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D’accordo anche Fini: ‘Contenuti’ Si tratta però (ora!) metterli atto

dicembre 3, 2012 di Redazione 

La politica italiana di oggi è come quei figli di papà che non hanno voglia di lavorare, anche perché sono di famiglia ricca e se lo possono permettere. Anzi no. E’ un’illusione. Perché se continuano a spendere senza lavorare, la famiglia andrà presto o dopo in bancarotta, e allora non ci saranno, ovviamente, più soldi per sostentare la loro dissolutezza. Oggi i politicanti fanno (doverosamente. Ma si tratta sempre, ancora, di un palliativo, per la mancanza di responsabilità della politica che non agisce) le primarie, discettano di leggi elettorali, programmano alleanze; da qualche tempo (almeno) riconoscono che bisogna parlare ‘di contenuti’: l’ha fatto, più volte, recentemente, il (da noi) stimato presidente Fini, e (visto che il Politico.it è stato il primo a porre il tema della necessità di occuparsi di questo, e non del teatrino – politicante) lo ringraziamo. Ma ancora non basta. Non basta perché da tutto questo, le persone – e una rilevazione Istat dice che sono oggi 15 milioni (!) di italiani - che faticano a (sopra)vivere, che vivono sulla strada, che non possono mandare a scuola i propri figli (e che, per questo, sempre di meno vorranno averne), non traggono da ciò neppure l’effetto-placebo che, invece, questa (almeno) assunzione di consapevolezza della nostra attuale classe dirigente ha su chi ancora può permettersi di stare alla finestra, nel poter dire la propria e partecipare. Perché le prime persone non hanno (invece) più la forza – a volte, nemmeno i mezzi – per ’sostenere’ alcunché; e si aspettano soltanto che la Politica faccia la Politica: ovvero che agisca. Non, assistenzialisticamente (perché non è con la carità una tantum – sempre inteso sul piano politico: la carità – intesa appunto come ‘assistenza’, e non come pietas che è invece il fondamento stesso dell’agire politico – è una mirabile proiezione individuale e personale ma non della Politica – che salveremo strutturalmente quelle persone ed eviteremo che altre si vengano a trovare nella loro stessa condizione nei prossimi anni); ma intervenendo organicamente e complessivamente per far ripartire la nostra economia. I modi, e sono ormai tutti d’accordo con noi, il Politico.it li ha ampiamente esplicati e messi a disposizione; si tratterebbe, ora, soltanto, di cominciare a metterli in pratica. Che cosa stiamo aspettando, ora che, avendo probabilmente (?) deciso per aprile, alla fine della legislatura mancano (ancora) cinque mesi, nei quali quelle persone staranno sempre peggio, e anche considerato che, intervenendo (com’è, ripetiamo, giusto) strutturalmente, per loro il beneficio di una Politica che torni ad assolvere la propria funzione, sarà comunque dilazionato un altro po’ nel tempo? Quando capiremo che, tra l’altro, tutto questo è necessario anche a garantire la tenuta dei nostri conti per il momento soltanto puntellati dallo scudo anti-spread di Draghi, e che l’apparente calma sui mercati, non prelude ad altro – se non torna, tecnicamente, sostanzialmente, la Politica – che ad una nuova, possibile ’tempesta’? E’ inutile (e, a sua volta, sterile) financo aggiungere ulteriori parole a riguardo: qualcuno si assuma, si deve assumere la responsabilità di, per esempio, avviare un (rapido!) percorso legislativo che porti all’introduzione della formazione nel mercato del lavoro (continuiamo ad indicare questo primo tassello perché la riforma del lavoro costituisce un po’ la chiave di volta di ogni possibile progetto di ripartenza e, nella riforma del lavoro, la formazione è la leva per fare della prima il motore dell’innovazione delle nostre aziende), sostenuto dal governo. Non esiste paternità su tutto questo: le idee sono a disposizione dell’Italia, e dunque di chiunque le voglia fare proprie e cominciare ad attuarle. Ma, per favore, agiamo. Ora. O è meglio farsi da parte. Al più presto.

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