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Problema non ‘finire come Grecia’ Rischio è ‘come può finire Grecia

ottobre 18, 2012 di Redazione 

Nel nostro dibattito pubblico si ascolta spesso l’espressione: “Finire come la Grecia”. Se non ci fosse stato Monti (?) saremmo finiti come la Grecia. A parte l’ineleganza, e la mancanza di rispetto, da parte di coloro che predicano l’unità politica europea, dell’uso di questo linguaggio di indifferenza nei confronti di questi nostri fratelli europei che vivono uno dei momenti – forse il momento – più duro della loro Storia; a parte questo, com’è inevitabile per chi usi espressioni di questo tipo, la cosa più grave è però che questi signori non si accorgono che – oltre al fatto che abbiamo tutt’altro che risolto, noi pure, i nostri problemi finanziari – più che il rischio di “finire come la Grecia” ciò che ci dovrebbe preoccupare è il rischio di come potrebbe finire la Grecia, ben al di là del commissariamento da parte della troika (o proprio a causa di questo), anche a partire da ciò che vediamo rilanciato in queste ore da parte dei nostri mezzi di informazione.

Ci sono delle parole, pronunciate nel discorso d’apertura della conferenza di pace della Lega delle Nazioni a Parigi, nel 1919, dall’allora presidente americano Wilson, che non avremmo dovuto dimenticare: “Signori, le classi elette dell’umanità non governano più l’uomo. Le sorti del genere umano sono ora nelle mani della gente comune di tutto il pianeta. Soddisfateli, e avrete giustificato non solo la loro fiducia, ma anche stabilito la pace. Fallite in questo compito, e nessun accordo servirà a stabilire la pace nel mondo“.

Che può e deve essere garantita – attraverso le decisioni concrete nell’esclusivo bene dei popoli dell’umanità – da coloro (e sono la maggioranza, sia pure disunita, a volte priva di coscienza di sé e della propria forza, in tutti i Paesi del mondo) che non hanno nessun desiderio di vedere ripiombare il pianeta in un clima di guerra, e, al contrario, desiderano contribuire a farlo tendere sempre più verso quel traguardo di una “pace eterna” e di una possibile, “unica nazione” mondiale, nel cammino verso il quale naturalmente il tassello dell’unità politica europea rappresenta un punto di svolta fondamentale; ma a condizione che sia chiaro l’obiettivo, e che il disegno elitaristico di unità europea formale e fittizia di cui parlò per primo Galli Della Loggia, sia supportato dalla sensibilità di sapere che nessun risultato può essere raggiunto, politicamente, senza una naturale partecipazione (alla vita) delle Persone.

Che è poi l’animus della Politica: la Politica con la maiuscola – che in Italia è necessariamente incarnata da un Partito Democratico che deve rendersi conto della propria funzione storica, e che il Politico.it spera di dare un contributo decisivo affinché prenda coscienza di tutto ciò e decida finalmente – prima che sia tardi – di assumersi – unitariamente! Perché c’è bisogno dell’esperienza di Bersani, e ‘anche’ di D’Alema e di Veltroni, così come del dinamismo di Renzi – quella sua, fondamentale responsabilità – capace di avere l’autorevolezza, e appunto la responsabilità, di mettere il bene degli europei – e, attraverso il loro, di tutti i cittadini del mondo – prima della ‘quadra’ dei bilanci degli Stati (e degli interessi dei mercati); e di capire che, se ciò non avverrà, l’intero continente rischia di fare la fine della Grecia ma nel senso che il nobel per la Pace generosamente concesso qualche giorno fa, rischia tra qualche anno di sorriderci beffardamente dietro – non vorremmo essere eccessivamente pessimisti, ma i “guai” è meglio anticiparli e prevenirli, che trovarsi poi costretti a risolverli – la cortina fumogena di qualche possibile conflitto extra, ma non necessariamente, europeo.

La Grecia è oggi tecnicamente fallita, e imporre ai greci di ripagare tutti i loro debiti non può più ‘bastare’ per scongiurare quella (molto peggiore di una ‘insolvenza controllata’ e ‘condivisa’) eventualità legata ad una possibile precipitazione degli equilibri geopolitici nel continente. L’Europa è minacciata almeno allo stesso modo da tecnocrazie che si ostinassero a non tenere in adeguata considerazione le esigenze dei popoli europei - escludendo, ad esempio, di poter fissare una cesura e decidere che una parte del debito greco possa essere cancellato, naturalmente stabilendo contestualmente i meccanismi di compensazione e necessari a che questa scelta eccezionale e ‘d’emergenza’ non debba ripetersi più -, quanto lo sia dal rischio – che però si materializzerebbe ugualmente se si reiterasse quell’indifferenza! – di una ‘fine’ anticipata dell’euro (pure assolutamente da evitare!).

Perché i Paesi, come ripetiamo da tempo, non sono (semplici) mercati; e trattarli – invece – come tali rischia di portare all’esasperazione gli esseri umani che li abitano: fino alle conseguenze disastrose che i soli economisti non sono – con le loro chiavi di lettura puramente legate agli interessi finanziari – in grado di prevedere.

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