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Monti cala la maschera: “Resto” Pd si muova ora o butterà chance

settembre 27, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Certo, la parola di verità ‘detta’ dallo scandalo nel Lazio è stata un regalo inatteso. Che brucia probabilmente in maniera definitiva le residue possibilità del centrodestra di rimontare il vantaggio del centrosinistra l’anno prossimo. Ma oggi Monti, che da ormai venti giorni ha sostanzialmente smesso di governare – da quando, cioè, l’intervento di Draghi ha sospeso – fino a ieri! – le ondate speculative e accresciuto le chance dell’esecutivo dei professori di arrivare alla conclusione naturale della legislatura – (conferma quello che tutti sapevano, candidandosi ad un secondo mandato – contraddicendo ancora una volta il ‘giuramento’ di non voler rimanere alla guida (?) del Paese dopo le prossime elezioni – e) ‘tradisce’ che il proprio unico interesse (se è vero che la disoccupazione ha raggiunto livelli mai visti prima, il problema degli esodati è stato accantonato, la nostra economia in generale è sempre più in ginocchio, e tutto ciò non ostante il presidente del Consiglio (?) predilige occuparsi – come ha realtà fatto fino ad oggi! – della promozione di se stesso) è il prolungamento della propria esperienza.

In tutto questo, dal Paese profondo continua a sollevarsi un interrogativo: perché il Pd, che andando al voto potrebbe caricarsi sulle spalle la nostra Nazione e fare finalmente ciò di cui ha bisogno (il Politico.it stesso sarebbe al suo fianco!), continua a rimandare quel momento? Perché preferisce correre il rischio di ritrovarsi un’altra volta Monti a Palazzo Chigi (e la destra al governo dal 2008 al 2018, almeno), quando andando al voto subito ne assumerebbe quasi sicuramente lui la guida, facendo ciò che (Monti non ha fatto e ha confermato di non saper fare, e che) è necessario per far ripartire la nostra economia e restituire il sorriso (che dovrebbe essere, in fondo, il fine ultimo della Politica) a tutti i nostri connazionali?

L’esperienza di chi ci ha ridotti sul lastrico. La speranza nei ragazzini

settembre 27, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Vorremmo capire, ma chi è più ‘affidabile’, chi meno velleitario (rispetto ad una ‘promessa’ di cambiamento. Se invece vogliamo tenerci lo status quo, prolunghiamo pure la presidenza Monti), coloro che ci hanno ridotto nella condizione attuale – direttamente o per ‘omesso controllo’, essendo stati in un modo o nell’altro al potere negli ultimi trenta-quarant’anni – o chi, non essendoci stato e non avendo (quindi) in nessun modo partecipato all’attuale sistema – sì, sempre quello che ha portato l’Italia – e che continua tenacemente a tenercela! – sull’orlo del baratro – offre almeno qualche speranza di poter (e saper) fare ciò che coloro – ribadiamo – che ci hanno condotto ad un passo dal fallimento – politicanti, ‘ultrà’ mascherati da cronisti, finti saggi  - hanno già (semplicemente) dimostrato di non essere in grado di fare?

Perché se un uomo politico, un giornalista, un intellettuale, è nel ‘sistema’ da trenta o quarant’anni, e non ha saputo (alla prova del tempo) fare nulla per invertire la tendenza (o addirittura ha teso ad accentuarla, sia pure magari in buona fede, in prima persona con le proprie decisioni e le proprie azioni); se non ce l’ha fatta in tutto questo lunghissimo arco di tempo, è perché evidentemente non ce la può fare. Chi non ha ancora dimostrato ‘nulla’, forse, invece sì.

E comunque, cari signori, nessuno di noi riuscirà mai a fare nulla, se non la smetteremo di concentrarci sui nomi e sulle facce, e persino sulle biografie (che vengono comunque dopo!), e non cominceremo a confrontarci sui (soli) contenuti (magari dando un contributo in questo senso abolendo le note politiche e i retroscena – questi ultimi, guarda caso, introdotti storicamente nel nostro sistema dell’informazione (?) da certi geni del giornalismo – e dando spazio alle sole proposte – e alle sole scelte! – per la costruzione del nostro futuro).

I quali, non per nulla, giungono (e non da oggi), in questa discussione pre-elettorale, proprio (ed esclusivamente!) da coloro che non hanno “alcuna esperienza europea”, non sono mai stati “sindaci di una grande città”, sono “dei ragazzini”. Vuoi vedere che è proprio questa la condizione per essere in grado di cambiare tutto, e non farci proseguire (fino al fallimento, per adesso rimandato solo dall’intervento di una – la ‘sola’? – persona onesta e responsabile: il presidente Draghi) nell’ormai trentennale declino? (M. Patr.)

Spread sale 370: contagio Spagna Ma s’I. fosse governata calerebbe

settembre 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Lo spread torna ad un passo da quota 400. ‘Colpa’ della Spagna, certo. Ma andate a vedere lo spread – per dire – rispetto ai bund tedeschi dei titoli di Stato francesi o olandesi: non sfiorano comunque (nemmeno lontanamente) cifre così alte. Il che significa (…) che esiste allora anche ancora un ‘problema Italia’: e il problema Italia consiste nel fatto che il governo Monti, il governo oggi in carica e che da due settimane – da quando ha ricominciato a vedere il traguardo di fine legislatura grazie alla ‘toppa’ messa alla falla della speculazione dall’intervento del presidente Draghi, toppa che già ora, anche prima del previsto, comincia a non bastare più a contenere i sommovimenti del mercato; in vista di un possibile impiego ‘esecutivo’ dello scudo che rinvierebbe comunque ancora una volta soltanto il momento in cui sarà (pur) necessario dare una soluzione in termini di economia reale e quindi strutturali e ‘definitiva’ al problema – non assume alcun provvedimento, non effettua alcun intervento che non siano le dichiarazioni e i nuovi ‘progetti’ di Monti, non ha fatto assolutamente nulla (di reale! Se si esclude il miglioramento dell’immagine delle nostre istituzioni. Con la quale, sola, non si va però lontano…) per il nostro Paese: perché i tagli sono stati condotti male, e avrebbero potuto essere eseguiti (in questi termini) da chiunque altro (a meno di voler considerare il presidente del Consiglio e i tecnici le uniche persone oneste di questo Paese: e la cosa sarebbe inaccettabile); e perché non è stato – e ‘mai’ sarà fatto – alcunché per rigenerare la crescita. Perché Monti non sa come si fa la crescita. E senza crescita – lo ripetiamo ancora una volta – il nostro Paese (a lungo andare) non si salverà.

E a chi, come Casini (che comprensibilmente vede minacciato il suo unico ‘argomento’ elettoral…istico), accusa di disfattismo chi insiste nel far notare la persistenza di un differenziale così alto, va ricordato che quando ci dovessimo ritrovare in default, la colpa sarà non di Monti – anche se la tenacia che il capo del governo ha nel voler restare testardamente al suo posto mentre tutti gli indicatori parlano di un pesante fallimento dell’azione del suo esecutivo, rende da ‘oggi’ l’ex presidente Bocconi co-responsabile di questo stallo – ma di una classe politica autoreferenziale che, per i propri miseri calcoli di bottega, avrà tenuto il nostro Paese sospeso così a lungo nell’attuale immobilismo da decretarne un non più invertibile declino.

Chiave crescita non ridurre diritti Ma puntare su Cultura/innovazione

settembre 25, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Al ‘problema’ della crescita – e della mancanza di lavoro – non si risponde con una riduzione dei diritti di chi lavora. Perché la prima, vera chiave della produttività, non è nella diminuzione dei diritti, ma nel loro rafforzamento; nella chiave, s’intende, di un possibile, maggiore e ‘consapevole’ impegno per produrre di più e meglio. Nella riduzione dei diritti, non c’è aumento di produttività, ma solo diminuzione dei costi (o aumento di profitto) per l’azienda: perché anche quando il risparmio (o il maggiore guadagno) che derivasse dal contenimento della ‘spesa’ (o dall’aumento del tasso di ‘intensità’ di lavoro) ottenuto per accrescere la produttività, fosse (con)diviso con i lavoratori – o quando pure il governo, dal ‘centro’, diminuisse tout court le tasse sul lavoro, a fronte comunque della scelta delle aziende, legittimata dalla Politica, di ‘peggiorare’ le condizioni sul posto dei lavoratori – ciò determinerebbe una forma di compensazione ‘immediata’ per chi lavora, ma, a lungo andare, resterebbe il peggioramento (progressivo) della condizione, e – in assenza di ciò che stiamo per vedere – tornerebbero invece a diminuire i profitti e, quindi, anche il risparmio che potesse essere diviso con chi lavora.

Al problema della crescita – e della mancanza di lavoro – si risponde lungo due direttrici. La prima è quella, indicata da sempre dal giornale della politica italiana, di scegliere una strategia unitaria lungo la quale sviluppare – e ottimizzare – gli sforzi per far ripartire la nostra economia. E quella direttrice non può, per noi – ma anche per le aziende, che da mesi sollecitano il governo a muoversi in questo senso, salvo ottenere solo un orgoglioso silenzio di Monti, cocciutamente fedele al suo mantra liberista – che essere quella dell’innovazione, da perseguire attraverso la ricerca e la formazione.

La seconda è che, mentre da un lato si cerca di elevare – culturalmente – la produzione e la forza-lavoro, dall’altro, proprio in virtù di questo rafforzamento della coesione della nostra società, di questa riduzione delle sacche di analfabetismo (più o meno totale) e quindi di questo possibile miglioramento, a prescindere anche dalle strette condizioni economiche e ‘sociali’ (che comunque da questo non potranno che trarre beneficio e a loro volta migliorare), delle vite degli italiani (anche di quelli più poveri, e soprattutto, in prospettiva, dei loro figli oggi minacciati di ri-vivere le condizioni dei loro genitori), è possibile credibilmente tornare ad indicare ai nostri connazionali la dignità, e l’utilità per le loro vite ma ‘anche’ per il nostro Paese, della scelta di svolgere lavori oggi considerati ‘umili’, ma essenziali alla ripartenza, e all’arricchimento, della nostra economia (artigianato, piccola distribuzione, agricoltura alla quale restituire una terra da sottrarre ad una cementificazione da fermare ‘del tutto’, puntando a recuperare – alla Bellezza e alla fruibilità – gli ‘angoli’ – già – deturpati del nostro territorio e delle nostre città), e che, ripensati anch’essi nella chiave dell’innovazione che noi definiamo a 360° nel senso (più alto) della opportunità di offrire nuovi strumenti, e modelli, alla possibile società del futuro, si distingueranno (e finiranno per accrescere la propria redditività) per la differenza, che sarà impossibile non notare, che verrà dal ‘portare’ (i ‘segni’, nella loro stessa ‘definizione’) dell’inimitato marchio italiano.

