indicare quella direzione di marcia; quell’orizzonte (comune). Rilanciare la nostra economia riportando in superficie le straordinarie risorse – culturali, intellettuali, creative – del popolo erede della più grande tradizione del mondo.

Perché – come esemplifica un imprenditore – il Colosseo ha duemila anni, ed è giunta l’ora che torniamo ad avere ‘quel’ respiro, ‘quella’ ambizione, per produrre (noi, oggi. Non necessariamente in termini architettonici – ma anche sì: una delle priorità, ma da curare con grande attenzione, serietà e lungimiranza, perché ne va davvero del domani – per i prossimi cento anni – del nostro Paese – del centrosinistra se tornerà al governo, dovrà essere restituire uno stile, una linea, alla (ri)costruzione delle nostre città, da restituire – a cominciare da Roma – alla loro bellezza (originale). Senza più consumare territorio; demolendo e rielevando – in tutti i sensi – le aree già urbanizzate – ma – comunque – di idee, di ri-costruzione di futuro) qualcosa che un giorno varrà la pena di essere conservato.

Questa, e non la (semplice) capacità di relazione di Monti, è la più grande garanzia di tenuta (e, anzi, rilancio) dei nostri conti e di rivitalizzazione dello stesso progetto di un’Europa unita. Perché l’Italia non potrà forse fare a meno dell’Europa (nel mercato globalizzato, con i giganti, ecc.. Anche se, secondo noi, l’economia – anche solo – ‘strettamente’ (?) italiana può avere l’ambizione di crescere a due cifre. Siamo già stati la quinta potenza economica del mondo! E tutto questo essendo partiti dalle macerie della guerra). Ma di certo l’Europa non può fare a meno dell’Italia. E bisogna allora che ‘prima’ ci rialziamo in piedi. Noi.

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