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***Il futuro dell’Italia***
MI CANDIDO ALLE PRIMARIE DEL PD
di MATTEO PATRONE

settembre 18, 2012 di Redazione 

Madre Teresa diceva che non basta “scrivere libri”; che bisogna “diventare attori” (in prima persona) dell’impegno per gli altri. In tre anni il Politico.it ha contribuito in modo decisivo a cominciare a cambiare le coordinate della politica italiana: oggi tutti, a destra come a sinistra, hanno capito che l’unico modo per rigenerare la crescita e far ripartire la nostra economia è riorientare il nostro sistema nel senso dell’innovazione che si declina attraverso la ricerca e la formazione. La lettera di agosto in cui il capo dello Stato invitava anche il governo ad impegnarsi su queste tre priorità, ha rappresentato l’ideale punto di arrivo della prima parte del nostro lavoro: quella mirata a far maturare questa presa di coscienza (diffusa) nella nostra attuale classe dirigente e non solo. Ma, abbiamo scritto quella sera, l’intero nostro impegno non sarà alla resa dei conti valso a nulla (o a molto poco), se tutto ciò non diventerà la prospettiva reale nella quale torni a muoversi il nostro Paese. Per questo, e nella speranza di essere degni di riprendere il discorso (interrotto dalle generazioni che si sono succedute) dei nostri nonni, che dedicandosi (disinteressatamente) a perseguire l’esclusivo bene della nostra Nazione (a costo di rinunce e sacrifici personali), ci hanno lasciato la straordinaria eredità che in trent’anni di dissolutezza non siamo ciò nonostante riusciti a dilapidare del tutto, decidiamo di metterci in gioco, sostenuti dalla consapevolezza di farlo per la necessità di realizzare qualcosa, e non al fine di una mera – e non necessariamente desiderabile – esposizione personale. Perché, come diceva Margaret Thatcher, “Noi non volevamo diventare importanti; ma realizzare cose importanti”. Per questo, mi candido alle primarie del Pd (e – del centrosinistra): per farne quel partito di tutti gli italiani che, solo, può avere l’ambizione, e la forza, di salvare e – ad un tempo – rifare grande questo Paese. Avendone a cuore solo il suo bene.

MATTEO PATRONE

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Se dovessi diventare presidente del Consiglio…

Se dovessi diventare presidente del Consiglio, mi impegno sin da ora a rinunciare allo stipendio ‘riservato’ alla funzione di premier, ad eccezione di 3000 euro per sostenere le (sole) spese: perché il mio unico desiderio è dare un contributo (totale e disinteressato) a vedere questo Paese rialzarsi in piedi, e a questo fine ciò che conta (in primo luogo) non sono le regole di ‘sobrietà’ da fissare per altri, ma l’assunzione di responsabilità diretta di spogliarsi di tutto ciò che può essere fonte di ‘corruzione’ (morale) e ‘distrazione’ rispetto ad un impegno incessante per perseguire quell’obiettivo.

Se dovessi diventare presidente del Consiglio, mi impegno a ‘rinunciare’ a partecipare a qualsivoglia ‘salotto’ televisivo, talk show compresi, andando in televisione solo per comunicare qualcosa, o per sottopormi alle domande dei cronisti; perché anche la frequentazione di quei salotti (unita alle chiacchiere inutili su ciò che invece deve essere ‘semplicemente’ fatto), come un tenore di vita troppo lontano dagli standard dei nostri connazionali, ‘rischia (?) solo di allontanarci dal perseguimento dei nostri obiettivi.

Se dovessi diventare presidente del Consiglio, almeno in un primo momento, attribuirei ad un vicepresidente vicario le funzioni di ‘rappresentanza’, e rinuncerei a partecipare ad una parte delle occasioni di pura rappresentanza istituzionale; perché la Politica non è immagine, non è public relationship, ma dedizione e sacrificio e decisione e ‘azione’ per realizzare gli obiettivi che ci siamo dati: e a questo fine è necessario un impegno (che io definisco) ‘ventre a terra’, senza ‘divagazioni’, per attuare ciò che abbiamo immaginato.

Se dovessi diventare presidente del Consiglio, il rigore non solo non verrebbe ‘tradito’, ma, auspicabilmente, verrebbe finalmente declinato in modo equo ed efficace ‘chiudendo’ i veri, principali canali di sperpero delle nostre risorse pubbliche: a cominciare da quegli organismi, oggi ‘occupati’ (anzi, creati ad hoc per/) dalle clientele della politica politicante, che, non assolvendo alcuna funzione utile al Paese, rappresentano una spesa completamente ‘gratuita’ e a fondo perduto che invoca un taglio netto senza (più) guardare in faccia nessuno.