Il (più efficace) antidoto (al declino e) al rischio di derive? La Cultura

settembre 25, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La Cultura non può mai essere fascista. La Cultura è anti-fascista per definizione. Intanto, se si pensa all’apparente contraddizione dell’esistenza di ‘pensatori’ ‘organici’ ai regimi che si sono succeduti nel corso del Novecento, bisogna sapere che, come diceva Pasolini, la cultura non è né quella delle élite, né quella del popolo, né quella degli intellettuali, ma “una media tra tutte queste”; e la stessa ‘adesione’ di Heidegger al nazismo si manifestò in una – ineluttabile – negazione della Cultura (“Il Fuhrer e non teoremi né idee siano da guida al vostro vivere quotidiano”); (proprio per questo) la Cultura non può essere fascista(: ) perché la Cultura è Libertà, la più profonda e più alta delle Libertà; e il fascismo, che è appunto la negazione di quest’ultima, non può che negare anche la Cultura, che quindi non può essere fascista (ed è invece la più efficace forma – anche preventiva – di anti-fascismo).

Draghi salva M. da voto anticipato E da allora è ‘provvedimento zero’

settembre 24, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

16 giorni. Da quando Mario… Draghi ha sospeso il rischio-fallimento per l’Italia di un altro po’, anche se la recrudescenza della speculazione anti-euro di queste ore dovrebbe ammonire tutti circa la precarietà di questa ritrovata condizione (è la stessa nella quale versavamo fino a poco più di un anno fa, senza che a nessuno – che avesse avuto la capacità, e l’onestà, di leggere senza guardarla attraverso lenti deformanti la realtà – venisse in mente di sostenere che la nostra Nazione non fosse comunque ad un passo dal baratro) – ovvero da quando il presidente del Consiglio ha ricominciato a vedere il traguardo di fine legislatura diventare un obiettivo alla portata e ha potuto interrompere l’azione di propaganda che esercitava ogni giorno – fiancheggiato dai supporters della nostra stampa – deliziandoci con annunci e proposte di vertici europei che da ultimo anche i suoi colleghi tecnocrati hanno smesso di accogliere avendo toccato con mano l’assoluta vacuità del formato montiano – il nostro Paese non ha più conosciuto un solo, reale, concreto – per quanto inadeguato – provvedimento assunto o dal governo o, legiferato, dal Parlamento (se si eccettua – forse… – la gestione ordinaria. Che però non basta!).

Il vuoto pneumatico totale. Che significa giorni, settimane buttate (anche per una agenda, quella vera, che viene spalmata di mese in mese!) nelle quali avremmo potuto riavviare con forza la nostra economia – e cominciare a costruire, a 360°, l’Italia del futuro – e in cui invece i nostri connazionali si manterranno sulle (scarse) posizioni conquistate: che per molti di loro significano non arrivare alla terza settimana, che, detto fuor di retorica, significa fare la questua nella quarta, a volte non mangiare o sacrificare magari – anche se gli italiani, molto più lungimiranti – poiché vivono la realtà sulla loro pelle! – dei loro attuali rappresentanti, hanno capito che questa resta l’unica conquista alla quale non rinunciare, perché ne va del futuro dei loro figli e persino del nostro Paese – la possibilità di mandare a studiare (o di continuare a far studiare) i propri figli. Questa è la realtà. Significa che alcuni di loro si ritroveranno, concretamente, a vivere per la strada (non è un’espressione retorica: il numero delle persone, nostri fratelli, che si ritrovano senza casa e si vedono scivolare fino all’ultimo gradino della scala sociale – evidentemente, a quel punto, completamente abbandonati a loro stessi – cresce ogni giorno di più, nell’indifferenza totale di chi dovrebbe agire per loro!). Come suggerisce oggi Pigi Battista sul Corriere parlando delle dittature (degli altri), provassero, coloro per i quali tutto questo non rappresenta un’urgenza tale da non farli sentire in obbligo di fare alcunché da 16 giorni a questa parte, a mettersi nei loro panni; a parlare di rigore e di crescita pesandoli sulla vita reale delle Persone.

Tutto questo si lega, ‘naturalmente’, alla deriva politicista e autoreferenziale che il nostro Paese ha vissuto negli ultimi trent’anni: ciò che conta, perché questo hanno messo in primo piano i media, non sono le scelte che (non) vengono assunte (proprio per questo!), ma il protagonismo (?) dei nomi e delle facce, ai quali, soli, i giornali, la televisione, dedicano approfondimenti e prime pagine. Instillando così nel nostro senso comune l’idea che questa, sia la Politica: e contribuendo in modo decisivo a rafforzare la vanità della nostra attuale classe dirigente, a tutto discapito del suo impegno effettivo per fare (effettivamente) Politica che significa servire il Paese e tutti i nostri connazionali.

In tutto ciò, il paradosso è che chi si occupa di ‘soli’ contenuti, viene tacciato di velleità; chi da mesi fornisce linfa vitale (quella che non si vedeva da anni, in termini di proposte ed idee) ad una Politica sterile e fine a se stessa, viene tacciato, lui, di narcisismo; chi, generosamente, senza chiedere nulla in cambio – come fa peraltro da tempo ‘anche’ il giornale della politica italiana – prova a scuotere gli attuali detentori del potere perché tornino ad assolvere la propria funzione, suggerendo loro financo passaggio per passaggio ciò che andrebbe fatto – e che potrebbero immediatamente fare! – per ribaltare la situazione – e che, attenzione, questi signori raccolgono come spunto autorevole e credibile, facendo propria quella direttrice, salvo poi tornare a perdersi nel chiacchiericcio quotidiano della politica politicante – viene (appunto) ‘accolto’ come portatore di un’idea interessante, che però nessuno si premura di mettere in atto.

E quando, allora, di fronte a quell’immobilismo irresponsabile, altri si mettono in gioco in prima persona per assumersi la responsabilità di fare ciò che loro, semplicemente, nonostante le mille sollecitazioni, continuano – non si sa bene perché – ad esitare dal fare, la reazione è, naturalmente, l’ostracismo. L’ostracismo di una classe dirigente a cui non importa nulla del nostro Paese, ma solo della propria sopravvivenza (politicante). E che non vuole dunque nemmeno sentire parlare di Politica vera. (M. Patr.)

L’ultima lettera di Paolo Borsellino

settembre 24, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

di SALVATORE BORSELLINO

Tratto da www.19luglio1992.org

Questa è l’ultima lettera di Paolo Borsellino, scritta alle 5 del mattino del 19 Luglio 1992, dodici ore prima che l’esplosione di un’auto carica di tritolo, alle 17 dello stesso giorno, davanti al n.19 di Via D’Amelio, facesse a pezzi lui e i ragazzi della sua scorta.

Paolo si alzava quasi sempre a quell’ora. Con quella sua ironia che riusciva a sdrammatizzare anche la morte, la sua morte annunciata, diceva che lo faceva “per fregare il mondo con due ore di anticipo” e quella mattina cominciò a scrivere una lettera alla preside di un liceo di Padova presso il quale avrebbe dovuto recarsi a Gennaio per un incontro al quale non si era poi recato per una serie di disguidi e per i suoi impegni che non gli davano tregua.

La faida di Palma di Montechiaro che Paolo cita nella lettera la ricordo bene.

A Capodanno dello stesso anno ero con lui ad Andalo, nel Trentino dove avevamo passato insieme il Natale, per la prima volta da quando, nel 1969, ero andato via dalla Sicilia, ed avevamo deciso di ritornare passando per Innsbruck che avevamo entrambi voglia di visitare insieme con le nostre famiglie.

Non fu possibile perchè Paolo ricevette la notizia della strage di mafia che c’era stata a Palma di Montechiaro e dovette rientrare di fretta in Sicilia.

Fu l’ultima volta che vidi Paolo, da allora fino alla strage del 19 luglio ci sentimmo solo qualche volta al telefono e quando, dopo la sua morte, vidi le sue foto successive alla morte di Giovanni Falcone mi sembrò che in poco più di sei mesi fosse invecchiato di 10 anni.

La lettera è da leggere parola per parola, pensando proprio che sono le ultime parole di Paolo.

Quando dice che non riusciva in quei giorni neanche a vedere i suoi figli penso a quello che mi disse mia madre dopo la sua morte: le aveva confidato che non faceva più le coccole a Fiammetta la sua figlia più piccola e che stava cercando di allontanarsi affettivamente dai suoi figli perchè soffrissero di meno nel momento in cui lo avrebbero ucciso.

E che quel giorno lo avrebbero ucciso Paolo lo doveva quasi presagire, sapeva che a Palemo era già arrivato il carico di tritolo per lui. Lo sapeva anche il suo capo, Pietro Giammanco, che non gli aveva però riferito dell’informativa che gli era arrivato a questo proposito e Paolo, che invece lo aveva saputo per caso all’aeroporto dal ministro Scotti, aveva avuto con lui uno scontro violento.

Uno scontro che Paolo ebbe con Giammanco anche la mattina del 19 Luglio, quando quest’ultimo gli telefonò alle 7 del mattino, cosa che fino allora non era mai successa.

Forse anche Giammanco sapeva che quello era l’ultimo giorno di Paolo e per questo gli comunicò che gli aveva finalmente concessa la delega per indagare sui processi di mafia in corso di istruttoria a Palermo. Delega che avrebbe permesso a Paolo di interrogare senza più vincoli il pentito Gaspare Mutolo che in quei giorni aveva cominciato a rivelare le collusioni tra criminalità organizzata, magistratura, forze dell’ordine e servizi segreti.

Racconta la moglie di Paolo che Giammanco gli disse: “Ora la partita è chiusa” e Paolo gli rispose invece urlando “No, la partita comincia adesso”.

Dopo quella telefonata Paolo non scrisse più niente sul foglio e la lettera rimase incompiuta sul numero 4), dopo gli altri tre punti nei quali Paolo, rispondendo a delle domande postegli dai ragazzi del liceo, ci da tra l’altro, in maniera estremamente semplice e chiara, come solo lui era in grado di fare, una definizione della mafia che bisognerebbe che tutti conoscessero e che fosse insegnata nelle scuole.

Dieci ore dopo un telecomando azionato da una stanza di un centro dei Servizi Segreti Civili, il SISDE, ubicato sul castello Utveggio, poneva fine alla vita di Paolo ma non riusciva ad ucciderlo, oggi Paolo è più vivo che mai, è vivo dentro ciascuno di noi e il suo sogno non morirà mai.

