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Società di Persone (non dei ‘beni’) Frutto onestà/lealtà/collaborazione

dicembre 1, 2012 di Redazione 

Il nesso tra una sovrabbondanza di beni materiali – e la nostra (osses- siva, quasi compulsiva) attenzione – dedizione – verso di essi – e lo sfarinamento, la sclerotizzazione, lo svuotamento dei nostri rapporti con gli altri – fino all’estremo della più totale, contro ogni apparenza, indifferenza verso di loro e le loro esigenze e l”esito’ delle loro vite – è difficile da spiegare ma esiste.

E’ come se le persone avessero un tot di ‘attenzione’ da poter dedicare a qualcuno o a qualcosa: quando quell’attenzione è monopolizzata da una singola persona, gli occhi della prima non vedono (e sentono) che (per) lei; quando si affina la nostra disposizione-disponibilità – ci si abbandona, ci si lascia andare alla facilità di appagarci – a lasciarci monopolizzare da cose che ci danno immediata, e ‘sicura’ – non soggetta agli umori e alla libertà di scelta degli altri – soddisfazione – come un certo tipo di produzione televisiva, nella quale ad esempio si curiosi – gossipparamente – nelle vicende di altre persone (accentuando questo effetto di – indifferente – ‘oggettivazione’-presa di distanza dagli altri); o una ‘posizione’ – in azienda, con gli amici, sociale – che possiamo poi vantare presso di loro – perdiamo (progressivamente) – come entrando in un limbo (di mancanza di empatia) – la nostra sensibilità nei confronti delle persone stesse, sopraffatta da questo – che Pier Paolo Pasolini chiamava – edonismo, e che però, conducendoci – giorno dopo giorno – ad una (progressiva) indifferenza nei loro confronti, si rivela alla fine controproducente per il nostro (stesso) benessere (e quindi contraddice, in parte, se stesso).

Perché in ragione di ciò, espletato in noi così come (essendo frutto di fenomeni di massa e dunque tali da ‘coinvolgere’ – o, meglio, ridurre ai margini e in una situazione di malleabilità, per così dire – la gran parte dei nostri contemporanei) negli altri, ci ritroveremo a vivere in una società, in una comunità (che avrà cessato di essere tale) in cui gli altri guarderanno a noi con distacco, indifferenza, e questo renderà il nostro rapporto con loro sempre più formale, ‘vuoto’, privo di un vero attaccamento nei loro confronti; e alla prima asperità – dovuta alle vicende di vita di ciascuno di noi – mostrerà (privatamente o ‘pubblicamente’, riguardando i singoli o – secondo – anche – altre dinamiche – i gruppi e la massa) le corde di una inconsistenza che – in presenza di motivazioni individuali (o ‘particolari’) alla (sola, e magari sfrenata) competizione – può portare a vere e proprie esasperazioni che possono condurci a compiere anche le più terribili dimostrazioni di indifferenza nei confronti degli altri.

L’antidoto a tutto questo è nella Cultura: scuola, formazione, università, ricerca; televisione – e informazione – di qualità; internet; ripresa di un – capillare – interesse per lo studio, la ricerca filosofica, l’arte, e – come dice giustamente Aldo Cazzullo – non solo ‘tutto questo’ – sia pure reso ‘popolare’ – ma anche ogni forma di peculiare valore ed espressione dell’eccellenza italiana tale da spingerci tutti – con l’obiettivo dell’innovazione – a ricercare – una nostra crescita – umana e quindi della nostra economia.

Cultura, comunque, come coltivazione di quella stessa sensibilità che la totalizzazione delle nostre vite da parte dei beni materiali (di stampo capitalista esattamente quanto marxista, sia ben chiaro: e il problema non è – certo – il libero mercato; ma la sopraffazione dell’economia – fine a se stessa – sulla Politica, sicuramente sì), come abbiamo visto, riduce; cultura come rafforzamento – dispiegamento – della (propria) intelligenza che fa sì che, trovandosi ad esempio di fronte ad un certo tipo di canale o trasmissione (principale fonte, nella sua deformazione più strumentalmente commerciale e ‘nichilista’, come nel peggior incubo orwelliano o bradburiano, di questa forma di corruzione), non ci si lasci trascinare – nel tempo – nella più totale indifferenza (di sé).

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