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***Legge elettorale***
IL PD DEVE DIRE SI’ ALLE PREFERENZE(?)
di FRANCO LARATTA*

ottobre 31, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana ha (ri)aperto ieri lo spiraglio ‘ispirato’ alcuni mesi fa dalla proposta di Massimo Cacciari e Beppe Pisanu, circa la possibilità che la maggioranza (traversale o di ‘unità nazionale’ – (ma) al di là dei ‘confini’ di partito) di cittadini-parlamentari onesti e responsabili ‘ancora’ presenti nel vituperato nostro Parlamento di oggi, voti ‘da sola’ (senza cioè la partecipazione di quella parte più ‘oltranzista’ – berlusconiana – del Pdl che vuole tenersi il Porcellum per avere diritto di vita e di morte – clientelare – sui nominati e dunque sulla nostra democrazia) una nuova legge elettorale nell’esclusivo interesse della Nazione, superando la situazione di stallo e raccogliendo (e traducendo in fatti concreti!) così l’invito del presidente Napolitano. E che questo atto di onestà e responsabilità e di ‘servizio’ nei confronti della Nazione e dei cittadini – che hanno diritto a riavere un Parlamento che torni a rappresentarli e restituisca loro quella sovranità che la nostra Costituzione assegna insindacabilmente nelle mani del popolo italiano – possa rappresentare la prova generale per una possibile, nuova alleanza costituzionale che vada dalla sinistra Democratica (e – vendoliana) a, appunto, quelle frange di ex pidiellini che non vogliono ‘consegnare’ il Paese – dopo vent’anni – a nuove intemperanze del loro leader di sempre. Lo abbiamo fatto a partire da una proposta del deputato del Pd che sollecitava tutti – dalle pagine del più ascoltato tra i siti politici del nostro Paese – a muoversi per l’approvazione di un nuovo dispositivo in vista delle elezioni. Oggi Laratta torna sull’argomento entrando nello specifico dei possibili modelli di riforma; e spiega (ancora una volta dalle colonne del ‘suo’ giornale della politica italiana) che, a proprio modo di vedere, il suo partito dovrebbe – pur di non andare a votare con la legge Calderoli – accettare anche la soluzione delle preferenze, messa in campo dal Pdl. il Politico.it, come lasciato trapelare ieri, continua tuttavia a ritenere che il ritorno ad un Mattarellum (minimamente) ‘corretto’ – via lo scorporo e dentro un ‘piccolo’ premio di maggioranza che miri a ‘contenere’ la frammentazione contribuendo a ‘scongiurare’ al tempo stesso il rischio di cartelli elettoralistici che contengano tutto e il contrario di tutto – l’unico, vero modello veramente ‘italiano’ e adatto alle peculiari esigenze di un Paese che debba conciliare diritto di tribuna, rappresentanza del territorio e tensione maggioritaria per la governabilità – e perseguibile attraverso un voto rapidissimo che non richiederebbe dibattito ‘di merito’ – resti la strada maestra da seguire. Ci torneremo su. Sentiamo, intanto, la sollecitazione al suo partito del parlamentare Democratico. di FRANCO LARATTA* Read more

***Il futuro dell’Italia***
CARO NAPOLITANO, LA MAFIA E’ (ANCORA) DENTRO UNA PARTE DELLO STATO
di RITA BORSELLINO

ottobre 30, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La vittoria di Rosario Crocetta in Sicilia può aprire – anche grazie alla straordinaria opportunità per il Pd di poter contare su un alleato animato da cittadini onesti e responsabili come il Movimento 5 Stelle – un importante capitolo nella lotta alla criminalità. Nel nostro Paese tutto si tiene: la mafia non è soltanto “la mafia”; è la corruzione che penetra fin dentro i gangli dello stesso Stato che dovrebbe agire per toglierla di mezzo. E’ quella parte delle nostre istituzioni (e del nostro sistema di sicurezza), quella terra di confine tra ciò che è fatto in nome della legge e ciò che è illecito, che, dice Rita Borsellino in questa dichiarazione rilasciata il 19 luglio 2010 (nell’anniversario della strage di via D’Amelio) – e che il Politico.it ‘porge’ oggi al nuovo presidente della Regione Siciliana – che pure ben conosce, suo malgrado, il fenomeno malavitoso – anche come manifestazione di sostegno senza se e senza ma agli interventi coraggiosi che – con l’aiuto del governo Monti – l’ex sindaco di Gela vorrà assumere per liberare finalmente il nostro Paese da questo cancro che costituisce la vera causa primaria della nostra arretratezza (“La mafia dovrà fare le valigie”, ha detto tra l’altro Crocetta) – c’è, dicevamo, chi in Italia “lavora ogni giorno per demolire” ciò che tutti noi ci impegniamo quotidianamente – per il bene dell’Italia – a costruire. E’ il ‘buco nero’, dentro lo Stato (perché è chiaro che non si tratta “dello Stato” tout court, che come disse giustamente Napolitano, “siamo noi”; bensì una ‘devianza‘ dovuta alla corruzione nel suo regolare funzionamento) che prova a “destabilizzarlo”, che fu Giovanni Falcone a denunciare per primo (poco prima di essere ucciso), e dalla cui (definitiva) estirpazione dal corpo (per il resto) sano del nostro Paese non può che passare una democrazia italiana che voglia compiersi, sessant’anni più tardi, e accedere finalmente alla propria modernità. di RITA BORSELLINO
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(Cittadini del) M5S non antipolitica E’ la (vera – base) Politica (del Pd!)

ottobre 30, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ieri osservavamo le facce, pulite e competenti, dei (giovani) militanti del M5S in Sicilia, e ci è venuto naturale pensare che il Pd avrebbe dovuto fare in modo che fossero ‘le sue’.

Il Movimento 5 Stelle costituisce infatti la diaspora di potenziali elettori/ dirigenti Pd – del VERO Pd – a cui sono riconducibili, alla fine della fiera, per ‘elezione’ di onestà e responsabilità e ‘dedizione’ al ‘bene comune’ e la volontà di dare il proprio contributo al perseguimento dell’interesse ESCLUSIVO della Nazione – che fin’oggi è stata generata e ‘rigettata’ da un’attuale classe dirigente (che non per questo deve essere omnicomprensivamente sostituita tout court) da troppo tempo chiusa nel fortino.

Il vero Pd non appiattito (acriticamente), ad esempio, sul modello di sviluppo pesante e/ o (perché) sensibile (o – troppo – indulgente rispetto) agli interessi dei costruttori e vicino, piuttosto, alle esigenze dei cittadini.

Un Pd, per intenderci, capace di fare davvero (come nessun’altra forza del nostro Paese oggi può fare; neppure il M5S!) il bene del Paese.

Talvolta gli ‘attivisti’ del Movimento grillino possono essere portati a radicalizzare (o a spingere ai limiti dell’oltranzismo) le proprie posizioni per reazione (uguale e contraria) a questi stessi ‘vizi’ dell’attuale politica politicante clientelare e autoreferenziale che mirano a ‘fermare’ (prima che finisca, lei, di dilapidare la straordinaria eredità che ci fu lasciata dai nostri nonni, nel dopoguerra); ma le ‘motivazioni’ alla base delle loro ‘proteste’ (ma anche delle loro proposte! Che sono le più Politiche – oltre a quelle del giornale della politica italiana – del nostro attuale panorama), sono precisamente le stesse di quella (maggioritaria!) base di cittadini (onesta e responsabile; poco importa se incasellata tra i ‘moderati’ o i ‘progressisti’: parliamo di quel 40% di elettori astenuti a livello nazionale, a cui i Democratici hanno il compito di restituire una sintesi e una guida) che (non) si (può) riconosce(re) nel Pd (di oggi).

Il problema è che quando una classe dirigente persiste al potere (senza soluzione di continuità) troppo a lungo, finisce per rischiare di reiterare modelli culturali vecchi e anti-storici. Nel nostro caso (ed entrando nello specifico di alcune delle attuali ‘differenze’ programmatiche tra 5 Stelle e Partito Democratico almeno a livello locale: la dirigenza nazionale ha ormai fatto propria, ad ‘esempio’, la direttrice dello stop al consumo – fine a se stesso – di territorio, ‘per’ la riqualificazione e la ‘valorizzazione’ dei – troppi – immobili oggi lasciati a marcire. Anche nei centri delle nostre città!), nel nostro caso, si diceva, la ‘propensione’ ad una cementificazione un po’, a volte, fine a se stessa può forse essere ricondotta a quel ‘bisogno di legittimazione’ – ‘isolato’ per primo da il Politico.it - da parte del blocco sociale ‘borghese’ e comunque del ceto dirigente e produttivo, che la classe dirigente della sinistra post-comunista ha avuto sin dalla nascita del Pds; ma non si può escludere sia retaggio anche di schemi novecenteschi quando non addirittura da secondo dopoguerra, al cui modello di sviluppo un po’ sfrenato e a volte ‘selvaggio’ – che le nostre – un tempo – bellissime città – e le coste! A cominciare da quella della Liguria, la regione dal più alto tasso di cemento per metro quadro – scontano nella ‘rovina’ urbanistica a cui ‘assistiamo’ – in tutti i sensi? – oggi – assomiglia molto questa ‘compulsione’ da – nuove – infrastrutture.

Un modello di sviluppo – pesante – che mette la priorità sul – mero – profitto – dei pochi – senza (pre)occuparsi dell’impatto delle proprie ‘scelte’ sulle vite delle Persone, che non ha remore perciò a fare scempio di un territorio che poi – vedi disastri post alluvionali nella città di Genova – si ‘rivolta contro’ (naturalmente – quei cittadini che si trovano là dove le opere sono state realizzate; non certo contro coloro che le hanno concepite o ‘consentite’, che si guardano bene dallo scegliere di abitare nei luoghi stravolti dal loro ‘passaggio’,) che non può essere – più – la strada da seguire (per lo meno in via prioritaria, o ‘scissa’ da una strategia – organica e complessiva – di lungo periodo, o esclusiva!).

E il modo per congiungere questi due estremi è appunto capire che chi sostiene tutto questo non costituisce l”antipolitica’, ma la Politica del presente e del futuro, contro una (vera) (anti-)politica (del ’900) che ha la pretesa di congelare il nostro Paese in un eterno…passato che se vogliamo modernizzare l’Italia dovremo pur superare.

Riguardo poi alle specifiche contro-proposte del M5S rispetto all’ansia da costruzione (sempre per stare su questo aspetto, degli altri ci occuperemo magari in seguito), per quanto il ‘benaltrismo’ rischi di essere l’anticamera dell’immobilismo – un immobilismo che del resto i sostenitori convinti della linea infrastrutturale ci assicurano, ciò nonostante, da oltre quarant’anni: vedi costruzione ad aeternum della Salerno-Reggio Calabria – la priorità di concentrarsi sul possibile miglioramento e ‘potenziamento’ del trasporto locale (per i cittadini che vanno al lavoro ogni giorno, per i pendolari) difficilmente potrà essere considerato – da alcuno di noi! – ‘antipolitico’ (e nemmeno poco ‘strategico’, se si considera che è dalla mobilitazione del più grande patrimonio del nostro Paese, che non sono – ‘nemmeno’! – le sue incredibili ricchezze ambientali e culturali, bensì le sue risorse umane, ‘figlie’ di una lunga tradizione culturale, che passa la costruzione del nostro futuro).

P.S.: E le critiche all’esponente 5 Stelle Pizzarotti per la ‘lungaggine’ nel conferimento degli incarichi per la nuova giunta a Parma, tradisce la deformazione in senso mediatico e autoreferenziale della politica e del (collaterale) giornalismo di oggi: la rapidità con la quale i leader locali degli altri partiti procedono alle composizione delle loro ‘squadre’, dipende palesemente dalla disponibilità di una rete (più o meno) clientelare che è – lei! – la causa ‘ultima’ delle corruttele (che fa rima con ragnatele) che ‘ingabbiano’ la ripartenza dell’Italia. Ed è direttamente proporzionale – poi – alla lentezza con la quale (non) offrono soluzioni (vere!) ai propri concittadini.

Puntare più sulla qualità che sulla ‘immediatezza’ ed efficacia ‘mediatica’, ‘più’ (solo!) sui contenuti che sul chiacchiericcio autoreferenziale, più sulle analisi e sulle proposte che sulla ‘titolocrazia’ – © Dino Amenduni – può essere un buon viatico per tornare – presto; tutti insieme – alla Politica vera. E con essa accedere finalmente alla salvezza del nostro Paese.

