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Declino (Politico) inizia in anni ’80 Ma fu il ’68 a cambiare psicologia

settembre 23, 2012 di Redazione 

Il giornale della politica italiana ha identificato per primo, nel declivio della Milano da bere (e dintorni) degli anni Ottanta, l’inizio del nostro (trentennale) declino. L’inizio Politico. L’inizio, effettivo, della malagestione autoreferenziale e dello sperpero delle nostre risorse comuni. Quello di cui gli scandali a cui assistiamo in queste ore rappresentano la versione farsesca (di fine impero).

Ma quando, sostanzialmente con il governo Craxi, il nostro Paese cominciò a dilapidare ad una velocità tre volte superiore a quella degli esecutivi precedenti e via via sempre accentuata la straordinaria eredità che ci era stata lasciata dai padri della nostra Repubblica, la nostra psicologia era già cambiata (in profondità). L’inizio di quel cambiamento – va reso onore a Paolo Guzzanti di averlo indicato per primo – va fatto risalire, inequivocabilmente, al Sessantotto.

Anni in cui il pragmatismo che ci aveva accompagnato dal ’45 fino a quel momento, e che accanto al miracolo dell’Italia che, persa la guerra, dalle macerie aveva saputo risalire in un (ben altro) ventennio, fino a diventare la quinta potenza economica del mondo, aveva prodotto l’effetto distorsivo e compromissorio di uno sviluppo che, essendo fondato solo sull’obiettivo del profitto (immediato) e non su una visione di più lunga (e ampia) gittata (sociale e culturale), aveva cominciato a deturpare il nostro territorio e le nostre città e quindi, paradossalmente, a disperdere il principale patrimonio (in questo caso, ‘naturale’) di cui il nostro Paese dispone, era stato sostituito da un ritorno all’idealismo, segnato dall’architrave di una richiesta di maggiori diritti ed eguaglianza.

Un egualitarismo che però, non essendo sostenuto, come rilevato da alcuni storici, da una adeguata architettura filosofica e Politica, si ridusse ad essere fine a se stesso, e, in termini di lotta di potere, costituisce la coperta di Linus dietro la quale si celava l’aspirazione (più o meno consapevole) di un’intera generazione di potersi sedere sulle conquiste dei propri padri e ‘banchettare’ – senza più impegnarsi per costruire un avvenire anche per i propri figli – sulla ricchezza accumulata dagli italiani fino a quel momento. Come ben sappiamo in queste settimane, pagandone sulla nostre pelle (ancora, non del tutto: ed è per questo che l’attuale classe dirigente autoreferenziale ancora riesce a tenere qualche posizione) le conseguenze, è esattamente quello che sarebbe poi avvenuto.

Il fenomeno ha avuto una serie di ramificazioni, a livello (direttamente) Politico, ma anche – appunto – culturale e sociale. La classe dei garantiti senza se e senza ma – e quindi senza neanche la necessaria determinazione a dare tutto per l’ulteriore crescita, e non involuzione, del proprio Paese – dell’impiego pubblico, nasce in quegli anni; la televisione commerciale che rinuncia ad ogni tabù – causa di conservazione, ma anche, da un certo punto di vista, di virtuoso e fertile rigore – e che sfarina ulteriormente il senso del dovere (e l’integrità morale) degli italiani, è anch’essa un frutto di quel periodo (e dunque si può tranquillamente sostenere che Berlusconi, o meglio il berlusconismo, con il suo portato inculturale, non sia del tutto estraneo alla concezione materialistica che è discesa dall’utopismo rimasto lettera morta del Sessantotto. Come tenderebbe a dimostrare che gli opposti – apparenti – alla fine si sono attratti, e oggi fatichiamo a distinguere – ideologicamente e culturalmente, anche se non ancora moralmente – gli uni dagli altri, membri della ‘stessa’ casta e classe dirigente autoreferenziale e autodifensiva).

Il principale (e, per come la vediamo noi, unico, vero) merito del governo Monti è stato forse proprio ‘opporsi’ (culturalmente) alla prosecuzione di questo andazzo, riportando in auge una concezione rigorosa e ‘meritocratica’ del nostro stare assieme. Ma, essendo i tecnici al potere alla fine organici a quella generazione (Sessantottina) – ed avendone quindi vissuto in profondità, comunque, il cambiamento culturale – ecco che, sessantottinamente, il tentativo di Monti scema di fronte alle prime resistenze (s’intende, di quella classe al potere), riducendo l’anelito al rafforzamento dei nostri codici di convivenza – che era in fondo anche alla base dell’utopia del Sessantotto, sia pure nella forma di una richiesta di maggiori diritti; che però, teoricamente, non dovevano significare affatto l’”assalto alle riserve” a cui abbiamo invece assistito, ma al contrario più inclusive e ‘democratiche’ – e quindi meritocratiche e ‘produttive’ – regole di convivenza: o si sarebbe trattato semplicemente di odiosi privilegi e rendite di posizione, proprio quelle contro le quali si battevano – almeno programmaticamente – i sessantottini. Proprio quelle contro le quali ha – soltanto – dichiarato guerra il presidente Monti – ad una serie di misure(?)-(/)spot utili alla sola, propria sopravvivenza ‘politica’.

Quindi si può far risalire al Sessantotto (o meglio all’involuzione culturale che, contro le aspettative e i desideri dei suoi protagonisti, ne è derivata) la radice (insieme allo Specchio – televisivo – che ne ha reiterato nel tempo l’influenza, approfondendo l’incisione nel Dna morale e psicologico dei nostri connazionali) di ‘tutti’ i nostri mali. E, ovviamente, la soluzione non può che essere il ritorno al rigore (individuale e quindi morale, prima ancora – e perché sia – di bilancio) e alla sobrietà (fino alla rinuncia anche soggettiva ai privilegi. Compresi quelli “previsti dalla legge”).

Può, come ci chiedevamo qualche mese fa, la generazione che è alla radice di tutto ciò (e suoi cooptati), essere in grado di praticare anche l’antidoto? In attesa che qualcuno dei diretti interessati (si) risponda (perché noi lo abbiamo già fatto), il consenso nei confronti del Movimento 5 Stelle ‘continua’ (al netto delle pecche, inevitabili, che vengono a galla) a salire. E ‘con esso’ i rischi di pericolose avventure.

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