***

“Gentilissima” Professoressa,

uso le virgolette perchè le ha usato lei nello scrivermi, non so se per sottolineare qualcosa e “pentito” mi dichiaro dispiaciutissimo per il disappunto che ho causato agli studenti del suo liceo per la mia mancata presenza all’incontro di Venerdì 24 gennaio.

Intanto vorrei assicurarla che non mi sono affatto trincerato dietro un compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala) non foss’altro perchè a quell’epoca ero stato già applicato per quasi tutta la settimana alla Procura della Repubblica presso il Trib. di Palermo, ove poi da pochi giorni mi sono definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto.

Se le sue telefonate sono state dirette a Marsala non mi meraviglio che non mi abbia mai trovato. Comunque il mio numero di telefono presso la Procura di Palermo è 091/***963, utenza alla quale rispondo direttamente.

Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell’intervallo, mi sono trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma di Montechiaro.

Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dr. Vento del Pungolo di Trapani mi parlò della vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità, che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di lavoro che mi affligevano. Mi preanunciò che sarei stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.

Il 24 gennaio poi, essendo ritornato ad Agrigento, colà qualcuno mi disse di aver sentito alla radio che quel giorno ero a Padova e mi domandò quale mezzo avessi usato per rientrare in Sicilia tanto repentinamente. Capii che era stato “comunque” preannunciata la mia presenza al Vostro convegno, ma mi creda non ebbi proprio il tempo di dolermene perchè i miei impegni sono tanti e così incalzanti che raramente ci si può occupare di altro.

Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi personalmente e non affidarsi ad intermediari di sorta o a telefoni sbagliati..

Oggi non è certo il giorno più adatto per risponderle perchè frattanto la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho tempo da dedicare neanche ai miei figli, che vedo raramente perchè dormono quando esco da casa ed al mio rientro, quasi sempre in ore notturne, li trovo nuovamente addormentati.

Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande.

1) Sono diventato giudice perchè nutrivo grandissima passione per il diritto civile ed entrai in magistratura con l’idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalle necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribilie per dar sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica, non appagabile con la carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso.

Fui fortunato e divenni magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al 1980 mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo il meglio di me stesso. E’ vero che nel 1975 per rientrare a Palermo, ove ha sempre vissuto la mia famiglia, ero approdato all’Ufficio Istruzione Processi Penali, ma otteni l’applicazione, anche se saltuaria, ad una sezione civile e continuai a dedicarmi soprattutto alle problematiche dei diritti reali, delle dispute legali, delle divisioni erediatarie etc.

Il 4 maggio 1980 uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Comm. Chinnici volle che mi occupassi io dell’istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato, provenendo anche egli dal civile, il mio amico di infanzia Giovani Falcone e sin dall’ora capii che il mio lavoro doveva essere un altro.

Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi.

Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressocchè esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista perchè vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarantanni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.

2) La DIA è un organismo investigativo formato da elementi dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza e la sua istituzione si propone di realizzare il coordinamento fra queste tre strutture investigative, che fino ad ora, con lodevoli ma scarse eccezioni, hanno agito senza assicurare un reciproco scambio di informazioni ed una auspicabile, razionale divisione dei compiti loro istituzionalmente affidati in modo promiscuo e non codificato.

La DNA invece è una nuova struttura giuridica che tende ad assicurare soprattutto una circolazione delle informazioni fra i vari organi del Pubblico Ministero distribuiti tra le numerose circoscrizioni territoriali.

Sino ad ora questi organi hano agito in assoluta indipendenza ed autonomia l’uno dall’altro (indipendenza ed autonomia che rimangono nonostante la nuova figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione, ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze investigative e processuali degli altri organi anche confinanti, e senza che vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.

3) La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di “territorialità”. Essa e suddivisa in “famiglie”, collegate tra loro per la comune dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, leggittimamente, lo Stato.

Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l’imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l’accaparramento degli appalti pubblici, fornendo nel contempo una serie di servizi apparenti rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro etc, che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.

E’ naturalmente una fornitura apparente perchè a somma algebrica zero, nel senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso l’imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il lavoro è assicurato a taluni (pochi) togliendolo ad altri (molti).

La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra di mezzi economici prima impensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione.

Il conflitto inevitabile con lo Stato, con cui Cosa Nostra è in sostanziale concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato dall’interno, cioè con le infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perchè venga indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità sociale.

Alle altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra, “ndrangheta”, Sacra Corona Unita etc.) difetta la caratteristica della unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con le stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra. ma non hanno l’organizzazione verticistica ed unitaria. Usufruiscono inoltre in forma minore del “consenso” di cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi come istituzione alternativa allo Stato, che tuttavia con gli organi di questo tende a confondersi.

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Declino (Politico) inizia in anni ’80 Ma fu il ’68 a cambiare psicologia

settembre 23, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana ha identificato per primo, nel declivio della Milano da bere (e dintorni) degli anni Ottanta, l’inizio del nostro (trentennale) declino. L’inizio Politico. L’inizio, effettivo, della malagestione autoreferenziale e dello sperpero delle nostre risorse comuni. Quello di cui gli scandali a cui assistiamo in queste ore rappresentano la versione farsesca (di fine impero).

Ma quando, sostanzialmente con il governo Craxi, il nostro Paese cominciò a dilapidare ad una velocità tre volte superiore a quella degli esecutivi precedenti e via via sempre accentuata la straordinaria eredità che ci era stata lasciata dai padri della nostra Repubblica, la nostra psicologia era già cambiata (in profondità). L’inizio di quel cambiamento – va reso onore a Paolo Guzzanti di averlo indicato per primo – va fatto risalire, inequivocabilmente, al Sessantotto.

Anni in cui il pragmatismo che ci aveva accompagnato dal ’45 fino a quel momento, e che accanto al miracolo dell’Italia che, persa la guerra, dalle macerie aveva saputo risalire in un (ben altro) ventennio, fino a diventare la quinta potenza economica del mondo, aveva prodotto l’effetto distorsivo e compromissorio di uno sviluppo che, essendo fondato solo sull’obiettivo del profitto (immediato) e non su una visione di più lunga (e ampia) gittata (sociale e culturale), aveva cominciato a deturpare il nostro territorio e le nostre città e quindi, paradossalmente, a disperdere il principale patrimonio (in questo caso, ‘naturale’) di cui il nostro Paese dispone, era stato sostituito da un ritorno all’idealismo, segnato dall’architrave di una richiesta di maggiori diritti ed eguaglianza.

Un egualitarismo che però, non essendo sostenuto, come rilevato da alcuni storici, da una adeguata architettura filosofica e Politica, si ridusse ad essere fine a se stesso, e, in termini di lotta di potere, costituisce la coperta di Linus dietro la quale si celava l’aspirazione (più o meno consapevole) di un’intera generazione di potersi sedere sulle conquiste dei propri padri e ‘banchettare’ – senza più impegnarsi per costruire un avvenire anche per i propri figli – sulla ricchezza accumulata dagli italiani fino a quel momento. Come ben sappiamo in queste settimane, pagandone sulla nostre pelle (ancora, non del tutto: ed è per questo che l’attuale classe dirigente autoreferenziale ancora riesce a tenere qualche posizione) le conseguenze, è esattamente quello che sarebbe poi avvenuto.

Il fenomeno ha avuto una serie di ramificazioni, a livello (direttamente) Politico, ma anche – appunto – culturale e sociale. La classe dei garantiti senza se e senza ma – e quindi senza neanche la necessaria determinazione a dare tutto per l’ulteriore crescita, e non involuzione, del proprio Paese – dell’impiego pubblico, nasce in quegli anni; la televisione commerciale che rinuncia ad ogni tabù – causa di conservazione, ma anche, da un certo punto di vista, di virtuoso e fertile rigore – e che sfarina ulteriormente il senso del dovere (e l’integrità morale) degli italiani, è anch’essa un frutto di quel periodo (e dunque si può tranquillamente sostenere che Berlusconi, o meglio il berlusconismo, con il suo portato inculturale, non sia del tutto estraneo alla concezione materialistica che è discesa dall’utopismo rimasto lettera morta del Sessantotto. Come tenderebbe a dimostrare che gli opposti – apparenti – alla fine si sono attratti, e oggi fatichiamo a distinguere – ideologicamente e culturalmente, anche se non ancora moralmente – gli uni dagli altri, membri della ‘stessa’ casta e classe dirigente autoreferenziale e autodifensiva).

Il principale (e, per come la vediamo noi, unico, vero) merito del governo Monti è stato forse proprio ‘opporsi’ (culturalmente) alla prosecuzione di questo andazzo, riportando in auge una concezione rigorosa e ‘meritocratica’ del nostro stare assieme. Ma, essendo i tecnici al potere alla fine organici a quella generazione (Sessantottina) – ed avendone quindi vissuto in profondità, comunque, il cambiamento culturale – ecco che, sessantottinamente, il tentativo di Monti scema di fronte alle prime resistenze (s’intende, di quella classe al potere), riducendo l’anelito al rafforzamento dei nostri codici di convivenza – che era in fondo anche alla base dell’utopia del Sessantotto, sia pure nella forma di una richiesta di maggiori diritti; che però, teoricamente, non dovevano significare affatto l’”assalto alle riserve” a cui abbiamo invece assistito, ma al contrario più inclusive e ‘democratiche’ – e quindi meritocratiche e ‘produttive’ – regole di convivenza: o si sarebbe trattato semplicemente di odiosi privilegi e rendite di posizione, proprio quelle contro le quali si battevano – almeno programmaticamente – i sessantottini. Proprio quelle contro le quali ha – soltanto – dichiarato guerra il presidente Monti – ad una serie di misure(?)-(/)spot utili alla sola, propria sopravvivenza ‘politica’.

Quindi si può far risalire al Sessantotto (o meglio all’involuzione culturale che, contro le aspettative e i desideri dei suoi protagonisti, ne è derivata) la radice (insieme allo Specchio – televisivo – che ne ha reiterato nel tempo l’influenza, approfondendo l’incisione nel Dna morale e psicologico dei nostri connazionali) di ‘tutti’ i nostri mali. E, ovviamente, la soluzione non può che essere il ritorno al rigore (individuale e quindi morale, prima ancora – e perché sia – di bilancio) e alla sobrietà (fino alla rinuncia anche soggettiva ai privilegi. Compresi quelli “previsti dalla legge”).