***La proposta***
UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE VOTATA (ORA!) DA CHI HA A CUORE LA DEMOCRAZIA
di FRANCO LARATTA*

ottobre 30, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ovvero le forze (o le singole personalità) maggiormente oneste e responsabili su cui ancora possiamo contare nel nostro depauperato Parlamento di oggi. Il cammino delle riforme costituzionali, con (il Pdl e cioè con) Berlusconi, appare improbabile. E al Cavaliere la legge elettorale va bene così com’è. Gli consente di eleggere chi vuole lui. E di esercitare sui singoli parlamentari un controllo diretto – utile quando serve votare leggi indigeribili per qualsiasi vero rappresentante del popolo – che il ritorno ai collegi uninominali ridurrebbe drasticamente. Ma perché le donne e gli uomini onesti e responsabili “ancora” presenti nella nostra assemblea legislativa, dovrebbero farsi portar via un altro pezzetto di democrazia sottostando agli umori dell’ex presidente del Consiglio in attesa del momento giusto per staccare la spina al governo Monti, quando possono approvare loro – a larga, se “contiamo” bene, maggioranza – una legge elettorale nel senso della restituzione della sovranità al suo legittimo depositario: il popolo – e, ovviamente, nel suo più Alto ed esclusivo interesse, senza calcoli ‘di parte’ – approfittando ad un tempo di questa occasione per verificare chi abbia veramente a cuore la nostra democrazia, tanto da porre – eventualmente – le basi di un (ulteriore) accordo (di governo) in vista delle prossime (e, possibilmente, ravvicinate) elezioni? Dal governo Monti il giornale della politica italiana è diviso da alcune valutazioni, ma non nel riconoscimento della legalità (Costituzionale) come valore supremo dal quale far discendere ogni altra scelta. E quando le basi da cui partire sono le stesse – quando si condividono gli stessi principi di fondo – è difficile non potersi ritrovare in una ‘prospettiva’ comune (come dimostrano le – sia pure solo ‘abbozzate – “mosse” di Monti nel senso dell’innovazione). Pd, terzopolisti davvero convinti della necessità di un cambiamento (altra ideale cartina di tornasole è la “disponibilità” – ? – a votare la cancellazione di tutti quegli organismi nei quali sono annidati figli e figliocci della politica politicante, vero punto di definizione del – la volontà di – Cambiamento), gli uomini onesti e responsabili che non ce la fanno più a stare in questo Pdl (personalità come Nunzia De Girolamo, ad esempio, che cosa possono condividere con chi accondiscende ad infrangere la legge?), e persino quella sinistra radicale che la leadership moderata e dialogante di Vendola – va riconosciuto – ha spuriato delle sue pulsioni più scomposte, raccolgano l’appello lanciato loro, mesi fa, da Massimo Cacciari e Beppe Pisanu, e – a partire dalla riforma della legge elettorale, ora, in Parlamento: che notoriamente scegliendo come possibile ‘nuova’ via da seguire il Mattarellum, può essere fatta votando una norma semplicissima che faccia decadere la Calderoli riportando in vigore in quello stesso momento la precedente – convergano nel (ri)creare le condizioni (democratiche!) per (ri)dare all’Italia una rappresentanza fatta di sole persone che abbiano a cuore il suo esclusivo (e non negoziabile) interesse. Perché cambiamento non è necessariamente sinonimo di estremismo di sinistra. Nel nostro paese significa prima di tutto tornare – ? – ad una (alta, e decisamente proiettata al futuro) normalità. Una vera democrazia liberale, senza più ombre, dopo aver finalmente estirpato la pianta del clientelismo e della corruzione, in mancanza della quale nessuna ripresa economica potrà mai durare a lungo. di FRANCO LARATTA* Read more

***Il futuro dell’Italia (e – dell’Europa)***
DECRETI OMNIBUS, LEGGE STABILITA’ (ED EUROBOND), LA “SOLUZIONE” (?) ALLA CRISI NON E’ IN UN RAGIONIERISMO

ottobre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Politica, e non tecnica (o, verrebbe da dire, liberismo, essendo ormai calati in un mondo plasmato sui principi del laisser faire – non solo economico – e della deregulation – che si legge “ulteriore cessione di sovranità della Politica – ? – ai mercati”, così che il semplice aggiustamento delle norme costituisce un atto di – ‘ulteriore’, più marcata e ‘convinta’, ‘abbandonata’ – adesione – e di fede – all’attuale sistema). Visione, e non soltanto stretto calcolo contabile. Un radicale cambiamento di prospettiva, e non un timido aggiustamento-consolidamento della linea (della deriva. Economicista ovvero liberista) che ci ha portati all’attuale punto (di rottura). Così come nei giorni della lettera della Bce al nostro governo, il tema (anzi, la dicotomia) è sempre la stessa: tra “chi” (? Il giornale della politica italiana) indica una prospettiva e soluzioni Politiche (e, dunque, tali da mobilitare i nostri connazionali) e chi - molti politicanti che si ritrovano per le mani questa gatta da pelare senza sapere (senza avere mai saputo) cosa fare (come dimostrano i vertici in cui la crescita la fa da padrone, sì, ma solo nei ripetuti annunci di chi vi prende parte. E da qualche tempo non assistiamo nemmeno più a questi! Avendo, l’intervento – apparentemente o, propagandisticamente, – ‘risolutivo’ di Draghi consistito nella fornitura dello scudo anti-spread, anestetizzato la nostra consapevolezza – e relativa vigilanza – che non ci troviamo affatto lontano dall’orlo del baratro, anzi!) – pensa che la via d’uscita ad una crisi (che continua! Almeno per le Persone estranee ai circoli delle élite italiane ed europee) legata proprio al predominio dell’economia – e, quindi, della – fredda – tecnica – sulla Politica, possa essere in una serie di atti di pura gestione contabile (e/ o – esclusivamente – de-regolativi). I padri dell’Europa – Altiero Spinelli, Jacques Delors, la migliore tradizione tedesca – pensavano invece – per ciò che riguarda la prospettiva europea – all’elezione diretta del presidente del Vecchio continente (eppure oggi sappiamo che nemmeno questo basterebbe senza una – precedente! – assunzione di responsabilità – nell’agire – Politico! – degli attuali leader – ? – dei singoli Paesi), e non lasciavano che le cassandre della finanza mondiale si divertissero a vederci (ancora. Sia pure meno dichiaratamente) alambiccare – a livello nazionale come comunitario, ad esempio con gli eurobond – su quale provvedimento sia migliore per suscitare (in buona sostanza) in loro il maggior livello di interesse. L’Italia, come l’Europa, ha – diremmo, abbastanza ovviamente! - pieno diritto alla propria (naturale, oseremmo dire, in contrasto con l’artificiosità del – sostanziale – ‘commissariamento’ da parte degli speculatori per interposte – ? – istituzioni finanziarie) sovranità; ed è nell’esercitarlo fino in fondo e senza retropensieri, nella più (matura) libertà e puntando ad essere affidabile soltanto con se stessa (che significa anche mantenere una seria linea di rigore! Che non può essere però – esaustiva e – fine a se stessa), che sta la capacità di “vedere” finalmente di cosa ha bisogno il nostro paese (e non soltanto i “mercati” – con tutte le loro sovra-strutture – più o meno trasparenti – che pure, poi, ci voltano le spalle). L’Italia ha bisogno di ridarsi un orizzonte da perseguire, e quell’obiettivo non può che essere puntare a tornare ad essere la culla mondiale dell’innovazione (a 360°), che significa modernizzare (e rendere il più avanzato al mondo) il nostro sistema produttivo (oggi fermo agli anni ’70), significa avere la motivazione per offrire – attraverso la formazione – ai nostri lavoratori la possibilità di una (propria) crescita (e quindi, a cascata, quella della nostra economia), significa restituire a ciascun nostro connazionale una motivazione più alta, dal semplice “tiriamo avanti” (quante - troppe - volte sentiamo nostri concittadini, persino tra i più giovani, – essere “costretti” ad – usare questa espressione?), del quale il consolatorio (?) voyeurismo televisivo è con-causa, e non (solo) effetto, dello stato di depressione (che fa rima con recessione) nel quale siamo caduti. Dall’estero si guarda all’Italia con stupore: lo stupore di chi ha ben chiaro (a differenza del diretto interessato) il valore di chi sta osservando, ma non lo vede per nulla rappresentato in questa continua espressione di litigiosità, arrendevolezza, cinismo, autolesionismo. Tutti figli, naturalmente, della nostra perdita di fiducia. Perché non crediamo più di potercela fare e, frustrati, puntiamo solo a salvare (ciascuno) il nostro strapuntino. Ma gli anni (di – auspicabile – uscita! E non solo – liberisticamente, attendisticamente, fideisticamente – ? Nella stessa ‘religione’ che ci ha ridotti nella condizione attuale – tra “pochi mesi”, dopo i quali le vite di molti nostri connazionali rischiano di essere a pezzi) della crisi più grave dal ’29, possono essere gli anni dell’Italia: gli anni in cui chi deve ripartire da “zero”, non è svantaggiato, ma in vantaggio: perché ha la motivazione (ulteriore) per cercare un completo cambiamento di prospettiva, e non limitarsi a vivacchiare. Questo, in fondo, è ciò che invece sta facendo Monti: mettere le pezze (sempre a discapito di chi sta già peggio), per consentirci di tirare avanti, navigando a vista (ad usum mercati), finché ci sarà (per loro) qualcosa da spartirsi. Invece è il momento di rialzarci in piedi, perché non solo lo possiamo fare, ma perché solo da noi, paese culla della civiltà occidentale, può partire la soluzione alla crisi del nostro attuale modello di sviluppo. il Politico.it “torna”, con il suo direttore, a dare il proprio contributo a questa “assunzione di consapevolezza”. Così.
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Motivare giovani a fare tutti i lavori Ma garantendo migliore istruzione

ottobre 24, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il ministro Fornero non ha tutti i torti. I giovani italiani di oggi devono essere messi nella condizione (psicologica e – cioè – culturale) di fare anche ‘altri’ lavori. Altri lavori da quelli ai quali i loro genitori – figli del Sessantotto – sono stati convinti di doverli (tutti) orientare dalla grandeur – non – supportata da un (in)adeguato senso di responsabilità Politico, che impegnasse la nostra classe dirigente nella creazione delle condizioni strutturali necessarie a fornire di una base e di una struttura solida tutto ciò, invece di dedicarsi allo sperpero delle nostre risorse e all’accelerazione nell’accumulazione del debito che ci ha portato fino all’attuale orlo del baratro – della politica italiana degli anni Ottanta. E cioè i lavori (immediatamente) conseguenti (oggi) al loro percorso di studi. Per cui oggi i giovani “non trovano lavoro”. Perché quelle posizioni – il cui numero esploderà in un’Italia che torni ad essere guidata da una Politica che le (ri)dia l’obiettivo dell’innovazione (a 360°) consentendole di tendere così naturalmente alla propria modernità (che è la piena espressione di una Nazione nel Tempo in in cui si viene a ‘trovare’, data la sua Storia e le sue peculiarità) – sono oggi ‘sature’, (de)crescendo proporzionalmente (in termini numerici. E non solo?) alla (de)crescita (moderna) della nostra economia. E, al contrario, ci sono un sacco di lavori (considerati) ‘umili’ – in primo luogo quelli artigianali - che vengono a mancare ai cittadini perché non ci sono più giovani (che ne siano) interessati – e non, semplicemente disposti; perché meno choosy – a farli. Ma la colpa non è (ovviamente) dei giovani; la ‘colpa’ – ammesso che abbia senso definirla in questi termini – è della generazione sessantottina (la classe dirigente oggi al potere e in occupy tutte le nostre istituzioni, non solo politiche) e prima ancora della ‘politica’ (?) della Milano da bere degli anni ottanta. Ma il processo ai (presunti) fautori dell’attuale situazione non ci porterà verso la soluzione. La soluzione è che una Politica che si assuma la responsabilità di tornare a governare il Paese – e non, soltanto, ad alimentare i propri vizi e le proprie prebende e clientele e – inevitabili; in questo andazzo – collusioni varie – e ad impostare una direzione di marcia (anche, economica) di lungo periodo – com’è tornato a chiedere, per l’ancora più sferzante priorità di dare una guida ad un asset fondamentale dell’Italia come Finmeccanica Massimo Mucchetti oggi sul Corriere – ridia dignità a quei lavori, facendo oltre tutto capire ai nostri giovani che, scegliendoli, potrebbero guadagnare ancora meglio (cominciando a lavorare) da subito. E, tuttavia, questo non dovrà tradursi MAI nel passo indietro suggerito invece dall’ex ministro Tremonti: per il quale, per potere corrispondere a questa domanda di lavoro, i giovani dovrebbero anche ‘smettere di studiare’. O comunque andare a lavorare senza magari ‘arrivare’ all’università. L’università ‘per tutti’ (naturalmente, coloro che abbiano voglia di studiare e crescere e arricchirsi; e sempre grazie ad un maggiore impegno, e ad una maggiore lungimiranza, della nostra Politica dovranno essere sempre di più, percentualmente, rispetto alla totalità dei giovani italiani. E naturalmente tutto questo in un’università ristrutturata e resa partecipe della ripartenza della nostra economia rendendola tassello indispensabile di un nuovo sistema integrato che abbia le proprie radici nella scuola, cresca, appunto, nell’università e nella formazione, generi innovazione con la ricerca e la immetta sul mercato – e nella nostra società – ‘attraverso’ un sempre più motivato – e riorganizzato e valorizzato nella sua grande, misconosciuta responsabilità civile e culturale – tessuto imprenditoriale) è, invece, la pre-condizione perché il ritorno dei giovani italiani a svolgere anche quei lavori non coincida con un arretramento (un impoverimento) del nostro Paese. La Politica – una società – è una materia complessa. Che bisognerebbe (però) affidare ai politici (che dovrebbero essere prima di tutto degli appassionati ‘studiosi’ della materia ‘umana’; e non soltanto dei bilanci dello Stato) e non a (gelidi) cattedratici (?) che ci fanno correre il rischio di vedere trasformato un messaggio giusto nell’ennesima (ri)prova dell’arroganza e della ciecità delle nostre attuali istituzioni.

L’Aquila, terremoto imprevedibile (Anche) che non ci sarebbe stato

ottobre 24, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La prima responsabilità è della Politica (e – della Protezione civile di allora) che affida a degli scienziati – del tutto sprovvisti da questo punto di vista – il compito di ‘presidiare’ – da ‘soli’ – la sicurezza dei cittadini (sia pure) rispetto a possibili eventi di carattere geologico; ma se gli scienziati di una commissione preposta a monitorare i possibili fattori di insicurezza ambientale, accettata – a loro volta! – questa responsabilità, non tanto “sbagliano una previsione” ma, invece, sostengono di poter compiere quella valutazione – che tutti gli esperti (a cominciare da loro nel tentativo di spiegare cosa accadde) dicono non sia possibile – e per questo mettono a repentaglio la sicurezza dei cittadini invitandoli, di fatto, a rientrare nelle loro case quando già se ne erano allontanati, in presenza comunque di una reiterata situazione di rischio che non preludeva necessariamente ad un terremoto ma di fronte alla quale quest’ultima eventualità non poteva neppure, come invece è stato fatto, essere esclusa – non si vede come un ministro della Repubblica (in questi giorni il tema si sta imponendo con una particolare insistenza: è forse utile ricordare che lo Stato non rappresenta una istituzione a sé che debba difendersi o addirittura imporsi sui cittadini; bensì è la ‘cosa pubblica’, cioè la Nazione nella esclusiva disponibilità di TUTTI gli italiani, ai quali solo appartiene, a cui deve rivolgersi e che deve servire) debba scomodare Galileo – e la sua condanna come ‘eretico’ – che aveva, invece, la sola ‘colpa’ di dire la verità in un mondo di persone che non avevano nessuna voglia di sentirsela dire. E non si occupava di fare (solo) dichiarazioni di arroganza, che oggi rappresentano la norma in una società in cui tutti si assumono volentieri incarichi (onerosi per lo Stato e portatori di visibilità), ma pochi poi li svolgono con serietà e responsabilità nei confronti di ciascuno di noi e delle nostre vite.

