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Al voto a novembre per salvare I. Ottone: ‘Altrimenti nulla cambierà’

settembre 1, 2012 di Redazione 

L’agenda, ormai, la detta Draghi. Il nostro governo è pressoché immobile. Bersani rinvia sine die la scelta della data delle primarie nella speranza di ‘vanificarle’ e di essere (comunque) designato. Lui. Per poi candidarsi a Palazzo Chigi e fare – tra come minimo sei mesi di campagna elettorale in cui nessun’altra scelta nell’interesse del Paese, coi partiti impegnati a rintuzzarsi, potrà essere definita – le stesse cose che farebbe – ma ‘subito’ – se si votasse a novembre.

Salvo che nel frattempo si saranno persi centottanta, preziosissimi giorni nei quali un governo che sapesse come agire potrebbe cominciare a capovolgere completamente le prospettive, oggi cupe, del nostro Paese. Perché esiste, un’alternativa all’immobilismo montiano, e la Politica, vivaddio, non è soltanto il teatrino al quale abbiamo assistito in questi ultimi due decenni.

Perché, dopo vent’anni di politicismo autoreferenziale, ora che – ‘anche’ grazie al giornale della politica italiana – le idee sono tornate ad essere in campo, l’Italia ‘deve’ sperperare altro tempo prezioso, quando sciogliendo adesso Camere che non stanno più assolvendo ad ‘alcuna’ funzione – tanto che sono ancora chiuse!, il 4 di settembre dell’anno più duro della crisi – in autunno potremmo avere un governo Politico pienamente legittimato e a regime capace di avviare finalmente i cambiamenti strutturali che possono farci passare, nel (breve) periodo, da un orizzonte di puro contenimento difensivo (dei ‘danni’. Arrecati da ‘noi stessi’), a, finalmente, un avvio di ripresa?

“Il tempo delle prediche – scrive Piero Ottone – è finito. Non ci sarà cambiamento senza passare per il voto”. I nostri deputati e senatori valutino dunque se ci sia alcuna buona ragione per rinviare ancora la scelta. Non c’è alcuna buona ragione per aspettare altri sei mesi (di – quasi ineluttabile – persistenza nell’attuale stato di immobilismo) per fare ciò che potrebbe – invece – essere fatto ‘subito’. Nell’interesse del Paese.

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