Può, come ci chiedevamo qualche mese fa, la generazione che è alla radice di tutto ciò (e suoi cooptati), essere in grado di praticare anche l’antidoto? In attesa che qualcuno dei diretti interessati (si) risponda (perché noi lo abbiamo già fatto), il consenso nei confronti del Movimento 5 Stelle ‘continua’ (al netto delle pecche, inevitabili, che vengono a galla) a salire. E ‘con esso’ i rischi di pericolose avventure.

“Caos creativo” delle primarie Pd Vademecum per evitare la farsa

settembre 21, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il Pd, per evitare di mettere in gioco il suo attuale vantaggio sul Pdl, avrebbe dovuto fare la cosa più logica: andare al voto (già sei-sette mesi fa!), quando è apparso chiaro che Monti non rappresentava la soluzione ai problemi del Paese (e che avrebbe spinto per un ‘rafforzamento – ? – del sistema in senso liberista: ovvero quello che ci ha ridotti nella crisi attuale) e che l’unica chance di salvezza, per l’Italia, sarebbe stata in un immediato governo e nel cambiamento che solo il Pd – in quanto partito che incarna l’area di opinione e sensibilità più onesta e responsabile della nostra Nazione – è in grado di portare.

Perché, per chi non l’avesse capito, l’intervento di Draghi (e non di Monti) non ci ha sottratti alla situazione di pericolo; ci ha solo forniti di una difesa in più che allunga solamente i tempi nei quali individuare le risposte strutturali alla crisi – appunto, di sistema.

Questa opzione, essendo il tempo minimo che può passare dalla chiusura anticipata di una legislatura al momento del voto di 45 giorni, non è ancora tramontata del tutto; e il Politico.it continua ad indicare che avere un governo Politico nel pieno delle sue funzioni prima di Natale, sarebbe meglio che proiettare su altri sette mesi (! Ma voi avete idea di quanto si può fare in sette mesi di determinata azione di governo?) il binomio non troppo raccomandabile tra una campagna elettorale personalistica e autoreferenziale e l’immobilismo dell’esecutivo dei professori.

In presenza di quel vantaggio, l’indizione delle primarie – in quanto tale – rappresenta un non-sense costituito dalla scelta del partito già dato vincitore nei sondaggi, di cambiare le (proprie) carte in tavola a pieno confronto in corso, rischiando (non foss’altro per il “caos creativo” che ne deriva) di vedere consumarsi ulteriormente il proprio vantaggio (che, per chi non lo pensasse, non è molto superiore a quello che, nel 2006, portò la coalizione di Prodi, da tutti preconizzata come vincente, a ‘pareggiare’ e a non avere di fatto i numeri per governare: fino alla chiusura anticipata della seconda esperienza prodiana a Palazzo Chigi – e al ritorno di Berlusconi! – solo due anni più tardi dalle elezioni). Che, al contrario, qualunque formazione dotata di un minimo di ‘istinto’ politico ed elettorale avrebbe fatto di tutto per conservare intangibile, non consentendo che si muovesse più una sola foglia (possibilmente, come detto, andando al voto subito).

Compiuta la scelta (?) di essere “leali a Monti fino al 2013″, tuttavia, le primarie non erano rinviabili (è proprio il caso di dirlo): perché non si può a) favorire la nascita di un governo non eletto, b) certificarne progressivamente il fallimento, c) vedere crescere la sofferenza e il malcontento degli italiani (i sondaggi che misurano la popolarità dell’esecutivo, pure in calo, non raggiungono probabilmente le molte persone oggi disperate che rappresentano il vero ‘costo’ sociale di un anno di governo ad un tempo tecnico e mai così di destra), d) decidere comunque di ‘farsi’ – secondo l’evidente punto di vista di chi ha caldeggiato questa scelta – un altro anno di legislatura ‘sicura’, e per di più congelare anche i meccanismi di partecipazione interna (per quanto non previsti dallo Statuto in questa circostanza!).

Ma una volta deciso, perciò, – a questo punto – saggiamente di indire le primarie, a) bisogna fissarne subito le regole e la data, perché non appaiano come una cosa finta e strumentale (alla propria – ulteriore – conservazione), che rischia di sortire l’effetto opposto quanto a ‘soddisfazione’ del bisogno del Paese, messo sotto torchio e per nulla salvato da Monti, almeno di poter (ri)cominciare ad impegnarsi per provare a migliorare (almeno in prospettiva) le cose. b) Bisogna non rendersi ridicoli autoflagellandosi con discussioni kafkiane sul numero (o sulla ‘natura’) dei candidati, che una volta che si indice una elezione (vera!), deve essere aperta a chiunque voglia parteciparvi (nei limiti stabiliti da regole che Pippo Civati provò a far approvare già nell’assemblea di metà luglio, salvo cozzare contro l’opposizione di chi oggi si lamenta per la… mancanza di regole – ! – rispetto alla partecipazione di Vendola), o non è.

(A proposito: ma come si può pensare di decidere prima: programma; alleanze; tutto, lasciando poi al candidato premier il compito di farsi portabandiera di qualcosa… deciso da altri? Il candidato premier o è un leader o non è – anche perché dovrà poi governare! Mica frequentare il salotto di Porta a porta o di Ballarò -; e se è un leader, quelle cose contribuirà a fissarle lui in modo decisivo. Che gli inizi di dicembre siano un momento troppo vicino alle elezioni, – per fare tutto ciò – riporta al problema che quando si indicono delle primarie, o si fanno sul serio o è meglio non farle, altrimenti è per questo – e non per le naturali candidature – che poi si rischiano di perdere le elezioni…).

E quando poi si tratta finalmente di fissarle, quelle regole fino… ad un mese e mezzo prima la data del voto (! …Quale, peraltro? – !) rinviate, bisogna evitare l’effetto-Groucho Marx di voler praticare una sorta di eugenetica delle candidature fissando regole impossibili allo scopo (dichiarato!) di imbalsamare la competizione allo scontro tra i tre candidati più noti. Ma chi l’ha detto che i candidati sono credibili in ragione della loro pre-esistente popolarità (abbiamo dimostrato il contrario)? Semmai, a fronte di questo gap preventivo tra coloro che partecipano alla competizione (dovuto non ad un maggior valore – che non è dimostrato! – degli uni sugli altri, ma solo ad un pregresso che conta meno di niente – anzi! – quando si parla di costruire il futuro), è urgente fissare regole che consentano una competizione il più possibile aperta e che metta tutti i candidati sullo stesso piano (ovviamente all’inizio): ad esempio organizzando una serie di confronti televisivi che mettano ciascun candidato nella condizione di confrontarsi – i propri argomenti! – con quelli di (tutti!) gli altri (evidentemente, essendo tanti, non tutti insieme).

O si fa così, o allora sì che le primarie diventano l’ennesima barzelletta ad un tempo proto-plebiscitaria – ma con autogol – e lacerante che rischia di mettere in discussione una vittoria troppo a lungo ‘congelata’ e rimandata.

Rehn: ora difficile pareggio nel ’13 Senza crescita conti non reggono

settembre 21, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Confindustria, la Commissione, o- ra persino Monti certificano in que- ste ore che il fallimento del governo presieduto dall’ex commissario europeo è un dato di realtà. Gli ultrà montiani, a cominciare da lui stesso e dalle tecnocrazie a lui affini, avevano, pomposamente, ottimisticamente e ingenuamente, previsto che il taglio raffazzonato di una parte della spesa (quella per la vita dei nostri connazionali, lasciando intoccate le rendite di posizione delle clientele della politica politicante) – senza alcuna misura per la crescita, ovvero Politica – sarebbe bastato non solo a reggere il confronto con il disastro berlusconiano, ma a salvare il nostro Paese. Niente di più infondato: come il Politico.it scrive da mesi, i tagli fatti male (!) dal governo da un lato e la totale assenza di alcuna idea di cosa fare del nostro Paese e dunque di quale direzione (unitaria!) imprimere alle sue politiche di sviluppo (non solo economico), avrebbero alla resa dei conti mostrato la corda dell’ipocrisia e della strumentalità di una propaganda imperante (che neanche ai tempi della concentrazione berlusconiana dei poteri) tesa – volenterosa – di accreditare Monti come salvatore della Patria, venendo così meno al proprio compito di informare – e non di tifare – e quindi (compro)mettendo (in seria difficoltà) una nostra democrazia che proprio sulla congruità e la verità delle informazioni offerte ai propri cittadini basa la sua capacità di prevenire, accorgersi e reagire di fronte alle (inevitabili) criticità. E che, senza (anche) il costante (e, a lungo, isolato) ‘controllo’ esercitato da parte del giornale della politica italiana, avrebbe rischiato di crogiolarsi nella prospettiva di un prolungamento (persino, a prezzo di una sospensione anche formale della nostra democrazia) di un mandato ad un presidente del Consiglio che sin dai suoi editoriali pre-nomina – nei quali non aveva mai saputo non solo indicare possibili soluzioni, ma nemmeno aveva mai citato la necessità, oltre al rigore, di ricercare la crescita – aveva mostrato di non essere l’uomo capace di tirare fuori dalle secche la nostra Nazione. Intendiamoci: il rigore (prima di tutto individuale, nell’assolvere il proprio ruolo), la serietà, la rispettabilità sono condizioni imprescindibili, ma di certo non sono prerogativa del solo presidente Monti e comunque non bastano a salvare e rifare grande l’Italia. La prima certezza dalla quale (ri)partire è dunque questa: Mario Monti non è il capo del governo che porterà il nostro Paese lontano dal baratro e alla ripartenza. Prima ne prendiamo atto, liberando (anche culturalmente) il nostro ‘gioco’ democratico, più l’individuazione – al contrario – di chi invece ci potrà riuscire, potrà essere facilitata e sostenuta anche da una nostra stampa che – (non) chiedendo conto alla politica politicante dei propri limiti (attuali) – ha forse dimenticato di essere uno dei pilastri su cui si regge la nostra democrazia, e alla quale si richiedono lo stesso grado di onestà e responsabilità – e, possibilmente, terzietà – che sono mancate alla politica italiana negli ultimi trent’anni.

Una domanda (di un lettore) sul secessionismo leghista

settembre 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Se una regione, per esempio la Lombardia, volesse diventare stato indipendente (come era successo, per esempio, con gli ex stati jugoslavi), può farlo? Deve chiedere il “permesso” a qualche organismo sovranazionale?