***Il futuro dell’Italia***
L’IMMOBILISMO DI MONTI-GIOLITTI METTE A RISCHIO LA DEMOCRAZIA (?)
di GAD LERNER

ottobre 23, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

I tecnocrati – a cominciare da Monti – riducono il governo economico della nostra società, ad un fatto finanziaristico. In questo modo trascurano le condizioni di vita reali delle Persone. Queste ultime vivono infatti in condizioni (economiche, sociali) sempre peggiori; ciò fa sì che esse si trovino sempre più spinte sulla soglia dell’esasperazione, quando non già della disperazione. I nostri connazionali vedono che la Politica – sterilizzata e omologata – nel senso della mediocrità – dalla società dei consumi – quando si ‘esaurisce’ – è proprio il caso di dirlo! – in quelle tecnocrazie, ma anche quando – in altri Paesi – continua ad essere scelta dai cittadini – non è capace di risolvere questa situazione o addirittura è interessata soltanto ai propri affari (siano essi personalistici, parziali o addirittura privati). Ciò crea l’humus ideale per l’attecchimento del populismo di quei demagoghi che non si fanno scrupoli ad aizzare questo sentimento – questa percezione – di ‘tradimento’ da parte della propria classe dirigente – che dovrebbe rappresentare per un Paese quello che una madre o un padre sono in una famiglia! – nei cittadini. Accanto a questo, c’è chi pensa che accendere focolai di conflitto (a volte, anche violento) sociale possa favorire questa esacerbazione degli animi che, a sua volta, può contribuire a rendere ineluttabile un maggior “decisionismo” (per usare un eufemismo). In Grecia, il primo ministro Samaras parla di rischio (addirittura) nazista (Alba Dorata è il terzo partito ellenico). Da noi, assistiamo per la prima volta in queste ore – con una sistematicità che dovrebbe ‘impressionare’ e preoccupare una politica impegnata invece a definire l’incarico che dovrà essere dato a Monti per ‘ricompensarlo’ del suo sacrificio (a vantaggio – ?) del Paese in questo anno, a partire dal 2013 – a scorribande di squadracce proto-fascistoidi nelle scuole. Abbiamo già visto tutto questo. Quando, all’inizio del Novecento, una politica “parruccona e inconcludente” spalancò le porte – in questo stesso, IDENTICO modo! – all’avvento del regime. Montanelli diceva che le “democrazie non vengono uccise: muoiono da sole. Al più vengono seppellite da coloro che ne raccolgono le ceneri per dare forma alle loro autocrazie”. Sono passati esattamente cento anni. Monti-Giolitti – quella personalità capace di restituire “prestigio e credibilità” – ma non una guida incisiva ed efficace! – alla nostra Nazione che politicanti impegnati nella sola prospettiva della conservazione del loro potere, “richiamano in servizio” una e più volte alla guida dell’esecutivo (?) perché ‘salvi le apparenze’ (è questo che fanno storicamente le figure – prive di sostanza! – autorevoli – ? – e “rassicuranti” di Monti e Giolitti) – reiterando però contemporaneamente, con la loro public relationship e con una ‘politica degli annunci’ priva di spessore effettivo e di concretezza decisionale, il nostro – trentennale – immobilismo e correlativo declino – Monti, dicevamo, annuncia (ancora una volta) che tra pochi mesi potremo avere i primi, “chiari” (perché adesso, l’ex presidente Bocconi docet, “ci sono ma non li vediamo”: la crisi è “psicologica”: ricordate?) segni di uscita dalla situazione di difficoltà. Quei segni passivamente – fideisticamente – “attesi”, secondo il mantra liberista, decidendo (decidendo! Perché le alternative – le proposte! Considerate dai più tra l’”altro” forti e autorevoli – ci sono) di non intervenire, e lasciando che siano gli attori economici – che chiedono l’opposto! – a disincagliare la “macchina” della loro azienda dal pantano nel quale si è venuta a trovare: salvo trascurare il piccolo dettaglio che, com’è noto, senza una spinta – senza il coordinamento e la guida della Politica! – ciò non potrà però avvenire (che per pochi). Pochi mesi nei quali quella esasperazione (anche da parte della media borghesia imprenditoriale!) crescerà ancora. Mentre le élite se ne staranno comodamente sedute nei salotti – o ai vertici europei, versione moderna dei rassemblement della grande borghesia (poco) illuminata – e sempre più italiani cadranno in una condizione di indigenza. Non solo il nostro Paese, ma la stessa tenuta della democrazia in Europa – e quindi l’Europa stessa! Molto più (che) per accondiscendere facendo bene i “compiti a casa” alla propria reiterata sudditanza al predominio del mercati – rischia di essere messa in discussione e di non poter reggere tutto ciò ancora a lungo. La Politica (il Pd! Anche a costo di sfiduciare questo governo: un’ipotesi è quella di un election day che unisca le Regionali nel Lazio e in Lombardia – consentendo così anche uno straordinario risparmio sui costi dell’autoreferenzialità della – vera – antipolitica! – al più tardi a gennaio) si assuma (ora!) la responsabilità di riprendere in mano il pallino del gioco. O la Storia, che non si ripete mai due volte allo stesso modo, questa volta farà – solo per noi – un’eccezione. Gad, ora, sulla ‘distrazione’ – rispetto alle condizioni della nostra economia reale e dunque della vita dei nostri connazionali – da parte del presidente del Consiglio. di GAD LERNER
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Futuro Italia. Caro Pd, scegli Pigi o Matteo ma esci da ghetto Alicata

ottobre 21, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Da giorni mi chiedo perché un mio collega che non ha mai votato a sinistra – figuriamoci alle altre primarie – oggi vuole venire a votare Renzi alle primarie. Lui non ha mai votato a sinistra, ma non è di destra. Insomma in Italia c’è un pezzo di Paese che – negli anni – ha votato a destra non perché era di destra, ma non ha votato a sinistra perché non ha mai ritenuto credibile quella parte politica.
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Primarie, confronto sui contenuti Se futuro dell’Italia dipende dal Pd

ottobre 20, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’idea di far registrare gli elettori in un posto diverso rispetto a quello in cui dovranno votare, appare come l’ultima forzatura rimasta nell’(evidente) tentativo di una classe dirigente chiusa su se stessa, di difendere (con ancora maggiore forza) il proprio fortino. Al tempo stesso, esistendo – appunto – indubbiamente il tema del ricambio – ed essendo, le decisioni di D’Alema e Veltroni, un evidente ‘risultato’ della campagna di Renzi e decisive affinché un vero rinnovamento sia finalmente possibile – al tempo stesso, e pur non volendo ridurre tutto ad un fatto nominalistico, non può che dispiacere che due personalità come quelle dell’ex presidente del Consiglio e del fondatore del Pd non saranno, dalla prossima legislatura, in Aula. Perché in qualche modo molti elettori del centrosinistra se ne sentivano rassicurati. Perché il lavoro di indagine (parlamentare) sulla mafia e le altre zone d’ombra condotto da Veltroni non deve essere interrotto. Perché, nei momenti difficili, una figura come quella del leader Maximo non potrebbe che fare comodo a tutti (senza ridurre tutto ad un fatto nominalistico, se gli altri over-3 legislature che in queste ore se ne stanno in silenzio, volessero ‘scambiare’ – con altrettanta generosità! – la loro disponibilità a lasciare l’Aula, con la ‘possibilità’-opportunità che i nostri ultimi due leader continuassero ad essere, come sarebbe giusto e bene per tutti, in Parlamento – che, santo cielo, è il luogo della Democrazia! – nessuno, siamo sicuri, se ne potrebbe avere a male). Ci sono, com’è evidente, ragioni e torti da ambo le parti. Ma – e su questo non siamo d’accordo con Matteo – destra e sinistra non sono uguali. E non sono uguali le persone che si sentono intimamente di destra o di sinistra. E’ la differenza che passa tra l’altruismo e l’egoismo, per usare le parole – azzeccate – di Oscar Farinetti. E tra una persona altruista e una egoista passa un mare. Di (ulteriori) differenze. Una persona altruista respingerà sempre ogni tentativo di corruzione: perché ha a cuore non soltanto se stessa, ma anche il bene degli altri. Una persona egoista, no. Una altruista può sbagliare altrettanto che una egoista: ma quando sbaglia, lo riconosce apertamente. Come ha fatto Matteo nel definire la rottamazione uno strumento necessario ma un po’ “volgare”. Come hanno fatto, in definitiva, D’Alema e Veltroni – ‘in nome’, e forse con un “eccesso” di – quella – generosità, di un’intera generazione; manifestando in quello stesso momento il motivo per cui sono D’Alema e Veltroni, e non chiunque altro – decidendo (tutto sommato potendo anche fare diversamente) di lasciare. Ecco un’altra differenza tra l’altruista e l’egoista: l’altruista è portatore, per il fatto stesso di esserlo, di un grande patrimonio di dignità. Politicamente, la differenza tra altruisti ed egoisti, è che i primi vogliono rifare grande l’Italia; e, per questo, non vogliono lasciare indietro nessuno. I secondi pensano soltanto ai loro interessi: e così, magari, ipotizzano semplicemente di abolire l’art. 18. Ecco: per questo, l’Italia ha bisogno del Pd. Degli altruisti. E il Pd ha bisogno di Matteo Renzi come di Pier Luigi Bersani, come financo di Nichi Vendola. Purché non esageri con il suo anticapitalismo che rischia di ‘spaventare’ la platea delle persone più moderate (e di esporre il fianco – dell’intera coalizione – alle strumentalizzazioni dei commentatori che non aspettano altro che un pretesto come questo, per fare l’esame del sangue alla credibilità del centrosinistra nel momento in cui si candida a tornare a governare)… Come ha invitato a fare Renzi, come già da tempo propone di fare Pigi, si dia vita ad un grande, appassionante e arricchente confronto sui (soli) contenuti: non immaginate che forza deflagrante – e che straordinaria calamita sarebbe per quel 40% di astenuti che rappresenta il vero elettorato potenziale del Pd – sarebbe nel confronto elettorale poter ascoltare analisi sulla situazione legata alla crisi, indicazioni specifiche della prospettiva (generale) nella quale ci vogliamo muovere, ragionare appunto appassionatamente e/ perché in modo sincero, e concreto, di come far risorgere il nostro Paese, scambiandosi e contaminandosi delle rispettive idee, per gli italiani: quella sì, è la vera, potenziale arma di ‘fine di mondo’ di chi, a differenza dei suoi avversari – la destra – avendo a cuore il Paese, di questo, si vuole occupare; perché vincere le primarie è importante, ma ancora di più lo è vincere le elezioni e governare e riuscire a compiere finalmente la nostra democrazia. I tre contendenti più noti – insieme a Laura Puppato e Tabacci, di cui continuiamo a ritenere avrebbe più bisogno, una volta nominato assessore, il Comune di Milano – si tendano la mano; non nascondendo le differenze, e al tempo stesso facendo uno sforzo – di responsabilità – per far convergere le vostre proposte verso quella che sarà la proposta ‘finale’ del Pd. Le nostre, come sapete, sono a vostra disposizione. Rendiamoci conto che il vostro – il nostro – partito ha una occasione ma anche un compito e una responsabilità che non è soltanto ‘politica’, ma storica: tirare fuori questo Paese dalle secche (come Monti non sta, facendo); rifarlo grande; e attraverso di esso provare a restituire fiducia non solo agli italiani, ma all’umanità intera. Perché questo, quello di punto di riferimento per il resto del mondo, attraverso la sua capacità di generare nuove idee, attraverso il suo solare ottimismo che la porta ad affrontare con leggerezza (che non significa superficialità) e con la convinzione di poterlo sempre risolvere, ogni problema, attraverso la sua naturale abilità diplomatica (che ha rifatto capolino ancora durante l’ultimo governo Prodi, nei giorni della crisi in Libano; e di cui, sia pure nella sterilità della mancanza di proposte reali, il presidente Monti – e persino, a suo modo, Berlusconi! – è un continuatore significativo) è il ruolo dell’Italia (che, contro ogni pregiudizio, i nostri stessi padri, dando la vita per riuscire a farla Nazione, hanno sempre concepito in una prospettiva di unità europea – avete presente la Giovine Europa di Mazzini? – e persino verso una possibile, unica nazione ‘mondiale’); è quello che siamo stati nel corso di tutta la nostra Storia. Ancora cinquant’anni fa, forse l’ultima volta (al di là dei risultati eccellenti che continuiamo ad ottenere con le nostre individualità ‘richieste’ in tutto il mondo, e che dovremo, presto, creare le condizioni perché tornino a fare la differenza qui, nel loro Paese), quando in poco più di un decennio dalle (sole) macerie lasciateci dalla guerra e dal fascismo siamo diventati – grazie al senso di responsabilità e alla – altruista – voglia di farcela – per noi – dei nostri nonni – la quinta potenza economica del mondo. Come dice Pigi, non nascono foglie nuove senza (quelle) radici; senza il rinnovamento, come dice Matteo – senza l’innovazione – per quelle (grandi, nobili) radici non c’è futuro.

