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“Caos creativo” delle primarie Pd Vademecum per evitare la farsa

settembre 21, 2012 di Redazione 

Il Pd, per evitare di mettere in gioco il suo attuale vantaggio sul Pdl, avrebbe dovuto fare la cosa più logica: andare al voto (già sei-sette mesi fa!), quando è apparso chiaro che Monti non rappresentava la soluzione ai problemi del Paese (e che avrebbe spinto per un ‘rafforzamento – ? – del sistema in senso liberista: ovvero quello che ci ha ridotti nella crisi attuale) e che l’unica chance di salvezza, per l’Italia, sarebbe stata in un immediato governo e nel cambiamento che solo il Pd – in quanto partito che incarna l’area di opinione e sensibilità più onesta e responsabile della nostra Nazione – è in grado di portare.

Perché, per chi non l’avesse capito, l’intervento di Draghi (e non di Monti) non ci ha sottratti alla situazione di pericolo; ci ha solo forniti di una difesa in più che allunga solamente i tempi nei quali individuare le risposte strutturali alla crisi – appunto, di sistema.

Questa opzione, essendo il tempo minimo che può passare dalla chiusura anticipata di una legislatura al momento del voto di 45 giorni, non è ancora tramontata del tutto; e il Politico.it continua ad indicare che avere un governo Politico nel pieno delle sue funzioni prima di Natale, sarebbe meglio che proiettare su altri sette mesi (! Ma voi avete idea di quanto si può fare in sette mesi di determinata azione di governo?) il binomio non troppo raccomandabile tra una campagna elettorale personalistica e autoreferenziale e l’immobilismo dell’esecutivo dei professori.

In presenza di quel vantaggio, l’indizione delle primarie – in quanto tale – rappresenta un non-sense costituito dalla scelta del partito già dato vincitore nei sondaggi, di cambiare le (proprie) carte in tavola a pieno confronto in corso, rischiando (non foss’altro per il “caos creativo” che ne deriva) di vedere consumarsi ulteriormente il proprio vantaggio (che, per chi non lo pensasse, non è molto superiore a quello che, nel 2006, portò la coalizione di Prodi, da tutti preconizzata come vincente, a ‘pareggiare’ e a non avere di fatto i numeri per governare: fino alla chiusura anticipata della seconda esperienza prodiana a Palazzo Chigi – e al ritorno di Berlusconi! – solo due anni più tardi dalle elezioni). Che, al contrario, qualunque formazione dotata di un minimo di ‘istinto’ politico ed elettorale avrebbe fatto di tutto per conservare intangibile, non consentendo che si muovesse più una sola foglia (possibilmente, come detto, andando al voto subito).

Compiuta la scelta (?) di essere “leali a Monti fino al 2013″, tuttavia, le primarie non erano rinviabili (è proprio il caso di dirlo): perché non si può a) favorire la nascita di un governo non eletto, b) certificarne progressivamente il fallimento, c) vedere crescere la sofferenza e il malcontento degli italiani (i sondaggi che misurano la popolarità dell’esecutivo, pure in calo, non raggiungono probabilmente le molte persone oggi disperate che rappresentano il vero ‘costo’ sociale di un anno di governo ad un tempo tecnico e mai così di destra), d) decidere comunque di ‘farsi’ – secondo l’evidente punto di vista di chi ha caldeggiato questa scelta – un altro anno di legislatura ‘sicura’, e per di più congelare anche i meccanismi di partecipazione interna (per quanto non previsti dallo Statuto in questa circostanza!).

Ma una volta deciso, perciò, – a questo punto – saggiamente di indire le primarie, a) bisogna fissarne subito le regole e la data, perché non appaiano come una cosa finta e strumentale (alla propria – ulteriore – conservazione), che rischia di sortire l’effetto opposto quanto a ‘soddisfazione’ del bisogno del Paese, messo sotto torchio e per nulla salvato da Monti, almeno di poter (ri)cominciare ad impegnarsi per provare a migliorare (almeno in prospettiva) le cose. b) Bisogna non rendersi ridicoli autoflagellandosi con discussioni kafkiane sul numero (o sulla ‘natura’) dei candidati, che una volta che si indice una elezione (vera!), deve essere aperta a chiunque voglia parteciparvi (nei limiti stabiliti da regole che Pippo Civati provò a far approvare già nell’assemblea di metà luglio, salvo cozzare contro l’opposizione di chi oggi si lamenta per la… mancanza di regole – ! – rispetto alla partecipazione di Vendola), o non è.

(A proposito: ma come si può pensare di decidere prima: programma; alleanze; tutto, lasciando poi al candidato premier il compito di farsi portabandiera di qualcosa… deciso da altri? Il candidato premier o è un leader o non è – anche perché dovrà poi governare! Mica frequentare il salotto di Porta a porta o di Ballarò -; e se è un leader, quelle cose contribuirà a fissarle lui in modo decisivo. Che gli inizi di dicembre siano un momento troppo vicino alle elezioni, – per fare tutto ciò – riporta al problema che quando si indicono delle primarie, o si fanno sul serio o è meglio non farle, altrimenti è per questo – e non per le naturali candidature – che poi si rischiano di perdere le elezioni…).

E quando poi si tratta finalmente di fissarle, quelle regole fino… ad un mese e mezzo prima la data del voto (! …Quale, peraltro? – !) rinviate, bisogna evitare l’effetto-Groucho Marx di voler praticare una sorta di eugenetica delle candidature fissando regole impossibili allo scopo (dichiarato!) di imbalsamare la competizione allo scontro tra i tre candidati più noti. Ma chi l’ha detto che i candidati sono credibili in ragione della loro pre-esistente popolarità (abbiamo dimostrato il contrario)? Semmai, a fronte di questo gap preventivo tra coloro che partecipano alla competizione (dovuto non ad un maggior valore – che non è dimostrato! – degli uni sugli altri, ma solo ad un pregresso che conta meno di niente – anzi! – quando si parla di costruire il futuro), è urgente fissare regole che consentano una competizione il più possibile aperta e che metta tutti i candidati sullo stesso piano (ovviamente all’inizio): ad esempio organizzando una serie di confronti televisivi che mettano ciascun candidato nella condizione di confrontarsi – i propri argomenti! – con quelli di (tutti!) gli altri (evidentemente, essendo tanti, non tutti insieme).

O si fa così, o allora sì che le primarie diventano l’ennesima barzelletta ad un tempo proto-plebiscitaria – ma con autogol – e lacerante che rischia di mettere in discussione una vittoria troppo a lungo ‘congelata’ e rimandata.

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