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Chiave crescita non ridurre diritti Ma puntare su Cultura/innovazione

settembre 25, 2012 di Redazione 

Al ‘problema’ della crescita – e della mancanza di lavoro – non si risponde con una riduzione dei diritti di chi lavora. Perché la prima, vera chiave della produttività, non è nella diminuzione dei diritti, ma nel loro rafforzamento; nella chiave, s’intende, di un possibile, maggiore e ‘consapevole’ impegno per produrre di più e meglio. Nella riduzione dei diritti, non c’è aumento di produttività, ma solo diminuzione dei costi (o aumento di profitto) per l’azienda: perché anche quando il risparmio (o il maggiore guadagno) che derivasse dal contenimento della ‘spesa’ (o dall’aumento del tasso di ‘intensità’ di lavoro) ottenuto per accrescere la produttività, fosse (con)diviso con i lavoratori – o quando pure il governo, dal ‘centro’, diminuisse tout court le tasse sul lavoro, a fronte comunque della scelta delle aziende, legittimata dalla Politica, di ‘peggiorare’ le condizioni sul posto dei lavoratori – ciò determinerebbe una forma di compensazione ‘immediata’ per chi lavora, ma, a lungo andare, resterebbe il peggioramento (progressivo) della condizione, e – in assenza di ciò che stiamo per vedere – tornerebbero invece a diminuire i profitti e, quindi, anche il risparmio che potesse essere diviso con chi lavora.

Al problema della crescita – e della mancanza di lavoro – si risponde lungo due direttrici. La prima è quella, indicata da sempre dal giornale della politica italiana, di scegliere una strategia unitaria lungo la quale sviluppare – e ottimizzare – gli sforzi per far ripartire la nostra economia. E quella direttrice non può, per noi – ma anche per le aziende, che da mesi sollecitano il governo a muoversi in questo senso, salvo ottenere solo un orgoglioso silenzio di Monti, cocciutamente fedele al suo mantra liberista – che essere quella dell’innovazione, da perseguire attraverso la ricerca e la formazione.

La seconda è che, mentre da un lato si cerca di elevare – culturalmente – la produzione e la forza-lavoro, dall’altro, proprio in virtù di questo rafforzamento della coesione della nostra società, di questa riduzione delle sacche di analfabetismo (più o meno totale) e quindi di questo possibile miglioramento, a prescindere anche dalle strette condizioni economiche e ‘sociali’ (che comunque da questo non potranno che trarre beneficio e a loro volta migliorare), delle vite degli italiani (anche di quelli più poveri, e soprattutto, in prospettiva, dei loro figli oggi minacciati di ri-vivere le condizioni dei loro genitori), è possibile credibilmente tornare ad indicare ai nostri connazionali la dignità, e l’utilità per le loro vite ma ‘anche’ per il nostro Paese, della scelta di svolgere lavori oggi considerati ‘umili’, ma essenziali alla ripartenza, e all’arricchimento, della nostra economia (artigianato, piccola distribuzione, agricoltura alla quale restituire una terra da sottrarre ad una cementificazione da fermare ‘del tutto’, puntando a recuperare – alla Bellezza e alla fruibilità – gli ‘angoli’ – già – deturpati del nostro territorio e delle nostre città), e che, ripensati anch’essi nella chiave dell’innovazione che noi definiamo a 360° nel senso (più alto) della opportunità di offrire nuovi strumenti, e modelli, alla possibile società del futuro, si distingueranno (e finiranno per accrescere la propria redditività) per la differenza, che sarà impossibile non notare, che verrà dal ‘portare’ (i ‘segni’, nella loro stessa ‘definizione’) dell’inimitato marchio italiano.

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