Ora basta con (euro)vertici e chiacchiere Italia punti adesso decisa su innovazione Scuola, università/ formazione, la ricerca Costruire sistema integrato per ripartire E progetto sviluppo insieme a Nordafrica Grecia, Spagna, Sud: chance di salvezza Torneremo ad essere la culla della civiltà

ottobre 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Monti annuncia un vertice sugli euroscettici per la “prossima primavera”. Van Rompuy presenterà le sue proposte per un bilancio comune nel vertice “di dicembre”. Ecco la dimostrazione plastica di come questi signori concepiscono il loro impegno: un calmo, diluito, prolungato mandato nel tempo. Ma i problemi di oggi richiedono l’immediatezza di risposte rapide!, e possibilmente più efficaci della continua convocazione di vertici nei quali non si decide nulla. Politica!, e non chiacchiere. Che cos’è la possibile politica europea, concretamente, in questo momento? Un governo italiano che metta in campo una leadership forte per trainare il nostro sistema fuori dalla crisi riavviandolo sulla strada della crescita nel darci la stella polare dell’innovazione da perseguire attraverso la ricerca e la formazione. I “fatti” che chiede Squinzi. Una linea chiara!, e non una serie di regole e regolette e piccoli incentivi a pioggia che bastano a riempire i cinquanta minuti di una conferenza stampa, ma non a far uscire le nostre imprese dalla crisi. Ma per questo ci vuole una concezione (non statalista ma) che preveda un ruolo forte del governo nello spingere – nel coordinare – le imprese ad uscire dal pantano. Quello che chiedono loro: una strategia! Predisponendo un sistema integrato tra scuola, università/ formazione, ricerca e tessuto imprenditoriale. Nell’ultimo decreto innovazione, che pure rappresentava un passo in avanti, c’erano solo (nuove o vecchie, e riscritte) regole: ma la Politica non è mettere (solo) delle regole; per quello ci sono già le authority. La Politica è assumersi (in prima persona!) la responsabilità di dire quale direzione vogliamo prendere, e mettersi alla guida dell’impegno di tutti nel muoversi – ciascuno dalla propria ‘postazione’ sociale, parte del sistema – in quella direzione.

E poi è ora di finirla di prenderci in giro: la Grecia, con la solita, grigia, vampiristica e tradizionale politica di bilancio, non può essere salvata: perché il suo debito è un enorme buco nero che risucchia qualsiasi tentativo, e qualsiasi aiuto, i quali dunque rappresentano uno spreco fine a se stesso e ad oltranza, che saremmo costretti a reiterare all’infinito. La Grecia ha bisogno di due cose: che (si superi questa concezione vampiristica concedendo non solo ‘altro tempo’, ai greci, ma la possibilità di vedere ridotte le proprie pendenze nei NOSTRI confronti: o l’Europa deflagrerà in un modo molto meno ‘sostenibile’ di quello che ci aspetta – comunque! – se continueremo a stringere il cappio finanziario intorno al collo dei nostri fratelli di Atene; e che) i politicanti europei smettano di guardarsi l’ombelico, chiusi nei palazzi di vetro (offuscati) di Bruxelles e, compiendo un giro su se stessi di 180°, vedano che a poche centinaia di chilometri dalla Sicilia, ma anche dalla Grecia e dalla Spagna – guarda te il caso: proprio le aree depresse e in difficoltà! Vuoi vedere che a volte la Storia serve soluzioni semplici, che però soltanto chi abbia davvero a cuore i ‘propri’ popoli – e non soltanto le passerelle dei vertici europeicisti – è in grado di vedere? – ci sono popolazioni giovanissime che hanno appena compiuto uno sforzo per liberarsi di dittature che noi stessi avevamo alimentato e sostenuto (!), e che non aspettano (ciò nonostante!) che un nostro cenno per proiettarsi – insieme a noi: ma li immaginate quei grandi centri di ricerca e di innovazione euroafricani, che potremmo aprire in Sicilia, frequentati dai nostri giovani – ‘prossimi’ ad essere liberati dal cancro della mafia! Anche grazie/ – e da quei ragazzi tunisini, libici, egiziani, che in questo modo!, assicureremo alla democrazia; e non voltando loro le spalle perché magari hanno una vera religiosità e non si sono ancora lasciati sterilizzare dal mercato omologante che ha ridotto nella mediocrità le nostre classi dirigenti – evitando (o limitando nell’apposito spazio) tra l’altro quel modello di sviluppo (?) pesante con cui il ministro Passera minaccia di voler deturpare gli ultimi angoli incontaminati della Penisola – nella prospettiva di un grande progetto di crescita comune nel quale – vista la loro giovane età – sarebbero loro a trainarci!, e non viceversa. Cosa stiamo aspettando (ancora)?

Ve lo diciamo noi: una classe dirigente figlia di questo tempo. Che avverta le necessità della società di oggi; a cui guardi con i filtri della cultura moderna. Una cultura mondialista! La cultura di internet; e non dello “scontro di (in)civiltà”. E che abbia voglia – anche perché poi dovrà viverlo! – di costruirlo sul serio!, il (proprio) futuro. E non trovare il modo di passare comodamente una vecchiaia, ai cui ritmi (calanti) piegare la scansione – sempre più diluita! Mentre cittadini greci – ed italiani! – muoiono suicidi ‘perché’ i loro governanti pensano soltanto a loro stessi – degli impegni e delle decisioni (?) della politica del Vecchio continente.

Lo squallore del Pdl nel Lazio. Ora aboliamo le indennità di F. Laratta

ottobre 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Oggi la “politica” (?), essendo una dependance dello show business e garantendo forti guadagni (leciti e non), attira a sé (anche) persone che ambiscono alla visibilità, ad arricchirsi (anche a spese degli altri), e che sono poi – per questo stesso stile di vita – facile preda del “reticolo di corruttele” che intreccia, senza eccezioni, l’intero corpo delle nostre istituzioni e quindi dello Stato, rendendolo fragile, inadeguato, e dando forma a quell’immagine di ostilità nei confronti dei cittadini a cui nessuno di noi fatica, da un po’ di tempo a questa parte, ad associarlo. Il deputato del Pd sceglie allora il ‘suo’ giornale della politica italiana per avanzare questa proposta ‘forte’ che mira a restituire la Politica alle sole persone oneste e responsabili che desiderano impegnarsi e, se necessario, ‘sacrificarsi’ per perseguire il bene esclusivo della nostra Nazione (e – di tutti gli italiani). Se è vero, come conferma uno studio pubblicato da La Voce.info e ripreso oggi dal Corriere, che all’au- mento d’indennità corrisponde una diminuzione del tasso di occupazione e del Pil (cioè del tenore di vita dei cittadini!) nelle aree amministrate da coloro che ricevono quel contributo. Perché la Politica è servizio (civile), e richiede disinteresse e sobrietà; altrimenti non è (più, come vediamo) costitutivamente in grado di assolvere alla propria funzione. E a pagarne lo scotto siamo, inevitabilmente, tutti noi. La proposta del parlamentare calabrese. di FRANCO LARATTA* Read more

Problema non ‘finire come Grecia’ Rischio è ‘come può finire Grecia

ottobre 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nel nostro dibattito pubblico si ascolta spesso l’espressione: “Finire come la Grecia”. Se non ci fosse stato Monti (?) saremmo finiti come la Grecia. A parte l’ineleganza, e la mancanza di rispetto, da parte di coloro che predicano l’unità politica europea, dell’uso di questo linguaggio di indifferenza nei confronti di questi nostri fratelli europei che vivono uno dei momenti – forse il momento – più duro della loro Storia; a parte questo, com’è inevitabile per chi usi espressioni di questo tipo, la cosa più grave è però che questi signori non si accorgono che – oltre al fatto che abbiamo tutt’altro che risolto, noi pure, i nostri problemi finanziari – più che il rischio di “finire come la Grecia” ciò che ci dovrebbe preoccupare è il rischio di come potrebbe finire la Grecia, ben al di là del commissariamento da parte della troika (o proprio a causa di questo), anche a partire da ciò che vediamo rilanciato in queste ore da parte dei nostri mezzi di informazione.

Ci sono delle parole, pronunciate nel discorso d’apertura della conferenza di pace della Lega delle Nazioni a Parigi, nel 1919, dall’allora presidente americano Wilson, che non avremmo dovuto dimenticare: “Signori, le classi elette dell’umanità non governano più l’uomo. Le sorti del genere umano sono ora nelle mani della gente comune di tutto il pianeta. Soddisfateli, e avrete giustificato non solo la loro fiducia, ma anche stabilito la pace. Fallite in questo compito, e nessun accordo servirà a stabilire la pace nel mondo“.

Che può e deve essere garantita – attraverso le decisioni concrete nell’esclusivo bene dei popoli dell’umanità – da coloro (e sono la maggioranza, sia pure disunita, a volte priva di coscienza di sé e della propria forza, in tutti i Paesi del mondo) che non hanno nessun desiderio di vedere ripiombare il pianeta in un clima di guerra, e, al contrario, desiderano contribuire a farlo tendere sempre più verso quel traguardo di una “pace eterna” e di una possibile, “unica nazione” mondiale, nel cammino verso il quale naturalmente il tassello dell’unità politica europea rappresenta un punto di svolta fondamentale; ma a condizione che sia chiaro l’obiettivo, e che il disegno elitaristico di unità europea formale e fittizia di cui parlò per primo Galli Della Loggia, sia supportato dalla sensibilità di sapere che nessun risultato può essere raggiunto, politicamente, senza una naturale partecipazione (alla vita) delle Persone.

Che è poi l’animus della Politica: la Politica con la maiuscola – che in Italia è necessariamente incarnata da un Partito Democratico che deve rendersi conto della propria funzione storica, e che il Politico.it spera di dare un contributo decisivo affinché prenda coscienza di tutto ciò e decida finalmente – prima che sia tardi – di assumersi – unitariamente! Perché c’è bisogno dell’esperienza di Bersani, e ‘anche’ di D’Alema e di Veltroni, così come del dinamismo di Renzi – quella sua, fondamentale responsabilità – capace di avere l’autorevolezza, e appunto la responsabilità, di mettere il bene degli europei – e, attraverso il loro, di tutti i cittadini del mondo – prima della ‘quadra’ dei bilanci degli Stati (e degli interessi dei mercati); e di capire che, se ciò non avverrà, l’intero continente rischia di fare la fine della Grecia ma nel senso che il nobel per la Pace generosamente concesso qualche giorno fa, rischia tra qualche anno di sorriderci beffardamente dietro – non vorremmo essere eccessivamente pessimisti, ma i “guai” è meglio anticiparli e prevenirli, che trovarsi poi costretti a risolverli – la cortina fumogena di qualche possibile conflitto extra, ma non necessariamente, europeo.

La Grecia è oggi tecnicamente fallita, e imporre ai greci di ripagare tutti i loro debiti non può più ‘bastare’ per scongiurare quella (molto peggiore di una ‘insolvenza controllata’ e ‘condivisa’) eventualità legata ad una possibile precipitazione degli equilibri geopolitici nel continente. L’Europa è minacciata almeno allo stesso modo da tecnocrazie che si ostinassero a non tenere in adeguata considerazione le esigenze dei popoli europei - escludendo, ad esempio, di poter fissare una cesura e decidere che una parte del debito greco possa essere cancellato, naturalmente stabilendo contestualmente i meccanismi di compensazione e necessari a che questa scelta eccezionale e ‘d’emergenza’ non debba ripetersi più -, quanto lo sia dal rischio – che però si materializzerebbe ugualmente se si reiterasse quell’indifferenza! – di una ‘fine’ anticipata dell’euro (pure assolutamente da evitare!).

Perché i Paesi, come ripetiamo da tempo, non sono (semplici) mercati; e trattarli – invece – come tali rischia di portare all’esasperazione gli esseri umani che li abitano: fino alle conseguenze disastrose che i soli economisti non sono – con le loro chiavi di lettura puramente legate agli interessi finanziari – in grado di prevedere.

Liberismo o Libertà (di Cultura) Ora una direzione di marcia per I.

ottobre 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Monti sarebbe probabilmente un ottimo presidente del Consiglio di centrodx. Capace, lui sì, di com- piere una vera “rivoluzione (il)liberale(?)”. Ma proprio per questo il suo governo, sostenuto dal Pd, è costretto all’immobilismo: perché la ‘strana maggioranza’ gli richiede (anche) un’attenzione alle Persone (più deboli) che lui non è, costitutivamente, in grado di garantire. Ciò comporta che il governo non governi: è accaduto da quando il Politico.it lo ha fermato nel tentativo di abolire tout court l’art. 18, continuerà ad essere così – finché la maggioranza resterà questa – per altri sei/ sette mesi se si deciderà di insistere nell’accanimento terapeutico (di tenere in vita un esecutivo che non ha, oggi, le condizioni per essere incisivo – a suo modo – fino in fondo) fino alla scadenza naturale della legislatura. Questo l’Italia non se lo può permettere. C’è chi pensa che il nostro Paese, per uscire dalla crisi, abbia bisogno di ‘insistere’ sulla strada del (maggior) liberismo che ci ha ridotti (insieme all’autoreferenzialità della nostra classe dirigente) nella condizione attuale. il Politico.it invece pensa che il modo per risollevare la nostra Nazione sia puntare (esattamente all’opposto: altro che statalismo) sulle sue risorse umane, dandosi l’obiettivo della innovazione (a 360°) da perseguire attraverso la ricerca e la formazione. Due scelte parimenti legittime (anche se probabilmente una sola è quella di cui ha veramente bisogno il nostro Paese). Si confrontino democraticamente in una tornata elettorale, e si dia finalmente all’Italia una (chiara) direzione di marcia. L’attuale equilibrismo, che fa rima, appunto, con immobilismo, non fa bene al nostro Paese e nemmeno a Monti, di cui molti politicanti sembrano interessarsi più che delle sorti del popolo italiano.