L’Italia è, costitutivamente, uno Stato unitario e “indivisibile” – come recita appunto la Carta – e non è prevista l’”uscita” di nessuno. Quindi non c’è ‘permesso’ possibile – che evidentemente dovrebbe essere chiesto ai detentori della sovranità, cioè gli italiani nel loro complesso attraverso le loro istituzioni rappresentative – che possa essere ‘rilasciato’ e quindi chiesto. Detto questo, ormai anche il nostro Paese è avviato nella prospettiva dell’unità europea, nell’ambito della quale avrà sempre più rilievo il ruolo dei governi ‘regionali’, nella chiave di una organizzazione federale del Continente: quindi una Lombardia che – per pura ipotesi – volesse immaginare di rendersi più indipendente, farebbe bene a dare una mano – invece di osteggiarla, come la spinge a fare la Lega – alla ripartenza del Sud: perché sarà proprio facendo ripartire l’economia di tutto il Paese – che non può prescindere da quella del Mezzogiorno – che faciliterà l’integrazione e l’unità Politica europea, coronando l’aspirazione ad essere interdipendente non solo con la Sicilia, ma anche (più direttamente vista la prossimità geografica) con la Baviera e il resto della mittel-Europa.

***Il futuro dell’Italia***
MI CANDIDO ALLE PRIMARIE DEL PD
di MATTEO PATRONE

settembre 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Madre Teresa diceva che non basta “scrivere libri”; che bisogna “diventare attori” (in prima persona) dell’impegno per gli altri. In tre anni il Politico.it ha contribuito in modo decisivo a cominciare a cambiare le coordinate della politica italiana: oggi tutti, a destra come a sinistra, hanno capito che l’unico modo per rigenerare la crescita e far ripartire la nostra economia è riorientare il nostro sistema nel senso dell’innovazione che si declina attraverso la ricerca e la formazione. La lettera di agosto in cui il capo dello Stato invitava anche il governo ad impegnarsi su queste tre priorità, ha rappresentato l’ideale punto di arrivo della prima parte del nostro lavoro: quella mirata a far maturare questa presa di coscienza (diffusa) nella nostra attuale classe dirigente e non solo. Ma, abbiamo scritto quella sera, l’intero nostro impegno non sarà alla resa dei conti valso a nulla (o a molto poco), se tutto ciò non diventerà la prospettiva reale nella quale torni a muoversi il nostro Paese. Per questo, e nella speranza di essere degni di riprendere il discorso (interrotto dalle generazioni che si sono succedute) dei nostri nonni, che dedicandosi (disinteressatamente) a perseguire l’esclusivo bene della nostra Nazione (a costo di rinunce e sacrifici personali), ci hanno lasciato la straordinaria eredità che in trent’anni di dissolutezza non siamo ciò nonostante riusciti a dilapidare del tutto, decidiamo di metterci in gioco, sostenuti dalla consapevolezza di farlo per la necessità di realizzare qualcosa, e non al fine di una mera – e non necessariamente desiderabile – esposizione personale. Perché, come diceva Margaret Thatcher, “Noi non volevamo diventare importanti; ma realizzare cose importanti”. Per questo, mi candido alle primarie del Pd (e – del centrosinistra): per farne quel partito di tutti gli italiani che, solo, può avere l’ambizione, e la forza, di salvare e – ad un tempo – rifare grande questo Paese. Avendone a cuore solo il suo bene.

MATTEO PATRONE Read more

***Il futuro dell’Italia***
CONTRO L’IMMOBILISMO, IL RINNOVAMENTO
di GIUSEPPE ROTONDO

settembre 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un nuovo sistema per dare spazio alle nuove generazioni. Giuseppe Rotondo, coordinatore di ‘Insieme per il Pd’, affronta il tema del ricambio della classe dirigente. Ma nell’intervista spiega anche i problemi del profilo identitario del Partito democratico.

In Italia il rinnovamento generazionale è un tema “sempreverde”. Quindi significa che non si attua mai. Cosa devono fare i giovani per conquistare la propria opportunità?

“È un problema in molti campi, potremmo dire è una delle cause del fatto che la società italiana è ingessata, bloccata, ferma, non avanza a livello culturale, sociale ed economico. Non c’è rinnovamento perché troppi settori sono gestiti da caste, da ambienti chiusi, non c’è meritocrazia e quindi non c’è democrazia dell’accesso, si entra solo per cooptazione. Se questo è il quadro, allora non dipende dai giovani, è difficile conquistare qualcosa in queste condizioni. Bisogna cambiare sistema, rompere i monopoli delle caste, aprire tutti i settori al ricambio secondo meccanismi trasparenti e meritocratici”.

Il Pd è nato per le nuove generazioni, ma sin dalla sua nascita è stato guidato dai dirigenti provenienti da Ds e Margherita. C’è il rischio che il partito perda consensi perché appare già “vecchio”?

“Credo che non sia un rischio, ma una realtà. Hanno fatto invecchiare un bambino appena nato. Se il Pd fosse stato visto come il progetto originale e innovativo per cui era stato pensato, ora, in questo periodo di rifiuto della vecchia politica vista come capace solo di gestire potere fine a se stesso, avrebbe raccolto il consenso che invece si è indirizzato verso il MS5 o si è annullato nell’astensione. È naturale che, rimanendo la stessa dirigenza, il PD sia visto appunto come i DS e come la Margherita. Ecco quindi che il tema del rinnovamento non è un tema marginale: non si tratta di ambizioni personali, come la vecchia dirigenza vorrebbe far passare, ma di dare un futuro ed un senso politico al PD”.

Su argomenti delicati, come diritti gay e bioetica, la base del partito sembra più laica della segreteria. Come si può trovare il punto di incontro con i cattolici del Pd?

“Proprio perché plurale il PD non può essere un partito che cerca sempre la mediazione al ribasso, l’unanimismo. Un partito che ha paura di votare, dividersi e quindi scegliere. Nello statuto ci sono molti strumenti democratici per decidere in modo chiaro su quei temi, come i referendum interni che permettono ad iscritti ed elettori di poter determinare scelte su questi temi: non dovremmo avere paura ad utilizzarli.

Tutti i partiti progressisti al mondo hanno posizioni chiare e concordanti su questi temi: non possiamo solo noi tentennare nelle scelte o peggio avere posizioni che sono tipiche di partiti conservatori. Altrimenti qualcuno potrebbe domandarsi se è compatibile essere progressisti e cattolici allo stesso tempo. Io, personalmente, penso proprio di sì: uno dei primi atti di Andrew Cuomo, governatore dello stato di NYC, figlio di Mario, famiglia di dirigenti cattolici e democratici come lo sono i Kennedy, è stato far approvare una legge che ha aperto i matrimoni anche a persone dello stesso sesso. Allora il problema non è essere cattolici o meno, ma semplicemente essere conservatori o progressisti su certi temi. Dobbiamo essere laici: non vuol dire essere laicisti, come i teo-con ci accusano di essere, significa semplicemente riconoscere che la politica è indipendente dal Magistero della chiesa di Roma, niente di più”.

L’alleanza con l’Udc non è vista bene da gran parte dell’elettorato. Per quale motivo c’è questa tentazione che a sua volta genera il rischio di marginalizzare il rapporto con Sel e Idv?

“Credo che per l’elettorato il problema sia innanzitutto che cosa noi vogliamo, quali sono le nostre proposte chiare per l’Italia da qui a 10 anni, il nostro modello di società. Dopo aver chiaramente definito questo, allora verranno le alleanze. Bene allora ha fatto Bersani, che di fronte alla manifesta opposizione di Casini al riconoscimento giuridico delle coppie dello stesso sesso, ha ribadito che il PD, una volta al governo, tra le molte cose che dovrà fare in molti settori per dare un’impronta progressista alla società Italiana, ci sarà anche il riconoscimento delle unioni civili tra persone stesso sesso e quindi chi vuole allearsi con il Pd deve sapere che noi non rinunceremo, in nome delle alleanze, a dare un governo di impronta progressista a questo paese. Questo mi sembra l’approccio giusto, che può essere compreso dalla base. All’elettorato Pd spaventa che i nostri valori possano essere sacrificati in nome di tatticismi”.

Come immagina un “partito di massa”, quale è il Pd, del Terzo Millennio?

“In una società post-ideologica, dove le scelte di voto non sono determinate a priori in base all’adesione ad un ideologia simile a una fede, ma che necessità sempre piu’ di idee forti che indichino il percorso che tenda a una società piu’ giusta, equa, libera e democratica, un partito può essere di massa solo se è un partito aperto, vaso comunicante con la società. Un partito non ingessato in strutture decisionali verticistiche, che fa leva invece sulla cittadinanza attiva e sulla partecipazione. E che abbia un turnover costante della sua classe dirigente a tutti i livelli attraverso meccanismi trasparenti e meritocratici e non attraverso la cooptazione. Il radicamento nella società contemporanea caratterizzata dalla frammentazione sociale, dipende dalla capacità di attingere continuamente nuove risorse dalla società stessa. Serve meno politica fatta tutta la vita dagli stessi soggetti e più cittadini che provenendo dagli ambiti sociali più vari decidano di dedicare una parte della loro vita alla politica in un partito, portando con sé la ricchezza del proprio trascorso nella società.

Un partito che sappia accendere la speranza perché indica chiaramente un percorso di cambiamento per un progresso della società sul piano culturale, sociale ed economico. Un partito che mostri che una società più giusta, più equa, più solidale e libera per uno numero sempre crescente di persone, è possibile”.

Stefano Iannaccone

Insieme per il Pd promuove la discussione e la composizione in rete di un possibile programma da offrire ai candidati alle primarie del centrosinistra: lo trovate qui.