Se dovessi diventare presidente del Consiglio, non avvierei ‘alcuna’ politica neo-keynesiana: perché il persistente spreco, e cattivo impiego, di risorse oggi (e ancora con i recenti decreti omnibus per lo Sviluppo) disperse in mille rivoli, consente di cominciare a perseguire (da subito!) l’obiettivo di fare del nostro paese la culla dell’innovazione ‘semplicemente’ ‘concentrando’ il complesso di spese inutili, incentivi a pioggia, contributi dati alle imprese su questo unico obiettivo (come chiede peraltro da tempo Confindustria!). Anche perché la chiave di volta di tutto ciò, è introdurre nel nostro sistema del lavoro quella formazione che può consentire ai nostri lavoratori di crescere, e quindi vedere migliorate immediatamente le loro condizioni di vita, e ad un tempo di diventare il motore della ripartenza e del rilancio delle nostre aziende: e a questo fine ‘basta’ costruire un nuovo sistema integrato tra la nostra scuola, l’università, i nostri centri (pubblici e privati) di ricerca e il nostro tessuto imprenditoriale, affinché scuola e università ricomincino ad aprirsi al nostro sistema produttivo, diventando co-protagoniste – insieme alle imprese – di questo nostro impegno per riorientare, e rielevare, la nostra produzione (e non solo) nella chiave di concepire le migliori nuove idee (non solo in ambito tecnologico: il riferimento, da noi spesso ripetuto, all’obiettivo di fare dell’Italia la ‘più grande Silicon Valley del mondo’ deve essere inteso in senso ampio e non esclusivamente ‘tecnico’) e i prodotti più innovativi. Affinché la crescita sia sostenibile, e riguardi la qualità delle nostre vite prima ancora che le curve del (solo) profitto, sgonfiando così ad un tempo la fanfara di chi predica, invece, una decrescita ‘felice’, e rendendo in questo modo sostenibili quegli interessi economici che, nel momento di maggiore crisi – del capitalismo – rischiano di venire contestati, e messi in discussione, alla radice. E dunque come unica possibilità di dare loro un futuro.

Se dovessi diventare presidente del Consiglio, convincerei i nostri fratelli europei non a organizzare un nuovo vertice, ma a voltarsi e a vedere che – a poche centinaia di chilometri di mare da noi – popolazioni giovanissime hanno appena compiuto uno sforzo per riconquistare la Libertà, con il sogno di accedere al nostro (stesso) benessere (oggi, in declino) e alla nostra democrazia; e che proprio nei giorni in cui quei popoli abbandonati a loro stessi (finché non sarà necessario, naturalmente, stipulare un nuovo accordo per l’acquisizione del petrolio), sono ‘combattuti’ tra la voglia di accedere alla nostra modernità e un livello di arretratezza culturale che (lui, e non la fede islamica) costituisce la pre-condizione della loro strumentalizzazione – a causa della quale sembra ora scoppiare una nuova ondata di ‘odio’ contro di noi – diventa tanto più urgente, e lungimirante, porgere una mano (a cominciare dall’Italia!) alla Libia, alla Tunisia, all’Egitto – i paesi teatro della Primavera araba – per provare ad avviare insieme un possibile progetto di sviluppo comune.

Per sgonfiare (anche qui) la ‘bolla’ dell’intolleranza, che si nutre di quella dei propri dirimpettai; perché la voglia di riscatto di quei nostri fratelli della sponda Sud del Mediterraneo può rappresentare un (ulteriore) stimolo per una nostra società oggi seduta su se stessa; perché la giovane età di quelle popolazioni ci assicura che con loro è possibile avviare progetti tutti proiettati al futuro. E provare quindi a rifare del nostro Sud (e – del Mediterraneo), che solo una ‘politica’ sterile e autoreferenziale può continuare a pensare a legarne il possibile sviluppo ad una mittel-Europa lontana migliaia di chilometri, e che invece può diventare la porta del Vecchio continente verso quella che sarà la fucina dello sviluppo di domani – l’Africa, sulla quale rischiano altrimenti di ‘avvantaggiarsi’ i più dinamici giganti orientali – quello che è (stato) storicamente: il principale centro di scambio, economico e culturale, del mondo. Potendo così aspirare a ‘colmare’ quel buco nero delle nostre finanze pubbliche che mette a repentaglio, oggi, l’euro e la stessa Europa, e senza ‘chiudere’ il quale – accompagnando il nostro Meridione verso una possibile, propria rinascita – l’Italia non crescerà. E se l’Italia non cresce, pure adottando tutti i possibili scudi anti-spread del caso, a lungo andare non si salverà.

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