Monti: “Normale sia crescita zero” Certo, non sapendola (ri)generare

ottobre 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Monti (che mente sapendo di mentire, e gli italiani cominciano a stancarsi, di tutto ciò): “Potevamo aspettarci che i segnali di crescita fossero così deboli? Credetemi (con tono rassicurante e ammiccante di chi la sa lunga – ma non ne è più tanto convinto neppure lui): ce lo potevamo aspettare”. Non avendo assunto, in ormai un (intero) anno di governo – come certifica anche la presidenza di Con-fin-du-stria(!) Non esattamente quei conservatori della Cgil – alcuna misura per poterla rigenerare, certamente ce lo potevamo aspettare. Ciò che non possiamo più aspettare è un governo che (non) governa (e che ci racconta che la crisi è psicologica esattamente – sì, e-sat-ta-men-te, con altrettanto profluvio di bugie riadattate in una neo-lingua d’occasione – come quello che lo ha preceduto): se le massime istituzioni del nostro Paese, si accontentano di vedere l’Italia sospesa (e in ‘sicurezza’ solo grazie allo scudo anti-spread di Draghi!) sull’orlo del baratro per qualche altro mese (/ anno, se il fantasma del Monti-bis dovesse prendere corpo e ‘destinarci’ ad un futuro prossimo di continuo snellimento del nostro corpo – sociale – finché che non avremo più carne – viva – sulla quale incidere, con tanto di reiterato immobilismo sul fronte della crescita – a ulteriore conferma della previsione su quei segnali!), per poi tornare ‘esattamente’ al punto di partenza avendo però nel frattempo buttato altri mesi/ anni della nostra vita nazionale (mentre gli altri Paesi accresceranno il gap su di noi! Dandoci s’intende di gomito tutte le volte che parleranno bene di Monti e delle “impressionanti” riforme che avrebbe compiuto nel nostro Paese – invisibili almeno quanto la sua fantomatica Agenda per il futuro – mentre loro investono nelle ricerca ed innovazione alle quali Monti, invece, taglia o non fornisce convintamente risorse e non dedica una direzione di marcia da attribuire al nostro Paese) rinviando in nome del personalismo montiano (del cui futuro politico, con tutto il rispetto, non ci potrebbe fregare di meno) ogni concreta assunzione di misure per rimettere in moto – strutturalmente – la nostra economia, vorrà dire che trarremo la conclusione che la generazione che ci ha ridotti nella condizione attuale – sull’orlo del fallimento, e di cui Monti è organica espressione – non considererà concluso il proprio compito finché non avrà finito di dilapidare l’eredità dei nostri nonni (sulla quale ha vissuto di rendita fino ad oggi!) e non avrà messo gambe all’aria l’Italia come i “segnali” ai quali assistiamo da trent’anni promettono, prima o poi, di farla finire. Con buona pace di tutti noi che – esattamente come i padri della nostra Nazione – dovremo ricominciare daccapo. Sperando di non finire, lungo il (reiterato! Per volontà delle élite -? – del nostro Paese che però, forse, non vanno al supermercato da qualche mese: altrimenti ascolterebbero i cittadini comuni – tutti noi! – dire di non poterne più di un esecutivo che fa – male – cose che “tutti saprebbero fare” – aumentare le tasse, tagliare i servizi, senza avere una sola idea da mettere in campo – mentre la politica politicante si aggrappa a quest’ultimo miraggio nella speranza – vana – di sopravvivere al terremoto che la aspetta al varco qualunque tentativo essa metta in campo di congelare il meccanismo democratico ipotecando l’esito delle elezioni con il personalismo – ripetiamo – montiano); nella speranza, dicevamo, di non finire, lungo il parallelismo (che, a cento anni di distanza, qualche preoccupazione, a chi ha davvero a cuore la nostra Nazione e non soltanto la propria sopravvivenza – politicante – la suscita) Monti-Giolitti, in qualche nuova, sconclusionata avventura (-rigetto dell’attuale sterilità ed immobilismo) che completi il capolavoro anti-italiano di una classe dirigente omologata dal mercato e resa mediocre, e di cui i tecnici al governo rappresentano la più perfetta fotografia. ‘Soltanto’, un po’ più onesta (Monti, che ci racconta che non ci sarebbe mai potuta essere crescita nell’ultimo anno, naturalmente escluso).

***Il futuro dell’Italia***
TORNIAMO A COLLABORARE PER UN (ALTO) OBIETTIVO COMUNE
di MATTEO PATRONE

ottobre 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Si può dire che più che venduto veniva risucchiato dal mercato; e questo per il personale, abituato a sudare sette camicie per vendere un prodotto tradizionale, risultò un fatto assolutamente imprevisto e piacevole”. A dirlo è Pier Giorgio Perotti, italiano, progettista – oggi diremmo – informatico. In realtà, se abbiamo la possibilità di usare questa (“moderna”) terminologia, è – proprio – grazie a lui. Che negli anni tra il 1960 e il 1962, in Italia, inventò il primo pc. E’ uno dei prodotti – delle innovazioni – che fecero il successo della Olivetti (nella foto, Adriano, il padre di tutto ciò). E che oggi, a distanza di cinquant’anni, scopriamo avrebbe scritto la Storia dell’uomo. A partire (ancora una volta) dall’Italia. (Quest’”ultima” volta,) solo cinquant’anni fa.
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‘Moria’ monocrati verso Politiche Interruzione mandato sfregio ad I.

ottobre 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Vogliamo dirlo una volta per tutte? Se un uomo politico (quale che sia il suo lignaggio: vale, per capirci, anche per Vendola in Puglia e Renzi a Firenze, sul cui possibile contributo alla guida del Paese, non è evidentemente lecito nutrire dei dubbi) ha in mente di puntare ad un incarico pubblico la cui elezione (o nomina) si terrà più in là nel tempo rispetto ad un’altra che ‘interessa’ meno a quella personalità (cosa del tutto legittima! Basta con una concezione burocratica della politica per cui la dimensione nazionale è un’evoluzione di quella territoriale: c’è chi ha talento per occuparsi di affari locali, e chi per fare politica a livello nazionale e oltre), se pensa di tradurre in una scelta concreta questa aspirazione e di candidarsi, in seguito, alla carica più ‘importante’, ha l’obbligo MORALE di non partecipare all’elezione per la carica che viene messa in discussione prima.

Perché una volta occupata quest’ultima, non esiste alcuna ambizione personale, alcuna (presunta) ‘chiamata’ da parte di alcuna ‘autorità morale’ che abbia la pretesa di rappresentare gli italiani, che possa giustificare l’interruzione anticipata del proprio mandato.

Chi venga meno a questa forma di rigore nei confronti di se stesso e degli italiani – candidandosi, come detto, al primo incarico, la cui durata prosegua oltre la scadenza elettorale che dà accesso a quella seconda candidatura; e poi dimettendosi per dare corpo a quest’ultima – compie uno sfregio nei confronti della democrazia rappresentativa e delle nostre stesse istituzioni, e non è degno di rappresentare il nostro Paese.

Nella fotina, Fabio Melilli, presidente (dimissionato. ‘Tra i tanti’) della Provincia di Rieti

Il futuro dell’Italia. Monti non fa più l’interesse del Paese M. Patrone

ottobre 16, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E’ giunto il momento che il Pd si carichi sulle spalle questa nazione. Che cosa trattiene infatti il Partito Democratico, quella forza più onesta e responsabile del nostro paese che – a differenza di tutte le altre! – ha (da sempre!) nella mente e nel cuore il solo desiderio di fare (disinteressatamente) il bene della nazione (e – delle sue persone “più deboli”); che ogni volta in cui è tornato ad essere maggioranza, “anche” in questo ventennio, e ha preso le redini del governo dell’Italia, l’ha rimessa sulla strada del (vero) risanamento e della crescita (perché con Amato, Prodi, Ciampi e Padoa-Schioppa, mentre i conti tornavano in ordine, (ciò avveniva anche perché) si promuovevano contestualmente indispensabili – per la stessa tenuta del bilancio – politiche per lo sviluppo); unica forza che, proprio per la sua Storia, è estranea agli agglomerati di potere (più o meno trasparente) di una terra che i lasciti storici della corruzione e della opacità del potere fascista – è, questa, una delle più grandi responsabilità del regime e di Mussolini: avere affidato le redini di una nazione che il loro “capo” non odiava, alla “carica” di mediocri della marcia su Roma, di cui la lottizzazione del sottopotere capitolino di oggi rappresenta la più chiara riproposizione – costringono a fare i conti con commistioni oscure, oggetto di una attenta, e generosa, azione di indagine parlamentare da parte di Walter Veltroni (e anche, in parte, del romano Adinolfi), che minacciano il regolare, e compiuto, “gioco” (che non è tale) democratico (ne sa qualcosa Pier Paolo Pasolini); e dunque unica forza nelle condizioni di cambiare, di “liberare” e compiere finalmente la democrazia italiana (e con essa la sua – correlativa – unità nazionale); unica forza che – al netto della sua, cristiana, attenzione a chi soffre: ridicolo il dibattito sul “partito dei cattolici”: questo partito c’è già, ed è il Pd – non rappresenta specifici interessi (e quando ha la tentazione di guardare al proprio passato e di farlo, deve ricordare la propria responsabilità) e può costituire quel “partito interclassista” (o “dell’Italia”) che fu, nel secondo dopoguerra, la Dc di Alcide De Gasperi; unica forza i cui esponenti, quando sbagliano, si dimettono: e che per questo può avere il coraggio, e l’onestà, di garantire che – caricandosi sulle spalle il paese – non lo farà più. Perché questo grande, potenziale partito di donne e uomini onesti (fino al midollo), a ormai 23 anni dalla caduta del Muro, deve ancora vivere il complesso di inferiorità che gravava sul Partito Comunista, che non è (da tempo) più, rinfocolato da chi ha – invece – interessi in gioco, e al quale appartengono le donne e gli uomini eredi “diretti” di chi ha fatto il sacrificio di rinunciare ad una possibile vita di (relativo) benessere e di tranquillità, per salire nei boschi e riconquistare la Libertà di cui ancora oggi (variabilmente e la cui più grande eredità è nelle parole di Sandro Pertini: “La libertà va sempre difesa, ogni giorno, perché non è mai conquistata per sempre”) godiamo, perché questa forza che persino un bambino vedrebbe che è lì, invocata dalla Storia, perché faccia finalmente ciò di cui l’Italia ha bisogno, non si decide a prendersi questa responsabilità, e a caricarsi sulle spalle la nostra (potenzialmente, di nuovo, grande) Nazione? Matteo Patrone

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***Il futuro dell’Italia***
APOLOGO SULL’ONESTA’ NEL PAESE DEI CORROTTI
di ITALO CALVINO

ottobre 15, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma non avremo mai nessuna forza, nessuna credibilità, nessuna possibilità di cambiare ciò che non va se non cominceremo da noi stessi. Se non avremo il coraggio, e l’onestà, di rifiutare una raccomandazione per noi o per qualcuno che ci è vicino. Se non avremo il senso di giustizia di riconoscere il merito di altri, anche quando mettesse in ombra (o addirittura contrastasse) noi (o i nostri interessi). Se non avremo la lealtà di dimostrare la nostra amicizia fino in fondo nei confronti di qualcuno, ma senza che questo ci porti mai a frapporci tra queste persone e l’accertamento (a tutti i livelli) della verità. Se non avremo il coraggio persino di rinunciare ad una opportunità - per quanto legittima – qualora capissimo di non potere dare il meglio. Per gli altri. Il racconto che state per leggere uscì su Repubblica il 15 marzo 1980. Prima di Tangentopoli, prima – ovviamente – di Penati e Fiorito. Ma il più grande scrittore del secolo scorso – che il 15 ottobre compirebbe 89 anni – descrive l’Italia (?) come fosse oggi. Un buon modo, da qui, per (ri)cominciare. di ITALO CALVINO
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(Rare) risorse vadan finanziare progetto Sia fare Italia culla mondiale innovazione Cina cresce meno se penalizza lavoratori (E’ -sola) economia (che) ci ha messi crisi Cultura può far(ci) crescere (gli italiani) Formazione primo tassello tornare grandi

ottobre 15, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

A che serve stanziare “otto-nove miliardi per lo sviluppo” – come, per esempio, avvenne alcuni mesi fa – se non si ha nemmeno un’idea di massima di come (ri)avviarlo? Perché la crescita non è (solo) una questione di risorse; e sostenere (ad ‘esempio’) la domanda è una (non) soluzione dal fiato (e dalla visione) corta, se è vero che richiede (oltre ad un cospicuo dispendio – appunto – di risorse pubbliche) la continua alimentazione di questa spirale dell’aumento della “spesa” (per la crescita. Sia essa dello stato e delle famiglie) senza fornire tutto questo di nessuna struttura programmatica e organizzativa capace di far ripartire in modo – appunto – strutturale il sistema. E di rendere sostenibile questo “sforzo”. Perché un governo non è una banca centrale. Soprattutto perché un paese non è un mercato. E il nostro non trarrà giovamento (o solo – poco - nell’immediato) da “qualche” risorsa in più da ”spendere” – pure potenzialmente in grado di restituire un po’ di respiro – se non sarà stato mobilitato – moralmente; Politicamente – verso il perseguimento di un obiettivo comune in grado di ridare speranza e, soprattutto, di ottimizzare la valorizzazione di un qualsivoglia stanziamento di risorse che rischia altrimenti di rappresentare l’ennesimo spreco colossale di denaro pubblico, destinato a disperdersi (inutilmente) in mille rivoli. Come già rischiava di avvenire con gli ammortizzatori sociali, concepiti ad hoc per addolcire la pillola dei licenziamenti, ma insostenibili economicamente e (a loro volta) destinati a non durare, e comunque utilizzati al solo scopo di rendere digeribile per i lavoratori una riforma pensata nel solo interesse delle imprese, vanificando il clamoroso potenziale che quelle risorse hanno per la nostra stessa possibile ripartenza. Perché se invece di sostenere che dobbiamo/ possiamo fare (solo) “sacrifici”, in nome di un rigore pure indispensabile, indichiamo agli italiani il sogno non solo di poterci salvare (?) ma di tornare grandi – com’è nelle nostre possibilità – e che questo è (appunto) possibile se riorientiamo (in tutti i sensi) il nostro paese grazie alla Cultura, e nello specifico del lavoro e della produzione lo facciamo nella chiave dell’innovazione utilizzando le risorse destinate agli ammortizzatori per finanziare la formazione continua, gli “otto o nove miliardi” di qualche mese fa più le decine di altri di risorse appunto stanziate a fondo perduto “per” (?) i lavoratori possono diventare decisivi per compiere quel ribaltamento di prospettiva che può – questo sì – fare riesplodere la nostra (stessa) economia. In tutto il mondo hanno capito che l’innovazione è – in tutti i sensi – la chiave della costruzione del futuro; alcuni di loro hanno già in parte sfruttato questo incredibile potenziale. Noi siamo ad un possibile annozero: il che significa che abbiamo perso tempo, ma anche che abbiamo margini che non ha nessun altro. Nemmeno India e Cina, quest’ultima già spersa sulla strada di una crescita che ora stenta a centrare il traguardo della doppia cifra – e a compiere il sorpasso sugli Stati Uniti – proprio perché ha scelto l’opzione di penalizzare la vita dei lavoratori in nome dell’utile immediato; come rischiavamo di fare noi con l’abolizione dell’art. 18 (e) seguendo la linea Marchionne. Utili che però sono destinati (e hanno cominciato) a crollare sotto il peso del’insostenibilità per la vita delle persone. La (stessa) molla dell’(attuale) crisi. La chiave, dunque, è esattamente l’opposta: abbandonare l’economia come unica via alla nostra (così, mancata) salvezza (come se non fosse stato proprio questo il modo in cui siamo piombati nella condizione attuale), tornare alla Politica e quindi alle persone: restituendo loro – attraverso la cultura, con l’obiettivo – economico, ma non solo - dell’innovazione, quella libertà che la (falsa) libertà dei mercati ha compresso – attraverso anche l’omologazione imposta dalla con-petizione fine a se stessa – e quindi la forza per trascinarci loro - noi – fuori dal guado. In questo senso la riforma del lavoro sarebbe stata (e sarà) decisiva per la crescita: perché ci può far rialzare la testa facendola rialzare ai nostri lavoratori. E’ quello che la migliore tradizione della sinistra storica – da Mazzini ad Adriano Olivetti – ci insegna; ed è quello che la sinistra di oggi deve ridarsi come propria chiave (di lettura e di cambiamento della società). Se vuole tornare a vincere (lei); e soprattutto se vogliamo tornare a vincere noi, l’Italia. (26 aprile 2012)