Elezioni, sette mesi (inutile) attesa Come buttare altro tempo (vitale)

settembre 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ecco come il cittadino medio vede la situazione politica italiana: “Il governo non governa. Non fa più nulla. Non ha più (?) idee. Tira a vivacchiare (o al massimo a rilanciare la popolarità di qualche proprio ministro smanioso di fare carriera in ‘politica’ – ?) e ora che Draghi ha assunto la leadership de facto dell’Europa, Monti non prova più neppure a venderci l’immagine del ‘salvatore’ del Vecchio continente preferendo restare coperto (affiancato, in questo, dalla ‘sospensione’ strategica della propaganda da parte dei giornali amici) in attesa che i politicanti gli preparino (da soli) il terreno per una eventuale riconferma. Il Pd potrebbe vincere le elezioni, subito, e invece preferisce rischiare di perderle (come fa da circa un anno) fra (altri) sette mesi. Ma quel che è peggio si crogiola nella prosecuzione della legislatura rifuggendo, di fatto, la responsabilità (urgente! Gli italiani che perdono il lavoro e rischiano di finire su una strada – insieme alle loro famiglie! – non capiscono i tentennamenti e i ‘tempi lunghi’ di quella che resta d’altra parte sempre la politica autoreferenziale che con la propria propensione a discutere di decidere, senza mai prendere una direzione precisa e risoluta – come si vede anche nel continuo rinvio – ora ad una assemblea da tenersi poco più di un mese (!) prima rispetto al giorno in cui dovrebbe avvenire la consultazione – della definizione della data delle primarie – ci ha ridotti nella condizione attuale) di caricarsi sulle spalle il Paese, fare ciò che è necessario per tirarlo fuori dalle secche e finalmente salvarlo e rifarlo grande. Avete idea di cosa si potrebbe fare in sette mesi di governo vero del Paese? In questo quadro le stesse primarie del Pd, che di norma dovrebbero servire a scegliere il candidato più forte per conquistare una vittoria ancora ‘sfuggente’ - mentre, com’è noto, quella del Pd adesso sarebbe ‘sicura’; ma se la squadra che sta vincendo decide all’improvviso, a partita in corso, di cambiare schemi e allenatore, per di più mostrando di non avere – al netto di quelle proposte da il Politico.it – molte idee da mettere in campo e rischiando perciò di ‘scadere’ su un piano meramente personalistico e autoreferenziale, non si sa – più – come la ‘gara’ potrà andare a finire - sembrano essere ‘utili’ (?) solo a gettare ulteriore confusione su una nostra situazione politica interna nella quale continuiamo a chiederci: ma cosa aspetta il Pd a tornare (subito) al governo del Paese? Perché, essendo dato per vincente, e non essendoci alcuna buona ragione – considerato che il governo Monti ha ormai definitivamente esaurito la propria carica propulsiva. E che per di più ora l’Italia ha – almeno per un po’ – le spalle coperte (dalla speculazione mercatista) grazie agli interventi e alla governance di Draghi - per proseguire l’esperienza (fallimentare) del governo (non eletto!) dei tecnici, non scegliere di andare (legittimamente!) al voto entro la fine dell’anno, evitando di costringere il nostro Paese ad altri sette mesi (di campagna elettorale e) di immobilismo? La risposta che ci siamo dati è che in fondo ad una parte dell’attuale classe al potere non importa ‘molto’ della nostra Nazione e di tutti noi, ma solo della propria sopravvivenza (politicante). Che però è anche la via più breve per farsi ‘rottamare’…”.

Papa: Fondamentalismo falsa fede Morsi: ‘Islam per Libertà. ‘Di tutti”

settembre 14, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Quando delle persone, che profes- sano una fede, si mostrano intol- leranti nei confronti di altre, fino alle possibili, estreme conseguenze di compiere atti di integralismo o addirittura di terrorismo – come quelli ‘visti’ in queste ore in Libia – si può avere la certezza matematica che esse, in realtà, non ‘credano’ in nulla, e che la matrice dei loro gesti non abbia nulla a che vedere con la loro (solo dichiarata) religiosità.

Semmai, si può essere certi che queste persone scontino – all’opposto – un ‘deficit’ di spiritualità. E questo riguarda facilmente persone che si dichiarano di fede islamica così come (altrettanto sedicenti: vedi l’autore della strage di Oslo) cristiani.

L’Islam, in quanto tale – esattamente come il Cristianesimo – rappresenta solo un punto di riferimento, una fonte di ispirazione, una ‘guida’ per la vita di persone che sentono di avere bisogno di ricercare una ragione più alta, o ‘semplicemente’ ricevono il dono della fede. Possiamo essere certi che tutto questo non spingerà mai nessuno a compiere alcun atto di ‘offesa’ nei confronti di nessun altro, anche perché Maometto, come Gesù, dice tra l’altro che “chi uccide un uomo uccide il mondo intero”. Ma, esattamente all’opposto, darà a queste persone la motivazione, e la forza, per cercare di contribuire a rendere migliori le ‘situazioni’ che si troveranno a vivere.

Come mostra di voler fare il neo-presidente egiziano Morsi, che nella Libertà crede non foss’altro perché l’ha dovuta riconquistare per sé e per il proprio popolo, trascorrendo anche alcuni mesi in carcere: chi conosce la sofferenza, si può essere sicuri che quando parla della Libertà ‘degli altri’, lo fa non per vendere fumo ma perché ci crede davvero.

Futuro dell’Italia. Caro Pigi, ti han raccontato… (Prime prove di slealtà da parte Monti. Qui a Pd)

settembre 14, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ti hanno raccontato che il governo Monti era nell’interesse dell’Italia. E invece il nostro Paese, un anno dopo (perché è già quasi passato un anno), al netto delle decisioni di Draghi (di Draghi!) che ci hanno salvato dal cadere nel baratro (per il momento), sta molto peggio di prima. “Abbiamo aggravato la recessione”, dice Monti, usando la prima parola di verità da quando è presidente del Consiglio. Ti hanno raccontato che una volta esaurita l’esperienza del governo dei professori, avresti governato tu. E invece Pdl e Udc (sì, quell’Udc nel coltivare l’alleanza con il quale hai sacrificato, in questi anni, molte delle ambizioni tue e del Pd) (fanno il doppio gioco e) ‘tramano’ alle tue spalle (approfittando di un Parlamento che tu, noi, il Pd, ha colpevolmente lasciato che continuassero a ‘controllare’), preparando il terreno ad una situazione ingovernabile, dopo il voto (altro che “quella sera il mondo dovrà sapere chi ha vinto”) e alla necessità di accedere nuovamente all’opzione della Grande Coalizione, escludendo il Pd dalla guida (in prima persona) dell’Italia e favorendo una nuova ascesa di Monti (ovvero della destra, che rischia così di ritrovarsi al governo ininterrottamente dal 2008 al 2018: “Sullo statuto dei lavoratori il Pdl la pensa – ovviamente – come Mario”, dice Alfano. E non si creda che, al prossimo giro, sarebbe così facile orientare le scelte – liberiste – del neo-senatore a vita) a Palazzo Chigi. Ti hanno raccontato che se avessi corso alle primarie, le avresti vinte: e invece tutti, fuori dal Palazzo, sanno che, probabilmente, non le vincerai tu: perché gli italiani vogliono il cambiamento, e quando hai avuto la possibilità di determinarlo (caduto Berlusconi, o tutte le volte in cui, in questi mesi, si è pensato di andare al voto), hai preferito cedere il passo. E consentire che si mantenesse lo status quo. Ti hanno raccontato che se fossi rimasto leale a Monti, lui lo sarebbe stato nei tuoi confronti: e invece, dopo avere cercato di irretirti una volta con il tentativo (bloccato, in primo luogo, da il Politico.it) di abolire l’art. 18 (che avrebbe azzerato ‘ogni’ consenso possibile al nostro partito), adesso torna alla carica sui diritti delle persone più deboli, provocando e mettendo ancora una volta nell’angolo il Pd (ne parla, all’interno, il conduttore de L’Infedele). Del Partito Democratico, lo abbiamo scritto più volte, l’Italia ha bisogno come il pane: ma non aspetterà all’infinito che una classe dirigente da troppo tempo chiusa su se stessa, metta l’orecchio a terra, e si accorga che fra altri sette mesi la vittoria del centrosinistra (o almeno la sua possibilità di governare) potrebbe non essere più (?) così sicura (M. Patr.)di GAD LERNER Read more

Politica come sacrificio/ dedizione Follini: ‘De Gasperi riferimento Pd’

settembre 12, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Vendola sostiene un inutile, e demagogico, referendum per la piena reintegrazione dell’art. 18, quando su quel punto di compromesso si ritrovò pure la Cgil e dal quale è possibile ripartire per costruire un sistema del lavoro flessibile, sì, ma perché sia più facile innovare (e – crescere) attraverso (anche) la formazione.

Casini fa il doppio gioco mostrando che la sola cosa che conta, per l’Udc, sono i posti e le proprie clientele. Come dimostra anche che l’unica “ideona” sul futuro dell’Italia che il leader (?) centrista pare saper esprimere, è che “dopo Monti per noi c’è solo Monti”: e forse un accordo di palazzo per portarlo (lui, Casini – !) al Quirinale.

Marco Follini, che il giornale della politica italiana stima da quando era (suo malgrado – ?) ancora segretario del partito (?) di Casini, raccogliendo il nostro spunto, ha scritto che il Pd deve riconoscere in Alcide De Gasperi il proprio principale punto di riferimento Politico e ideale: siamo, ovviamente, totalmente d’accordo.

Ebbene, l’impegno in Politica di De Gasperi era animato dalla sola motivazione di fare il bene del proprio Paese, a costo di sacrifici e rinunce personali.

Cioè qualcosa di assolutamente inconciliabile sia con il populismo di Vendola, sia con il mercantilismo di Casini. Che mirano a perpetuare (nel caso di Vendola, a rinnovare) la propria presenza in Parlamento, senza (almeno, mostrare di) avere a cuore nemmeno lontanamente (?) l’interesse della Nazione.

Il Pd deve smettere di porre al primo punto della propria ‘agenda’ le alleanze. Perché questo – costringendolo a fare i conti con i ‘limiti’ degli altri – lo porta inevitabilmente a depauperare la propria proposta. Quella del partito che incarna l’area, sia pure composita, di opinione e sensibilità maggiormente onesta e responsabile del nostro Paese, composto da persone che hanno nella mente e nel cuore il solo desiderio di salvarlo e rifarlo grande.

E, piuttosto, (ri)cominciare a concentrarsi (e a raccontare!) solo, persino, diremmo, liberatoriamente, (su) ciò che vuole fare (lui!).

L’innovazione (a 360°), da perseguire attraverso la Cultura declinata nella scuola e la formazione, con l’obiettivo di rendere (anche) il nostro un grande Paese moderno, e, mentre raggiungiamo gli altri là dove ci hanno anticipato nell’inerzia dei nostri ultimi trent’anni, puntando ad attribuirgli il respiro e l’ambizione di sviluppare tutto questo con l’originalità che può venire dalla nostra identità e dalla nostra Storia – della Nazione che più di tutte, nel corso del tempo, ha saputo offrire al mondo pezzi del suo futuro, da Roma prima culla della civiltà al genio di Leonardo, fino, da ‘ultimo’, all’invenzione del primo pc nell’Ivrea di Adriano Olivetti – è la parola d’ordine che può mettere d’accordo (in ‘nome’ appunto del futuro, superando così le vecchie, ormai anacronistiche, divisioni) tutte le ‘anime’ dell’attuale Pd.

E farle incontrare con quel 40% di italiani che, negli ultimi quindici anni, non hanno votato, e che non aspettano altro, per tornare a farlo, che di (ri)’scoprire’ che la Politica (vera) non è quella che gli hanno propinato dal ’94 (e anche un po’ prima) ad oggi, ma dedizione e sacrificio per la nostra Nazione. Secondo la migliore tradizione. Degasperiana.

