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E’ Cultura chiave ns. Rinascimento Scriveva (‘già’) Mazzini 150 anni fa

settembre 9, 2012 di Redazione 

Ciò che il giornale della politica italiana ha suggerito in questi mesi – e cioè che la nostra crescita (economica) passa per la crescita (culturale e quindi umana, e a cascata tecnica e professionale, dei nostri connazionali) – era sostanzialmente già ‘contenuto’, oltre un secolo fa, nel pensiero di Mazzini. Il padre della Patria, nell’ultima parte della propria vita, ebbe modo di leggere i primi testi pubblicati da Marx: “Creerà divisioni insanabili tra parti diverse della società, alla fine si rivelerà controproducente rispetto ai nostri stessi obiettivi”. Che erano quelli, cristiani, di tendere sempre più verso una società della collaborazione, in cui le persone, raggiunta la piena maturità (dell’Io. Attraverso la cultura) si aprono alle altre, facendo ciascuna la propria parte per far funzionare al meglio quel (ritrovato) convivio umano. Mazzini considerava sciocco pretendere semplicemente che le classi meno agiate si appropriassero di quegli stessi privilegi delle persone ricche che contestavano: perché in quel modo non facevano altro che legittimare quella spinta, individualistica, al possesso, alla sopraffazione, nella quale pratica coloro che si erano affermati fino a quel momento (e che avevano perciò anche dalla loro i mezzi che nel frattempo erano riusciti ad accumulare) avrebbero finito sempre per prevalere. Inoltre, anche quando i ‘deboli’ fossero riusciti a conquistare i “mezzi” e quindi il potere, secondo la concezione marxista, il ricordo delle sofferenze che avevano dovuto patire sarebbe stato sufficiente a mantenerli su una linea di condotta giusta ed equanime (, forse,) per qualche generazione; ma a lungo andare le parti si sarebbero completamente invertite, e gli eredi dei ‘ricchi’ di un tempo si sarebbero trovati a giocare il ruolo dei più ‘deboli’, e viceversa, senza alcun avanzamento per la società nel suo complesso. C’è un solo modo, diceva Mazzini, per fare il bene – ad un tempo – di tutti; per risollevare le classi in difficoltà, senza penalizzare chi già oggi sta bene, e che non c’è nessuna buona ragione per voler vedere “soffrire” in futuro. Quel modo è esattamente l’opposto della pretesa di cambiare le coscienze (?) con la forza; di assicurare la libertà della ‘forza-lavoro’ attraverso una nuova forma di ‘dittatura (del proletariato’). E’ fare sì che gli sforzi per conquistare una migliore condizione sociale delle Persone più deboli, coincidano con una loro crescita: non solo – o direttamente – sul piano della onorabilità sociale, secondo i canoni – strettamente legati alla ricchezza materiale – in ‘vigore’ fino a quel momento; ma da un punto di vista Culturale, così che la loro (vera) emancipazione (dalla condizione di schiavitù – sociale), coincida con la conquista di una Libertà più profonda, da quella ‘assicurata’ dalla semplice disponibilità di mezzi (economici) per ‘stare nel mercato’; la libertà di sapere esattamente chi sono, e cosa possono dare, e quindi di farlo, e offrire ad un tempo così il maggior contributo possibile alla crescita (anche, economica) della comunità di appartenenza. Quelle persone, arricchitesi sul piano morale prima ancora che finanziario, una volta raggiunta una posizione preminente nella società, non dimenticheranno il loro passato, la loro precedente condizione, e non vorranno semplicemente sostituirsi ai privilegiati di un tempo; bensì saranno portate a spendere le loro (ritrovate) capacità, per far compiere un ulteriore avanzamento (non solo produttivo ma anche morale e culturale) all’intero, loro Paese. L’obiettivo dell’innovazione (a 360°), da perseguire attraverso la Cultura declinata nella scuola e la formazione, è ciò che ci può far lasciare del tutto alle spalle il Novecento (delle due facce della stessa medaglia capitalistica e marxista), e contribuire a rendere la nostra società un po’ più intimamente cristiana. E mazziniana.

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