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(Rare) risorse vadan finanziare progetto Sia fare Italia culla mondiale innovazione Cina cresce meno se penalizza lavoratori (E’ -sola) economia (che) ci ha messi crisi Cultura può far(ci) crescere (gli italiani) Formazione primo tassello tornare grandi

ottobre 15, 2012 di Redazione 

A che serve stanziare “otto-nove miliardi per lo sviluppo” – come, per esempio, avvenne alcuni mesi fa – se non si ha nemmeno un’idea di massima di come (ri)avviarlo? Perché la crescita non è (solo) una questione di risorse; e sostenere (ad ‘esempio’) la domanda è una (non) soluzione dal fiato (e dalla visione) corta, se è vero che richiede (oltre ad un cospicuo dispendio – appunto – di risorse pubbliche) la continua alimentazione di questa spirale dell’aumento della “spesa” (per la crescita. Sia essa dello stato e delle famiglie) senza fornire tutto questo di nessuna struttura programmatica e organizzativa capace di far ripartire in modo – appunto – strutturale il sistema. E di rendere sostenibile questo “sforzo”. Perché un governo non è una banca centrale. Soprattutto perché un paese non è un mercato. E il nostro non trarrà giovamento (o solo – poco - nell’immediato) da “qualche” risorsa in più da ”spendere” – pure potenzialmente in grado di restituire un po’ di respiro – se non sarà stato mobilitato – moralmente; Politicamente – verso il perseguimento di un obiettivo comune in grado di ridare speranza e, soprattutto, di ottimizzare la valorizzazione di un qualsivoglia stanziamento di risorse che rischia altrimenti di rappresentare l’ennesimo spreco colossale di denaro pubblico, destinato a disperdersi (inutilmente) in mille rivoli. Come già rischiava di avvenire con gli ammortizzatori sociali, concepiti ad hoc per addolcire la pillola dei licenziamenti, ma insostenibili economicamente e (a loro volta) destinati a non durare, e comunque utilizzati al solo scopo di rendere digeribile per i lavoratori una riforma pensata nel solo interesse delle imprese, vanificando il clamoroso potenziale che quelle risorse hanno per la nostra stessa possibile ripartenza. Perché se invece di sostenere che dobbiamo/ possiamo fare (solo) “sacrifici”, in nome di un rigore pure indispensabile, indichiamo agli italiani il sogno non solo di poterci salvare (?) ma di tornare grandi – com’è nelle nostre possibilità – e che questo è (appunto) possibile se riorientiamo (in tutti i sensi) il nostro paese grazie alla Cultura, e nello specifico del lavoro e della produzione lo facciamo nella chiave dell’innovazione utilizzando le risorse destinate agli ammortizzatori per finanziare la formazione continua, gli “otto o nove miliardi” di qualche mese fa più le decine di altri di risorse appunto stanziate a fondo perduto “per” (?) i lavoratori possono diventare decisivi per compiere quel ribaltamento di prospettiva che può – questo sì – fare riesplodere la nostra (stessa) economia. In tutto il mondo hanno capito che l’innovazione è – in tutti i sensi – la chiave della costruzione del futuro; alcuni di loro hanno già in parte sfruttato questo incredibile potenziale. Noi siamo ad un possibile annozero: il che significa che abbiamo perso tempo, ma anche che abbiamo margini che non ha nessun altro. Nemmeno India e Cina, quest’ultima già spersa sulla strada di una crescita che ora stenta a centrare il traguardo della doppia cifra – e a compiere il sorpasso sugli Stati Uniti – proprio perché ha scelto l’opzione di penalizzare la vita dei lavoratori in nome dell’utile immediato; come rischiavamo di fare noi con l’abolizione dell’art. 18 (e) seguendo la linea Marchionne. Utili che però sono destinati (e hanno cominciato) a crollare sotto il peso del’insostenibilità per la vita delle persone. La (stessa) molla dell’(attuale) crisi. La chiave, dunque, è esattamente l’opposta: abbandonare l’economia come unica via alla nostra (così, mancata) salvezza (come se non fosse stato proprio questo il modo in cui siamo piombati nella condizione attuale), tornare alla Politica e quindi alle persone: restituendo loro – attraverso la cultura, con l’obiettivo – economico, ma non solo - dell’innovazione, quella libertà che la (falsa) libertà dei mercati ha compresso – attraverso anche l’omologazione imposta dalla con-petizione fine a se stessa – e quindi la forza per trascinarci loro - noi – fuori dal guado. In questo senso la riforma del lavoro sarebbe stata (e sarà) decisiva per la crescita: perché ci può far rialzare la testa facendola rialzare ai nostri lavoratori. E’ quello che la migliore tradizione della sinistra storica – da Mazzini ad Adriano Olivetti – ci insegna; ed è quello che la sinistra di oggi deve ridarsi come propria chiave (di lettura e di cambiamento della società). Se vuole tornare a vincere (lei); e soprattutto se vogliamo tornare a vincere noi, l’Italia. (26 aprile 2012)

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