‘Ci sentiam di scalare montagna?’ Come si ‘butta’ vittoria annunciata

settembre 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Pdl e Udc si preparano a votarsi tra di loro una legge elettorale che – tra proporzionale e preferenze – è l’opposto di quella che il Pd vuole (da sempre: perché è nell’interesse del Paese!). Questo grazie (anche) al piccolo particolare che, non essendo andati al voto quando era il momento (più volte), il Parlamento è rimasto saldamente in mano della vecchia maggioranza. Nel farlo, nessuno può escludere che ritrovino le ragioni per una possibile alleanza (anche perché “Vendola non ha niente a che vedere con noi”). Intanto Monti continua ad annunciare che “ogni sforzo del governo sarà da oggi dedicato a creare le condizioni perché il nostro Paese possa tornare a crescere” (lo fa dal giugno scorso) mentre sempre più italiani scivolano sotto la soglia di povertà grazie ad un governo (di destra) che – oltre a non (saper) fare nulla per favorire lo sviluppo – quando taglia lo fa a discapito di chi già è in difficoltà.

Altri sette mesi passeranno perché finalmente il partito dato per vincitore nei sondaggi, abbia la possibilità (negata fino ad oggi da se stesso) di raccogliere i frutti (degli errori di Berlusconi) e assumersi finalmente la responsabilità di tirare fuori dalle secche questo Paese. Quanti guasti dovremo ancora sopportare, perché i timori di Pigi (“E’ una responsabilità da far tremare i polsi”. “Ve lo dico col cuore: prima di muoverci ce lo dobbiamo dire se ce la sentiamo di scalare la montagna, di assumerci questa responsabilità nel momento più difficile”, ancora domenica, alla festa nazionale di Reggio) possano essere ‘vinti’ dalla (preminente) necessità – per l’Italia! – che il Pd faccia finalmente ciò di cui il nostro Paese ha bisogno?

E’ Cultura chiave ns. Rinascimento Scriveva (‘già’) Mazzini 150 anni fa

settembre 9, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ciò che il giornale della politica italiana ha suggerito in questi mesi – e cioè che la nostra crescita (economica) passa per la crescita (culturale e quindi umana, e a cascata tecnica e professionale, dei nostri connazionali) – era sostanzialmente già ‘contenuto’, oltre un secolo fa, nel pensiero di Mazzini. Il padre della Patria, nell’ultima parte della propria vita, ebbe modo di leggere i primi testi pubblicati da Marx: “Creerà divisioni insanabili tra parti diverse della società, alla fine si rivelerà controproducente rispetto ai nostri stessi obiettivi”. Che erano quelli, cristiani, di tendere sempre più verso una società della collaborazione, in cui le persone, raggiunta la piena maturità (dell’Io. Attraverso la cultura) si aprono alle altre, facendo ciascuna la propria parte per far funzionare al meglio quel (ritrovato) convivio umano. Mazzini considerava sciocco pretendere semplicemente che le classi meno agiate si appropriassero di quegli stessi privilegi delle persone ricche che contestavano: perché in quel modo non facevano altro che legittimare quella spinta, individualistica, al possesso, alla sopraffazione, nella quale pratica coloro che si erano affermati fino a quel momento (e che avevano perciò anche dalla loro i mezzi che nel frattempo erano riusciti ad accumulare) avrebbero finito sempre per prevalere. Inoltre, anche quando i ‘deboli’ fossero riusciti a conquistare i “mezzi” e quindi il potere, secondo la concezione marxista, il ricordo delle sofferenze che avevano dovuto patire sarebbe stato sufficiente a mantenerli su una linea di condotta giusta ed equanime (, forse,) per qualche generazione; ma a lungo andare le parti si sarebbero completamente invertite, e gli eredi dei ‘ricchi’ di un tempo si sarebbero trovati a giocare il ruolo dei più ‘deboli’, e viceversa, senza alcun avanzamento per la società nel suo complesso. C’è un solo modo, diceva Mazzini, per fare il bene – ad un tempo – di tutti; per risollevare le classi in difficoltà, senza penalizzare chi già oggi sta bene, e che non c’è nessuna buona ragione per voler vedere “soffrire” in futuro. Quel modo è esattamente l’opposto della pretesa di cambiare le coscienze (?) con la forza; di assicurare la libertà della ‘forza-lavoro’ attraverso una nuova forma di ‘dittatura (del proletariato’). E’ fare sì che gli sforzi per conquistare una migliore condizione sociale delle Persone più deboli, coincidano con una loro crescita: non solo – o direttamente – sul piano della onorabilità sociale, secondo i canoni – strettamente legati alla ricchezza materiale – in ‘vigore’ fino a quel momento; ma da un punto di vista Culturale, così che la loro (vera) emancipazione (dalla condizione di schiavitù – sociale), coincida con la conquista di una Libertà più profonda, da quella ‘assicurata’ dalla semplice disponibilità di mezzi (economici) per ‘stare nel mercato’; la libertà di sapere esattamente chi sono, e cosa possono dare, e quindi di farlo, e offrire ad un tempo così il maggior contributo possibile alla crescita (anche, economica) della comunità di appartenenza. Quelle persone, arricchitesi sul piano morale prima ancora che finanziario, una volta raggiunta una posizione preminente nella società, non dimenticheranno il loro passato, la loro precedente condizione, e non vorranno semplicemente sostituirsi ai privilegiati di un tempo; bensì saranno portate a spendere le loro (ritrovate) capacità, per far compiere un ulteriore avanzamento (non solo produttivo ma anche morale e culturale) all’intero, loro Paese. L’obiettivo dell’innovazione (a 360°), da perseguire attraverso la Cultura declinata nella scuola e la formazione, è ciò che ci può far lasciare del tutto alle spalle il Novecento (delle due facce della stessa medaglia capitalistica e marxista), e contribuire a rendere la nostra società un po’ più intimamente cristiana. E mazziniana.

Dopo Monti “soltanto” le elezioni. I guasti d’una propaganda mai vista

settembre 8, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

A Cernobbio sono tutti d’accordo: Monti deve restare presidente del Consiglio. Peccato che Cer- nobbio non sia indicato nella Costituzione della Repubblica italiana come la base sovrana della nostra democrazia, e che quello che pensano gli ‘ospiti’ di Cernobbio – compreso Romano Prodi – vale quanto il numero di voti che essi potranno esprimere alla prossima tornata elettorale.

Monti non ha risolto uno solo dei ‘problemi’ del nostro Paese. L’”agenda Monti” è una sciocchezza: il rigore non l’ha certo inventato Monti, visto che era già stato praticato da tutti i precedenti governi di centrosinistra, e Monti non lo ha nemmeno declinato in modo particolarmente brillante, al punto – giova forse ricordarlo agli ospiti di Cernobbio – che dovette nominare, lui, tecnico nominato, un altro tecnico che fosse in grado di fare meglio ciò che lui non era stato in grado di fare.

Quanto agli altri contenuti dell’agenda concepita dai quindici esponenti Democratici – innovazione, ricerca, formazione, scuola, crescita – Monti ha mostrato di non ‘vedere’ nessuna di queste ‘prospettive’, tagliando senza ritegno le (già poche) risorse stanziate (dai governi precedenti: poco importa che poi, a furor di popolo, sia stato costretto a fare parzialmente marcia indietro) per questi capitoli imprescindibili per la costruzione del nostro futuro.

Monti, tra l’altro, quando deve tagliare, taglia le risorse che vanno alle persone (più deboli): generando il poco simpatico corto-circuito per cui – invece di attivare la crescita riportando nel mercato persone che, per le loro condizioni economiche, spesso legate alla mancanza di lavoro, ne sono oggi ‘escluse’ sia come consumatori sia come ‘produttori’ di ricchezza – aumenta il numero delle italiane e degli italiani che si trovano ai margini, per un conseguente ‘stimolo’, sì, ma ad una ulteriore decrescita.

E tutto questo emerge non nelle valutazioni dei detrattori di Monti, ma nelle statistiche sulla nostra economia. Che lo stesso Monti non può non riconoscere, spiegando infatti che la “ripresa c’è ma non si vede” (“La crisi è psicologica”: ricordate?).

D’accordo, si risponderà; ma quali sarebbero le alternative? E se esistono, perché non sono ancora emerse? Forse perché da troppo tempo c’è chi pensa, da meeting come quelli di Cernobbio, di poter prendere a tavolino decisioni che invece spettano solo agli italiani. Giocando col fuoco di una ‘sospensione‘ della democrazia che porta inevitabilmente al crescente disagio di nostri connazionali (ma il discorso potrebbe essere allargato a tutti gli europei) che, sempre meno, trovano risposte ai loro problemi.

Come abbiamo scritto più volte, già in un’altra occasione, nel corso della nostra Storia, si ricreò una situazione di questo tipo: esattamente – ormai – cento anni fa, quando una politica “parruccona e inconcludente” spalancò le porte ad una deriva autoritaria. Il modo per sgonfiare le bolle di antipolitica non è arroccarsi dentro il palazzo, ma favorire la (costante) partecipazione dei cittadini. Che, quando non ne possono più, finiscono, esasperati, anche magari per votare un comico milionario che predica la trasparenza e la democrazia, e poi pretende di scegliersi lui i “medium” con cui parlare. (M. Patr.)

Maroni: ora Sud fuori da zona euro Europa ‘nasce’ se lo ‘fa’ (prima) I.

settembre 7, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Lo scudo anti-spread è una (non) soluzione mercatista che allunga soltanto i tempi nei quali le vere soluzioni (Politiche) potranno essere messe in campo. Ed è ora di dirci che la crisi dell’euro è (prima di tutto, ancora) una crisi delle singole economie (nazionali), e che nessuna soluzione ‘europea’ (per quanto, Politica) potrà fermare l’emorragia finanziaria di singole macroregioni su cui, ancora, non può che ‘funzionare’ meglio l’azione dei rispettivi governi nazionali. E il nostro si occupa ‘solo’ (tecnicamente, o verrebbe da dire, meglio, meccanicamente) della costruzione europea, che però, senza risolvere (prima! O almeno contestualmente) il guasto delle nostre economie (reali! Cioè ‘delle’ vite dei nostri connazionali) in difficoltà, rischia di generare una (pure, legittimata e comunque ineluttabile) sovrastruttura (ma) dalle basi d’argilla, pronta a crollare (o a disgregarsi) al primo colpo di vento populista o separatista (vedi, da ultimo, il fantomatico referendum per l’esclusione del nostro Mezzogiorno dalla zona euro, promosso in questi giorni dal furbetto Maroni). E dunque male fa il governo Monti a cercare di mascherare dietro quella sorta di “europeismo della volontà” – che è un tutt’uno con l’elitarismo delle attuali tecnocrazie al potere (da cui ci mise in guardia per primo Galli Della Loggia sul Corriere) – i limiti della propria azione – Politica – reale. Detto questo, lo scudo anti-spread, che avrebbe rappresentato un guscio vuoto in mancanza della leadership del presidente Draghi, tuttavia va ascritto ai (rari) meriti (effettivi) di Monti, che lo immaginò e impose al Consiglio europeo di fine giugno. (M. Patr.)

