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C’è lavoro che giovani non ‘usano’ E’ Politica a dover indirizzarli a ciò!

novembre 29, 2012 di Redazione 

Il liberismo – che è, poi, il liberalismo in economia – è ‘necessario’ per evitare che la riduzione delle libertà (economiche) si porti dietro una compressione della Libertà (tout court). Perché quando si decide di ridurre gli spazi di un attore economico, per lo stesso principio (e – precedente) si può decidere di intervenire anche sulla vita delle Persone. Ma il liberismo è l’(ideale) condizione in cui lasciar (libera di) muoversi una società matura; una società il cui livello di istruzione medio sia elevato e, soprattutto, eguale: una società che, per questo, declinerà la libertà di intraprendere in una chiave utile all’intero paese e non soltanto al bene di ciascuno; coinvolgendo i lavoratori e non (‘solo’) ‘sfruttandoli’; sostituendo all’estremo, opposto, della raccomandazione (‘consociativa’) non la legge della giungla (del più – ricco e – spregiudicato), bensì una meritocrazia fondata (non sulla – sola – competizione ma) sulla collaborazione.

Perché una società istruita, che torni a fare della cultura il proprio ossigeno, è una società che ha un senso della (propria) comunità e della Nazione, del (cosiddetto) ‘interesse generale’ (che è, in realtà, il miglior interesse ‘particolare’! Perché il perseguimento dei propri interessi particolaristici offre soltanto l’illusione, di un reale beneficio per sé: visto che farsi la guerra dentro uno stesso Paese significa, a lungo andare, dopo qualche – appunto, illusorio – fuoco d’artificio iniziale, condannare lui, e dunque ciascuno di noi, al fallimento. Come ci hanno perfettamente insegnato i corrotti – i nostri nemici, i nemici – ‘italiani’ – dell’Italia – che hanno portato il più grande Paese del mondo, quello capace di risorgere in dieci anni dalle macerie della guerra e di diventare la quinta potenza economica del pianeta – il Paese di Leonardo, di Michelangelo, di Roma prima culla della civiltà (moderna!) – sull’orlo del baratro, nell’infamia internazionale e ad un passo dal default!).

Una società capace di assumersi la responsabilità di agire (e fare le proprie scelte) non soltanto in funzione della immediata soddisfazione (personale – di ognuno); ma anche nel modo migliore per fare (‘direttamente’! Attraverso la propria – così, maggiore! – soddisfazione) l’interesse dell’Italia e di tutti noi; riorientando, financo, la propria attività – programmandola in modo tale. A cominciare dal percorso di studi dei nostri giovani! Che deve essere la Politica, a motivare e rendere compatibile con questo obiettivo di fondo. Portando così i nostri studenti a fare poi ‘tutti’ i lavori: di cui abbiamo bisogno, e di cui hanno bisogno ‘loro’ per ridurre drasticamente, da subito!, il – proprio! – tasso di disoccupazione, drammaticamente divergente dall’offerta di lavoro che, paradossalmente – e ‘nessun’ quotidiano continua a porre l’accento su questo non più sopportabile paradosso! – è sovrabbondante e non riesce ad essere soddisfatta! Mentre oltre il 30% dei ragazzi italiani (non studia e) non lavora – da renderla utile non soltanto al proprio particulare ma (in un quadro di sistema) al bene di tutti.

Una società in cui il merito sia veramente riconosciuto: se è vero che il merito non può essere davvero riconosciuto se ciascuno non è messo nella condizione di fare ciò che meglio sa e può fare (indipendentemente, in parte, dalla sua capacità di sgomitare e di farsi largo tra gli squali! Ma sulla base della – piena! – espressione delle proprie qualità); e perché, come dovremmo tutti quanti ben sapere, a questo fine non è sufficiente (appunto) introdurre (solo) più competizione: ci vuole, come detto, più (e migliore!) istruzione (per tutti) e poi un’impostazione meritocratica che tenga conto, però, di quella tensione ad una sintesi e ad un esito comune.

Un merito fondato sulla responsabilità. Una società fondata sul merito e della collaborazione. Che è l’opposto del consociativismo. Statalista, o anche, capitalistico. Di relazione.

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