***Il futuro dell’Italia***
LA PRODUTTIVITA’ AUMENTA CON LA FORMAZIONE
di GIULIA INNOCENZI

ottobre 14, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Togliamocelo dalla testa: non è vero che l’unica via alla crescita (?) sia ridurre gli spazi (di vita) dei lavoratori. Abolire l’art. 18. Ridurre i tempi delle pause nel corso di una giornata di lavoro. Ridurre – o non armonizzare – i salari. Chiedere semplicemente ai lavoratori di lavorare di più, come ha proposto il – pur da noi stimato – presidente di Confindustria. Questa è (anche) la tesi dell’ad Fiat, che non è il presidente del Consiglio – portatore di una responsabilità generale – e non ha (infatti) esitato, in tempi recenti, a mettere il proprio stretto interesse di attore sul mercato davanti ad ogni principio di opportunità non solo nei confronti dei lavoratori ma dell’intera nazione – chiudendo stabilimenti, trasferendo armi e bagagli in America, minacciando di farlo ancora, di più – nonostante – come hanno ricordato in molti – la casa torinese (?), oltre ad essere un simbolo del nostro Paese, (lo è anche perché) ha ricevuto cospicui aiuti da parte dello Stato dal dopoguerra ad oggi e ha come minimo un debito di riconoscenza – o un legame di comune appartenenza – con tutti noi. (E invece) noi possiamo rendere il sistema-Italia (il) più appetibile non solo perché il diritto dei lavoratori viene ridotto all’osso, come avviene in Cina, dove – però, attenzione (!) – per questo – causa di numerosi, continui suicidi tra i “lavoratori”-schiavi – la prospettiva di uno sviluppo inarrestabile, a doppia cifra e superiore, per ritmo e intensità, a quello degli Stati Uniti comincia a traballare. Ma puntando sull’innovazione che si persegue attraverso la ricerca e la formazione; ovvero sul nostro capitale umano. Che, come dimostra la fuga di cervelli (nella quale siamo assolutamente il Paese capofila al mondo!), come dimostrano le parole dell’ex presidente Bce (!) Trichet (che prima di inviare, insieme al suo successore Draghi, la letterina di cui quel poco di “agenda Monti” che esiste davvero costituisce il più fedele, ed esclusivo, calco, si confessò stupefatto per come l’Italia, “con quelle sue risorse umane” – furono le sue, sinceramente ammirate, parole; e non con i ‘suoi’ margini di sfilacciamento in senso liberista del proprio unico, ultimo fattore di tenuta: la coesione – non riuscisse ad uscire dalla situazione di stallo), è, culturalmente, il più ‘fertile’ al mondo. Siamo la terra che ha dato i natali al genio di Leonardo, di Michelangelo, la patria della creatività; che cosa stiamo aspettando (ancora) a far riemergere – ‘anche’ tra i lavoratori dipendenti! Che potranno così esserlo sempre meno – dal modello di produttività alienante e, in ultima analisi, controproducente che propone Marchionne – attraverso la formazione e la Cultura – la nostra principale leva di produttività, di crescita, e di rigenerazione (della nostra produzione e) del nostro futuro?
Come ci spinge a ‘valutare’, all’interno, la co-conduttrice di Santoro a ServizioPubblico.
di GIULIA INNOCENZI Read more

Tag Sinistra (nel 2012) è la Cultura E’ antidoto “alienazione” consumi

ottobre 12, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nel nostro Paese lo spartiacque è stato rappresentato dalla sconfitta del 2001: fu allora che l’attuale classe dirigente del centrosinistra, disorientata dall’apparente imbattibilità di Berlusconi, decise – pungolata anche da commentatori che oggi tendono a demolire ogni ambizione dello stesso centrosinistra di tornare a governare – che sarebbe sopravvissuta solo se, in un paese ‘di destra’, si fosse messa a predicare le stesse ricette (in primo luogo economiche) della destra stessa. Ed è per questo che, oggi, una parte della classe dirigente del Pd, vede in un Monti che applica alla perfezione il mantra liberista – tagli allo stato sociale, deregulation, liberalizzazioni che vanno a colpire sempre le fasce di concorrenzialità più deboli – il proprio punto di riferimento ideale. Non rendendosi conto (?) che se siamo nell’attuale situazione di crisi, è proprio perché, grazie a ‘rese’ come quella del nostro centrosinistra nel 2001, la tesi liberista ha potuto dilagare, e la ricetta della ‘concorrenza selvaggia’ (ma solo tra i più deboli) ha prodotto i guasti di cui oggi (sempre i più deboli) paghiamo il prezzo. Ma il punto vero è che il cedimento della sinistra è stato, prima di tutto, culturale; un cedimento a quella ‘società dei consumi’ in cui la produzione e il consumo materiale rubano sempre più spazio alla dimensione personale, umana e in ultima analisi culturale e ‘spirituale’. Ed è qui il vero punto di caduta di una stessa economia (non troppo) sociale di mercato che non è più in grado di ‘contenere’ (e sostenere) se stessa, e di una società che quegli stessi ‘poteri forti’ che agitano quegli interessi economici, riescono (al contrario) a ‘controllare’ meglio proprio grazie quella omologazione (figlia della – correlativa – incultura) che essi stessi hanno perseguito. Con il fine di determinare la costruzione di un unico target, al quale ‘somministrare’ meglio i propri prodotti e/ anche perché i neo-nati ‘consumatori’ sarebbero stati acculturati all’unico valore dell’arricchimento e del ‘consumo’, come unico termometro di ‘dignità’ (?) e prestigio sociale. Da qui discende, ad esempio, la scuola “ad obiettivo”, in cui contano solo i risultati e non lo spessore educativo – che ‘riguardi’ tutti – annunciata con relativa riforma da Monti, e poi fatta rientrare dall’alzata di scudi del Pd a cominciare da un ex ministro della Pubblica – da lui meritoriamente tornata ad essere definita così – istruzione Fioroni che però oggi propone, chissà perché, la prosecuzione di questa stessa esperienza e di questo modello per altri cinque anni. La Sinistra non è questo, o non è (e diventa quella Destrasinistra di cui parlava Pasolini); e non solo non se ne deve vergognare – e tanto meno abbassare la testa di fronte alle lavate di capo di quegli stessi commentatori oggi passati dall’altra parte della ‘barricata’ – ideologica – alla ricerca di ulteriore legittimazione – ma ha il dovere di prendere coscienza che soltanto scrollandosi di dosso questa ‘camicia di forza’ ideologica, avrà la libertà e, finalmente, la capacità propositiva (consentita dal ritorno alla “partecipazione alla vita delle Persone” indicata come condicio sine qua non per la Politica da Antonio Gramsci attraverso il recupero di un contatto non mediato da schemi imposti da altri con la realtà) necessaria a ridarsi un profilo. Un profilo che, simmetricamente ma non in opposizione a tutto ciò (bensì come chiave costruttiva per la rigenerazione della nostra cultura politica e dunque della nostra società; e in definitiva per rendere ancora sostenibili – futuribili – quegli stessi interessi economici!), non può che essere opposto a quello legato all’ideologia liberista: e cioè essere fondato su quella Cultura – intesa come disponibilità degli strumenti di conoscenza per essere liberi nel pensiero e quindi nella definizione delle proprie scelte e dei propri modelli di vita; all’opposto, appunto, di quella “acculturazione” che impone (sovra)strutture di pensiero e di ‘vita’ come un pacchetto all inclusive prendere o lasciare, togliendo spazio alla ‘coltivazione’ delle proprie peculiarità e capacità – questo è il significato etimologico di cultura, coltura – a vantaggio della preponderanza della parte ‘materialistica’ legata all’edonismo, ‘fuorviante’ – anche in senso strettamente cristiano e religioso – del consumo – che rappresenta (o consente), in ultima analisi, la vera Libertà; la libertà di essere fautori di se stessi e della propria vita, e quindi della nostra società; e di non piegare la testa ai modelli (che Pasolini stesso definiva, non a caso, di ‘nuovo fascismo’) imposti dall’alto da pochi padroni del vapore – nel mondo delle banche e della speculazione internazionale – di cui non è dato, in definitiva, nemmeno di conoscere l’effettiva identità.

Il tempo del governo è ormai finito Caro Pd, ora Italia aspetta (solo) te

ottobre 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il governo Monti (lo ha detto bene Oscar Giannino) è in campagna elettorale. Il sottosegretario Polil- lo (quest’ultimo per lo più in campagna… promozionale – di se stesso – permanente) va in tivù e annuncia una riduzione dell’Irpef (a cui Monti non doveva ancora aver dato il proprio placet, e) che prima viene smentita, e poi, a notte fonda, diventa provvedimento del governo. Ma è un provvedimento-spot utile solo a tenere buono il Partito Democratico, e a guadagnare un altro po’ di ossigeno nel tentativo (disperato?) di arrivare alla fine della legislatura. E di poter (continuare ad) aspirare – vale per Monti ma anche per altri ambiziosi esponenti dell’esecutivo, il che spiega anche il sostegno, in questo senso, dato da alcuni importanti quotidiani nazionali – ad una prosecuzione della propria esperienza. Nella prossima (?) legislatura.

Ma ora il governo è in carica da dieci mesi. Tolte le prime, fondamentali riforme come quella delle pensioni (sia pure con lo scempio – e non, perché semplicemente e asetticamente produce, come ha detto una politicante, “una ferita ai principi di equità e giustizia sociale”! Ma perché – più prosaicamente ma anche drammaticamente – affonda le vite delle Persone – esodati), dopo lo stop (imposto in primo luogo da il Politico.it) sull’art. 18 ha di fatto smesso di governare.

Il taglio alle spese è stato fatto. Male. E avrebbe potuto farlo tranquillamente ogni governo politico e (meglio) democraticamente eletto. Anzi, l’aveva già fatto. Il governo Prodi. Due volte. Occupandosi però anche della crescita. Della nostra economia. Monti ha provato una prima volta e non ci è riuscito. Così ha chiamato un altro tecnico, Bondi. Ma anche a lui non è ‘riuscito’ di toccare quelle clientele della politica politicante annidate in organismi parapubblici che rappresentano il vero, insopportabile buco nero delle nostre finanze pubbliche. Fiorito – che guadagna un terzo più di Obama, ‘come’ il presidente della provincia di Bolzano – è la punta di un (grosso) iceberg. Altro che partecipate e servizi (locali). Ai cittadini(!).

Quei cittadini (più deboli: sono quasi 15 milioni – ! – oggi, i ‘poveri’ in Italia. Una vergogna per un Paese dell’Occidente ricco e democratico – ?) a cui Monti non ha esitato (invece) a tagliare servizi e ad aumentare le tasse. “Costi umani” della crisi, li ha definiti. Sarebbero le famiglie che crollano nella povertà (ieri ne ha parlato persino Casini!) e i protagonisti del nostro sistema produttivo (imprenditori!) che, non facendocela più a sostenere il peso dei propri debiti non aiutati da un esecutivo che – oltre a rifuggire (giustamente) l’assistenzialismo rifugge anche ogni impegno della Politica per coordinare il nostro tessuto produttivo nel suo sforzo per uscire dalla crisi – impegno che gli stessi imprenditori, stanno chiedendo! “Questa politica economica va cambiata” – arrivano a compiere scelte estreme. Su cui i politicanti continuano a non avere il coraggio, e l’onestà, nemmeno di pensare di esprimersi. Se questo è un costo, va tagliato. Nella spending review.

Questo governo, indubbiamente, non ha in cima ai propri pensieri gli italiani. Quegli italiani (nel loro complesso) di cui il Pd, al contrario, rappresenta l’ideale ‘casa’. Il “partito dell’Italia”, lo abbiamo definito la prima volta ormai due anni or sono. Quel partito ‘interclassista’ che, solo, ha i titoli per raccogliere l’eredità, storica, della Dc di Alcide De Gasperi, l’ultimo, vero, grande partito dell’Italia, impegnato ad agire nel suo esclusivo interesse, per il suo solo bene.

Bersani, nonostante la discutibile strategia (vedi il capitolo-alleanze) e il rischio a cui sta sottoponendo la Sinistra e l’intero Paese – di consegnare per altri cinque anni l’Italia in mano alla destra! Dilapidando un vantaggio mai così grande per i progressisti – ha l’onestà e la responsabilità per poter raccogliere – insieme alla classe dirigente nuova che il Pd, a cominciare da Matteo Renzi, ha espresso, e necessaria a dare una scossa ad un quadro politico preda dell’immobilismo – questa sfida. il Politico.it, lo abbiamo già scritto, è pronto a sostenerlo.