Annuncio di Monti: ora la crescita Stavolta agire, o fare posto ad altri

settembre 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma dopo tante belle parole – al meeting di Cernobbio – la situazione rimane la stessa: la disoccupazione alle stelle, sempre più italiani scivolano nella povertà, la nostra economia decresce al 2,4% (per tutto il prossimo anno secondo le previsioni). E fra qualche mese/ anno, pure a scudo anti-spread varato (che significa anche solo istituito, visto che la sua principale funzione è quella, preliminare, di deterrenza della speculazione, come fece notare per primo il ministro Grilli), ciò significherà ritrovarci esattamente nella situazione di un anno fa: perché Monti-bis o non Monti-bis, una economia che non genera ricchezza è un’economia che non può pagare il proprio debito, e i cui ‘costi’ a lungo andare sono destinati ad aumentare; e un bilancio in cui pure vengano contenute le spese ma che non alimenti il segno più, è un bilancio che, alla fine, torna sotto il segno rosso.

A questo punto la questione è semplice: o Monti si assume subito la responsabilità di mettere in campo la leadership necessaria a riorientare il nostro sistema – come adesso, dopo mesi di ‘resistenza’, anche il premier dichiara di voler fare – nel senso dell’innovazione, partendo dalla ricerca e dalla formazione, cioè coinvolgendo nello sforzo per la ripartenza non soltanto gli imprenditori ma anche ciascuno dei nostri lavoratori – cosa per la quale, per avviare intanto la formazione e preparare i nostri ‘operai’ ad accompagnare le loro imprese nel senso di una riqualificazione e di un riorientamento del loro ‘impianto’ produttivo – e che una volta che avrà ‘informato’ i lavoratori, genererà una ‘spinta’, un bisogno di far sì che l’impresa possa cominciare ad innovare che corrisponderà, ne siamo certi, anche a ritrovate condizioni economiche che consentano di poter cominciare a realizzarlo più ampiamente e ‘definitivamente’  - non serve individuare particolari risorse, ma solo avere la capacità, e la visione, di avviare una collaborazione virtuosa tra la nostra scuola, l’università, la ricerca e il nostro sistema produttivo (e all’interno di quest’ultimo, come cerca di sollecitare bene quasi ogni giorno Dario Di Vico sul Corriere parlando di filiera e di ‘fusioni’) – oppure il dibattito sul Monti-bis non può che finire subito, e ricominciare immediatamente quello sul voto anticipato (che noi continuiamo a considerare la soluzione maggiormente nell’interesse del Paese, visto che – per dirla con Ottone – “prediche” come questa ne abbiamo e ne sono state fatte tante, e come si vede non hanno sortito alcun effetto), perché – non è una nostra pruderie – passare altri sette mesi ad annunciare ad ogni occasione di incontro con la stampa, che “ogni sforzo del governo sarà da oggi finalizzato a creare le condizioni perché il nostro Paese possa tornare a crescere”, e ritrovarsi, il giorno dopo, con altri lavoratori (e – le loro famiglie! Quelle tanto solleticate dalla politica politicante) praticamente ‘sulla strada’, e le previsioni di (de)crescita di nuovo peggiorate rispetto al mese precedente – senza che nel frattempo sia stato fatto ‘nulla’, è qualcosa che non ci possiamo più permettere di sostenere.

***Mons. Nunnari: “La Politica sia servizio”***
MAFIA, IL CORAGGIO DI UN VESCOVO!
di FRANCO LARATTA*

settembre 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il deputato del Pd, già membro della Commissione Nazionale Antimafia e in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, racconta sul ‘suo’ giornale della politica italiana il gesto coraggioso, e trasparente, di questo vescovo che denunciando le infiltrazioni delle ‘ndrine nelle cerimonie religiose del cosentino, chiarisce inequivocabilmente che la Chiesa calabrese sta dalla parte delle persone oneste e responsabili che ogni giorno, anche a prezzo della propria vita, combattono per liberare il nostro Sud (e – il nostro Paese) da questo ‘cancro’ che fa sì che la nostra economia, nel Mezzogiorno, praticamente non esista, riducendo il nostro meridione – un tempo culla della civiltà – a quel grande buco nero delle nostre finanze pubbliche che in queste settimane mette a rischio (insieme a Grecia e Spagna) lo stesso futuro dell’euro e dell’Europa. Nei giorni in cui il nostro Paese piange la morte di Carlo Maria Martini, un altro, grande esempio di come la Chiesa, sia pure al netto di un’immagine colpita dagli scandali e dalle manovre dei suoi uomini di potere, continui a rappresentare un punto di riferimento – ‘quasi’, un’istituzione – nelle aree più povere e arretrate della Penisola e per i nostri connazionali più deboli, ‘spesso’ riempiendo il vuoto di una Politica che confonde la propria ‘missione’ (costitutivamente) ‘cristiana’ con la partecipazione allo show business e la propria ‘vocazione’ (?) ‘narcisistica’ e autoreferenziale. Una Politica che – al contrario – è chiamata ad essere “servizio”, dice proprio monsignor Nunnari, cioè a “partecipare alla vita delle Persone”, secondo la definizione – invece – di Antonio Gramsci. Quando ciò avverrà, vivendo a contatto con le italiane e gli italiani poveri del Sud (e non solo; sempre di più) – come cerca di fare, ‘ogni giorno’, l’arcivescovo di Cosenza – sarà possibile forse che anche la politica italiana prenda coscienza che la lotta alla mafia non è una ‘subordinata’ nell’”agenda” delle possibili ‘decisioni’ che una classe politica ormai seduta su se stessa ha perso la forza, e l’onestà, per caricarsi sulle spalle la responsabilità di assumere (da cui la “politica degli annunci” di cui il governo Monti rappresenta la ‘perfetta’ incarnazione); ma che, al contrario, costituisce la premessa di ogni possibile politica di sviluppo nel nostro Paese. E che in questa chiave la Cultura, declinata nella scuola e nella formazione sotto l’egida dell’innovazione, costituisce la leva più potente per emancipare i nostri connazionali dai rischi connessi alla persistente ‘tentazione’ (“imbroglio”, dice Nunnari) mafiosa, e (quindi) per avviare il nostro Paese – anche, attraverso una migliore alfabetizzazione del nostro Sud – sulla strada di una crescita che coinvolga, sempre più, tutti gli italiani. Il parlamentare calabrese, ora, sull’esempio di monsignor Salvatore Nunnari (M. Patr.). di FRANCO LARATTA* Read more

Liberisti: Aspettare che passi crisi Ma italiani stanno sempre peggio

settembre 3, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

I dati dell’ultima rilevazione Istat parlano di una economia in netto peggioramento. E dalla politica non una parola. Dal governo neanche, ma ciò è più comprensibile, avendo il governo Monti – lo abbiamo capito – come ‘unico’ obiettivo ormai la (propria) salvezza. Perché i partiti non ne possono più del premier, che a sua volta non sa più che cosa fare; ma i primi non vogliono assumersi pubblicamente la responsabilità (al solito…) di mandare a casa un esecutivo che, al confronto (attuale), continua, nonostante tutto, a sembrare una benedizione; Monti, impegnato a glorificare se stesso (con “successi” che si traducono nei numeri terribili che abbiamo visto in queste ore), a dimettersi non ci pensa. E così, alla fine, a rimetterci è ancora una volta, ‘soltanto’, il nostro Paese, e (que)gli italiani che crollano sempre più numerosi in condizioni ‘sempre più’ difficili, che si ritrovano senza risposte. Ma se siamo nel pieno di una crisi, e l’unica tesi che circola riguardo a come se ne potrebbe uscire – al netto delle soluzioni offerte dal giornale della politica italiana – è che si debba “aspettare” (secondo una concezione variabilmente liberista e autoreferenziale), non stupiamoci poi se la nostra economia – e con essa le nostre vite – va di male in peggio.

Al voto a novembre per salvare I. Ottone: ‘Altrimenti nulla cambierà’

settembre 1, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’agenda, ormai, la detta Draghi. Il nostro governo è pressoché immobile. Bersani rinvia sine die la scelta della data delle primarie nella speranza di ‘vanificarle’ e di essere (comunque) designato. Lui. Per poi candidarsi a Palazzo Chigi e fare – tra come minimo sei mesi di campagna elettorale in cui nessun’altra scelta nell’interesse del Paese, coi partiti impegnati a rintuzzarsi, potrà essere definita – le stesse cose che farebbe – ma ‘subito’ – se si votasse a novembre.

Salvo che nel frattempo si saranno persi centottanta, preziosissimi giorni nei quali un governo che sapesse come agire potrebbe cominciare a capovolgere completamente le prospettive, oggi cupe, del nostro Paese. Perché esiste, un’alternativa all’immobilismo montiano, e la Politica, vivaddio, non è soltanto il teatrino al quale abbiamo assistito in questi ultimi due decenni.

Perché, dopo vent’anni di politicismo autoreferenziale, ora che – ‘anche’ grazie al giornale della politica italiana – le idee sono tornate ad essere in campo, l’Italia ‘deve’ sperperare altro tempo prezioso, quando sciogliendo adesso Camere che non stanno più assolvendo ad ‘alcuna’ funzione – tanto che sono ancora chiuse!, il 4 di settembre dell’anno più duro della crisi – in autunno potremmo avere un governo Politico pienamente legittimato e a regime capace di avviare finalmente i cambiamenti strutturali che possono farci passare, nel (breve) periodo, da un orizzonte di puro contenimento difensivo (dei ‘danni’. Arrecati da ‘noi stessi’), a, finalmente, un avvio di ripresa?

“Il tempo delle prediche – scrive Piero Ottone – è finito. Non ci sarà cambiamento senza passare per il voto”. I nostri deputati e senatori valutino dunque se ci sia alcuna buona ragione per rinviare ancora la scelta. Non c’è alcuna buona ragione per aspettare altri sei mesi (di – quasi ineluttabile – persistenza nell’attuale stato di immobilismo) per fare ciò che potrebbe – invece – essere fatto ‘subito’. Nell’interesse del Paese.

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