Ma deve farlo ora. Perché ‘ogni giorno’ assistiamo al paradosso che il primo partito italiano è costretto ad affossare ogni provvedimento di quello stesso governo – non eletto – che tiene in vita (lui, in modo decisivo). Che senso ha, quando andando al voto (un dovere, e non un optional, in democrazia) potrebbe semplicemente (e direttamente!) fare lui ciò di cui il Paese ha bisogno?

“I meriti del governo sono indubbi ma noi vogliamo metterci più equità”, minimizza Pigi. Ma se invece di essere costretti a trovare (quasi) ogni giorno una quadra (impossibile! Pena, come vediamo, lo stesso immobilismo) tra il sostegno ad un esecutivo che non governa – e che le poche volte che lo fa lo fa a discapito degli italiani e quindi dell’Italia! (come nel caso, Fioroni docet, della scuola) – e il proprio (reale!) disinteresse, i Democratici decidono finalmente di assumersi la responsabilità di caricarsi loro, come ogni primo partito di una Nazione ha il dovere di fare, sulle spalle questo Paese, ad esserne beneficiata non sarà soltanto la sinistra italiana, ma (molto prima!) l’Italia. Un’occasione (per il Pd e per il nostro Paese) che fra sette mesi potrebbe non essere più così sicura. Gli italiani onesti e responsabili – compreso quel 40% che non sta votando e che rappresenta il vostro ulteriore elettorato potenziale – si chiedono, ormai da tempo: che cosa stanno aspettando (ancora)?

Spettro sconfitta (non) annunciata Pd si muova (ora!) o Paese rischia

ottobre 9, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Fioroni che, ad al massimo sette mesi dalle elezioni, invoca un ‘congresso’ (!). Le due anime di sinistra e liberista del Pd che si dilaniano nella loro (sterile, e fondata su visioni ormai superate dalla Storia – recente) contrapposizione. Berlusconi che, com’era prevedibile, tira fuori dal cappello un altro colpo a sorpresa e ‘minaccia’ di mettere in crisi, nello stesso tempo, il patto tra Bersani e Casini, lo sforzo mimetico di Monti per nascondere la sua natura ‘liberale’ (?) e di destra (storica, cavouriana), la stessa vittoria – adesso sicura, ma è proprio nella sicurezza che i dirigenti del Pd oggi ostentano, pensando di poter fare e disfare a loro piacimento, di qui ad aprile, senza che la situazione cambi, la garanzia che questo rischio sia reale, eccome – del Pd alle prossime elezioni.

Seguendo strettamente la logica, la prima soluzione sarebbe far smettere tutto questo: e concentrarsi su primarie che, essendo responsabilmente giocate dai contendenti sui soli contenuti sul futuro dell’Italia (e in questo caso il Politico.it, quale che sarà la forma che il suo impegno assumerà, mette comunque a disposizione le proprie tesi per il bene del nostro Paese di tutti i candidati in campo), possono ‘scongiurare’ quella eventualità e rappresentare un ottimo ‘apripista’ per la volata di primavera.

Ma questo, l’esperienza insegna, non accadrà mai. E allora, come ripetiamo da mesi, la cosa da fare resta una sola: fermarsi finché si è in tempo, annunciare che l’immobilismo mostrato dal governo Monti in questi mesi non è più compatibile con l’esigenza di fare presto per ridare un po’ di fiato agli italiani e non rendere sempre più difficile la salvezza (quella vera, quella strutturale, e non temporanea e assicurata – dall’esterno! – dallo scudo anti-spread attivato da Draghi) del nostro Paese, e comunicare al capo dello Stato che i Democratici – il primo partito della Nazione – preferiscono votare quanto prima: magari lo stesso giorno delle elezioni anticipate nel Lazio, garantendo anche un considerevole risparmio alle finanze pubbliche.

E/ anche perché questa, oggi – come lo era, e lo sarebbe stata di più, alcuni mesi fa – è la scelta più responsabile nell’interesse del Paese: perché il Paese ha bisogno del Pd (e non di agende vuote come involucri senza contenuti) e fra altri sei mesi - in cui tra l’altro, a campagna elettorale in atto, sarà molto difficile che Monti riesca a fare ciò che non è riuscito a fare, a bocce ferme, fino ad oggi – rischia di non potere più contare su una sua vittoria (senza ‘ambiguità’).

‘E’ perché a volte, nella dialettica tra convenienza (di parte) e responsabilità (nazionale), le due cose possono coincidere. Ed è più responsabile chi se ne accorge (e ne trae le dovute conseguenze), e non (chi) fa finta (per ipocrita ‘modestia’) di non vedere.

100 anni fa politica ‘inconcludente’ Giolittiano Pigi non ripeta l’errore

ottobre 8, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non stupisce che Bersani abbia detto che Giovanni Giolitti – l’uomo che, col suo immobilismo al governo – reiterato in continui ‘ritorni’ a Palazzo Chigi, prima e dopo la grande guerra, in nome del ‘prestigio e della credibilità’ che la sua figura di liberale navigato poteva offrire al nostro Paese – spalancò le porte all’insurrezione, e poi al regime, mussoliniana – fu un “grande statista”. Tecnicamente incontestabile, ma che a Pigi sia venuto in mente di sottolineare proprio il ruolo di Giolitti, appare – alla luce di quanto sta accadendo oggi – abbastanza ‘fatale’. Ma non è per nulla fatale che le cose debbano andare nello stesso modo di allora…

Perché ciò non accada, bisogna usare il buonsenso. Ricapitoliamo: gli italiani – anche se nel ‘fortino’ questo può non ‘arrivare’ – sono sempre più esasperati. Non si ribellano (fino ad un certo punto. In tutti i sensi, e su questo torneremo, cercando di spiegare perché e di capire luci e ombre di questo comportamento), sopportano i sacrifici con compostezza e serietà, come ha detto Monti; ma soffrono. E soffrono, lo abbiamo scritto più volte, non tanto per i sacrifici in sé; ma perché i sacrifici, imposti al di fuori di una qualsivoglia prospettiva di ‘crescita’ (anche qui, in tutti i sensi), appaiono come potenzialmente inutili e a rischio di essere vanificati, e quindi irricevibili. O meglio, ricevibili compostamente nell’espressione di un grande senso di responsabilità; ma, sotto la cenere, alimentando un fuoco che prima o poi a qualcuno potrebbe venire in mente di attizzare.

Ecco: ora immaginate di spalmare tutto questo su altri sei mesi. E’ chiaro che le occasioni, in questi altri sei mesi di vuoto pneumatico ‘politico’ totale, per chi volesse aizzare quel fuoco, si moltiplicherebbero. E qual è il motivo per cui si dovrebbe consentire? Il motivo vero, scavando scavando, è che Bersani sembra non sentirsela di assumersi la responsabilità di guidare il Paese in questo momento di difficoltà, perché l’idea gli fa “tremare i polsi” (parole sue). O anche “dobbiamo dircelo chiaramente, se ce la sentiamo di affrontare tutto questo, nel momento più difficile” (discorso di chiusura della festa nazionale Democratica; 9 settembre scorso). O ancora: “Se voi – amministratori del Pd, ndr – ci date una mano ce la possiamo sentire di prenderci questa responsabilità” (incontro con i sindaci e i presidenti Democratici; poche settimane or sono).

Ma Bersani non è il ‘segretario di se stesso‘; guida il primo partito italiano. E quindi, in ‘qualche’ modo, l’Italia. Il solo partito, il Pd – vuole il caso – che abbia in sé l’onestà e la responsabilità necessaria per fare disinteressatamente ciò di cui il nostro Paese ha bisogno. Per uscire dalla crisi. Ora. Ma anche per uscire dalla crisi ormai trentennale - quella che rende l’attuale congiuntura internazionale particolarmente ‘aspra’ per l’Italia, insieme all’immobilismo delle nostre istituzioni – che ci ha avviati sulla china di un declino che rischia di diventare (di nuovo, ‘presto’) immediato rischio-default, se non si interverrà strutturalmente non solo sulla spesa ma in generale sulla ‘macchina’ della nostra economia. E questo Monti, lo abbiamo visto, non lo sa fare.

Cui prodest, reiterare per altri sei mesi questo immobilismo, quando il Pd, guidato da Pigi o da chi per lui – come dice Bersani la Politica è comunque un ‘gioco’ – ? – di squadra! Non è necessario che il segretario Democratico, da solo, sopporti tutto il peso – ma anche la straordinaria opportunità! – offerta dalla situazione – potrebbe, a partire da gennaio, intervenire poderosamente (che non significa keynesianamente!) per rimettere in moto la nostra economia, scongiurare così ogni rischio di possibili derive, ed evitare che, giolittianamente, si ricrei una situazione simile a quella che, esattamente cento anni fa, ci condusse via via sulla strada della più scapestrata avventura della nostra Storia?

Cdm avvia Paese all’innovazione Due giorni dopo nessuno ne parla

ottobre 7, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il governo Monti, per la prima volta, ha assunto misure per (avviare il nostro Paese sulla strada del- )l’innovazione utili alla costruzione (anche attraverso l’impostazione di una direzione di marcia) del futuro dell’Italia. Una vera e propria svolta (sia pure ancora caratterizzata da troppa timidezza – di stampo liberista. Mentre le imprese, per bocca di Squinzi, chiedono ora un’”accelerazione”! Perché compito della Politica non è – solo – fissare le regole – per quello ci sono già le authority – ma accompagnare e in qualche misura ‘guidare’ lo sforzo delle aziende).

Perché, il giorno dopo, sui principali quotidiani del nostro Paese, la notizia era scavalcata nella gerarchia da retroscena sulla forma che il pdl prenderà sulle schede elettorali e su nuovi patti tra i partiti, e ora persino chi da un lato si candida a guidare il Paese (o il centrosinistra) e dovrebbe aspirare all’unico risultato di vedere il cambiamento REALE compiersi attraverso l’effettivo governo della Nazione, dall’altro prescinde completamente da quell’(unico!) provvedimento come se nulla fosse stato fatto – come se si ‘dovesse’ – ogni volta – ripartire da zero! Vanificando i pochi sforzi andati a buon fine -, e non riparte – invece – proprio da lì – stimolando l’esecutivo a proseguire, da subito, su questa strada! – contribuendo ad un tempo a fare sì che quelle misure – altrimenti destinate a rimanere lettera morta! Come il resto del chiacchiericcio autoreferenziale che abbiamo ascoltato in questi anni – comincino concretamente a far ripartire la nostra economia (e – la nostra mobilità – sociale)?

Questo è lo scopo della Politica: vedere le idee, i progetti, le prospettive prendere forma nella realtà. Le energie che vengono spese ogni giorno dovrebbero servire unicamente ad arrivare a risultati come questo (i soli che possono “far ripartire la nostra Storia“!) e se quando ci si arriva nessuno sembra accorgersene – e il dibattito pubblico continua esattamente come prima! Prescindendo completamente da ogni passo in avanti finalmente compiuto – significa che la nostra democrazia è ancora lontana dall’essere matura.

Poco importa ad ‘opera’ di chi quei risultati vengono ottenuti – siamo tutti sulla stessa barca! – e se prima o dopo che si siano tenute elezioni comunque ineluttabili e che ‘dovranno’ (auspicabilmente) portare il centrosinistra a Palazzo Chigi proprio per far procedere (con più convinzione!) la nostra Nazione in quella prospettiva dell’innovazione (finalmente declinata a 360°, coinvolgendo anche la nostra produzione culturale tout court) da perseguire attraverso la ricerca e la formazione.

Le stesse primarie, altrimenti, apparirebbero ‘lunari’ e finirebbero per rappresentare un vuoto esercizio di potere (fine a se stesso).

Dl innovazione, giusto plauso al governo Ma (nuove) regole non bastano (ancora)

ottobre 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La prima, fondamentale cosa da dire riguardo al decreto sviluppo licenziato ieri dal Consiglio dei ministri, è che si tratta di un nuovo, grande risultato de il Politico.it: mentre il resto della stampa, e della politica politicante, si occupa di regole per le primarie e di leggi elettorali, di promozione di se stessa e di altre amenità autoreferenziali, il giornale della politica italiana, ormai dal febbraio di tre anni fa, e con una accelerazione negli ultimi mesi, è impegnato per favorire la presa di coscienza che l’unico modo per far ripartire la nostra economia – e anche per rigenerare culturalmente la nostra società – è puntare sull’innovazione che si persegue attraverso la ricerca e la formazione. Il riconoscimento dell’urgenza di imboccare questa prospettiva dato dal capo dello Stato lo scorso agosto – in una lettera al governo che naturalmente ha avuto un peso decisivo nello spingere l’esecutivo sulla strada dell’impegno per l’innovazione; anche se va ricordato che molti mesi prima, proprio in seguito ad una costante campagna di ‘sensibilizzazione’ e di sollecitazione del – solo – giornale della politica italiana in questo senso, l’esecutivo dei professori aveva già assunto una misura una tantum (e, sia pure, spot) per favorire l’innovazione al sud – ha rappresentato, lo abbiamo scritto, il punto di arrivo della prima parte del nostro lavoro: quella fondata sull’obiettivo di favorire appunto quella presa di coscienza collettiva, così che il riorientamento del nostro sistema nel senso dell’innovazione potesse essere propiziato da un clima di attenzione e di disponibilità da parte della nostra classe dirigente. Tutto questo oggi comincia a produrre frutti anche sul piano, più concreto, che dovrà caratterizzare la seconda fase del nostro impegno: quello della vera e propria messa in atto dei propositi che abbiamo enunciato. Il governo licenzia infatti un decreto sviluppo che mira a fare del’innovazione un fattore strutturale della possibile ripartenza- e della crescita – della nostra economia, di fatto cominciando a realizzare il nostro progetto. La volontà espressa nel decreto da parte dell’esecutivo di promuovere tra gli italiani la conoscenza dei nuovi strumenti per favorire la nascita di start-up e dunque l’innovazione d’impresa, attraverso forme di promozione ‘pubblicitaria’ (ma vengono in modo minaccioso alla mente le campagne televisive/ pubblicità progresso patrocinate dalla presidenza del Consiglio, passate alla storia per la loro invisibilità), è sicuramente una componente essenziale per consentire che le molte misure ‘di dettaglio’ – la creazione di una vera e propria legislazione dedicata alle start up e all’innovazione – possa essere appunto conosciuta e quindi ‘praticata’ – evitando che resti lettera morta – dai cittadini. E le regole in sé sono sicuramente – di questo non era dato dubitare, rispetto alle capacità dell’ex commissario europeo e anche del ministro per lo Sviluppo, oltre che dello straordinario patrimonio di tecnici e funzionari di cui, ancora,  paradossalmente – rispetto allo scadimento della classe politica – la nostra struttura ministeriale continua a disporre: basti vedere il caso dell’ex direttore del tesoro Vittorio Grilli, strumentalmente e ingiustamente buttato nel tritacarne degli scandali legati alla corruzione della politica politicante – e del suo sottobosco di clientele e strutture di potere – al quale la figura sobria, generosa – per chi non lo sapesse il ministro Grilli ha rinunciato ad uno stipendio alcune volte superiore a quello che oggi prende, per mettersi al servizio del governo Monti e del proprio paese, in un primo momento senza neppure poter avere la ‘dignità’ dell’effettivo riconoscimento del suo ruolo di ministro – dell’attuale titolare dell’Economia è inconfondibilmente estranea agli occhi di chiunque non rincorra pretestuosamente visibilità e magari un posto in Parlamento – le regole, dicevamo, sono sicuramente interessanti e ‘innovative’: nello specifico, poi, si tratterà – come lo stesso esecutivo si ripromette di fare – di monitorare e verificare la loro efficacia e utilità. Sono un (buon) inizio (anche se si intravvede appena, ma questo dipende del resto probabilmente da ciò che stiamo per indicare a seguire, l’idea di un ‘sistema’ integrato tra la scuola, l’università e la formazione, la ricerca, e il nostro tessuto imprenditoriale – compreso, anzi, esaltato più degli altri, il ‘comparto’ – che dovrà evidentemente essere sempre meno ‘considerato’ tale, ‘a parte’ rispetto agli altri – delle nostre start up! Che è vero che – come accade negli Stati Uniti – proprio per le loro caratteristiche intrinseche – l’originalità, la capacità creativa di chi le avvia – tendono naturalmente ad una forma di ‘anarchia’ imprenditoriale; ma immaginate che tipo di spinta alla generazione di numerose, e con più possibilità che alcune di loro vadano ‘ in porto’, start up potrebbe venire da una scuola e da una università che – senza rinunciare, anzi, imprescindibilmente ritrovando!, il proprio spessore educativo e culturale (a 360°) – a tutto questo fossero ‘preparate’ a contribuire e a stimolare, creando un clima culturale propizio a tutto ciò). Quello che continua a mancare, tuttavia, è l’assunzione di responsabilità di una leadership che non solo indichi ai cittadini – semplicemente informandoli – cosa possono – ‘tecnicamente’; ‘regolarmente’ – fare; ma mobiliti il loro impegno in questo senso, indicando una prospettiva che non prenda forma soltanto in una (pur virtuosa) nuova regolamentazione; ma nell’assunzione appunto di responsabilità di un presidente del Consiglio che si faccia portatore di una idea (di fondo), dell’indicazione di un orizzonte comune verso il quale portare il nostro Paese, e che per questo metta in campo non solo la propria capacità – in questo caso sì, strettamente ‘tecnica’ – di ridefinire le regole; ma anche di rappresentare un punto di riferimento coordinando lo sforzo delle nostre imprese, del nostro sistema dell’istruzione e culturale, e in generale di tutti noi, per tornare a fare del nostro paese il luogo nel quale si concepisce – sul piano produttivo ma, magari, in prospettiva, anche artistico, etico e filosofico – il futuro del mondo. P.s.: Si noti come, aprendo le home page dei siti dei principali quotidiani del nostro Paese – i siti in-ter-net! Stiamo parlando di un decreto per l’innovazione tecnologica, a cominciare dalla Rete – i pezzi dedicati al decreto innovazione siano ‘soppiantati’, nella ‘gerarchia’, dal taglio ai costi della politica e da altre notizie più o meno effimere o di ‘contesto’ – tipo la discussione sulla ‘forma’ che il Pdl assumerà sulle schede elettorali, o di nuovi, tremebondi, ‘patti tra i partiti’ – ma che nulla hanno a che vedere con lo sforzo reale per far ripartire la nostra economia – ovvero direttamente con la Politica vera – Finché i quotidiani continueranno ad imitare le riviste di gossip, alla nostra democrazia continuerà a mancare – anche se ‘dovesse’ tornare/ anche quando tornerà fino in fondo la Politica – una delle gambe. Senza la quale rischia di non poter restare in piedi – a lungo.

POSSIBILE CHE NON LO VEDIATE?

ottobre 3, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il bollettino della crisi è, giustappunto, un bollettino “di guerra”, come disse lo stesso presidente del Consiglio. Nel 2012 i consumi pro capite degli italiani presentano “la peggior variazione negativa della storia della Repubblica dal 1946”. L’Istat prevede un crollo dei salari nel 2013. L’Ires della Cgil afferma che, tra il 2012 e il 2014, i consumi delle famiglie degli operai si ridurranno di circa 600 euro l’anno per una perdita complessiva nel triennio di 1.806 euro. Il che significa un nuovo aumento del numero di italiani che crolleranno sotto la soglia della povertà. E tutto questo ‘a fronte’ (e a causa) di un Pil (cioè di una crescita) che (tra)c(r)olla al -2,5% (dove prende il nome di de-crescita, cioè piena recessione: ulteriore perdita di potere d’acquisto, aziende che chiudono, nuovi gruppi di lavoratori licenziati, e un circolo vizioso che certo non rende più agevole la sostenibilità delle finanze pubbliche), di una disoccupazione ai massimi storici; nonostante (! O proprio per?) una tassazione che ha raggiunto il “record mondiale” (non è un’iperbole, ma un dato di fatto: 55%). La crisi (nella sua genesi) non è certo colpa di Monti. Ma se non ne usciamo (e, anzi, se la situazione peggiora ogni giorno di più) la colpa è solo di Monti (che ha la responsabilità del governo – che non sta producendo – del Paese! Ciascuno di noi provi a ricordare l’ultimo provvedimento dell’esecutivo: non gli verrà in mente, se non sottoforma di annuncio). Ma la politica politicante autoreferenziale di oggi (convinta dai media montiani di essere inadeguata e inaffidabile: non tutti sono Berlusconi, dal – facile – confronto col quale trae gran parte del proprio prestigio il capo del governo. Durante i governi Prodi l’Italia aveva ripreso a crescere, sia pure poco, e i conti erano stati – rimessi! – perfettamente in ordine! Come non è avvenuto con Monti, che ha tagliato male, dovendo peraltro nominare, lui, tecnico nominato, un nuovo tecnico che facesse ciò che lui non era stato in grado di fare – !) lo vuole per altri cinque anni. Al termine dei quali il nostro Paese, salvo nuovi interventi di… Draghi, rischia di ‘non esserci’ più (o di essere stato definitivamente commissariato: è forse questo che vogliono le tecnocrazie ‘europee’ – ? – e dunque anche Monti, che del resto già parlava di “inutilità” dei Parlamenti nazionali?). E’ giunto il momento di aprire gli occhi. Prima che sia troppo tardi. di M. DONADI* Read more

Cooperazione, annuncio di Monti Vera si fa collaborando Nordafrica

ottobre 1, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Cooperazione? Così sono solo parole. La Lega: “Aiutarli, sì, ma a casa loro”. Quando esiste (invece) un’opportunità di sviluppo (comune). Dietro l’ubriacatura montiana restano le esigenze dell’Italia: a) – Rilanciare economia del nostro Sud; b) – Avviare crescita puntando su innovazione. Possiamo farlo con la sponda (in tutti i sensi) Sud del Mediterraneo

Non stupisce che i principali supporters dell’ipotesi di un bis di Monti siano i portatori di una idea (?) di ‘politica’ (?) fondata sul personalismo e sul vuoto pneumatico di contenuti e proposte (e, quindi, di scelte concrete). E non stupisce che la prospettiva di un bis di Monti, sia l’altra faccia della Politica, ovvero si accompagni ad una discussione nominalistica e del tutto sterile e autoreferenziale, consentita dal peccato originale della propaganda pervasiva che ha portato i nostri connazionali a perdere di vista il fatto che nell’ultimo anno – proprio quello del governo Monti! Che ‘sconta’ evidentemente la crisi, che però “abbiamo contribuito ad aggravare” – tutti i principali indicatori del nostro stato di salute come Paese sono peggiorati: dal tasso di occupazione (soprattutto giovanile) alle tasse (che con Monti hanno raggiunto il record del mondo: stupisce davvero che, ora, ai convegni per sostenere Monti come successore di se stesso, si vedano personalità già lette in coda ad appelli anti-tasse – nel solco dei tea party – come quelli di Fermare il declino di Oscar Giannino), ad un Pil che affonda al -2,5% (il che mette ancora del tutto in discussione anche la salvezza finanziaria del nostro Paese, che non può prescindere dall’accrescimento, oltre al taglio della spesa, degli “introiti” – come testimonia, sia pure in modo deleterio, lo stesso aumento delle tasse perpetrato da Monti! – e dunque conferma il fallimento di Monti – e chi pensasse di negarlo, ma non pare che nessuno abbia ancora avuto (gli) argomenti (per farlo), lo deve fare nel merito, e non, appunto, nominalisticamente e trionfalisticamente, con un danno alla ‘verità’ e quindi potenzialmente alla stessa ‘tenuta’, soprattutto in chiave futura, della nostra democrazia – su ogni piano della sua – mancata – azione).

Perché si parla di Monti e non dell’Italia. Della quale, del resto, Monti non si è occupato (nei fatti), occupandosi piuttosto dei mercati e di se stesso (e, al limite, della costruzione europea, che però non può prescindere – altro che soluzioni a livello continentale! – da singoli Paesi in difficoltà che rimettano in moto – in prima persona! E non aspettando che l’Europa, che del resto siamo noi, estragga dal cilindro la soluzione a tutti i nostri problemi – le proprie economie – come sollecita a fare da mesi del resto il presidente Draghi – cessando così di rappresentare quel buco nero delle finanze pubbliche europee che costituisce il principale fattore di rischio per la tenuta dell’euro e della stessa Europa).

Se si parlasse dell’Italia, ad esempio ad un forum sulla cooperazione, si capirebbe che, nel mondo globalizzato, la modalità più efficace, sostenibile e producente (anche per i propri interessi) per ‘aiutare’ il cosiddetto ‘terzo mondo’, non è l’assistenzialismo, non è un contributo a-politico e più vicino al modello della beneficenza una tantum che porta più benefici all’immagine di chi la fa, che reali passi in avanti per la condizione dei cittadini di quelle Nazioni; ma rendersi conto che l’Africa – che ‘dista’ dalla Sicilia un terzo, ‘forse’ un quarto di Bruxelles o Francoforte – costituisce il focolaio del possibile sviluppo del futuro, e che la Primavera araba che ha riportato la democrazia (sì, pur con tutti i limiti che incontra chi vi accede con le proprie sole forze, abbandonato a se stesso da un occidente miope e interessato, dopo decenni di dittatura) rappresenta un possibile assist della Storia – per l’Italia, ma anche per la Grecia e la Spagna e più in generale per l’Europa – per provare a riportare nel Mediterraneo il centro degli scambi culturali e commerciali, e contribuire così, ad un tempo, in modo decisivo, alla ‘salvezza’ di quelle neonate democrazie, al possibile risveglio dell’intero Continente nero – senza fare beneficenza a fondo perduto – e alla costruzione di una possibile ‘autostrada’ di crescita per i prossimi decenni per un Vecchio continente che, se continua invece a guardare soltanto il proprio ombelico, rischia di avvi(t)arsi sulla strada di un poi difficilmente invertibile declino (a cominciare dai rischi-default delle Nazioni che, per la loro posizione geografica, più direttamente e quindi corposamente, ne verrebbero coinvolte e beneficiate!).

Tutto questo mentre i giganti orientali contenderanno agli Stati Uniti la leadership economica mondiale riempiendo quei ‘vuoti’ che, a due passi da noi, la sterilità e l’autoreferenzialità delle tecnocrazie e della politica politicante europee avranno disdegnato di ‘colmare’ (compiacendosi piuttosto di presunte superiorità culturali e di civiltà), prediligendo – magari – la discussione (in corso!) su quali liste mettere a sostegno della ricandidatura di un presidente del Consiglio che non solo non ci ha salvato, ma ha ‘consolidato’ (?) la nostra condizione di Paese barcollante sull’orlo del baratro (economico. Al netto degli interventi di Draghi).

E che mantenere altri sei mesi a Palazzo Chigi mentre nel Paese impazza la campagna elettorale – e i nostri connazionali si trovano, dal par loro, sempre più in difficoltà – e addirittura pensare di riproporre per altri cinque anni alla guida (?) dell’Italia, rappresenta la via più breve per continuare a restare (come ora) immobili. Mentre Cina e India, desiderose di cambiare davvero – e non a parole, sostenute da una stampa che probabilmente assolve alla propria funzione con più lungimiranza e (quindi) responsabilità della nostra; per quel che riguarda il nostro Paese al netto forse del Corriere della sera, che nonostante il suo evidente conflitto di interessi, continua ad offrire anche punti di vista critici nei confronti del governo e in ogni caso della nostra situazione economica – la propria condizione, stringeranno partnership esclusive con Nazioni (dal grande potenziale! Non foss’altro perché rappresentano la porta dell’Africa – più profonda – e per la stupefacente giovane età delle proprie popolazioni) che si trovano appunto a poche migliaia di chilometri di mare dalla Sicilia.

Che, nel frattempo, inseguendo (quando ciò dovesse avvenire, visto che in realtà il Sud è oggi completamente assente dal dibattito pubblico – del resto concentrato su Monti – del nostro Paese) un improbabile traino dell’Europa (continentale), sarà magari fallita. Insieme inevitabilmente al progetto storico della stessa, Europa unita.

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